martedì 8 dicembre 2015

Giveaway [Fuori Tutto] - Cosa ti regalo a Natale?


Ciao a tutti, amici lettori, e un saluto anche a voi, che siete capitati qui per caso, solo oggi. Come state? A patto che non mi chiediate come sto anch'io – è un momento un po' buio e ci vorrebbe uno spazio a parte per parlarne, cosa che forse prima o poi accadrà -, il post di oggi nasce come un pensiero per voi, sui cui, da quasi quattro anni, si sa che posso contare. Il Natale sta arrivando e oggi, che è l'Immacolata, il calendario è segnato di rosso. Il blog, quest'anno, non si vestirà di luci e ghirlande – sempre per il momento un po' buio di cui sopra, sempre per il mio spirito del Natale che è agonizzante -, ma immancabile è un giveaway a tema pensato per voi. E quest'anno, nonostante tutto, i libri in palio sono di più e le possibilità di vincita maggiori. Voglio premettere, inoltre, che i romanzi partiranno da me – sono tutti in mio possesso, alcuni letti ma in condizioni ottime, sapete che ci tengo; altri mai sfogliati – e che, per una variazione sul tema, in una sorta di fuori tutto, ho preferito inserire qui e lì qualche titolo non dico meno noto, quanto meno recente. Ci sono tanti colleghi che, in questi stessi giorni, vi permettono di tentare la sorte con romanzi appena arrivati in libreria. Perché non vedere, allora, cosa vi era sfuggito nel mentre? Divisi in cinque categorie – la narrativa italiana e straniera, i titoli indirizzati ai più giovani, il giallo ed il fantasy – ci sono venti libri. Potete sceglierne almeno due, in base ai vostri gusti – e non per forza devono essere dello stesso genere, anzi. I vincitori saranno, in totale, tre. Il primo ne riceverà due; il secondo uno; il terzo – affidandosi a un mio insindacabile capriccio – non saprà fino alla fine quale titolo, sempre uno, ma a sorpresa, gli avrò recapitato: però abbiate fede, non sono solito fare brutti scherzi. Potete partecipare fino a domenica, 20 Dicembre. Nei giorni successivi, in privato, contatterò i fortunati. Le regole, poche e semplici. Vi vorrei creativi e estroversi, ma quest'anno non sapevo davvero cosa inventarmi; sempre viva la sincerità.

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lunedì 7 dicembre 2015

Recensione: Anna, di Niccolò Ammaniti

La vita non ci appartiene, ci attraversa (…) Anna, nella sua inconsapevolezza, intuiva che tutti gli esseri di questo pianeta, dalle lumache alle rondini, uomini compresi, devono vivere. Questo è il nostro compito, questo è stato scritto nella nostra carne. Bisogna andare avanti, senza guardarsi indietro, perché l'energia che ci pervade non possiamo controllarla, e anche disperati, menomati, ciechi continuiamo a nutrirci, a dormire, a nuotare contrastando il gorgo che ci tira giù.

Titolo: Anna
Autore: Niccolò Ammaniti
Editore: Einaudi – Stile Libero Big
Prezzo: € 19,00
Numero di pagine: 274
Sinossi: In una Sicilia diventata un'immensa rovina, una tredicenne cocciuta e coraggiosa parte alla ricerca del fratellino rapito. Fra campi arsi e boschi misteriosi, ruderi di centri commerciali e città abbandonate, fra i grandi spazi deserti di un'isola riconquistata dalla natura e selvagge comunità di sopravvissuti, Anna ha come guida il quaderno che le ha lasciato la mamma con le istruzioni per farcela. E giorno dopo giorno scopre che le regole del passato non valgono più, dovrà inventarne di nuove. Con "Anna" Niccolò Ammaniti ha scritto il suo romanzo più struggente. Una luce che si accende nel buio e allarga il suo raggio per rivelare le incertezze, gli slanci del cuore e la potenza incontrollabile della vita. Perché, come scopre Anna, la "vita non ci appartiene, ci attraversa".
                               La recensione
Sono stato così fortunato da non dovere aspettare. Quest'estate, l'imperdonabile ritardo nello scoprire quanto mi piacesse Niccolò Ammaniti mi ha permesso di saltare a piè pari i tre anni di attesa dal pare non riuscitissimo Il momento è delicato e gli strascichi di quella che, dalle interviste rilasciate, sembrava essere una tormentata crisi artistica. L'autore, raccontandosi a Che tempo che fa, parlava di mancanza di ispirazione; di un blocco. Come superarlo, se non tornando su sentieri che ci fanno sentire al sicuro? Anna, con una protagonista tredicenne e il futuro del mondo nelle mani dei bambini, ricorda più la storia di Michele e Filippo che le altre dell'autore romano – lo stesso Mezzogiorno infuocato a fare da sfondo, i giovani contro il dolore, il cielo rosso che fa sperare nella bontà del giorno dopo, i toni insolitamente delicati – ma, allo stesso tempo, ha il pregio di non essere scritta sulla falsa riga di nessun'altra. Perché ci sono stati sì due romanzi e una raccolta di racconti prima, ma Io non ho paura – ormai quindici anni fa – ha segnato la svolta vera. Quello è il suo romanzo che consiglierei per iniziare, meno grottesco e più lineare, ma altrettanto importante. Quello è il romanzo che, quando ti chiedono Ammaniti cosa ha scritto, puntualmente citi. Messo in scena in un futuro non troppo lontano, Anna immagina una Terra spopolata – gli abitanti sono stata decimati da un virus, la Rossa – in cui la Sicilia è l'originalissimo specchio di un mondo agli sgoccioli. Le catastrofi, come insegnano i blockbuster, accadono solo a New York; no? A essere colpiti, fagocitati dalla natura incontrastata, però, non i simboli delle metropoli internazionali – l'Empire State Building in frantumi, la Statua della Liberà decapitata di netto –, ma spiagge e porti della mia infanzia. Cefalù, di cui ricordo le rocce a strapiombo sul mare, i sassi sul fondo dell'acqua, i castelli di sabbia. Messina, dove mia madre, nel duemilauno, ha subito un intervento per correggere la miopia e dove, sotto le feste, prendevamo il traghetto per muoverci in libertà, finalmente, lungo lo Stivale. Si parlava da quando ero bambino del famoso ponte sullo Stretto, ma anche nel vicino futuro di Anna, alla fine, del progetto non se ne è fatto nulla. La tana di Scilla e Cariddi è larga tre chilometri appena e, oltre, potrebbe esserci la solita vita, secondo le fantasie, almeno, di una ragazzina che si muove solitaria in un'apocalisse che ha ucciso tutti gli adulti e che, per non gettare la spugna, racconta favole della buonanotte a suo fratello. Anna è quasi una donna – come le ha spiegato la mamma prima di morire, a breve avrà le prime mestruazioni e l'adolescenza che arriva rappresenta la perdita dell'immunità alla pandemia – e a quella di un nuotatore provetto, ad esempio, che regge l'isola sulle proprie spalle non crede ormai più. Ma quando si è abbastanza grandi per rinunciare alla dolce illusione del cambiamento? Cosa ci sarà oltre gli scheletri delle pale eoliche; dall'altra parte, nel Continente? 
Il sogno di raggiungere lo Stretto, però, si complicherà presto. Il piccolo Astor – convinto che oltre i confini del Podere del Gelso non ci sia ossigeno, coprotagonista tenero e ingenuo come è – viene rapito, un giorno, dai bambini blu e portato al Grand Hotel Terme Elise per una notte di fuoco e bagordi. Per ritrovarlo, Anna dovrà superare indenne capannelli di bambini selvatici – i riti violenti, le collane di ossa, le fede pazza in una divinità vendicativa – e imparare a fidarsi, lei che è cresciuta nel timore del prossimo, dei suoi compagni di avventura. Un cane con tre nomi, a cui non resta che l'ultima delle sue sette vite; il giovane e sfortunato Pietro, che guarda Anna con gli occhi dell'amore ed è convinto che un paio di leggendarie Adidas gialle saranno la sua personale cura. Il pensiero comune, allora, corre al Signore delle mosche, La strada, La lunga marcia e, titoli sconosciuti ai lettore tipo di Ammaniti, troppo adulti per sapere cosa c'è sugli scaffali della narrativa per ragazzi, ai recenti distopici The Young World e Berlin. Non è il solito Ammaniti, però, e quest'ultimo lavoro, personale omaggio agli autori che ne hanno influenzato lo stile amaro e il gusto pulp, è un filino troppo citazionista, ma con la sua da dire. 
Resta riconoscibile la voce, nobile l'intenzione. E Anna, soprattutto, una piccola, grande padrona di casa. Il narratore è esterno, si esprime in terza persona, ma Ammaniti – questa volta, meno onnipotente; meno Padreterno – segue i suoi protagonisti in silenzio, senza anticiparci se il destino sarà con loro benevolo o maligno. L'autore sembra gordersi le tappe del viaggio insieme a noi e il non prevederne gli scossoni e i tornanti, con l'ironia nera di cui spesso lo conosciamo capace, lo mostra quantomai coinvolto, vulnerabile, emozionato. Nonostante i paesaggi funerei, l'apocalisse fuori, in Anna – e per me è una novità - manca lo schiacciante senso di fatalismo. Quella sensazione che, da un momento all'altro, potrebbe succedere tutto a tutti. Ai personaggi non si risparmiano scelte estreme, dolori profondi, bagni di sangue, ma per la prima volta c'è davvero la speranza, che somiglia al lasciarsi il beneficio del dubbio. Questo Ammaniti, meno nichilista, non ne vuole sapere delle radiografie minuziose, dei back-up di anime. Questo Dio ogni tanto si assopisce: sarà quel che sarà. Vivere è più facile, ad occhi chiusi. Se capaci come lui, dunque, ci si può forse dimenticare come scrivere? E' come andare in bicicletta. Può passare il tempo, nel mentre, ma gli arti sanno da sé dove andare – le mani sul manubrio, i piedi sui pedali – e l'equilibrio, provvidenziale, ritorna dal nulla. Così è il talento di Ammaniti. Le dita ricordano su quale tasto battere, quale corda ferita sfiorare, e l'ispirazione arriva, come una parola sulla punta della lingua; un tecnicismo che, a un esame importante, ti salva. Eppure, durante il ripasso, al mattino, ci sfuggiva. Eppure ci eravamo già dati per vinti, e invece...
Bastava prepararsi a un nuovo viaggio, ma verso casa. La pagina bianca e il silenzio, sconfitti tornando in Sicilia. Al metaforico punto di partenza.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Blackbird

venerdì 4 dicembre 2015

Mr. Ciak: Spectre, The Visit, Generazione Perduta, Io che amo solo te, Lo stagista inaspettato

Si parlava, a proposito dell'entusiasmante Kingsman, di spie. Il lavoro che sognavo di fare, da bambino, affascinato dai tanti viaggi e dall'eleganza dello smoking. Dalla capacità, ricordo, che avevano di atterrare sempre in piedi, come succede ai gatti. Sono diventato, crescendo, uno che però non ama il cinema d'azione. Mi annoio lì dove, in genere, dovrebbe scattare l'applauso – gli occhi sbarrati, i piedi che scalpitano nelle scarpe. Finché, almeno, l'improbabile Daniel Craig – biondo, segaligno, sarcastico – non ha sostituito Pierce Brosnan, il Bond della mia infanzia a cui non mi ero mai appassionato davvero. Uno splendido inizio con Casino Royale; il dimenticabile – e infatti l'ho dimenticato – Quantum of Solace; il picco con Skyfall, denso e autoriale, che si era inserito ai vertici delle migliori visioni della sua annata. Non è passato molto. Tre anni, attesa ragionevolissima, con la promessa di grandi arrivi e grandi ritorni. Il maestro Sam Mendes di nuovo alla regia, per il ventiquattresimo 007. Forse l'ultimo, e l'epilogo lo lascia bene intendere, con il Craig che permise ai profani di avvicinarsi alla spia di Fleming. Com'è questo Spectre, visto solo adesso per i ritardi delle proiezioni nella mia città, ma rigorosamente al cinema? Un film lungo ma piacevole, che intrattiene senza annoiare e il cui massimo difetto è uno soltanto. Lo stesso che ricade su Writing's On The Wall: brano di apertura nostalgico e bondiano nel dna che ha la sfortuna, purtroppo, di arrivare dopo la hit di Adele. Spectre si muove nell'ombra del predecessore, Skyfall, e prova – con un cantante dalla vocalità similmente elegante, con strascichi emotivi che riecheggiano – a rinnovare i fuochi d'artificio. Bond raccoglieva l'eredità del Cavaliere oscuro, si immalinconiva, vestendosi a lutto, e il suo personaggio diventava pensieroso. Maturo, dopo generazioni e generazioni. In Spectre, Craig è in forma ma ha il volto segnato: quasi cinquantenne – l'attore, il personaggio – pensa al pensionamento e, con rimpianto, alle donne della sua vita: Vesper Lynd, mai dimenticata, e la compianta M. Il film, dall'incipit accattivante, si apre con un piano sequenza straordinario a Città del Messico. Seguono un inseguimento spericolato a Roma, che finisce con un tuffo nel Tevere, e botte e corteggiamenti, in treno, che omaggiano Hitchcock. Per tutto il tempo, c'è quel senso di addio, forte. Più forte senz'altro delle scene d'azione, coreografate nel dettaglio, e di una trama molto debole, a cui manca il guizzo. Lo si nota nei cattivi – Dave Bautista, rubato al ring, e un Cristoph Waltz tutto preso a interpretare il sopravvalutato ruolo di Cristoph Waltz – e nelle amanti – una Monica Bellucci che ci ricorda le sue scarse doti recitative e quella bellezza che non tramonta; una Léa Seydoux troppo scialba per rimpiazzare la Green, nei cuori nostri e in quello della spia, e giustificare un radicale cambio di vita. Ciliegine sulla torta, però, i comprimari – su tutti, Moneypenny e Q, a cui si vuole tanto bene – e la percezione del tempo che passa. Un beverone salutista, al posto del classico martini “agitato, non mescolato”; l'Aston Martin che chissà se passa la revisione, al prossimo giro; un Craig impeccabile ma che, nelle interviste, senza girarci attorno, si dice stanco morto di questa vita spericolata. Meglio ricordarlo che salta giù dai tetti, annienta il crimine e sistema i gemelli della camicia, prima di pensare a dispensare amore alle sue dame in pericolo. Saggio fermarsi qui, anche se poteva essere meglio - o peggio. (7)

Becca e Tyler non hanno mai conosciuto i loro nonni. Sono bambini responsabili e spigliati e, a malincuore, sono cresciuti in fretta. Sua madre, la stessa che aveva tagliato i ponti con la famiglia in nome dell'amore, è stata abbandonata dall'uomo della sua vita. Lasciare che lei torni a essere felice, accanto al nuovo compagno, comporta un piccolo sacrificio: ad esempio, una settimana con quei nonni da scoprire da zero. Una fattoria isolata, una casa che si sveglia al tramonto, una telecamera per immortalare la felice riconciliazione - e qualcos'altro. Cosa succede alla nonna durante la notte? Perché c'è l'obbligo di tenersi alla larga dalla cantina? The Visit, commedia horror che sfrutta il found footage e la paura verso ciò che dovrebbe essere rassicurante – un tempo erano i clown, adesso i miei adorati vecchietti -, è il ritorno di Shyamalan alla macchina da presa. Uno che, dopo un esordio che aveva fatto gridare al miracolo, arrivato al misterioso The Village, ha però collezionato flop su flop. A sfavore del suo nuovo film, una tecnica che mi ha stufato e risvolti semplici. Però, a sorpresa, The Visit è un gradito ritorno alla base. Lontano dai fasti dei vecchi film, ma estraneo alle note stridenti degli ultimi. Da prendere così com'è, ma carinissimo. Lo spunto ricorda il miglior racconto del Re e la telecamera traballante ha una sua ragione d'essere, in mano a due protagonisti dalla bella faccia tosta, che ci divertono, ci preoccupano e ci colpiscono con moderazione. I toni sono lievi, inadatti a chi cerca un horror nudo e crudo, e Shyamalan fa bene, ma latita – all'appello mancano la sua strana spiritualità, il lato fantastico. Firma, però, una sorta di favola mistery – a rendere instabili i due anziani sono possessioni demoniache o i realistici mali raccontati in Amour? - e, dalla sua, ha scene vagamente disgustose che fanno tanto ridacchiare, protagonisti convincenti – in particolare, Deanna Dunagan, inquietante nonna hippie – e una chiusa, con un colpo di scena e subito dopo il perdono, a modo suo anche toccante. La riscrittura non dichiarata di Hansel e Gretel trova uno Shyamalan insolito, disimpegnato per precisa intenzione, e un pubblico molto favorevole: un'avventura di ragazzini intraprendenti e cattivi da cartone animato – penso a un Disturbia per l'infanzia – che sarà modesta sì, ma va oltre le previsioni iniziali e sta bene col Natale imminente. (6,5)

Sono amici stretti, giovani cadetti tornati a casa per l'estate. In un'enorme residenza inglese, studiano – e, di rimando, vengono studiati – la sorella del loro compagno. Com'è testarda la giovane che, in una casa di frivolezze, lotta per il diritto allo studio e si sogna scrittrice. Come possono non innamorarsi dell'orgogliosa Vera il cagionevole Victor e il sensibile Roland, che compone sonetti? L'inizio di Testament Of Youth – in Italia, passato direttamente su Sky, come Generazione Perduta – sembra sbucato da quel quadro famosissimo di Manet. Rampolli allegri, colti, distesi su un prato in compagnia di una ragazza che, bella e estroversa, li affascina tutti. L'idillio c'è – Vera sceglie il poeta e, per un po', i due si godono passeggiate nel verde e la speranza delle nozze – ma subito si rompe. La realtà entra, nella campagna incontaminata, con i titoli sui giornali e la leva obbligatoria. Scoppia la Grande Guerra. Gli aerei, all'orizzonte, al posto di Oxford e dell'amore. Quanti strazi può contenere una sola esistenza? Quanto può essere triste un melodramma, quanto equilibrata una produzione BBC, senza che le tragedie sembrino troppe o l'emozione venga svilita? Testament Of Youth, nel nostro paese trattato alla stregua di un film televisivo ma ribattezzato, per una volta, con un titolo forse anche migliore, impiega due ore appena per riassumere una storia vera – quella della a me sconosciuta Vera Brittain, autrice e attivista – e, con il suo gusto pittorico e un cast di professionisti, riesce a non sfigurare accanto a Espiazione e Una lunga domenica di passioni, per me tra i migliori titoli sul tema. James Kent, che si è fatto le ossa con tante mini-serie, prende da Wright e Jeunet l'eleganza della confezione, la fotografia curata, i sentimenti intensi. Ma se Testament Of Youth scuote molto, anche di più, è perché i titoli di coda ne rafforzano la già forte verosimiglianza e perché a raccontarsi è l'unica sopravvissuta a una generazione di vittime, impersonata dalla rivelazione dell'anno. Alicia Vikander, prossimamente agli Oscar, poco ma sicuro, per The Danish Girl, è una inumana macchina di emozioni. Non si strugge due volte allo stesso modo, espressiva e bellissima, e nel mentre quanto ci commuove? Insieme all'atipica olandese, strana per i capelli corvini e un accento british perfetto, i soliti grandi nomi della scuola inglese – West, la Watson, la Richardson – e giovani conoscenze telefilmiche – il promettente Egerton; quegli Harrington e Morgan intimiditi ma accettabili. Il memoir della Brittain, portato al cinema, ha tanta umanità e rispetto. Il conflitto visto da tre prospettive diverse – il soldato, la volontaria, il nemico tedesco che muore proprio come il nostro amico inglese: spaventosi, a tal proposito, gli sguardi in camera dei singoli protagonisti – e la vita che, nelle trincee e nelle stazioni affollate, ci ricorda che le donne sono d'acciaio e che si sopravvive a tutto. Perfino a noi stessi. (7,5)

Non ci è voluto molto affinché un successo editoriale diventasse un successo cinematografico. Questo il destino di Io che amo solo te, bestseller di Luca Bianchini, che per una settimana e qualcosa è stato campione di incassi. Da meridionale doc, avevo trovato il romanzo omonimo piacevole, ma disseminato di innocui cliché sull'estremo sud: la nostra famosa ospitalità, le grandi abbuffate, gli scorci suggestivi e, nelle occasioni importanti, quella voglia di fare che spesso è ai confini del kitsch. Aveva gli occhi del torinese che parla di una Puglia che ha visto solo in vacanza. Meglio aveva fatto un turco, Ferzan Ozpetek, in quel Mine Vaganti che era stato un fantastico ritorno alla commedia all'italiana. Quel libro con lo stesso titolo di un'intramontabile canzone un po' lo ricordava, con i parenti serpenti, gli outing, le bugie a tavola. Sul grande schermo, sarebbe stata altrettanto forte la somiglianza? Con Scamarcio nuovamente a bordo, un ricco – ma male assortito, in definitiva – cast, lo sfondo di quella Polignano così affascinante in Spring, mi auguravo di sì. Ma Ponti non è Ozpetek e, tradotto in immagini, lo stile fresco di Bianchini risulta impalpabile: guardando la trasposizione cinematografica, la matrice letteraria si perde. Io che amo solo te è scorrevole, ma privo di stile: televisivo e senza particolari meriti. Occasione persa se, con toni simili e un identico protagonista, ci si poteva giocare la carta di una riscrittura, quasi, del film più bello del regista di La finestra di fronte. Amori presenti e passati – due innamorati di vecchia data allo stesso matrimonio, ma come consuoceri – si incrociano. Quella che avevo definito una nostralgica taranta dell'amore perduto, però, diventa una folcloristica barzelletta sul meridione, in cui la presenza della splendida Maria Pia Calzone – accanto a lei non spiccano i soliti volti di casa nostra, bensì una esilarante Riccobono e il giovane Eugenio Franceschini, qui omosessuale in cerca di una fidanzata di copertura – tenta, come può, di bilanciare i disastri di una pessima voce narrante e i cameo trash – Salvi, la Amoroso. Comunque modesto di suo, con attori che talvolta non si sforzano nemmeno di far proprio l'accento barese e comportamenti assurdamente sopra le righe, Io che amo solo te sembra una specie di cinepanettone “all stars” giunto in anticipo. (5)

Anne Hathaway, nella commedia che avrebbe definitavamente lanciato una fortunata carriera nata sotto i castelli Disney, abbandonava una limousine in corsa quando il suo capo spietato, la superba Meryl Streep, ammetteva che le due – ambiziose e stacanoviste – avevano, in realtà, molto in comune. E la famiglia? E l'amore? Dopo tanti anni e un premio Oscar, la Hathaway – tornata fisicamente in forma, all'indomani della breve e struggente prova in Les Misèrables – interpreta Joules: direttrice di un'azienda di shopping online che, devota alla causa, tenta come meglio può di rimanere a galla, tra orari improponibili, concorrenza mostruosa, marito e figlia. Finché, da donna in crisi, trova aiuto e sollievo nell'assunzione di un collaboratore un po' particolare: Ben – vedovo e pensionato, eppure giovane dentro -, infatti, sarà la sua ancora di salvataggio. Il Robert De Niro più in parte dell'ultimo periodo, un angelo custode in giacca e cravatta, darà infatti lezioni gratuite di garbo, benevolenza e stile, in una redazione da mettere in sesto e in uno scontro generazionale, a tratti, nostalgico e divertente. Lo stagista inaspettato, nuova fatica di Nancy Meyers, regina di un certo fare cinema e parziale erede di Nora Ephron, è una commedia innocua che, per un gioco di rimandi più o meno voluti, somiglia a Il diavolo veste Prada, pur non avendone il cinismo, il piglio, l'aria iconica. Senza infamia e senza lode, si direbbe, visto un epilogo classico e immagini laccate, ma non troppo. Ma quale infamia può esserci, con due grandi attori che fanno conoscenza e se la ridono di gusto, due ore dai ritmi perfetti, un senso di bontà diffuso? Una commedia sofisticata, fieramente vecchio stile, dove gli anziani sono i nuovi giovani, le mamme i nuovi papà e le passate assistenti di capi diabolici nuovi boss aperti alle istanze del prossimo. (6)

mercoledì 2 dicembre 2015

I ♥ Telefilm: Flesh and Bone, Red Oaks, Billy and Billie

Provano con violenza a entrare nella sua stanza, ma un lucchetto blocca la porta. Dall'altra parte, c'è una persona più determinata e forte: il catenaccio non reggerà. Prima che la porta venga divelta, però, e la sua camera invasa, Claire – vent'anni – scappa dalla finestra. In borsa ha un biglietto per New York e un paio di scarpette a punta. I suoi piedi e il suo talento la porteranno lontano in tempi brevi. Entra subito in una compagnia di ballo, con quel miscuglio di mistero e delicatezza che seduce maestri e investitori, e su di lei – le linee perfette, un corpo pieno ma leggero – viene cucito un ruolo da protagonista, per l'evento della stagione. I coreografi la venerano, i colleghi – le colleghe, soprattutto – la temono. Da dove sbuca quella spietata rivale, che per un anno, chissà perché, ha abbandonato il palcoscenico? Cosa raccontano i suoi silenzi, il suo rigore e l'incapacità a lasciarsi andare, anima e corpo, a un'altra persona? Flesh & Bone – miniserie in otto episodi sceneggiata dall'autrice di Breaking Bad, prodotta dalla Starz e subito distribuita, dopo un'ottima accoglienza al Festival di Roma, nel nostro Paese – ha più di qualche debito nei confronti del cinema di Altman e Aronofsky, ma i paragoni, tanto ragionevoli quanto immediati, sorprendentemente reggono. La serie firmata da Moira Walley-Beckett non li teme. Elegantissima, oscura, scritta a meraviglia. Ormai, non ci si sorprende neanche più davanti a produzioni pensate per il piccolo schermo che rigorose, di altissimi livelli, concorrono con il cinema d'autore. Ma in un anno di delusioni in sala e, al contrario, di grandi avventi telefilmici, Flesh & Bone – rivelazione, come lo fu lo scorso anno The Affair – ha, invece, ulteriori motivi per sorprendere. La perfezione con cui si muovono i suoi ottimi protagonisti, che nascono come ballerini classici e non come attori, e l'accuratezza con cui si esprimono. Le coreografie magnifiche, i dialoghi intensi. Qualcuno, alla regia, che per tutto il tempo ne sa catturare con classe i movimenti eterei e i discorsi contingenti. La storia dell'inquieta Claire – ma anche di comprimari tratteggiati con meticolosità, che è un dovere ricordare: il poetico clochard del palazzo, il coreografo amareggiato e vendicativo, la coinquilina invidiosa e il fratello possessivo – mostra, con riflettori puntati più sui retroscena che sulla ribalta, i livori e le difficoltà, la pressione psicologica e la dura concorrenza. La musica classica sposa i toni noir, in uno spettacolo conturbante e impalpabile, perfino sottilmente erotico, per scoprire il costo dell'ambizione e il talento di una stella in ascesa. Sara Hay, come il personaggio che impersona, si lascia guardare con occhi incantati: è la Portman rigida di The Black Swan, quella fatale di Closer. Gli occhi da cerbiatto, un esordio dalla forte credibilità e forme da capogiro, giacché anche l'occhio vuole la sua parte, che quest'anno – nel famoso listone – rimpiazzeranno quelle della disinibita D'Addario di True Detective. Insieme a lei, degni di nota, lo straordinario Damon Herriman – il visionario senzatetto Romeo, con un nome che ci rivela già la sua propensione alla tragedia – e il superbo Ben Daniels – un diabolico direttore, l'equivalente per il balletto di ciò che J.K Simmons è stato per il jazz, le cui follie da tiranno sono bilanciate da segrete debolezze. Serie nuda e cruda, questa, ma anche estremamente limata, sul peso degli angeli e dei sogni, in cui la carne è tutta un livido – le unghie degli alluci saltano, si dorme scomodi per mantenere una determinata postura – e le ossa, con una piroetta sbagliata, si spezzano in mille pezzi. Sull'abbracciare il proprio lato oscuro, per conoscere prima com'è fatto il corpo, poi com'è fatta l'anima. Claire insegue la perfezione, ricerca la trascendenza e, se il suo fisico non ha limiti, deve però esplorare la propria sessualità, i propri vergognosi segreti, per eccellere. Perché non c'è un cigno bianco, senza il cigno nero. (7,5)

Siamo nel cuore degli anni ottanta. David, diciannove anni, ha rimediato un impiego per la bella stagione. Per tre mesi, insegnerà tennis e, con qualche amico, trascorrerà in allegria il periodo dei grandi cambiamenti  in un prestigioso club privato. Mentre i suoi genitori pensano a una probabile separazione – il padre si è ripreso per miracolo da un infarto, la mamma nasconde tendenze omosessuali -, il protagonista, come la tradizione del romanzo di formazione prevede, metterà in discussione sogni e vecchi propositi. Vuole diventare un noioso contabile, come il suo vecchio? Vuole avere una famiglia, un giorno, con la bella Karen, insegnante di aerobica, o abbandonerebbe tutto per posare, come mamma l'ha fatto, per la fatale Skye, figlia del boss? Accanto a lui, l'inseparabile amico Wheeler, cotto di una bagnina biondissima e coinvolto in un traffico di stupefacenti, e il collega Nash, immaturo quarantenne. Red Oaks, comedy in dieci episodi prodotta da Amazon, debutta ufficialmente quest'anno, dopo che il pilot – diretto dal David Gordon Green – era stato bene accolto in rete. Dalla sua ha la ricostruzione riuscita degli anni che mi sono perso e la voglia di omaggiare personalmente la commedia americana di Hughes e Landis. Si inseguono i cliché – i capelli cotonati; i pantaloni a vita alta; i campus che solo in un certo tipo di cinema – e, a volte, in venti minuti, si girano piccoli, liberi remake. In uno degli ultimi episodi, infatti, senza ombra di dubbio il più divertente, David e suo padre si scambiano i ruoli: per una giornata, l'uno nel corpo dell'altro, giocheranno al gioco di Quel pazzo venerdì. Metteteci un protagonista impacciato il giusto, come il bravo Craig Roberts della rivelazione Submarine – rivelazione che a me, a onor del vero, non si è ancora rivelata: non l'ho visto -, e la partecipazione di un'autentica meteora, la Jennifer Grey che non si vedeva sugli schermi dai fasti di Dirty Dancing. Gli episodi volano e, sulla falsa riga di serie con le quali non ho poi proseguito, il noioso Aquarius e l'idiota Wet Hot American Summer, ad esempio, si eleva a protagonista un decennio mai passato di moda e puntualmente rimpianto dai nostalgici. E si fa bene così, molto. Una stagione per parlare di un'estate cruciale, in cui a non convincere – o meglio, a convincere più la critica che il pubblico – è la pretesa di serietà che la partecipazione del braccio destro dell'impegnato Soderbergh, tra gli autori, vorrebbe assicurare. A ricordarci che è pimpante, leggero, scanzonato, più le apparenze – un protagonista in cui mi rivedo un po' e uno sfondo da sogno - che la scrittura, indecisa tra il serio e il comico. Stranamente, si rimpiangono le becere risate che mancano: con più umorismo, e anche più volgarità, l'omaggio poteva risultare meno studiato ma maggiormente di cuore. Con meno rigore nascosto, Red Oaks – per me, comunque carino - poteva diventare un'indispensabile compagnia per le estati presenti e future. (6,5)

Lui ha l'indiscreto fascino del nerd e scrive per una rivista che si occupa di cinema e dintorni. Lei mostra meno dei suoi anni e fa l'artista. Loro, che hanno quasi lo stesso identico nome, si svegliano insieme e insieme vanno a dormire, in un appartamentino affacciato su una New York spassionatamente indie. Ma quello che, nel primo episodio, sembra il più classico dei boy meets girl – con tanto di dialoghi che durano minuti e minuti e personaggi fatti a modo loro – ha in serbo un colpo di scena. Lui, infatti, ha conosciuto lei quando erano adolescenti, a casa di papà. I loro genitori si sono sposati in seconde nozze e questo fa di loro, all'inizio scontrosi e da grandi amanti appassionati, fratello e sorella. Più precisamente, fratellastri. Cosa direbbero, scoprendo la loro relazione nascosta, i parenti, i colleghi, la cameriera della tavola calda? Il mondo è pronto a vederli come coppia, senza trovare la cosa strana o, peggio, morbosa? Billy & Billie è una commedia (alternativamente) romantica a episodi. Ha una fotografia e un gusto che non sapete – o forse sì? - quanto mi vanno a genio e tutti gli ingredienti giusti. Una narrazione originale – i trenta minuti sono scanditi, infatti, come se leggessimo una sceneggiatura – e due protagonisti belli e valenti. Non manca nemmeno una specie di autorialità di fondo. Le puntate sono state scritte e dirette dalla stessa mano: regista e ideatore, un Neil LaBute – quello dell'esecrabile The Wicker Man, ma anche del buon Possession: Una storia romantica – che dal suo ultimo Some Velvet Morning, ben orchestrato e recitato meglio ancora, prende l'impianto teatrale, ciò che piace al TriBeCa. Lì i protagonisti erano appena due, qui non mancano i comprimari – i genitori angosciati, gli amici stravaganti, i fratelli che gli strani innamorati hanno, loro malgrado, in comune. Lo spettatore, però, non ha occhi che per Lisa Joyce e per Adam Brody; idolatrato dal sottroscritto, quest'ultimo, per The O.C, quando ero appena un bambino e Seth Cohen mi pareva il massimo dello stile. Quando sono insieme, nella stessa inquadratura, piacciono tanto. Separati, invece, meno, con routine che interessano fino a un certo punto e rimpiazzi amorosi che, appunto, sono solo meri rimpiazzi. Billy and Billie ha i suoi ritmi, che possono piacere oppure no, ma una storia che poteva stare nei canonici novanta minuti. Avrei apprezzato maggiormente e non lo avrei trovato, a tratti, tanto statico. Mi sarebbero sembrati meno ripetitivi i tiri e molla e le controversie, alla luce della mia mentalità aperta – non siete parenti effettivi, fate un po' come vi pare e viva l'amore – e di scheletri nell'armadio a forma di Cesaroni, che mi ricordano che nella nostra arretrata Italia, ancora prima di Billy e Billie, c'erano la Mastronardi e Branciamore. E, dal poco che avevo colto facendo zapping, non la facevano mica così difficile. (5,5)

lunedì 30 novembre 2015

Recensione in anteprima [libro e film]: Quel fantastico peggior anno della mia vita, di Jesse Andrews

Questo libro contiene zero lezioni di vita, zero piccole verità sull'amore, zero momenti di calde lacrime in cui abbiamo tipo capito di aver abbandonato l'infanzia per sempre. E, a differenza di quasi tutti i libri in cui una ragazza si ammala di leucemia, non ci sono quelle frasi lunghe come un paragrafo e super mielose, che dovrebbero sembrare profonde solo perché sono in corsivo. Scordatevele.

Titolo: Quel fantastico peggior anno della mia vita
Autore: Jesse Andrews
Editore: Einaudi – Stile Libero Big
Prezzo: € 17,50
Numero di pagine: 250
Data di pubblicazione: 1 dicembre 2015
Sinossi: Greg è il ragazzo più nerd e più asociale della scuola e tutto cambia quando un giorno sua mamma gli comunica che Rachel, una sua compagna di classe, si è gravemente ammalata di leucemia e lui dovrebbe fare qualcosa per starle vicino. Ma come fare? Anche perché proprio qualche giorno prima che Rachel scoprisse di avere questa terribile malattia, Greg ci aveva maldestramente provato con lei e si era sentito dire in faccia un gigantesco no a lettere cubitali. Il ragazzo non ha voglia di uscire dal suo guscio di solitudine, dover parlare con gli altri, relazionarsi a loro costerebbe troppa fatica e troppo sforzo, con il rischio poi di fallire. L’unico forse con cui potrebbe rapportarsi è Earl, l’altro nerd della scuola, altrettanto solitario e restio alle relazioni sociali. Insieme decidono di fare l’unica cosa che li appassiona e di cui forse sono capaci: un film per Rachel, un appassionato e divertente film a lei dedicato. Il risultato è probabilmente deludente e atrocemente brutto, ma la devozione e i ringraziamenti della ragazza nei loro confronti li spingono a dare il meglio di se.
                                      La recensione
Doveva chiamarsi Io, Earl e la tipa, poi Il mio peggiore amico. Doveva uscire prima in estate, poi in autunno. Il romanzo d'esordio di Jesse Andrews, dico, che ancora prima delle librerie aveva conquistato il mio amatissimo Sundance. Il premiato lungometraggio di Alfonso Gomez-Rejon, talmente sui generis, in teoria, da non trovare – per lunga tradizione – posto in sala. Invece, colpo di scena, arriva a giorni anche da noi, rovinato da un titolo libero e indicibilmente logorroico che, conoscendo il protagonista, a posteriori, non sembra così insensato; sapete? Davanti alla possibilità di vederlo in lingua, un mese e passa fa, la nascita di un amletico dilemma. Mi si dava il permesso di dare la precedenza alla trasposizione cinematografica, per passare solo poi alla lettura della storia di Greg, regista dei corti più brutti del mondo; Earl, il suo socio in affari; Rachel, la ragazza con la leucemia che, un po' per pietà e un po' per amicizia, entrambi coccolano e tormentano, nel suo ultimo anno al mondo? Sul Colpa delle stelle d'autore, popolato da figure geniali che non credono nella forza salvifica dell'amore, ma nel cinema d'avanguardia e nell'umorismo nonsense, pesavano, da parte mia, aspettative un po' esagerate e compiti impossibili. Sarebbe riuscito, come mi si assicurava ovunque, a intenerire e divertire, senza struggimenti di sorta e rapporti dai giorni contati? Purtroppo no, non proprio. Non ci si scopre innamoratissimi e non ci si lascia andare a toccanti conti alla rovescia, tranquilli. A volte si sorride, altre si è come dietro un vetro anti-proiettile. Una finestra che dà su un bislacco trio, in una stranza meravigliosamente kitsch e piena zeppa di poster di Hugh Jackman. Attraverso, le emozioni erano attutite e i dialoghi buffi, ma quasi rubati. Mi sono sentito spesso fuori luogo, durante la visione: i loro discorsi sopra le righe mi lasciavano stranito e, a coinvolgermi, solo la chiusa. Per forza di cose toccante, ma un po' banale – diversa, comunque, rispetto a quella del romanzo; più delicata. Me and Earl and The Dying Girl, in sala, si divide perciò tra ultime gioie e riflessioni esistenziali, omaggi a un cinema che a volte mi piace e altre odio di vero cuore: i colori da diabete di Wes Anderson; le missioni segrete e i dialoghi sopra le righe dell'unico Gondry che non sopporto - quello di Be Kind Rewind; le emozioni algide, perché forse eccessivamente messe al vaglio, di Restless. Trovo noioso il tergiversare, fastidioso il cercare vie alternative quando non è il caso. E avevo trovato, in quel caso, personalissima la regia di un Gomez-Rejon che va matto per il virtuosismo e per la tecnica dello stop-motion; ottimi due giovani protagonisti – lui è stato un Link perfetto in quel Beautiful Creatures troncato sul nascere; lei era già moribonda e adorabile in Bates Motel – che hanno il difetto, purtroppo per loro, di avere ruoli che non fanno né ridere, né piangere. Si doveva chiamare così o colì, doveva uscire e non uscire. 
Alla fine, Quel fantastico peggior anno della mia vita è arrivato sotto Natale – arriverà domani, in realtà: sono io a essere un passo nel futuro – e con in copertina il poster di quel film da me incompreso. Restava l'urgenza di procedere al recupero, al tipico confronto, se la pellicola, nel frattempo, l'avevo già scordata, ma conservavo, sui denti, ancora la sensazione zuccherosa di quei suoi conturbanti – e non i senso erotico - colori pastello? Il romanzo di Jesse Andrews è tra i più assurdi che abbia letto, e il record è un punto a suo favore. Uno di quei libri, come l'altrettanto inclassificabile Il manifesto degli attori anonimi, che reputano loro stessi inutili, mera carta straccia – il narratore, ogni tanto, si domanda infatti se qualcuno sia ancora in ascolto, dall'altra parte e, in caso affermativo, ci fa sapere che non siamo nel pieno delle nostre facoltà mentali -, e che trovano ragione d'essere in quel miscuglio metaletterario di autocritica e falsa modestia. Il tasso di gradimento dipende un po' dalla tua tolleranza verso il cinismo, le parole zozze, i voli pindarici, i capricci di una prosa che – cito testualmente - “è una calamità per la lingua inglese”. Io, nonostante avessi i miei dubbi, ho alquanto gradito. Quel fantastico peggior anno della mia vita è infatti solo un caso, l'ennesimo, in cui il romanzo è superiore al film. Sarà che leggendo capisco e familiarizzo molto più che guardando. Chessò: trovo l'umanità in un serial killer, la dolcezza in due innamorati che nella vita vera odierei di sicuro, interesse nei riguardi di creatori senza cuore di corti sperimentali. I protagonisti, tra le pagine, sono più definiti, più bizzarri, più scorretti. 
Greg è sovrappeso, molliccio, inensibile; Earl – non un amico, ma il suo braccio destro – è un nano da giardino del ghetto, che fuma quanto Jigen e stordisce a colpa di calci rotanti; Rachel ha i denti a zappa e i capelli crespi – il caso vuole che la leucemia, più efficace di qualsiasi shampoo, dia loro una radicale sistemata – e, con Greg, giullare di corte, ebbe una mezza liaison alla scuola ebraica. La differenza, tra film e libro, è la stessa che passa tra un pantalone rotto sulle ginocchia, perché consumato, e un jeans acquistato già strappato, ché fa cool; quella tra gli accostamenti di colore di un daltonico e quelli di una fashion blogger dal gusto discutibile. Nel romanzo si è trasandati senza applicarsi; nel film, invece, i vestiti spaiati e le minime pieghe seguono la moda del calzino vintage, del risvoltino. I protagonisti sono impresentabili per finta e curiosi per copione, anche se in gamba. Stuati, però. In Andrews, allo stato brado e nocivi, per gli altri e loro stessi – non sottovalutate il potere dei brutti film su commissione: portano alla morte, non solo a quella sociale -, stilano corpose liste per punti, intavolano dialoghi le cui battute sono indicate come in una sceneggiatura, annotano come me sul blog – con data, dettagli tecnici, stelline di valutazione – progressi o regressi. Ci sono battute fulminanti, consigli cinematografici e neanche l'ombra di una frase che nobiliti l'amicizia dei tre – poco costruttiva, tutt'altro che disinteressata – e dia un senso alla malattia. Greg, impegnato o a prenderle e a farci sghignazzare, non ha pensieri profondi per Rachel – anzi, è indelicato e dissacrante per tutto il tempo – e ci ricorda che nella malattia, nella vita e nella morte, non c'è senso. Perché dovrebbe averlo, allora, il libro su cosa non ha imparato durante il senior year, che si augura nessuno leggerà per intero - sgraziato, diseducativo, pasticcione e, suo malgrado, divertentissimo? Quel fantastico peggior anno della mia vita ha tre protagonisti in posa, in mano un ghiacciolo, e uno sfondo blu in cui, una volta che ci fai l'occhio, scorgi casette stilizzate, qualche faccia, il sogno di diventare uno scoiattolo. Una volta che ti fai l'occhio, capirai che oltre la cacofonia del dolore, le orecchie che fischiano – che non sia un sick lit diamolo per assodato sin dal principio, okay – c'è qualcos'altro. 
“Quando trasformi un buon libro in un film, accadono solo cose stupide. E Dio solo sa cosa accadrebbe se provassi a trasformare questa vomitosa tirata in una pellicola. C'è qualche possibilità che venga considerato un atto terroristico”, ironizza il protagonista. Non è andata tanto catastroficamente, caro Greg. Anzi, ti sei beccato due premi. Per me, che sono della dua idea, è un prodotto carino, ma profondamente hipster. Troppo, perfino per me. Che eppure ho la barba lunga, la mia nutrita collezione di camicie a quadri, il pallino per un certo tipo di cinema che nessuno si disturba, di solito, a doppiare. Il romanzo, invece, è carinissimo. Con il superlativo, senza rancori.
Il mio voto: ★★★★ Il film: 6,5
Il mio consiglio musicale: The Smiths - Asleep

sabato 28 novembre 2015

Recensione: La ragazza nella nebbia, di Donato Carrisi

Il peccato più sciocco del diavolo è la vanità.

Titolo: La ragazza nella nebbia
Autore: Donato Carrisi
Editore: Longanesi
Prezzo: € 18,60
Numero di pagine: 373
Sinossi: La notte in cui tutto cambia per sempre è una notte di ghiaccio e nebbia ad Avechot, un paese rintanato in una valle profonda fra le ombre delle Alpi. Forse è stata proprio colpa della nebbia se l'auto dell'agente speciale Vogel è finita in un fosso. Un banale incidente. Vogel è illeso, ma sotto shock. Non ricorda perché è lì e come ci è arrivato. Eppure una cosa è certa: l'agente speciale Vogel dovrebbe trovarsi da tutt'altra parte, lontano da Avechot. Infatti, sono ormai passati due mesi da quando una ragazzina del paese è scomparsa nella nebbia. Due mesi da quando Vogel si è occupato di quello che, da semplice caso di allontanamento volontario, si è trasformato prima in un caso di rapimento e, da lì, in un colossale caso mediatico. Perché è questa la specialità di Vogel. Non gli interessa nulla del dna, non sa che farsene dei rilevamenti della scientifica, però in una cosa è insuperabile: manovrare i media. Attirare le telecamere, conquistare le prime pagine. Ottenere sempre più fondi per l'indagine grazie all'attenzione e alle pressioni del "pubblico a casa". Santificare la vittima e, alla fine, scovare il mostro e sbatterlo in galera. Questo è il suo gioco, e questa è la sua "firma". Perché ci vuole uno come lui, privo di scrupoli, per far sì che un crimine riceva ciò che gli spetta: non tanto una soluzione, quanto un'audience. Sono passati due mesi da tutto questo, e l'agente speciale Vogel dovrebbe essere lontano, ormai, da quelle montagne inospitali. Ma allora, cosa ci fa ancora lì?
                                         La recensione
Faceva freddo come adesso, più di adesso, e il bavero del giaccone non bastava a ripararmi dal vento. Dopo anni ci si abitua – all'umido, alle nuvole pesanti – ma la pioggia, in quel weekend a un passo dalle feste, si infilava con impegno negli occhi, sotto la pelle. Spaccava le ossa, una ad una. Fulmini e saette, percussioni ritmiche e riflettori accesi, per uno scenario degno di un noir da manuale. Ogni storia da brivido trova il suo inizio in una notte buia e tempestosa. Ogni presentazione di Donato Carrisi meriterebbe perciò un cielo a tema. Una nerissima visione da fine del mondo. Ricordo i brividi di febbre passeggera del ritorno a casa, in autobus, e il piacere di un incontro sorprendente – se avete letto il mio post, all'epoca, è un po' come se ci foste stati anche voi, con me –, insieme alla sensazione che il cattivo tempo avesse disturbato, stranamente, anche l'autore: uno che, per lavoro, gioca con le ombre, ma a cui poi manca il sole pugliese; uno che maneggia argomenti grevi, sempre con i guanti bianchi, e che in privato – o davanti al suo pubblico di lettori affezionati – si scopre leggerissimo. Donato Carrisi, di persona, è meno tenebroso che in foto: alto come me, più o meno, e dal sorriso facile. Soprattutto, non si lascia scoraggiare dalle bizze dei microfoni: le interferenze tecniche o la presenza, in libreria, di un pubblico che chiacchiera e gli scatta foto non lo turbano. Ci sono scrittori schivi e scrittori, invece, che sanno modulare frasi significative e creare immagini indelebili anche così, all'impronta. Donato Carrisi lavora con le parole, che siano d'inchiostro o di fiato poco importa. E con quelle stesse parole, in unione a innate capacità di uomo di spettacolo, aveva catturato il pubblico – perfino mio fratello, all'inizio preso dai suo acquisti – in un'ora in cui si parlava del più e del meno, del processo creativo, dei gialli di cronaca. “Ricordate tutti la Strage di Erba, i coniugi Romano”, aveva domandato, “ma scommetto che nessuno terrà più a mente un particolare. Il bambino ucciso, come si chiamava?”. I nomi – arabi, perlopiù, giacché ci si ricordava tutti un bimbo dai profondi occhi scuri e il suo sospetto padre tunisino – volavano come i numeri a tombola. 
“Youssef”, aveva rivelato infine. L'incontro si era concluso con una riflessione dolente – il ricordare i colpevoli, ma non le vittime quanto ci rende complici? - e un'anticipazione che non avevo saputo cogliere. A un anno di distanza, infatti, Donato Carrisi torna con La ragazza nella nebbia. Storia nuova con un vecchio interrogativo che si risveglia, all'ora delle streghe. E se mettersi sulle tracce di una ragazza scomparsa avesse minore priorità rispetto all'altro tarlo che logora: assicurare alla giustizia – e alle brame delle telecamere – un mostro? E se una storia, in realtà, la scrivessero i cattivi, con atti esecrabili che sovvertono gli equilibri, e non i buoni, povera gente dall'esistenza tranquilla? Abbiamo visitato, con lui a farci da Cicerone, un girone infernale senza confini e la Città Eterna. 
Abbiamo avuto professionisti dalle abilità fuori dalla norma – l'instancabile Mila, il penitenziere Marcus –, che sul male hanno formulato ipotesi schiaccianti; organizzato cacce. La bruma che si dirada a valle ci restituisce la foto di un paesino all'ombra delle Alpi. Avechot è un presepe immaginario su cui il Padreterno ha fatto cadere la neve, a fiocchi grossi, e un'inaspettata fortuna: si è fedeli al denaro e alla religione, da quando le ricchezze del sottosuolo hanno allontanato i turisti e i cantieri a cielo aperto hanno sottratto spazio vitale agli splendori naturali. Sembra Cogne. Quando il Natale chiederebbe a tutti di essere più buoni, quando il bianco è troppo bianco per il nero della cronaca, la sedicenne Anna Lou scompare nel nulla: ha un diario segreto in cui scrive di gatti e perline, una famiglia profondamente religiosa, i capelli rossi. Si parte dalla fine – il protagonista, confuso, è sotto interrogatorio – ed è il suo racconto al Dottor Flores, in un magistrale alternarsi di punti di vista e piani temporali, che scioglie, poi, il mistero de La ragazza nella nebbia. Sul romanzo, da parte mia, pesavano alte aspettative: superfluo dirlo. Con Carrisi – uno di quegli autori di cui non mi stanco – cerco la lettura del thriller dell'anno, non di un thriller, e, prima o poi, lecito incappare non in una delusione, ma in un romanzo vagamente sottotono. Anche se dispiace ammetterlo, abituati al meglio sin da un esordio indimenticabile. Lo stile resta riconoscibile, la struttura cambia. Si assottiglia, si semplifica: non ha, questa volta, tanti fuochi. Un unico perno – Chi ha ucciso Anna Lou? come Chi ha ucciso Laura Palmer? - e il confrontarsi, dopo intrecci machiavellici e bambole russe di tranelli, con il giallo tradizionale. Sembrerebbe prendere fiato tra due serie – e, dunque, da quei polizieschi tridimensionali, difficilissimi, ad incastro. 
Un gioco da ragazzi. Invece, ragionandoci, si nota che è meno semplice di quanto appaia: stupire con poco, anziché intrattenere con tanto. Carrisi stupisce e intrattiene, non dimentica le regole base del suo straordinario successo, ma – fino alla fine, anche davanti alla sue quasi quattrocento pagine – ho conservato l'impressione di un racconto lungo, di un esercizio ben portato a termine. Ho fatto le ore piccole per finirlo – con, fuori, le stesse atmosfere dello scorso anno e, tra le pagine, lo stesso Carrisi padrone – ma mi è mancato il colpo di scena eclatante, il brivido, in un ultimo capitolo frettoloso che, per la prima volta, non mi ha lasciato a bocca aperta. Se le risposte al caso mi sono sembrate modeste, La ragazza nella nebbia è interessante, molto, per le riflessioni sulla morte ai tempi dei mass media. I misteri dello storico Twin Peaks, gli uomini qualsiasi del Sospetto di Vinterberg, vessati dalle occhiate di fuoco del vicino di casa, e un quid – in questo caso, il sezionare la materia fragile di cui sono fatti i talk show, penna e telecomando alla mano – che è inequivocabilmente suo. La trama si fa circostritta, ma il male, chiodo fisso, rompe di nuovo gli argini. E l'agente speciale Vogel, che eppure dovrebbe combatterlo, lo coltiva con dedizione sotto le luci della ribalta. Non integerrimo uomo d'azione, ma mestierante dotato di sangue freddo e tratti telegenici, cercherà di offrire alla telecamera un colpevole – un mite professore di lettere con la sfortunata di non avere un alibi abbastanza solido – e il suo profilo migliore. Non cerca prove, ma indizi, con l'aiuto del giovane Borghi, di una giornalista d'assalto che gli ha rovinato la reputazione e di una giacca di cachemire – sotto: camicia inamidata, gemelli d'oro, cravatta di seta – per combattere il clima rigido, e nascondere le macchie di sangue altrui. Qualche sbavatura c'è – i colori del giallo, a volte, diluiti nel mare magnum del realismo – ma tanto si salva dalla nebbia della mia memoria. I lumi e i peluche. Un regalo mai scartato, con ancora il fiocco in cima, e un albero puntato verso la finestra, come un faro per i naviganti – e in città così piccole è assurdamente facile smarrirsi. I reporter, come gli avvoltoi, che avvertono l'odore dello scoop, pare ricordi quello rugginoso del sangue, e iniziano a volteggiare su Avechot, in cerchi implacabili e perfetti. Non ci si prende la briga di cercare la vittima, data per spacciata sin dalle prime ore, ma il suo assassino. Per santificare Anna Lou e dare a quel borgo spuntato da una fiaba, all'improvviso scena del crimine, la sua pace. La stampa adora i finali lieti, per quanto possibile, e l'illusione dei mostri.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Negramaro – Io non lascio traccia

mercoledì 25 novembre 2015

Mr. Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte 2

"Di solito il pensiero collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione."


                                 La recensione del film 
L'anno scorso, di questi tempi, di ritorno a casa con un'amica – spettatrice, insieme a me, del terzo capitolo di una saga young adult dai toni universali e dal significato profondo – borbottavo qualcosa sul danno fatto, dividendo in due il capitolo conclusivo di Hunger Games. Il mio preferito, ma il più povero di eventi. Però, da una parte, ci si poteva mettere il cuore in pace: trecentosessantacinque giorni dopo, percorrendo la stessa strada, sarei stato forse a pezzi. Per gli addii e, soprattutto, per i tanti morti da piangere. E invece... Torna l'inverno e, con l'inverno, l'attesissima Katniss Everdeen. Un anno ad attenderla e una fila assurda, di sabato, per non rimandare troppo; il biglietto pagato a prezzo pieno, sicuro fossero soldi ben spesi. Si parte in medias res, dove eravamo rimasti. E dove eravamo rimasti, se del film precedente – poco incisivo, ma ben fatto – ricordiamo appena il ritornello di The Hanging Tree e la scena di un Peeta furente, che si avventava contro la beniamina di Panem? I distretti si sono sollevati contro Capitol City e Alma Coin, adesso, si contrappone al Presidente Snow. Si punta al cuore del potere, un giardino di rose bianche e tranelli, e si cammina sulla terra - tra ceneri, rovine fumanti, cadaveri di innocenti - e sotto, per raggiungerlo. Pochi isolati diventano una lunga crociata, se quella guerra intestina è stata il pretesto per dare vita a una nuova edizione, questa volta incensurata, dei giochi: trappole, meccanismi diabolici, mostri. Katniss non combatte in prima linea: simbolo da proteggere, sfila nelle retrovie, con una troupe che immortala e denuncia e due ragazzi che si contendono i suoi sentimenti. Il canto della rivolta – Parte 2 è il resoconto in tempo reale di un colpo di stato; una scalata al potere che esalta poco, con due ore abbondanti che spesso si patiscono, una regia statica e un cast provato. Perfino la Lawrence, per me sopravvalutata, ma di una potenza clamorosa nei passati capitoli, ha addosso i segni della stanchezza. La sua Katniss è poco ispirata, poco ispiratrice, anche prima che fatti tragici – i quali, comunque, non emozionano quanto sperato – ne intacchino la famosa energia. Gli spumeggianti comprimari – la frivola Banks, il brillo Harrelson – non sono abbastanza presenti per alleggerire i toni, in generale grevi, e accanto a un'impeccabile Julianne Moore, solo Josh Hutcherson – interprete di uno dei personaggi maschili più teneri di cui abbia letto – brilla, con la ragione che lo inganna e un amore che, neanche sotto tortura, si dimentica. La saga di Hunger Games ha un solo difetto: un film di troppo. Alla resa dei conti, questo: dispiace ammetterlo, il più deludente dei quattro. Non che sia spiacevole, ma quanto avrebbe giovato un montaggio migliore al risultato totale? A colpi di forbici immaginarie, troncare una prima ora superflua – la protagonista, a lungo, non si batte, e quando il pericolo salta fuori ha tutta l'aria dei vampiri di Io sono leggenda; immancabili perciò il sacrificio eroico e le esplosioni a catena – e aggiustare un po' il resto. Una mezz'ora conclusiva, ad esempio, bella, ma non abbastanza. Poteva essere bellissima, tristissima, ma non c'è tempo per piangere, quando invece di tempo, all'inizio, se ne è perso in quantità ingenerose. Il canto della rivolta non è né abbastanza concitato – manca di fluidità, di ritmo – né abbastanza emotivo – i fazzoletti, inutilizzati, sono ancora nella tasta della mia giacca. Il romanzo, invece, nonostante le pecche di una prosa così così, mi aveva scosso: moriva la speranza, si sceglieva la ragione e non l'amore. La morale resta invariata, ma giunge attutita: quell'umanità sofferente non tocca e la risoluzione del triangolo appare quantomai ovvia. Per fortuna ci sono Peeta e Ranuncolo, il gatto randagio che probabilmente li seppellirà tutti quanti, a regalare qualche emozione in un mondo di comprimari robotici; quasi presi da altro. In giorni oscuri come i nostri, di terrore e terroristi, Hunger Games ci ricorda, per l'ultima volta, i nostri sbagli e le nostre debolezze: le continue guerre, quando avevamo augurato ai nostri figli la pace, e l'abbandonarsi alle decisioni dei demagoghi; i fallimenti della democrazia e la sterilità delle vendette. Ci vorrebbe una Katniss, con i messaggi forti di cui è portavoce, a guidarci; possibilmente, non questa: irriconoscibile. Le strategie promozionali e la sete di guadagni raddoppiati, infatti, fanno male a una saga – la più significativa, per le nuove generazioni – che ci ha dato molte soddisfazioni, nel tempo, ma poi si è rimangiata la promessa. Così, se qualcuno, come accade al buon Peeta, mi facesse una domanda precisa – Hunger Games lo consigli, vero o falso? -, gli risponderei vero, nonostante giochi sordidi – non del Presidente Snow, questa volta, ma delle grandi major – abbiano fatto di tutto e di più per indurmi a dire il contrario. 
Colpa degli scontati, inevitabili inconvenienti del brodo allungato. (6,5)