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It, Stephen King. Sperling & Kupfer. € 21, 90, pp. 1216
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Quei
romanzi che cominci senza sapere quando li finirai.
Quelli
enormi, che stanno a stento nella borsa del mare o compressi fra i
pensieri – ma solo d'estate puoi trovare il tempo e la pazienza
necessarie, il coraggio nelle ore di luce più lunghe. Troppo famosi
per parlarne come se niente fosse, troppo belli per dovervi convincere a parole.
Quale
bambino nato tra gli anni Ottanta e Novanta, in un giorno di pioggia,
non è mai inciampato nella grata da cui sporgono gli artigli del
mostro che indossa la brutta faccia di un clown? Chi non ha
soggiornato nella lugubre Derry per il tempo di un incubo a occhi
aperti? Faccio parte dei lettori che sono stati iniziati alla lettura
da Stephen King. Del ricordo di It, però, possedevo immagini
confuse. Flash di un iconico Tim Curry e passaggi di un libro che un
po' per pigrizia, un po' per incostanza, da ragazzino avevo
letto discontinuamente. Galeotte la bellissima
ristampa e l'attesa per il film di prossima uscita, questa volta
non avevo né fretta né paura. La rilettura, se di rilettura si può
parlare, è durata più di due settimane. Il blog taceva, i ritmi
rallentavano e l'estate finiva, appresso a un mattone truce ma
emozionantissimo che monopolizzava gli spazi e le ore. Ci ho
scherzato sopra nell'attesa dell'ultima pagina: la speranza di
ritrovarsi dal nulla bicipiti grossi così, a furia di sfogliare e
sfogliare, e la vita percepita come quell'ammasso informe di cose che
ti capitano tutt'intorno, mentre entri a pieno titolo nel Club dei
Perdenti (fiero di esserlo, sì) e li aiuti a costuire dighe, botole,
pallottole d'argento; a cacciare i mostri grandi e piccoli che
attentano all'innocenza.
Se
qualcuno gli avesse domandato: «Ben, ti senti solo?» avrebbe
osservato quel qualcuno con sincero stupore. L'ipotesi non gli era
mai balenata. Non aveva amici, ma aveva i suoi libri e i suoi sogni
[...] Se si sentiva solo? avrebbe forse ripetuto, sconcertato. Come?
Cosa? Un bambino cieco dalla nascita non sa nemmeno di essere cieco
finché non glielo dice qualcuno. Anche allora si crea un concetto
perlopiù accademico di che cosa possa essere la cecità. Solo chi ha
perduto la vista può averne un'idea chiara. Ben Hanscom ignorava il
significato di solitudine, perché quella era da sempre l'unica
dimensione della sua vita.
I
protagonisti sono sette, e hanno l'età giusta per immaginare tigri a
spasso nei cannetti, piranha negli acquitrini, tesori sepolti nelle
discariche. Vivono nell'immaginaria Derry, tutta un gorgogliare di
tubi e di eventi sospetti, e non hanno vita facile. A undici anni,
credono ciecamente che saranno amici per sempre, che la legge del
silenzio non li renderà schiavi e che il bene vincerà ogni male. Ci
sono Bill che tartaglia, Ben e i suoi chili di troppo, l'ipocondria
di Eddie, le imbarazzanti imitazioni di Richie, le origini ebraiche
di Stanley, la pelle nera di Mike, i lividi sotto i ricci ramati di
Beverly (l'unica femmina del gruppo, di cui sono inevitabilmente tutti un po' cotti). Si sono trovati complici, stretti
contro la prepotenza del prossimo. Hanno esorcizzato la paura ribattezzandola con un
semplice pronome neutro: sfidano con l'incoscienza dell'età,
così, un male da stanare nelle radici stesse del paese. Da
chiamare per nome, coraggiosamente. Come hanno sconfitto la prima
volta l'entità primordiale e poliforme, forse piovuta dai confini
dell'universo, che adescava le sue vittime con un mazzo di palloncini
colorati e omaggiava gli horror fantascientifici in sala negli anni Cinquanta? I Perdenti se lo domandano adesso, cresciuti e con ricordi
vaghi, quando una telefonata li richiama dove tutto ha avuto inizio:
It si è svegliato, loro sono gli unici a sapere come annientarlo.
Anche se hanno un tassello in meno. Anche se crescendo hanno perso la
loro alchimia. Anche se rividersi in un ristorante cinese, e fare una
conta dei capelli in meno e delle rughe in più, fa sì che il tempo
scorra al contrario e che i Barren, quartieri di canali di drenaggio e
battaglie di pietre, si parino minacciosamente all'orizzonte. Ma perfino la minaccia sa di malinconia, a tavola, e le emozioni negate riaffiorano.
Allora
vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l'ultima luce si
spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo... ma non dal
desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che
credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi
quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e
cerca di continuare a sorridere. Trovati un po' di rock and roll alla
radio e vai verso tutta la vita che c'è con tutto il coraggio che
riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii
valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.
Più
del fiato corto per l'inquietudine (trent'anni dopo, proviamo ancora un timore reverenziale), più di una sincera stanchezza sopraggiunta verso l'epilogo
(troppo visionario, sbrodolato a tal punto da introdurre la scena di
un'orgia rituale di pessimo gusto), di It
– esperienza densa
e infinita, assolutamente da fare, benché sia un altro il Re che amo senza riserva alcuna – ricorderò i sorrisi stupiti di chi si
perde e poi si ritrova; la meraviglia nascosta dietro l'angolo.
L'angoscia corre, ma una bicicletta soprannominata Silver di più.
L'infanzia passa e si dimentica, gli amici mai. E preferirò
dimenticare qualche capitolo non indispensabile, io, la fatica al
giro di boa, tenendo bene a mente i miracoli di quel candore, il
ghigno di una città dannata, le risate che scoppiano contro la paura
inconcepibile di morire giovani. It parla
di un'epoca, dei riti di iniziazione di qualche estate fa, della
tragedia di crescere perdendo l'immaginazione. Quella che rende il
mostro reale e affamato. Quella che può trasformare gli inalatori in
armi infallibili e far luce oltre il buio delle nostre palpebre abbassate.
Ma
in verità i mostri vivono di fede, no? Mi sento trascinato
irresistibilmente verso questa conclusione. Il cibo può essere la
vita, ma la fonte del potere è la fede, non il cibo. E chi più di
un bambino è capace di un atto di fede?
Come
i Perdenti, da oggi mi sforzerò di dimenticare anch'io le insidie di
Derry. Farò ritorno tra ventisette anni, magari. Quando tornerà l'asma,
la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti
di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia
bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di
traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre.
Laggiù, dove eppure si va per morire.
Il
mio voto: ★★★★½
Il
mio consiglio musicale: Peter Gabriel - Heroes