Buongiorno, amici. Come state? Oggi post diverso dal solito – una tappa di un blog tour, anche se ai blog tour sapete che poco sto appresso. L'eccezione: Stephen King. L'autore che mi ha iniziato alla lettura, una dozzina di anni fa, torna in libreria con la preziosa ristampa di IT. Sono passati trent'anni dalla sua pubblicazione e a ottobre, dopo la mediocre miniserie diventata in fretta cult, è atteso in sala il primo capitolo della duologia di Andrés Muschietti. La rilettura s'ha da fare: è nell'aria da un po'. Oggi, dopo Clarissa, Elisa e Luigi, è il mio turno di parlarvi di Pennywise. Si parla di paura, in particolare, e della paura dopo IT. Sulla scia del pagliaccio assassino, ombra minacciosa sullo sfondo del più straordinario dei coming of age, chi ha provato a farci saltare dalla poltrona? Chi ha reso inquietanti i bambini, le donne velate, i programmi per l'infanzia e la sindrome da abbandono? Vi accompagno perciò in una veloce carrellata, tra must, prodotti di un piccolo schermo mai così grande, giovani leve e film festivalieri. Vi do, in questa estate noiosissima, qualche scusa buona per non uscire di casa e, magari, darsi ai recuperi. Galleggiate con me?
Gli
anni '80 e '90. I più rimpianti e vagheggiati. Tra le altre cose, la
miniera d'oro del cinema horror. Il Michael Myers di John Carpenter,
una maschera inespressiva e il coltello affilatissimo, colpiva già
un decennio prima: un'infanzia in cui si nascondono le prime turbe,
l'ossessione di una sorella da braccare, una natura a metà
tra l'umano e il bestiale. L'incubo, semmai è finito, arriva fino ai
giorni nostri – Rob Zombie, qualche anno fa, ne ha
dato una rilettura personale e scabrosa, in due capitoli non troppo
apprezzati. Un'altra icona a cavallo degli anni e delle generazioni,
un altro mostro destinato a spauracchi e remake: Robert Englund è
Freddy Krueger. Giardiniere dal maglione a righe, arso vivo dalla
vendetta di un gruppo di genitori addolorati. Ha ironia da vendere,
artigli aguzzi, colpisce negli incubi: perdere il sonno è la via.
Non ci si sposta dal ricordo dell'indimenticato Wes Craven,
spaventoso con ironia. E la saga di Scream, che ha ispirato
una felicissima reunion e una blanda serie targata MTV, ora celebrata
e ora parodiata, sta a Hallowen – e, in generale, alle visioni a
tema – come il panettone a Natale.
Dall'oriente
con terrore.
Qualche
fantasma viene da lontano. Ha gli occhi a mandorla, parla giapponese.
Vedasi la presenza che infesta The Ring,
classico orientale che ha ceduto – e non a torto – alla
tentazione della lingua inglese. Raccontata nei romanzi di Koji
Suzuki, Samara è un mistero nascosto dietro
una cortina di capelli nerissimi: bambina infelice, tacciata di
crudeltà, è stata destinata alla peggiore delle morti. Sigillata in
un pozzo, al centro di un bosco. La sua vendetta viaggia sulle VHS e
attraversa i vecchi tubi catodici. Chiunque abbia una televisione, nei
primi anni Duemila, trema.
La
paura a puntate.
Incontrarla, la
paura, facendo zapping. Da bambino erano gli appuntamenti fissi con
Piccoli brividi, da grande le maratone di American Horror
Story, l'attesa del nuovo Stranger Things, l'occhio
curioso verso il sottovalutato Channel Zero. La serie
antologica di Ryan Murphy, quest'anno, compie sette anni: quale sarà
il tema, ci si domanda, se abbiamo avuto le ville infestate, i
manicomi confinanti con l'Area 51, le streghe di New Orleans, il
freak show, gli hotel assiepati di vampiri glamour, il mistero
della colonia scomparsa di Roanoke? Eleven, erede segreta delle
migliori bambine prodigio di King, fuggirà dal Sottosopra e
si scontrerà con qualcosa di peggiore del passato Demogorgone?
Infine, tornate sui vostri passi e concedete una possibilità alla
prima stagione di Channel Zero: una serie, per quanto
imperfetta, capace di una
profonda suggestione. Si attinge ai creepypasta, i penny dreadful nell'era del digitale. Uno scrittore torna a casa, e qui fa
i conti con la morte del fratello gemello, omicidi che riprendono
da dove si erano interrotti e, soprattutto, un misterioso
programma per bambini (fanno paura i pagliacci, ma non
sottovalutate le marionette) che è l'ultima cosa che incrocerai,
se un mostro fatto di denti umani bussa alla porta.
A
casa di James Wan.
James
Wan è la promessa indiscussa di un genere che non osa più.
Giovanissimo, ha una mano riconoscibile – i film diretti da lui si
indovinano a mille miglia: quanta cura, quanta eleganza nel
rimaneggiare i cliché – e un intero mondo cinematografico in
costruzione. I suoi film, le sue creature, si parlano tra loro. In
The Conjuring, i coniugi Warren (cacciatori di misteri tra l'altro realmente esistiti) si imbattono prima in Annabelle, inquietante
bambola di ceramica, poi nell'orrida suora di cui al momento poco
si sa. Prequel e spin-off sono alle porte. Si chiama Lipstick Face,
invece, il diavolo che tortura il bambino di Insidious, rimasto
intrappolato in un viaggio astrale. Maestro dei sobbalzi, delle
entrate in scena a sorpresa, si nasconde dietro una porta rossa,
anticipato dall'inquietante Tiptoe Through The Tulips –
canzone degli anni '20 con un motivetto innocuo e, tra le righe,
cenni ributtanti agli abusi infantili.
Tra
le righe, e negli armadi, del cinema indie.
Le
sorprese più grandi, i messaggi più profondi, vengono dal circuito
indipendente. Dove i mostri nell'armadio sono metafora di
qualcos'altro, di mali autentici. Dove, in un insolito clima
festivaliero, l'horror si scopre impegnato. E' il caso di
The Babadook e Under
the Shadow, in cui i
mostri sono metafore da interpretare. Il primo, film d'esordio
dell'australiana Jennifer Kent, salta fuori da un libro per bambini
balbettando ossessivamente null'altro che il suo nome. Ha un
cappello a cilindro, le mani lunghissime, una bocca grande per
inghiottirti meglio. Terrificante, e protagonista forse del film di
genere più bello degli ultimi anni, bracca una vedova e il suo
unico figlio. Ricorda loro l'assenza della figura maschile, il peso
del dolore: se non condiviso, se non nutrito, si mangia te. E quello
che ti rende buono. Viene dall'Iran, invece, una storia di
bombardamenti e case mal sicure. Un'altra mamma, un altro figlio:
un'altra presenza che non è quello che sembra. I fantasmi non
indossano più lenzuola con i buchi per occhi, ma il burqa. E fanno
un ritratto originale e doloroso, per quanto non sempre fruibile,
dell'essere donne – e ribelli – nella Tehran sotto assedio.
