
Una
escort contorsionista ha un suo tatuaggio sul fondoschiena: i
clienti, nel momento clou, ne prendono il ghigno sornione come
incentivo. Qualcuno ha salvato invece il suo
nome in rubrica con un indizio a lettere maiuscole. C'è chi vorrebbe
raggiungerlo con le buone, chi con le cattive. Chi vorrebbe fargli le
scarpe, chi promettergli una compagnia indimenticabile.
Tutto, mezzi leciti e non, pur di raggiungerlo. L'imprenditore
pugliese di Scamarcio per ingraziarselo punta alle donne di malaffare
più seducenti della capitale, a una villa di piaceri indicibili
sulla costa sarda – su fronti paralleli, la
compagna Axen si lavora l'ex ministro Bentivoglio, mentre l'inarrivabile Smutniak organizza, suggerisce, solletica. Loro, quelli
che contano: un manipolo colorato di lucciole e papponi, prede e
predatori, che sfila in pompa magna lungo i Fori imperiali o si
sollazza in piscine pornografiche. Lui, quello di cui si
parla con l'acquolina in bocca. La luce verde di Gatsby, l'estasi
perfetta, l'idolo da rintracciare: Silvio Berlusconi. A sorpresa, abbastanza modesto da lasciare la coralità dei suoi viziosi
cortigiani nel titolo di un paese dei balocchi spacciato per biopic. Mentre fuori ci si scatena in bagni di donne ed euforia, il
Cavaliere sbircia. Entra in
scena dopo un'ora. Con la Lario di un'ottima Ricci con cui ci si è ormai ridotti alla copia sbiadita di Sandra e Raimondo, un giocatore di grido tentato dalle offerte della rivale
Juventus e, giacché sotto indagine, il destino a impedirgli il ritorno al potere. Il gigione Servillo tradirebbe
preoccupazione, ma la sua maschera di botox nega qualsiasi
espresività. Sembra eternamente ottimista
perciò, eternamente bambino, in una vita in vacanza che ci mostra i
goffi tentativi di conquistare una moglie che legge Saramago, la segreta tenerezza dietro la macchietta, senza però mai impigrirlo. La TV è accesa sui quiz a premi e le vallette del Bagaglino.
Sesso, cocaina e denano fanno a gara con il penultimo
Scorsese. Gli animali delle solite metafore scorazzano liberamente a Roma e il dolce
capretto dell'incipit si schianta sulla moquette per il rigore eccessivo dell'aria
condizionata – il gregge che è l'Italia, forse, in cerca a suo discapito di un posto al sole: anzi, all'ombra? Non mancano le
stranezze del grottesco, le suggestioni che mescolano amore e
squallore, le canzoni ad hoc e i migliori volti di casa nostra. Il Sorrentino superficiale e danzereccio che ti aspettavi:
il bunga bunga al posto della Carrà, il nudo di una Madalina Ghenea
sostitutito con quello di cento soubrettine,
Arcore come il Vaticano. Insomma, il Sorrentino che da queste parti piace
sì e no: il pregiudizio sul suo cinema preso di petto ma, per fortuna, scarso spazio alle noie autoriali, ai silenzi della sceneggiatura, all'idea
sconsiderata di non andare a godere della seconda parte di questo suo
dittico in forse. Una festa su invito
esclusivo di cui urge confermare la partecipazione, il sì, prima di dirla degna o meno di
quelle di un tale chiamato Gambardella.
Un
ex marine diventato sicario viene assoldato da un senatore per
salvare la figlia, ancora troppo bambina per fare la ribelle, dal
malaffare. La missione, rapida ma affatto indolore, gli sfugge di
mano: a rischio, più di qualche interesse politico e coloro a cui è
affezionato. Siede di notte al volante come in Drive, impugna
il martello insanguinato di Old Boy, ha come spalla una
ragazzina sfortunata e precoce alla Léon. A intepretare Joe,
giustiziere silenzioso e brutale, non sono i vari Liam Neeson o Bruce
Willis che ti aspetteresti da una storia così: da hard boiled
canonico, in definitiva, proprio come suona. Ti domandi cosa ci
faccia allora in un cast a corto di comprimari, di antagonisti veri,
un Phoenix imbolsito e letale, premiato a sorpresa ma meritatamente
allo scorso Festival di Cannes. Ti domandi cosa ci faccia alla regia
Lynne Ramsay, già bravissima in E ora parliamo di Kevin.
A Beautiful Day, titolo scelto in Italia al posto del più
evocativo You Were Never Really Here, è fatto di pochi
dialoghi e tanto sangue: essenziale, secco, magistralmente diretto e
musicato. Film canonico ma strano, stranissimo, che sembra non
decollare mai, scegliendo una ricercata lentezza anche quando la
situazione precipita – quando succede, lo fa un po' troppo
frettolosamente – e delineando impensate similitudini fra
l'assassino e l'adolescente. Lui, interessato ai fatti e poco alle
chiacchiere, coltiva in segreto pensieri suicidi, brutti ricordi, e
sa mostrarsi tenerissimo al capezzale di una mamma anziana,
spaventata da Psycho alla TV. Lei, purtroppo abusata, è in
cerca dell'innocenza perduta e invita lo scorsesiano Joe a fare
altrettanto. A Beautiful Day
suggerisce. Il loro passato traumatico, una candida complicità e
perfino la violenza, spiata in una sequenza brillante nel bianco e
nero delle telecamere di sorveglianza. Semplice, scontatissimo negli
snodi, è però troppo indie per scendere a patti con il pulp
gratuito. La
Ramsay insegna, così, che a fare la differenza è cosa scrivi e cosa
non scrivi; cosa mostri e cosa non mostri. In quei thriller a
togliere, in cui meno è più e le belle giornate vanno celebrate con
un brindisi al frappè sul sangue versato. (7-)
Lui,
aspirante comico, incontra lei, aspirante psicologa. Si conoscono in
un locale, guardano un horror di Romero e, inevitabilmente, finiscono
a letto. La storia di una notte si rivela qualcosa di più grande.
Che guaio impegnarsi, se le famiglie non approvano. Lui, pachistano
destinato a un matrimonio combinato da tradizione; lei bianca come il
latte e, soprattutto, di fede non islamica. L'intolleranza e le
incomprensioni li separano presto, sul più bello. A farli ritrovare,
una malattia autoimmune, di quelle con la lettera maiuscola: Emily, a
causa di un'infezione da chiarire, finisce in coma indotto. E al suo
capezzale Kumail, ormai un ex a tutti gli effetti, fa i conti con i
genitori di lei, in crisi matrimoniale. E con un amore in terapia
intensiva che, forse, non è mai finito. Un altro aspirante attore,
un altro aspirante americano; malintesi linguistici e biologici che,
assieme ai sogni in assonanza e a quell'Oriente da cui è stato
presto sradicato, sembrano rendere a tratti The Big Sick la
versione cinematografica e pachistana del bellissimo Master of None. Ma con meno simpatia e più giri, più chiacchiere a vuoto.
Peccato, perché Kumail Nanjiani – questa, essenzialmente, è
l'autobiografia delle suo nozze – ispira una sincera simpatia. Gli
invadenti genitori lo vorrebbero barbuto, sposato con una ragazza
straniera, americano ma non troppo. Avrei desiderato la leggerezza
etnica del Mio grosso grasso matrimonio greco, a questo punto.
Avrei sperato, soprattutto, che Zoe Kazan e il suo essere
naturalmente adorabile facessero la differenza. Invece l'apprezzato
ritorno alla regia di Michael Showalter, già autore del delizioso
Hello My Name is Doris, è uno di quei film che perfetti per
me lo sono soltanto in teoria. In pratica, invece: quanta
insofferenza durante. Dramedy indie incerta sui toni e sulle proprie
origini, The Big Sick parla di orientali e occidentali, dei
falsi abbagli del multiculturialismo e del sogno (d'amore) americano.
Probabilmente, perde qualcosa in fase di traduzione. E ho perso man
mano interesse io, affatto meravigliato nel saperlo messo ai margini
della stagione dei premi, fra strane relazioni, strane nevrosi e
strane tappe. I suoi grandi e inguaribili mali? Le inconfondibili
lungaggini di Judd Apatow, pesante e sgradito terzo incomodo anche
quando si limita produrre come in questo caso. Le
freddure gratuite della stand up comedy, che per tutto il tempo fanno
domandare dove sia finita la meravigliosa Mrs. Maisel quando,
al microfono, c'è bisogno di lei. (5,5)