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mercoledì 25 novembre 2015

Mr. Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte 2

"Di solito il pensiero collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione."


                                 La recensione del film 
L'anno scorso, di questi tempi, di ritorno a casa con un'amica – spettatrice, insieme a me, del terzo capitolo di una saga young adult dai toni universali e dal significato profondo – borbottavo qualcosa sul danno fatto, dividendo in due il capitolo conclusivo di Hunger Games. Il mio preferito, ma il più povero di eventi. Però, da una parte, ci si poteva mettere il cuore in pace: trecentosessantacinque giorni dopo, percorrendo la stessa strada, sarei stato forse a pezzi. Per gli addii e, soprattutto, per i tanti morti da piangere. E invece... Torna l'inverno e, con l'inverno, l'attesissima Katniss Everdeen. Un anno ad attenderla e una fila assurda, di sabato, per non rimandare troppo; il biglietto pagato a prezzo pieno, sicuro fossero soldi ben spesi. Si parte in medias res, dove eravamo rimasti. E dove eravamo rimasti, se del film precedente – poco incisivo, ma ben fatto – ricordiamo appena il ritornello di The Hanging Tree e la scena di un Peeta furente, che si avventava contro la beniamina di Panem? I distretti si sono sollevati contro Capitol City e Alma Coin, adesso, si contrappone al Presidente Snow. Si punta al cuore del potere, un giardino di rose bianche e tranelli, e si cammina sulla terra - tra ceneri, rovine fumanti, cadaveri di innocenti - e sotto, per raggiungerlo. Pochi isolati diventano una lunga crociata, se quella guerra intestina è stata il pretesto per dare vita a una nuova edizione, questa volta incensurata, dei giochi: trappole, meccanismi diabolici, mostri. Katniss non combatte in prima linea: simbolo da proteggere, sfila nelle retrovie, con una troupe che immortala e denuncia e due ragazzi che si contendono i suoi sentimenti. Il canto della rivolta – Parte 2 è il resoconto in tempo reale di un colpo di stato; una scalata al potere che esalta poco, con due ore abbondanti che spesso si patiscono, una regia statica e un cast provato. Perfino la Lawrence, per me sopravvalutata, ma di una potenza clamorosa nei passati capitoli, ha addosso i segni della stanchezza. La sua Katniss è poco ispirata, poco ispiratrice, anche prima che fatti tragici – i quali, comunque, non emozionano quanto sperato – ne intacchino la famosa energia. Gli spumeggianti comprimari – la frivola Banks, il brillo Harrelson – non sono abbastanza presenti per alleggerire i toni, in generale grevi, e accanto a un'impeccabile Julianne Moore, solo Josh Hutcherson – interprete di uno dei personaggi maschili più teneri di cui abbia letto – brilla, con la ragione che lo inganna e un amore che, neanche sotto tortura, si dimentica. La saga di Hunger Games ha un solo difetto: un film di troppo. Alla resa dei conti, questo: dispiace ammetterlo, il più deludente dei quattro. Non che sia spiacevole, ma quanto avrebbe giovato un montaggio migliore al risultato totale? A colpi di forbici immaginarie, troncare una prima ora superflua – la protagonista, a lungo, non si batte, e quando il pericolo salta fuori ha tutta l'aria dei vampiri di Io sono leggenda; immancabili perciò il sacrificio eroico e le esplosioni a catena – e aggiustare un po' il resto. Una mezz'ora conclusiva, ad esempio, bella, ma non abbastanza. Poteva essere bellissima, tristissima, ma non c'è tempo per piangere, quando invece di tempo, all'inizio, se ne è perso in quantità ingenerose. Il canto della rivolta non è né abbastanza concitato – manca di fluidità, di ritmo – né abbastanza emotivo – i fazzoletti, inutilizzati, sono ancora nella tasta della mia giacca. Il romanzo, invece, nonostante le pecche di una prosa così così, mi aveva scosso: moriva la speranza, si sceglieva la ragione e non l'amore. La morale resta invariata, ma giunge attutita: quell'umanità sofferente non tocca e la risoluzione del triangolo appare quantomai ovvia. Per fortuna ci sono Peeta e Ranuncolo, il gatto randagio che probabilmente li seppellirà tutti quanti, a regalare qualche emozione in un mondo di comprimari robotici; quasi presi da altro. In giorni oscuri come i nostri, di terrore e terroristi, Hunger Games ci ricorda, per l'ultima volta, i nostri sbagli e le nostre debolezze: le continue guerre, quando avevamo augurato ai nostri figli la pace, e l'abbandonarsi alle decisioni dei demagoghi; i fallimenti della democrazia e la sterilità delle vendette. Ci vorrebbe una Katniss, con i messaggi forti di cui è portavoce, a guidarci; possibilmente, non questa: irriconoscibile. Le strategie promozionali e la sete di guadagni raddoppiati, infatti, fanno male a una saga – la più significativa, per le nuove generazioni – che ci ha dato molte soddisfazioni, nel tempo, ma poi si è rimangiata la promessa. Così, se qualcuno, come accade al buon Peeta, mi facesse una domanda precisa – Hunger Games lo consigli, vero o falso? -, gli risponderei vero, nonostante giochi sordidi – non del Presidente Snow, questa volta, ma delle grandi major – abbiano fatto di tutto e di più per indurmi a dire il contrario. 
Colpa degli scontati, inevitabili inconvenienti del brodo allungato. (6,5)

mercoledì 26 novembre 2014

Mr Ciak: Hunger Games. Il canto della rivolta - Parte I


Buongiorno, amici. Come state? Avrei voluto recensirvi, oggi, il magnifico Shotgun Lovesongs, ma ritornato dal cinema, ho voluto condividere la mia esperienza con Il canto della rivolta con voi. Dopo aver amato La ragazza di fuoco, mi è risultato difficile trovare all'altezza questo seguito che sa farsi ricordare, sopratutto, per quel finale agghiacciante, ma Hunger Games conferma, visione dopo visione, tutti i suoi punti di forza. Katniss Everdeen non ha punti deboli, sotto l'armatura da guerriera. Sono ansioso – ma letteralmente in ansia, già – di vedere il capitolo conclusivo e, mai come questa volta, aspettare un anno mi infastidisce a morte. La trovata di dividerlo in due mi ha urtato per questo e non solo. Sarebbe stato troppo condensare tutto in tre ore? Per molti sì, ma per me in queste due ore – per quanto belle – c'è invece troppo poco. Una trasposizione fedelissima, comunque, di cui vi parlo meglio e senza spoiler nel mio commento. Un abbraccio e a presto. M.
 «Tutto ciò che era vecchio, in effetti, può tornare di moda. Come la democrazia!» Effie. 

                                  La recensione del film 
E così ci sono andato. Con zaino in spalla, biglietto alla mano e ciondolo della ghiandaia imitatrice al collo. Ci sono andato a vedere Il canto della rivolta. L'ultimo Hunger Games. Anzi, il penultimo. Dopo Harry Potter e Twilight, anche il romanzo della Collins – al cinema – è stato diviso in due parti, con la speranza di raddoppiare guadagni già alle stelle. E scommetto che questi guadagni grossi, a sei cifre e oltre, l'anno prossimo non mancheranno. Perché Hunger Games vale tanto. Vale tutti quei soldi, ma anche di più. Al cinema io ascolto le persone intorno a me. Nella sala gremita c'erano spettatori di tutte le età. Le mamme confidavano che erano state trascinate lì dai figli, ma che quella saga, in fondo, piaceva da impazzire anche a loro. L'universalità della trilogia che ha rilanciato la distopia sui mercati letterari era racchiusa nella sala quattro di un grosso, strapieno Multisala che, quella sera, dava tante pellicole, anche se ad assistere alla più attesa eravamo noi. Io ho un brutto rapporto con Suzanne Collins e un bel rapporto con la sua saga; possibile? Penso che Hunger Games sia uno dei pochissimi titoli in cui i film, di gran lunga, sono superiori ai libri. Per coerenza, coesione, impatto. Potenza. Hunger Games è potente, potentissimo. Elettrizza. E' uno di quei film che, di ritorno dal cinema, ti fa compagnia lungo la strada di casa. Ci ripensi e ne parli il giorno dopo. Bene; incondizionatamente bene. Io ho ripensato al Canto della rivolta, credetemi, e male non posso dire. Non vado a dormire senza avere messo in chiaro le mie idee in proposito. Penso che il romanzo conclusivo sia quello che preferisco in assoluto. All'epoca, mi demolì. Ma, a due anni di distanza, se mi chiedessero cosa ricordo di quel romanzo a cui avevo assegnato cinque stelle piene, risponderei una cosa: la fine, e come si arriva alla fine. Della prima parte, invece, poco e niente. Il seguito di La ragazza di fuoco gira attorno a quel poco e niente, per me insignificante. Oggettivamente: si fiuta a un chilometro di distanza l'insensatezza di dividerlo in due, a discapito della forza del tutto. Si sfilaccia la tensione, si sfibra il sentimento, anziché comprimerlo a regola d'arte. La prima parte è quella che risente maggiormente di tutte le ovvie dilungaggini di sorta: più corto degli altri film, questo è però il più parlato. Prolisso invano, anche, perché non so quanto uno spettatore lontano dalla saga letteraria coglierà, vedendoli così, all'improvviso, dei nuovi personaggi in scena. A molti giova il loro rimanere perpetuamente ambigui, altri sembrano semplicemente irrisolti. Ad esempio, la sempre maestosa Julianne Moore è algida, criptica, irreprensibile; Natalie Dormer, invece, tanto incensata altrove, ha un ruolo piccolissimo. Philip Seymour Hoffman – un piacere e un dispiacere, rivederlo, perché fa un effetto strano che non va via dalla pelle – è calcolatore e sornione: non si capisce per chi patteggi. Sempre oggettivamente, però, chissene. Non ha importanza. Viene meno il puro intrattenimento, fa capolino la realtà (e il pensiero va alle nostre guerre e ai nostri dittatori, alle nostre vittime e ai nostri martiri) e il cinema e i mass media giocano a togliersi, per pochi attimi, le loro reciproche maschere. Il canto della rivolta diventa metacinema. Katniss parla davanti a uno schermo verde, le sue battute sono scritte da altri, il suo trucco è pesante e non sembra più, così, la ragazzina ribelle del Distretto 12. I giochi sono finiti, inizia la guerra e anche quella - al giorno d'oggi, anche se il film parla di un futuro non troppo lontano - ha perso la sua violenza spontanea e feroce, gli ideali giusti per alcuni e ingiusti per altri, i vessilli svettanti di un tempo. L'immagine è tutto, e che differenza c'è tra un dittatore ed un altro, ci si chiede, guardando le divise antracite della Coin e le rose bianche di Snow? Ci sono le strategie e gli scacchi matti, qui; le spedizioni, la costruzione nel dettaglio di un'iconica Giovana D'Arco del futuro, le passeggiate sulle case in cenere o in fiamme. Nell'altro ci sarà una strage che non dimentico. Meglio rimandare a domani, essere soddisfatti oggi e avere qualcosa da aspettare, tra un altro anno. Peggio, perché chi ha letto Il canto della rivolta si è comosso, alla fine, e le intenzioni di uno, come me, a cui piace commuoversi, potrebbero sfumare via. In un anno smaltirò la pena, in un anno sarò pronto. Avrei preferito sedermi in poltrona, tuttavia, stasera, e lasciarmi alle spalle un fazzoletto stropicciato e un finale brutale, ma davvero onesto. Il film, invece, si chiude come il precedente, sugli occhi spalancati ed espressivi della sua formidabile protagonista. Nel momento che noi lettori supponiamo da anni. Sì, sceneggiatori e regista tagliano dove tutti pensavamo tagliassero. Dove ti strapazzano le viscere per bene. Nel punto in cui il cuore si accorge che sei turbato per qualcosa di grande. Meno accattivante e appagante degli altri, intelligentissimo nei riferimenti e preciso nelle citazioni, ma trattenuto nelle emozioni, dunque. Anche se a quelle di Katniss non c'è freno. Lei è messa a dura prova, spesso e a lungo. I primi piani premono sul suo sguardo blu tremolante e lei li regge alla perfezione. Jennifer Lawrence è un talento raro, colei che fa la differenza – insieme al resto del cast – tra un film per ragazzini e un film per tutti. Il doppiaggio la penalizza – lei è imponente e bellissima, ma ha la voce di una bambina prima della pubertà - ma quando canta e partono i sottotitoli, be', capisci cos'è veramente. Gli altri attori hanno spazio, ma è lei a concederglielo, e questa volta la cosa si nota. Ha uno scambio di battute con una Elizabeth Banks smunta, ma esilarante; un altro con un Woody Harrelson sobrio, ma appena di passaggio; un altro ancora con un Liam Hemsworth che mi è risultato non solo in gamba, ma anche degno di comprensione; infine, con un Sam Claflin che – per via del montaggio serrato – ci sfiora appena col suo dramma scioccante. Si vede; si nota che è come se – schematicamente – tutti dovessero avere per forza diritto di parola. Due ore dovevano essere riempite. Josh Hutcherson, invece, meno presente, è al di là di uno schermo di Capitol City, ma vicino ugualmente: delicato, indifeso, ma pronto a farti fisicamente male, quando sarà necessario. Insospettabilmente convincente, inguaribilmente Peeta. I momenti importanti: tutti concentrati in quell'epilogo teso e struggente, insomma, e nel canto di una ghiandaia umana che, sulla sponda di un fiume, intona la coinvolgente The Hanging Tree come inno e richiamo per le masse. Il canto della rivolta – Parte I, tra le righe, suggerisce tanto, ma è un'avventura che racconta un po' poco. Tanto attuale quanto scarno, fa satira con connaturata classe e apre il blockbuster statunitense alla riflessione. Cosa non da tutti. Ha tanti temi e pochi fatti, ma quel poco è uno spettacolo godibile e misurato insieme, anche se per me inferiore ai precedenti. (7)

lunedì 31 marzo 2014

Mr Ciak #32: Divergent - Il film

Ciao a tutti e buon inizio di settimana! Brevissimo appuntamento di Mr Ciak, oggi, con una recensione un tantino più lunga del solito, ma mi perdonerete. Quando parliamo di trasposizioni, i paragoni con il libro si sprecano. Eh, lo sapete anche voi. Vi parlo, infatti, dell'attesissimo Divergent, che ho visto ieri in lingua. Il 3 Aprile potrete vederlo tutti nei cinema italiani. Al momento, ho in lettura il terzo capitolo della saga e, in settimana, avrete la mia recensione. Che settimana “Veronica Roth” sia, dai! Ditemi qualcosa anche voi. Un saluto, M.



Ho Allegiant sul letto. L'ho acquistato l'altro giorno e il segnalibro è fermo a metà. In questi giorni, ho pensato spesso alla saga della Roth. A perché mi piaceva. Perché mi piaceva? In Insurgent ho perso di vista la domanda e, senza sbilanciarmi troppo, posso dire che nemmeno con il terzo capitolo è amore puro. C'era qualcosa, prima, che ora manca. Un entusiasmo che è andato scemando. Un anno fa, avrei piantonato i cinema della mia zona come solo un vero fan(atico) fa. Adesso è da un po' che i trailer e le pubblicità della trasposizione cinematografica di Divergent mi lasciano freddo. Ho visto il film in lingua, senza aspettare. Avevo l'impressione, tanto, che non ne sarebbe valsa la pena. Invece Divergent mi è piaciuto e mi ha ricordato perché Divergent mi era piaciuto. Una trasposizione rispettosa e con i tempi giusti, coinvolgente, scorrevole, fresca. Giovane. La Roth mi piaceva così, come Neil Burger mostra il suo mondo: impavida, ribelle, leggera come l'aria. Si capisce subito che non siamo al cospetto del nuovo Hunger Games: non c'è particolare struggimento, non c'è paura, non c'è quel nodo che ti lega stretto stretto ai personaggi. Ma dov'è scritto che un distopico debba darti il dormento a tutti i costi? Divergent mi ha lasciato addosso una sensazione incredibilmente positiva. Mi ha dato carica, energia, vigore. Ti contagiano i protagonisti - con la loro euforia, il loro entusiasmo, la loro giovinezza. Dà adrenalina, qualche brivido, fervore. Come un buon action movie. Come un salto nel vuoto. La storia l'ho rivalutata col tempo e così audace, effettivamente, non è. Ha un messaggio – almeno – che ancora devo cogliere. Le introduzioni apportate dal romanzo sono riproposte al grande pubblico, da regista e sceneggiatori, anche con una certa intelligenza. Non ti sommergono con effetti visivi senza utilità. E' fisico, immediato, senza trucchi. Ricrea quella Chicago avveniristica così come la immagini: i treni, il Covo, la ruota panoramica, il momento della Scelta. Scelta di un destino - di un futuro - che ha ricordato al Michele di oggi il Michele dell'anno scorso. In balia di grandi insicurezze, incerto: più del solito. Divergent è l'adolescenza che ti mette alla prova e ti chiede di diventare grande. Prendete quelle generazione intere di medici, ad esempio. Poi arriva un figlio che vuole fare il poeta. Generazioni di operai, e poi arriva un figlio che vuole studiare. Questa mi è sembrata la mia storia, e lo sembrerà ai lettori e agli spettatori che – prima o poi – conosceranno la famiglia Prior. Prove su prove, decisioni su decisioni: quello è crescere. Avevo scritto qualcosa di simile nella recensione del romanzo. Lo so. Be', mi ripeto. Il film mi ha fatto pensare alle stesse cose. Pensieri semplici, comuni, ma che mi erano “piaciuti” e che mi sono “piaciuti”, essenzialmente per questo motivo. Prima che la Roth rendesse le cose troppo adulte, troppo posticce, troppo seriose. I comprimari potrebbero risultare un tantino compressi, ma è un difetto che il film eredita direttamente dal romanzo. La Roth, per me, non ne ha mai creati di straordinari o memorabili. Ma la storia prende subito e il cast è all'altezza – nonostante i miei ragionevoli dubbi. Eppure adoro smentirmi; eppure ho detto più volte che detesto a pelle Shailene Woodley. Traumi da Vita segreta di una teenager americana, suppongo. Lei non è una bellezza, non è una maestra di carisma, ma è una Tris che convince. Si scopre più volitiva, forte, caparbia insieme al suo personaggio. Acquisisce un temperamento che cambia la luce nei suoi occhi e la rende stranamente bella, a tratti. Il suo Quattro è Theo James – volto televisivo, visto in Golden Boy e Bedlam. La differenza d'età tra i due non si percepisce e lui è il solito Quattro che conosciamo tutti: taciturno, scontroso, burbero. Il film non vuole essere la loro storia d'amore – mai – e non ci sono inutili dilungaggini, inutili abusi di zucchero e miele. L'intimità è in un gesto: lui che le sfiora la mano in treno, di nascosto, mentre tutti sono sotto simulazione. Ci sono gli allenamenti, i riuscitissimi scenari della paura, e la tanto mostrata scena dei tatuaggi – con la brava Ellie Goulding che canta in sottofondo – dura il giusto. Neil Burger limita le risatine, i commenti delle ragazzette giulive di turno, i tipici movimenti da fandom. Ashley Judd è bellissima come sempre, nonostante gli anni passino per tutti; Kate Winslet è una cattiva algida, carismatica, senza sbavature; Ansel Elgort – prossimamente con la Woodley in Colpa delle stelle – ha un ruolo piccolo, ma una naturalezza che non è da tutti. L'uso del travelling e l'interessante colonna sonora mettono l'accento sui momenti migliori e il finale, ovviamente aperto, è appagante come pochi. E' la fine di un film, quella che vedi, non del singolo episodio di un serial magari lunghissimo. Procede spedito, dunque, come un treno in corso. E non come uno di quelli della nostra Trenitalia. Non conosce cos'è la noia, nonostante la durata sfori di qualche minuto le due ore. Carica, soddisfa, convince. Non è una storia che farà storia, ma intrattiene ad hoc. Non ha poi tanta sostanza, ma grossomodo è quello che penso anche del romanzo, a cui il film si attiene in tutto e per tutto. Mi ha divertito, e questo è l'importante. Potrebbe anche mettere pace tra la Roth e i suoi lettori più invipetiti, chissà. Non dico che, per tornare a casa, la settimana prossima, salterà direttamente dal treno, ma – al posto dell'ascensore – sceglierò di farmi qualche rampa di scale a piedi. Ero un Intrepido, a fine visione, sì. E' l'effetto Divergent? (7-)

venerdì 20 dicembre 2013

Mr Ciak #24: Frozen, Hunger Games - La ragazza di fuoco

Buongiorno a tutti, amici. Finalmente le lezioni sono finite, finalmente sono a casa. Dopo la recensione di Angelize e due bramati regali natalizi per voi, torno con la rubrica cinematografica Mr Ciak. E vi parlo di due film che ho adorato senza riserve e che, nei cinema, stanno facendo o faranno furore. Il primo – Frozen – è arrivato in sala ieri: magnifico, che siate grandi o piccini. Il secondo – l'attesissimo sequel di Hunger Games – sono andato a vederlo agli inizi del mese e, finalmente, posso parlarne con voi: come vi ho anticipato su facebook, l'ho trovato bellissimo. Il primo parla di ghiaccio, il secondo di fuoco: accoppiata vincente. Inoltre, alla fine del post, troverete brevissimi pensieri sugli altri film che ho visto in settimana. Fatemi sapere cosa ne pensate. Un bacione, M.

Walt Disney è sinonimo di fiaba. Walt Disney è sinonimo di garanzia. Eppure ci sono alcune storie che non ti convincono, alcuni racconti che non ti portano lontano dal mondo, alcuni amori che non sanno rubarti il cuore. La Disney di una volta – quella fatta di canzoni senza tempo, principi e principesse, regni incantati, magie e meravigliosi effetti visivi – non la si trova più in sala con la facilità di un tempo. Ogni Natale porta con sé un nuovo cartone, ma in poltrona non sempre troviamo a farci compagnia l'ombra piccola e familiare che seguiva il nostro corpo così teneramente morbido e rotondo nei lontani giorni dell'infanzia. I nostri eroi, da semplici e laboriosi disegni a matita, sono diventati in 3D o, magari, realizzati al computer, dalle menti superiori di nerd senza ispirazione e amore. E la magia, ormai a portata di click, si è persa. Il gelo è sceso sulla favola, imprigionando sotto una cortina di ghiaccio, tante volte, l'emozione vera. E' così bello ammettere di essersi sbagliati; è così soddisfacente aver trovato – tra delusioni e esperimenti senza sapore e colore – la splendida eccezione che conferma la regola. E' meraviglioso, semplicemente meraviglioso, essersi imbatutti in Frozen – Il regno di ghiaccio. Un'avventura che, pattinando sul ghiaccio e planando tra i fiocchi di neve, librandosi tra montagne impraticabili e castelli di cristallo, riempie lo schermo di nubi tempestose e di venti pungenti, facendo piombare temperature glaciali in sala capaci di gelare borghi antichi e legami familiari, ma non i cuori. I cuori no: i cuori battono forte e a ritmo di musica, ora allegri e ora delicatamente affranti. Vibrano, impazziti, e lo fanno davanti a un evocativo ed emozionante splendore che rimanda all'epoca d'oro del cinema per i più piccoli. Quando i bei film d'animazione erano proprio così. Con un C'era una volta all'inizio e un E vissero per sempre felici e contenti alla fine. Semplici, confortanti, onesti, incantevoli, autenticamente perfetti. Frozen, dopo l'altrettanto bello Rapunzel, giunge per darci una certezza, a testimonianza di un nuovo e sorprendente trionfo: la Walt Disney non è morta. E io credo in lei, come i bambini di Peter Pan facevano nelle fate. Obbligo tutti a guardare Frozen, ed è un ordine: a fine visione, infatti, crederete anche voi in questo bello e surreale incantesimo in musica, capace di unire alla tradizione tocchi di fresca e intensa originalità. C'è spazio per l'amore, per un principe dai modi galanti e per un boscaiolo un po' matto, ma dallo sguardo dolce e dalla voce d'angelo; c'è tempo per principi e principesse, mostri dai denti affilati e canzoni dal ritornello trascinante, in estate, primavera e inverno. C'è un luogo per inseguimenti a perdifiato, pianti, colpi di scena, risate. Un luogo, un tempo e uno spazio per loro, Elsa e Anna: nemiche, amiche, complici, rivali. Sorelle. Elsa, la più grande e responsabile delle due, si è sempre presa cura, con amore e generosità, dell'ultima arrivata in famiglia: la paura di ferirla, però, con i suoi poteri indomabili e inarrestabili - con quel ghiaccio che le usciva magicamente dalle punte delle dita – ha vinto sull'affetto e sulla complicità. La preoccupazione di far del male al prossimo l'ha resa prigioniera della sua stessa casa e, tra lei e la sorella minore, c'è – fissa – una porta chiusa. Il terrore fa sì che crescano come tristi estranee. Fino a quando, anni dopo, con i genitori inghiottiti dalle onde e mai restituiti, Elsa si appresta ad essere incoronata regina. Sarà allora che il suo potere indomabile si libererà, facendo scendere l'inverno sul mondo. Le convenzioni, adesso, la vorrebbero la cattiva della storia, la spietata antagonista, eppure come giudicarla? Solo così, al gelo, senza prigioni, può essere finalmente libera. Le stesse convenzioni, inoltre, vorrebbero che Anna fosse un'eroina romantica, coraggiosa e ribelle e invece, inaspettatamente, la storia d'amore più bella e commovente si ha tra lei – tanto sbadata, insolente, buffa, adorabile – e l'algida sorella che dovrebbe combattere. Come Rapunzel viene raccontata la storia di una prigionia; come in La bella e la bestia la paura del diverso è in primo piano; come in La bella addormentata nel bosco ogni maleficio rimanda a un bacio di vero, puro amore. Con due protagoniste grandiose, umane e alle prese con duetti dalla potenza sconvolgente, Frozen è fatto anche di personaggi secondari magistralmente ideati: un esilarante pupazzo di neve, che sogna il sole e la tintarella; un'affettuosa renna, amante delle carote e delle carrozze di lusso; una pianura desolata di sassi senza vita che, in realtà, sono solo intonatissimi e carinissi troll con il pallino per gli incantesimi. Nella colonna sonora, tra tanti pezzi che imparerò a conoscere, a furia di rivederlo, la bellissima All'alba sorgerò: cantata, per un'evidente trovata pubblicitaria, dalla pessima Violetta di Disney Channel, in realtà, nel film, è interpretata dalla nostra talentuosa Serena Autieri, che presta la sua voce – e che voce! - all'indimenticabile personaggio dell'inarrestabile Elsa. Ho sentito tutto, e con l'intensità dei bambini. Ho riso forte, ho sperato forte, ho sognato forte, mi sono mangiato le unghie forte.Non serviva una macchina del tempo. Solo un tocco di pura, incontaminata, fuoriosa magia. Solo Frozen

La saga letteraria di Hunger Games mi ha fatto completamente, definitivamente, perdutamente suo quest'anno. Forse troppo tardi. Quando ho sentito il canto della rivolta e, per la prima volta, il battito del cuore di Katniss e il coraggio grande di Suzanne Collins, la sua creatrice. La saga cinematografica, invece, mi avevo già conquistato da un po'. Era stato amore al primo film. Il libro non mi aveva convinto, ma, caso raro, il film l'aveva fatto. Un cast straordinario e scelto con cura e una regia sporca e veloce avevano dato credibilità ai giochi spietati, alle città e alle rivoluzioni in cui, attraverso la prosa, purtroppo, non avevo creduto. Hunger Games era un buon libro, ma il film era superiore. La ragazza di fuoco, grazie a una repentina crescita nello stile e nei temi, era un un romanzo più che buono, invece; e il film – pensate un po' – è anche meglio, a mio parere. Di sicuro superiore al primo, e nettamente. Stupisce per un fatto semplicissimo: pensato per un target di soli adolescenti, sa diventare, invece, qualcosa di più grande, complesso, monumentale. Universale. E' l'intrattenimento di un certo peso in cui tutti, nelle loro gite al cinema, sperano di incappare. La Lawrence come l'ottava meraviglia del mondo... Una forza della natura, un vulcano in eruzione, il Titanic prima dell'iceberg. Con quegli occhi blu così belli, ti inchioda l'anima, il cuore e il sedere alla poltrona. E tu la contempli, come fosse un dipinto. Una furiosa, umana e romantica Giovanna D'arco armata di frecce e gioventù. Dio non commette ingiustizie, o così si dice. C'è chi è bello e chi è bravo; chi ha amore e chi ha fortuna. Poi c'è la Lawrence che, miracolosamente, ha tutto quanto. E non è invidia quella che si prova, no. Forse non si prova niente, perché lei lascia ammutoliti, punto e basta. Affascinante, convincente e incredibilmente intensa dà vita a una Katniss tenace, furiosa, tristissima e piena di ferite, fisiche e corporee, e, ottima nelle scene che la vogliono sporca e atletica e splendida in quelle che puntano tutto sui suoi occhi sterminati e sulla sua bellezza giunonica, mi ha ricordato leggermente Elizabeth Taylor in "Cleopatra" - sarà opera di truccatori e costumisti più abili del buon Cinna, sarà che - anche se giovanissima - ha già un che delle dive d'altri tempi. Mostra tutti i modi di soffrire, di piangere, di combattere, di amare. E' intensa, è potente. Strega, ruba sguardi e approvazioni all'unisono. Impossibile schiodare gli occhi, difficile rubarle la scena. Eppure, in generale, tutti ci riescono piuttosto bene. Non a rubargliela, ma a condividerla con lei, bravissima, a testa alta e spalle larghe. Il piccolo Josh Hutcherson sembrerebbe scomparire, a prima vista, ma in realtà è la parte complementare di lei. Domina la scena quando, con la tenerezza di un bambino, quasi, chiede a Katniss una cosa semplice e stupida come il suo colore preferito. Si perde tra le fronde e gli abiti di scena, con la sua statura che, a volte, sembrerebbe penalizzarlo un po', ma poi sa spiccare, come solo lui sa fare, per quella fanciullezza che fa di lui un Peeta perfetto. L'unico. Un po' poeta, un po' bambino: ingenuo, puro, delicato. Uno dei miei personaggi preferiti, uno dei pochi a cui voglio realmente bene. Maniacale, curatissima, la costruzione dei personaggi secondari, piccoli e grandi che siano. La Effie della poliforme Elizabeth Banks, sgargiante e malinconica, è un pagliaccio triste che sa far ridere e, inaspettatamente, emozionare; l'Haymitch del simpatico Woody Harrelson ha tanto in comune con Katniss, compreso l'affetto sincero e naturale verso il fragile Peeta, speranza per il domani; meno presente, ma ugualmente convincente, il Gale di Liam Hemsworth, ruolo tuttavia annullato dalla potenza di un amore che contempla gli affiatati Josh e Jennifer e nessun terzo incomodo – poi noi tifiamo Peeta, tié. Accanto a queste grandi promesse debitamente mantenute, s'inseriscono i nuovi partecipanti di questa nuova e improvvisa edizione degli Hunger Games: sono tanti e, francamente, di loro ricordavo giusto l'indispensabile. Nel romanzo, secondo me, non erano stati caratterizzati tanto magistralmente da riuscire a spiccare nel vasto e complesso quadro generale. Cosa che, fortunatamente, nel film succede a meraviglia. Sexy e audace Jena Malone – esilarante il suo spogliarello nell'ascensore, davanti a una Katniss arrabbiatissima e a un Peeta in estatica contemplazione -, ambiguo il giusto Philip Seymour Hoffman, toccanti Sam Claflin e Lynn Cohen: due rivelazioni. Tra lui, giovane e arzillo, e lei, anziana e con un viso che comunica quello che le parole non dicono più, c'è un rapporto che scalda il cuore e che, francamente, non ricordavo minimamente: Finnick, premuroso e altruista, la porta in spalla come Sam faceva con Frodo e come, nell'Eneide, Enea faceva con l'anziano padre. Ripugnante e viscido l'immenso Donald Sutherland, che si conferma uno dei più grandi e duttili attori della sua fortunata generazione, nonché un ottimo caratterista. Una sceneggiatura ben scritta e ricca, inoltre, mi ha permesso di scoprire anche figure che, in quella folla di corpi, trappole, palme e cospirazioni, avevo finito per perdere, ahimé, parzialmente di vista. Gli effetti speciali, rispetto al primo, sono usati con maggiore maestria, ma con la solita intelligenza: isole mortali, orologi esplosivi, nebbie tossiche e bianche come neve velenosa, scimmie fameliche, ologrammi inquietantemente realistici come compagni d'allenamento o tenaci avversari virtuali... La regia, ad opera dell'affermato Francis Lawrence, è più hollywoodiana: sicura, pulita, più a fuoco, meno traballante e meno attaccabile. Il regista di Io sono leggenda e Constantine, con spiccata consapevolezza e con occhio attento verso il cinema horror delle origini, cita The Fog, Il pianeta delle scimmie, Gli uccelli. Il film dura tanto, ma non si ci annoia: il ritmo è così serrato che per gli sbadigli o per guardare l'orologio non c'è tempo. Vorrebbe dire staccare gli occhi dallo schermo, anche per un solo istante. O perdersi le indimenticabili, significative e potenti sequenze finali: uno squarcio in un cielo di carta, una falla in una cupola radioattiva... poi il sole. Sempre il sole, brillante e onnipresente anche sulle sciagure umane. Ho sentito il cinema intero cadere sotto shock prima dei titoli di coda: l'epilogo, così netto, così ipnotico grazie al primo piano di una Lawrence in lacrime, arriva inaspettato e brutale. Una domanda, francamente, mi è sorta spontanea: le favolose tracce incise per la colonna sonora dove sono mai finite? I Coldplay, di sfuggita, sono la colonna sonora dei titoli di coda; dei The Luminers, di Christina Aguilera, di Lorde, di Ellie Goulding, di Sia e di tanti altri non si fa, purtroppo, minimamente cenno. Fatto trascurabile, in confronto al resto. Correrei volentieri a rivederlo... Voi?


Un fantastico via vai: una commedia che di “fantastico” non ha niente. Eppure Pieraccioni mi è sempre piaciuto, ma – a malincuore – vi dico che, per me, è dai tempi di L'amore all'improvviso che non azzecca un nuovo film. La storiella è carina e penso che tutti gli universitari d'Italia vorrebbero un coinquilino come il simpatico comico toscano, ma il taglio televisivo e la sceneggiatura striminzita non aiutano a rendere il film né divertente, né memorabile. E' leggero, fresco, ma di un buonismo tale da fare invidia a una puntata dei nostri Cesaroni. Ben recitato, dinamico, arricchito dai camei dei soliti (e stanchi) Panariello e Ceccherini, ma dalla morale troppo edulcorata e infantile. Un film con l'aria da sit-com, più adatto ai pomeriggi di Canale 5 che al cinema. (2/5)
Fuga di cervelli: un film scemo, ma che – di tanto in tanto – il suo compito lo fa: far ridere. Senza intelligenza, senza brio, senza perché, ma fa ridere. Per le parolacce, i gestacci, le gag scollegate tra loro ma decisamente idiote, per i protagonisti che – usciti dalla Tv o da Youtube – sono tra i più seguiti e cliccati in rete. Un cieco, un paralitico, uno spacciatore e una cavia umana in trasferta ad Oxford - chi in cerca di ragazze facili, chi del vero amore. Perché chi si somiglia si piglia! Il più simpatico è Frank Matano, il più convincente è Luca Peracino. Dirige Paolo Ruffini, nel cast anche in veste di attore. Da vedere insieme agli amici, per ridere insieme a loro e dimenticare tutto nell'arco della stessa sera. (2/5)
Giovane & Bella: algido e sensuale, raffinato e sottile, il nuovo film del bravissimo Francois Ozon racconta una storia scabrosa, a tinte forti, ma con la solita leggiadria francese. Non scandalizza perché è ben fatto, ben diretto e perché la protagonista – con quegli occhi azzurro mare e il fisico statuario da modella – è troppo angelica per risultare volgare. Racconta la storia di una di quelle che i telegiornali attuali chiamerebbero, forse, baby squillo. Un'adolescente di buona famiglia che, tra lo studio e le amiche, si ritaglia tempo per appuntamenti in camere d'albergo con uomini anziani e facoltosi. La pagano per fare sesso, lei che – l'estate prima – ha perso la verginità, in spiaggia, con un ragazzo che l'aveva fatta sentire vuota, non amata, insoddisfatta. Eppure con i soldi guadagnati non compra nulla: prende in prestito gli abiti eleganti dall'armadio di sua madre, ha un cellulare demodé, non ha vizi costosi. La nuova storia di Ozon stupisce e affascina perché non c'è una spiegazione e perché, grazie a una regia impeccabile, indaga nei rapporti di coppia e nelle famiglie borghesi senza scadere nel morboso. Con un'ironia feroce e nascosta, con una delicatezza che non è da scambiare mai per buonismo. Magistralmente diretto, con una giovanissima attrice da tenere d'occhio, Giovane e bella è un dramma riuscitissimo. E l'emozionante cameo finale della sempre stupenda Charlotte Rampling ne è la conferma. (3,5/5)

venerdì 6 settembre 2013

Passion Bookmarks #21 + Iniziativa "La scintilla dei tributi" - La premiere italiana di Catching Fire

Ciao a tutti, amici miei! Oggi, dopo mesi e mesi di latitanza, ritornano i segnalibri della rubrica Passion Bookmars. Senza un perché, senza un tema preciso. Semplicemente, in questi giorni, dopo una chiacchierata con la blogger Elisa (qui) e dopo le richieste di alcune lettrici, ho deciso di rimettermi all'opera. I nove segnalibri che vedete sotto, nati da una collaborazione tra me e il magico Photoshop, sono ispirati ad alcuni tra i più interessanti young adult che abbia letto, visto o conosciuto nell'ultimo periodo. Ma non è finita qui... Monica – mamma del blog Books Land (qui) – mi ha invitato a prendere parte a un'iniziativa che attirera molti fan della saga di Hunger Games, mirata a portare in Italia la premiere di Catching Fire. Proprio come accadde a Londra, Berlino e Parigi, in occasione dell'uscita del primo film, gli appassionati vogliono lottare per far sentire la loro voce e portare da noi gli amatissimi membri del cast. Per contribuire, basta seguire questi contatti su: Facebook, Twitter, Tumblr. E tanto altro qui... Un abbraccio forte, M ;)


lunedì 5 agosto 2013

Recensione a basso costo: Hunger Games - Il canto della rivolta, di Suzanne Collins

Ciao a tutti, amici. Finalmente, ho trovato la forza e il coraggio per finire una saga che mi trascino dietro da tre anni. Ogni anno, lentamente, ho letto un volume diverso. Dopo La ragazza di fuoco (qui), recensisco dunque Il canto della rivolta. A mio parere, il migliore della trilogia distopica più famosa degli ultimi anni. Il più vero. A presto e buona giornata! Ps. Se, come me, avete amato questo romanzo, iscrivetevi alla pagina curata da Paola e Monica, qui.
Il fuoco sta bruciando. E se noi bruciamo, voi bruciate con noi.

 Titolo: Hunger Games – Il canto della rivolta
Autrice: Suzanne Collins
Editore: Mondadori “Chrysalide” - Oscar Mondadori
Numero di pagine: 421
Prezzo: € 17.00 - € 13.00 (fino al 31 Agosto, € 9,75)
Sinossi: Contro ogni previsione, Katniss Everdeen è sopravvissuta all'Arena degli Hunger Games. Due volte. Ora vive in una bella casa, nel Distretto 12, con sua madre e la sorella Prim. E sta per sposarsi. Sarà una cerimonia bellissima, e Katniss indosserà un abito meraviglioso. Sembra un sogno... Invece è un incubo. Katniss è in pericolo. E con lei tutti coloro a cui vuole bene. Tutti coloro che le sono vicini. Tutti gli abitanti del Distretto. Perché la sua ultima vittoria ha offeso le alte sfere, a Capitol City. E il presidente Snow ha giurato vendetta. Comincia la guerra. Quella vera. Al cui confronto l'Arena sembrerà una passeggiata. 
 
"Adesso ci troviamo in quello stupendo periodo in cui tutti concordano che i nostri orrori non dovranno mai ripetersi. Ma di solito il pensiero collettivo ha vita breve. Siamo creature stupide e incostanti, con la memoria corta e un grandissimo talento per l'autodistruzione." 
Respirare. Ricordo vagamente come si faceva. Era facile, un tempo. Facile ed essenziale. Vitale. Mi riempio i polmoni d'ossigeno per inerzia e abitudine. Con gesti meccanici che fanno alzare ed abbassare il mio petto, mentre il ventilatore soffia via il caldo, ma non il dolore. Non i ricordi ancora roventi, da cui si solleva il fumo grigio della disfatta. Quei ricordi che ululano e sprizzano ovunque sangue vivo. Mi sono stati impiantati, proprio come gli innesti di pelle di una ghiandaia imitatrice andata in fiamme e sopravvissuta al rogo del suo nido di fiori secchi, rami, sterpaglie, affetti. Una ghiandaia che imita la vita, anche quando tutto il resto è morte, e che, sfidando le leggi della creazione, risorge dalle ceneri delle sue vecchie piume, come una fenice gloriosa. Dire che Suzanne Collins aveva un animo troppo delicato per i Giochi della Fame e un tocco troppo lieve per scavarti l'anima. Sì, ero io a dirlo in Hunger Games e a ribadirlo, anche se un po' meno convinto, in La ragazza di fuoco. Mi sembrava che quell'affermazione avesse un senso, un tempo. Quando una Collins ancora inesperta e una Katniss ancora innocente creavano una cortina di nebbia e dita tremanti davanti agli occhi di noi lettori, e davanti all'orrore dell'Arena. Per proteggere loro stesse, noi.   
Quando lo struggente Canto della rivolta ancora non mi esplodeva nelle orecchie e tra le mani. Con le sue righe intrise di potente e profonda tristezza, le sue pagine disseminate di morti senza tomba, i capitoli che sparano colpi di scena e i personaggi che urlano umanità e basta. Che probabilità avevo di trovare bello un romanzo che per i lettori più appassionati e fedeli della trilogia si era rivelato deludente? Questa domanda mi ha bloccato per un anno, insieme alla lettura di uno spoiler grosso quanto una casa e impossibile da dimenticare, anche se in 365 giorni – invano – ci ho provato. Se non l'avevano trovato bello i fan della saga, io l'avrei detestato, allora. Mi ci sono avvicinato in punta di piedi, in ritardo, con questa testarda convinzione in testa. Avevano ragione loro: Il canto della rivolta non è bello, è terribile. Terrificante, tortuoso, ostico, desolante. Dolorosamente bello, dolorosamente perfetto. Un finale buio, ma non senza un sottile filo verde speranza e, all'orizzonte, una luce del colore del miele, dell'alba, dei nuovi inizi, dei mari in fiamme. Un finale che comprende morti e nascite, giardini cresciuti su cimiteri a cielo aperto e bambini che giocano a rincorrersi tra le risate, non ad uccidersi tra le occhiate del pubblico pagante e sciami di dardi che volano per ferire a morte. I primi due romanzi sanguinavano adrenalina, azione, spettacolarità. Costituivano un cancello d'ingresso su un orrorifico Luna Park di violenza e intrattenimento hollywoodiano. Costituivano la novità con cui fare trambusto, magari scandalo. Questo è una guerra, come ne sono state combattute in passato e come ne saranno combattute in futuro. Tutto immensamente, spaventosamente vero. Senza dolcificante artificiale, senza bugie, senza finzione, senza trucchi di scena. Una distesa senza confini di ossa umane che scricchiolano sotto gli stivali, di sangue innocente e fili bruciati che un tempo erano stati capelli biondo grano, di rose rosso sangue che profumano del Presidente Snow e della corruzione di Capitol City – un memento di morte. Piovono bombe, scattano trappole, bruciano tanti innocenti mortalmente vicini alle scintille del fuoco della vendetta. 
Katniss, la Giovanna D'Arco della rivoluzione di Panem, guida i lettori in una lotta per l'indipendenza, che vuole i protagonisti della storia o morti o vincenti, e in una profonda e attuale riflessione su una politica che – da Machiavelli ad Alfieri, da Manzoni a Hugo - gronda sangue, e sulla strage di ideali che ogni dittatura costa. Lei guida i suoi compagni tra i cunicoli e le strade labirintiche di una distopia futuristica, ma sembra di seguirla nelle modalità dei conflitti d'usura della Grande Guerra, nella presa di una Bastiglia dalle assottigliate forme avveniristiche, in giorni passati a nascondersi come la piccola Anna Frank e i suoi familiari, sotto i bombardamenti di quelle guerre che si combattono ancora oggi – nell'estremo oriente, o proprio sotto casa nostra - senza un perché preciso. Una troupe di cameramen la segue ad ogni passo, truccatori e stilisti curano la sua immagine anche quando l'immagine non conta più nulla, ma, attraverso la prosa di una Collins più matura e forte, ci vengono restituiti scatti e frammenti di caos e assalti che sembrano parte di un film di Kathryn Bigelow. Di un servizio al telegiornale. Lo stile è migliore, e i personaggi sono migliori, maggiormente consci dei loro punti di rottura, dei loro sentimenti, della loro umanità segreta: Finnick, con la sua bellezza venduta al migliore offerente e la sua amata ritrovata; Gale, con le sue mille colpe; Prim, con il suo dolce coraggio e un brutto gattaccio da tenere stretto in notti da incubo; Peeta, con i suoi occhi blu che tremano di confusione, le sue mani morbide che si stringono in una prese mortale anziché schiudersi in una carezza di bentornato, con i suoi traumi di guerra. 
Poi c'è Katniss, il personaggio più difficile da caratterizzare e più difficile da amare: lei è impavida, lei è tenace, lei è egoista, lei è viva per miracolo, lei è sopravvissuta a molti di coloro a cui ha voluto davvero bene, lei ha diciassette anni. Diciassette. Ha una sofferenza cieca e una confusione, dentro, che la rendono una narratrice talora complicata da comprendere, talora impossibile da tollerare. Un'adolescente che custodisce tra i suoi palmi la salvezza di molte, troppe persone e che, pur con il fisico minuto e l'indole di un'adolescente, ha le preoccupazioni e i dilemmi dei grandi. Va immaginata come uno di quei bambini soldato che muiono tutti i giorni, con un arco tra le dita sporche di sangue secco e non di smalto, con una bomba nucleare in mano e non con un cellulare con cui scambiarsi messaggi sdolcinati. Va immaginata piccola e sporca, dentro e fuori, non bella e giunonica come la bravissima Jennifer Lawrence che, nel riuscitissimo, primo film della serie le ha dato il volto. La felicità non è nei suoi piani per il futuro. "Rimettere insieme i pezzi richiede dieci volte il tempo che serve per crollare." Sono pochissimi, rari, in questo romanzo, i momenti in cui la troviamo in pace con sé stessa e con il mondo. E' una sorella come tante, quando abbraccia forte Prim e si rintana con lei in un fortino improvvisato. E' una bambina come quelle della sua età, nell'episodio di un matrimonio celebrato sotto assedio, con tanto di torta a piani, abiti eleganti, scordinattissimi e divertiti balli. E' una ragazza innamorata, quando – emozionata fino alle lacrime – ascolta il racconto del primo incontro con i ragazzi della sua vita: Peeta, che le ha dato da mangiare quando aveva fame, e Gale, che le ha dato una casa quando non aveva più un padre.  
Lontana dalle telecamere, vicina alla fine, si scontra, allo specchio che aveva coperto con un drappo di silenzio, con i suoi difetti e le sue debolezze. E, nel suo riflesso, individua le crepe che si arrampicano indisturbate fino alla sua più intima essenza. Leggendo ad alta voce alcuni passi, ho sentito la mia voce tremare e spezzarsi insieme alla sua. Il coinvolgimento è stato naturale e totale. Spegnere le mie emozioni non è stato possibile, quando intorno a me era un esplodere di sensazioni. Odiare sguaiatamente Snow, la Coin, Plutarch – tutti crudeli, tutti odiosi, tutti squallidi – è necessario per lasciare fluire via una libbra di amarezza avvelena sangue. Non sposare ciecamente la decisione finale di Katniss – che sceglie l'unguento, non la benzina; la quiete, non il furore - è proibito. I tempi si dilatano come in un incubo senza fine indotto dai farmaci, l'amore è una scelta presa seguendo la ragione al posto del cuore, il sonno è breve e interrotto dalla paura del buio, i ricordi sono una processione funerea di spettri insonni. Ma tutto è stato giusto così. Ho letto gli ultimi capitoli con un'ansia crescente, non con la curiosità che ogni epilogo alimenta. Ho chiuso il libro in piena notte, ci ho dormito su e, al risveglio, ho fatto colazione con un boccone acre che aveva la consistenza di un pugno rivestito di carta vetrata. Una carezza che graffia, ma che ti sfiora dentro e che porti con te con tutti i suoi dolori, insieme agli occhi umidi con cui – inevitabilmente – Katniss ti dice addio. 
"… Quello di cui ho bisogno è il dente di leone che fiorisce a primavera. Il giallo brillante che significa rinascita, anziché distruzione. La promessa di una vita che continua, per quanto siano gravi le perdite che abbiamo subito. Di una vita che può essere ancora bella. E solo una persona è in grado di darmi questo. Così, quando sussura: - Tu mi ami. Vero o falso?- io gli rispondo - Vero." 
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Florence + The Machine – Over the love 
Immagini: trackerjubbers.tumblr. com/ Deviantart

venerdì 3 agosto 2012

Recensione: Hunger Games - La ragazza di fuoco, di Suzanne Collins

Ciao a tutti, dopo qualche giorno di assenza, il vostro Mr. Ink torna con la recensione di "La ragazza di fuoco" – sequel dell'acclamato Hunger Games. Già, sono uno dei pochi a non aver concluso con impazienza la saga della Collins. Nella recensione (che non contiene spoiler), i motivi della mia iniziale titubanza. Da lettore che nutre ancora qualche riserva, voglio sentire, accanto alle opinioni sulla mia recensione, anche i vostri pareri. Perché, questa, è una saga che vi entusiasma così tanto?;)

Titolo: Hunger Games. La ragazza di fuoco
Autrice: Suzanne Collins
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine:
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Non puoi rifiutarti di partecipare agli Hunger Games. Una volta scelto, il tuo destino è scritto. Dovrai lottare fino all'ultimo, persino uccidere per farcela. Katniss ha vinto. Ma è davvero salva? Dopo la settantaquattresima edizione degli Hunger Games, l'implacabile reality show che si svolge a Panem ogni anno, lei e Peeta sono, miracolosamente, ancora vivi. Katniss dovrebbe sentirsi sollevata, perfino felice. Dopotutto, è riuscita a tornare dalla sua famiglia e dall'amico di sempre, Gale. Invece nulla va come Katniss vorrebbe. Gale è freddo e la tiene a distanza. Peeta le volta le spalle. E in giro si mormora di una rivolta contro Ca-pitol City, che Katniss e Peeta potrebbero avere contribuito a fomentare. La ragazza di fuoco è sconvolta: ha acceso una sommossa. Ora ha paura di non riuscire a spegnerla. E forse non vuole neppure farlo. Mentre si avvicina il momento in cui lei e Peeta dovranno passare da un distretto all'altro per il crudele Tour della Vittoria, la posta in gioco si fa sempre più alta. Se non riusciranno a dimostrare di essere perdutamente innamorati l'uno dell'altra, Katniss e Peeta rischiano di pagare con la vita...   

 Quasi un anno fa, altalenante tra delusione e amarezza, riponevo sullo scaffale della mia libreria il primo volume della trilogia di Suzanne Collins, che, a breve, avrebbe ispirato un'acclamata produzione hollywoodiana e, nelle vesti del Twilight della distopia, una lunga serie di affascinanti romanzi appartenenti al genere entrato in auge – con la sua potenza distruttiva e la sua voglia di ribaltare le regole - grazie alla raffinata penna di Orwell e Bradbury. Per lungo tempo, sono stato l'unico pesce del banco a nuotare controcorrente, mettendo in discussione, con una breve e tiepida recensione su Anobii, i commenti di coloro che gridavano al capolavoro e dei bigotti che, invece, etichettavano Hunger Games come un romanzo troppo cruento per un pubblico di “ingenui e puri” adolescenti.
Cresciuto a Plasmon, pane e Stephen King, nonostante un inizio promettente e un mare pieno di occasioni d'oro, senza rimpianto alcuno, avevo definito il romanzo una versione per le MTV Generations del controverso Battle Royal o, se vogliamo, dell'angosciante La lunga marcia. Un esercizio stilistico vagamente “poppeggiante”, con buoni sentimenti a gogò e una voglia appena marcata di abbattere, a colpi di violenza e di rimandi all'attualità, i temutissimi tabù.
Eppure, complici le parole dell'angelica Taylor Swift nello splendido brano Safe and Sound e la riuscitissima trasposizione cinematografica, con la spinta dello splendido ciondolo della ghiandaia imitatrice appeso proprio ora al dorso dei tre volumi (Mondadori, grazie di cuore!), gli ultimi giorni di luglio mi hanno fatto compagnia durante la lettura di La ragazza di fuoco, titolo a lungo accantonato per dare spazio a letture da me reputate più meritevoli.
Sin dai primi capitoli, ho capito il motivo della mia riottosità verso una saga che avevo ritenuto troppo sopravvalutata.
Una buona parte del libro, infatti, non mi è stata proprio d'aiuto nel comprendere gli elementi che avessero spinto l'autrice a dare vita a un franchising – contanti e fama a parte!
Le sue cartucce vincenti le aveva sparate abbondantemente nel primo volume e i primi capitoli, ripetitivi e lenti, scorrevano come il riassunto degli episodi già visti di una serie televisiva. I numerosi accenni alla prima impresa di Katniss nei Giochi della Fame servivano a fare da guida ai lettori meno memori o, forse, a mascherare un vuoto di fondo. La seconda impressione mi ha fatto compagnia per buona parte della lettura e, magari inconsapevolmente, me la porto dentro anche adesso – nonostante possa ritenermi soddisfatto e appagato da queste quasi 400 pagine di adrenalina e pathos.
Il romanzo mi è piaciuto forse anche di più precedente, ma ciò, a mio avviso, non è attribuibile a una crescita professionale della Collins. Giustamente, per dare continuità alla narrazione, l'autrice continua ad adoperare il - detestabile, odioso - presente indicativo e, poco abile nel mantenere salde le redini dei cosiddetti romanzi “character driver” (guidati, ossia, dai singoli protagonisti e non da un plot che debba necessariamente concludersi come da copione..), con fastidiosa discontinuità, prendendo la tenace Katniss per la sua bella treccia bruna e trascinandola tra sabbia e sassolini nel punto di avvio, fa passare il lettore dalla descrizione di regali abiti da sposa o di luculliani banchetti a momenti di pura azione e a bruschi colpi di scena che mi hanno lasciato senza tregua e parole.
La sua prosa, lineare e priva di qualsiasi orpello, è propria di una sceneggiatrice che conosce alla perfezione le regole dell'intrattenimento, ma non di un'autrice che, con il suo talento e non con le sue controverse storie, vuol lasciare il segno. Agli sgoccioli del primo romanzo, tra l'altro, l'avevo accusata di aver fatto l'errore di essersi innamorata dei suoi protagonisti e di non aver tentato, tramite la carta della tragedia, di mantenere fede alle premesse che promettevano uno sconvolgimento fisico e mentale.
Se avesse osato accopparne uno solo, probabilmente, non sarei qui ad annunciare il mio ritrovato interesse per il genitore del genere distopico delle nuove generazioni.
Sono loro, protagonisti o semplici comprimari, il punto di forza della storia. Sognatori, pazzi, romantici. Indimenticabili. I punti di fuga in cui vanno a confluire l'ammirazione dei lettori di tutto il mondo e gli oceani gelidi in cui si spengono tutte le comprensibili rimostranze. Singole e preziose scintille di una rivoluzione che incendierà Capitol City, piume di una ghiandaia imitatrice che, come una colomba della pace, guiderà le masse e ispirerà gli animi. Ritroviamo la risata argentina della dolce Prim, il volto abbronzato di Gale e tutte le mille parole che non riesce a dire, i vestiti eccentrici della simpatica Effie, le imprecazioni e le bottiglie di alcol di un sorprendente Haymitch e, all'ombra di alberi carichi di insidie e di una soffocante barriera che lascia senza scampo, facciamo la conoscenza della scontrosa Johanna, del geniale Beetee e del vanesio  Finnick - una canaglia tutto muscoli e arie, dal cuore e dal fascino immensi. Su un tappeto rosso di umanità e simpatia, non possono mancare loro: Katniss e Peeta. Gli amanti infelici del Distretto 12. 
Lei, voce narrante di un'avventura lunga tre libri, ha insita in sé la voglia di sfidare continuamente. Sfida il presidente Snow e perfino i suoi lettori, facendosi odiare e amare un po' come la Summer di 500 giorni insieme: sensibile, ironica, fragile e coerente - sia nello spezzare i cuori, sia nel mettere in pericolo la sua stessa vita pur di sfidare sempre e comunque. Osa, colpisce per uccidere, prepara trappole e sferra colpi mortali, ma, in un romanzo che per struttura e contenuti omaggia il suo stesso predecessore, è la stessa che si prodiga per salvare un amico e che si scioglie in un tenero abbraccio per fuggire via dai propri incubi. E poi c'è Peeta. Di parole, in interviste e conferenze stampa, ne dice tante, ma, nel romanzo, continua a essere “quello che viene salvato”, l'animo nobile più adatto a destreggiarsi tra arte e poesia che tra i pericoli di una competizione all'ultimo sangue, il Romeo che ama incondizionatamente e senza riserve, il ragazzino di porcellana che l'odio e il sangue non riescono a sporcare. 
Ha diciassette anni e, biondo e belloccio, avrebbe tutte le caratteristiche per farsi odiare dal sottoscritto e amare da uno scuolabus di ragazzine urlanti. Ma, sarà perché continuo ad associarlo al volto fresco e familiare del buon Josh Hutcherson – attore che, essendo quasi mio coetaneo, seguo sin da piccolino e verso cui provo una certa simpatia perché, nel suo metro e settanta, è anche più basso di me: cosa rara! -, sarà per la sua cieca fiducia nell'avvenire, finisco per far coincidere la sua personalità con la mia e, nei suoi panni, sbatto il naso contro grandi delusioni e contro la consapevolezza di essere il “terzo incomodo” in una vita che non ha nulla a che fare con la struggente delicatezza di un bel dipinto. 
Meno L'implacabile, più The Truman Show, la celata violenza di Hunger Games, in questo avvincente sequel, cede lo spazio allo snodarsi di raffinate e potenti strategie e a una messinscena più attenta alla costruzione di momenti di coinvolgimento emotivo destinato a durare, e meno alla spettacolarizzazione del dolore in tutte le sue sanguinose forme. Con capitoli che si concludono sempre sul più bello e con la viva voglia di sorprendersi ad ogni occasione, La ragazza di fuoco fa chiudere un occhio sullo stile non sempre impeccabile della Collins e tormenta con l'esigenza bruciante di abbandonarsi, anima e corpo, alla lettura del volume conclusivo. Per mia fortuna, ce l'ho proprio a portata di mano. Azzurro e voluminoso, è lì che mi aspetta!
Il mio voto: ★★★★ 
Il mio consiglio musicale: Taylor Swift - Safe and Sound
 

lunedì 30 aprile 2012

Passion Bookmars # 12: Hunger Games

15/05/2012 ( € 17,00)
Con un giorno di ritardo, dopo uno splendido weekend di sole e il risveglio su un lunedì grigio e piovoso, sono felice di postare la nuova puntata di Passion Bookmars.
Anche oggi una puntata a tema. Anche oggi sei segnalibri dedicati a una nuova saga che, per molti, è già entrata a fare parte dell'olimpo dei romanzi “Young Adult”. E' estrema, coraggiosa, cruenta …
è Hunger Games! Come molti di voi immagineranno, non è un caso l'aver postato i nuovi segnalibri con un giorno di ritardo: tutto in vista dell'imminente uscita dell'omonimo film che, da domani, verrà proiettato nella maggior parte delle sale italiane ( in tutte, forse, tranne in quelle della mia città !). Ho già avuto modo di vederlo sottotitolato e, in settimana, dopo un' accurata “revisione”, potrete leggere la mia personale recensione. Sebbene non sia proprio un fan accanito della saga, posso dirvi che è molto simile al libro. Gli appassionati, credo, ne rimarranno soddisfatti!
Il volume conclusivo della trilogia, Il canto della rivolta, sarà in libreria il 15 Maggio, edito dalla Mondadori.


Il trailer
 

domenica 22 gennaio 2012

Passion Bookmars # 3


Nuova domenica, nuovo appuntamento con “ Passion Bookmarks” !
Questa volta Mr. Ink si occupa di … STELLE ! Stelle nel firmamento della narrativa young adult ; stelle in una notte di mistero e magia ; stelle in un cielo di poesia e sogno.



I segnalibri sono ispirati ad Hunger Games ( Edito dalla Mondadori ), Il circo di notte ( In uscita il prossimo 25 Gennaio per la Rizzoli) e Il piccolo Principe ( L'intramontabile capolavoro di Antoine Saint Exupery ). Fatemi sapere cosa ne pensate !
Come sempre, sono disponibile ad esaudire le vostre richieste . Fatevi avanti ; basta essere follower ;)