lunedì 19 ottobre 2015

Recensione a basso costo: Io non ho paura, di Niccolò Ammaniti

I mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni come te. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri.

Titolo: Io non ho paura
Autore: Niccolò Ammaniti
Editore: Einaudi
Numero di pagine: 216
Prezzo: € 10,00
Sinossi: In questo romanzo Niccolò Ammaniti va al cuore della sua narrativa, con una storia tesa e dal ritmo serrato, un congegno a orologeria che si carica fino a una conclusione sorprendente: e mette in scena la paura stessa. Michele Amitrano, nove anni, si trova di colpo a fare i conti con un segreto cosi grande e terribile da non poterlo nemmeno raccontare. E per affrontarlo dovrà trovare la forza proprio nelle sue fantasie di bambino, mentre il lettore assiste a una doppia storia: quella vista con gli occhi di Michele e quella, tragica, che coinvolge i grandi di Acqua Traverse, misera frazione dispersa tra i campi di grano. Il risultato è un racconto potente e di assoluta felicità narrativa, dove si respirano atmosfere che vanno da Clive Barker alle Avventure di Tom Sawyer, alle Fiabe italiane di Calvino. La storia è ambientata nell'estate torrida del 1978 nella campagna di un Sud dell'Italia non identificato, ma evocato con rara forza descrittiva. In questo paesaggio dominato dal contrasto tra la luce abbagliante del sole e il buio della notte, Ammaniti alterna, a colpi di scena sapienti, la commedia, il mondo dei rapporti infantili, la lingua e la buffa saggezza dei bambini, la loro tenacia, la forza dell'amicizia e il dramma del tradimento.
                                              La recensione
Ricordo che, da piccolo, si andava dai miei nonni una volta all'anno. Ci fermavamo di più rispetto ad ora – due settimane, spesso anche un mese – e che il viaggio dalla Sicilia alla Campania era un'odissea di curve brusche e chilometriche attese. Qualche volta prendevamo la nave e, tutti insieme, ci stringevamo in una cabina: io e mio fratello lottavamo per il secondo piano del letto a castello e, di notte, durante la traversata, guardavamo il mare dall'oblò. Per anni, ovviamente, i miei ci hanno protetto dall'epilogo di Titanic – in ballo, le nostre preoccupazioni e i loro nervi. Durante uno degli ultimi viaggi, prima di trasferirci, durante una cena in famiglia – al tempo ero buono buono e tali ricorrenze non mi annoiavano; noi bambini sedevamo a un tavolino a parte, vicino al camino – i miei cugini avevano iniziato a parlare dell'ultimo film che avevano visto al cinema, accompagnati dalla scuola. Che invidia! L'anno prima, con la maestra, eravamo andati a vedere, dalle mie parti, il Pinocchio di Benigni: perfino all'epoca, lo avevo trovato bruttissimo. Avevo rovinato l'entusiasmo di bambini che avevano visto, chissà dove, la magia. I miei cugini – e anche la più piccola di loro, che era addirittura una femmina: somma ingiustizia – erano stati a vedere Io non ho paura. Quanto avevo sperato di vederlo anch'io, quel film o, nell'attesa che passasse in tivù, di leggere il romanzo: non ero ancora un gran lettore, ma mamma – abbonata a Mondolibri – mi aveva letto a voce alta la trama su uno dei loro opuscoli pubblicitari. Da amante dei racconti da brivido, spettatore a tradimento di horror che non avrei dovuto guardare, mi si era ficcata in testa quella storia: un protagonista con il mio nome – e, quando vivevo in Sicilia, nessuno si chiamava come me; forse, solo il proprietario dell'alimentari all'angolo – e la scoperta di un segreto più grande di lui. Ero convinto che l'altro Michele, che aveva nove anni come me e viveva al Sud come me, sarebbe stato in pericolo per – mia ossessione a quell'età – le sette sataniche. Al telegiornale si parlava tanto delle Bestie di Satana, dodici anni fa, e, al mio paese, animali fatti a pezzi e minacce sparse non si sapeva bene se fossero colpa della criminalità locale o di Lucifero in persona. Nelle ronde in bici con i miei compagni di classe – anche noi, come i protagonisti, ci spingevamo oltre il seminato, padroni di un boschetto di ortica e fiori che puzzavano come carogne – ci sfidavamo a chi diceva più parolacce e a mostrare coraggio da leoni. Anche in quel caso, ruoli che si ripetevano: un bullo come Scheletro, che ridacchiava alle mie spalle, in seconda elementare, minacciando di annegarmi nella piscina comunale; un migliore amico come Salvatore che, però, non mi ha tradito mai, anche se la vita e la lontananza ci hanno divisi; l'unica ragazza del gruppo, tormentata dai maschi come Barbara, ma assai più graziosa e assolutamente ben disposta ad affrontare maliziose penitenze; il fratello minore che ti fa perdere il ritmo della sfida – nel romanzo è una sorella, Maria – e che puoi insultare solo tu, guai gli altri. 
E restavo io, Michele, simile a Michele lui: quello curioso, anche a costo di farsi male, come il gatto del detto popolare; quello meno svelto e meno capace degli altri, anche se era abile nel dissimularlo. Il più sveglio. Con una mamma bellissima e che correva – e picchiava: quante punizioni e quante “cucchiarelle” rotte? - forte, un papà carabiniere – dall'altra parte della barricata, dunque, ma spesso assente, in anni di fuoco che lo volevano impegnato altrove – e un fratellino zavorra, portato appresso sotto minaccia: se non porti Diego, tu non esci: capito? Io non ho paura l'ho visto una volta sola, qualche anno dopo, ma lo ricordo molto bene: è uno di quei film che, se sei così fortunato da essere nato nell'anno giusto, da essere giovane ma non troppo – io c'ero negli anni novanta, non negli anni settanta, ma ho visto videoregistratori, musicassette, serate passate a giocare a nascondino o a "un due tre stella" prima che sparissero, come i dinosauri –, un po' ti segnano. Perciò non ho mai sentito il bisogno di leggere il racconto che lo aveva ispirato, prima di quest'anno: quando la bella stagione mi ha fatto scoprire che Niccolò Ammaniti mi piace tantissimo e che, in programma per l'autunno, c'era Anna, il nuovo romanzo. Storia di meridionali e bambini soli al mondo. In attesa di poterlo dire mio – gioia immensa quando l'ho trovato a metà prezzo su Libraccio; santi che volano, invece, se Libraccio, come in questo caso, ti cancella l'ordine – ho portato con me, in un weekend stranamente silenzioso, quel libricino che avevo in casa da dieci anni buoni e che, in copertina, aveva il bollino con il prezzo – appena cinque euro, nell'edizione I Miti Mondadori – e il giallo dei campi. 
Il segno di una estate in mutande e canottiera sottile che vorresti non finisse mai, oppure sì. Il colpo d'occhio, di chi ha talento vero, con cui si coglie un periodo di passaggio mentre sta passando. Quando capisci che l'uomo nero non esiste, ma che i mostri sono reali. Siedono al tavolo della tua cucina. Dormono nel letto che è di tua sorella: ospiti. Imprigionano i bambini come te nei buchi, in attesa del riscatto o del Paradiso. La storia degli innocenti di Acqua Traverse – frazione fantasma con sei case e sei famiglie; acqua che ti va di traverso e ti strozza; questione di Mafia o 'Ndrangheta, non di diavoli, il che è peggio – corre come una bici sgangherata nei mari di spighe; come un brivido che, addosso, ti lascia una sensazione che permane. Ti racconta, per voce di chi la vive, l'amicizia commovente con un mostriciattolo tenuto in cattività che non apre gli occhi, farnetica di orsetti lavatori (ma esistono davvero?) e città del nord (dov'è, il nord?); di una paura – ma Michele non ha paura, quella del titolo è una promessa a sé stesso – che in combutta con le pieghe nere dell'immaginazione trasforma la natura notturna in un inferno dantesco. Soprattutto, della dolcezza con cui una vittima può scambiare uno dei suoi diavoli per l'angelo custode. Allora niente, davanti a due mani tese, sarà più lo stesso. Letto in un pomeriggio, d'un fiato, più che una nuova lettura, Io non ho paura è stato una specie di seconda visione. Un film che avevo già visto, e che ho rivisto – per magia – attraverso le parole vivide di un Niccolò diverso dal solito. Conciso e nostalgico, quando lui invece è prolisso, pulp e fortemente ironico: abituato alla narrazione in terza persona – qui, invece, usa la prima – per porterti dire, dei suoi tanti personaggi, vite e peccati. E io che, da sempre, immaginavo che Ammaniti fosse questo. Io non ho paura, invece, è una parentesi agrodolce che dura un'estate. O forse la meta finale del viaggio? La verità, senza fronzoli, è che Ammaniti ha fede nei bambini, anche se sono condannati a soffrire. Ha fiducia nel domani, anche se pare pioverà. Ma sono i piccoli a insegnare qualcosa ai grandi, nelle sue storie di ordinario orrore: il coraggio, l'amicizia. Il coraggio dell'amicizia. 
E si potra uscire a giocare, anche con il cattivo tempo - e l'orco - fuori. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ezio Bosso – Rumba verso il buco 

venerdì 16 ottobre 2015

Recensione: Il favoloso libro di Perle, di Timothée de Fombelle

Le storie ci fanno cambiare. E certi incontri ci rovesciano sul dorso, come succede alle tartarughe. Ci costringono a lasciarci sopraffare.

Titolo: Il favoloso libro di Perle
Autore: Timothée de Fombelle
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 308
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Olia è una fata che ha rinunciato ai suoi poteri per amore di un principe cadetto. Ma quando finalmente si ricongiunge a lui, scopre che è stato assassinato. Oppure no? Infrangendo il confine tra i mondi, il giovane llian è scivolato in un'altra realtà. Non meno pericolosa perché il ragazzo smarrito viene accolto nella famiglia Perle proprio mentre sul futuro degli ebrei francesi si addensano nere nubi temporalesche. Intanto la fata è condannata a stargli accanto e insieme lontana, per anni e anni, per tutta una vita umana. Questa è la storia che il narratore piano piano ricostruisce, a partire dal muro di valigie che un bizzarro collezionista cela nella sua casa tra le paludi, là dove il fiume scompare nelle pieghe delle mappe. Dentro ci sono segreti, risposte, prove. Di cosa? Basta una vita intera per trovare la strada del ritorno?
                           La recensione
La felicità è quella danza in cui ci si avvicina e ci si allontana, senza perdersi.
In libreria, tappa fondamentale al centro commerciale, anche con il portafoglio vuoto e il tempo che scarseggia, faccio giri veloci tra le corsie, sbircio quel libro e quell'altro, soppeso - tra le mani - la consistenza di romanzi che, dal vivo sono più leggeri o più pesanti, più sottili o più doppi di quanto pensassi guardandoli al computer. Faccio in fretta, di solito, per perdermi in un punto in particolare del negozio. Io e le buste della spesa, la sezione dei libri per l'infanzia. Lontani dai best seller, racchiusi in una bolla per pochi, sono immensamente avventurosi e delicati nelle loro copertine splendide e in trame che non conoscono la volgarità o il contingente. Per questo, magici come tutto ciò che, per sua stessa natura, è incorruttibile. Mi distrae, ogni tanto, un cellulare che vibra, una certa ora che si avvicina, il pensiero che – con me che indugio, con il naso all'insù – i surgelati si scongelino e le uova si schiudano. Ma quanto sono belle quelle illustrazioni; quanto? Quanto potenti le promesse di quelle storie romantiche e fantasiose che – quando avevi l'età – ti eri negato e, per recuperare il tempo perduto, leggi adesso, con occhi incantati e animo placido? Tanta indecisione – quale comprare e a quale grande bellezza rinunciare - e il ricordo di un consiglio fidato. Eccolo lì, l'ultimo Timothée de Fombelle, sull'ultimo ripiano: quarantenne francese, creatore di storie universali i cui titoli, in quei momenti fatidici, mi sfuggivano, ma facevano senz'altro rima con l'imperativo categorico: “leggilo, leggilo”. Il favoloso libro di Perle – dopo le serie Tobia e Vango – è una fiaba contemporanea e autoconclusiva, un magnifico racconto tripartito che nel titolo, dal passaggio all'italiano, trova un meritato aggettivo à la Jeunet e la copertina più bella apparsa quest'anno su un qualsiasi scaffale al mondo. L'illustrazione di Mariachiara Di Giorgio coglie, a colpo d'occhio, tutto quello che c'è da cogliere e, davanti a una simile cura, le parole a che servono? 
Il favoloso libro di Perle è la meravigliosa favola che la sua veste grafica promette: parigina e notturna, misteriosa e emozionante. Giocare alle ombre cinesi e, alle porte del crepuscolo e del sogno, mimare alberi antichi e erbe alte, muri di valigie e siepi, castelli e bistrot. Tre sagome – per tre grandi personaggi – che si sfiorano senza toccarsi. Quella di Olia e Ilian, una fata e un principe separati dal male e uniti dalla speranza, e di un narratore anonimo, forse lo stesso de Fombelle a caccia di lucciole e ispirazione, che ricostruisce lentamente i tasselli del loro breve amore e i cocci del loro addio. Esiliati “nell'unico tempo e nell'unica terra dove non si crede né alle favole né alle fate”, condannati come Orfeo ed Euridice a essere vicini ma a non guardarsi, riusciranno a provare l'esistenza di un regno impossibile prima che sia troppo tardi? De Fombelle incanta all'istante, complice una prosa che è un'autentica carezza, e cattura pian piano, mentre la trama si infittisce ma tutto si fa chiaro. All'inizio, ci sono vicende che non si incastrano a pennello: costruite con tessere di un puzzle diverso – una ambientata in mondi paralleli, l'altra nella Francia sotto assedio – incuriosiscono e intrigano, perché è forte il desiderio di sapere cosa abbiano i comune quei Romeo e Giulietta di fantasia, il figlio adottivo dei coniugi Perle – ragazzo dalla doppia esistenza e dal doppio nome - e un adolescente innamorato che fotografa ruderi e rane. 
E c'è una tale simmetria, una tale precisione che, facendo due calcoli, potrei quasi giurarvi che a ognuna di quelle storie sia dedicato lo stesso spazio. Anni e attimi, capitoli e frasi, in cui si parla dei viaggi per mare di un collezionista instancabile – eroe di guerra, orfano, pasticciere – che cerca le prove del mondo da cui proviene per spezzare un antico incantesimo. In bagagli di cuoio e cartone, assurde pareti di una capanna non segnata sulle carte geografiche, i frammenti di una Atlantide condannata all'oblio – una biglia, la squama di una sirena, un pezzo di culla, i ricordi di un amore minacciato da un sovrano crudele – e le infinite mete di un protagonista che, come il mitico Forrest Gump, passeggia nella storia dell'occidente e nei mulinelli turbinosi dei giri di vite. Il favoloso libro di Perle parla di un bacio maledetto dalle stelle – e i passi degli innamorati che sono costretti a dirsi addio sono i più belli, perché sembrano una danza – e del dovere morale di affidare la propria storia a qualcuno, per morire senza sparire. Quello sono gli scrittori d'ogni dove: medium, ambasciatori, intermediari con altri mondi. Con Timothée de Fombelle, così bravo da non crederci, non è scrivere un romanzo, la questione, ma raccontare una storia nella maniera più nobile. Non è riempire una pagina vuota, ma recuperare l'arte persa degli aedi – e i castelli usurpati dai traditori – che non scrivevano, ma cucivano insieme scampoli di storie. Con filo e inchiostro. Per un lapsus, prima, ho scritto cucinavano e Word mi ha prontamente corretto. Ma, se di cucina si parlasse, l'imprevedibile storia di Olia e Ilian sarebbe una delizia da cuocere a fuoco dolce. Un magico elisir in cui la tecnica acquisita e la tanta pazienza fanno la differenza; l'eredità di una nonna un po' maga. E finché ci si crede, nelle leggende popolari e in cibi che stravolgono il tuo umore da così a così, certe tradizioni, e certe fate, poi non muiono. 
E chi non muore – però si ama – alla fine si rivede.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Christina Perri – A Thousand Years

mercoledì 14 ottobre 2015

Recensione: La cacciatrice di bugie, di Alessandra Monasta

Dentro certe storie è importante entrare in punta di piedi.

Titolo: La cacciatrice di bugie
Autrice: Alessandra Monasta
Editore: Longanesi
Prezzo: € 14,90
Numero di pagine: 328
Sinossi: "Tu sei incredibilmente empatica": è la frase che la protagonista si sente ripetere fin da quando è bambina, a scuola come a casa. Per lei, all'inizio, è complicato capire in cosa consista veramente questa qualità. Di certo sa solo che è un talento e, forse, anche una condanna. Quando, anni dopo, il suo dono viene notato da un importante magistrato, per lei si aprono inattese porte professionali... e personali. Perché quel suo talento va ben oltre l'empatia: lei ha un orecchio assoluto per la verità, e soprattutto per la menzogna. Capisce, intuitivamente, tutto ciò che si cela dietro i racconti e dentro i silenzi delle persone. Diventa perito fonico forense, addestrandosi e affinando quel talento naturale, e nel giro di poco tempo si ritrova a lavorare sulle intercettazioni dei casi di cronaca più sconvolgenti, quelli sulla bocca di tutti, quelli che finiscono su giornali e telegiornali... Ma viverli dall'interno è una cosa diversa: tanto entusiasmante a livello professionale quanto capace di mettere a dura prova la sua resistenza emotiva. Per svolgere un lavoro così delicato, deve imparare ad ascoltare analiticamente le voci, a identificarle e a distinguere in chi parla i momenti di lucidità da quelli di autentica follia. È una cacciatrice di bugie, sì... Ma a quale prezzo? Diventa sempre più complicato conciliare il piano professionale con quello personale. È sempre più arduo "uscire" dalle storie dopo ore e ore di ascolto delle intercettazioni...
                                         La recensione
Una matita spezzata in due, un blocco d'appunti e gli immancabili post-it gialli tutti intorno, macchie d'inchiostro e rimasugli di caffè, un paio di cuffie e un registratore per ascoltare – come nel capolavoro del cinema tedesco – le vite degli altri. Ma anche un elegante anello di fidanzamento, occhiali da vista alla moda e un po' di confusione per dire che la vanità – insieme al disordine più studiato – è donna. Quanti, davanti a questa scrivania a soqquadro, hanno pensato ai tavoli autoptici con i morti, i cioccolatini, i piccoli indizi e i rossetti d'emergenza di Alessia Gazzola? In quanti, leggendo che di un esordio si trattava e che Alessia e Alessandra Monasta hanno in comune un'interessante professione data in eredità alle loro protagoniste, si sono domandati se La cacciatrice di bugie fosse greve o leggero, un giallo anche un po' rosa o, al contrario, un poliziesco in piena regola? Curioso per via di una trama che mi diceva una cosa e una copertina che me ne diceva un'altra ancora, mi sono avvicinato quasi per caso a una storia che mi sono divertito a inquadrare man mano. Dubbioso sui toni, incerto sulle intenzioni. Prima ancora di scoprire Alessandra Monasta scrittrice – e lei, perito fonico forense, ha una prosa sobria e precisa, con qualche guizzo personalissimo qui e lì -, poche pagine appena per notare come La cacciatrice di bugie fosse totalmente diverso da quel che avevo – avevamo - immaginato. La copertina trarrà molti in inganno, prendendo in contropiede chi cerca un nuovo chick lit a tinte gialle, anche se – per le storie di Alessandra – non potrei davvero immaginare qualcosa di alternativo. Si parla, infatti, di intercettazioni, relazioni sentimentali e diecimila caffè. Indispensabile, allora, il materiale d'ufficio, sprazzi di quotidiano, i sottobicchieri che mancano e le scrivanie ingombre: i casi giudiziari – come gli amori – vanno e vengono e la capacità di leggere nelle voci altrui incertezze e verità si rivela esecrabile difetto e somma virtù. Quale uomo potrebbe liberamente lasciarsi andare davanti a una come Alessandra, donna che ti legge come un libro aperto? 
Quale procuratore, tuttavia, commetterebbe l'errore grossolano di lasciarsela sfuggire, se – con pazienza e professionalità – è nota per consacrare giorni e notti al suo lavoro? Più che un romanzo, l'ultimo libro Longanesi sembra una biografia: il diario di una professione di cui ci interessa sapere di più. L'autrice, sin dall'inizio, non fa nomi: lecito pensare che sia la stessa Alessadra a raccontare; a raccontarsi. La narrazione prende avvio in medias res: una chiamata urgente e la protagonista – quarantacinquenne dalla lunga carriera e con una sezione dell'armadio piena di completi neri perché, in un mondo al maschile, deve fare i patti con la sua avvenenza – si prepara a fornire la sua consulenza per l'ennesimo caso di cronaca, in una suggestiva Firenze criminale. Un salto indietro e, dal prologo ambientato lo scorso anno, si passa agli anni novanta: momento assai difficile per iniziare una carriera come perito fonico, con la Toscana sotto assedio – fin lì, infatti, si sono allungati i tentacoli del terrorismo, senza dimenticare lo spaventoso modus operandi del Mostro che che ogni innamorato del tempo temeva. Procedendo in avanti, conciliare incarichi e privato si fa impossibile – ma Alessandra è una donna che ama le missioni impossibili, vedrete – e, ogni tanto, in vacanze a Stromboli durante le quali staccare la spina, ci si rivede con gli amici d'infanzia e si parla dei nipoti che crescono, dei genitori che si ammalano, di ciò che va via e poi ritorna, secondo le regole del Karma. 
In un piccolo e personale memoir sull'Italia, tra artificio e spassionata verità, si parla di abuso di potere, isolati casi di razzismo, stalking, stupro, mentre la cronaca nera fa prepotentemente capolino – di grande impatto, ad esempio, la rievocazione del delitto di Erba o della strage dei Georgofili – le delusioni amorose si sommano ai trionfi professionali. Racconti polizieschi di lunghezza variabile che spiccano perché visti da una prospettiva inconsueta; slegati, se non fosse l'esperienza di Alessandra – personaggio e scrittrice – a farvi da particolare cornice. I difetti: l'attesa ingiustificata che, sul finale, questa struttura ad incastro genera; il fatto che – raggiunta la verità – i destini dei colpevoli restino in bilico. La cacciatrice di bugie è un orginale poliziesco ad episodi, se proprio tocca dare definizioni, che si legge come buona narrativa, velocemente e con interesse, pur sfuggendo ai generi. Una narrazione intrigante e disordinata per precisa volontà, con un personaggio decisamente affascinante. Ho pensato a The Mentalist, che legge nei volti; al Will Graham di Hannibal che, dotato di forte empatia, immagina di vestire i panni dell'assassino per arginare i continui fiumi di sangue. Consulenti delle forze dell'ordine dalle doti straordinarie – questa volta, accurata e intelligente l'attenzione ai sali e scendi delle voci, ai timbri, ai colori degli accenti – attorno ai quali potrebbe ruotare un'intera produzione televisiva. E io una serie su Alessandra – proprio come sulla mitica Alice Allevi, prossimamente su Rai Uno con il sorriso della bella Alessandra Mastronardi – la seguirei come un fedelissimo, ad oltranza.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Denmark + Winter – Enjoy The Silence (Depeche Mode)

lunedì 12 ottobre 2015

Recensione: Deathdate, di Lance Rubin

Il mondo non è perfetto, e non abbiamo il dono del tempo che hanno tutti gli altri. E abbiamo paura, e ci sentiamo confusi, e forse facciamo qualche sbaglio. Forse proviamo a masturbarci con il burro e combiniamo un casino. Ma tu devi morire a testa alta.

Titolo: Deathdate
Autore: Lance Rubin
Editore: De Agostini
Numero di pagine: 331
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Denton Little ha diciassette anni e una sola certezza: morirà la notte del ballo di fine anno. Ma - escluso il pessimo tempismo - nulla di strano. Perché il mondo di Denton funziona così: tutti conoscono la data della propria morte, e tutti aspettano il fatidico momento contando i minuti. Per questo, fino a oggi, la vita di Denton è stata piuttosto normale: la scuola, gli amici e Taryn, la fidanzata. Ma ora mancano due giorni al ballo... e Denton sente di non avere più un secondo da sprecare. Non soltanto perché vuole collezionare più esperienze possibili in meno di quarantotto ore - la prima sbronza, la prima volta, e il primo tradimento - ma anche perché le cose sembrano essersi improvvisamente complicate. Chi è l'uomo sbucato fuori dal nulla che dice di avere un messaggio da parte di sua madre, morta ormai da molti anni? È soltanto un pazzo? E allora perché suo padre ha iniziato a comportarsi in modo tanto bizzarro? D'un tratto le ultime ore di Denton Little si trasformano in una corsa contro il tempo, una disperata ricerca della verità. E forse di una via d'uscita.
                                              La recensione
Per mettere alla prova il loro coraggio, in quello che forse è il mio film preferito in assoluto, un gruppo di bambini si spingeva fino alle porte di una casa cupa e decadente, in una notte di metà estate. Bussavano e, prima di scappare via, si trovavano davanti una strana signora: curva, spettrale, inquietante. Avrebbero spiato, così, nell'occhio di vetro della strega, una porzione di futuro. Precisamente: il momento del loro triste trapasso. Chi caduto da una scala traballante, chi colto da un imbarazzante infarto sul gabinetto; chi – come Edward Bloom – destinato, invece, a una morte senza precedenti; per lo spettatore, un segreto agrodolce fino all'ultima, magica sequenza. Se fosse possibile, al posto dei protagonisti, dareste anche voi una sbirciatina dall'altra parte, oltre il confine, per non essere colti impreparati quando l'ora fatale si avvicina? Sì, no? E se, in un futuro non precisato, non aveste possibilità di scelta? Nel mondo di Denton Little – lontano nel tempo da quel che ci è dato da sapere, ma per il resto identico al nostro – si nasce con una data di scadenza impressa: una piccola indagine, un test e, durante il primo giorno di vita, per i genitori e i parenti, è già possibile conoscere l'ultimo. La data: non l'ora, né la causa del decesso. C'è chi muore anziano - per angosciarsi, quindi, sai quanto tempo c'è; chi, come Denton, ha un'esistenza dal capolinea vicinissimo: lui morirà a diciassette anni, nel fiore della gioventù. Deathdate - romanzo di esordio di Lance Rubin – racconta, in ordine, la storia del suo ultimo giorno al mondo. Un countdown che ha inizio la mattina, da un confuso risveglio in uno sconosciuto letto di ragazza, e termina la notte successiva, durante il ballo della scuola, ma in sospeso; senza svelarvi troppo, mi sembra necessario dirvi che il finale, infatti, è aperto ma d'impatto e che, previsto per chissà quando, si aspetta molto volentieri l'arrivo di un seguito. Il simpatico Denton, nei giorni direttamente precedenti al grande congedo, almeno, è sempre stato un ragazzo modello: un amico leale, un figlio rispettoso, un fidanzato fedele. Cosa non gli si perdonerebbe, insomma, durante il festeggiamento della sua morte imminente? 
Sbandate, pazzie e incidenti di percorso, infatti, sono permessi quando è l'ultima volta per dare colpi di testa, osare un po'. Tutto filerebbe come programmato – un prefunerale in cui a lui, ancora vivo e in salute, tocca il discorso più atteso e toccante; una veglia con compagni e parenti in cui, sempre vivissimo, trascorrere i momenti rimanenti in mezzo al conforto di chi c'è sempre stato - se non fosse per la comparsa, tra una lacrima e un abbraccio, di episodi curiosissimi, che vanno dal comico al misterioso. Tradisce la fidanzata recalcitrante con Veronica, la sorella maggiore del suo migliore amico; il bullo della scuola, perfino in quella data, vuole dargli barbaramente filo da torcere; un dottore sbucato dal passato, amico intimo di quella mamma che è morta mettendolo al mondo, ha un piano imperscrutabile da rivelargli. Il tutto, mentre con brio si scivola dalle istanze dello young adult a quelle di una grottesca spy story e il protagonista, insieme a chi gli è stato carnalmente vicino, inizia a coprirsi di chiazze viola. Lance Rubin, con in testa un'idea originalissima e, per il resto, simpatico di suo, esordisce con un romanzo che non è come sembra. Deathdate è uno stravolgimento e una libera parodia, per me, di quei romanzi così numerosi, dopo il boom di Colpa delle stelle, da meritarsi un sottogruppo tutto per loro, nella narrativa per ragazzi: li chiamano “sick lit”. 
Ma sì, quelli in cui uno dei protagonisti, dal destino segnato, sta morendo e, con amici e fidanzate varie nei paraggi, si interroga sul senso del tempo, della vita, dell'amore; viaggiando e, finché si è in forze e giovani, vivendo ogni giorno come fosse l'ultimo. Una cosa del genere. Con Rubin si ride a crepapelle lì dove si dovrebbe piangere e tutto l'ordine è infranto, tutto è il contrario di tutto: all'inizio il discorso di Denton al suo stesso funerale – simile a quello di Gus e Hazel, eppure diverso: uno sfogo semiserio più ironico che affranto, controcorrente – e a metà le cose da ragazzi – fraintendimenti, gelosie, inimitabili siparietti in cui l'umorismo nero e il nonsense vincono a mani basse. Ha lo stesso difetto, però, che riscontro nei romanzi dalle ore contate; quelli ambientati in tempo reale: si pensa al qui e ora – il futuro è un buco nero, il passato è una terra straniera – e ai protagonisti, gente che vive nel presente, manca oggettivamente un po' di profondità. Resoconto di notti rocambolesche e libertine in cui tutto o quasi è lecito, Deathdate comunque piace per un linguaggio più colorito del solito – qualcuno ha capito che non esistono diciassettenni che parlano come libri stampati – e per personaggi da sitcom. Ho pensato alla deliziosa serie british Scrotal Recall – comedy in cui una malattia venerea era una scusa per pensare all'amore dato e ricevuto: agli amori andati – grazie all'esilarante amico Paolo, alla tentatrice e scostante Veronica, alla leziosa Taryn, a genitori epici e a chiazze colorate che, come un virus o la morte stessa, si diffondono. Nonostante la trama sinistra e un epilogo potenzialmente tragico in agguato – è nei patti che, salvo colpi di scena, il protagonista muoia nelle battute finali – Deathdate è più American Pie che In Time. Un gaudente e ironico giro di prime (e ultime) volte e non una corsa alla vana ricerca del tempo perduto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Good Charlotte – Last Night

venerdì 9 ottobre 2015

Recensione in anteprima: Berlin - I fuochi di Tegel, di Fabio Geda e Marco Magnone

Cancella il passato. Dimentica il futuro. Esiste solo il qui e l'ora. E ora... è tempo di giocare.

Titolo: Berlin – I fuochi di Tegel
Autori: Fabio Geda e Marco Magnone
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 200
Prezzo: € 14,00
Data di pubblicazione: 27 Ottobre 2015
Sinossi: È l'aprile 1978: sono passati tre anni da quando un misterioso virus ha decimato uno dopo l'altro tutti gli adulti di Berlino. In una città spettrale e decadente, gli unici superstiti sono i ragazzi e le ragazze divisi in gruppi rivali, che ogni giorno lottano per sopravvivere con un'unica certezza: dopo i sedici anni, quando meno se lo aspettano, il virus ucciderà anche loro. Tutto cambia quando qualcuno rapisce il piccolo Theo e lo porta via dall'isola dove viveva con Christa e le ragazze dell'Havel. Per salvare il bambino, Christa ha bisogno dell'aiuto di Jakob e dei suoi compagni di Gropiusstadt: insieme dovranno attraversare una Berlino fantasma fino all'aeroporto di Tegel, covo del più violento gruppo della città. Là, i fuochi che salgono nella notte confondono le luci con le ombre, il bene con il male, la vita con la morte. E quando sorgerà l'alba del nuovo giorno, Jakob e Christa non saranno più gli stessi.
                                                   La recensione
Ci sono regali che non aspetti, che non vorresti, ma che fa piacere ricevere. Soprattutto quando torni a casa stanco, messo a soqquadro da una tremenda fila di cinque ore per sostenere un tremendo esame da dodici crediti, e quel pacchetto inatteso che ti aspetta lì, sul tavolo del salotto, sa raddrizzarti la giornata. Un regalo è un regalo, e che piaccia o meno – anche se i miei genitori mi hanno insegnato a sorridere e a ringraziare sempre, per educazione – ti fa sentire come se qualcuno avesse pensato un po' a te. Premessa nel mio stile per dire che quando la bozza di Berlin mi è arrivata in anteprima, sebbene il romanzo completamente nel mio stile non fosse, ne sono stato contentissimo: in sincerità, non attendevo la sua uscita e, se non fosse stato per il suo arrivo a sorpresa in un giorno nero, probabilmente non avrei avuto il desiderio di leggerlo. Insieme alla copia staffetta, un kit di sopravvivenza per affrontare in grande stile quella nuova avventura: uno zaino, una borraccia, coperta termica e una mappa della Capitale tedesca. Passato velocemente dalla titubanza iniziale a una sfrenata curiosità per il romanzo italiano – primo di una trilogia sette volumi– che aveva meritato quel lancio coi fiocchi, l'ho letto in un giorno. Tornando alle mie prime parole, ora: servivano forse a dirvi che, nonostante qualche dubbio, la lettura di Berlin si è rivelata sorprendente? Vorrei giurare di sì – più facile, infatti, parlare di rivelazione con un romanzo presentato, in parte, come tale – ma, anche se mi armerò di delicatezza e buone intenzioni, non sarà questo il destino di una storia che per me non meritava attese grandi, né tanto rumore. Siamo nel cuore degli anni settanta e Berlino è spezzata da un muro: prima i silenziosi meccanismi della Guerra Fredda, poi un virus che ha decimato la popolazione mondiale e ucciso gli adulti. Al raggiungimento della maggiore età, grossomodo, ci si addormenta per non svegliarsi più: non si sopravvive al diventare grandi. Il cielo sopra Berlino – quello di cui parlava il capolavoro di Wenders – è solcato da uccelli rapaci e da un narratore onniscente che spia tutto dall'alto del suo sapere. Quello, per me, uno dei motivi per cui il sentimento, dosato in quantità parsimoniosa, latita e per cui, visti da lassù, i personaggi hanno lineamenti imprecisi. In un romanzo motorio, poco introduttivo, guidato prevalentemente dai fatti e non dai suoi Bambini Perduti, vanno sempre di corsa: numerosi, ma senza un volto da tenere a mente. Vivono il momento, vivono nel momento, e il loro passato drammatico è in stralci di capitoli che suggeriscono un poco che non è abbastanza. 
La città è in mano a loro: prepotenti e dispettosi, se la sono divisa in maniera disuguale, come capita con i luoghi strategici del cortile, durante la ricreazione. Ci sono i ragazzi dello Zoo – sì, come quelli di Christiane F. - che sopravvivono e si divertono con poco; quelli del Reichstag – eleganti e irascibili – guidati da due giovani innamorati in attesa di un erede; quelli di Gropiusstad – tra cui spicca Jakob, il protagonista maschile; le ragazze dell'Havel – e del gruppo fa parte allora Christa, controparte femminile; ultimi ma primi per crudeltà, coloro che occupano l'aeroporto di Tegel. Proprio qui, rapito a tradimento nel corso della notte, viene condotto il piccolo Theo: un bambino speciale, da riportare a casa a tutti i costi. Riusciranno ragazzi e ragazze di fazioni diverse, in una lotta senza quartiere, a unire le loro forze e a superare le prove della notte violenta con cui – fedele al motto panem et circensem – la feroce Chloe è solita intrattenere la sua chiassosa, rissosa folla? I bambini in balìa del mondo come in Il signore delle mosche. I giochi, anche se brevi e maggiormente edulcorati, di Hunger Games e Mad Max. La presenza di un muro divisorio che ricorda il labirinto di Maze Runner, la barriera di Divergent. In V per vendetta ci si domandava: e se il nazismo non fosse mai finito? In Berlin, invece, Fabio Geda – premiatissimo, lui, e anche finalista al Premio Strega – e Marco Magnone sembravano proporci un altro interrogativo: e se il muro di Berlino non fosse crollato, o almeno non così? 
Un dodicenne non potrebbe cogliere molti degli interessanti riferimenti, né quanto ci sia di vero nella storia di quella cicatrice che fino al 1989 ha segnato il corpo di una splendida città europea; non potrebbe rendersi conto, perciò, del potenziale andato sprecato. Perchè questa Berlino che si stenta a riconoscere, con il muro che diventa il tradizionale espediente dei mondi distopici, più simbolo di una piaga fantascientifica che di una pagina di storia moderna, avrebbe potuto chiamarsi anche con un altro nome. L'intreccio è lineare, tipico del libro d'avventura, e toni giusti rendono il romanzo ben scritto e un incrocio a metà tra la narrativa per l'infanzia d'altri tempi – penso a La guerra dei bottoni, ai Ragazzi della via Pal – e alle saghe distopiche contemporanee, ma con molto meno in ballo. Con il rischio, essendo arrivato in ritardo alla festa, di risultare già letto. Berlin non si è rivelato una lettura particolarmente soddisfacente o innovativa. Esce – a fine mese – non nella collana Chrysalide, pensata per gli adolescenti, ma inserito in una parentesi per lettori giovanissimi. Consigliato nel risvolto di copertina dai tredici anni in su – e quante volte ci ho ironizzato, da amante della narrativa per bambini quale sono, che con i miei ventun'anni faccio felicemente parte della fascia “in su”? -, non saprei dirvi se, allontanandovi di molto dal target iniziale, lo trovereste acerbo come me o, al contrario, vi sentireste di potermi dare torto. Sono un orgoglioso sostenitore degli autori italiani; sempre stato. Le poche cinque stelle assegnate quest'anno, infatti, me le hanno strappate connazionali che usavano parole e storie come armi. Quindi non immaginiamo racconti a misura di lettore, non badiamo ai dettami delle mode internazionali. Inventiamo come ci viene, ché siamo bravi in quello.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pink Floyd – Time

mercoledì 7 ottobre 2015

Mr. Ciak: Enemy, Dove eravamo rimasti, Ritorno alla vita, Magic Mike XXL, Reversal, A Royal Night Out

“Ti hanno mai detto che sei tale e quale all'attore di quel film?”. Una domanda come un'altra e la giornata di Adam, mite professore, prende una piega surreale. Recupera i film in cui il suo doppio famoso ha lavorato come comparsa, e si intrufola, pian piano, nelle giornate di quell'aspirante stella che vive di rari ingaggi e delle motivate gelosie di una compagna in dolce attesa. Tanto il primo è modesto e abitudinario – stesse spiegazioni a scuola, farneticazioni a proposito di equilibrio e caos -, tanto il secondo è continuamente in cerca di stimoli: se la compagnia della moglie non dovesse bastargli, nella tasca della giacca ha la chiave di un club esclusivo à la Eyes Wide Shut. Enemy – chi è il nemico di chi si scoprirà solo alla fine – è un altro film dell'ottimo Denis Villeneuve che, in attesa di vedere quel Sicario che sta conquistando i più, ho finalmente recuperato. Due è il numero magico. Perché due sono i Gyllenhaal – identici, anche se la differenza tra loro è nello sguardo: ora basso, ora sfrontato – e Enemy, ispirato a un romanzo di Saramago, è il suo secondo film che guardo dopo Prisoners. Il secondo girato in lingua inglese; il secondo con quel Jake sempre più bravo nel cast. Lì, il suo detective dagli occhi grandi e con simboli massonici sulla pelle era una mezza incognita senza soluzione; qui – convincente e inquieto due volte – ha un ruolo che intriga e confonde al quadrato. Apparentemente tradizionale nello snodo di una trama hitchckockiana, il thriller psicologico del canadese Villeneuve sorprende, però, per una resa all'avanguardia – il montaggio forsennato e la fotografia sgranata – e per una sequenza finale che, quando tutto sembrava avesse un perché, lascia a bocca spalancata; che diavolo di senso ha? In rete, per spiegare quello che è considerato uno degli epiloghi più strani degli ultimi anni, fioccano supposizioni e libere interpretazioni – dalle fantascientifiche alle psicoanalitiche. Come il poster lascia intendere, la soluzione è da ricercare, per me, nella mente: lì, dove si stagliano i grattacieli, un latente complesso di Edipo, l'incapacità dell'uomo contemporaneo di stabilire relazioni durature, la paura dei ragni. Nel mito, creatura a otto zampe metafora di madri e donne: pensate ad Aracne, tramutata in insetto, o a Narciso, ossessionato dall'altro sé stesso riflesso nelle acque del lago. Pensate alla presenza di tre personaggi femminili dall'importanza capillare – l'amante Laurent, la moglie Gadon, la mamma Rossellini – e al “cigno nero” che, nel migliore Aronofsky, in quello stesso lago cambiava il piumaggio. Il tutto, nell'assurdo incubo di essere uguale a Jake Gyllenhaal. (7,5)

Ricki, di giorno cassiera e di notte star su palcoscenici di periferia, non ha più l'età. Per rimediare ai tanti errori, perché non partire dalla famiglia che ha abbandonato? Tra outing, matrimoni e tentati suicidi, cercherà di capire cosa si è persa quando ha dismesso i panni di genitrice. Dove eravamo rimasti è una commedia familiare che, con coerenza, dà il poco che promette. Diablo Cody, che ha perso smalto e irruenza dai tempi di Juno, scrive bene e poco: una trama gradevole e dialoghi convincenti che si concentrano in una prima parte equilibrata per perdersi, poi, in una seconda metà in cui c'è chi, tanto, regge il timone. Se l'ultima mezz'ora scivola a suon di canzoni famose e inerzia, la prima parte – prevedibile, ma non in senso negativo – a sorpresa non è lo show di Meryl, qui scatenata e dalla voce graffiante. Si ha bisogno di lei successivamente, ed ecco che un istrionismo leggendario colma le lacune, ma nelle cene imbarazzanti e nei freddi ritorni all'ovile c'è chi tiene testa a quell'ironico tornado in pantaloni di pelle: Rick Springfield, rocker dal cuore d'oro; l'ex marito Kevin Kline; la figlia Mamie Gummer, a testimoniare che la mela non cade mai lontana dall'albero. Il lavoro di Demme, regista premio Oscar, è nei dettagli; quello della Streep, apparentemente leggera, in quello che non c'è scritto in un copione risicato. Ci si diverte tanto per divertirsi, senza pensare alla stagione dei premi che verrà. E anche quella che per me è la più grande attrice vivente, oggi, può permettersi il privilegio di un'ora d'aria. Per dimostrare che è streepitosa, anche quando riprende fiato. (6,5)

Scrittore, durante una tempesta, investe due fratelli: uno resta ucciso, il maggiore sopravvive. In undici anni riassunti in due ore – uno dice poche, ma pesano – una nuova compagna e la rinnovata ispirazione, l'amicizia con la famiglia della vittima e il percorso verso il perdono. Ritorno alla vita, dramma esistenzialista del Wim Wenders, ha in copertina il nome di un regista di richiamo e un cast che ha subito attirato la mia attenzione. Ambientato in una America luminosa e candida, affronta un tema diffuso e angosciante: neanche il mese scorso, in un paese vicino al mio, è accaduto infatti qualcosa di simile. Un padre di famiglia, di ritorno dal mare, ha ucciso sul colpo una quindicenne che, in quel momento, attraversava la strada per cercare il suo gatto. A casa mia, ci siamo disperati. Nell'ultimo Wenders, il senso di colpa si percepisce ma non trova valvola di sfogo. Dilatato in decenni che mostrano i protagonisti sempre uguali, una peba che va attenuandosi piano. Film raffinato, ma emotivamente costipato, è una parabola discendente di dolore e dolori che non convince quando si parla, soprattutto, di quello vissuto da Tomas – impersonato da un James Franco con un piglio che varia poco, e dal sornione all'annoiato. Apatico anche il resto del cast: una Gainsbourg svuotata, una McAdams che fa da comparsa. Lui scrive e rimugina. Lei disegna a qualche volta piange. Pensierini elementari, per un film essenziale: delicato, con il rischio di essere impalpabile. Si patisce molto la prima ora, che scorre lentissima, ma poi si fa perdonare per il legame sottile tra il protagonista e il bambino, ora adolescente, che riuscì a salvare. Parlando di come uno sfortunato attimo possa stravolgere la vita, il film dura una vita - o così sembra, autoriale e sonnolento - e non resta per più di un attimo. Supportato da un'eleganza che non lascia l'occhio indifferente e attutito dalla neve che cade. (5,5)

Quando il 2015 ha già mostrato quanto sia cattiva l'idea di realizzare sequel senza utilità di film di grande successo, a farmi cambiare idea è l'arrivo del secondo capitolo di un film che, qualche anno fa, non mi era piaciuto. E non perché fosse essenzialmente intrattenimento per signore – il pubblico diviso, la puntuale scusa del “non è per te” vale solo per i film brutti – ma perché Magic Mike, storia di un manipolo di spogliarellisti alla ricerca di un posto nel mondo, diretto da Soderbergh e impreziosito dalla performance di un McConaughey già in odore di Oscar, aveva un'infondata parvenza di autorialità e la scusa del sogno americano. Con la perdita di centralità, spazio allora per una dimensione corale in equilibrio, cameratesca e rilassata, e per sketch su sogni segreti e su quello che le donne, in cuor loro, vorrebbero: si ride di gusto con Manganiello che, mentre i Backstreet Boys cantano in sottofondo, tenta di sedurre la cassiera dell'autogrill o con gli accenni, in pista, alla Vogue di Madonna. Magic Mike perde così per strada un grande coprotagonista, un (quasi) grande regista, ma sorprendentemente ne guadagna di sveltezza, allegria e onestà. Apre le porte a qualche personaggio femminile – la maitresse Jada Pinkett Smith, l'imbarazzata Amber Heard, la casalinga Andie MacDowell – e, coi personaggi in crisi e in procinto di appendere il perizoma al chiodo, ha tutta l'aria di un amichevole viaggio on the road, gaio e mascolino insieme, in cui nobile missione della squadra di Channing Tatum è regalare un sorriso a signore tristi. La trama – gli stripper noti diretti a una convention – è ridotta all'osso, ma ammicca e allude senza pretese. E c'è una specie di poetica in quello che fanno, sapete? Un conto è l'amore, un conto è il sesso: altro paio di maniche l'essere desiderate, coccolate, la vanità risvegliata per un po'. Perciò, mariti indaffarati, non siate gelosi di questa commedia danzereccia, con meno carne in mostra e più coreografie, con meno distrazioni e più voglia di svago. (6,5)

Una giovane donna schiava di un predatore sessuale. Uno scantinato che è la sua prigione da due anni. Non ci è dato sapere come abbia trascorso il tempo all'inferno: Reversal – a ottobre anche al cinema – parte lì dove l'horror trazionale finisce. Nei primi cinque minuti, la protagonista si ribella al suo aguzzino: lo ferisce, ma non scappa. Legandolo con un cappio, si lascerà condurre in una ricerca nel cuore della notte: un radicato senso di colpa la spinge ad agire, e ci sono altre prigioniere che hanno bisogno di lei. Nel film, che parte con un incipit spiazzante e dopo si perde, la bella Eve scoprirà che ci sono vittime e vittime, traffici di donne e che, per ogni guardiano dello zoo, c'è un cacciatore in agguato. Ma gli eterni dubbi legati alle scream queens di ogni dove non solo restano ma si duplicano e, dopo un prologo serissimo, la piega che prende convince e non. Come nell'ultimo dramma dei Dardenne, si procede porta a porta, casa degli orrori per casa degli orrori, in un gioco di ruolo manovrato dall'alto, forzatamente, e con regole nebulose. Neanche l'elaborato montaggio – con filmini delle vacanze mirati a spiegarci l'identità dei personaggi – serve a dare spessore a ciò che l'esiguo minutaggio toglie e a ciò che svolte non condivisibili annullano. Un horror, in cui la ragazza di turno è più forte di cattivi di passaggio, da prendere così com'è. Caratterizzato da una regia curatissima e aiutato dalla buona prova di Tina Ivlev, protatonista “bad ass” con un complesso dell'eroina esagerato, si rifà a un certo cinema degli anni settanta – è, infatti, un “rape e revenge” al contrario e una variante dei funzionali thriller on the road – e diverte un po' nel viaggio, con la durata contenuta, i personaggi tagliati con l'ascia, promettenti sequenze d'apertura destinate a non avere sbocco. (5,5)

Sul finire di Il discorso del re, Giorgio VI sconfiggeva balbuzie e pregiudizi, diventando idolo di un popolo inglese pronto a combattere. Con un salto nel tempo, la guerra è finita. In strada, si è pronti a festeggiare calorosamente e, nei pub, tutti aspettano un nuovo discorso: cosa avrà da dire questa volta il re che, nel frattempo, è diventato padre di due figlie adolescenti che strepitano per unirsi ai cortei? A Royal Night Out parla della notte più avventurosa ed eccitante nella vita di Elisabetta e Margaret: la prima, sovrana longeva e fortunata, al tempo assennata e timida, trascorrerà le ore lontane dal Palazzo aggrappata al braccio di un romantico disertore; la seconda, sciocca e infantile, si metterà spesso nei pasticci, tra bordelli e bevute. Mentre Hooper cede metaforicamente il testimone al valido Julian Jarrold, con le attenzioni di turno che passano dai genitori alle figlie, mamma e papà diventano Emily Watson e Rupert Everett. La maggiore delle loro eredi, invece, un'adorabile Sarah Gadon: e quanto è bella la musa di Cronenberg in una commedia retrò a ritmo di charleston, con il caschetto castano? Merito di una sceneggiatura vivace tra verità e invenzione, d'altronde in perfetto stile british, e di una confezione meno patinata che nei tradizionali mondi BBC. Diverte, a tratti, con i guai e gli imprevisti di una notte in assoluta libertà, e poi intenerisce con la storia della futura regina e del soldato di belle speranze destinata, forse, a finire all'alba, proprio come piace a noi. Era il 1945 e, durante l'ultima puntata di Miss Italia, qualcuno avrebbe potuto suggerire questa data all'imbarazzata - e imbarazzante - Alice Sabatini: era così forte la gioia, infatti, dopo anni di dolore. Erano così emozionanti e belli i giovani in festa, con i sorrisi amplificati dopo i troppi dolori. (7)

lunedì 5 ottobre 2015

Recensione: Quello che non uccide - Millennium IV, di David Legercrantz

Lisbeth non dimenticava torti e soprusi. 
Lisbeth ristabiliva gli equilibri.

Titolo: Quello che non uccide – Millennium IV
Autore: David Legercrantz
Editore: Marsilio
Numero di pagine: 503
Prezzo: € 22,00
Sinossi: Da qualche tempo "Millennium" non naviga in buone acque e Mikael Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d'inchiesta, non sembra più godere della popolarità di una volta. Sono in molti a spingere per un cambio di gestione e lo stesso Mikael comincia a chiedersi se la sua visione del giornalismo, per quanto bella e giusta, possa ancora funzionare. Mai come ora, avrebbe bisogno di uno scoop capace di risollevare le sorti del giornale insieme all'immagine - e al morale - del suo direttore responsabile. In una notte di bufera autunnale, una telefonata inattesa sembra finalmente promettere qualche rivelazione succosa. Frans Balder, un'autorità mondiale nel campo dell'intelligenza artificiale, genio dell'informatica capace di far somigliare i computer a degli esseri umani, chiede di vederlo subito. Un invito che Mikael Blomkvist non può ignorare, tanto più che Balder è in contatto con una super hacker che gli sta molto a cuore. Lisbeth Salander, la ragazza col tatuaggio della quale da troppo tempo non ha più notizie, torna così a incrociare la sua strada, guidandolo in una nuova caccia ai cattivi che punta al cuore stesso dell'Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale. Ma è un bambino incapace di parlare eppure incredibilmente dotato per i numeri e il disegno a custodire dentro di sé l'elemento decisivo per mettere insieme tutti i pezzi di quella storia esplosiva che Millennium sta aspettando.
                                                  La recensione
A Natale di quest'anno, saranno dieci anni precisi che, in una cartella del computer, tengo aggiornato un documento Word con le mie letture: cosa ho letto e quando l'ho letto, a partire dal dicembre del duemilacinque. Più di qualche anno prima della nascita del blog, dunque, e qualche anno dopo dalla scoperta di una passione che non avrei abbandonato più. Ogni tanto ci penso. Ai romanzi che ho letto e dimenticato, a quelli che ho adorato senza dirlo a nessuno in particolare. Aiutato dalla funzione “cerca”, il foglio di Word mi porta così al duemilanove, sono passati ormai sei anni, e mi dice che il romanzo più bello di quell'annata era stato Uomini che odiano le donne. Di lì a qualche mese, avrei recuperato in fretta e furia i volumi rimanenti di una trilogia a cui, attualmente, sono ancora molto legato: lo sapevate? Non c'è stata l'occasione di rivelarvi, prima d'oggi, alcune delle mie personali convinzioni: non mi piacciono autori nordici all'infuori di Stieg Larsson; nonostante la classica magnificenza della sua regia, era stato bello ma superfluo il remake di Fincher di una trasposizione originale già calzante di suo; Lisbeth Salander – la hacker dal cuore d'oro – è uno dei personaggi femminili più grandi della letteratura degli ultimi tempi. Adesso è tornata, e non potevo che dirmi elettrizzato davanti a una sua chiamata improvvisa. Scettico sì, ma questa è un'altra storia. Quello che non uccide, infatti, pubblicato in contemporanea mondiale e arrivato in libreria, con il suo prezzo prevedibilmente esorbitante, tra paragoni e sospetti diffusi, è il quarto capitolo di quella che era nata come saga e morta, per la sfortunata scomparsa del suo creatore, come trilogia. Succede, a qualche anno dalla tragedia, che lo svedese David Legercrantz, noto perlopiù come autore di biografie, si accaparri i diritti della serie e reperisca appunti sparsi con le ultime idee di Stieg. Il resto si sa. Il conto alla rovescia, scarsi dettagli su una trama supersegreta, un titolo che immediatamente schizza ai vertici delle classifiche internazionali. Subito mio – volume imprescindibile per un fan affezionato – Quello che non uccide ha aspettato la fine degli esami per farsi leggere e apprezzare al meglio. Il primo, poliziesco bellissimo, si divorava; il secondo, più un capitolo monografico su una protagonista indimenticabile che un giallo, era bello perché c'era Lisbeth; del terzo, invece, ricordo una lettura frammentaria e svogliata: prolisso e lento, così tanto che, tra tribunali e spie russe, lo avevo letto intervallandolo con altro. E' necessario abbandonare le lenti rosa: quelle con cui tutto ciò che è passato ci appare magicamente più bello, ma immancabili quando si parla di un autore che se ne è andato e di un franchising entrato, e non senza meriti, nella storia dell'editoria. Il quarto capitolo di Millennium è un diesel. Parte piano e rumorosamente. Si fa un po' di fatica a metterlo in moto.
C'è ritrosia, ma si sapeva, e i personaggi – numerosissimi - sono loro ma non sono loro. A quasi un decennio dagli avvenimenti di La regina dei castelli di carta, la redazione di Millennium è alla deriva: è arrivata la crisi economica, gli scoop mancano. Il nostro Mikael Blomkvist è invecchiato e non sta al passo con il rinnovo generazionale, mentre il ricordo della gloria passata sbiadisce e – con la rivista in mano a una società giovane e mainstream – per lui si parla di un esilio all'estero. Una svolta si ha quando Frans Balder, scienziato alle prese con ulteriori perfezionamenti in materia di intelligenza artificiale, chiede di lui in una notte sanguinosa e fatale, rivelando collegamenti sospetti tra l'Nsa e un'ampia associazione criminale con a capo il losco Thanatos. Più legata al passato di Lisbeth di quanto ci si aspetterebbe, l'indagine – osservata a distanza dalla ragazza con il tatuaggio di drago – ci farà conoscere l'inquieta e affascinante nemesi della protagonista e un'inedita storia familiare. Quello che non uccide, in definitiva più leggero dei romanzi precedenti, nonostante la lentezza dell'inizio e informazioni che lì per lì ti sommergono, è un romanzo con un'impronta diversa. Non tanto per lo stile o per un caso meno avvincente che nel primo romanzo ma più interessante che nell'ultimo, ma per i personaggi; per Lisbeth. Tra come ne parlava Stieg e come, invece, ne parla David c'è una differenza che si percepisce: ovvio, nessuno potrà volere bene alla propria figlia minore quanto l'uomo che l'ha messa al mondo. Uno zio come Lagercrantz, sensibile ma inesperto, potrà provarci perciò a modo suo. Lui che scrive come gli autori svedesi scrivono: in maniera meticolosa e fredda, con un filo di ironia e dettagli su dettagli. Una prosa giornalistica, quasi, immediata e senza guizzi retorici. Ha il dono della sintesi, nonostante le cinquecento pagine, e della chiarezza, nonostante i segreti di un mondo che non ci appartiene ci diano spesso filo da torcere. 
Il risultato è un thriller informatico e non di denuncia, in cui l'autore aiuta a collocare figure e situazioni nello spazio: nel cuore del capitolo, nella casella giusta. I personaggi sono tanti: nomi, identità, pedine tra cui non si fa miracolosamente confusione. Nonostante la folla, nonostante gli aspri nomi stranieri siano difficili da memorizzare. Però li vedi scritti e li riconosci; ha senso? In un aggettivo scelto con cura che, immediatamente, chiarisce posizioni e ruoli; in uno stile dal sapore cinematografico. Se i nuovi personaggi funzionano – da August, bambino autistico e geniale, a un padre impegnato che finalmente vuole prendersi cura di lui, non dimenticando il romantico assistente Andrei e il nerboruto addetto alla sicurezza delll'Nsa –, i vecchi si riconoscono presto e dopo poca fatica. Lisbeth, ancora più che nei capitoli dedicati alla sua ricerca parallela, è Lisbeth quando gli altri parlano di lei, e la descrivono come la bambina dall'infanzia violenta e solitaria – una Matilda Wormwood nerd che, prima dei computer, studiava i fumetti Marvel – che tutti noi conosciamo; questa volta, con qualche sorriso in più e un bambino speciale da proteggere, è luminosa come una mamma. Fa piacere ritrovare lei e Mikael, inoltre: non-coppia bellissima, sospesa tra amore e amicizia. Sempre che si possa amarla, una come Lisbeth Salander. Sempre che possa permettersi amici veri. Qui parlano a distanza: su cellulari usa e getta; attraverso email criptate. Se si incontreranno prima dei titoli di coda - per un lettore che spera che la donna che odia gli uomini che odiano le donne possa trovare spazio nella sua vita per una mosca bianca, per un uomo buona e onosto - è una domanda che preme quasi quanto la risoluzione del mistero stesso. Quello che non uccide ha più di qualche pecca – un inizio così così; un'indagine lineare; un linguaggio che, volendo essere esplicativo, a volte risulta cosa da Enciclopedia – e un finale conclusivo, anche se si aspetta volentieri un altro volume ancora con lo scontro tra la Salander e il suo micidiale alter ego. Non all'altezza del primo Larsson, non il thriller dell'anno, ma – in definitiva – una bella prova; soddisfacente. Soprattutto, grazie ai personaggi presi in prestito che, dopo attimi di titubanza, si riconoscono come amici di vecchia adata. Su tutti quella Lisbeth, uguale e diversa, che resta un fuoco artificiale di mezze parole, eclatanti vendette, risorse impensate. Forte, orgogliosa, esempio. Del non porgere l'altra guancia, ma di picchiare, e brutalmente, quando il più forte ti schiaccia; di andare a letto con chi ti attrae, senza etichette, e di non prestare ascolto a chi immagina già come sarai, a una certà età, con un fisico mingherlino deturpato dall'inchiostro; del fatto che ballare da soli è possibile e bellissimo, giacché il resto dell'umanità è un bello schifo, ma che in un giro di pista, brevemente, si può incontrare la persona giusta con cui fare il casquet. O il colpo di stato.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Led Zeppelin - Immigrant Song