martedì 14 novembre 2017

Recensione: Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco

|Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco. Garzanti, € 16,90, pp. 310 |

A volte, basta tanto così a far scattare la scintilla. Uno scambio di merende a rincreazione, ad esempio: vorresti questi biscotti biologici in cambio di un morso del tuo panino al prosciutto? La riservata Ludovica non sa dire di no alla sfacciata esuberanza di Caterina, l'unica bambina a scuola che sembra accorgersi di lei. Al suono della campanella sono già migliori amiche. Lo saranno per tutta la vita che resta, nella buona e nella cattiva sorte.
A volte, basta tanto così per scoprirsi soddisfatti, dopo letture intense, impegnative o semplicemente deludenti: la freschezza di quella Federica Bosco, ad esempio, che prima o poi mi toccava proprio conoscere. Volevo la leggerezza e, senza troppa sorpresa, ho trovato qualcos'altro: qualcosa di più. Lo scrivevano in rete gli affezionati di un'autrice con la quale, tra cinema e televisione, saghe per ragazzi e chick lit, è impossibile stare al passo. Quest'anno mi ha aspettato in fondo al molo della copertina. Con qualche nuvola all'orizzonte, il mare come una tavola e una storia adulta, su una forma d'amore che non aveva ancora raccontato. Perché l'amicizia tra Cate e Ludo, sì, sempre amore è. E, come ogni amore che si rispetti, ha i suoi alti e bassi, le sue gelosie, i suoi conflitti di interessi.

L'amore di chi ti sta accanto non ti guida mai nella direzione sbagliata.

La prima, mamma single che non ha mai dato spiegazioni sull'identità del padre di suo figlio, salta nel vuoto per atterrare agilmente in piedi: ha sprezzo del pericolo e un'attività – un centro olistico nel cuore di Genova – che, alla faccia degli scettici, non conosce crisi. La seconda tira invece a campare come se non avesse più scelta: un lavoro in banca noiosissimo, la relazione abitudinaria con il possessivo Paolo, i pochi bagagli a mano di chi ha paura di costruirsi un futuro e quindi vive giorno per giorno, un passo dopo l'altro. Quanto ha sacrificato per seguire Cate sulle montagne russe, e quanto dovrà sacrificare ancora? Quanto pesa il dubbio che la loro invidiata affinità elettiva l'abbia fatta vivere nell'ombra, appesa alle scelte volubili dell'altra? Ci si ritrova a tavola però, in cene popolose e colorate a festa come in un film di Ozpetek, e tutto passa. Forse, anche la tempesta che tra le pagine minaccia di separarle. A quarant'anni, la protagonista dovrà contare sul suo solo senso dell'orientamento: imparare a nuotare dove non si tocca, e a portare in salvo anche una Caterina che d'un tratto non sembra più così inarrestabile. Si passa attraverso le gravidanze, i matrimoni, la malattia e la violenza domestica, i biglietti aerei in missione dall'altra parte del mondo. Si pensa finalmente a sé stessi, anche se un deus ex machina – un'amica che è un architetto di felicità e buone intenzioni – pianifica disastrosi incontri su Tinder, lasciti scaramantici e case per cagnetti disabili.

Perché il cuore è sempre un ingenuo idiota, che crede che gli altri ti ameranno sempre anche se non ti hanno mai amato, che gli altri soffrano per te anche se non hanno mai sofferto, e soprattutto che chi ti ha fatto male non si rifarà mai e poi mai una vita, ma continuerà a scontare un'eterna fila di delusioni a catena come fossero una maledizione, finendo per rimpiangerti.
Ma questo non succede mai. Vanno tutti avanti proprio come vai avanti tu.

La Bosco ha una parola buona per tutti, infischiandosene del rischio di risultare banale. Frizzante e propositiva, non si piange addosso. Coi suoi alti e bassi, i suoi grandi momenti di sincerità e qualche esagerazione di troppo, ma un bene – il calore in pancia, in petto – che per fortuna ha la meglio sui difetti sparsi. Ci vediamo un giorno di questi è una commedia degli equivoci (e quanti ce ne riserva, quella bastarda impenitente della vita) che fa bene anche facendo male. Un album di ricordi lungo, vario, pieno zeppo, che non sbiadisce in fretta. Si riconoscono a colpo d'occhio i soggetti principali, infatti, e saranno sempre i soliti due. La mora e la rossa, quella istintiva e quella flemmativa: amiche, sorelle, contro l'inerzia e i rovesci di fortuna. Mi hanno ricordato Toni Collette e Drew Barrymore nel buffo e struggente Miss You Already, che sbronze e terrorizzate cantavano abbracciate i R.E.M. Capisci subito perché si vogliono tanto bene. Alla fine gliene ho voluto anch'io, in un anno in cui sto imparando ad aprirmi, a fidarmi. In cui, da solitario cronico, sto capendo che non poteva mancarmi quello che non avevo mai conosciuto. Ora mi manca.
Federica, ci rivediamo un giorno di questi: presto. Ora potresti mancarmi anche tu.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Levante – Abbi cura di te

domenica 12 novembre 2017

Recensione: La natura della grazia, di William Kent Krueger

| La natura della grazia, di William Kent Krueger. Neri Pozza, € 18, pp. 350 |

L'estate mi manca. Mi lamentavo, eppure, del sole che bussava alle finestre e della calma piatta del mare. Me ne accorgo adesso: con le nostalgie che pesano e cieli grigi che mi vogliono prigioniero di una casa da cui scappo, ogni tanto, a passeggio proprio sul bagnasciuga sporco e desolato dell'inverno. Ecco il desiderio fuori stagione di un portico all'ombra, di una limonata fresca, delle notti illuminate a giorno dai fuochi artificiali.
Mi manca essere un ragazzino. Non vedevo l'ora di crescere, eppure, perché qualche giorno fa mia mamma mi ha ricordato al telefono che, tanto, sono sempre stato un bambino grande: al corpo toccava solo adeguarsi a pensieri e preoccupazioni già adulte. Ecco il bisogno di ritornare con una macchina del tempo, con un romanzo che aspettavo senza neanche saperlo, alla curiosità e alla spensieratezza della prima adolescenza. Ho avuto la mia lunga estate crudele e tredici anni esatti in compagnia dell'indimenticabile famiglia Drum. Ho scoperto, accanto ai giovani protagonisti, la morte, la collera e i miracoli del perdono.

Mi mancherà, come mi mancherebbero i pettirossi se non tornassero mai più.

Siamo nel 1961. Il telefono squilla nel cuore della notte. Lo sentite? I piccoli di casa, Frank e il balbuziente Jake, drizzano le orecchie e mettono le scarpe in fretta e furia. Si interessano agli incarichi del capofamiglia, ai grattacapi che puntualmente saltano fuori, come se fossero due apprendisti detective. Ubriachi molesti, un loro coetaneo travolto dal treno in corsa, tentati suicidi e nella peggiore delle notti, a metà romanzo, la notizia di un assassinio che li tocca e li spezza. Li obbliga a crescere in tre mesi scarsi. Il loro papà, Nathan, ispira in paese la stessa reverenza dei militari – la Seconda guerra mondiale lo ha infatti cambiato per sempre – ma è un pastore battista, non un agente di polizia. Lo si scomoda, a letto, per qualche pecorella smarrita da riportare d'urgenza all'ovile; per un consulto veloce sulla bontà di un Dio di cui è cosa umana dubitare. Gli borbotta accanto Ruth, la moglie: donna bellissima e infelice, con una voce d'angelo e sogni di gloria sacrificati in nome della vita frugale ma decorosa scelta dal padre dei suoi figli. Rincasa tardi e di nascoso, invece, la promettente Ariel: adolescente che pensa all'amore romantico e alla Juilliard, ignorando la curiosità dei fratelli minori ancora in piedi e la freddezza fra i genitori.
Come in Grandi speranze, uno dei miei romanzi preferiti, c'è un ricercato in fuga e una famiglia sfortunata – i Brandt come gli Havisham – il cui patriarca è un virtuoso del pianoforte, condannato alla cecità e alla compagnia della sorella sordomuta. Come nel Buio oltre la siepe, protagonisti innocenti vengono a patti con i sospetti del razzismo – nell'occhio del ciclone, un misterioso Sioux capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come in Mystic River, e voglio sottolineare l'entusiasmo dello stesso Dennis Lehane in copertina, c'è un fiume che a volte dà la morte, altre la libertà. William Kent Krueger ricorda tanto, tanto altro (aggiungeteci il bullismo e l'amicizia del miglior Stephen King, i problemi in paradiso di Benedizione), ma in questa giostra di echi e omaggi non smarrisce chissà in che modo lo stile, la magia, la bellezza.

Quell'estate la morte venne a visitarci assumendo molte forme: incidente, malattia, suicidio, omicidio... Si può pensare che la ricordi come un'estate funesta, ed è proprio così, ma non del tutto. Mio padre citava Eschilo: colui che apprende deve soffrire, e persino nel sonno il dolore, che non piò dimenticare, cade goccia a goccia sul cuore, finché, nella nostra stessa disperazione, contro la nostra volontà, giunge la saggezza attraverso la terribile grazia di Dio.

La natura della grazia non è il solito amarcord. E di grazia ne è ricco, sì, benché abbia i colori foschi del thriller; gli strappi dolorosi di certe infanzie negate, di certi sogni infranti. I toni: quelli ispirati e solenni di chi è sopravvissuto al peggio, ed è grato per un altro giorno al mondo, la giustizia che fa finalmente il suo corso, il ritorno del senso di Dio. Raccontato dalla voce rotta ed emozionante di un Frank ormai uomo, il romanzo è una conta struggente dei vivi e dei morti, dei ricordi belli e brutti. Una passeggiata all'ombra dei tigli, una corsa proibita sulle rotaie, con atmosfere d'altri tempi e amici che impari a chiamare uno a uno per nome. A tredici anni, in estati così, tormentate da scoperte e colpe criminose, si rischia di perdersi. Seguire le briciole di pane e il disegno dei binari, la meraviglia a ogni passo, per fortuna riporta sulla via di casa. Al fresco dei portici e delle limonate. Alle notti che poi passano.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Jeff Buckley - Grace 

venerdì 10 novembre 2017

I ♥ Telefilm: Alias Grace | The Booth at the End

Grace ha violato il quinto comandamento. Ha ucciso. Condannata all'ergastolo, ha evitato l'impiccagione per il beneficio del dubbio. Immigrata irlandese poco più che adolescente, avrebbe massacrato i padroni di casa con la complicità di un garzone. Un giovane psichiatra, quindici anni dopo, la interroga. La verità sfugge. La protagonista taglia e cuce, inventa e soggioga, si difende con parole studiatissime, lo seduce. Con il suo viso angelico, coi suoi misteri insolvibili, diventa un'ossessione. Sarà innocente o colpevole? O l'una e l'altra cosa, se scrive Margaret Atwood, sceneggia Sarah Pauley, dirige Mary Harron e le piccole sfumature, sì, contano? Period drama in sei puntate, senza particolari guizzi ma con un cuore bugiardo fino all'ultimo, Alias Grace inquieta e confonde. Ha i suoi difetti in qualche svolta soap di troppo – il prevedibile transfert vissuto da un imbambolato Edward Holcroft, eppure intenso amante di Ben Whishaw in London Spy, o il doppio ruolo del furfante Zachary Levi – e in un epilogo accelerato, dopo qualche episodio a metà scorso invece a rilento. Ispirata a una storia vera ma con una fortissima matrice letteraria alla base, la miniserie della regista di American Psycho si muove sul filo. La coerenza, sacrificata per fedeltà assoluta a una protagonista manipolatrice: Sarah Gadon, assassina impenetrabile e incantevole. Paranormale, follia, o forse semplice menzogna? E quel finale ambiguo, che svela e non svela: sospeso o inconcludente? Gli sguardi in camera che tanto mi avrebbero fatto dannare l'anima in un'ora e trenta, i puntini di sospensione, a lungo hanno invece finito per infastidirmi. A volte, soprattutto in un tocco femminile impossibile da fraintendere, Alias Grace somiglia alla Maurier di My Cousin Rachel: una caccia alle streghe guidata dal pregiudizio dei tempi, dalla misoginia, in cui l'essere donne era il vero crimine da scontare. Altre a un Gone Girl in costume, in cui a una protagonista messa con le spalle al muro spetta l'ultima parola. Altre ancora, e lì non convince chi come me non apprezza il genere, a un feuilleton che sacrifica il dramma giudiziario, la seduzione del doppio gioco, in nome di una classica storia di orfane sfortunate e grandi soprusi. Di The Handmaid's Tale, inevitabile metro di paragone, mancano purtroppo la sorpresa, lo spessore, la doppiezza. E dalla penna della Atwood – per un soffio, mancato premio Nobel – quest'anno ci si aspettava l'impossibile en plein. (6)

Siede nell'angolo più estremo di una tavola calda. L'uomo, un affascinante cinquantenne con la giacca elegante e il taccuino sempre aperto, non abbandona il suo posto fino all'orario di chiusura. In un bar ai confini della realtà,  il protagonista fa accomodare davanti a sé interlocutori innumerevoli. Presta ascolto, prende nota. Ci sono uomini e donne, anziani e perfino qualche bambino. Ognuno brama disperatamente qualcosa. Una famiglia unita, la bellezza, l'eterna giovinezza, il denaro, l'amore, Dio. L'uomo senza nome, che ha le premure di un analista e i poteri del genio della lampada, può esaudire le loro richieste in cambio di un prezzo salatissimo. Ci si vende l'anima con il furto a mano armata, le stragi in piazza, l'infanticidio, la tortura, il concepimento di un figlio indesiderato, la corruzione da cui non sono esenti né gli agenti di polizia né le spose di Cristo. Mi ha dato il suo biglietto da visita Paolo Genovese: forse a corto di buone idee dopo il successo del magnifico Perfetti Sconosciuti, forse sinceramente interessato a farci riscoprire una piccola serie dal grande potenziale. Le due stagioni di The Booth at the End – in totale, dieci episodi di venti minuti ciascuno – spaventano con i loro spunti faustiani, degni delle ispirazioni di Black Mirror, ma si trasformano in qualcosa di impercettibilmente diverso pur non tradendo l'originalità del menù. Restano il leggero umorismo nero e i dilemmi etici. Il meglio e il peggio degli avventori rievocato a voce, se non ci si può allontanare da quello scenario fisso. A cavallo di una stagione e l'altra, invece, le costanti sono questa misteriosa cameriera che sa molto più di quanto crediamo; una ragazza riportata in vita dall'egoismo del padre in lutto; lo straordinario Xander Berkeley, forse un diavolo spregevole o forse la personificazione del nostro angelo custode, che rischia di rimanere a tal punto invischiato nei drammi mortali da non poter più rinunciare alla loro compagnia. E da scoprire bricioli di mortalità, di moralità, perfino in sé stesso. The Booth at the End ha richieste tremende e una delicatezza conciliante. L'uomo spinge i suoi clienti l'uno tra le braccia dell'altro con incastri perfetti, per combattere la solitudine e l'infelicità. A volte si incontrano, trovano il lieto fine. Altre cozzano, collidono, in tragedie agghiaccianti già predette e scritte sul suo fedele quadernino. Qualcuno, in una tavola calda qualsiasi, ha il potere di esaudire i tuoi peggiori desideri. Ti spinge al limite, ti ascolta arrabbiarti per quello che non hai. Nel mentre – proprio quando progetti ordigni esplosivi, rapimenti, cuori spezzati, remake italiani – ti ravvedi, magari, e ti accorgi del bicchiere mezzo pieno; di ciò che hai già. (7,5)

mercoledì 8 novembre 2017

Pillole di recensioni: Il cacciatore di sogni (Sara Rattaro) | Mangiare la paura (Antonio Ferrara)

Titolo: Il cacciatore di sogni
Autrice: Sara Rattaro
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 173
Prezzo: € 15,00
Il mio voto: ★★
A Sara Rattaro, autrice scoperta e apprezzata più di qualche anno fa, ho rimproverato negli ultimi romanzi – storie al femminile, solitamente, con cuori messi a nudo e sentimenti intensi – il troppo indugiare sugli stessi temi, negli stessi dolori. Esisteva una Sara leggera, serena, diversa? Dopo L'amore addosso, piaciuto ma con moderazione, l'autrice torna a distanza di qualche mese con l'inatteso Il cacciatore di sogni. Un romanzo diverso, finalmente, perché pensato per un pubblico di ragazzi. La biologa abile con i casi di coscienza e i drammi, con la complessità della natura umana, racconta partendo da uno spunto semplicissimo il suo primo amore: la scienza. Chi era Albert Bruce Sabin, e quanto gli dobbiamo? Quale sorpresa poteva trovare su un aereo in volo un adolescente dei primi anni Ottanta, se infortunato e con passeggeri interessati unicamente alla presenza del Pibe de oro a bordo? Luca, di ritorno da Barcellona con mamma e dispotico fratello maggiore, ha il sogno del pianoforte, un braccio rotto e un vicino di posto d'eccezione. L'uomo, barbuto come Babbo Natale, racconta e si racconta. Le proprie origini ebraiche, la fuga negli Stati Uniti, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e il desiderio di vincere la morte – nella New York raccontata da Philip Roth in Nemesi, la poliomelite causava infatti più stermini del conflitto a fuoco. Ho saputo di più sul padre del vaccino, mi sono confrontato con la Rattaro inedita in cui confidavo da un po', ma Il cacciatore di sogni – brevissimo, anche se impreziosito qui e lì da belle illustrazioni – è un romanzo che non fa sognare. Divulgativo, sintetico, agiografico. L'effetto Wikipedia: sfiorato, ma vinto dai parallelismi tra le infanzie lontante di Luca e Albert, e da pagine più ispirate, in corsivo, collocate in apertura e in chiusura. Ai tempi del giornalino scolastico avevamo questa rubrica intitolata "Intervista impossibile". Il confronto a quattr'occhi con il medico polacco somiglia troppo a quel timido esperimento di un liceale che ora chiacchierava con Dante, ora con William Shakespeare. Non sa uscire dall'omaggio, per quanto importante e sentito. Non sa allontanarsi dal confine limitante dei banchi di scuola.

Titolo: Mangiare la paura
Autore: Antonio Ferrara
Editore: Il battello a vapore – Vortici
Numero di pagine: 144
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★½
Irfan, tredici anni, viene allevato per diventare un martire della fede. Per lasciarsi morire a comando e distruggere i nemici dell'Islam col fragore di una detonazione. Prega, studia, cucina, guida. Ultimo di tre figli, con una mamma cagionevole e un nonno che ha perso la voglia di raccontare favole, alla scuola coranica sperava di imbrogliare la povertà. Trova invece percosse, violenze fisiche e psicologiche, e un'idea di religione diversa da quella che gli hanno spiegato in famiglia. Dove Allah non voleva il male di nessuno, non di certo l'odio che i suoi maestri gli insegnano quotidianamente a suon di scudisciate: piegando, così, la religione a loro uso e consumo. Ci sono personaggi che scappano da una guerra all'altra, nel romanzo di Antonio Ferrara, e tutto appare loro come un gioco pericoloso. Una routine fatta di versetti e di levatacce faticose, una porta serrata da cinque lucchetti che nessuno dovrebbe aprire. Farsi esplodere procura gloria, centomila rupie e un biglietto di sola andata per il Paradiso. La tragica educazione del protagonista ha lo stile stringato e lapidario di un mantra, di chi tenta disperatamente di autoconvincersi di una cosa sbagliata. Simula la naturalezza del parlato rinunciando al lirismo, o banalizza forse troppo? Ferrara non fa male quanto dovrebbe. In Mangiare la paura c'è il tema, infatti, ma non il resto: una scrittura che sia all'altezza. L'idea perde così la sua importanza, la sua potenza, a causa di un approccio semplicistico e di pagine inconsistenti. Più che il romanzo di un ragazzo kamikaze, sembra il suo compito per casa; un tema. Bastano le buone intenzioni, mi domando, per cambiare il mondo di Irfan? Bastano, soprattutto, per scrivere un buon libro per ragazzi? 

lunedì 6 novembre 2017

Recensione: La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren

| La corsa di Billy, di Patricia Nell Warren. Fazi, € 18,50, pp. 332 |

Una vita sacrificata per contrastare la propria natura e frenare voci di corridoio che già una volta hanno distrutto una famiglia infelice, una sudata carriera accademica. Harlan, allenatore sportivo sulla soglia dei quaranta, alla Prescott ha finalmente trovato se stesso e quella che somiglia alla normalità. L'università di provincia, baluardo di lungimiranza e impegno sociale negli spietati anni Settanta, accoglie di buon grado quelli come lui: lebbrosi, diseredati, pariah. Omosessuali contro le leggi e Madre Natura. Siamo nell'epoca dello Stonewall, di Harvey Milk, delle marce e della rivoluzione sessuale. L'arrivo di tre nuovi studenti – capaci atleti messi alla porta per presunti comportamenti immorali – infrange corazze ed equilibri di fortuna. Il represso Harlan – con una ex moglie, due figli, bruschi modi da marine e sperimentazioni sessuali clandestine – è chiamato a esporsi, a mettersi in gioco. In ballo: il futuro di quelle giovani promesse che puntano all'oro olimpico e che, tra jeans a zampa d'elefante, tatuaggi e squallidi sfottò, fanno parlare e sparlare. Il pericolo: rischiare che l'attrazione fisica verso il promettente Billy, cresciuto sano e rispettoso da un avvocato liberale e da una mamma drag queen, si trasformi in qualcosa di molto più profondo. Mettere in gioco, così, anche il cuore? Non tutto il mondo è la Prescott, nel romanzo cult di Patricia Nell Warren. Pubblicato in segreto ormai quarant'anni fa, risulta ancora urgente e attualissimo – a questo, leggevo in rete, sono seguiti due capitoli di minor risonanza. Ci sono le domande inopportune della stampa. I pianti e le recriminatorie di partner deluse e madri redivive. L'intollerenza, mascherata oggi da comoda indifferenza, delle istituzioni sportive. Il pensiero delle unioni civili e di lasciare un'eredità, un segno nel mondo, generando un bambino del miracolo. Il timore degli attentati terroristici, i controlli a tappeto negli stadi, dopo il loro Martin Luther King e il nostro allarmismo dilagante.

Per il momento, corro e ti amo, e questo è tutto quello che voglio fare.

La corsa di Billy è una storia sotto il segno dell'Acquario, dell'amore e dell'oro olimpico, dove si disputa la corsa della vita – e dell'amore. Corre veloce, ma la violenza di più. Gli Stati Uniti cercano qualcuno che porti alta la loro bandiera a Montreal. La sessualità di Billy, due occhi intelligenti dietro gli occhiali a fondo di bottiglia e piedi come il fulmine, è un disonore per un Paese bellicoso e conservatore. Il corridore diventa suo malgrado una sfida vivente. Un simbolo inequivocabile, e non quello che l'America sperava. L'autrice, che ha ispirato generazioni di lettori e lettrici, descrive la famelica New York gay di quegli anni, le lotte in tribunale e una struggente storia tra due che si scelgono, nonostante gli sberleffi di un mondo ben lontano dall'accoglierli. La narrazione, scorrevole e mai compassata o pudibonda, conosce paradossalmente più di qualche rallentamento quando lo sparo al cielo annuncia l'inizio delle gare. Il sudore gocciola in rivoli sulle facce, le scarpette scattano furiosamente, i cronometri vengono azionati in perfetta sincronia, ma lo sport raccontato dalla Warren – penso invece al bellissimo Open, letto appena qualche mese fa – e la troppa politica tra le righe coinvolgono meno della relazione tra Harlan (all'inizio il classico americano medio) e Billy (al contrario, in pace con se stesso e seguace convinto della nonviolenza). Con buona pace della critica, però, ricorderò i due con meno intensità degli iconici cowboy di Annie Proulx o dei poetici villeggianti di André Aciman. I protagonisti cedono ai loro bisogni con istinto animale, all'aperto:  quasi a farsi beffe dell'ipocrisia altrui, del terrorismo psicologico che vorebbe renderli sconosciuti. Mettono il piede in fallo e cadono nella voragine dell'amore – in inglese, luogo non meno concreto e sfiancante di una pista agonistica. Vivono, poi, tutti i passaggi cruciali di una candida routine trascorsa insieme: una relazione da legittimare con un semplice e da cui far nascere, magari, il sogno impossibile di altro amore ancora.

Se lui ricorreva allo yoga per prepararsi mentalmente alla gara, io ricorro a lui. Billy corre dentro di me.

Dietro la copertina di una ristampa rosa shocking, resta così una vicenda impastata di rabbia e lacrime, con il passo abbastanza lungo – e i pensieri ancora di più – per bruciare il traguardo nello sprint finale. Su chi cade, tampona sputi e stanchezza con la manica della giacca, e si rialza barcollando un po'. Su chi si vuole bene e lo ostenta, perché incontrarsi e volersi è un'altra vittoria da celebrare sul podio. Sullo spettacolo delle rivincite, e di qualche uomo che si ama.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Hozier – Take Me To Church

venerdì 3 novembre 2017

I ♥ Telefilm | Stranger Things - Stagione 2

Per molti serie senza rivali dello scorso anno – nel mio personale listone, aveva saputo scalzarla all'ultimo momento soltanto l'impenetrabile The OAStranger Things era una magia di cui tutti attendevano il ritorno e le scintille. Avrebbe fatto nuovamente il suo incantesimo, non tradendo grandi amici e piccoli brividi? Avrebbe convinto ancora, così come assicuravano le impressioni della stampa? Sui social mi è scappata in anticipo qualche parola amareggiata di troppo. Perché, diciamolo subito, per me la seconda stagione non ha né mantenuto né raddoppiato l'effetto nostalgia. Finendo per deludere, in una maratona di pochi giorni con i colori di Halloween per le strade del centro e, in poltrona, un'emozione in ritardo imperdonabile. A Hawkins, Indiana, il male è come a Derry: di casa. I campi seccano misteriosamente, i raccolti di zucche muiono. C'è qualcosa di marcio nel sottosuolo: una porta da cui si riversano i mostri e il caos che Eleven ha rallentato, non fermato. Tornata dopo l'uscita di scena dello scorso finale di stagione, la punta di diamante del cast vive isolata in una cascina irraggiungibile nei boschi: si fa crescere i capelli, sperimenta il punk e l'eyeliner e, ora con il pensiero e ora sulle proprie gambe, va in cerca di sé e delle proprie radici familiari. Will è tornato, ma contagiato dal male: ha una nuova sensibilità, un diverso sentire, complici vaneggiamenti inquietanti che forse non sono che finestre sul futuro. Gli sta accanto un Mike incapace di arrendersi alla perdita dell'amica, mentre Lucas e Dustin sono alle prese con un triangolo sentimentale (che guaio, i boccoli rossi di Max, l'ultima arrivata in città) e un animaletto domestico di dubbia provenienza. I bambini, tra sale giochi e feste a tema, si mettono nei pasticci. Gli adolescenti chiedono vendetta per Barb e chiarezza sui loro sentimenti. Gli adulti, impavidi o sprovveduti, scendono nei covi più reconditi a loro rischio e pericolo. Quest'anno Stranger Things non sorprende, neppure in episodi conclusivi in cui sembra ritrovare parte di quello che si è perso. Indecisa tra la tentazione di ricalcare furbamente aspetti della sua istantanea iconicità (una mappa tappezza il soggiorno in sostituzione alle famosissime luci natalizie, Should I Stay or Should I Go è di nuovo in cuffia) e il bisogno di rinnovarsi (citazioni che questa volta spaziano dai più sanguinosi L'esorcista e Evil Dead, la dimensione individualistica sfortunatamente preferita ai pregi della collettività), la serie Netflix porta avanti diverse storyline e dimentica la bellezza dei momenti d'insieme, tanto toccanti anche nell'ultimo It. I protagonisti appaiono riuniti soltanto nel frettoloso e blando scontro finale. Nessuna prova attoriale impressiona, lì dove invece, in passato, ci sono stati premi o menzioni: una Winona Rider sopra le righe trova la compagnia di Sean Astin, ma perde la meraviglia di un ritorno in grande spolvero; Millie Bobby Brown vince il mutismo, si fa più graziosa a vista d'occhio, ma i suoi occhi espressivi suggerivano più di mille strepiti. I Duffer Brothers rinunciano alla realizzazione di qualche episodio; lavorano per accumulo. Aprono porte e parentesi soprannaturali, mettendo tanta carne al fuoco: dimenticata lì, poi, per le stagioni che saranno. La puzza di fumo insospettisce però. Stranger Things è tornato, ma poco coeso. Più solitario, più pasticciato. A malincuore, perché così sottotono questo Sottosopra? (6,5)

mercoledì 1 novembre 2017

Recensione: Stoner, di John Williams

| Stoner, di John Williams. Fazi Editore, € 15, pp. 332 |

Durante lettura di questo romanzo sono stato malissimo. Non so quanto la malinconia di questi giorni dispari sia scaturita dalla storia raccontata da John Williams, quanto da un vaso di Pandora di tristezza scoperchiato inavvertitamente. Scrivo della mia ultima lettura di getto, così, sperando che smetta di bruciare un poco. Non so se ho letto Stoner perché stavo male, o se stavo male perché leggevo Stoner. Nonostante l'amarezza della premessa, giuro che il romanzo – pubblicato con scarsa risonanza cinquant'anni fa e acclamato in tempi recenti come moderno capolavoro della narrativa americana – non è dei più disperati. Solenne e raffinato, con passi di un lirismo commovente, scorre in realtà meglio di quanto avessi immaginato. Tanti dubbi infondati, prima di iniziarlo, pensando di non cogliere la grande bellezza nel logorio di questa vita modesta; di non esserne all'altezza.

Era arrivato a un’età in cui, con intensità crescente, gli si presentava sempre la stessa domanda, di una semplicità così disarmante che non aveva gli strumenti per affrontarla. Si ritrovava a chiedersi se la sua vita fosse degna di essere vissuta. Se mai lo fosse stata.

Cinquanta pagine, invece, ed ero già innamorato della fragile routine di William Stoner. Prima l'infanzia nei campi con una piccola famiglia d'estrazione contadina; poi i poco ispirati studi di Agraria e gli anni da matricola trascorsi in una soffitta in affitto; infine un'epifania, la scoperta inattesa della Letteratura e le timide gioie della carriera accademica, fino a un pensionamento doloroso, da rimandare il più a lungo possibile. Nel mezzo: il matrimonio senza amore con Edith, donna pallida e infelice che passa il tempo chiusa in camera da letto o a rimproverargli ogni singola mancanza; una figlia, Grace, che purtroppo non saprà proteggere dal fallimento; un'amante lasciata andare via, nonostante le vane proteste del cuore; amici fidati sulle dita di una mano e l'aperta ostilità con un collega, incapricciatosi per una nota di demerito al suo pupillo. Stoner racconta, da una nascita senza grandi strepiti a una morte altrettanto silenziosa, l'esistenza a testa bassa (ma con gli occhi pieni di cose) di un professore di provincia votato alla mediocrità. Di quelli naturalmente trattenuti, che si guardano le mani quando parlano e non hanno un'opinione per tutto. Le guerre arrivano e passano, e lui non se ne accorge. Si seppellisce nei test da correggere, nelle ricerche, e riemerge dalle carte soltanto al momento dei pasti e dei funerali. Diplomatico ai limiti dell'indolenza, senza spirito patrio né nobili intenti. «Felice di tanto in tanto», scrive l'autore, soprattutto nella sacralità di uno studio brutalmente invaso dagli ammodernamenti dell'antipatica Edith.

Il passato sorgeva dalle tenebre e i morti tornavano in vita di fronte a lui, e insieme fluivano nel presente, in mezzo ai vivi, tanto che per un istante aveva la percezione di stringersi a loro in un’unica, densa realtà, da cui non poteva e non voleva sottrarsi. Tristano e la dolce Isotta gli sfilavano sotto gli occhi; Paolo e Francesca vorticavano nel buio incandescente; Elena e Paride, amareggiati dalle conseguenze del loro gesto, spuntavano dal buio. E Stoner li sentiva più vicini dei suoi stessi compagni.

William Stoner sono io. Quando mi sento ospite nella mia stessa casa, perdo il controllo e aspetto che gli eventi capitino. Quando non so cosa fare, o ho semplicemente perso la strada per arrivarci. Quando aspetto che la vita mi cada in testa, come un sasso o un aeroplano. Non mi sta bene questa giovinezza, no, ma ho perso lo scontrino. L'ho ammesso a me stesso di recente. Non mi piace dove sta andando a parare. A volte mi siedo, con lo stomaco vuoto, e scopro di aver dimenticato quale direzione avessi scelto per lei. Mi sono fermato a metà, per un'eterna sosta che è diventata poi casa mia. Muovo un passo dopo l'altro, non sapendo quel che sarà domani. Non quello che vorrei comunque, perché non ho gettato le basi giuste, non l'ho costruito, e l'arrivo dell'inverno mi sorprenderà gelandomi. Ho ventitré anni, e già sono Stoner. Quanto esaltarsi per quella vita senza infamia e senza lode, quanto rimproverare alla mia: che paradosso. Leggendo ho conosciuto lui, ma anche me stesso. Mi sono riconosciuto. Gli ho voluto bene fino all'ultimo, in un romanzo lungo un esame di coscienza, e ho ripreso a volermene. Mi sono perdonato.

«Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos'è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. […] Ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev'essere.»

Qualcuno potrebbe dire che siamo pagine vuote, ma guardate che poesia ci scrive sopra John Williams. Più che un autore, uno di quei fotografi che fanno il miracolo di coglierti distratto, al naturale, bello come non ti eri visto mai. E sono io, domandi? Sì, sei tu. 
Senza ritocchi in postproduzione, senza filtri: solo con la luce giusta. Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma, perdonate la scontatezza, questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona cara, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Brunori Sas – La verità