Ciao
a tutti, amici lettori, e un saluto anche a voi, che siete capitati
qui per caso, solo oggi. Come state? A patto che non mi chiediate
come sto anch'io – è un momento un po' buio e ci vorrebbe uno
spazio a parte per parlarne, cosa che forse prima o poi accadrà -, il post di oggi
nasce come un pensiero per voi, sui cui, da quasi quattro anni, si sa che posso contare. Il Natale sta arrivando
e oggi, che è l'Immacolata, il calendario è segnato di rosso. Il
blog, quest'anno, non si vestirà di luci e ghirlande – sempre per
il momento un po' buio di cui sopra, sempre per il mio
spirito del Natale che è agonizzante -, ma immancabile è un
giveaway a tema pensato per voi. E quest'anno, nonostante tutto, i
libri in palio sono di più e le possibilità di vincita maggiori.
Voglio premettere, inoltre, che i romanzi partiranno da me –
sono tutti in mio possesso, alcuni letti ma in condizioni ottime,
sapete che ci tengo; altri mai sfogliati – e che, per una
variazione sul tema, in una sorta di fuori tutto, ho preferito inserire qui e lì qualche titolo non dico meno noto, quanto meno recente. Ci
sono tanti colleghi che, in questi stessi giorni, vi permettono di
tentare la sorte con romanzi appena arrivati in libreria. Perché non
vedere, allora, cosa vi era sfuggito nel mentre? Divisi in cinque categorie –
la narrativa italiana e straniera, i titoli indirizzati ai più
giovani, il giallo ed il fantasy – ci sono venti libri. Potete
sceglierne almeno due, in base ai vostri gusti – e non per forza
devono essere dello stesso genere, anzi. I vincitori saranno, in
totale, tre. Il primo ne riceverà due; il secondo uno; il terzo –
affidandosi a un mio insindacabile capriccio – non saprà fino alla
fine quale titolo, sempre uno, ma a sorpresa, gli avrò recapitato:
però abbiate fede, non sono solito fare brutti scherzi. Potete partecipare fino a domenica, 20 Dicembre. Nei giorni successivi, in privato, contatterò i fortunati. Le regole, poche
e semplici. Vi vorrei creativi e estroversi, ma quest'anno non sapevo davvero cosa inventarmi; sempre viva la sincerità.
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La
vita non ci appartiene, ci attraversa (…) Anna, nella sua
inconsapevolezza, intuiva che tutti gli esseri di questo pianeta,
dalle lumache alle rondini, uomini compresi, devono vivere. Questo è
il nostro compito, questo è stato scritto nella nostra carne.
Bisogna andare avanti, senza guardarsi indietro, perché l'energia
che ci pervade non possiamo controllarla, e anche disperati,
menomati, ciechi continuiamo a nutrirci, a dormire, a nuotare
contrastando il gorgo che ci tira giù.
Titolo:
Anna
Autore:
Niccolò Ammaniti
Editore:
Einaudi – Stile Libero Big
Prezzo:
€ 19,00
Numero
di pagine: 274
Sinossi:
In
una Sicilia diventata un'immensa rovina, una tredicenne cocciuta e
coraggiosa parte alla ricerca del fratellino rapito. Fra campi arsi e
boschi misteriosi, ruderi di centri commerciali e città abbandonate,
fra i grandi spazi deserti di un'isola riconquistata dalla natura e
selvagge comunità di sopravvissuti, Anna ha come guida il quaderno
che le ha lasciato la mamma con le istruzioni per farcela. E giorno
dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono più, dovrà
inventarne di nuove. Con "Anna" Niccolò Ammaniti ha
scritto il suo romanzo più struggente. Una luce che si accende nel
buio e allarga il suo raggio per rivelare le incertezze, gli slanci
del cuore e la potenza incontrollabile della vita. Perché, come
scopre Anna, la "vita non ci appartiene, ci attraversa".
La recensione
Sono
stato così fortunato da non dovere aspettare. Quest'estate,
l'imperdonabile ritardo nello scoprire quanto mi piacesse Niccolò
Ammaniti mi ha permesso di saltare a piè pari i tre anni di attesa
dal pare non riuscitissimo Il momento è delicato e gli
strascichi di quella che, dalle interviste rilasciate, sembrava
essere una tormentata crisi artistica. L'autore, raccontandosi a Che
tempo che fa, parlava di mancanza di ispirazione; di un blocco.
Come superarlo, se non tornando su sentieri che ci fanno sentire al
sicuro? Anna, con una
protagonista tredicenne e il futuro del mondo nelle mani dei bambini,
ricorda più la storia di Michele e Filippo che le altre dell'autore
romano – lo stesso Mezzogiorno infuocato a fare da sfondo, i
giovani contro il dolore, il cielo rosso che fa sperare nella bontà
del giorno dopo, i toni insolitamente delicati – ma, allo stesso
tempo, ha il pregio di non essere scritta sulla falsa riga di
nessun'altra. Perché ci sono stati sì due romanzi e una
raccolta di racconti prima, ma Io non ho paura – ormai
quindici anni fa – ha segnato la svolta vera. Quello è il suo
romanzo che consiglierei per iniziare, meno grottesco e più lineare,
ma altrettanto importante. Quello è il romanzo che, quando ti
chiedono Ammaniti cosa ha scritto, puntualmente citi.
Messo in scena in un futuro non troppo lontano, Anna immaginauna Terra spopolata – gli abitanti sono stata decimati
da un virus, la Rossa – in cui la Sicilia è l'originalissimo
specchio di un mondo agli sgoccioli. Le catastrofi, come insegnano i
blockbuster, accadono solo a New York; no? A essere colpiti,
fagocitati dalla natura incontrastata, però, non i simboli delle
metropoli internazionali – l'Empire State Building in frantumi, la
Statua della Liberà decapitata di netto –, ma spiagge e porti
della mia infanzia. Cefalù, di cui ricordo le rocce a strapiombo sul
mare, i sassi sul fondo dell'acqua, i castelli di sabbia. Messina,
dove mia madre, nel duemilauno, ha subito un intervento per
correggere la miopia e dove, sotto le feste, prendevamo il traghetto
per muoverci in libertà, finalmente, lungo lo Stivale. Si parlava da
quando ero bambino del famoso ponte sullo Stretto, ma anche nel
vicino futuro di Anna,
alla fine, del progetto non se ne è fatto nulla. La tana di Scilla e
Cariddi è larga tre chilometri appena e, oltre, potrebbe esserci la
solita vita, secondo le fantasie, almeno, di una ragazzina che si
muove solitaria in un'apocalisse che ha ucciso tutti gli adulti e
che, per non gettare la spugna, racconta favole della buonanotte a
suo fratello. Anna è quasi una donna – come le ha spiegato la
mamma prima di morire, a breve avrà le prime mestruazioni e
l'adolescenza che arriva rappresenta la perdita dell'immunità alla
pandemia – e a quella di un nuotatore provetto, ad esempio, che
regge l'isola sulle proprie spalle non crede ormai più. Ma quando si
è abbastanza grandi per rinunciare alla dolce illusione del
cambiamento? Cosa ci sarà oltre gli scheletri delle pale eoliche;
dall'altra parte, nel Continente?
Il sogno di raggiungere lo Stretto,
però, si complicherà presto. Il piccolo Astor – convinto che
oltre i confini del Podere del Gelso non ci sia ossigeno,
coprotagonista tenero e ingenuo come è – viene rapito, un giorno,
dai bambini blu e portato al Grand Hotel Terme Elise per una notte di
fuoco e bagordi. Per ritrovarlo, Anna dovrà superare indenne
capannelli di bambini selvatici – i riti violenti, le collane di
ossa, le fede pazza in una divinità vendicativa – e imparare a
fidarsi, lei che è cresciuta nel timore del prossimo, dei suoi
compagni di avventura. Un cane con tre nomi, a cui non resta che
l'ultima delle sue sette vite; il giovane e sfortunato Pietro, che
guarda Anna con gli occhi dell'amore ed è convinto che un paio di
leggendarie Adidas gialle saranno la sua personale cura. Il pensiero
comune, allora, corre al Signore delle mosche,
La strada, La
lunga marcia e, titoli sconosciuti ai lettore tipo di Ammaniti, troppo adulti per sapere
cosa c'è sugli scaffali della narrativa per ragazzi, ai recenti distopici The Young World
e Berlin. Non è il solito Ammaniti, però, e quest'ultimo lavoro,
personale omaggio agli autori che ne hanno influenzato lo stile amaro
e il gusto pulp, è un filino troppo citazionista, ma con la sua da
dire.
Resta riconoscibile la voce, nobile l'intenzione. E Anna,
soprattutto, una piccola, grande padrona di casa. Il narratore è
esterno, si esprime in terza persona, ma Ammaniti – questa volta,
meno onnipotente; meno Padreterno – segue i suoi protagonisti in
silenzio, senza anticiparci se il destino sarà con loro benevolo o maligno. L'autore sembra gordersi le tappe del viaggio
insieme a noi e il non prevederne gli scossoni e i tornanti, con
l'ironia nera di cui spesso lo conosciamo capace, lo mostra quantomai
coinvolto, vulnerabile, emozionato. Nonostante i paesaggi funerei,
l'apocalisse fuori, in Anna – e
per me è una novità - manca lo schiacciante senso di fatalismo. Quella sensazione che, da un momento all'altro, potrebbe
succedere tutto a tutti. Ai personaggi non si risparmiano scelte estreme, dolori profondi, bagni di sangue, ma per la prima
volta c'è davvero la speranza, che somiglia al lasciarsi il
beneficio del dubbio. Questo Ammaniti, meno nichilista, non ne vuole
sapere delle radiografie minuziose, dei back-up di anime. Questo Dio
ogni tanto si assopisce: sarà quel che sarà. Vivere è più facile,
ad occhi chiusi. Se capaci come lui, dunque, ci si può forse dimenticare
come scrivere? E' come andare in bicicletta. Può passare il tempo,
nel mentre, ma gli arti sanno da sé dove andare – le mani sul
manubrio, i piedi sui pedali – e l'equilibrio, provvidenziale,
ritorna dal nulla. Così è il talento di Ammaniti. Le dita ricordano
su quale tasto battere, quale corda ferita sfiorare, e l'ispirazione
arriva, come una parola sulla punta della lingua; un tecnicismo che, a
un esame importante, ti salva. Eppure, durante il ripasso, al mattino,
ci sfuggiva. Eppure ci eravamo già dati per vinti, e invece...
Bastava
prepararsi a un nuovo viaggio, ma verso casa. La pagina bianca e il
silenzio, sconfitti tornando in Sicilia. Al metaforico punto di partenza.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: The Beatles – Blackbird
Si
parlava, a proposito dell'entusiasmante Kingsman,
di spie. Il lavoro che sognavo di fare, da bambino, affascinato dai
tanti viaggi e dall'eleganza dello smoking. Dalla capacità, ricordo,
che avevano di atterrare sempre in piedi, come succede ai gatti. Sono diventato, crescendo, uno che però non ama il
cinema d'azione. Mi annoio lì dove, in genere,
dovrebbe scattare l'applauso – gli occhi sbarrati, i piedi che
scalpitano nelle scarpe. Finché, almeno, l'improbabile Daniel Craig
– biondo, segaligno, sarcastico – non ha sostituito Pierce
Brosnan, il Bond della mia infanzia a cui non mi ero mai
appassionato davvero. Uno splendido inizio con Casino
Royale; il dimenticabile – e infatti l'ho dimenticato –
Quantum of Solace; il picco con
Skyfall, denso e autoriale, che
si era inserito ai vertici delle migliori visioni della sua annata.
Non è passato molto. Tre anni, attesa ragionevolissima, con la
promessa di grandi arrivi e grandi ritorni. Il maestro Sam Mendes di
nuovo alla regia, per il ventiquattresimo 007. Forse l'ultimo, e
l'epilogo lo lascia bene intendere, con il Craig che permise ai
profani di avvicinarsi alla spia di Fleming. Com'è
questo Spectre, visto solo adesso per i ritardi delle proiezioni nella mia città, ma
rigorosamente al cinema? Un film lungo ma piacevole, che intrattiene
senza annoiare e il cui massimo difetto è uno soltanto. Lo stesso
che ricade su Writing's On The Wall:
brano di apertura nostalgico e bondiano nel dna che ha la sfortuna, purtroppo, di
arrivare dopo la hit di Adele. Spectre
si muove nell'ombra del predecessore, Skyfall,
e prova – con un cantante dalla vocalità similmente elegante, con
strascichi emotivi che riecheggiano – a rinnovare i fuochi d'artificio. Bond raccoglieva l'eredità del Cavaliere oscuro,
si immalinconiva, vestendosi a lutto, e il suo personaggio diventava
pensieroso. Maturo, dopo generazioni e generazioni. In Spectre,
Craig è in forma ma ha il volto segnato: quasi cinquantenne –
l'attore, il personaggio – pensa al pensionamento e,
con rimpianto, alle donne della sua vita: Vesper Lynd, mai
dimenticata, e la compianta M. Il film, dall'incipit accattivante,
si apre con un piano sequenza straordinario a Città del Messico.
Seguono un inseguimento spericolato a Roma, che finisce con un tuffo
nel Tevere, e botte e corteggiamenti, in treno, che omaggiano Hitchcock. Per tutto il
tempo, c'è quel senso di addio, forte. Più forte senz'altro delle
scene d'azione, coreografate nel dettaglio, e di una trama molto debole, a
cui manca il guizzo. Lo si nota nei cattivi – Dave Bautista, rubato
al ring, e un Cristoph Waltz tutto preso a interpretare il
sopravvalutato ruolo di Cristoph Waltz – e nelle amanti – una
Monica Bellucci che ci ricorda le sue scarse doti recitative e quella
bellezza che non tramonta; una Léa Seydoux troppo scialba per
rimpiazzare la Green, nei cuori nostri e in quello della spia, e
giustificare un radicale cambio di vita. Ciliegine sulla torta, però, i
comprimari – su tutti, Moneypenny e Q, a cui si vuole tanto bene
– e la percezione del tempo che passa. Un beverone
salutista, al posto del classico martini “agitato, non mescolato”;
l'Aston Martin che chissà se passa la revisione, al prossimo giro;
un Craig impeccabile ma che, nelle interviste, senza girarci attorno, si dice stanco morto
di questa vita spericolata. Meglio ricordarlo che salta giù dai
tetti, annienta il crimine e sistema i gemelli della camicia, prima
di pensare a dispensare amore alle sue dame in pericolo. Saggio fermarsi qui, anche se poteva essere meglio - o peggio. (7)
Becca
e Tyler non hanno mai conosciuto i loro nonni. Sono bambini
responsabili e spigliati e, a malincuore, sono cresciuti in fretta.
Sua madre, la stessa che aveva tagliato i ponti con la famiglia in
nome dell'amore, è stata abbandonata dall'uomo della sua vita.
Lasciare che lei torni a essere felice, accanto al nuovo compagno,
comporta un piccolo sacrificio: ad esempio, una settimana con quei
nonni da scoprire da zero. Una fattoria isolata, una casa che si
sveglia al tramonto, una telecamera per immortalare la felice
riconciliazione - e qualcos'altro. Cosa succede alla nonna durante la
notte? Perché c'è l'obbligo di tenersi alla larga dalla cantina?
The Visit, commedia
horror che sfrutta il found footage e la paura verso ciò che
dovrebbe essere rassicurante – un tempo erano i clown, adesso i
miei adorati vecchietti -, è il ritorno di Shyamalan alla macchina
da presa. Uno che, dopo un esordio che aveva fatto gridare al
miracolo, arrivato al misterioso The Village,
ha però collezionato flop su flop. A sfavore del suo nuovo film, una
tecnica che mi ha stufato e risvolti semplici. Però, a sorpresa, The
Visit è un gradito ritorno alla
base. Lontano dai fasti dei vecchi film, ma estraneo alle note
stridenti degli ultimi. Da prendere così com'è, ma carinissimo. Lo
spunto ricorda il miglior racconto del Re e la telecamera traballante
ha una sua ragione d'essere, in mano a due protagonisti dalla bella
faccia tosta, che ci divertono, ci preoccupano e ci colpiscono con
moderazione. I toni sono lievi, inadatti a chi cerca un horror nudo e
crudo, e Shyamalan fa bene, ma latita – all'appello mancano la sua
strana spiritualità, il lato fantastico. Firma, però, una sorta di
favola mistery – a rendere instabili i due anziani sono possessioni
demoniache o i realistici mali raccontati in Amour?
- e, dalla sua, ha scene vagamente disgustose che fanno tanto
ridacchiare, protagonisti convincenti – in particolare, Deanna
Dunagan, inquietante nonna hippie – e una chiusa, con un colpo di
scena e subito dopo il perdono, a modo suo anche toccante. La
riscrittura non dichiarata di Hansel e Gretel
trova uno Shyamalan insolito, disimpegnato per precisa intenzione, e
un pubblico molto favorevole: un'avventura di ragazzini
intraprendenti e cattivi da cartone animato – penso a un Disturbia
per l'infanzia – che sarà
modesta sì, ma va oltre le previsioni iniziali e sta bene col Natale
imminente. (6,5)
Sono
amici stretti, giovani cadetti tornati a casa per l'estate. In
un'enorme residenza inglese, studiano – e, di rimando, vengono studiati – la sorella del loro compagno. Com'è testarda la giovane che,
in una casa di frivolezze, lotta per il diritto allo studio e si
sogna scrittrice. Come possono non innamorarsi dell'orgogliosa Vera
il cagionevole Victor e il sensibile Roland, che compone sonetti?
L'inizio di Testament Of Youth – in Italia, passato
direttamente su Sky, come Generazione Perduta – sembra
sbucato da quel quadro famosissimo di Manet.
Rampolli allegri, colti, distesi su un prato in compagnia di una
ragazza che, bella e estroversa, li affascina tutti. L'idillio c'è –
Vera sceglie il poeta e, per un po', i due si godono passeggiate nel
verde e la speranza delle nozze – ma subito si rompe. La realtà
entra, nella campagna incontaminata, con i titoli sui giornali e la
leva obbligatoria. Scoppia la Grande Guerra. Gli aerei,
all'orizzonte, al posto di Oxford e dell'amore. Quanti strazi può
contenere una sola esistenza? Quanto può essere triste un
melodramma, quanto equilibrata una produzione BBC, senza che le
tragedie sembrino troppe o l'emozione venga svilita? Testament
Of Youth, nel nostro paese trattato alla stregua di un film
televisivo ma ribattezzato, per una volta, con un titolo forse anche
migliore, impiega due ore appena per riassumere una storia vera –
quella della a me sconosciuta Vera Brittain, autrice e attivista –
e, con il suo gusto pittorico e un cast di professionisti, riesce a
non sfigurare accanto a Espiazione e Una lunga domenica di
passioni, per me tra i migliori titoli sul tema. James Kent, che
si è fatto le ossa con tante mini-serie, prende da Wright e Jeunet
l'eleganza della confezione, la fotografia curata, i sentimenti
intensi. Ma se Testament Of Youth scuote molto, anche di più,
è perché i titoli di coda ne rafforzano la già forte
verosimiglianza e perché a raccontarsi è l'unica sopravvissuta a
una generazione di vittime, impersonata dalla rivelazione dell'anno.
Alicia Vikander, prossimamente agli Oscar, poco ma sicuro, per The
Danish Girl, è una inumana macchina di emozioni. Non si strugge
due volte allo stesso modo, espressiva e bellissima, e nel mentre
quanto ci commuove? Insieme all'atipica olandese, strana per i
capelli corvini e un accento british perfetto, i soliti grandi nomi
della scuola inglese – West, la Watson, la Richardson – e giovani
conoscenze telefilmiche – il promettente Egerton; quegli Harrington e
Morgan intimiditi ma accettabili. Il memoir della Brittain, portato
al cinema, ha tanta umanità e rispetto. Il conflitto visto da tre
prospettive diverse – il soldato, la volontaria, il nemico tedesco
che muore proprio come il nostro amico inglese: spaventosi, a tal
proposito, gli sguardi in camera dei singoli protagonisti – e la
vita che, nelle trincee e nelle stazioni affollate, ci ricorda che le
donne sono d'acciaio e che si sopravvive a tutto. Perfino a noi
stessi. (7,5)
Non
ci è voluto molto affinché un successo editoriale diventasse un
successo cinematografico. Questo il destino di Io che amo solo te,
bestseller di Luca Bianchini, che per una settimana e qualcosa è
stato campione di incassi. Da meridionale doc, avevo trovato il
romanzo omonimo piacevole, ma disseminato di innocui cliché
sull'estremo sud: la nostra famosa ospitalità, le grandi abbuffate,
gli scorci suggestivi e, nelle occasioni importanti, quella voglia di
fare che spesso è ai confini del kitsch. Aveva gli occhi del
torinese che parla di una Puglia che ha visto solo in vacanza. Meglio
aveva fatto un turco, Ferzan Ozpetek, in quel Mine Vaganti
che era stato un fantastico
ritorno alla commedia all'italiana. Quel libro con lo stesso titolo
di un'intramontabile canzone un po' lo ricordava, con i parenti
serpenti, gli outing, le bugie a tavola. Sul grande schermo, sarebbe
stata altrettanto forte la somiglianza? Con Scamarcio nuovamente a
bordo, un ricco – ma male assortito, in definitiva – cast, lo
sfondo di quella Polignano così affascinante in Spring,
mi auguravo di sì. Ma Ponti non è Ozpetek e, tradotto in immagini,
lo stile fresco di Bianchini risulta impalpabile: guardando la
trasposizione cinematografica, la matrice letteraria si perde. Io
che amo solo te è scorrevole,
ma privo di stile: televisivo e senza particolari meriti. Occasione
persa se, con toni simili e un identico protagonista, ci si poteva
giocare la carta di una riscrittura, quasi, del film più bello del
regista di La finestra di fronte.
Amori presenti e passati – due innamorati di vecchia data allo
stesso matrimonio, ma come consuoceri – si incrociano. Quella che
avevo definito una nostralgica taranta dell'amore perduto, però,
diventa una folcloristica barzelletta sul meridione, in cui la
presenza della splendida Maria Pia Calzone – accanto a lei non
spiccano i soliti volti di casa nostra, bensì una esilarante
Riccobono e il giovane Eugenio Franceschini, qui omosessuale in cerca
di una fidanzata di copertura – tenta, come può, di bilanciare i
disastri di una pessima voce narrante e i cameo trash – Salvi, la
Amoroso. Comunque modesto di suo, con attori che talvolta non si
sforzano nemmeno di far proprio l'accento barese e comportamenti
assurdamente sopra le righe, Io che amo solo te
sembra una specie di cinepanettone “all stars” giunto
in anticipo. (5)
Anne
Hathaway, nella commedia che avrebbe definitavamente lanciato una
fortunata carriera nata sotto i castelli Disney, abbandonava
una limousine in corsa quando il suo capo spietato, la superba Meryl
Streep, ammetteva che le due – ambiziose e stacanoviste –
avevano, in realtà, molto in comune. E la famiglia? E l'amore? Dopo
tanti anni e un premio Oscar, la Hathaway – tornata
fisicamente in forma, all'indomani della breve e struggente prova in
Les Misèrables – interpreta Joules: direttrice di un'azienda
di shopping online che, devota alla causa, tenta
come meglio può di rimanere a galla, tra orari improponibili,
concorrenza mostruosa, marito e figlia. Finché, da donna in crisi,
trova aiuto e sollievo nell'assunzione di un collaboratore un po'
particolare: Ben – vedovo e pensionato, eppure giovane dentro -,
infatti, sarà la sua ancora di salvataggio. Il Robert De Niro più
in parte dell'ultimo periodo, un angelo custode in giacca e cravatta,
darà infatti lezioni gratuite di garbo, benevolenza e stile, in una
redazione da mettere in sesto e in uno scontro generazionale, a
tratti, nostalgico e divertente. Lo stagista inaspettato,
nuova fatica di Nancy Meyers, regina di un certo fare cinema e
parziale erede di Nora Ephron, è una commedia innocua
che, per un gioco di rimandi più o meno voluti, somiglia a Il
diavolo veste Prada, pur non avendone il cinismo, il piglio, l'aria iconica. Senza infamia e senza lode, si direbbe, visto un
epilogo classico e immagini laccate, ma non troppo. Ma quale infamia
può esserci, con due grandi attori che fanno conoscenza e se la
ridono di gusto, due ore dai ritmi perfetti, un
senso di bontà diffuso? Una commedia sofisticata, fieramente vecchio
stile, dove gli anziani sono i nuovi giovani, le mamme i nuovi papà e le passate assistenti di capi diabolici nuovi boss aperti alle istanze del prossimo. (6)
Provano
con violenza a entrare nella sua stanza, ma un lucchetto blocca la
porta. Dall'altra parte, c'è una persona più determinata e forte:
il catenaccio non reggerà. Prima che la porta venga divelta, però,
e la sua camera invasa, Claire – vent'anni – scappa dalla
finestra. In borsa ha un biglietto per New York e un paio di
scarpette a punta. I suoi piedi e il suo talento la porteranno
lontano in tempi brevi. Entra subito in una compagnia di ballo, con
quel miscuglio di mistero e delicatezza che seduce maestri e
investitori, e su di lei – le linee perfette, un corpo pieno ma
leggero – viene cucito un ruolo da protagonista, per l'evento della
stagione. I coreografi la venerano, i colleghi – le colleghe,
soprattutto – la temono. Da dove sbuca quella spietata rivale, che
per un anno, chissà perché, ha abbandonato il palcoscenico? Cosa
raccontano i suoi silenzi, il suo rigore e l'incapacità a lasciarsi
andare, anima e corpo, a un'altra persona? Flesh & Bone –
miniserie in otto episodi sceneggiata dall'autrice di Breaking
Bad, prodotta dalla Starz e
subito distribuita, dopo un'ottima accoglienza al Festival di Roma,
nel nostro Paese – ha più di qualche debito nei confronti del
cinema di Altman e Aronofsky, ma i paragoni, tanto ragionevoli quanto
immediati, sorprendentemente reggono. La serie firmata da Moira Walley-Beckett non li
teme. Elegantissima, oscura, scritta a meraviglia. Ormai, non ci si
sorprende neanche più davanti a produzioni pensate per il piccolo
schermo che rigorose, di altissimi livelli, concorrono con il cinema
d'autore. Ma in un anno di delusioni in sala e, al contrario, di
grandi avventi telefilmici, Flesh & Bone
– rivelazione, come lo fu lo scorso anno The Affair –
ha, invece, ulteriori motivi per sorprendere. La perfezione con cui
si muovono i suoi ottimi protagonisti, che nascono come ballerini
classici e non come attori, e l'accuratezza con cui si esprimono. Le
coreografie magnifiche, i dialoghi intensi. Qualcuno, alla regia, che
per tutto il tempo ne sa catturare con classe i movimenti eterei e i
discorsi contingenti. La storia dell'inquieta Claire – ma
anche di comprimari tratteggiati con meticolosità, che è un dovere
ricordare: il poetico clochard del palazzo, il coreografo amareggiato
e vendicativo, la coinquilina invidiosa e il fratello possessivo –
mostra, con riflettori puntati più sui retroscena che sulla ribalta,
i livori e le difficoltà, la pressione psicologica e la dura
concorrenza. La musica classica sposa i toni noir, in uno spettacolo
conturbante e impalpabile, perfino sottilmente erotico, per scoprire
il costo dell'ambizione e il talento di una stella in ascesa. Sara
Hay, come il personaggio che impersona, si lascia guardare con occhi
incantati: è la Portman rigida di The Black Swan,
quella fatale di Closer. Gli
occhi da cerbiatto, un esordio dalla forte credibilità e forme da
capogiro, giacché anche l'occhio vuole la sua parte, che quest'anno – nel
famoso listone – rimpiazzeranno quelle della disinibita D'Addario di True Detective. Insieme a
lei, degni di nota, lo straordinario Damon Herriman –
il visionario senzatetto Romeo, con un nome che ci rivela già la
sua propensione alla tragedia – e il superbo Ben Daniels – un
diabolico direttore, l'equivalente per il balletto di ciò che J.K
Simmons è stato per il jazz, le cui follie da tiranno sono
bilanciate da segrete debolezze. Serie nuda e cruda, questa, ma anche
estremamente limata, sul peso degli angeli e dei sogni, in cui la
carne è tutta un livido – le unghie degli alluci saltano, si dorme
scomodi per mantenere una determinata postura – e le ossa, con una
piroetta sbagliata, si spezzano in mille pezzi. Sull'abbracciare il
proprio lato oscuro, per conoscere prima com'è fatto il corpo, poi
com'è fatta l'anima. Claire insegue la perfezione, ricerca la
trascendenza e, se il suo fisico non ha limiti, deve però esplorare
la propria sessualità, i propri vergognosi segreti, per eccellere. Perché non c'è un cigno bianco, senza il cigno nero. (7,5)
Siamo
nel cuore degli anni ottanta. David, diciannove
anni, ha rimediato un impiego per la bella stagione. Per tre mesi,
insegnerà tennis e, con qualche amico, trascorrerà in allegria il
periodo dei grandi cambiamenti in un prestigioso club privato. Mentre i suoi genitori pensano a una
probabile separazione – il padre si è ripreso per miracolo da un
infarto, la mamma nasconde tendenze omosessuali -, il
protagonista, come la tradizione del romanzo di formazione prevede,
metterà in discussione sogni e vecchi propositi. Vuole diventare un
noioso contabile, come il suo vecchio? Vuole avere una famiglia, un
giorno, con la bella Karen, insegnante di aerobica, o abbandonerebbe
tutto per posare, come mamma l'ha fatto, per la fatale Skye, figlia
del boss? Accanto a lui, l'inseparabile amico Wheeler, cotto di una
bagnina biondissima e coinvolto in un traffico di
stupefacenti, e il collega Nash, immaturo quarantenne. Red
Oaks, comedy in dieci episodi
prodotta da Amazon, debutta ufficialmente quest'anno, dopo che il
pilot – diretto dal David Gordon Green–
era stato bene accolto in rete. Dalla sua ha la ricostruzione
riuscita degli anni che mi sono perso e la voglia di omaggiare
personalmente la commedia americana di Hughes e Landis. Si inseguono
i cliché – i capelli cotonati; i pantaloni a vita alta; i campus
che solo in un certo tipo di cinema – e, a volte, in venti minuti, si
girano piccoli, liberi remake. In uno degli ultimi episodi, infatti,
senza ombra di dubbio il più divertente, David e suo padre si scambiano i
ruoli: per una giornata, l'uno nel corpo dell'altro, giocheranno al
gioco di Quel
pazzo venerdì. Metteteci un
protagonista impacciato il giusto, come il bravo Craig Roberts della
rivelazione Submarine –
rivelazione che a me, a onor del vero, non si è ancora rivelata: non l'ho visto -, e la partecipazione di
un'autentica meteora, la Jennifer Grey che non si vedeva sugli
schermi dai fasti di Dirty Dancing.
Gli episodi volano e, sulla falsa riga di serie con le quali non ho
poi proseguito, il noioso Aquarius
e l'idiota Wet Hot American Summer,
ad esempio, si eleva a protagonista un decennio mai passato di moda e
puntualmente rimpianto dai nostalgici. E si fa bene così, molto. Una
stagione per parlare di un'estate cruciale, in
cui a non convincere – o meglio, a convincere più la critica che
il pubblico – è la pretesa di serietà che la partecipazione del
braccio destro dell'impegnato Soderbergh, tra gli autori, vorrebbe
assicurare. A ricordarci che è pimpante, leggero, scanzonato, più
le apparenze – un protagonista in cui mi rivedo
un po' e uno sfondo da sogno - che la scrittura, indecisa tra il
serio e il comico. Stranamente, si rimpiangono le becere risate che
mancano: con più umorismo, e anche
più volgarità, l'omaggio poteva risultare meno studiato ma
maggiormente di cuore. Con meno rigore nascosto, Red Oaks
– per me, comunque carino -poteva diventare un'indispensabile compagnia per le estati presenti e future. (6,5)
Lui
ha l'indiscreto fascino del nerd e scrive per una rivista che si occupa di cinema e
dintorni. Lei mostra meno dei suoi anni e fa l'artista. Loro, che hanno quasi lo stesso identico nome, si
svegliano insieme e insieme vanno a dormire, in un appartamentino
affacciato su una New York spassionatamente indie. Ma quello che, nel
primo episodio, sembra il più classico dei boy meets girl – con
tanto di dialoghi che durano minuti e minuti e personaggi fatti a
modo loro – ha in serbo un colpo di scena. Lui, infatti, ha
conosciuto lei quando erano adolescenti, a casa di papà. I loro
genitori si sono sposati in seconde nozze e questo fa di loro,
all'inizio scontrosi e da grandi amanti appassionati, fratello e
sorella. Più precisamente, fratellastri. Cosa direbbero, scoprendo
la loro relazione nascosta, i parenti, i colleghi, la cameriera della
tavola calda? Il mondo è pronto a vederli come coppia, senza trovare
la cosa strana o, peggio, morbosa? Billy & Billie è
una commedia (alternativamente) romantica a episodi. Ha una
fotografia e un gusto che non sapete – o forse sì? - quanto mi
vanno a genio e tutti gli ingredienti giusti. Una narrazione
originale – i trenta minuti sono scanditi, infatti, come se
leggessimo una sceneggiatura – e due protagonisti belli e valenti. Non manca nemmeno una specie di
autorialità di fondo. Le puntate sono state scritte e dirette dalla
stessa mano: regista e ideatore, un Neil LaBute – quello
dell'esecrabile The Wicker Man, ma
anche del buon Possession: Una storia romantica –
che dal suo ultimo Some Velvet Morning,
ben orchestrato e recitato meglio ancora, prende l'impianto teatrale, ciò che piace al TriBeCa. Lì i protagonisti erano
appena due, qui non mancano i comprimari – i genitori angosciati,
gli amici stravaganti, i fratelli che gli strani innamorati hanno,
loro malgrado, in comune. Lo spettatore, però, non ha occhi che per Lisa Joyce e per Adam Brody; idolatrato dal
sottroscritto, quest'ultimo, per The O.C, quando
ero appena un bambino e Seth Cohen mi pareva il massimo dello stile. Quando sono
insieme, nella stessa inquadratura, piacciono tanto.
Separati, invece, meno, con routine che interessano fino a un certo
punto e rimpiazzi amorosi che, appunto, sono solo meri rimpiazzi. Billy
and Billie ha i suoi ritmi, che
possono piacere oppure no, ma una storia che poteva stare nei canonici novanta minuti. Avrei apprezzato maggiormente e non lo avrei trovato, a
tratti, tanto statico. Mi sarebbero sembrati meno ripetitivi i
tiri e molla e le controversie, alla luce della mia mentalità aperta
– non siete parenti effettivi, fate un po' come vi pare e viva l'amore – e di scheletri nell'armadio a forma di Cesaroni, che mi ricordano
che nella nostra arretrata Italia, ancora prima di Billy e Billie, c'erano la
Mastronardi e Branciamore. E, dal poco che avevo colto facendo
zapping, non la facevano mica così difficile. (5,5)
Questo libro contiene zero lezioni di vita,
zero piccole verità sull'amore, zero momenti di calde lacrime in cui
abbiamo tipo capito di aver abbandonato l'infanzia per sempre. E, a
differenza di quasi tutti i libri in cui una ragazza si ammala di
leucemia, non ci sono quelle frasi lunghe come un paragrafo e super
mielose, che dovrebbero sembrare profonde solo perché sono in
corsivo. Scordatevele.
Titolo:
Quel fantastico peggior anno della mia vita
Autore:
Jesse Andrews
Editore:
Einaudi – Stile Libero Big
Prezzo:
€ 17,50
Numero
di pagine: 250
Data
di pubblicazione: 1 dicembre 2015
Sinossi: Greg
è il ragazzo più nerd e più asociale della scuola e tutto cambia
quando un giorno sua mamma gli comunica che Rachel, una sua compagna
di classe, si è gravemente ammalata di leucemia e lui dovrebbe fare
qualcosa per starle vicino. Ma come fare? Anche perché proprio
qualche giorno prima che Rachel scoprisse di avere questa terribile
malattia, Greg ci aveva maldestramente provato con lei e si era
sentito dire in faccia un gigantesco no a lettere cubitali. Il
ragazzo non ha voglia di uscire dal suo guscio di solitudine, dover
parlare con gli altri, relazionarsi a loro costerebbe troppa fatica e
troppo sforzo, con il rischio poi di fallire. L’unico forse con cui
potrebbe rapportarsi è Earl, l’altro nerd della scuola,
altrettanto solitario e restio alle relazioni sociali. Insieme
decidono di fare l’unica cosa che li appassiona e di cui forse sono
capaci: un film per Rachel, un appassionato e divertente film a lei
dedicato. Il risultato è probabilmente deludente e atrocemente
brutto, ma la devozione e i ringraziamenti della ragazza nei loro
confronti li spingono a dare il meglio di se.
La recensione
Doveva
chiamarsi Io, Earl e la tipa, poi Il mio peggiore amico.
Doveva uscire prima in estate, poi in autunno. Il romanzo d'esordio
di Jesse Andrews, dico, che ancora prima delle librerie aveva
conquistato il mio amatissimo Sundance. Il premiato lungometraggio di
Alfonso Gomez-Rejon, talmente sui
generis, in teoria, da non trovare – per lunga tradizione – posto
in sala. Invece, colpo di scena, arriva a giorni anche da noi,
rovinato da un titolo libero e indicibilmente logorroico che,
conoscendo il protagonista, a posteriori, non sembra così insensato;
sapete? Davanti alla possibilità di vederlo in lingua, un mese e
passa fa, la nascita di un amletico dilemma. Mi si dava il permesso
di dare la precedenza alla trasposizione cinematografica, per passare
solo poi alla lettura della storia di Greg, regista dei corti più
brutti del mondo; Earl, il suo socio in affari; Rachel, la ragazza
con la leucemia che, un po' per pietà e un po' per amicizia,
entrambi coccolano e tormentano, nel suo ultimo anno al mondo? Sul
Colpa delle stelle d'autore, popolato da figure geniali che
non credono nella forza salvifica dell'amore, ma nel cinema
d'avanguardia e nell'umorismo nonsense, pesavano, da parte mia,
aspettative un po' esagerate e compiti impossibili. Sarebbe riuscito,
come mi si assicurava ovunque, a intenerire e divertire, senza
struggimenti di sorta e rapporti dai giorni contati? Purtroppo no,
non proprio. Non ci si scopre innamoratissimi e non ci si lascia
andare a toccanti conti alla rovescia, tranquilli. A volte si
sorride, altre si è come dietro un vetro anti-proiettile. Una
finestra che dà su un bislacco trio, in una stranza
meravigliosamente kitsch e piena zeppa di poster di Hugh Jackman.
Attraverso, le emozioni erano attutite e i dialoghi buffi, ma quasi
rubati. Mi sono sentito spesso fuori luogo, durante la visione: i
loro discorsi sopra le righe mi lasciavano stranito e, a
coinvolgermi, solo la chiusa. Per forza di cose toccante, ma un po'
banale – diversa, comunque, rispetto a quella del romanzo; più delicata. Me and Earl and The Dying Girl,
in sala, si divide perciò tra ultime gioie e riflessioni
esistenziali, omaggi a un cinema che a volte mi piace e altre odio di
vero cuore: i colori da diabete di Wes Anderson; le missioni segrete
e i dialoghi sopra le righe dell'unico Gondry che non sopporto -
quello di Be Kind Rewind;
le emozioni algide, perché forse eccessivamente messe al vaglio, di
Restless. Trovo noioso
il tergiversare, fastidioso il cercare vie alternative quando non è
il caso. E avevo trovato, in quel caso, personalissima la regia di un
Gomez-Rejon che va matto per il virtuosismo e per la tecnica dello
stop-motion; ottimi due giovani protagonisti – lui è stato un Link
perfetto in quel Beautiful Creatures
troncato sul nascere; lei era già moribonda e adorabile in
Bates Motel – che hanno il
difetto, purtroppo per loro, di avere ruoli che non fanno né ridere,
né piangere. Si doveva chiamare così o colì,
doveva uscire e non uscire.
Alla fine, Quel fantastico
peggior anno della mia vita è
arrivato sotto Natale – arriverà domani, in realtà: sono io a
essere un passo nel futuro – e con in copertina il poster di quel
film da me incompreso. Restava l'urgenza di procedere al recupero, al
tipico confronto, se la pellicola, nel frattempo, l'avevo già
scordata, ma conservavo, sui denti, ancora la sensazione zuccherosa
di quei suoi conturbanti – e non i senso erotico - colori pastello?
Il romanzo di Jesse Andrews è tra i più assurdi che abbia letto, e
il record è un punto a suo favore. Uno di quei libri, come
l'altrettanto inclassificabile Il manifesto degli attori
anonimi, che reputano loro
stessi inutili, mera carta straccia – il narratore, ogni tanto, si
domanda infatti se qualcuno sia ancora in ascolto, dall'altra parte
e, in caso affermativo, ci fa sapere che non siamo nel pieno delle
nostre facoltà mentali -, e che trovano ragione d'essere in quel
miscuglio metaletterario di autocritica e falsa modestia. Il tasso di
gradimento dipende un po' dalla tua tolleranza verso il cinismo, le
parole zozze, i voli pindarici, i capricci di una prosa che – cito
testualmente - “è una calamità per la lingua inglese”. Io,
nonostante avessi i miei dubbi, ho alquanto gradito. Quel
fantastico peggior anno della mia vita
è infatti solo un caso, l'ennesimo, in cui il romanzo è superiore
al film. Sarà che leggendocapisco
e familiarizzo molto più che guardando. Chessò: trovo l'umanità in un
serial killer, la dolcezza in due innamorati che nella vita vera
odierei di sicuro, interesse nei riguardi di creatori senza cuore di
corti sperimentali. I protagonisti, tra le pagine, sono più
definiti, più bizzarri, più scorretti.
Greg è sovrappeso,
molliccio, inensibile; Earl – non un amico, ma il suo braccio
destro – è un nano da giardino del ghetto, che fuma quanto Jigen e
stordisce a colpa di calci rotanti; Rachel ha i denti a zappa e i
capelli crespi – il caso vuole che la leucemia, più efficace di
qualsiasi shampoo, dia loro una radicale sistemata – e, con Greg,
giullare di corte, ebbe una mezza liaison alla scuola ebraica. La
differenza, tra film e libro, è la stessa che passa tra un pantalone
rotto sulle ginocchia, perché consumato, e un jeans acquistato già
strappato, ché fa cool; quella tra gli accostamenti di colore di un
daltonico e quelli di una fashion blogger dal gusto discutibile.
Nel romanzo si è trasandati senza applicarsi; nel film, invece, i
vestiti spaiati e le minime pieghe seguono la moda del calzino vintage, del risvoltino. I protagonisti sono impresentabili per
finta e curiosi per copione, anche se in gamba. Stuati, però. In
Andrews, allo stato brado e nocivi, per gli altri e loro stessi –
non sottovalutate il potere dei brutti film su commissione: portano
alla morte, non solo a quella sociale -, stilano corpose liste per punti,
intavolano dialoghi le cui battute sono indicate come in una
sceneggiatura, annotano come me sul blog – con data, dettagli
tecnici, stelline di valutazione – progressi o regressi. Ci sono
battute fulminanti, consigli cinematografici e neanche l'ombra di una
frase che nobiliti l'amicizia dei tre – poco costruttiva,
tutt'altro che disinteressata – e dia un senso alla malattia. Greg,
impegnato o a prenderle e a farci sghignazzare, non ha pensieri
profondi per Rachel – anzi, è indelicato e dissacrante per tutto
il tempo – e ci ricorda che nella malattia, nella vita e nella
morte, non c'è senso. Perché dovrebbe averlo, allora, il libro
su cosa non ha
imparato durante il senior year, che si augura nessuno leggerà per
intero - sgraziato, diseducativo, pasticcione e, suo malgrado,
divertentissimo? Quel fantastico peggior anno della mia
vita ha tre protagonisti in
posa, in mano un ghiacciolo, e uno sfondo blu in cui, una volta che ci fai l'occhio, scorgi casette stilizzate, qualche faccia, il sogno
di diventare uno scoiattolo. Una volta che ti fai l'occhio, capirai
che oltre la cacofonia del dolore, le orecchie che fischiano – che
non sia un sick lit diamolo per assodato sin dal principio, okay – c'è
qualcos'altro. “Quando trasformi un buon
libro in un film, accadono solo cose stupide. E Dio solo sa cosa
accadrebbe se provassi a trasformare questa
vomitosa tirata in una pellicola. C'è qualche possibilità
che venga considerato un atto terroristico”,
ironizza il protagonista. Non è andata tanto catastroficamente, caro Greg.
Anzi, ti sei beccato due premi. Per me, che sono della dua idea, è un
prodotto carino, ma profondamente hipster. Troppo, perfino per me.
Che eppure ho la barba lunga, la mia nutrita collezione di camicie a
quadri, il pallino per un certo tipo di cinema che nessuno si
disturba, di solito, a doppiare. Il romanzo, invece, è carinissimo. Con il
superlativo, senza rancori.
Sinossi:
La
notte in cui tutto cambia per sempre è una notte di ghiaccio e
nebbia ad Avechot, un paese rintanato in una valle profonda fra le
ombre delle Alpi. Forse è stata proprio colpa della nebbia se l'auto
dell'agente speciale Vogel è finita in un fosso. Un banale
incidente. Vogel è illeso, ma sotto shock. Non ricorda perché è lì
e come ci è arrivato. Eppure una cosa è certa: l'agente speciale
Vogel dovrebbe trovarsi da tutt'altra parte, lontano da Avechot.
Infatti, sono ormai passati due mesi da quando una ragazzina del
paese è scomparsa nella nebbia. Due mesi da quando Vogel si è
occupato di quello che, da semplice caso di allontanamento
volontario, si è trasformato prima in un caso di rapimento e, da lì,
in un colossale caso mediatico. Perché è questa la specialità di
Vogel. Non gli interessa nulla del dna, non sa che farsene dei
rilevamenti della scientifica, però in una cosa è insuperabile:
manovrare i media. Attirare le telecamere, conquistare le prime
pagine. Ottenere sempre più fondi per l'indagine grazie
all'attenzione e alle pressioni del "pubblico a casa".
Santificare la vittima e, alla fine, scovare il mostro e sbatterlo in
galera. Questo è il suo gioco, e questa è la sua "firma".
Perché ci vuole uno come lui, privo di scrupoli, per far sì che un
crimine riceva ciò che gli spetta: non tanto una soluzione, quanto
un'audience. Sono passati due mesi da tutto questo, e l'agente
speciale Vogel dovrebbe essere lontano, ormai, da quelle montagne
inospitali. Ma allora, cosa ci fa ancora lì?
La recensione
Faceva
freddo come adesso, più di adesso, e il bavero del giaccone non
bastava a ripararmi dal vento. Dopo anni ci si abitua – all'umido,
alle nuvole pesanti – ma la pioggia, in quel weekend a un passo
dalle feste, si infilava con impegno negli occhi, sotto la pelle.
Spaccava le ossa, una ad una. Fulmini e saette, percussioni ritmiche
e riflettori accesi, per uno scenario degno di un noir da manuale.
Ogni storia da brivido trova il suo inizio in una notte buia e
tempestosa. Ogni presentazione di Donato Carrisi meriterebbe perciò
un cielo a tema. Una nerissima visione da fine del mondo. Ricordo i
brividi di febbre passeggera del ritorno a casa, in autobus, e il
piacere di un incontro sorprendente – se avete letto il mio post,
all'epoca, è un po' come se ci foste stati anche voi, con me –,
insieme alla sensazione che il cattivo tempo avesse disturbato,
stranamente, anche l'autore: uno che, per lavoro, gioca con le ombre,
ma a cui poi manca il sole pugliese; uno che maneggia argomenti
grevi, sempre con i guanti bianchi, e che in privato – o davanti al
suo pubblico di lettori affezionati –
si scopre leggerissimo. Donato Carrisi, di persona, è meno tenebroso
che in foto: alto come me, più o meno, e dal sorriso facile.
Soprattutto, non si lascia scoraggiare dalle bizze dei microfoni: le
interferenze tecniche o la presenza, in libreria, di un pubblico che
chiacchiera e gli scatta foto non lo turbano. Ci sono scrittori
schivi e scrittori, invece, che sanno modulare frasi significative e
creare immagini indelebili anche così, all'impronta. Donato Carrisi
lavora con le parole, che siano d'inchiostro o di fiato poco importa.
E con quelle stesse parole, in unione a innate capacità di uomo di
spettacolo, aveva catturato il pubblico – perfino mio fratello,
all'inizio preso dai suo acquisti – in un'ora in cui si
parlava del più e del meno, del processo creativo, dei gialli di
cronaca. “Ricordate tutti la Strage di Erba, i coniugi Romano”,
aveva domandato, “ma scommetto che nessuno terrà
più a mente un particolare. Il bambino ucciso, come si chiamava?”.
I nomi – arabi, perlopiù, giacché ci si ricordava tutti un bimbo
dai profondi occhi scuri e il suo sospetto padre tunisino –
volavano come i numeri a tombola.
“Youssef”, aveva rivelato
infine. L'incontro si era concluso con una riflessione dolente – il
ricordare i colpevoli, ma non le vittime quanto ci rende complici? -
e un'anticipazione che non avevo saputo cogliere. A un anno di
distanza, infatti, Donato Carrisi torna con La ragazza nella
nebbia. Storia nuova con un
vecchio interrogativo che si risveglia, all'ora delle streghe. E se
mettersi sulle tracce di una ragazza scomparsa avesse minore priorità
rispetto all'altro tarlo che logora: assicurare alla giustizia – e
alle brame delle telecamere – un mostro? E se una storia, in
realtà, la scrivessero i cattivi, con atti esecrabili che sovvertono
gli equilibri, e non i buoni, povera gente dall'esistenza tranquilla?
Abbiamo visitato, con lui a farci da Cicerone, un girone infernale
senza confini e la Città Eterna.
Abbiamo avuto professionisti dalle
abilità fuori dalla norma – l'instancabile Mila, il penitenziere
Marcus –, che sul male hanno formulato ipotesi schiaccianti;
organizzato cacce. La bruma che si dirada a valle ci restituisce la
foto di un paesino all'ombra delle Alpi. Avechot è un presepe
immaginario su cui il Padreterno ha fatto cadere la neve, a fiocchi
grossi, e un'inaspettata fortuna: si è fedeli al denaro e alla
religione, da quando le ricchezze del sottosuolo hanno allontanato i
turisti e i cantieri a cielo aperto hanno sottratto spazio vitale
agli splendori naturali. Sembra Cogne. Quando il Natale chiederebbe a
tutti di essere più buoni, quando il bianco è troppo bianco per il
nero della cronaca, la sedicenne Anna Lou scompare nel nulla: ha un
diario segreto in cui scrive di gatti e perline, una famiglia
profondamente religiosa, i capelli rossi. Si parte dalla fine – il
protagonista, confuso, è sotto interrogatorio – ed è il suo
racconto al Dottor Flores, in un magistrale alternarsi di punti di
vista e piani temporali, che scioglie, poi, il mistero de La
ragazza nella nebbia. Sul
romanzo, da parte mia, pesavano alte aspettative: superfluo dirlo.
Con Carrisi – uno di quegli autori di cui non mi stanco – cerco
la lettura del
thriller dell'anno, non di un
thriller, e, prima o poi, lecito incappare non in una delusione, ma in un romanzo
vagamente sottotono. Anche se dispiace ammetterlo, abituati al
meglio sin da un esordio indimenticabile. Lo stile resta
riconoscibile, la struttura cambia. Si assottiglia, si semplifica:
non ha, questa volta, tanti fuochi. Un unico perno – Chi
ha ucciso Anna Lou? come Chi
haucciso Laura
Palmer? - e il confrontarsi,
dopo intrecci machiavellici e bambole russe di tranelli, con il
giallo tradizionale. Sembrerebbe prendere fiato tra due serie – e,
dunque, da quei polizieschi tridimensionali, difficilissimi,
ad incastro.
Un gioco da ragazzi. Invece, ragionandoci, si nota
che è meno semplice di quanto appaia: stupire con poco, anziché
intrattenere con tanto. Carrisi stupisce e intrattiene, non dimentica
le regole base del suo straordinario successo, ma – fino alla fine,
anche davanti alla sue quasi quattrocento pagine – ho conservato
l'impressione di un racconto lungo, di un esercizio ben
portato a termine. Ho fatto le ore piccole per finirlo – con,
fuori, le stesse atmosfere dello scorso anno e, tra le pagine, lo
stesso Carrisi padrone – ma mi è mancato il colpo di scena
eclatante, il brivido, in un ultimo capitolo frettoloso che, per la
prima volta, non mi ha lasciato a bocca aperta. Se le risposte al
caso mi sono sembrate modeste, La ragazza nella nebbia è
interessante, molto, per le riflessioni sulla morte ai tempi dei
mass media. I misteri dello storico Twin Peaks, gli
uomini qualsiasi del Sospetto
di Vinterberg, vessati dalle occhiate di fuoco del vicino di casa, e
un quid – in questo caso, il sezionare la materia fragile di cui
sono fatti i talk show, penna e telecomando alla mano – che è
inequivocabilmente suo. La trama si fa circostritta, ma il male,
chiodo fisso, rompe di nuovo gli argini. E l'agente speciale Vogel,
che eppure dovrebbe combatterlo, lo coltiva con dedizione sotto le luci della ribalta. Non integerrimo uomo d'azione, ma mestierante
dotato di sangue freddo e tratti telegenici, cercherà di offrire
alla telecamera un colpevole – un mite professore di lettere con la
sfortunata di non avere un alibi abbastanza solido – e il suo
profilo migliore. Non cerca prove, ma indizi, con l'aiuto del giovane
Borghi, di una giornalista d'assalto che gli ha rovinato la reputazione e di
una giacca di cachemire – sotto: camicia inamidata, gemelli d'oro,
cravatta di seta – per combattere il clima rigido, e nascondere le
macchie di sangue altrui. Qualche sbavatura c'è – i colori del
giallo, a volte, diluiti nel mare magnum del realismo – ma tanto si salva dalla nebbia della mia memoria. I lumi e i
peluche. Un regalo mai scartato, con ancora il fiocco in cima, e un
albero puntato verso la finestra, come un faro per i
naviganti – e in città così piccole è assurdamente facile smarrirsi. I
reporter, come gli avvoltoi, che avvertono l'odore dello scoop, pare ricordi quello rugginoso del sangue, e iniziano a volteggiare su
Avechot, in cerchi implacabili e perfetti. Non ci si prende la briga
di cercare la vittima, data per spacciata sin dalle prime ore, ma il suo assassino. Per santificare Anna Lou e dare a quel borgo
spuntato da una fiaba, all'improvviso scena del crimine, la
sua pace. La stampa adora i finali lieti, per quanto possibile, e
l'illusione dei mostri.
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Negramaro – Io non lascio traccia
"Di solito il pensiero
collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la
memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione."
La recensione del film
L'anno
scorso, di questi tempi, di ritorno a casa con un'amica –
spettatrice, insieme a me, del terzo capitolo di una saga young adult
dai toni universali e dal significato profondo – borbottavo
qualcosa sul danno fatto, dividendo in due il capitolo conclusivo di
Hunger Games. Il mio preferito, ma il più povero di eventi.
Però, da una parte, ci si poteva mettere il cuore in pace:
trecentosessantacinque giorni dopo, percorrendo la stessa strada,
sarei stato forse a pezzi. Per gli addii e, soprattutto, per i tanti
morti da piangere. E invece... Torna l'inverno e, con l'inverno,
l'attesissima Katniss Everdeen. Un anno ad attenderla e una fila
assurda, di sabato, per non rimandare troppo; il biglietto pagato a
prezzo pieno, sicuro fossero soldi ben spesi. Si parte in medias res,
dove eravamo rimasti. E dove eravamo rimasti, se del film precedente
– poco incisivo, ma ben fatto – ricordiamo appena il ritornello
di The Hanging Tree e la
scena di un Peeta furente, che si avventava contro la beniamina di
Panem? I distretti si sono sollevati contro Capitol City e Alma Coin,
adesso, si contrappone al Presidente Snow. Si punta al cuore del
potere, un giardino di rose bianche e tranelli, e si cammina sulla
terra - tra ceneri, rovine fumanti, cadaveri di innocenti - e sotto, per raggiungerlo. Pochi isolati diventano una lunga
crociata, se quella guerra intestina è stata il pretesto per dare
vita a una nuova edizione, questa volta incensurata, dei giochi:
trappole, meccanismi diabolici, mostri. Katniss non combatte in prima
linea: simbolo da proteggere, sfila nelle retrovie, con una troupe
che immortala e denuncia e due ragazzi che si contendono i suoi
sentimenti. Il canto della rivolta – Parte 2 è
il resoconto in tempo reale di un colpo di stato; una scalata al
potere che esalta poco, con due ore abbondanti che spesso si
patiscono, una regia statica e un cast provato. Perfino la Lawrence,
per me sopravvalutata, ma di una potenza clamorosa nei passati
capitoli, ha addosso i segni della stanchezza. La sua Katniss è poco
ispirata, poco ispiratrice, anche prima che fatti tragici – i
quali, comunque, non emozionano quanto sperato – ne intacchino la
famosa energia. Gli spumeggianti comprimari – la frivola Banks, il
brillo Harrelson – non sono abbastanza presenti per alleggerire i
toni, in generale grevi, e accanto a un'impeccabile Julianne Moore,
solo Josh Hutcherson – interprete di uno dei personaggi maschili
più teneri di cui abbia letto – brilla, con la ragione che lo
inganna e un amore che, neanche sotto tortura, si dimentica. La saga
di Hunger Games ha un
solo difetto: un film di troppo. Alla resa dei conti, questo:
dispiace ammetterlo, il più deludente dei quattro. Non che sia
spiacevole, ma quanto avrebbe giovato un montaggio migliore al
risultato totale? A colpi di forbici immaginarie, troncare una prima
ora superflua – la protagonista, a lungo, non si batte, e quando il
pericolo salta fuori ha tutta l'aria dei vampiri di Io sono
leggenda; immancabili perciò il
sacrificio eroico e le esplosioni a catena – e aggiustare un po' il
resto. Una mezz'ora conclusiva, ad esempio, bella, ma non abbastanza.
Poteva essere bellissima, tristissima, ma non c'è tempo per
piangere, quando invece di tempo, all'inizio, se ne è perso in
quantità ingenerose. Il canto della rivolta non
è né abbastanza concitato – manca di fluidità, di ritmo – né
abbastanza emotivo – i fazzoletti, inutilizzati, sono ancora nella
tasta della mia giacca. Il romanzo, invece, nonostante le pecche di
una prosa così così, mi aveva scosso: moriva la speranza, si
sceglieva la ragione e non l'amore. La morale resta invariata, ma
giunge attutita: quell'umanità sofferente non tocca e la risoluzione
del triangolo appare quantomai ovvia. Per fortuna ci sono Peeta e Ranuncolo, il gatto randagio che probabilmente li
seppellirà tutti quanti, a regalare qualche emozione in un mondo di
comprimari robotici; quasi presi da altro. In giorni oscuri come i
nostri, di terrore e terroristi, Hunger Games
ci ricorda, per l'ultima volta, i nostri sbagli e le nostre
debolezze: le continue guerre, quando avevamo augurato ai nostri
figli la pace, e l'abbandonarsi alle decisioni dei demagoghi; i
fallimenti della democrazia e la sterilità delle vendette. Ci
vorrebbe una Katniss, con i messaggi forti di cui è portavoce, a
guidarci; possibilmente, non questa: irriconoscibile. Le
strategie promozionali e la sete di guadagni raddoppiati, infatti,
fanno male a una saga – la più significativa, per le nuove
generazioni – che ci ha dato molte soddisfazioni, nel tempo, ma poi
si è rimangiata la promessa. Così, se qualcuno, come accade al buon
Peeta, mi facesse una domanda precisa – Hunger Games lo
consigli, vero o falso? -, gli risponderei vero,
nonostante giochi sordidi – non del Presidente Snow, questa volta,
ma delle grandi major – abbiano fatto di tutto e di più per
indurmi a dire il contrario.
Colpa degli scontati, inevitabili
inconvenienti del brodo allungato. (6,5)