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venerdì 4 maggio 2018

Mr. Ciak: Loro 1, A Beautiful Day, The Bick Sick

Una escort contorsionista ha un suo tatuaggio sul fondoschiena: i clienti, nel momento clou, ne prendono il ghigno sornione come incentivo. Qualcuno ha salvato invece il suo nome in rubrica con un indizio a lettere maiuscole. C'è chi vorrebbe raggiungerlo con le buone, chi con le cattive. Chi vorrebbe fargli le scarpe, chi promettergli una compagnia indimenticabile. Tutto, mezzi leciti e non, pur di raggiungerlo. L'imprenditore pugliese di Scamarcio per ingraziarselo punta alle donne di malaffare più seducenti della capitale, a una villa di piaceri indicibili sulla costa sarda – su fronti paralleli, la compagna Axen si lavora l'ex ministro Bentivoglio, mentre l'inarrivabile Smutniak organizza, suggerisce, solletica. Loro, quelli che contano: un manipolo colorato di lucciole e papponi, prede e predatori, che sfila in pompa magna lungo i Fori imperiali o si sollazza in piscine pornografiche. Lui, quello di cui si parla con l'acquolina in bocca. La luce verde di Gatsby, l'estasi perfetta, l'idolo da rintracciare: Silvio Berlusconi. A sorpresa, abbastanza modesto da lasciare la coralità dei suoi viziosi cortigiani nel titolo di un paese dei balocchi spacciato per biopic. Mentre fuori ci si scatena in bagni di donne ed euforia, il Cavaliere sbircia. Entra in scena dopo un'ora. Con la Lario di un'ottima Ricci con cui ci si è ormai ridotti alla copia sbiadita di Sandra e Raimondo, un giocatore di grido tentato dalle offerte della rivale Juventus e, giacché sotto indagine, il destino a impedirgli il ritorno al potere. Il gigione Servillo tradirebbe preoccupazione, ma la sua maschera di botox nega qualsiasi espresività. Sembra eternamente ottimista perciò, eternamente bambino, in una vita in vacanza che ci mostra i goffi tentativi di conquistare una moglie che legge Saramago, la segreta tenerezza dietro la macchietta, senza però mai impigrirlo. La TV è accesa sui quiz a premi e le vallette del Bagaglino. Sesso, cocaina e denano fanno a gara con il penultimo Scorsese. Gli animali delle solite metafore scorazzano liberamente a Roma e il dolce capretto dell'incipit si schianta sulla moquette per il rigore eccessivo dell'aria condizionata – il gregge che è l'Italia, forse, in cerca a suo discapito di un posto al sole: anzi, all'ombra? Non mancano le stranezze del grottesco, le suggestioni che mescolano amore e squallore, le canzoni ad hoc e i migliori volti di casa nostra. Il Sorrentino superficiale e danzereccio che ti aspettavi: il bunga bunga al posto della Carrà, il nudo di una Madalina Ghenea sostitutito con quello di cento soubrettine, Arcore come il Vaticano. Insomma, il Sorrentino che da queste parti piace sì e no: il pregiudizio sul suo cinema preso di petto ma, per fortuna, scarso spazio alle noie autoriali, ai silenzi della sceneggiatura, all'idea sconsiderata di non andare a godere della seconda parte di questo suo dittico in forse. Una festa su invito esclusivo di cui urge confermare la partecipazione, il sì, prima di dirla degna o meno di quelle di un tale chiamato Gambardella.

Un ex marine diventato sicario viene assoldato da un senatore per salvare la figlia, ancora troppo bambina per fare la ribelle, dal malaffare. La missione, rapida ma affatto indolore, gli sfugge di mano: a rischio, più di qualche interesse politico e coloro a cui è affezionato. Siede di notte al volante come in Drive, impugna il martello insanguinato di Old Boy, ha come spalla una ragazzina sfortunata e precoce alla Léon. A intepretare Joe, giustiziere silenzioso e brutale, non sono i vari Liam Neeson o Bruce Willis che ti aspetteresti da una storia così: da hard boiled canonico, in definitiva, proprio come suona. Ti domandi cosa ci faccia allora in un cast a corto di comprimari, di antagonisti veri, un Phoenix imbolsito e letale, premiato a sorpresa ma meritatamente allo scorso Festival di Cannes. Ti domandi cosa ci faccia alla regia Lynne Ramsay, già bravissima in E ora parliamo di Kevin. A Beautiful Day, titolo scelto in Italia al posto del più evocativo You Were Never Really Here, è fatto di pochi dialoghi e tanto sangue: essenziale, secco, magistralmente diretto e musicato. Film canonico ma strano, stranissimo, che sembra non decollare mai, scegliendo una ricercata lentezza anche quando la situazione precipita – quando succede, lo fa un po' troppo frettolosamente – e delineando impensate similitudini fra l'assassino e l'adolescente. Lui, interessato ai fatti e poco alle chiacchiere, coltiva in segreto pensieri suicidi, brutti ricordi, e sa mostrarsi tenerissimo al capezzale di una mamma anziana, spaventata da Psycho alla TV. Lei, purtroppo abusata, è in cerca dell'innocenza perduta e invita lo scorsesiano Joe a fare altrettanto. A Beautiful Day suggerisce. Il loro passato traumatico, una candida complicità e perfino la violenza, spiata in una sequenza brillante nel bianco e nero delle telecamere di sorveglianza. Semplice, scontatissimo negli snodi, è però troppo indie per scendere a patti con il pulp gratuito. La Ramsay insegna, così, che a fare la differenza è cosa scrivi e cosa non scrivi; cosa mostri e cosa non mostri. In quei thriller a togliere, in cui meno è più e le belle giornate vanno celebrate con un brindisi al frappè sul sangue versato. (7-)

Lui, aspirante comico, incontra lei, aspirante psicologa. Si conoscono in un locale, guardano un horror di Romero e, inevitabilmente, finiscono a letto. La storia di una notte si rivela qualcosa di più grande. Che guaio impegnarsi, se le famiglie non approvano. Lui, pachistano destinato a un matrimonio combinato da tradizione; lei bianca come il latte e, soprattutto, di fede non islamica. L'intolleranza e le incomprensioni li separano presto, sul più bello. A farli ritrovare, una malattia autoimmune, di quelle con la lettera maiuscola: Emily, a causa di un'infezione da chiarire, finisce in coma indotto. E al suo capezzale Kumail, ormai un ex a tutti gli effetti, fa i conti con i genitori di lei, in crisi matrimoniale. E con un amore in terapia intensiva che, forse, non è mai finito. Un altro aspirante attore, un altro aspirante americano; malintesi linguistici e biologici che, assieme ai sogni in assonanza e a quell'Oriente da cui è stato presto sradicato, sembrano rendere a tratti The Big Sick la versione cinematografica e pachistana del bellissimo Master of None. Ma con meno simpatia e più giri, più chiacchiere a vuoto. Peccato, perché Kumail Nanjiani – questa, essenzialmente, è l'autobiografia delle suo nozze – ispira una sincera simpatia. Gli invadenti genitori lo vorrebbero barbuto, sposato con una ragazza straniera, americano ma non troppo. Avrei desiderato la leggerezza etnica del Mio grosso grasso matrimonio greco, a questo punto. Avrei sperato, soprattutto, che Zoe Kazan e il suo essere naturalmente adorabile facessero la differenza. Invece l'apprezzato ritorno alla regia di Michael Showalter, già autore del delizioso Hello My Name is Doris, è uno di quei film che perfetti per me lo sono soltanto in teoria. In pratica, invece: quanta insofferenza durante. Dramedy indie incerta sui toni e sulle proprie origini, The Big Sick parla di orientali e occidentali, dei falsi abbagli del multiculturialismo e del sogno (d'amore) americano. Probabilmente, perde qualcosa in fase di traduzione. E ho perso man mano interesse io, affatto meravigliato nel saperlo messo ai margini della stagione dei premi, fra strane relazioni, strane nevrosi e strane tappe. I suoi grandi e inguaribili mali? Le inconfondibili lungaggini di Judd Apatow, pesante e sgradito terzo incomodo anche quando si limita produrre come in questo caso. Le freddure gratuite della stand up comedy, che per tutto il tempo fanno domandare dove sia finita la meravigliosa Mrs. Maisel quando, al microfono, c'è bisogno di lei. (5,5)