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mercoledì 19 settembre 2018

I ♥ Telefilm: Disincanto | Rick e Morty | Final Space

C'era una volta una principessa ribelle che, come le colleghe femministe Elsa e Merida, rifiuta velo nuziale e corona. Solitaria e coraggiosa, con una mamma morta misteriosamente e un papà presto convolato a nozze con un rettile di matrigna (letteralmente!), si sottrae al destino prestabilito di moglie e sovrana, si impunta, ma non sa quali alternative la aspettino. Giusto un po' più brilla, ma non per questo più audace delle recenti colleghe Disney, cerca sé stessa e un posto nel mondo con i classici viaggi non lontani dalle classiche metafore esistenziali. Non si imbatte né in un lieto fine né nella morale dell'ultimo rigo, ma in due strani aiutanti – un buffo elfo alle prese per la prima volta con la vita vera e un demone custode, che qualche volta la induce in tentazione – che le fanno da spalla comica nell'ultima creazione dell'autore cult dei Simpson e Futurama. Nonostante le aspettative inizialmente alle stelle, le novità scarseggiano. Meglio i rutti rumorosi dell'orco Shrek, meglio le principesse a New York di Come d'incanto, meglio le gustosissime variazioni sul tema dello sfortunato Galavant. Disincanto, infatti, lo si segue ma non brilla di luce propria. Avrebbe potuto prendere e modificare canzoni e motivetti, per farsi beffe della stucchevolezza delle favole per l'infanzia. Avrebbe potuto in alternativa calcare la mano con gli intrecci, il sangue e il sesso, se Il trono di spade è diventato il fantasy per antonomasia. Purtroppo non giovano la durata ingiustificata degli episodi, i ritmi dilatati; situazioni e personaggi abbozzati, in vista di una compattenza narrativa riscontrabile appena dall'ottavo episodio in avanti. No, non ci si lascia incantare a colpo d'occhio. Questo Disincanto poco omaggia, non parodia affatto e, almeno per ora, diverte l'indispensabile. (6)

Prendete un nonno inventore che ritorna all'ovile; una figlia adorante e un genero scettico, noioso, che della famiglia risulta il più sacrificabile; due nipoti più curiosi che intimiditi, in particolare, da traviare nell'arco di tre folli stagioni. Si parla di animazione e fantascienza, due delle cose che meno mi piacciono, ma senza grandi sorprese l'abbinamento non è di quelli letali. Si parla, in ritardissimo, di Rick e Morty: il disimpegno e la leggerezza di una sit-com, sangue e parolacce a fiumi, un amore infinito per il nonsense che si nutre di scenari fantastici, missioni impossibili, paradossi logici e citazioni alte. La serie che, appunto, piace anche a chi su carta il genere non lo digerisce. La serie che vince agli Emmy, per esempio, grazie all'episodio in cui l'irresponsabile Rick si trasforma in un cetriolo pur di non affrontare una riunione familiare che si preannuncia sgradevole. C'è del genio, non lo si può negare mica, in questo Ritorno al futuro col bollino rosso: ma è sufficiente? Troppo sopra le righe ed eccessivo affinché la riuscita sia perfetta o equilibrata, è la dimensione umana, quella interpersonale, che gli manca: soprattutto allontanandosi dalla prima stagione, girata più in piccolo e per questo migliore delle successive, si sente la mancanza degli improperi, in seguito camuffati da un bip strategico; degli interni domestici, delle dinamiche intergenerazionali, a cui si preferiscono i cannibali di Mad Max, mondi alternativi retti dal femminismo imperanti, cloni e deflagrazioni in grande stile. I difetti, forse, stanno in un budget che cresce esponenzialmente; in una serie rinnovata per stagioni e stagioni sulla fiducia, che fa di tutto per stupirci e non ripetersi. Spessissimo ci riesce. Altrettanto spesso, però, rischia di rendere i personaggi semplici macchiette – fa eccezione un Rick che, dopo aver messo in pericolo il nipote e la nostra realtà, di tanto in tanto si ravvede a suon di esami di coscienza –, con copioni di freddure e cattiverie che avvincono e divertono, ma ti impediscono di affezionarti a loro nonostante una compagnia lunga trenta episodi. Non è Bojack Horseman, nichilista e dissacrante. Non è Big Mouth, colorito e sincero. Piuttosto, è un'altra faccia dell'intrattenimento per adulti: a tratti la più fine a sé stessa, ma anche la più audace, la più scatenata. Su questo e altri pianeti. (7)

Siamo sempre nello spazio, sempre in uno sci-fi, sempre a cartoni. Questa volta, però, in una serie animata Netflix di cui poco ho letto in giro, vista su consiglio prima di mio fratello Diego, poi di un coinquilino che ha preferito rivederla con me anziché aspettarmi. La storia è quella di Gary, delinquente da poco ed eroe per caso, condannato a scontare cinque anni di detenzione in solitaria in una prigione galattica su misura in cui patisce la mancanza di altri esseri umani – ad animare le sue giornate, soltanto l'irritante robot Kevin e un'intelligenza artificiale che lo guida e lo consiglia con benevolenza – nonché la crudele penuria di biscotti al cioccolato. La sorte e la sceneggiatura lo chiameranno ad affiancare una bella Guardia dell'Infinito di cui è innamorato perso e a sabotare i pianti del temibile ma cagionevole Lord Comandante – in lingua originale, doppiato da un eccezionale David Tennat –, che vorrebbe aprire un varco per liberare i leggendari Titani, diventando così uno di loro. La chiave sembra essere l'insospettabile e dolcissimo Mooncake: pallina tutta sorrisi, verde e fluttuante, con una fama improbabile di distruttore di pianeti. Finale Space ha musiche indovinate, disegni pieni di colori che accolgono volentieri più di qualche guizzo artistico di CGI e un equipaggio francamente adorabile che intrattiene per dieci episodi, strappa sorrisi e perfino lacrime. Con i suoi sacrifici d'obbligo. Con le canzoni che sottolineano gli stati d'animo loro e nostri. Con un'irresistibile mascotte da proteggere, una coraggiosa ribelle da far sospirare, qualcuno di importante da vendicare sporcandosi le mani di sangue e qualcosa di buono, di vero, da imparare di puntata in puntata. Ci sono ingenuità grandi e piccole; troppi abbracci e troppi discorsi di incoraggiamento; una struttura, a lungo andare, ripetitiva. Ma uno spunto abusato, mai come in questo caso, si rivela vincente con poco senza scontentare né gli appassionati – riconosceranno all'interno l'ironia e la bontà dei Guardiani della galassia – né gli aspiranti nerd dell'ultima ora. Gli si vuol bene all'istante, e Gary e gli altri li si riconosce amici a un primo sguardo, come succedeva a ricreazione, a scuola: benché teneri e sfortunati, i protagonisti provano a fare la differenza – a salvare l'universo –, o almeno ci provano. Dalla nostra, li ringraziamo per il tentativo. (6,5)

mercoledì 10 maggio 2017

Mr. Ciak: A Monster Calls, Get Out, I guardiani della galassia II, Personal Shopper, In guerra per amore

Conor ha una mamma che si sta spegnendo, una nonna che non sa come prendersi cura di lui e un padre lontano, americano, che se n'è lavato le mani. Ha tredici anni. Se avete letto la fiaba di Patrick Ness, saprete già cosa succede: un tiglio sbuca dal terreno e raggiunge la casa del protagonista. Gli occhi fiammeggianti, la voce di Liam Neeson e tre storie dal mancato lieto fine. Qual è la verità contenuta nella quarta, quella che soltanto il protagonista conosce? A Monster Calls, metafora struggente e originale, si fa cinema grazie allo spagnolo Bayona: uno che prima con gli spettri di Orphanage, poi con le onde anomale di The Impossible, sa colpire. Trasposizione curata e fedele, si conferma una meditazione sentita sull'elaborazione, gli stati della malattia e il lutto. Come in Ness, si evitano le frasi fatte e alla violenza dei bulli si risponde con la violenza. Si distruggono le cose, le case, e nelle tazze rotte e nelle finestre smantellate si cerca invano una specie di sollievo. Il dolore è furia cieca. E' un mostro che ti strappa dal letto e ti espone al gelo dei mancati lieti fine. Aggrapparsi all'illusione o abbandonarsi all'inevitabile? Durante la visione, ho trovato gli stessi spunti di riflessione e la stessa rabbia. Si piange, molto, e si impara la lezione insieme a un ragazzino che sta metabolizzando il tutto. La dolcezza di Felicity Jones incontra il rigore di mamma Sigourney Weaver, e la fiaba sposa i prodigi di una computer grafica che avrei dosato con più parsimonia. Le fiabe del mostro, infatti, sono mostrate con un'animazione troppo roboante che qui e lì tende a distrarre. Tra le pagine, invece, fioccavano bellissimi disegni in bianco e nero: l'essenzialità di cui un film già così intenso, così carico, avrebbe avuto bisogno. A Monster Calls si prende esagerata cura del lato visivo, ma non scorda il cuore. E te lo restituisce sciupato, come un foglio di carta con uno schizzo a matita sopra: un angelo custode che si fa mostro, di questi tempi, per fugare i mostri del cancro, i bulli, l'insensatezza tutta umana del senso di colpa. (7,5)

Un weekend da passare con i genitori di lei. Sbucare dal nulla, presentarsi come il fidanzato ufficiale, ma con l'aggiunta dell'effetto sorpresa. Loro sono bianchissimi, tu no, e la tua ragazza ha deciso di non dirglielo con la scusa del politicamente corretto. Gli assalti della polizia raccontano un'altra storia però. L'intolleranza è virale. Grazie al piano sequenza iniziale sappiamo di non essere in presenza di una riscrittura di Indovina chi viene a cena. Sappiamo che Get Out è un horror - uno di quelli acclamatissimi, sopravvalutati senz'altro, che al botteghino fanno furore. Cosa andrà per il verso storto nella storia d'amore tra Chris e Rose, se le presentazioni non hanno creato ansie e imbarazzi - non più del solito? Una riunione annuale, ospitata in giardino, piena di cibo e parenti molesti. Domandano al protagonista (un Daniel Kaluuya dalla faccia di gomma) se gli afroamericani siano più bravi a letto, più forti nelle competizioni, se si sentano più alla moda con Obama presidente per due mandati. Solo i domestici hanno la pelle del suo stesso colore: strani e ingessati, sono i custodi dei segreti di famiglia. L'horror di Peele, regista che viene dal mondo del cinema comico, è popolato da zii sui generis e inserti grotteschi. L'inquietudine è la padrona di casa, il rumore di un cucchiaio che picchia contro una tazzina da tè fa gelare il sangue, ma si è combattuti tra domande e ghigni davanti alle stranezze di una mamma ipnotista e un papà chirurgo. Divertentissimo e claustrofobico, intelligente nel suo copia-incolla, Get Out è attuale nel messaggio ma mai serioso. A tratti, manca della crudeltà che ci si aspetterebbe: la realtà, soprattutto nell'epilogo, serberebbe di certo orrori maggiori. Con cenni alla Fabbrica delle mogli, ha fughe per la libertà annunciate sin dal titolo e un agghiacciante bingo a fine pasto. Dotato di un lampante sottotesto politico, appare dunque una satira – il prodotto giusto nell'anno sbagliato – in cui tutto è a rovescio. Ipotizzando un nuovo arianesimo, tra le righe, e il ritorno ai demoni dello schiavismo. (7)

Qualche anno fa, complici i pareri della rete, avevo visto I guardiani della galassia. Cinecomic fracassone con splendida colonna sonora e trama da poco, mi era sembrato tale e quale agli altri del filone – non l'eccezione alla regola, se preferisci altro e magari soffri di una qualche forma di daltonismo (per distinguere un personaggio dall'altro, occhio, tocca affidarsi unicamente ai colori a fantasia della loro pelle). Avendo rimosso la visione del primo, trovavo tutt'altro che indispensabile concedermi il secondo capitolo. Mi è toccato accompagnare papà: uno che il cinema in solitudine non lo concepisce. In una sala non particolarmente partecipe ho visto un sequel che in fondo mi ha divertito: di certo più dell'altro, visto in una distratta visione domestica. Seduto in poltrona non mi annoio, anche se due ore e sedici sono troppe. Seduto in poltrona, dove tutto è più bello e più grande, guardo a cuor leggero anche cose che non fanno al caso mio. I guardiani della galassia è come lo immagini. Tutto luci ed esplosioni, tutto botte da orbi e rumori. Che dovresti dire, nel bene e nel male, che non sia intuibile? La trama, ma non azzardatevi a chiedermela domani, ruota attorno alla scoperta della natura semidivina di Star-Lord: un Pratt eclissato dal carisma di Kurt Russel, che vorrebbe antipaticamente apparire bello e simpatico a tutti i costi. Il Groot danzerino in apertura, il procione che si credeva un boss e un indelicato Batista, vera rivelazione della pellicola, sono la causa delle risate più sguaiate – non mancano i cameo folli, poi, tra i vari Stallone, Hasselhoff e Stan Lee. Contano più i legami di sangue o chi, senza nulla in cambio, ha abbracciato le nostre battaglie perse? Meglio la guida del burbero Youndu o l'affinità con un padre redivivo? Possono la Saldana e la Gillan, sorelle agli antipodi, odiarsi? Rumoroso, veloce e un po' stucchevole per via di quella sua morale tipicamente disneyana, ha momenti spassosi e in cuffia un Cat Stevens da brividi. Il resto, un falso cuore di ricotta (spoiler: in CGI pure quello) sullo sfondo di indistinguibili ammutinamenti intergalattici. Papà, dalla sua, è d'accordo. Cosa non si fa per la famiglia? (6,5)

Assayas, nel bellissimo Sils Maria, ci aveva mostrato l'intensità di Kristen Stewart. L'attrice, lontana dallo sfarvallio dei vampiri di Twilight, conquistava il premio César. Il regista che ha il pregio di avercela mostrata nel pieno delle sue potenzialità poteva rinunciare a lei nel suo lavoro successivo? Americana a Parigi, la Stewart è ancora una volta l'assistente di una donna capricciosa. Personal Shopper significa fare la spola tra faccende da poco e lunghe attese. Acquistare abiti firmati su commissione, indossarli di nascosto per il brivido del proibito, e tormentarsi in completa solitudine. Maureen non ha mai smesso di piangere la morte del fratello: erano medium, complici, gemelli. Aspetta da allora un suo segno dall'aldilà. Aguzza le orecchie e mette in pausa la propria esistenza. Ma la fidanzata del defunto ha trovato un altro amore. E la sua casa, forse infestata o forse no, è già sul mercato. Una Stewart sempre padrona della scena, arruffata ma bellissima, è in cerca di scricchiolii significativi e della propria identità – un look definito, una sessualità inesplorata, un lavoro che la appaghi. Interroga le stanze buie. A testa bassa, studia i messaggi di uno sconosciuto che incalzano sul suo cellulare. Occultismo, stalking, un omicidio a metà e, infine, un viaggio. Una confusione di uomini eleganti e fantasmi, hall e atelier, mentre il motorino semina il traffico e i dettagli si annebbiano. Maureen, per tutto il tempo, è perseguitata da malintenzionato o da uno spirito? A infrangere i bicchieri è quel fratello desideroso di comunicare o il nervosismo di una giovane insonne? Domande retoriche, inappagate, che fanno parte del mistero di Personal Shopper – fascinoso e frustrante. Un dramma metafisico, dalle atmosfere hitchcockiane, che riflette sulla malinconia dei sopravvissuti senza darci le giuste chiavi di lettura. Chiedendo, forse, un'esagerata sospensione dell'incredulità. Le certezze, quando tutto è astrazione, sono una classe sconfinata, la tensione alle stelle per l'insospettabile trillo di WhatsApp, le cuciture impercettibili sulla silhouette di una attrice che cresce. (6,5)

Il ritorno di Pif. Una conferma in cui riponevo fiducia, in un anno – quello passato – in cui gli italiani hanno saputo stupirci con storie confezionate con cura e cuore. Non faceva eccezione la serie ispirata all'opera prima del regista. La mafia uccide d'estate, tra fiaba e cronaca, toccava anche a puntate. Fedele al suo percorso, legato alla sua terra, Diliberto è tornato con In guerra per amore. Con lui: un asino volante, le ricostruzioni dei borghi degli anni '40 e una fidanzata bella come Miriam Leone. Pif torna, sì, e veste ancora i panni di un Giammarresi. Ancora, si parla di mafia. Ma la si affronta partendo da lontano: dalle origini, da New York. Arturo, travolto da vicende rocambolesche e comprimari buffi – su tutti, la strana coppia (di fatto) formata da un cieco e uno zoppo –, fa da spettatore all'avanzata degli alleati. Ma i tedeschi erano forse il male maggiore, se il loro arrivo porta all'amara restaurazione dello status quo ante? In guerra per amore è una commedia più ambiziosa del previsto: troppo, nonostante la nobiltà delle intenzioni. Se il comparto tecnico è di tutto rispetto, la sceneggiatura rivela innumerevoli ingenuità. Partiamo da una storia d'amore superflua, che da titolo apparirebbe invece centrale. Abbracciamo, poi, coprotagonisti pieni di potenziale e sketch comici fini a loro stessi. Quante storie? Quanta carne al fuoco? In guerra per amore è fatto meglio del precedente, ma è meno convincente. Storie che cominciano senza finire, rimanendo sospese. L'amore: nella messa in scena e, per dirlo storpiando una canzone, mai nell'aria. Anche se, difettoso e tutto, leggero ma mica tanto, gli si vuol bene comunque. (6)

sabato 10 gennaio 2015

I ♥ Telefilm: Selfie, Remember me, The Fall II

Selfie
Stagione I
Regola numero uno dello spettatore compulsivo. Non affezionarsi mai alle novità del palinsesto. Potrebbero avere vita brevissima. Finora, non è mai stato un peso. Non è stato un peso, soprattutto, nell'autunno 2014 che, tra sit-com e supereroi fantomatici, non aveva occupato i miei pomeriggi con troppe robe non dico notevoli, ma almeno carine. Però Selfie era carinissimo, anche se per nulla originale. Nato all'apparenza sulla scia della moda più imitata e odiata minimo minimo dell'ultimo secolo, in realtà è una limpida, rilassata e divertente riscrittura di My Fair Lady, ma senza canzoni o questioni di etichetta. Il titolo Selfie indica la mania inguaribile della protagonista, Eliza, di aggiornare continuamente i Social con foto sue – ed è una bellezza, davvero: lasciamole fare questi scatti per la pace nel mondo! – e soprattutto la sua fortissima propensione all'egoismo. Eliza Dooley, avvenente ma con un passato da nerd, lavora nel patinato e competitivo mondo della pubblicità e, amanti saltuari a parte, non ha contatti con gli altri. Non ha neanche un amico che non sia puramente virtuale. Esiste una Eliza vera, e non quella oca e festaiola di Facebook e Instangram? Com'è quella senza i trucchi di Photoshop? C'è qualcuno che ha avuto il privilegio di conoscerla, senza inviarle prima la richiesta d'amicizia? Ci prova il suo capo, Henry: lienamenti orientali, papillon a non finire, l'avversione per la tecnologia e i modi da damerino. L'opposto. Sono diversissimi, ma c'è alchimia. Perché ci fanno sorridere sempre e perché, sotto sotto, sanno di amarsi. Possibile superare gli abissi della sbandierata friendzone, appianare le divergenze, dichiararsi prima dell'episodio tredici? Chissà. Tredici episodi, purtroppo, e ha avuto fine lo sfortunato Selfie. Che non mi pesava, che mi metteva puntualmente di buon umore, che era una delle novità meno nuove, ma più piacevoli. Perché anche qualcosa che non è niente di che, una volta a settimana, a vita, sa fare la differenza. Selfie è stato un po' così, per il sottoscritto. Situazioni riuscite, una popolosa e colorata galleria di comprimari, due protagonisti centratissimi. John Cho che, dopo American Pie, anche con un ruolo tanto igessato, sa come farci divertire a modo suo; e soprattutto la mia rivelazione: Karen Gillan. Non l'avevo mai vista l'attrice di Doctor Who, buona protagonista tra l'altro anche del recente Oculus e comparsa blu e calva nei Guardiani della galassia, ma l'ho vista adesso ed è stato amore. Dopo la Deschanel, ora c'è lei: un metro e ottanta, gambe chilometriche, vestitini mini e una voce squillante, che si presta a fresche gag e a una cosa bella come la cover “da brilla” della Chandelier di Sia (qui). Una novella Isla Fisher che, ogni weekend, ci dava, fissa, appuntamento. Imdb dice che ha un'agenda piena zeppa: vorrà dire che, se non qui, sigh!, la rivedrò altrove. (6,5)

Remember Me
miniserie tv (3 episodi)
In una mattina di nuvole nere, il misterioso Tom Parfitt – che forse ha ottant'anni, forse centodieci – simula un malore e si fa trovare accasciato ai piedi di una scalinata, nella sua casetta di mattoni, incastonata tra altre casette di mattoni. Decide, così, di abbandonare ogni cosa e, con una valigia vuota, di raggiungere l'incubo di ogni anziano: una casa di riposo. Vuole lasciarsi qualcosa alle spalle, qualcuno. Guai a portare con sé uno spillo, un oggetto, una fotografia. Gli oggetti appartenuti a lui, alla sua lontana gioventù, sono come maledetti. E perché? Inizia a domandarselo una giovane infermiera, che lavora con le persone anziane per pagarsi l'università e per stare lontano da casa – da una madre incostante, da un fratello minore che ha bisogno di attenzioni continue -, quando una sua collega vola inspiegabilmente giù da una finestra blindata e, impregnate d'acqua salmastra e circondate da conchiglie, vengono trovate nuove vittime legate, in un modo o nell'altro, a quel vecchio senza identità e al suo bruttissimo segreto. Remember me è il realizzarsi di una specie di mio sogno nel cassetto, scherzando scherzando. Lo sceneggiato tipo per chi non resiste alle ghosh story, ai vecchietti burberi, all'innata eleganza britannica. Composto da tre sole puntate, proposto dalla BBC con l'anno che finiva, è un prodotto curato ed estremamente interessante ma, penalizzato forse dai pochi episodi, non è esente da difetti più o meno perdonabili. Ci sono punti che rimangono nebulosi, passaggi frettolosi intervallati da passaggi lenti, personaggi un po' abbozzati che prendono subito a cuore i bisogni dell'altro, una storia di spettri e ossessione che uno Stephen King a caso avrà già raccontato meglio, prima, altrove. Il primo episodio è praticamente perfetto; il secondo ha un inizio lento e una chiusa che promette tanto; il terzo – destinato a uno di quegli epiloghi emozionanti che, da The Orphanage a La Madre, il mondo dell'horror non ci nega – dice e non dice. Ho trovato che al servizio di una storia non degna di nota, però, ci fossero cose fantastiche a dir poco. Dettagli che fanno la differenza in un intreccio non sempre all'altezza delle aspettative. Come la fotografia, sontuosa: scenari cupi, acque limpide, cieli pulsanti di corvi e venti. A brillare, insieme ad essa, l'ottima regia e lo straordinario protagonista: il Michael Palin dei Monty Phyton, che emoziona nel senso più ampio del termine, trasmettendo inquietudine, sofferenza, leggerezza. Arzillo e ancora affascinante, ruba ogni attenzione e si contende la scena con il detective interpretato dal simpatico e corpulento Mark Addy (Full Monty) e con la dolce infermiera Jodie Comer, che gli appassionati conosceranno per My Mad Fat Diary. Un mistery di grande atmosfera, non particolarmente brillante nella scrittura ma sublime nella resa, che qualche raro sussulto lo regala, insieme a un orrore che è in rima con incanto. (7)

The Fall - Caccia al serial killer 
Stagione II
Essere troppo fighi – e io lo so bene, certo – non è cosa facile. Essere un serial killer troppo figo – e questo, invece, no che non lo so – è proprio difficilissimo. Può dircelo Paul Spector, l'assassino di donne più corteggiato, minacciato e ricercato del piccolo schermo. Lo vogliono gli agenti della polizia, per metterlo dietro le sbarre; i mariti gelosi, per riempirlo di botte; le sexy baby sitter minorenni, per passare la prima notte d'amore con lui; la moglie, al contrario un po' cozza, che comincia a non credere più alle sue continue bugie. Cosa fa l'insospettabile Paul Spector, assistente sociale e psicologo, quanto è l'ora di dormire? Nella prima stagione di The Fall ci avevano mostrato il modus operandi e le reti di inganni del sociopatico irlandese. Alla fine, un intoppo e Stella Gibson che gli stava con il fiato sul collo. Dopo un anno, anche se io avevo già a disposizione tutte e due le serie, fortuntatamente, si ritorna nella tetra Belfast e nella testa di un'omicida che ha già mietuto tre vittime. Ambientata in tempo reale, la seconda serie conta sei episodi – con un season finale che, con uno strappo alla regola, dura un'ora e mezza – e si svolge in un paio di giorni. Non ci sono altri massacri e, a un certo punto, molto prima di giungere all'epilogo, la polizia riesce a dare un nome e un volto al male. Gli episodi, accantonando la noiosa indagine secondaria della serie precedente, hanno occhi solo per Stella e Paul. Testimoni della caduta. Ma chi è che cadrà? Il cattivo, messo al tappeto dalla giustizia; o colei che rappresenta il bene, tuffata a capofitto in un abisso passato di abusi, case famiglia e pedofilia? Partito del tutto in sordina, The Fall si è rivelato ancora una volta un ottimo intrattenimento: un poliziesco dei più classici, ma estraneo alle americante a cui siamo assuefatti. Il ritmo è lento, ma giusto, e i protagonisti non sono macchine perfette: sbagliano, si fanno prendere la mano. Piacciono per quello – per i passi falsi, le piste sbagliate, la pigrizia della burocrazia. Rispetto alla prima stagione, questa è più focalizzata sulla loro psiche e solo apparentemente è meno densa di fatti; scorre, in realtà, meglio. Lo spettatore ha capito come funziona il gioco e i creatori si sono fatti furbi. Si capisce da un dinamismo aggiuntivo e dal fatto che, con una certa concupiscenza, questa volta indugino un paio di volte in più sul fisico scolpito e il fascino innegabile di un Jamie Dornan sì post Cinquanta Sfumature, ma sempre ineccepibile. Più malizioso, fa della precoce e provocante tata Katie un personaggio chiave e lascia intuire, con un bacio saffico veloce, che scottano le lenzuola dell'algida Stella, una Gillian Anderson ufficialmente rinata. Si parla delle donne che occupano ruoli di potere, della violenza che il genere femminile ancora oggi subisce – a lavoro, a casa, in prigionie forzate – e si aggiunge al cast, in un ruolo da poco, Colin Morgan. Ma l'ex Merlin, se non fosse per le orecchie enormi, non spicca. L'ultimo episodio, serratissimo grazie al montaggio degno di nota, ci mostra un lungo e bellissimo interrogatorio – la macchina da presa che gira intorno a loro, i campi e i contro campi, le accuse e le manipolazioni – e ci saluta con un epilogo brusco, che non è né abbastanza aperto, né abbastanza chiuso. Sarebbe un peccato, comunque, chiuderla qui. Il rischio di un altro Hannibal e di un ennesimo The Following potrebbe esserci, ma The Fall è più realistico, diretto e pragmatico degli altri. Ho fiducia che, potendo, non commetterà questo errore. (7,5)

domenica 2 novembre 2014

Mr Ciak #48: Boyhood, The Judge, Guardiani della Galassia, You're not you - Qualcosa di buono


Ci ho pensato su tornando in macchina, per le strade vuote della mia città. Pensavo a Boyhood, visto in un pomeriggio in cui avevo tre ore a disposizione, e facevo confusione. Sovrapponevo cose, confondevo volti. Il protagonista aveva la mia faccia, e nelle sue foto ricordo c'ero un po' anch'io. Il nuovo film dell'intrepido Richard Linklater è la storia di una vita. La mia. Perché il suo film lo guardi e lo possiedi, egoisticamente e orgogliosamente. Quel film è tuo, e di quelli che l'hanno visto, e di quelli che lo vedranno. Non ti tradisce però. Si acciambella nei petti di chi gli presta attenzione, ti si avvolge al collo come la sciarpa di lana della tua nonna preferita, ti fa sentire un essere speciale. Qualcuno non solo ha avuto cura di te. Qualcuno ti ha osservato, per tutti quegli anni, e ti ha regalato il frutto più vero della settima arte. Una pellicola che dura dodici anni. Una foto magica, come quelle in Harry Potter, capace di muoversi impercettibilmente e di svilupparsi mentre non guardi, incastonata in una cornice. L'attimo dopo, così, sei già uomo. I capelli si scuriscono, i nasi si allungano, la pelle ospita colonie di brufoli, i tratti si affinano o si induriscono, il pomo d'adamo sale a galla e la voce cambia a tal punto che, al telefono, quando chiedono di te, non ti riconoscono più. C'è un che di miracoloso quando le telecamere riprendono l'inchiostro della notte scivolare nel rosa dell'alba. Catturano i segreti della creazione, come quando in documentari che non guardi spesso si coglie il frusciare di un fiore che sboccia, la rottura di una crisalide che libera una farfalla, il letargo di un bruco che si sveglierà di lì a poco con un paio d'ali ai piedi. Colui che seguì la maturazione di un'indimenticabile coppia di innamorati nella trilogia iniziata con Prima dell'alba, ci propone uno di quei film che hanno il primato di essere irripetibili. Non vedrò mai più qualcosa come Boyhood, e mi sento fortunato. Penso, infatti, che questo film rappresenti uno dei più generosi regali fatti a una generazione cresciuta ai tempi della crisi economica, della solitudine condivisa pubblicamente sui social, delle stelle avverse. Siamo sfortunati, ma potremmo dire che c'eravamo. Quando non succedeva niente di che, ma quel niente di che ci fu chi seppe renderlo oro e diamante. Boyhood è universale. Un racconto di crescita per tutti quelli che sono cresciuti; per tutti. Ma leggo che il protagonista è del 1994, come me, e penso che abbiamo vissuto, negli stessi anni, le stesse cose. Quale spettatore può dire lo stesso? C'è molto più che comune empatia. C'è il fatto che io ho viaggiato nel tempo e che guardando Mason ho guardato me stesso, ma con quel misto di distacco e tenerezza che non possedevo nei miei riguardi. I nostri cammini, affacciati sugli stessi identici anni. Che impressione strana: lo sfaldarsi della monolitica convinzione di essere incompresi e soli, quando si ha quell'età. Invece c'era chi, per tutto il tempo, capiva. Boyhood non parla di niente; è un occhio blu che si apre e si chiude sulla vita di Mason e su quella di una famiglia turbolenta ma non troppo, inquadrata nell'incedere degli anni e delle mode. Si va a dormire bambini e ci si sveglia adolescenti, magari altrove. In una città diversa, con una mamma che ha un compagno diverso ma che poi si rivela uguale al precedente, con una sorella maggiore che un giorno canta Oops! I did it again (e arrivano le elementari) e l'altro, arrivato un decennio dopo, l'ultima hit di Lady Gaga (è tempo della gita in primo superiore: la mia in Grecia, e la vostra?), passando dai commenti sulla saga di J.K Rowling a colazione alle speculazioni sull'amore romantico in Twilight. E c'è chi a tavola fischietta un pezzo di quel High School Musical che hanno dato su Disney Channel e a cui tu, che frequenti le scuole medie, proprio non sai resistere. E c'è quella bambina che ti dice che anche se hai tagliato, su imposizione altrui, i capelli a zero sei carino uguale e ti chiede Mi ami o no? sui quaderni di scuola, mentre mamma e papà – divorziati, sì, ma su certe cose in magica sintonia – decidono di farti un discorso sul sesso e le protezioni, ché non vogliono diventare nonni così presto. Patricia Arquette, bravissima, è una mamma che sperimenta tagli e colori, fidanzati e delusioni: una donna saggia e premurosa, che ingrassa e invecchia male, ma che porta nelle sue rughe ostentate i segni di un tempo che è volato. Ethan Hawke, necessario e onnipresente, era stato un Jesse invecchiato con più garbo della sua bionda Celine in Before Midnight: qui padre divorziato ma volenteroso, dà calore, bontà e ironia a un personaggio che ingrigisce restando giovane dentro. Boyhood, soprattutto, è la condivisione con il grande pubblico dell'infanzia di Ellar Coltrane: ventenne che fece amicizia con la macchina da presa a sei anni su un prato rimasto verde con la Yellow dei Coldplay sullo sfondo, intramontabile ora come allora. Un'infanzia maneggiata coi guanti bianchi a cui si invidia l'aura miracolosa che la regia da premio Oscar di Linklater riesce a conferire, battendo il tempo al suo stesso gioco e cogliendo sullo schermo l'attimo, mentre l'attimo coglieva noi. Non siate un limite per voi stessi; non uscitevene con un non è il mio genere. Questo è un film d'autore di cui gli autori siete voi: guardatevelo con qualcuno a cui volete bene. Come me, che l'ho guardato con mio fratello: perché siamo cresciuti insieme, e i nostri due anni di differenza erano pochi. Abbiamo litigato con lo sguardo e a parole. Io asserivo che lui fosse l'equivalente della sorella rompipalle e lui il contrario, nel Boyhood delle nostre coincidenti infanzie. Ma va bene. Andava bene litigarcelo: il telecomando, e un miracolo simile. Una storia epica nella sua semplicità. Non recitata, ma vissuta fino in fondo. Bellissima e infinita com'è. (10)

Tornare nella città che ci siamo lasciati alle spalle, ma vittoriosi, nonostante la perdita di una mamma. Sbandierare ai quattro venti una carriera d'avvocato tutta successi e glissare su un matrimonio fallimentare di cui tutti, però, sanno già tutto. Hank Palmer, in aula, difende chi è disposto a pagare di più: generalmente, colpevoli pieni di verdoni. Questo fa di lui un cinico essere umano, ma un temuto e stimato professionista. Questo fa di lui la fotocopia di suo padre: ma guai mortali ad ammetterlo. Un padre con cui non parla, un nonno che la nipote non conosce, un vedovo in frantumi sospettato d'omicidio: un vecchio uomo di legge accusato, in una notte confusa, di averla infranta. L'uccisione di un delinquente a piede libero: giusta o sbagliata; voluta o non voluta? L'avvocato si avvicina al giudice in panchina, il figliol prodigo al padre, in un film in perfetto equilibrio tra il dramma e la commedia, con una durata di due ore e venti che non si fa temere (e sentire) neanche per un attimo. Possibile, questo, se a guidarlo è il regista di cose leggerissime come Due single a nozze e se a pilotare il dramma giudiziario non è un barboso professionista qualsiasi in toga, ma Robert Downey Jr. Non che a me lui faccia poi tanta simpatia, ma prima di Iron Man c'è stato un essere umano imperfetto e, soprattutto, un potenziale grande attore. Qui si vedono, nei sorrisi bianchi e negli atteggiamenti da cinquantenne piacione, anche le ombre. Sicuro, affascinante, da prendere a schiaffi, si copre di imbarazzi che fanno piegare in due dalle risate e, risoluto e straziante, è al centro di testa a testa potentissimi. Botte verbali da orbi. Grazie a dialoghi scritti a regola d'arte, che tirano in ballo un tanto che non risulta mai troppo, e a una spalla eccezionale: un Robert Duvall problematico e commovente, ma anche viscidamente ironico, per me in odore di Oscar. Loro, piccoli titani contro una giuria di spettatori paganti che non partecipa emotivamente ma fa di più. Spiccano anche Jeremy Strong, nel ruolo del tenero fratello minore affetto da handicap, e una Vera Farmiga non al massimo, ma d'incanto: occhio al suo ingresso con la Blaire di Gossip Girl, perché ci sarà da ridere di gusto. Insomma: da tempo, alla fine di un film, non me ne uscivo con un “bello” dei miei, per dire un po' tutto. Un aggettivo tondo tondo, semplice semplice, che uso di rado senza affiancargli un “ma”. The Judge è un'americanata, sì, però di raro e lampante valore, con due mostri di carisma e professionalità al comando – chi al bancone degli imputati, chi dall'altra parte – e sottotrame che a volte prendono, altre no. La chiusa, con una versione da brividi di The Scientist, fa venire voglia di starsene seduti al buio, in sala, per tutti i titoli di coda. (7,5)

Non faceva per me. Ecco il problema. Ho voluto vederlo, però, perché tutti ne parlavano – e bene – e la curiosità c'era. Cosa aveva Guardians of the Galaxy in più, rispetto agli altri film Marvel in circolazione? Risposta: niente. La trama la conoscerà già chi ha familiarità coi fumetti, ma in verità è la stessa: sempre. Un manipolo scapestrato di eroi in lotta contro un super cattivo che vuole annientare un mondo non troppo diverso dal nostro. Il motivo non ha granchè importanza, francamente, e a qualche giorno dalla visione non lo ricordo. Il protagonista: un umano rapito da una navicella aliena, da bambino, dopo la morte della mamma malata. Dagli anni ottanta al futuro, con una lettera da scartare e un mangianastri pieno di tracce favolose da proteggere a costo della vita. Indubbiamente, i personaggi si fanno notare. Chiassosi, sinceramente simpatici, non originalissimi, ma tutto sommato piacevoli. Quelli che si ricordano sono quelli animati al computer, idoli dei bambini (e miei!) già a fine visione: il procione Rocket, doppiato da un Bradley Cooper sicuro e professionale alle prese con lo spassoso animaletto, e Groot, una pianta antropomorfa che ha le fattezze di Vin Diesel e una sola battuta nel copione: “Io sono Groot”. A sorpresa, convince molto anche l'atleta della WWE Dave Bautista, massiccio, autoironico, duttile. I protagonisti: una Zoe Saldana che blu, verde o nera, è sempre un gran vedere e Christ Pratt, attore destinato a lungo al ruolo di comprimario che, inspiegabilmente in forma, a una certa età, ottiene il ruolo davvero ambito. La sua trasformazione fisica, che da cicciottelo lo vuole muscoloso e aitante, è impressionante, ma ha poco a che fare con il film: che il nostro eroe fosse un fusto o meno, poco ci cambiava. Comunque aspetto anch'io una proposta cinematografica per diventare figo. Marvel, ti aspetto. Tu però aspettami. Il cast è ben assortito e amalgamato – tra volti nuovi, voci note e illustri comparse – e sono chicche da cogliere i richiami a film e a tormentoni dei più “tamarri” e travolgenti dei nostri anni. La colonna sonora vintage è da custodire, ma il film, anche se godibilissimo, non lo degnerei di una seconda visione. Carino, spensierato e tutto, ma non esilarante come dicevano, né imperdibile come l'otto punto cinque di media lasciava intuire. Un intrattenimento tutto effetti speciali per tutta la famiglia. Tipica la prima cosa, dato il genere; meno la seconda. Padri e figli andranno d'accordo su cosa andare a vedere senza contrattare. (6)

Ci sia abitua all'avere tutto. La perfezione oltre l'uscio di casa. E quando dal tutto si passa al niente, il salto è più difficile, lungo e impegnativo ancora. Questa è la storia di una trentacinquenne che perde tanto e che, a causa della SLA, rischia di perdersi. Kate faceva la pianista, voleva un figlio, voleva la vita dei suoi sogni accanto a un uomo che è accanto a lei da quindici anni. Lo è stato nella buona sorte. Quando la salute le si ritorce contro, da un momento all'altro, è disposto ad esserlo anche nella cattiva? Una richiesta forte, un sacrificio grandissimo. Bisogna farsi aiutare da una come Bec; ma chi aiuta lei non si sa. Lei, ventenne o poco più, è un disastro: non cucina, salta da un letto all'altro, beve e fuma troppo, non sa amare gli altri. You're not you è una libera versione al femminile di Quasi amici, per quei lettori – magari – che hanno amato Io prima di te (che poi io non l'ho letto mica, ma mia mamma è stata così tempestiva da spoilerarmelo, al tempo. Grazie, mà.) La storia di una donna che non sa fare nulla e di un'altra che, come di pietra, non può fare nulla. Un rapporto di lavoro che diventa amicizia, quando il corpo ti lascia, la famiglia prende le distanze, e la malattia viene raccontata come si fa nella commedia americana. La tristezza, ovvia, che si stempera strada facendo - sbaglio dopo sbaglio, casino dopo casino. Hilary Swank, convincente e matura, in una prova che insieme alla sua malattia degenera e si complica all'infinito, è ancora una volta alle prese con una questione di vita o di morte. Emmy Rossum, con la simpatia e la problematicità mostrate in Shameless, si scopre sempre più in gamba ed intensa. Dovremmo vederla più spesso al cinema, perché ha talento. Anche dietro quel microfono che la blocca, per copione. Una pellicola non indispensabile, ma tutt'altro che ricattatoria: delicata, briosa, tragicamente tenera. Manca qualcosa, e cosa? Una lacrima finale. Ma è un bene. Il cinema del dolore sta scoprendo la leggerezza. (6,5)

giovedì 3 maggio 2012

Recensione in anteprima: La chimera di Praga, di Laini Taylor

Titolo: La chimera di Praga
Autrice: Laini Taylor
Editore: Fazi “Lain”
Numero di pagine: 387
Data di pubblicazione: 4 Maggio 2012
Prezzo: € 14,90
Sinossi: «C’era una volta un angelo che s’innamorò di un diavolo… ma il loro era un amore impossibile». Karou è una persona speciale. Ha dei capelli naturalmente blu splendenti come seta e una filigrana di tatuaggi su tutto il corpo. È di casa nei vicoli più stretti di Praga come nei caotici mercati di Marrakech, e parla quasi tutte le lingue del mondo, e non solo quelle umane. Ma Karou ha un segreto. A volte scompare per giorni, nessuno sa dove. E nemmeno lei sa quale sia la sua origine. Fino a quando, un giorno, non appaiono su molte porte in giro per il mondo misteriose impronte nere. Delle sconosciute figure alate, arrivate da una fessura nel cielo, le imprimono nel legno e nel ferro. Una di loro incontra Karou nell’affollata città vecchia di Marrakech: è allora che inizia un amore le cui radici affondano in un violento passato. Alla fine Karou scoprirà di sé più di quanto avrebbe mai potuto immaginare. 
 
Tanto tempo fa, un angelo e un diavolo si innamorarono. Non finì bene”.
In una Praga romantica e fumosa, tanto simile nelle accurate descrizioni alla Barcellona fortemente amata da Zafòn, si muovono personaggi curiosi ed indimenticabili. Creature magnificamente delineate, mostruose nell'aspetto, ma grandi nell'umanità dei loro sentimenti. Parte di una trama fantasiosamente strutturata e impreziosita da uno stile poetico ed impeccabile, sono le Chimere. Vivono nell'Altrove, un mondo parallelo che si snoda dietro misteriosi portali disseminati all'ombra delle nostre città. Hanno corpi e visi grotteschi, cruenti riti di dolore e sangue, oscure leggende da tramandare. Per la giovane ed eccentrica Karou, tuttavia, rappresentano tutto ciò che ha: la sua unica e insostituibile famiglia.
Orfana dall'infanzia, con i suoi capelli cobalto e il suo corpo longilineo solcato da strani tatuaggi, si muove tra le viuzze di un suggestivo scorcio d'Europa, tentando di filtrare il tagliente umorismo della sua migliore amica, di collezionare voti eccellenti nella scuola d'arte che frequenta e di sfuggire invano alle attenzioni di Kaz, l'affascinante ex ragazzo che sbarca il lunario indossando zanne finte e mantello in una squattrinata compagnia di attori di strada. A diciassette anni, conosce più di venti lingue e non ha bisogno di strambi intrugli per mantenere blu i suoi fluenti capelli.
Un filo di perline intorno al collo e qualche sporadico aiuto nella bottega di Sulphurus – la creatura che l'ha cresciuta con l'amore di un padre – l'aiutano ad esaudire qualche sciocco desiderio e a far regnare l'equilibrio nella sua inusuale esistenza, vissuta da sempre a cavallo tra due realtà.
Poi, l'attrazione impossibile verso l'uomo che dovrebbe essere suo nemico. L'angelo Akiva, combattente in una guerra eterna tra serafini e chimere. . .
Quando mi chiedono cosa ci sia di tanto speciale nello scrivere storie urban fantasy, solitamente la mia risposta è breve e semplice. L'urban fantasy non è nato per fare da sfondo a uno dei tanti triangoli amorosi, né per arricchire di toni paranormali le continue lamentele di una giovane protagonista remissiva e perennemente in lotta con sé stessa.
L'urban fantasy, anche solo grazie alla tastiera di un computer o a una biro nera, può dare voce e colore alle pazze fantasie che animano costantemente le giornate di noi sognatori. Basta chiudere gli occhi, concentrarsi per pochi attimi, e sulla carta compariranno resoconti di voli impossibili nel blu del cielo – con l'unica compagnia dei raggi tiepidi del sole e del volo silenzioso degli uccelli –, l'inquietante scena di un drago che, a colpi di coda e squame, mette a soqquadro la nostra realtà e il pentagramma curvilineo che descrive il ritmo trascinante di un sensuale ballo in maschera in cui umani, angeli e vampiri si mescolano nel fervore della notte, dimenticando le rispettive identità e il divario che minaccia di separarli.
In La chimera di Praga, primo volume di una trilogia fantasy firmata da Laini Taylor, ho visto riflessa quell'esigenza impellente che dovrebbe spingere tutti gli scrittori a condividere con gli altri le proprie storie. L'amore e la riconoscenza inestinguibile verso gli infiniti sentieri di magia che si intersecano in quella vasta galassia che è l'immaginazione: forse, il dono più potente a nostra disposizione.
Ho visto riflessa la voglia di sorprendere ad ogni pagina, di far sperare nell'impossibile, di indurre il lettore a prendere un aereo a senso solo per visitare i luoghi in cui il germe dello stupore ha avuto inizio.
Strade gremite di folla e clamore. Violini, musica. Un carnevale di forme e sensazioni. I flash dei turisti che immortalano gli attimi di un surreale spettacolo di danza e marionette improvvisato in una celebre piazza.
Mentre il cielo albeggia, una deliziosa colazione consumata sulle guglie di una cattedrale gotica. Una ragazza dai capelli inconfondibili stretta nell'abbraccio invisibile di un paio di ali.
Incredibilmente teatrale. Potente.
Questo è un romanzo fatto di frammenti preziosi, brillanti e unici come le tessere che compongono il complesso disegno di un mosaico. Unico e fuori dall'ordinario, in un primo momento colpisce con il potere dell'ironia, trasformando l'utilizzo di qualche trucchetto magico in una fonte di risate e autentico divertimento. Gli squisiti tocchi fantasy immettono nella quotidianità il rumore e il sorprendente realismo di un videogioco, facendo incontrare e scontrare personaggi alla Devil May Cray su uno sfondo incantevole e caotico degno della trilogia dei Guardiani della notte, del russo Sergej Luk'janenko, o del dolce e tetro Blood & Choccolate.
Contro qualsiasi aspettativa, con l'avanzare dei capitoli, il romanzo prende una piega mitica ed inattesa, riportando il lettore a quel vago “Tanto tempo fa..” scritto elegantemente nell'incipit, e inducendolo ad oltrepassare una volta per tutte quella soglia impercettibile che sembrava separare realtà e finzione. Il tono si eleva gradualmente e la scrittura si affina, abbandonando lo spirito smaliziato e vagamente punk che aveva caratterizzato i primi capitoli e diventando strumento efficace per asservire il cuore e gli occhi dell'anima. Si scava nel passato dei personaggi, si ci ritrova avviluppati nelle reti di una tragica e stupenda storia d'amore e, esaltati dall'incedere della battaglia e sinceramente coinvolti nelle vicende di una visionaria fiaba tragica, confidiamo che il potere della nostra ferma volontà possa cambiare le sorti di una storia già scritta. Le modalità delle battaglie, evocate in una serie di efficaci analessi, trasportano il lettore nel sangue e nella polvere del campo militare, richiamando la violenza che animava le guerre intestine all'epoca delle antiche dittature e facendo coincidere la brama di potere degli angeli con lo spietato imperialismo dell'impero romano, ai tempi di Cesare. La vita di dure privazioni dei cherubini, inoltre, narrata attraverso la voce di un angelo con l'amarezza e il rimpianto nel cuore, ricorda l'infanzia rubata dei giovani guerrieri spartani che, strappati dal calore del nucleo familiare, crescevano facendo dell'onore e della gloria i loro idoli. In contrapposizione, la rocca fortificata delle chimere, che, pur minacciata da un pericolo costante, è festosa, profumata e viva: culla delle profonde contraddizioni, dei sublimi aromi speziati e delle attraenti tradizioni che caratterizzano l'oriente di oggi. Tessendo in un'unica tela gli elementi della tradizione orientale e l'iconografia della religione cattolica, La chimera di Praga riesce nell'impresa impossibile di provocare meraviglia e stupore perfino nel lettore più riottoso. Portando in seno un accorato messaggio di pace e di speranza, questo di Laini Taylor non solo è il fantasy più avvincente letto in questi primi cinque mesi del 2012, ma è una barocca allegoria sul razzismo e la diversità. Un invito a guardare negli occhi il nemico che ci fa tanta paura. A gettare le maschere e le armi che ci insanguinano le mani. Un inno che invita ad amarsi senza riserva alcuna, scavalcando limiti e confini.
L'amore è un elemento. Come l'aria per respirare, la terra su cui stare in piedi.” 
(Un sentito ringraziamento all'ufficio stampa Fazi, che mi ha concesso, con ampio anticipo, di leggere questo imperdibile romanzo!)
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Florence and the Machine – Shake it out