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giovedì 24 agosto 2017

Recensione: It, di Stephen King

| It, Stephen King. Sperling & Kupfer. € 21, 90, pp. 1216 |

Quei romanzi che cominci senza sapere quando li finirai.
Quelli enormi, che stanno a stento nella borsa del mare o compressi fra i pensieri – ma solo d'estate puoi trovare il tempo e la pazienza necessarie, il coraggio nelle ore di luce più lunghe. Troppo famosi per parlarne come se niente fosse, troppo belli per dovervi convincere a parole.
Quale bambino nato tra gli anni Ottanta e Novanta, in un giorno di pioggia, non è mai inciampato nella grata da cui sporgono gli artigli del mostro che indossa la brutta faccia di un clown? Chi non ha soggiornato nella lugubre Derry per il tempo di un incubo a occhi aperti? Faccio parte dei lettori che sono stati iniziati alla lettura da Stephen King. Del ricordo di It, però, possedevo immagini confuse. Flash di un iconico Tim Curry e passaggi di un libro che un po' per pigrizia, un po' per incostanza, da ragazzino avevo letto discontinuamente. Galeotte la bellissima ristampa e l'attesa per il film di prossima uscita, questa volta non avevo né fretta né paura. La rilettura, se di rilettura si può parlare, è durata più di due settimane. Il blog taceva, i ritmi rallentavano e l'estate finiva, appresso a un mattone truce ma emozionantissimo che monopolizzava gli spazi e le ore. Ci ho scherzato sopra nell'attesa dell'ultima pagina: la speranza di ritrovarsi dal nulla bicipiti grossi così, a furia di sfogliare e sfogliare, e la vita percepita come quell'ammasso informe di cose che ti capitano tutt'intorno, mentre entri a pieno titolo nel Club dei Perdenti (fiero di esserlo, sì) e li aiuti a costuire dighe, botole, pallottole d'argento; a cacciare i mostri grandi e piccoli che attentano all'innocenza.

Se qualcuno gli avesse domandato: «Ben, ti senti solo?» avrebbe osservato quel qualcuno con sincero stupore. L'ipotesi non gli era mai balenata. Non aveva amici, ma aveva i suoi libri e i suoi sogni [...] Se si sentiva solo? avrebbe forse ripetuto, sconcertato. Come? Cosa? Un bambino cieco dalla nascita non sa nemmeno di essere cieco finché non glielo dice qualcuno. Anche allora si crea un concetto perlopiù accademico di che cosa possa essere la cecità. Solo chi ha perduto la vista può averne un'idea chiara. Ben Hanscom ignorava il significato di solitudine, perché quella era da sempre l'unica dimensione della sua vita.

I protagonisti sono sette, e hanno l'età giusta per immaginare tigri a spasso nei cannetti, piranha negli acquitrini, tesori sepolti nelle discariche. Vivono nell'immaginaria Derry, tutta un gorgogliare di tubi e di eventi sospetti, e non hanno vita facile. A undici anni, credono ciecamente che saranno amici per sempre, che la legge del silenzio non li renderà schiavi e che il bene vincerà ogni male. Ci sono Bill che tartaglia, Ben e i suoi chili di troppo, l'ipocondria di Eddie, le imbarazzanti imitazioni di Richie, le origini ebraiche di Stanley, la pelle nera di Mike, i lividi sotto i ricci ramati di Beverly (l'unica femmina del gruppo, di cui sono inevitabilmente tutti un po' cotti). Si sono trovati complici, stretti contro la prepotenza del prossimo. Hanno esorcizzato la paura ribattezzandola con un semplice pronome neutro: sfidano con l'incoscienza dell'età, così, un male da stanare nelle radici stesse del paese. Da chiamare per nome, coraggiosamente. Come hanno sconfitto la prima volta l'entità primordiale e poliforme, forse piovuta dai confini dell'universo, che adescava le sue vittime con un mazzo di palloncini colorati e omaggiava gli horror fantascientifici in sala negli anni Cinquanta? I Perdenti se lo domandano adesso, cresciuti e con ricordi vaghi, quando una telefonata li richiama dove tutto ha avuto inizio: It si è svegliato, loro sono gli unici a sapere come annientarlo. Anche se hanno un tassello in meno. Anche se crescendo hanno perso la loro alchimia. Anche se rividersi in un ristorante cinese, e fare una conta dei capelli in meno e delle rughe in più, fa sì che il tempo scorra al contrario e che i Barren, quartieri di canali di drenaggio e battaglie di pietre, si parino minacciosamente all'orizzonte. Ma perfino la minaccia sa di malinconia, a tavola, e le emozioni negate riaffiorano.

Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l'ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo... ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.

Più del fiato corto per l'inquietudine (trent'anni dopo, proviamo ancora un timore reverenziale), più di una sincera stanchezza sopraggiunta verso l'epilogo (troppo visionario, sbrodolato a tal punto da introdurre la scena di un'orgia rituale di pessimo gusto), di It esperienza densa e infinita, assolutamente da fare, benché sia un altro il Re che amo senza riserva alcuna – ricorderò i sorrisi stupiti di chi si perde e poi si ritrova; la meraviglia nascosta dietro l'angolo. L'angoscia corre, ma una bicicletta soprannominata Silver di più. L'infanzia passa e si dimentica, gli amici mai. E preferirò dimenticare qualche capitolo non indispensabile, io, la fatica al giro di boa, tenendo bene a mente i miracoli di quel candore, il ghigno di una città dannata, le risate che scoppiano contro la paura inconcepibile di morire giovani. It parla di un'epoca, dei riti di iniziazione di qualche estate fa, della tragedia di crescere perdendo l'immaginazione. Quella che rende il mostro reale e affamato. Quella che può trasformare gli inalatori in armi infallibili e far luce oltre il buio delle nostre palpebre abbassate.

Ma in verità i mostri vivono di fede, no? Mi sento trascinato irresistibilmente verso questa conclusione. Il cibo può essere la vita, ma la fonte del potere è la fede, non il cibo. E chi più di un bambino è capace di un atto di fede?

Come i Perdenti, da oggi mi sforzerò di dimenticare anch'io le insidie di Derry. Farò ritorno tra ventisette anni, magari. Quando tornerà l'asma, la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre. Laggiù, dove eppure si va per morire.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Peter Gabriel - Heroes


domenica 29 dicembre 2013

Recensione: Losing it - Credevo che il cielo fosse azzurro, di Cora Carmack

Ciao a tutti, amici miei, e buon pomeriggio! Oggi, la recensione di un libro veloce veloce e semplice semplice che ho letto in un giorno o poco più. Sto parlando di Losing it, un new adult arrivato in libreria appena qualche settimana fa. Discreto, non del tipo “Che orrore, al rogo!”, ma nemmeno “Entrerà nella mia Top10 di quest'anno”, insomma. Estivo, quasi. Augurandovi una splendida domenica e buona lettura, vi do appuntamento ai prossimo giorni. Non preoccupatevi, ci sarà ancora occasione per farci gli auguri. Baci.
Sediamo tra il pubblico e pensiamo a come avremmo recitato noi quella parte. Vogliamo quello che non possiamo avere. E' la natura umana.

Titolo: Losing it – Credevo che il cielo fosse azzurro
Autrice: Cora Carmack
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 269
Prezzo: € 13,90
Sinossi: Bliss Edwards ha ventidue anni e le manca solo un semestre per finire il college. È intelligente e carina, ma tremendamente timida e insicura. Questa sua insicurezza la rende goffa e in particolare con i ragazzi non sa davvero come comportarsi. In più c'è un problema: è l'unica tra le sue amiche ad essere ancora vergine. Anzi, per lei non è esattamente un problema, però quando lo confessa a Kelsey, la sua migliore amica, questa non le lascia scelta: la situazione dev'essere risolta a tutti i costi. E il modo più veloce e semplice per perdere la verginità è l'avventura di una notte. Ma il suo piano si rivela tutt'altro che semplice. Quella sera Bliss incontra Garrick, un ragazzo stupendo con cui scatta subito una forte attrazione, ma arrivata al dunque, Bliss scappa via con una scusa a dir poco strampalata. Come se la cosa non fosse stata già abbastanza imbarazzante, il giorno dopo, a lezione, scopre che in realtà Garrick è Mr. Taylor, il suo nuovo professore di teatro...
                                                        La recensione
Avrei odiato dare inizio al mio 2014 con un libro lasciato a metà, sospeso tra l'anno vecchio e quello nuovo. Mi sono fiondato, quindi, su qualcosa che, sapevo, avrei portato a termine in una manciata di giorni; anche in un solo pomeriggio di nuvole, magari, lasciando da parte per un po' schemi, appunti e tomi universitari che, ahimé, non erano ben disposti a prendere polvere sulla scrivania. Ad aspettare, ad aspettarmi. La mia scelta, quindi, è ricaduta su questo Losing it, uno dei tanti – troppi? - new adult di ultima generazione, di cui ho letto, in questi mesi, poco e niente: trama simpatica, copertina coloratissima, un sottotitolo stranamente poetico, poche pagine e capitoli - proprio come piacciono a me - svelti e piuttosto brevi. Nessuno chiedeva all'esordiente Cora Carmack un capolavoro e lei, con tanto divertimento e leggerezza, ha scritto una di quelle storie semplici semplici, che leggi piacevolmente, ma che già sai – e dalla primissima pagina – che non ti cambieranno la vita, né rischieranno di metterere radicalmente a soqquadro la lista dei migliori romanzi che, in un anno di letture, ti hanno fatto beatamente compagnia. Tutti sono sempre in attesa del libro perfetto e, se è vero che la vita è un battito di ciglia, a nessuno piace perdere tempo prezioso. Nessuno vuole un romanzo da leggere, riporre sullo scaffale, dimenticare. Perché l'indimenticabile, si sa, è la meta più ambita. Il fattore x. Eppure Losing it, nonostante non sia tra quei romanzi destinati a restare, nonostante si lasci terminare tranquillamente, senza un brivido o la certezza di un lungo ricordo, non mi ha disturbato. Leggibile, senza far rima con imperdibile. E nemmeno un po'. Però lo leggi, e non provi la rabbia che un'amara delusione sa dare. Che è un libro senza infamia e senza lode lo sai da sempre, eppure lo leggi, sorprendendoti anche un po', in fondo, che abbia saputo restituirti il poco che prometteva. Come una di quelle sit-com che guardi così, per riempire ore vuote, perché sai che, pur guardando gli episodi a vanvera, in disordine, non ti perderai granché: non c'è un filo da mantenere, non c'è un'attenzione da tenere viva. Come uno di quei film per la TV, che danno nel tardo pomeriggio – in orari morti – con il bollino verde e con lo scontato avvertimento che, senza interruzioni e pubblicità, si potrebbe correre il solito rischio glicemia. Prodotti con il marchio Lifetime, ma che, pronto a metterti comodo in poltrona e a criticarli a fine visione, guardi ugualmente, perché sei troppo stanco per cambiare canale o perché, nel cast, c'è quell'attrice che trovi simpatica. E non ci vuole un'intercessione divina per trovare la ventiduenne Bliss Edwards simpatica. E' ancora vergine e, secondo la sua vispa amica Kelsey, potrebbe ritrovarsi, un giorno non lontano, sola e con sette gatti a carico. Una notte, quindi, trascinata in un pub da quella Barbie in carne e ossa che vorrebbe, a tutti i costi, accasarla, incontra un ragazzo che – nel trambusto generale – legge Shakespeare. Si piacciono, si baciano, vanno a casa di lei. Sono nudi, vicinissimi... e niente. Il giorno successivo, la protagonista si ritroverà con un gatto che la odia e a cui ha dato il nome di Amleto, con un migliore amico che le ha dichiarato il suo grande amore, con una parte da prima donna nello spettacolo di fine anno e con una cotta imbarazzante per lo sconosciuto della notte prima che - segreto dei segreti - si è rivelato essere il suo nuovo professore di recitazione: in preda a una crisi di nervi, alle prese con un'importante scelta sentimentale, sempre vergine. Ho trovato Bliss a dir poco carinissima: una reginetta di sbronze, melodrammi, figuracce e cattivi pensieri semplicemente adorabile. La immaginavo, in alcuni passi, trasformarsi in uno di quei personaggi da fumetto, con gli occhi a fessura, le guance fucsia e una gocciolina di sudore gigante sulla fronte increspata. La sua creatrice è stata tanto sveglia da non fare di lei, fortunatamente, un caso umano o, peggio ancora, uno di quei miracolosi e miracolati brutti anatroccoli, che – con un po' di trucco, le lenti a contatto, lo shampoo e la scoperta della ceretta e dei reggiseni imbottiti – passava da “la mia vita è un disastro!” a “sono una bella figliola, sì: prendete un numero, e avanti il prossimo!”.
Non ha consacrato il suo corpo a un uomo leggermente più grande, nato nel Natale di appena 2013 anni fa – Gesù – e, al dito, non ha un anello della parrocchia che sbandieri al mondo la sua castità. Bliss è bella, ha avuto qualche ragazzo, ma, semplicemente, non c'è stato quel momento; quello giusto. Ah, quando è felice balla da sola. Originalissima, sincera e ben resa la sua naturale passione per il teatro, proprio come lo è stato l'inserire questa sua storia d'amore tardo-adolescenziale sullo sfondo della Fedra di Racine. Ma nessuno è perfetto e nemmeno la cara Bliss fa eccezione: quando si tratta di lei, la fastidiosa espressione “roteare gli occhi” viene utilizzata in continuazione e a sproposito – diciamo che lei rotea gli occhi più di quanto abbia fatto la testa di Linda Blair nell'Esorcista – e tutto, nei suoi deliri d'onnipotenza d'attrice, tende ad assumere toni melodrammatici, quasi patetici, soffiando via quella patina di brio e allegria che la trama prometteva. Come ogni drama queen degna di questo nome, lei esagera, sempre e troppo: la sua settimana a casa, con la mononucleosi, viene descritta con una drammaticità e un pathos da far temere al lettore un cancro al cervello, un attacco di peste nera, una malattia senza cura. In alcune descrizioni, si perde: un bacio passionale, ok, ma un bacio e basta, finisce per durare così pagine e pagine. Mentre il personaggio di Cade, il suo migliore amico, mi ha convinto, decisamente meno lo ha fatto Garrick, il prof - alias, Sverginator. Bello, biondo, giovane, con una moto al seguito e un accento inglese con cui potrebbe ingravidare le sue studentesse. La tipica star del liceo cresciuta, con il diploma, la laurea e una cattedra in recitazione. Interessante all'inizio: poi scopri che odia Shakespeare per farsi l'alternativo e che, al primo incontro, già chiama Bliss "dolcezza”. I protagonisti sono adulti, teoricamente, e mi è piaciuto leggere di persone più grandi di me, per una volta; ma la verità è che o non si cresce mai per davvero o che la linea tra young e new adult, in casi come questo, non esiste proprio. Ho trovato gli stessi pensieri, gli stessi intrecci, le stesse esperienze, gli stessi temi contenuti nel più ingenuo, tipico e inflazionato romanzetto adolescenziale: uno di quelli in cui il sesso c'è, ma è descritto senza volgarità alcuna. Un po' commedia romantica per la tv, un po' fiaba, dunque, l'esordio di Cora Carmack: un'opera prima non indispensabile, ma scritta bene e tradotta anche meglio. Ci sono lati buffi, lati interessanti, lati sinceri e alcuni lasciano intendere che il new adult, per la Carmack, sia un piacevole hobby, ma solo un lato della medaglia: volendo, saprebbe fare anche altro, e meglio.
Il mio voto: ★★ ½
Il mio consiglio musicale: Madonna – Like a Virgin (Sono originale, amatemi.)

giovedì 1 ottobre 2015

I ♥ Telefilm: Scandal I-IV, Faking It II, Impastor, Lady Chatterley's Lover

Scandal
Stagione I-IV
I fan di vecchia data, quando vengono a sapere che tu, spettatore compulsivo, non fai parte della loro cricca dicono, sdegnati: non segui Scaldal?, scandalo. Antichi filosofi orientali, invece, lasciavano ai posteri un aforisma che suonava così: tira più un pelo di Olivia Pope – un nome, una garanzia – che un carro di buoi. Così questo recupero da fare si è fatto, in un'estate che mi ha visto poco impegnato ma molto diligente. In un mese e mezzo, in realtà, in cui i più che mi dicevano “ma davvero non guardi Scandal?" hanno avuto la mia riconoscenza e anche un po' del mio odio. Una volta iniziato – complice il brutto tempo dell'ultimo periodo, quattro stagioni arretrate, altri titoli in pausa per le vacanze – non vuole occhi che per lui. Piace perché è ben scritto, impreziosito da interpreti e caratteristi sopra la media, pensato come un compromesso tra il thriller politico e un irrinunciabile guilty pleasure. Lo immaginavo all'inizio serioso, serial su avvocati scrupolosi in giacca e cravatta, ma ai tempi del colpo di fulmine con How to get away with murder – sempre della Shonda che non delude – mi avevano assicurato, al contrario, fosse la quintessenza del trash intelligente. E Scandal rigido e convenzionale non lo è mai; trash raramente. Eclatante e audace sì, ma alla maniera di quell'autrice di cui ho imparato ad apprezzare il gusto e il piglio originale, anche se ci sono cose che continuano a non piacermi. Scandal mi ha coinvolto e sconvolto come chiarivano le premesse e giuravano le promesse, ma – all'inizio, almeno: poi ci ho fatto l'abitudine – a convincermi di meno era proprio la decantata Olivia. L'idolo delle spettatrici; la donna che tutte loro vorrebbero essere da grande. Troppi pianti, troppi bronci, per quella Kerry Washington, impeccabile e splendida nei suoi completi avorio, che a volte, palla che rimbalza tra un innamorato e l'altro, si mostra vulnerabile in una maniera che è in contrasto con i suoi pochi scrupoli e i metodi non convenzionali. Qualcosa di simile succede con Viola Davis, fresca di Emmy: mostrarsi umana, vulnerabile, significa togliersi trucco e parrucca, piangere? Non mi convince il modo che ha la Rhymes di mostrare la fragilità delle sue eroine: una donna che parla di donne potrebbe fare assai meglio. Con gli occhi lucidi e i sospiri affranti, sembrano tante adolescenti: atteggiamento che poco si confà a due vincenti, a due leonesse. Possibile renderle vicine e lontane insieme, senza melò? Ma questa non è solo la storia di una professionista spregiudicata che, tra verità e inganno, fa perdere la testa al Presidente degli Stati Uniti in persona e a Jake, capo del B613. Si parla di avvocati difensori, i più affiatati e costosi che incontrerai, e dei loro facoltosi clienti: statisti, agenti segreti, re. La squadra dei "gladiatori in doppio petto" non conosce sconfitte o tentennamenti: da Huck, hacker e assassino dal commovente passato, a Quinn, allieva brillante, passando per la civettuola Abby e per il dandy Harrison, nessun attore fuori fuoco, nessuna falla. I miei personaggi preferiti, accanto al tenero psicopatico dalla doppia vita, quelli al centro dei rapporti sentimentali più credibili: Mellie, subdola e pungente First Lady che rinascerà spesso dalle ceneri; Cyrus, braccio destro di Fitz che, parlando d'amore, compone con James, di professione giornalista investigativo, una realistica coppia omosessuale di mezza età, non in perfetta forma fisica e mossa dal forte desiderio di adozione. Nella prima stagione: la presunta tresca tra il Presidente e una sua segretaria; vecchia storia che si ripete? Nella seconda, la verità su Quinn e i brogli elettoriali. Nella terza, notizie sulla famiglia di Olivia – ha, infatti, due magnifici mostri per genitori – e sulla gioventù di Fitz: nel frattempo, ci si prepara alle prossime elezioni, e tutto sembra lecito, se in ballo c'è la vittoria finale. Nella quarta, invece, Olivia come Elena di Troia: la bella per cui fare scoppiare una guerra? Scandal va visto, decisamente. Ideale e accattivante hobby che ha tanto pepe e, a volte, un po' di zucchero superfluo che, tutto sommato, si perdona: la folle dipendenza vale la vaga glicemia dei primi tempi. (7/8)

Faking It 
Stagione II
Nel liceo delle pari opportunità, luogo colorato e irrealistico in cui a capo delle cheerleader c'è una ragazza intersessuale e leader degli studenti è un gay rubacuori pieno di smanie, Karma e Amy si erano finte innamorate per la popolarità. Regine del ballo e idoli delle masse, avevano scoperto che le bugie ti portano alla pubblica gogna o, se hai sedici anni, a una storia d'amore che nessuno aveva previsto. Tra le due, poteva esserci l'amicizia e qualcosa di più? Faking It, lo scorso anno, imprevisto e leggero com'era, si era rivelato materiale per una spassosa teen comedy a episodi. Protagoniste bellissime, comprimari utili, un modo nuovo per parlare di diversità che – al cinema o in televisione – sono inserite puntualmente con buonismo, come il decalogo del politicamente corretto prevede. Nella scuola di Faking It – che ricordo, tempo fa, di avere definito un'allegra distopia – personaggi altrove marginali sono alla riscossa e figure tradizionali siedono, invece, ai margini. Immaginate un mondo sottosopra in cui, per essere accettato, devi avere una tua particolarità. Quel buono spunto, nonostante poligoni amorosi e nuovi ingressi, non si perde in una seconda stagione discontinua perché divisa in due parti. La prima, terminata a dicembre. La seconda, invece, iniziata e finita nove mesi dopo per un attacco hacker che non ha preso di mira, questa volta, i nudi di Jennifer Lawrence ma le puntate rimanenti di una storia sempre e comunque piacevole. E' successo, a un certo punto, che la curiosa Amy sia finita a letto, per ripicca, con Liam, l'amato di Karma. Se l'amica non può amarla, potrà forse perdonarla? Mentre da quelle parti si fa all'amore e alla guerra, un preside dittatore vorrebbe rendere la Hester High una scuola normale e i comprimari, tra cotte mostruose e relazioni illecite, vivono nuove disavventure sentimentali. Faking It, parlando di quel che chiede il corpo e di quel che suggerisce in segreto il cuore, di esperimenti e friendzone, continua a essere spontaneo e sexy. Cosa ne pensate del sesso a tre? E la bisessualità sarà verità o leggenda? (7)

Impastor
Stagione I
In questa estate rapida e indolore, con le serie più attese in vacanza e le serate in compagnia delle maratone di Scandal, mi sarò concesso probabilmente solo una novità Avevo bisogno di una comedy breve e fresca per riempire i tempi morti, ma venti minuti di risate e astinenza dalla serietà sembrano difficili da trovare: tra pilot che non decollavano e sitcom che, dopo pochi episodi, avevano già un destino fallimentare, è spuntato poi Impastor. Che, a sorpresa, mi ha abbandonato solo da poco. Ha resistito, alla fine, e ho resistito anch'io. La serie che ha fatto il suo debutto su Tv Land e che, per condotta scorretta, ha fatto borbottare i cattolici più ferventi gira e rigira attorno a uno scambio di identità e a tutti gli imprevisti del caso. Quando Buddy, irresponsabile e pieno di guai, vorrebbe suicidarsi per sfuggire al pugno di ferro dei suoi temibili aguzzini, ecco che gli si presenta un'occasione irripetibile: prendere in prestito la vita dell'uomo che, nel tentativo di salvarlo, è scivolato in acqua e non è più tornato a galla. Chi lo cercherebbe mai, in una comunità in cui tutti sono in attesa di una nuova guida spirituale? Buddy – pastore impostore – fingerà perciò di essere chi non è: un omosessuale in cerca dell'anima gemella e, soprattutto, un sacerdote dalla fede incorruttibile. Commedia americana a puntate, colorita e poco brillante, ma all'occorrenza divertentissima, Impastor funziona come può. I sospetti dei parrocchiani, le attenzioni di una lei bellissima e di un lui che invece aspetta e spera, le ondate migratorie – in paese – di sicari armati fino ai denti. Un po' Big Mama e un po' Il missionario, non farà la storia della televisione ma con il caldo, il tempo libero e la concorrenza di serie mediocri ha avuto, per poco, la sua da dire: sempre sottoforma di battuta di spirito, politicamente scorretta nelle intenzioni ma, in pratica, mai davvero provocatoria. Punto in più, inoltre, per il protagonista. Un Michael Rosenbaum, il Lex Luthor del mio caro Smallville sotto Crescina, che fa piacere rivedere. (6+)

Lady Chatterley's Lover
Film TV
Il classico dell'erotismo che aveva suscitato infinito scalpore, torna in televisione. La storia che tutti conoscono, sotto lo sguardo casto e puro della BBC, ha qui un inizio veloce, un epilogo affrettato e una metà in cui c'era tutto il tempo per dirsi e darsi. I primi minuti riassumono a grandi linee la nascita e la morte dell'unione dei coniugi Chatterley: il colpo di fulmine e un matrimonio in grande stile; il ritorno dalla guerra, ma con la dignità e il fisico a pezzi. Nel frattempo, così, Constance dà inizio a una storia di sesso con il guardiacaccia della tenuta. La televisione inglese, sinonimo di grazia e eleganza, questa volta toppa. L'ultimo Lady Chatterley's Lover, semplificato e ripulito, ha l'aria poco ricercata di una fiction Rai e limiti grandi. Uno dei titoli più osteggiati ha un amaro destino nelle mani della BBC, puntuale ma scolastica, allergica alle debolezze della carne e ai segreti della camera da letto. Il loro ultimo prodotto è una riscrittura pudica e algida, senza il languore dei corpi e il fuoco. C'è più pelle in vista ma prevedibilmente manca il bestiale, il primitivo, il bisogno basico che ha reso Connie e Oliver degni di memoria. Compitino insoddisfacente, televisivo rispetto a standard solitamente elevati, dalla resa discutibile e dal cast mediocre. Se il Richard Madden che fu il Principe Azzurro in Cinderella, nonché presenza fissa in Games of Thrones, se la cava – è bello, ombroso, e il suo personaggio di poche parole non fa pesare le poche espressioni -, fa assai peggio Holliday Grainger. Anche lei nella recente fiaba di Branagh – ma in veste di sorellastra maligna; vista, comunque, in Posh – esibisce una recitazione innaturale, melodrammatica come nel muto del passatato, e l'antipatico nasino all'insù proprio non aiuta. Un riassunto, dunque, per chi volesse sapere com'è che finisce – e deludente è anche il finale rose e fiori – e non avesse tempo di recuperare un romanzo che intimorisce. Da parte mia, il desiderio di un recupero ci sarebbe pure. Anche se mi assicurano una lettura lenta, con poco per cui valga la pena scandalizzarsi, al giorno d'oggi, e noia a volontà. (5)

martedì 30 dicembre 2014

2014 I ♥ Telefilm Awards - Perché ho visto quel (poco) che ho visto

Altro appuntamento giornaliero, altra Top10. Si parla, questa volta, di telefilm. Chi avrebbe detto che guardo pochissime – be', poche – serie tv? Me ne sono reso conto stilando la mia lista. Ho seguito pochissime novità e, perlopiù, ho proseguito con vecchie conoscenze e segreti guilty pleasure. Mai seguiti Games of thrones e The Walking Dead, ma mi rode essermi perso cose come Fargo, Master of Sex, Sons of Anarchy. Ho visto la luce giusto in estate, quando mi sono concesso la prima stagione di Breaking Bad e, tra esami e corsi, sono fermo ancora a quella. In lista, però, Orange is the new black: sono indietro, ma in base a quei tredici episodi che ho visto... una sorpresona. Propositi per il nuovo anno? Terminare Breaking Bad, per forza, e parlarvi di ogni singola stagione; abbandonare serie che mi trascino svogliatamente da un po'; ampliare a dismisura la lista di cosa vedere. Tornando al mio resoconto... Primo in lista a parte, sono più o meno in ordine sparso. E cioè, notate che sciccheria. Non facevo collage da... mai... e mentre la gente normale dormiva, io ritagliavo e inventavo categorie su categorie. Ne avevo pensate di più, ma avrei dovuto fare altri collage. I miei occhi, le mie mani, il mio computer si rifiutavano. Tutto è stato, per me, abbastanza facile e scontato. Le mie preferenze le so da sempre. L'indecisone giusto per la migliore attrice: ho scelto così perché Orphan Black mi ha stancato un po' e perchè Emmy Rossum è sempre stata eccelsa; la Green – indemoniata, seducente, vestitissima – è la mia rivelazione. Ditemi la vostra. Un salutone a voi. 
Ps. Notate i titoli delle categorie? Tutti a tema musicale, eh eh. E se le canzoni sono trash – tipo la canzone più brutta dell'anno per parlare delle donne più belle dell'anno – pure meglio.
 

1. True Detective: Era appena iniziato il 2014 quando, al debutto di un serial, già si parlava di serie dell'anno. Non si attendevano smentite. Sulla HBO, la perfezione.
2. Shameless IV: Un Settimo cielo per peccatori. Generoso, viscerale, squallido: uno splendore che fa male alle orecchie e bene al cuore.
3. Please Like me: Un colorato, esilarante, acuto racconto di formazione sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. La mia serie rivelazione dell'anno, davvero. 
4. Orphan Black II: L'apatia all'inizio, ma un season finale con una miracolosa Maslany quintuplicata. Movimentato, surreale: una seria(le) dipendenza.
5. Penny Dreadful: Erotico, gotico, incantatore: la seduzione degli orchi. Eva Green è una dea.
6. Hannibal II: Barocco, eccedente, ricercato. Un bagno di sangue, per una serie che è la yakuzi dei bagni di sangue. C'è l'omicidio come forma d'arte. La morte è poesia.
7. Orange is the new black: Uno spettacolo contro i luoghi comuni; totalmente interessante, sempre vero. Un microcosmo senza sbavature al centro esatto della commedia e del dramma.
8. The AffairL'erotismo elegante, la passione irrefrenabile, i diritti e i doveri di ogni coniuge, il giallo, due versioni. Un' ordinaria storia di tradimenti e sofferenze che ha più di un mistero... ma l'amore è il più antico.
9. Faking It: MTV sforna un'altra chicca. Venti minuti di spasso, risate, gioventù e bugie. Una sit-come per chi alle sit-com non va appresso. 
10. You're the worst: I clichè? Li usa e li getta, li bacia e li mangia, con l'aiuto di un cast a sorpresa e di uno script brillante, ma monotono. Una commedia che non diventa mai rosa. 

Migliore attore protagonista:
1.True Detective - McConaughey; Harrelson
2.Hannibal - Hugh Dancy; Mads Mikkelsen
3.Vicious - Ian McEllen; Derek Jacobi
Migliore attore non protagonista:
1. Shameless - Noel Fisher
2. Hannibal - Michael Pitt
3. American Horror Story - Evan Peters
Migliore attrice protagonista:
1. Penny Dreadful - Eva Green
2. Shameless – Emmy Rossum
3. Orphan Black - Tatiana Maslany
Migliore attrice non protagonista:
1. American Horror Story – Sarah Paulson
2. Mom - Allison Janney
3. Please Like me - Debra Lawrence



Sono una muchacha troppo sexy:
1. True Detective – Alexandra Daddario
2. Dal tramonto all'alba – Eliza Gonzàlez
3. Faking It – Rita Volk, Katie Stevens
Bello impossibile:
1. The Fall – Jamie Dorman
2. True Blood – Alexander Skarsgard, Ryan Kwanten
3. The Affair – Dominic West, Joshua Jackson
Nice to meet you, where you been?:
1. The Affair – Ruth Wilson
2. Salem - Janet Montgomery
3. The Fall – Jamie Dornan
Sing!:
1. AHS Freak Show – Jessica Lange (Life on Mars)
2. Selfie – Karen Gillian (Chandelier)
4. Bates Motel – Vera Farmiga (Maybe This Time)
Psycho Killer:
1. AHS – Elsa Mars
2. Revenge – Victoria Grayson
3. The Following – Joe Carroll
Oops, I did it again!: 
1. Revenge
2. Devious Maids
3. The Vampire Diaries
Hot Stuff:
1. You're the worst
2. Shameless
3. Penny Dreadful
What the hell! [Spoiler: i momenti boh]:
1. Penny Dreadful – Josh Hartnett si limona Reeve Carney
2. Revenge – Il ritorno del “Conte di Montecristo”
2. AHS Coven – La morte di Taissa Farmiga
We're Never Getting Back Togheter:
1. Sleepy Hollow
2. Once Upon a Time 
Don't Leave Me This Way:
1. Selfie
2. Red Band Society
3.Manhattan Love Story

mercoledì 25 giugno 2014

I ♥ Telefilm: Delirium, Orphan Black, Faking It, The Vampire Diaries

Ciao a tutti, amici. Dopo qualche giorno di turbolenza, su Blogger, tutto sembra essere ritornato alla normalità, finalmente. E chi ci sperava? Oggi, nuovo appuntamento con I Love Telefilm. Vi parlo di tre serie che si sono appena concluse, già rinnovate per l'anno prossimo, e del pilot “prova” di Delirium, potenziale serial ispirato alla trilogia di Lauren Oliver, che da queste parti era piaciuta parecchio, se ricordate. I quattro commenti, vedrete, sono brevissimi e senza spoiler. Ci sentiamo presto. A giorni vi parlerò del bellissimo libro che ho in lettura, infatti. Un abbraccio, M.

Delirium
Il pilot 1x01
In realtà non lo aspettavo. Non più. Il pilot di Delirium. Qualche anno fa, adoravo la trilogia di Lauren Oliver. Poi, questo inverno, dopo la mezza delusione dell'ultimo capitolo, ho smesso. I bei momenti dei primi due volumi rivalutati, purtroppo, alla luce dei pochi avvenimenti dell'ultimo. Era da un po' che era in programma una serie TV ispirata alla saga distopica targata Piemme. Dopo Divergent e Hunger Games, come lasciarsi scappare l'occasione? Stroncata sul nascere, la serie non ha mai visto la luce. Poco male. Avevo visto qualche spezzone qui e lì e mi sembrava pessima. Non so dove, non so quando, la casa di produzione ha rilasciato l'unico episodio girato. Ho dato un'occhiata. E non l'ho trovato male: mi aspettavo decisamente peggio. Nel primo – ed unico, molto probabilmente – episodio, si fondono il tema portante di Delirium, i perché del Veleno sulle labbra, i personaggi secondari di Chaos. Alle saghe non sto tanto appresso e, personalmente, quando si parla di trasposizioni, non trovo disturbanti i cambiamenti: sono ragionevolissimi, checchè ne pensino i fandom. Con il poco tempo a disposizione, il regista ha fatto il possibile. La sceneggiatura è un minestrone di cose che non crea troppa confusione. Per essere quelli di un distopico, gli scenari sono troppo puliti. Patinati. Sfarzosi. Comuni. Come anche i dialoghi: quelli del più classico dei teen drama in circolazione. Il cast è improvvisato e un po' male assortito. Ebete il Julian di Gregg Sulkin, con i maglioni a V e le camicie che sottolineano didascalicamente il suo essere il bravo ragazzo della storia; una Hana bruna, rotonda, civettuola quella di Jeanine Mason; distaccato antagonista Billy Campell, un Alex fuori parte quello impersonato da Daren Kagasoff. Troppo cresciuto, lui. Adulto, stonato, accanto alla delicata Emma Roberts. Candida, piccola, convincente come suo solito. Ecco, lei sarebbe stata un'ottima Lena. Tutt'altro che inspiegabile, dunque, la cancellazione prematura della serie: arrangiaticcia. Una storia che parla della potenza dell'amore, senza potenza. Senza amore. Quaranta minuti della mia vita, però, avrei potuto sprecarli peggio. Ho visto primi episodi peggiori, e le serie sono ancora in circolazione: poco ma sicuro. (5,5)

Orphan Black
II Stagione
Interessantissimo Orphan Black. Uno dei ritorni sui palinsesti che più attendevo, in questo 2014 di novità, vecchie conoscenze, pilot morti sul nascere. L'anno scorso mi aveva ipnotizzato. Con un cliffhangher inserito ad arte, era finito. Avrei dovuto aspettare un anno. Eppure il tempo è passato. La seconda stagione di Orphan Black è iniziata velocemente e velocemente è finita. Le serie che mi piacciono durano troppo poco: devo fare qualcosa, devo farci il callo. Che dico a fare che mi è piaciuto? L'ho trovato originale, ben diretto, impeccabile. Al solito. Però c'è un però. La prima stagione era un'altra cosa. Lo sottolineo: secondo me. Tutti sembrano aver apprezzato di più la seconda, che nonostante le sue genialità varie non mi ha entusiasmato quanto avevano fatto quei dieci episodi introduttivi: con loro era scoppiata la scintilla. Ho seguito questa nuova stagione, con curiosità e piacere, ma senza colpo di fulmine. Mi sono divertito, alcune cose continuano a sorprendermi come fosse la prima volta, ma non ci ho trovato chissà quale voglia di cambiamento. Non dico miglioramento. Orphan Black era già perfetto così, anche se la perfezione dicono non sia di questo mondo... E della tv via cavo. Resta uguale a sé stesso, si gioca le solite carte. Alcune svolte avvincono, alcune sottotrame le segui con scarsa attenzione. Quando non c'è lei sulla scena ti spegni, e ti senti giustificato a farlo. Orphan Black è una fantascientifico varietà del sabato sera: il Tatiana Maslany Show. Quant'è bella Tatiana Maslany. E quant'è brava. Un camaleonte, una trasformista, una caratterista eccelsa. Non so dove si nascondesse prima. Sarà un esperimento di laboratorio? Impersona qualcosa come otto, dieci personaggi e lo fa utilizzando qualcosa come otto, dieci accenti diversi. E' una fuggiasca con l'accento british, una casalinga disperata, una tenera assassina russa, un'algida donna di scienza, perfino un transgender. Orphan Black è fantascienza, è noir, ma – completo – regala anche siparietti comici fortissimi. Ci pensano Felix (l'esuberante amico gay della protagonista), il goffo Donnie (marito della “disperate housewife” più fuori del pianeta), la letale e tenera Helena (capelli ossigenati, cicatrici insanabili a forma di ali, nemici ad ogni angolo, la cotta facile e il bene verso la sua sestra, Sarah, che ha tentato di ucciderla, una volta... o cinquanta). Movimentato, ironico, surreale, sexy, il serial della BBC Canada si conferma una seriale dipendenza. Notevole il season finale, con i cloni che danzano tutti insieme in una sequenza indimenticabile –  con una miracolosa Maslany quintuplicata – e una rivelazione che mette altra carne a fuoco. Parecchia. E io che mi lamentavo perché ci vedevo una certa apatia. Poca voglia di fare... (8)

Faking It
I Stagione
In una scuola americana in cui tutto è sottosopra, è la diversità ad essere premiata e non sbeffeggiata, mentre la normalità sa di noia. Karma e Amy – in questo strano panorama adolescenziale da allegra distopia – sono amiche da una vita che il mondo ignora. Carine, ma poco interessanti. Quando si baciano in pubblico e fingono di essere una coppia tutti le vogliono. La loro finta omosessualità le mette sotto la luce dei riflettori e, da anonime sedicenni, diventano le stelle del liceo. Peccato che fingano. Peccato che Amy non finga poi tanto: quel bacio sulle labbra, dato mentre tutti guardavano, l'ha turbata non poco. E inizia a pensare a Karma tutto il giorno. S'innamora della sua migliore amica e non glielo dice. Ora che Karma ha conquistato il ragazzo dei suoi sogni, ora che tutto va per il verso giusto, non vuole perderla. No. MTV sforna un'altra chicca: Faking It. Venti minuti settimanali di spasso, risate, gioventù e piccole, grandi bugie. Una sit-come per chi, come me, alle sit-com non va tanto appresso. Brioso, a metà tra il paradossale e il realistico, Faking It è una commedia brillante, con i toni pungenti e irresistibili di Easy Girl. Sembra stupido, ma non lo è. E nemmeno irrispettoso. Con allegria e intelligenza, gioca con le relazioni, il liceo, la sessualità, la confusione giovanile e punzecchia da vicino quelle star americane che dell'ambiguità sessuale hanno fatto la loro fama. Il segreto sta in uno script ben pensato, in episodi generosi di sorrisi, in una galleria di personaggi assurdi ed esilaranti. Il triangolo “lui, lei, l'altra” si anima con le facce belle dei tre protagonisti: un imbabolato Gregg Sulkin (dopo Delirium, ecco che si riparla di lui!) che fa sogni e incubi su una maliziosa cosa a tre; una inconsapevolmente sexy Katie Stevens; una Rita Volk da tenere d'occhio – bellissima, simpatica, sveglia. Difetti: gli otto episodi. Troppo pochi. Ho visto l'ultimo senza aver capito che fosse l'ultimo. Ci rifaremo con una sicura seconda serie. Speriamo soltanto che conti più puntate. Non annoia mai. (7+)

The Vampire Diaries
V Stagione
Credo di essere diventato immortale anch'io. Perché seguo The Vampire Diaries da troppi anni. Davvero. Quanti? Finirà mai? Dai primi tempi è cambiato non poco: lo tollero per quello. Vedo che c'è impegno a tirar fuori sempre storie nuove; vedo che i protagonisti sono maturati. Non vi so dire cosa sia successo nella serie precedente, o cosa sia successo – pensate un po' - all'inizio di questa. Però lo guardo. Sicuramente mi avevano diverito, quegli episodi; certamente mi avevano appassionato. Altrimenti l'avrei abbandonato senza troppe smancerie. Mystic Falls continua ad essere calamita per il soprannaturale. Un originale meccanismo – sempre soprannaturale – mi ha aiutato, inoltre, a superare la mia insofferenza verso Elena Gilbert. Io pensavo di detestare Nina Dobrev in persona, e invece no. Perché nei panni della malefica Katherine la trovo seducente e frizzante, in quelli della protagonista una gatta morta terrificante. Si mette puntualmente in pericolo, puntualmente rischia di spezzarsi l'osso del collo, puntualmente vuole provarci con i fratelli Salvatore. Sookie Stackhouse, in casa HBO, avrebbe già combattuto le rivalità tra parenti a suon di sì all'amore, non alla guerra. Probabilmente, con un'orgia in famiglia si sarebbero risolti tutti i dissapori. Steve R. McQueen, da adolescente sfigatello e timido, mi è diventato pompato come The Rock – e un The Rock emo; Kat Graham è l'inutilità in persona, resuscitata più volte di... di... non lo so; Candice Accola, adorabile. Ian Somerhalder recita e si pavoneggia. Sgrana gli occhi blu, va in giro con magliette e pantaloni attillati, aspetta di essere convocato nel sequel di Magic Mike. Il suo cavallo di battaglia: guardarsi la punta del naso. Il risultato pare che piaccia alle ladies. Meglio Paul Wesley, che trovo cresciuto di stagione in stagione. Non male il finale. Tra Sleepy Hollow e Supernatural, è ben studiato. Per le fan, troppo crudele. Non disperate: lo sapete, in The Vampire Diaries si muore un giorno e si resuscita il successivo! A manovrarne i fili, lo stesso Kevin Williamson di The Following: anche lì, tanti aspiranti Lazzaro. Stesso discorso fatto per Revenge, insomma: alti e bassi, discreti picchi e abissi, ma – ehi! - siamo in presenza di gente immortale. Hanno tempo. (6,5)

venerdì 28 luglio 2017

Celebrating King | Le paure con (e dopo) IT


Buongiorno, amici. Come state? Oggi post diverso dal solito – una tappa di un blog tour, anche se ai blog tour sapete che poco sto appresso. L'eccezione: Stephen King. L'autore che mi ha iniziato alla lettura, una dozzina di anni fa, torna in libreria con la preziosa ristampa di IT. Sono passati trent'anni dalla sua pubblicazione e a ottobre, dopo la mediocre miniserie diventata in fretta cult, è atteso in sala il primo capitolo della duologia di Andrés Muschietti. La rilettura s'ha da fare: è nell'aria da un po'. Oggi, dopo ClarissaElisa Luigi, è il mio turno di parlarvi di Pennywise. Si parla di paura, in particolare, e della paura dopo IT. Sulla scia del pagliaccio assassino, ombra minacciosa sullo sfondo del più straordinario dei coming of age, chi ha provato a farci saltare dalla poltrona? Chi ha reso inquietanti i bambini, le donne velate, i programmi per l'infanzia e la sindrome da abbandono? Vi accompagno perciò in una veloce carrellata, tra must, prodotti di un piccolo schermo mai così grande, giovani leve e film festivalieri. Vi do, in questa estate noiosissima, qualche scusa buona per non uscire di casa e, magari, darsi ai recuperi. Galleggiate con me?

Instant cult.
Gli anni '80 e '90. I più rimpianti e vagheggiati. Tra le altre cose, la miniera d'oro del cinema horror. Il Michael Myers di John Carpenter, una maschera inespressiva e il coltello affilatissimo, colpiva già un decennio prima: un'infanzia in cui si nascondono le prime turbe, l'ossessione di una sorella da braccare, una natura a metà tra l'umano e il bestiale. L'incubo, semmai è finito, arriva fino ai giorni nostri – Rob Zombie, qualche anno fa, ne ha dato una rilettura personale e scabrosa, in due capitoli non troppo apprezzati. Un'altra icona a cavallo degli anni e delle generazioni, un altro mostro destinato a spauracchi e remake: Robert Englund è Freddy Krueger. Giardiniere dal maglione a righe, arso vivo dalla vendetta di un gruppo di genitori addolorati. Ha ironia da vendere, artigli aguzzi, colpisce negli incubi: perdere il sonno è la via. Non ci si sposta dal ricordo dell'indimenticato Wes Craven, spaventoso con ironia. E la saga di Scream, che ha ispirato una felicissima reunion e una blanda serie targata MTV, ora celebrata e ora parodiata, sta a Hallowen – e, in generale, alle visioni a tema – come il panettone a Natale.


Dall'oriente con terrore.
Qualche fantasma viene da lontano. Ha gli occhi a mandorla, parla giapponese. Vedasi la presenza che infesta The Ring, classico orientale che ha ceduto – e non a torto – alla tentazione della lingua inglese. Raccontata nei romanzi di Koji Suzuki, Samara è un mistero nascosto dietro una cortina di capelli nerissimi: bambina infelice, tacciata di crudeltà, è stata destinata alla peggiore delle morti. Sigillata in un pozzo, al centro di un bosco. La sua vendetta viaggia sulle VHS e attraversa i vecchi tubi catodici. Chiunque abbia una televisione, nei primi anni Duemila, trema. 


La paura a puntate.
Incontrarla, la paura, facendo zapping. Da bambino erano gli appuntamenti fissi con Piccoli brividi, da grande le maratone di American Horror Story, l'attesa del nuovo Stranger Things, l'occhio curioso verso il sottovalutato Channel Zero. La serie antologica di Ryan Murphy, quest'anno, compie sette anni: quale sarà il tema, ci si domanda, se abbiamo avuto le ville infestate, i manicomi confinanti con l'Area 51, le streghe di New Orleans, il freak show, gli hotel assiepati di vampiri glamour, il mistero della colonia scomparsa di Roanoke? Eleven, erede segreta delle migliori bambine prodigio di King, fuggirà dal Sottosopra e si scontrerà con qualcosa di peggiore del passato Demogorgone? Infine, tornate sui vostri passi e concedete una possibilità alla prima stagione di Channel Zero: una serie, per quanto imperfetta, capace di una profonda suggestione. Si attinge ai creepypasta, i penny dreadful nell'era del digitale. Uno scrittore torna a casa, e qui fa i conti con la morte del fratello gemello, omicidi che riprendono da dove si erano interrotti e, soprattutto, un misterioso programma per bambini (fanno paura i pagliacci, ma non sottovalutate le marionette) che è l'ultima cosa che incrocerai, se un mostro fatto di denti umani bussa alla porta.


A casa di James Wan.
James Wan è la promessa indiscussa di un genere che non osa più. Giovanissimo, ha una mano riconoscibile – i film diretti da lui si indovinano a mille miglia: quanta cura, quanta eleganza nel rimaneggiare i cliché – e un intero mondo cinematografico in costruzione. I suoi film, le sue creature, si parlano tra loro. In The Conjuring, i coniugi Warren (cacciatori di misteri tra l'altro realmente esistiti) si imbattono prima in Annabelle, inquietante bambola di ceramica, poi nell'orrida suora di cui al momento poco si sa. Prequel e spin-off sono alle porte. Si chiama Lipstick Face, invece, il diavolo che tortura il bambino di Insidious, rimasto intrappolato in un viaggio astrale. Maestro dei sobbalzi, delle entrate in scena a sorpresa, si nasconde dietro una porta rossa, anticipato dall'inquietante Tiptoe Through The Tulips – canzone degli anni '20 con un motivetto innocuo e, tra le righe, cenni ributtanti agli abusi infantili.


Tra le righe, e negli armadi, del cinema indie.
Le sorprese più grandi, i messaggi più profondi, vengono dal circuito indipendente. Dove i mostri nell'armadio sono metafora di qualcos'altro, di mali autentici. Dove, in un insolito clima festivaliero, l'horror si scopre impegnato. E' il caso di The Babadook e Under the Shadow, in cui i mostri sono metafore da interpretare. Il primo, film d'esordio dell'australiana Jennifer Kent, salta fuori da un libro per bambini balbettando ossessivamente null'altro che il suo nome. Ha un cappello a cilindro, le mani lunghissime, una bocca grande per inghiottirti meglio. Terrificante, e protagonista forse del film di genere più bello degli ultimi anni, bracca una vedova e il suo unico figlio. Ricorda loro l'assenza della figura maschile, il peso del dolore: se non condiviso, se non nutrito, si mangia te. E quello che ti rende buono. Viene dall'Iran, invece, una storia di bombardamenti e case mal sicure. Un'altra mamma, un altro figlio: un'altra presenza che non è quello che sembra. I fantasmi non indossano più lenzuola con i buchi per occhi, ma il burqa. E fanno un ritratto originale e doloroso, per quanto non sempre fruibile, dell'essere donne – e ribelli – nella Tehran sotto assedio.

venerdì 27 ottobre 2017

Mr. Ciak - Speciale Halloween: 1922, It Comes at Night, Leatherface, Annabelle 2, Berlin Syndrome

Il sommo Stephen King ha potuto soffiare sulle sue settanta candeline con la pace nel cuore. Quest'anno, l'autore horror storicamente maltrattato nel passaggio dalla carta alla pellicola è stato infatti fortunatissimo. Non soltanto un It all'altezza delle aspettative, infatti, a scacciare i prevedibili flop di The Mist e La Torre Nera. Complice Netflix, hanno gridato lunga vita al Re prima Mike Flanagan, poi questo 1922 uscito all'ombra del più pubblicizzato Pennywise. Ispirato a un racconto non di mia conoscenza, il film del promettente Zak Hilditch è la tragedia americana che forse non ci si aspetta. Un irriconoscibile Thomas Jane, uomo avido e tutto d'un pezzo, sgozza Molly Parker con la complicità del figlio adolescente. Se la moglie sognava la di città, i negozi alla moda, i protagonisti – strenuamente legati a una terra che neanche era la loro, a relazioni di buon vicinato che purtroppo non passeranno l'inverno – salvaguardano quella loro esistenza umile, dimessa, a costo della vita altrui. Il cadavere della donna di casa è lì, che si deteriora nel pozzo. Il tarlo dell'ossessione somiglia a un'orda di ratti che si riversano dagli interstizi e dalle tubature. Rosicchiano i nervi, tormentano le anime. Tutto precipita, e la violenza chiama violenza. Non se ne esce: mai. Il bene che fai porta fortuna, si dice. E il male? Dramma della coscienza lugubre e marcescente, che di horror ha soltanto i picchi della colonna sonora e le significative visioni di morte, 1922 è il King rètro che aspettavamo senza ansie. A tratti, eppure, sembra John Steinbeck. Di uomini e topi si parla, letteralmente. E della confessione senza fondo di un uxoricida messo a dura prova dagli agenti atmosferici e dal senso di colpa, in un quattro lunghe stagioni che, mentre sei impegnato a contarle, ti rubano sotto gli occhi i membri della famiglia – uno per uno – e l'illusione fantasma della prosperità. (7)

Un padre, una madre, un figlio. La minaccia del bosco e, quando il sole picchia, passeggiate con i fucili puntati. Contro un misterioso contagio che ha condotto gli Stati Uniti alla rovina, si resiste facendo affidamento alle leggi della famiglia e alle maschere anti-gas. Finché non bussa un estraneo, sano come un pesce, che propone una proficua collaborazione: si trasferisce lì con bambino e consorte. La convivenza mette a confronto due mondi, due coppie unite contro lo stesso pericolo senza nome. Come in un film di Shyamalan, tra gli alberi fruscia un male che non si svela mai. Il cane, intanto, latra. It Comes at Night, realizzato con costi ridotti e un cast esiguo (segnalo la presenza di Joel Edgerton, burbero patriarca, e Riley Keough, ospite così bella da spingere a pensieri maliziosi l'adolescente di casa), è un survival festivaliero girato in gran segreto. La critica americana parlava di Trey Edward Shults con un senso d'attesa parzialmente ingiustificato e paragoni esaltanti ma ingannevoli. Per quanto solido e ben scritto, assolutamente apprezzabile, il suo è un film senza grandi misteri, con la sintassi consueta del cinema indie e le ambientazioni di Into the Forest e Z for Zachariah – prodotti forse meno significativi, ma con gli stessi ritmi lenti, spaccati psicologici di insindacabile accuratezza e un'amarezza diffusa. Cosa succede se, in un cottage con le finestre sbarrate e le assi alla porta, in realtà è notte anche in pieno giorno? Fanno il loro ingresso il disagio, lo stare fissi sul chi va là, e non c'è arma che possa proteggerti dal sospetto dell'altro e dagli equilibri che, inevitabilmente, la novità della convivenza infrange. La paura dell'esterno li confina in un ambiente teso, claustrofobico, in cui il mostro è un loro simile. Riflessioni sparse, non troppo originali ma mirate, di un horror psicologico (o meglio, sociologico) che diventa prima campo di battaglia tra il dentro e il fuori; poi guerra civile che, in pochi metri quadri, logora e divide. (7)

Ricevere una motosega come regalo di compleanno. E, tra gli applausi e le incitazioni dei parenti, metterla in moto e rivolgerla contro il primo malcapitato. Piccoli assassini crescono, nell'ennesimo film ispirato ai mostri del compianto Tobe Hooper. Ci si guadagna, così, una scontata adolescenza in un ospedale psichiatrico, nonostante il gran scalpitare della matriarca Lili Taylor. E da quell'istituto che non disprezza l'elettroshock e le maniere forti, una notte, si scappa in tanti con un piccolo pretesto, trascinandosi dietro un'infermiera costretta suo malgrado a fidarsi del più docile tra loro. La struttura on the road e i personaggi depravati, trucidi, ricordano il primissimo Rob Zombie o Robert Rodriguez. Sulle loro tracce, gli agenti Stephen Dorff e Finn Jones – senza troppe sorprese, più selvaggi e cattivi della gang di psicopatici in libertà. C'è un interessante cambio di rotta nel momento in cui prima si invertono i ruoli di potere, poi cambiano bruscamente le preferenze dello spettatore. Gli inseguitori diventano inseguiti, o viceversa. I cattivi tenenti del profondo Texas degli anni Sessanta ci tentano, quasi, con il crimine preferito alla legge. Leatherface, film a sé sul primo amore e la cruenta adolescenza del membro più famigerato della famiglia Hewitt, è un horror dalla parte dei cattivi. Reboot trascurabile, sì, ma con la mano pesante dei registi del cult francese A l'interieur. Più europeo che americano: sporco, con sangue a fiumi, necrofilia e una trama che abbozza perfino un colpo di scena, nel tirare le conclusioni. C'è del buono, insomma, nel cattivo gusto di Alexandre Baustillo e Julien Maury. Adesso, prego, apritegli porte che non somiglino più a questa qui. (5,5)

Il prequel di uno spin-off: pessime premesse, e invece... Come il dignitosissimo Ouija 2con cui ha in comune, oltre alla cura degli interni e al fascino della ricostruzione storica, anche la presenza della piccola Lulu Wilson –, Annabelle: Creation sceglie atmosfere vintage e gli anni Cinquanta. Ci sono una casa di campagna, una famiglia addolorata per la perdita dell'unica figlia, uno spettro che utilizza il lutto e un'inquietante bambola di porcellana come canale. Ne viene fuori un horror classico, derivativo, certamente perdibile, che ha il pregio di saper cosa fare dei silenzi, dei coni d'ombra, del suo assurdo senso di attesa. Cosa si muove negli angoli bui? Perché i bambini, candidi e vulnerabili, sanno risultare eppure tanto inquietanti? Fedele alla mitologia a cui ha dato il via James Wan che qui si limita a produrre, ma presta il suo sguardo al Sandberg dell'orribile Lights Out –, il prequel gioca con lo spazio filmico e tutti i cliché del caso. Ecco le luci ballerine, i montacarichi tremolanti, le storie di fantasmi sotto le coperte, un pozzo nero in cui si rischia di essere tirati giù; le rarissime concessioni allo splatter e, nonostante la pochezza della trama, una cura che ipnotizza lo spettatore più attento alla forma che alla sostanza. Creation si prende il suo tempo. Troppo, forse, per approfondire le storie – melense, a tratti – di un gruppo di sfortunate orfane dickensiane. Troppo poco per chiudere il cerchio o colmare le falle. Fa sobbalzare, ma non spaventa. Convince ugualmente, se la paura è sopravvalutata e ci si accontenta di altro. Qualcuno, infatti, ha confezionato per Annabelle – vedasi la cura del comporto tecnico, l'eleganza degli interni, la studiata suggestione che si annida nei segreti dei campi lunghi – un gran bel pacco regalo. Scartatelo in fretta. Prima che Halloween e la voglia di accontentarsi passi in fretta. Prima che l'orrida bambola, impaziente, trovi da sé uno strappo attraverso cui tormentarvi. (6,5)

Una turista australiana con lo Reflex al collo incontra un ragazzo di quelle parti, rispettabile professore di inglese. Siamo nella stessa Germania affascinante e sgranata di quel Victoria girato d'un fiato. Berlin Syndrome, presentato in anteprima al Sundance e immancabilmente al Festival di Berlino, sembrerebbe un boy meets girl di quelli che tanto mi piacciono. Si passeggia chiacchierando, ci si conosce ingannano il poco tempo a disposizione. Teresa Palmer e Max Riemelt (sì, proprio il biondo del compianto Sense8) sono belli, bravissimi, presi. Lei sta per tornare a casa e lui, innamorato già al primo sguardo, vorrebbe che restasse. Nessuno ti potrà sentire, le sussurra al culmine della passione. Un invito ad abbandonarsi al piacere, o una minaccia? Berlin Syndrome sembrerebbe una rilettura europea, indipendente, di un'Attrazione fatale a rovescio. Riemelt la chiude in casa, la lega alla testiera del letto e, dopo un tentativo di fuga, le spappola le dita. Sembrerebbe, ancora, un rape and revange: ci sono le violenze fisiche e psicologiche, infatti, e il desiderio costante di insorgere. Il thriller di Cate Shortland è niente di tutto ciò, ma anche tutte e tre le cose insieme. Ha un occhio interessante, due ottime performance, un sociopatico dal profilo insolito – rispettato dai suoi studenti, popolare tra i colleghi, premuroso con il padre morente. Fa sì che lei abbia bisogno di lui, che diventi il suo mondo: usando ora la carota e ora il bastone, ammaestrandola. Il sesso non sembra più stupro. La cattività appare una scelta di vita. Accurato e sottile, Berlin Syndrome è però di una lentezza e una ripetitività snervanti. Una prigionia resa nel dettaglio, troppo? Difetti grandi e piccoli di una regia a lungo indecisa tra il dramma e la vendetta? (6)