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lunedì 24 aprile 2017

Recensione: Anime scalze, di Fabio Geda

Le madri contengono. Ogni cosa. Fratelli e sorelle accompagnano.

Titolo: Anime scalze
Autore: Fabio Geda
Editore: Einaudi – Stile Libero
Prezzo: € 17,50
Numero di pagine: 224
Sinossi: Ercole è asserragliato sul tetto di un capannone, armato e circondato dalla polizia. Con lui c'è Luca, che ha sei anni. Come sono finiti lassù? Ercole Santià trascorre l'infanzia ricucendo gli strappi quotidiani della vita. Lui e sua sorella Asia tirano avanti a stento - con fantasia e caparbietà - insieme al padre, un personaggio tanto inadeguato quanto innocente; eppure, come tutti, crescono, vanno a scuola, s'innamorano. Finché, all'improvviso, ogni cosa attorno a Ercole inizia a crollare. Niente sembra in grado di fermare la slavina che lo sta travolgendo, nemmeno Viola, la ragazza che da qualche tempo illumina i suoi giorni. Convinto che quello di incasinarsi sia un destino scritto nel sangue della propria famiglia, è sul punto di arrendersi quando viene a sapere che la madre, di cui non ha notizie da anni, abita non lontano da lui. L'incontro con la donna lo metterà di fronte alla necessità di reagire compiendo una scelta drammatica. L'unica possibile, forse, se vuole cambiare il proprio destino e proteggere le persone che ama.
                                                  La recensione
Ci sono quei romanzi per cui fai il conto alla rovescia e quelli come Anime scalze, che vedi una volta di sfuggita e non sai nulla sul loro conto, se non che vuoi leggerli presto. Non ne aspettavo l'uscita. L'ho visto sul sito, con la sua copertina illustrata, e la Einaudi è stata così generosa da farmene avere una copia. Conoscevo l'autore di fama e per uno scambio di battute a proposito del suo Berlin: una serie per ragazzi che non mi aveva impressionato, ai tempi del primo volume, e non ero stato così volenteroso da voler proseguire. Posso dire di averlo conosciuto qui, così. Posso dire di averlo apprezzato a tal punto da andarmi a recuperare il prima possibile i suoi romanzi precedenti. Nel bene e nel male, Anime scalze me lo facevo diverso. Mi aspettavo storie di sobborghi stagnanti e gioventù bruciate, i tiri mancini di Ammaniti. Credo sia il primo libro, dopo tanto tempo, che leggo a scatola chiusa. A ridosso dell'uscita. Mi hanno stupito i toni concitati, giovanili. Una narrazione che conosce la frenesia di una famiglia fatta a modo suo, ma anche la leggerezza dei giorni pari.
Geda non è interessato alla mestizia a tutti i costi. Al peggio dei Santià, gente che si arrangia da generazioni. Ma a Ercole, e autenticamente. L'autore, infatti, non invade i suoi spazi. Non ne copre la voce. Non lo mette nei guai per avere risvolti più degni di interesse. Gli concede una crescita bellissima. Qualche farfalla allo stomaco e qualche bivio a cui fermarsi, contando fino a dieci. Il protagonista, quindici anni, vive un'esistenza modesta. Si muove in una Torino grigia, in un contesto difficile, che forma in fretta il carattere. E' un adolescente raro, che non si sporca e non scende a patti. Divide la casa con un padre irresponsabile ma dolce che, se capita, rubacchia qui e lì, e con Asia, sorella maggiore e lavoratrice instancabile, che all'improvviso annuncia di volere andare a vivere con il fidanzato. Il trasferimento imminente somiglia a un abbandono: l'ennesimo. E poi c'è Viola, con cui passeggiare al cimitero comprando fiori per tombe di perfetti sconosciuti e leggere L'amico ritrovato stesi su un prato. Una ragazza bellissima, di buona famiglia, con la quale viene naturale darsi ai paragoni e non sentirsi all'altezza. Fabio Geda parla del primo amore, del viaggio, del sangue. 
Del lavoro dei fratelli maggiori, che a volte danno violenti strattoni agli adulti per farli pensare. Di una mamma trovata dopo sette anni, attraverso un rocambolesco vagabondare per i campi piementosi: adesso ha un figlio piccolo, Luca; gli abiti di un uomo sulla spalliera dalle sedia; più di qualche spiegazione da dare. La curiosità di sapere che fine ha fatto, perché l'ha fatto, ha rimpiazzato il rancore. Le cose possono andare forse sempre male? Crescere comporta ovunque la stessa fatica? Il difetto: la folgorazione dell'incipit, durissimo, ti promette una deriva diversa. Ho pensato al protagonista del bellissimo Ti prendo e ti porto via, al posto sbagliato nel momento sbagliato. Buono nel profondo, ma dal destino segnato da un gesto avventato. Ci si arriva a tempo debito, alla svolta annunciata, ma senza grandi traumi. I ritmi sono diversi, più sonnacchiosi e pacifici. Come quelle estati che ci spossano; come quelle adolescenze da esplorare. L'assedio, le volanti della polizia, non sono in realtà il momento clou. Aspetti qualcosa che non capita – un colpo di testa, un segreto svelato, una catastrofe che faccia pendere gli equilibri dalla parte sbagliata. Ciò che resta è però un romanzo sincero, tenero, a me molto vicino. Nel linguaggio: asciutto ma nostalgico, tendente ai voli pindarici. Nei temi: le scelte fatte e quelle subite, le famiglie in cerca di nuove conformazioni, i cambiamenti a cui opporsi per paura di scoprirsi tagliato fuori. La riscossa delle anime scalze, che imparano a farsi notare. A lasciare impronte. Finalmente, a fare rumore.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Vasco Rossi – Anima Fragile

venerdì 9 ottobre 2015

Recensione in anteprima: Berlin - I fuochi di Tegel, di Fabio Geda e Marco Magnone

Cancella il passato. Dimentica il futuro. Esiste solo il qui e l'ora. E ora... è tempo di giocare.

Titolo: Berlin – I fuochi di Tegel
Autori: Fabio Geda e Marco Magnone
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 200
Prezzo: € 14,00
Data di pubblicazione: 27 Ottobre 2015
Sinossi: È l'aprile 1978: sono passati tre anni da quando un misterioso virus ha decimato uno dopo l'altro tutti gli adulti di Berlino. In una città spettrale e decadente, gli unici superstiti sono i ragazzi e le ragazze divisi in gruppi rivali, che ogni giorno lottano per sopravvivere con un'unica certezza: dopo i sedici anni, quando meno se lo aspettano, il virus ucciderà anche loro. Tutto cambia quando qualcuno rapisce il piccolo Theo e lo porta via dall'isola dove viveva con Christa e le ragazze dell'Havel. Per salvare il bambino, Christa ha bisogno dell'aiuto di Jakob e dei suoi compagni di Gropiusstadt: insieme dovranno attraversare una Berlino fantasma fino all'aeroporto di Tegel, covo del più violento gruppo della città. Là, i fuochi che salgono nella notte confondono le luci con le ombre, il bene con il male, la vita con la morte. E quando sorgerà l'alba del nuovo giorno, Jakob e Christa non saranno più gli stessi.
                                                   La recensione
Ci sono regali che non aspetti, che non vorresti, ma che fa piacere ricevere. Soprattutto quando torni a casa stanco, messo a soqquadro da una tremenda fila di cinque ore per sostenere un tremendo esame da dodici crediti, e quel pacchetto inatteso che ti aspetta lì, sul tavolo del salotto, sa raddrizzarti la giornata. Un regalo è un regalo, e che piaccia o meno – anche se i miei genitori mi hanno insegnato a sorridere e a ringraziare sempre, per educazione – ti fa sentire come se qualcuno avesse pensato un po' a te. Premessa nel mio stile per dire che quando la bozza di Berlin mi è arrivata in anteprima, sebbene il romanzo completamente nel mio stile non fosse, ne sono stato contentissimo: in sincerità, non attendevo la sua uscita e, se non fosse stato per il suo arrivo a sorpresa in un giorno nero, probabilmente non avrei avuto il desiderio di leggerlo. Insieme alla copia staffetta, un kit di sopravvivenza per affrontare in grande stile quella nuova avventura: uno zaino, una borraccia, coperta termica e una mappa della Capitale tedesca. Passato velocemente dalla titubanza iniziale a una sfrenata curiosità per il romanzo italiano – primo di una trilogia sette volumi– che aveva meritato quel lancio coi fiocchi, l'ho letto in un giorno. Tornando alle mie prime parole, ora: servivano forse a dirvi che, nonostante qualche dubbio, la lettura di Berlin si è rivelata sorprendente? Vorrei giurare di sì – più facile, infatti, parlare di rivelazione con un romanzo presentato, in parte, come tale – ma, anche se mi armerò di delicatezza e buone intenzioni, non sarà questo il destino di una storia che per me non meritava attese grandi, né tanto rumore. Siamo nel cuore degli anni settanta e Berlino è spezzata da un muro: prima i silenziosi meccanismi della Guerra Fredda, poi un virus che ha decimato la popolazione mondiale e ucciso gli adulti. Al raggiungimento della maggiore età, grossomodo, ci si addormenta per non svegliarsi più: non si sopravvive al diventare grandi. Il cielo sopra Berlino – quello di cui parlava il capolavoro di Wenders – è solcato da uccelli rapaci e da un narratore onniscente che spia tutto dall'alto del suo sapere. Quello, per me, uno dei motivi per cui il sentimento, dosato in quantità parsimoniosa, latita e per cui, visti da lassù, i personaggi hanno lineamenti imprecisi. In un romanzo motorio, poco introduttivo, guidato prevalentemente dai fatti e non dai suoi Bambini Perduti, vanno sempre di corsa: numerosi, ma senza un volto da tenere a mente. Vivono il momento, vivono nel momento, e il loro passato drammatico è in stralci di capitoli che suggeriscono un poco che non è abbastanza. 
La città è in mano a loro: prepotenti e dispettosi, se la sono divisa in maniera disuguale, come capita con i luoghi strategici del cortile, durante la ricreazione. Ci sono i ragazzi dello Zoo – sì, come quelli di Christiane F. - che sopravvivono e si divertono con poco; quelli del Reichstag – eleganti e irascibili – guidati da due giovani innamorati in attesa di un erede; quelli di Gropiusstad – tra cui spicca Jakob, il protagonista maschile; le ragazze dell'Havel – e del gruppo fa parte allora Christa, controparte femminile; ultimi ma primi per crudeltà, coloro che occupano l'aeroporto di Tegel. Proprio qui, rapito a tradimento nel corso della notte, viene condotto il piccolo Theo: un bambino speciale, da riportare a casa a tutti i costi. Riusciranno ragazzi e ragazze di fazioni diverse, in una lotta senza quartiere, a unire le loro forze e a superare le prove della notte violenta con cui – fedele al motto panem et circensem – la feroce Chloe è solita intrattenere la sua chiassosa, rissosa folla? I bambini in balìa del mondo come in Il signore delle mosche. I giochi, anche se brevi e maggiormente edulcorati, di Hunger Games e Mad Max. La presenza di un muro divisorio che ricorda il labirinto di Maze Runner, la barriera di Divergent. In V per vendetta ci si domandava: e se il nazismo non fosse mai finito? In Berlin, invece, Fabio Geda – premiatissimo, lui, e anche finalista al Premio Strega – e Marco Magnone sembravano proporci un altro interrogativo: e se il muro di Berlino non fosse crollato, o almeno non così? 
Un dodicenne non potrebbe cogliere molti degli interessanti riferimenti, né quanto ci sia di vero nella storia di quella cicatrice che fino al 1989 ha segnato il corpo di una splendida città europea; non potrebbe rendersi conto, perciò, del potenziale andato sprecato. Perchè questa Berlino che si stenta a riconoscere, con il muro che diventa il tradizionale espediente dei mondi distopici, più simbolo di una piaga fantascientifica che di una pagina di storia moderna, avrebbe potuto chiamarsi anche con un altro nome. L'intreccio è lineare, tipico del libro d'avventura, e toni giusti rendono il romanzo ben scritto e un incrocio a metà tra la narrativa per l'infanzia d'altri tempi – penso a La guerra dei bottoni, ai Ragazzi della via Pal – e alle saghe distopiche contemporanee, ma con molto meno in ballo. Con il rischio, essendo arrivato in ritardo alla festa, di risultare già letto. Berlin non si è rivelato una lettura particolarmente soddisfacente o innovativa. Esce – a fine mese – non nella collana Chrysalide, pensata per gli adolescenti, ma inserito in una parentesi per lettori giovanissimi. Consigliato nel risvolto di copertina dai tredici anni in su – e quante volte ci ho ironizzato, da amante della narrativa per bambini quale sono, che con i miei ventun'anni faccio felicemente parte della fascia “in su”? -, non saprei dirvi se, allontanandovi di molto dal target iniziale, lo trovereste acerbo come me o, al contrario, vi sentireste di potermi dare torto. Sono un orgoglioso sostenitore degli autori italiani; sempre stato. Le poche cinque stelle assegnate quest'anno, infatti, me le hanno strappate connazionali che usavano parole e storie come armi. Quindi non immaginiamo racconti a misura di lettore, non badiamo ai dettami delle mode internazionali. Inventiamo come ci viene, ché siamo bravi in quello.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Pink Floyd – Time