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lunedì 16 maggio 2016

I ♥ Telefilm: Crazy Ex-Girlfriend, New Girl V, Slasher


Rebecca, avvocato di grido, è affermata nel lavoro e insoddisfatta nella vita. Il tailleur di donna in carriera non le calza a pennello e, romantica cronica e sempre con la testa altrove, è davvero se stessa giusto in visioni in formato Broadway. Sprazzi musicali colorati, frizzantissimi, in cui volteggia, canta e, magari, s'innamora dei principi azzurri. Un giorno, per le strade della City, s'innamora per davvero; sapete? E' un colpo di fulmine, quello verso una vecchia fiamma del campo estivo: Josh. Un ragazzotto dagli occhi a mandorla, immaturo ma di indole gentile, che così, tanto per dire, le fa: “Se passi da West Covina, mi raccomando, vienimi a trovare.” La nostra Rebecca non sa dove sia quella città sperduta – sulle labbra, però, ha il sapore dell'happy ending – e non si limita semplicemente a passare di lì, attratta dalle parole di un Josh vago, amichevole e fidanzato con la crudele Valencia. Molla tutto e, su due piedi, ci si trasferisce. Lì, ha uno studio legale più piccolo in cui destreggiarsi, nuovi amici – la cospiratrice Paula, il neodivorziato Derryl, lo scontroso ma galante Greg – e, soprattutto, uno sprovveduto ragazzo da stalkerare. Chi è la Crazy Ex-Girlfriend che, dallo scorso autunno, sulle reti The CW, non farà forse impazzire il pubblico, ma la critica decisamente sì, e all'unanimità? La sigla, mitica e sessista, ci dice che è patetica, scriteriata, folle d'amore. Diciotto episodi, pian piano, ci dicono molto di più. Prodotto da Mark Webb, Crazy Ex-Girlfriend è una comedy dall'ugola d'oro per chi dei consueti venti minuti settimanali non si accontenta – qui sono quaranta, infatti, e non vi nascondo che all'inizio li ho patiti, poco poco – e Galavant lo sta piangendo già. Nerbo, senso e cuore del tutto, l'esordiente Rachel Bloom, fresca di Golden Globe. Da dov'è uscita l'underdog psicotica e imbarazzante che mostra che c'è bellezza nelle rotondità e grande talento in una produzione, per il resto, piccina. Ci mette la faccia, la voce – e che voce - e la penna: irresistibile padrona di casa che, a seconda degli stati d'animi, oscilla dal jazz al "puttan pop", dal gospel al free style, con inediti che – se non sapessimo le barzellette che, in fondo, raccontano – non sfigurerebbero poi troppo in radio. Nei suoi allegri deliri, tra triangoli sentimentali e casi giudiziari, sa trascinare, per fortuna, una serie di figuranti a cui, a chi più e a chi meno, si vuole il bene che serve. Sorpresa e emozionata, la Bloom aveva raccontato, sul podio, il percorso travagliato di una serie su cui aveva investito energie e speranze: nessuno la voleva e, anche adesso, in tanti, o non la vogliano, o non la conoscono. Il più grande colpo di scena, però, è stato il rinnovo. Godiamoci i disastri e i piantonamenti della cara Rebecca, quindi, finché durano. Scommettiamoci insieme. (7)

New Girl, in onda ormai da cinque stagioni, l'ho scoperto giusto qualche estate fa. Io, in crisi per la prima sessione estiva della mia vita, avevo trovato pace e tante, tantissime risate in una serie vista un po' per curiosità e un po' per ripiego. Merito, in particolare, della Deschanel, un incanto di ragazza, che avevo amato e odiato in 500 giorni insieme. La fragia che sta bene solo e soltanto a lei, gli occhi da manga, quei coinquilini imbarazzanti ma irresistibili. Da qualche stagione a questa parte, poco è cambiato. Ma, come succede anche alle migliori coppie, è subentrata la monotonia. Superato il trauma per il brusco taglio alla sigla – “hey girl, what you doing?” -, di recente avevo patito episodi troppo lievi, troppo slegati, troppo spensierati. Nulla di irreparabile, trattandosi di una comedy lieve, splegata e spensierata di per sé, ma dov'erano finiti i ragazzi e le situazioni che, sotto stress e sotto esami, sotto terra, mi avevano teso una mano? La volta scorsa, mi ero limitato a definirlo “carino”, senza entusiasmi. All'orizzonte, c'erano notizie belle e notizie brutte: la proposta di Schmidt a Cece, nel finale di stagione, e l'annuncio della gravidanza di Zooey. Lieta novella, per carità, ma con Jess in dolce attesa, e dunque lontana dalle telecamere, che New Girl ci sarebbe stato? Un New Girl che, a sorpresa, ritorna alla vecchia gioia. L'assenza della protagonista si protrae per qualche episodio di poco conto nel mezzo – e il vuoto è colmato da un'ironica e seducente Megan Fox – e ognuno dei protagonisti trova la propria strada. New Girl, nei suddetti episodi, funziona senza l'uragano Deschanel perché c'è tanto da fare. Schmidt e Cece convolano a nozze, ma hanno la madre di lei a ostacolarli; Winston, che ho sempre trovato inutile, trova finalmente la sua vocazione e s'innamora di una collega, sfoggiando assurde camicie floreali e, ogni tanto, il fichissimo gatto Ferguson; Nick, mio gemello segreto, scribacchia, prende in gestione un bar e non resiste alle grazie di una Fox bisex. Jess è Jess: frivola, colorata, impicciona. Fa da damigella e, senza troppe sorprese, si becca una freccia scoccata dal dio Cupido: ritorna un suo ex, e la scintilla non si è estinta; ma penserà ancora a Nick, che per indossare pigiami e tute tutto il giorno ha il suo indiscreto fascino? Non dico di più. Ma, quest'anno, c'è gente che si dichiara, gente che si sposa, gente presa in ostaggio – in tribunale, o su un aereo in panne – e amori che, malgrado tutto, ritornano. Una stagione finalmente più omogenea, un epilogo che emoziona i “teneroni inside” e, per imprecisa volontà della Fox, ma dobbiamo solo ringraziarla, con due episodi a settimana quand'è giunto il momento di tirare le somme. Così, all'incirca, è stato il mio ritorno di fiamma con New Girl. (7)

Nella notte di Halloween, trent'anni fa, una donna incinta e suo marito sono massacrati da uno sconosciuto mascherato, passato a chiedere dolcetto scherzetto. Prima di essere arrestato – pena, il carcere a vita -, però, il killer pratica un taglio sull'addome della vittima e da lì esce la piccola Sarah: l'unica superstite della famiglia Bennett. Anni dopo, sposata e in carriera, torna dove tutto è iniziato. E, con lei, arrivano nuovi morti. Omicidi rituali a ogni passo, per punire coloro che hanno peccato. La storia si ripete, ma le generazioni cambiano. Riusciranno le nuove a modificare il corso degli eventi e a capire chi si nasconde, questa volta, dietro la maschera del boia? Serie canadese in otto episodi, Slasher omaggia sin dal titolo il genere più divertente, ammiccante, sanguinoso. Clichè che hanno fatto storia, spauracchi consolidati, pochissima voglia di prendersi sul serio. Perché, però, risulta un piccolo disastro, nonostante un genere da prendere così com'è e, da parte mia, poche aspettative e tanta voglia di “ammazzare” il tempo? Qual è la differenza tra il mediocre Slasher e il gioiellino Scream Queens o, ancora, l'evitabile ma fresco Scream? L'assoluta mancanza di ironia. E, paradossalmente, le risate in più. Involontariamente buffo, Slasher ha una protagonista atroce – la Katie McGrath già vista in Merlin, fuori parte e dal profilo sgraziato – e scelte sceme. Ad esempio: una protagonista a cui hanno sterminato la famiglia che mette le tende sulla scena del crimine, facendo del sesso riparatore sul pavimento in cui mammà è stata sventrata; gente random che macina chilometri, con un coltello a serramanico in pancia; una nonna che, volendo esagerare, ha cinquant'anni e una nipote trentenne; la protagonista che, davanti all'irreparabile, né emigra né appare turbata. Il cast: pessimo. La sceneggiatura: sbrindellata. L'elemento splatter: accentuato, come da patti, e fedele alle premesse. L'assassino ha fantasia, il sangue scorre generosamente, e il modus operandi del villain – cacciatore di peccati capitali – ricorda quello di Seven. La struttura, tradizionale, ricalca quella del buon Harper Island, che da ragazzino seguivo in seconda serata su Rai Due, e un briciolo di curiosità spinge a porsi le domande giuste. La curiosità, e il mio inspiegabile gusto per l'orrido. Slasher, infatti, è trashissimo: perdonabile, un po', perché di quel brutto che non riesci a smettere di guardare. Il pregio: è autoconclusivo. Ma, in otto puntate, in una serie e in una comunità tanto povera di idee e d'abitanti, sono più i morti che i vivi; più gli occhi strabuzzati per l'idiozia del tutto che per lo spavento. (5)

giovedì 21 maggio 2015

I ♥ Telefilm: The Royals, Bates Motel, New Girl IV

The Royals
Stagione I
Pensavo fosse amore, e invece... Voglio dire, per quanto si possa amare una serie come The Royals: scema, sfarzosa e incredibilmente pacchiana. L'erede apparente di quel Gossip Girl che ho seguito – e apprezzato – anche quando minacciato dal pericolo cancellazione. Dalle vite scandalose delle élite di Manhattan a quelle, altrettanto scandalose, ma senza dubbio più glamour, della Casa Reale il passo è breve. Vi siete mai chiesti che combinano lì a Buckingham Palace? Questa serie TV, distribuita in tempi record anche da noi, sguazza nel gossip, negli amori contrastati, nell'alto tradimento. La soglia tra satira e finzione è sottile. Il lezioso Liam di William Moseley, perfetto damerino innamorato di una bella popolana, è l'aspirante principe William. La sua gemella, Eleanor, interpretata da Alexandra Park, giovane attrice di cui mi appunto mentalmente il nome, va in giro senza la biancheria intima, si è fumata ormai anche il cervello, cerca con tutte le forze lo scandalo facile. Capricciosa e imprevedibile, è una scaprestrata Henry al femminile, con il fisichetto proprio non male della Effy di Skins. Accanto a un viscido zio, il leale Re Simon – che vorrebbe votare per l'abolizione della monarchia, disgustato da soldi sporchi e troppe svolte da soap – e soprattutto una sovrana che non ricorda granché la vegliarda Elisabetta. Regina delle Milf e di questa corte modaiola, una Elizabeth Hurley che non si scopre invecchiata di un giorno e, in quanto a sensualità e fascino, ha tanto da insegnare alle inesperte Ophelia ed Eleanor – trent'anni di meno, le curve al punto giusto, ma sprovviste di quell'aria strafottente da diva. The Royals ha l'accento british, ma è un'americanata grossolana e senza redenzione: ed è cosa buona e giusta. I primi episodi, esagerati e accattivanti, gli avevano fatto depositare sul capo regale il diadema ingioiellato di guilty pleasure dell'anno. Purtroppo, mi hanno trovato quasi favorevole al colpo di stato i conclusivi. Piatti, pigri, adagiati sugli allori. Quando The Royals diventa The Noyals, insomma, che fare? Resta un cast di cui non ci importa neanche un po' come recita, tanto è una notevole parata di bellissime e bellissimi; una colonna sonora alla moda e dalle entusiasmanti sfumature indie; gente sempre in tiro e impegnata a fare danni; la speranza, il prossimo anno, di una scrittura altrettanto tamarra ma più sensata. Solo allora, soddisfatto, potrò esclamare lunga vita alla Regina. E lunga vita a questo trash qui. (6)

Bates Motel
Stagione III
Parlavo di Bates Motel con la voce del rimpianto. Preso così, come teen drama a tinte fosche, male non era. Come riscrittura del capolavoro di Hitchock faceva però acqua. Ci si aspettava tanto, ci si aspettava altro. Non un'ambientazione spiccatamente liceale, non il politicamente corretto, non un Norman al venticinque per cento, da dividere con un sottobosco di spacciatori e piccoli mafiosi di paese di cui, sinceramente, a nessuno fregava. Avevo visto le prime due stagioni con un po' di noia e la paura costante della cancellazione: sì, avevo paura, perché – io che eppure faccio fuori più serie tv che zanzare, d'estate – avevo fiducia per il futuro della serie e non volevo che finisse lì. Così. Con una sufficienza regalata per bontà a un tenero germoglio di maniaco omicida. Questa volta – con una misteriosa ospite che, morendo, lascia a mamma e figlio una pendrive zeppa di segreti – le sottotrame viaggiano a una velocità diversa e ci sono scarsi elementi di disturbo a separare lo spettatore dal cuore pulsante, nero, vero della serie: accanto a un nuovo giallo, infatti, solo la romantica vicinanza tra Olivia Cooke e Max Thieriot ha un'importanza rilevante. Freddie Highmore e Vera Farmiga, ottimi anche con i passati copioni, striminziti e scialbi com'erano, adesso hanno l'occhio della macchina da presa puntato addosso. Nati per il cinema e prestati al piccolo schermo, per un'operazione che solo ora si scopre promettente, sono bravissimi e lo dimostrano. Lui, con un viso innocente che ti ispira sberle; lei, mamma coraggiosa che è nata tra i guai e, inconsapevolmente, ne ha messo al mondo un altro. Come smettere di volere bene a un figlio borderline? Come strapparlo da sé o, ancora, dalla naturale propensione a far del male? Più affiatati che mai, catturano e intimoriscono per la svolte che, a breve, la storia potrebbe imboccare: l'immagine celebre di un albergatore psicotico con lo scheletro della madre in cantina... Per adesso, a un passo dalla fine, continuano a fingersi normali; ma lui sta per diventare il Norman che tutti noi conosciamo, e infondo vogliamo – nei suoi black out indossa la vestaglia di Norma, vede il suo spettro accanto al letto nelle notti d'amore, ha pulsioni sessuali nei suoi riguardi -, e lei commuove quando cerca di avvicinarsi a un fratello rinnegato, incestuoso, che le ha reso l'infanzia sopportabile e bruttissima in un colpo solo. Con una Emmy Rossum a riposo e una Tatiana Maslany divina al solito, ma che inizia ad annoiare, la bella Vera – potentissima – non vi assicuro vincerà un Golden Globe per la sua vulnerabile e umana Norma, ma avrà un posto d'onore nella mia lista di fine anno. Orgoglioso, allora, di dire che non ho lasciato sfitta la mia stanza presso l'albergo di una delle mie famiglie televisive preferite e che, nonostante i limiti, Bates Motel fa enormi passi in avanti e si fa perdonare, episodio dopo episodio, tutto il poco che è stato. (7)

New Girl
Stagione IV
L'estate scorsa mi sono innamorato di New Girl, con qualcosa come tre anni di ritardo. Ho recuperato nel giro di un paio di settimane le tre stagioni che mi ero perso e, nonostante la terza fosse leggermente sottotono, si era rivelato una compagnia perfetta. Contro il caldo, lo stress, la noia da esami. Ricordo gelati, ventilatori e New Girl. Pochissimo mare, purtroppo. Ho avuto un rapporto senz'altro meno intenso con questa quarta stagione, e non per colpa di qualcuno in particolare. Che Jess si sia pettinata la frangia in un altro modo e che la sigla sia cambiata d'un tratto mi hanno sì causato un piccolo shock, ma il coccolone è venuto e se ne è andato in tempi ragionevoli. Il guaio con le sit-com è che venti minuti a settimana sono pochi e vanno guardate tutte insieme: ci vogliono abbuffate, mica appuntamenti a spizzichi e bocconi. Me lo trascino dall'autunno scorso, insomma, perché o aspetto tre anni o non so aspettare e, tra pause e ritardi, il colorato mondo di Jessica Day – in cui c'è sempre ma proprio sempre il sole – mi ha incantato leggermente meno del previsto, diluito com'era. Ma resta il solito. Spassoso, leggero, a fuoco. Chi trova un coinquilino come loro cinque trova un tesoro; allora perché cambiare formazione? L'insicuro Winston è entrato in polizia; Coach – per il colpo di fulmine con una seducente violoncellista – medita di abbandonare il nido; Cece e Schmidt si amano ma non se lo dicono; Nick fa Nick – beve, mangia, si incazza: al solito – e Jess, non più parte di una coppia storica, diventa vicepreside, vede sposarsi papà e sperimenta gli amori a distanza con un bel supplente dall'accento inglese. Ma poi davvero ha importanza quel che combinano? Insieme non conosco serietà e ci fanno ridere, tra siparietti e fraintendimenti, con il loro essere amichevoli, umani e tontissimi. Resta sempre adorabile la mia amata Zoey Deschanel dai vestiti a fiori e dagli occhiali a fondo di bottiglia – e leggo che avrà a breve un bambino, ma non sono io il padre – e il finale di stagione, aperto e con la prospettiva di un lieto fine sperato e atteso, è uno dei più soddisfacenti dell'ultimo periodo. Il prossimo anno, da brava formichina, permetterò ai ventidue episodi totali di accumularsi come da proposito? (6,5)

giovedì 11 settembre 2014

I ♥ Telefilm: True Blood, New Girl, Please like me e un po' di pilot(²)


True Blood
VII (e ultima) Stagione
Se me l'avessero chiesto anni fa, in uno di quei tag su Facebook che tanto girano adesso, avrei risposto che, tra le mie serie preferite, c'era True Blood. Questo è stato sei anni, sette serie, ottanta episodi fa. Le cose belle finiscono e finiscono anche quelle brutte. Così è finito True Blood, che da qualche tempo fa parte della seconda, nutrita categoria: quella dei serial brutti. Il piccante e sanguinoso prodotto HBO, uscito dalla penna di Charlaine Harris, ha subito un'involuzione estenuante, lunga, infelice, durata svariati palinsesti. E a me piaceva; poi lo schifo ha seppellito il resto. E' notorio: io amo il trash. Ma True Blood – quello degli ultimi anni, almeno – mi ha messo a dura prova. Sul blog non ho mai trovato la voglia di parlarne, ma all'indomani dell'episodio conclusivo, eccomi. Mi sarebbe piaciuto, alla commemorazione, dire qualche parolina positiva, com'è giusto per le cose morte e sepolte. Invece quel finale – a cui sono giunto con una certa forza d'animo: naaah, ho saltato la bellezza di sei episodi, che ho immaginato noiosi e superflui come il resto – si è aggiunto al cassonetto fumante e fetido di atrocità gratutitamente distribuite. Concentriamoci, allora, su quello che True Blood ci ha dato: avrà avuto i suoi bei lati positivi, giusto? Il sesso. Malizioso, spinto, nudo e crudo, almeno una volta ha messo a nudo il cast in gran completo. Per gli spettatori: la Anna Paquin che, con uno dei personaggi più irritanti del mondo, concede le sue grazie alle telecamere, e ai lupi, e ai vampiri, e ai camionisti; l'incantevole uragano rosso Deborah Ann Woll, che però è sempre troppo vestita; l'inutile Rutina Wesley e l'epica Kristin Bauer che pomiciano. Per le spettatrici: chiappe di marmo, addominali e muscolacci che manco in Magic Mike, la rivelazione Alexander Skarsgard e il disinibito Ryan Kwanten che – in un tripudio di insensatezza – ci danno dentro focosamente. Le ragazze ci vanno meglio, e ci va meglio pure la Paquin che, nonostante la sua naturale “odiosità”, si è sì bruciata una carriera avviata da bebè con Lezioni di piano, ma ha anche trovato un marito: Stephen Moyer. La settima stagione è la più imbarazzante, anche se non è umanamente possibile. Il resto cos'era, allora? Di un imbarazzante... disumano. La protagonista che spara fatate onde energetiche, il matrimonio e il funerale, la tavolata felice alla Settimo cielo, con gli intrecci lasciati al creatore, i comprimari dimenticati e il diabete che avanza fanno cadere in ordine sparso: 1. mascella, 2. braccia, 3. palle. Da quando True Blood sembra essere finito nelle mani di un'undicenne analfabeta che scrive fan-fiction vampiresche le buone intenzioni iniziali – mie e dei produttori – si sono fatte melma al sole. Rimembriamo tutti un insensato sogno erotico a tinte queer, con candele tremolanti e musica argentina di sottofondo, per esempio. Potreste dirmi: era il desiderio delle fan. Il mio desiderio di fan era che Sookie morisse tra atroci sofferenze e torture, eppure nell'ultimo episodio è vivissima. E incinta. Ops, spoiler! Ho smesso di ridere di ciò recentemente – non è vero neanche questo, perché rido ancora. In questo. Esatto. Momento. (4)

New Girl
II e III Stagione
Partiamo dal presupposto che Zoey Deschanel è una delle più adorabili abitatrici della Terra. Cioè, l'avete vista? Io l'ho scoperta qualche anno fa in 500 giorni insieme e la amo da allora, all'incirca. In quel film, io ero un altro Tom e lei mi aveva spappolato il cuore. Agli uomini piacciono le stronze. Ma lei era troppo, troppo carina per essere crudele: quindi niente. Cuore rotto o meno, la guardavo e le mandavo piccioni viaggiatori con l'invito alle nostre nozze, o simili. Le passioni della ragazza nerd, in un corpo da Barbie alternativa. Non ragazza nerd sono-troppo-presa-dai-videogiochi-per-lavarmi-i-denti, ma il tipo da sogno che ascoltava vecchie canzoni, indossa vecchi vestiti a fiori, può permettersi la frangia senza il rischio di sembrare un panciuto pechinese. E quello sguardo blu che ti farebbe fare incidenti d'auto a ripetizione... Un guaio. Come questo post, che si sia trasformato nella posta del cuore. Insomma: ho iniziato a vedere New Girl e, insoddisfatto dei venti miseri minuti a settimana, l'ho messo in pausa. Per due anni e mezzo. Che devo dirvi: la cosa mi è sfuggita un tantino di mano. Ho recuperato le ultime due stagione questa estate. Se estate volete chiamarla. La depressione per la sessione autunnale, un esame che non si vuole preparare, la pioggia senza fine e le schiarite improvvise, il vento, la noia, la fame, la noia riempita con gelati o biscotti che colmano anche la precedente voce della mia lamentosa lista. Questi tre mesi, insomma, a me sono sembrati la brutta parodia della già brutta pubblicità Sammontana. New Girl – carino, infinitamente – è stato un toccasana per il mio umore nei momenti in cui stavo nero nero – di animo, non di carnagione: sono andato troppo poco al mare per permettermi l'abbronzatura da surfista californiano. Sono stato in fissa con il simpatico, stupido e romantico mondo di Jessica Day e, accompagnato ineditamente da mio fratello, mi sono dato a vere proprie maratone serali e notturne sul divano. Il top del top. E c'era – e c'è – la preoccupazione per l'appartamento nuovo, in cui andrò a vivere dal primo ottobre: come saranno i coinquilini? La convivenza è sempre un rischio, come un appuntamento al buio. Guardando New Girl, però, ho sperato di ritrovarmi anch'io in uno scenario e in una compagnia da sit com e, ansiosissimo, ho scoperto la serenità. Insieme a Jess - che rende i pigiamoni imbottiti il massimo del sexy, che dopo una rottura ascolta Taylor Swift a tutto volume, che balla e canta come una dolcissima demente – ci sono il mitico Schmidt (e ogni serie di successo ha uno Schmidt cult: Barney, Sheldon, Stifler); il saggio Winston; la bellissima modella Cece (che vive nell'appartamento saltuariamente, un po' a scrocco; amica di Jess e amica di letto di Schmidt); e poi Nick, burbero e scontroso. Dio, io sono Nick: sputato. Gli stessi borbottii indistinti, lo stesso broncio, lo stesso fisico sformato. Manca solo l'amore della Deschanel – hai detto niente - per renderci la stessa persona. Prima e seconda stagione: uno spasso. Si perde qualcosa nella terza, quando Cupido scocca uno dei suoi imprevedibili dardi e sboccia del tenero. Nasce una coppia bellissima e male assortita che turba gli equilibri della convivenza. Tira e molla, gelosie, bizzarri dissapori. Tanto, nella terza stagione, viene a noia e il ritmo scema. Ma, tranquilli, niente di irreparabile. Chissà cosa ci riserverà la prossima. Io sono fiducioso: dopotutto, “it's Jess”. Non vi basta? (7,5) (6+)

Please Like Me
Stagione I
Josh è un tipo fuori posto. Sfacciatamente fortunato, ma fuori posto. Non esattamente una bellezza, con quella sua faccia da neonato centenario: glielo ricordano i suoi familiari e i suoi amici, che gli vogliono un bene dell'anima e lo tormentano a giorni alterni. Non si sa bene cosa faccia. Non si sa bene cosa gli piaccia. Non si sa bene come si sia accaparrato prima la bellissima Caitlin Stasey di Reign, poi un esemplare altrettanto bello ma di un genere altro di nome Geoffrey. Sappiamo che, senza troppi drammi, prima era etero e poi ha smesso. Ha una ex che è diventata così sua amica per la pelle e un ragazzo romantico e palestrato che per essere il suo primo in assoluto malaccio non è. Josh vive la sua sessualità con serenità estrema, dal momento che prima del colpo di fulmine con Geoffrey già ci avevano pensato le sue bizzarre passioni a metterlo saggiamente in guardia: gli orologi a cucù, il balletto classico, le mini-crostate fatte in casa, le camicie a fantasia, i pantaloni a tubo dai colori pastello. Ma quando tuo padre con la crisi di mezza età sta mettendo su famiglia in Thailandia, tua madre tenta il suicidio ingurgitando aspirine e Baileys, la tua zia preferita ha un piede nella fossa e una patente da rinnovare, l'amore che guaio sarà mai? Che sorpresina che è questo Please like me. Me lo ritrovavo spesso tra i piedi, ci inciampavo vicino: sapevo che c'era una seconda stagione in corso e poco altro. I suoi sei episodi introduttivi, di venticinque minuti ciascuno, li ho visti in un giorno, perché alle coincidenze ci credo e se internet me lo metteva ogni due secondi sulla Home una buona causa doveva esserci. Mi sono divertito tanto, stupendomi della lucidità del tutto e dell'irresistibile ironia del resto. Please like me è una serie australiana scritta e pensata dal talentuoso Josh Thomas – autore, protagonista: idiota. I cenni autobiografici si sprecano e le situazioni, anche se spesso già viste, funzionano. Thomas sa recitare il ruolo di un ventenne sempre confuso che porta male i suoi anni e sa scrivere, soprattutto, dialoghi brillanti e trame veritiere. Non ricerca la risata grassa; non insegue una morale forzata e buonista che, in gioventù, nessuno vuole. Comprimari spassosi – il coinquilino occhialuto e nerd, i genitori stralunati, la prozia commovente ed arzilla - e battute genialoidi fanno del suo esperimento un qualcosa di colorato, frizzante e universale a metà tra Looking e Friends, con una penna che ricalca al meglio la calligrafia e le nevrosi di Woody Allen, ma con note autoriali del tutto personali. Un racconto di formazione a puntate sulle eredità, la convivenza, i ragazzi e le ragazze, i cani a pelo lungo e le tortine da infornare. (8)

I pilot.
- Perfetto il pilot di Red Band Society, remake statunitense del nostro Braccialetti Rossi e dello spagnolo Polseres Vermelles. Quaranta minuti belli pieni che si chiudono con i Coldplay. Divertente, emozionante, sincero, con quel tocco di politicamente scorretto che mi fa impazzire da sempre. Produce la Amblin di Spielberg e nel cast, tra dottori bellocci e facce nuove e giovani, l'ottima Octavia Spencer direttamente da The Help. Il solo Braccialetti Rossi che mi concederò mai, deciso.
- Selfie è l'ennesima rilettura di My Fair Lady, solo al tempo dei Social e delle foto “fai da te”. Guardabile, discreto, non troppo entusiasmante. Un primo episodio simpatico e tutto, ma bho. Presto per giudicare. Per gridare odio o amore.
- Bene A to Z: una commedia romantica su un lui e una lei; una relazione analizzata dall'inizio alla fine. Mi ha colpito la voce narrante, che mi ha ricordato belle cosine - Pushing Daisies e 500 Giorni insieme, ad esempio.

giovedì 31 maggio 2018

I ♥ Telefilm: Killing Eve, New Girl S07, Jane The Virgin S04

Un sicario su commissione che rovinava i gelati alle bambine e la detective urlante al risveglio per via dell'insopportabile formicolio al braccio, dicevamo qualche post fa, si intrigavano reciprocamente sin dall'inizio. Il bene e il male, il gatto e il topo, si inseguivano come ogni caccia all'uomo – anzi, alla donna – prevede. Già allora, ricordo, di Killing Eve sorprendevano la freschezza e la semplicità. Pochi drammi, tanta violenza e un gioco al femminile che viveva di intelligenza, civetteria e una vaga insofferenza verso gli stilemi del cinema d'azione. L'intreccio, per quanto già visto, osava proprio grazie a loro: due personaggi bizzarri, umani, tratti dai romanzi di Luke Jennings ma rivisti e corretti dalla penna riconoscibilissima di Phoebe Waller-Bridge. Entrambe, infatti, cercano la normalità che non possono permettersi. Non hanno il physique du rôle e sono straniere in città straniere. Sandra Oh è una americana a Londra dagli occhi da orientale: sbirra non così ferma nelle proprie posizioni, segue le direttive di una sempre superba Fiona Shaw. L'adorabile Jodie Comer, stella in ascesa e mia nuova cotta, è invece per copione una assassina poliglotta a Parigi, bella e inquietante come una bambolina dell'Est. Nessuna capitale europea sembra abbastanza grande per non pestarsi i piedi a vicenda; inviarsi minacce di morte o abiti firmati. In Russia, infine, si scopre che in ballo ci sono cospirazioni, giovani galeotte educate alla violenza e i Dodici, organizzazione internazionale di cui al momento poco sappiamo. Forse Villanelle cerca una via d'uscita per cambiare vita? Forse segue ogni mossa della poliziotta non come farebbe una stalker, ma per avanzare una richiesta d'aiuto? Intanto Eve realizza un ritratto dell'avversaria come i profiler del piccolo schermo insegnano, e il pensiero di lei diventa pian piano un'ossessione sentimentale che di morboso, di saffico, in verità ha poco. Killing Eve gioca, sì, ma non alla guerra fredda. Produzione BBC affatto ingessata, ti corteggia con l'ironia e gli sguardi giusti prendendosi nel mentre straordinariamente poco sul serio. Introduce, costruisce e disfa, confonde con la musicalità degli accenti, la colonna sonora elegante e gli strani languori di queste amiche-nemiche. Cosa c'è in ballo, con una seconda stagione già annunciata? Il rischio è che arrivati alla meta, raggiunta la signora Polastri, potrebbe esserci poco altro con cui riempire una nuova missione (im)possibile. Se in un thriller scoppiettante in cui le donne fan da padrone, e per di più senza mai cadere nella pesantezza fine a sé stessa del femminismo imperante, potremmo confidare nei trucchi che nascondono in borsetta – oggetti contundenti, non soltando rossetti e rimmel. Nei prendo e parto, nei non detti e nel proverbiale multitasking di menti, all'occorrenza, criminali. (7+)

Sono stato benissimo in loro compagnia nella prima sessione estiva della mia carriera di studente. Mi hanno fatto sentire uno di casa. Sognavo il loro appartamento coi mattoni a vista, con tanto di gatto e armadio da cui attingere magliette a fantasia e camicie a quadri. Eravamo psicologicamente pronti a lasciare New Girl già un anno fa. E quel bacio sospeso, quel finale lieto ma non troppo con Green Light di Lorde in stereo, si faceva apprezzare. La settima stagione arriva dal niente a mettere i puntini sulle i. Sui misura dai fan, è proprio dai fan che sembra scritta. Ecco così due bambini, un matrimonio e un funerale, gli ultimi scherzi. Schmidt e Cece sono genitori di Ruth, tre anni; Winston e consorte sono in dolce attesa; Nick e Jess appaiono invece indecisi sull'adottare un cucciolo o meno, sul dirsi di sì. Non avevo chiesto che fosse ufficializzato questo addio, eppure quando sul solito sito di streaming è arrivato il finale di serie mi sono detto: come, di già? A parlare non era il crepacuore degli addii, ma la confusione. Davanti a una stagione di soli otto episodi che si apre e si conclude passando inosservata. Davanti a comedy, già sottotono da qualche stagione a questa parte, che sfidano la cancellazione, scelgono a tavolino il tempo migliore per congedarsi, ma non approfittano dell'ultima opportunità. Quando il sipario si cala, New Girl appare inutile, autoreferenziale, simpaticissimo. Non brutto, ma di dubbia utilità. Troppo corto per essere un riempitivo vero e proprio. Troppo scontato – stucchevole perfino, vedasi il flashforward conclusivo – per sorprenderti con il luccichio di una lacrima. (5,5)

A proposito di guilty pleasure degni di questo nome. Di prodotti che all'inizio ti vergognavi quasi di seguire con la passione del fan, poi diventati negli anni una promessa di leggerezza. Qualcosa, qualcuno, su cui fare sinceramente affidamento. Ecco la serie a prova di scettico che inviterei a riprendere o a sperimentare. Perché no, croce sul cuore: Jane The Virgin non è una di quelle candide porcherie tanto bruttine da diventare, dopo quattro anni, un appuntamento immancabile. Cresce. Come le grosse grasse famiglie latine (nonna Alba studia per ottenere il permesso di soggiorno, mamma Xiomara fa i conti con una diagnosi preoccupante, papà Rogelio tenta la conquista delle casalinghe americane accanto all'autoironica Brooke Shields). Come le coppie che si formano loro malgrado (Petra, la ex accusata dell'omicidio della gemella, è attratta dalle forme prosperose dell'avvocato Rosario Dawson; Rafael, alias l'inseminatore fortuito, è finalmente riamato da una Jane in cerca della giusta storia d'amore). Come quel figlio del miracolo. Vuoi bene a tutti loro, dal primo all'ultimo, e ti senti di chiamarli amici; per nome. Esempio di garbo e intelligenza, tenera ma piena di suspance, l'immacolata concezione al tempo della CW può vantare la presenza della deliziosa Gina Rodriguez, un narratore che è a mani basse il migliore dei comprimari e un twist clamoroso, messo in chiusura di una stagione talmente matura, talmente in pace con sé stessa, da sembrare l'ultima. Jane The Virgin, successo a prova di cancellazione, continua così la sua parodia di svolte impossibili e buonumore. Lo aspetti, e non è domenica se non va in onda. Se, soprattutto, al giro di boa, si rivela essere molto più che un altro stupido guilty pleasure latino-americano. (7)

giovedì 13 aprile 2017

I ♥ Telefilm: Tredici | New Girl VI | How to get away with murder III

La morte tocca, soprattutto quando quel mazzolino di fiori a bordo della strada, quell'articolo triste sul giornale locale, ci ricorda che a venir meno è stato qualcuno della nostra età. Facevo i primi anni di liceo quando una mia coetanea, Carla, fu trovata senza vita nella sua stanza. Non la conoscevo, ma ricordo un sabato mattina passato in classe a parlare di lei, e di come la sua scomparsa ci facesse sentire. Tredici, prodotta da Selena Gomez e tratta dal best-seller di Jay Asher, è una serie importante. Non il solito teen drama vuoto, alla moda, a cui una CW ci ha abituato. Ha come spunto una morte tra i banchi, e dalla tragedia non prende le distanze. Racconta in disordine la storia di Hannah, una diciassettenne che un giorno l'ha fatta finita. La sua lettera d'addio, la sua vendetta, supera i confini della carta e dell'aldilà. La verità di una ragazza morta troppo presto, nell'indifferenza, si diffonde negli auricolari di Clay: un compagno innamorato, che elabora la perdita e cerca indizi. Coloro che nel frattempo hanno già ricevuto le cassette, accusati di averla trascinata a fondo, hanno paura che il più candido tra loro li smascheri. I cattivi hanno punti di rottura, sprazzi di umanità. I buoni, non così immacolati, hanno scatti isterici che ti mettono sul chi va là. I personaggi, più che approfonditi, sono scavati. Possiedono case e famiglie modeste, spesso. Un'aria comune, familiare, non da fotoromanzo patinato – Katherine Langord è bellissima proprio in virtù di qualche curva in più, Dylan Minette è uno di quegli adorabili sfigatelli alla Seth Cohen che faranno strage di cuori. Ci sono tredici episodi per tredici nastri. Una playlist da ascoltare e riascoltare, un cast di esordienti piuttosto in parte, ritmi dilatati. Nel decantato Tredici, purtroppo, ne succedono così tante, ma così tante, che a un certo punto ho smesso di crederci. Più che l'emozione, allora, affiora il fastidio. Verso un dramma così esagerato da risultare inverisimile. Verso una scrittura a tavolino, che vorrebbe compiare gli adulti – guardate che età difficile, guardate il liceo che mondo selvaggio che è – più che raccontare gli adolescenti. Alcol e droghe. Stupro. Guida in stato di ebbrezza. Bullismo. Troppi temi che rimestano a fin di bene nella cronaca nera. Molte minoranze rappresentate in nome del politicamente corretto, fino a sfiorare il parossismo (una coprotagonista cinese, omosessuale, adottata da una coppia di papà gay). Tredici non pecca di superficialità, ma di un un po' di pietismo sì. Di un certo pressappochismo, ma sempre a fin di bene. Fa la voce grossa, dice le parolacce. In realtà, nonostante le arie indie, è un prodotto ben più furbo di quanto sembri. Di quelli così accomodanti e impegnati, però, che criticarlo fuori dai denti significherebbe peccare di insensibilità. Di quelli paraculi, chiamiamoli col loro nome, che ti imboccano con il cucchiaino fino alla fine. Voce fuori dal coro, dico che ne ho capito le intenzioni ma che non mi ha scosso. Allena l'empatia, questo sì. Ci ricorda che ognuno ha i suoi fardelli e i suoi fantasmi. Che essere gentili con qualcuno – che magari, in testa, sta combattendo una guerra segreta – è questione di un attimo. Purché vivere l'adolescenza non diventi camminare sul filo, sulle uova, per paura di mettere un piede in fallo e sbagliare costantemente. (6)

Visto quando capitava ai tempi del debutto televisivo e rivalutato anni dopo, New Girl è la sitcom giusta al momento giusto. Merito di una squadra affiatatissima, di una casa a Brooklyn in cui ogni cosa scoppia in risata, che sopravvive alle coppie scoppiate, ai cali di ritmo, a cambiamenti belli e brutti. Cosa combina, quest'anno, la frizzantissima coinquilina dai vestiti pastello? Come reagisce Jessica Day alle novità? Schmidt e Cece, convolati a nozze nella stagione precedente, vanno a vivere insieme. Winston e la sua collega poliziotta, usciti allo scoperto, seguono le orme dell'altra coppia: radunate le brutte camicie a fantasia e il mitico gatto Ferguson, un'altra parte del quartetto è perciò pronta a spiccare il volo. Nick Miller, alias la mia anima gemella, ha pubblicato il suo primo romanzo e vive una relazione complicata con una certa Megan Fox. Il loft, piano piano, si svuota. Jess ha paura di rimanere sola, e noi assieme a lei. Sarà che nessuno, sotto sotto, ha smesso di fare il tifo per lei e per il burbero Nick, distratto dalle grazie della bella di Transformers. Come si scopriranno cambiati alla fine di questi traslochi, di inevitabili viavai che hanno il sentore triste degli addii? Lo scopriamo al ventiduesimo episodio. Forse, l'ultimo di sempre. La Fox non si esprime sul rinnovo e l'epilogo, perfetto, è un cerchio che si chiude. Di perfetto, purtroppo, c'è quello e poco altro. Un finale che giunge inatteso, annunciato senza il necessario preavviso, che emoziona ma non troppo. A chiosa di un ciclo di episodi piuttosto piatto, sprovvisto della classica verve, a cui onestamente non ho prestato grande attenzione. Non sapevo di assistere all'ultima stagione – sempre, appunto, che di un'ultima stagione si tratti. L'ho guardata in maniera distratta, a tempo perso, alla fine di giornate lunghissime. Non avevo gli occhi dell'amore, insomma. Lo sguardo da pesce lesso che mette tutto in prospettiva. Se dovessimo fermarci qui, mi dispiacerebbe. Né io né questo New Girl – brodo allungato in cerca di un'occasione per riscattarsi eravamo al nostro meglio. Ma, come vecchi amici, ci siamo fatti compagnia sul divano. Senza sentire il bisogno di giudicarci. (6)

In una sessione invernale che mi aveva messo a dura prova, avevo scoperto per la prima volta How to get away with murder e una Shonda Rhimes che, a lungo andare, ti dà i guilty pleasure perfetti e una totale assuefazione. Dopo un'accattivante stagione introduttiva, il legal thriller con qualcosa in più aveva rischiato di perdermi con un secondo appuntamento in cui la protagonista spadroneggiava un po' troppo. In autunno, mi sono puntualmente presentato a lezione da Annalise. Ai primi banchi, i suoi pupilli. Nei flashback, un incendio e un cadavere carbonizzato in cantina. Ci sarà un morto, giusto per il midseason finale. Chi sarà? How to get away with murder, per il terzo anno, ripropone la tipica struttura a incastro e sembra avere imparato dagli errori di percorso. I coprotagonisti hanno spazio per una vita sentimentale al di fuori del salotto esclusivo della loro insegnante. Si formano strane coppie e quelle più affiatate scoppiano per poi rinsaldarsi – bandita l'ambiguità dei primi tempi, quanto sono sono diventati noiosi Connor e Oliver? Il sicario Frank è in fuga e il preferito di Annalise, Wes, fa i conti con le sue origini e un omicidio a cui ha assisitito un finale di stagione fa. Quest'anno il mistero c'è e, a metà, il colpo di scena non manca. Sul tavolo autoptico giace un personaggio chiave, che ha portato con sé i dubbi di una protagonista incriminata. Un incendio doloso, i personaggi in lutto, la verità che salta fuori, e l'opportunismo, in un epilogo calmo ma amarissimo, prende il sopravvento. How to get away with murder, imperfetto ma intrigante, ha al solito qualche sottotrama che funziona e qualche sottotrama che avremmo volentieri evitato; personaggi numerosi, che trovano compattezza attorno a un cadavere caldo; una protagonista rara, che scende a patti e scambia il giusto con l'utile. Insuperati professionisti nell'arte dell'elusione, gli indisciplinati e disorganici membri della classe della Keating la sfangano anche quest'anno. Li mette in riga la Davis, fresca di Oscar, che ha forse bisogno di loro più del solito. Per salvarsi la pelle in carcere. Per distrarsi dal posto vuoto a lezione. (6,5)

mercoledì 27 agosto 2014

I ♥ Telefilm: Orange is the new black, Hemlock Grove, The 7:39

Ciao a tutti, amici. Oggi nuovo appuntamento con I Love Telefilm, in cui vi parlo delle ultime cose che ho visto e di qualche bella serie che ho concluso. Orange is the new black, show dello scorso anno, è stato bello esattamente come mi avevano assicurato; Hemlock Grove, dopo una prima stagione sorprendente, prosegue più che bene lungo il suo lugubre e spoglio sentiero notturno; l'ultima, The 7:39, è invece una miniserie. Solo due puntate per una storia d'amore completa e delicata. Ah, il mondo quest'oggi piange il mio Kobo: usato un paio di volte e morto. Sì, l'ho fatto cadere a terra: indovinato. Ed ero a metà del seguito del fantastico Le ho mai raccontato del vento del nord. Argh!

Orange is the new black
Stagione I
Sono stato bravo. In questi ultimi giorni d'estate, ho fatto tesoro dei consigli dei miei amici. Sto seguendo Breaking Bad (ma questa è un'altra storia) e, cosa rimandata per tre lunghi anni, mi godo piacevolmente la compagnia di New Girl (altra storia pure questa.) Soprattutto, ho recuperato la prima stagione di Orange is the new black: per molti, la serie rivelazione dello scorso palinsesto. Sapevo di stare per guardare qualcosa di notevole. Me lo dicevano le opinioni degli altri, poi l'ho capito dopo i primi minuti. Quando la protagonista, passata dal pensiero del matrimonio a quello di un anno da scontare in carcere, si siede sul gabinetto, fa pipì e piange in silenzio. A dirotto. Di là c'è il Jim di American Pie - sempre eccitato, sempre un po' infantile - con il quale vuole passare l'ultima notte di libertà e di sesso. Piper è la ragazza perfetta: bella, gentile, naturalmente bionda, fedele. Il suo passato è un bel casino, però. Stava insieme a una focosa trafficante - sì, una donna - e, dopo dieci anni, le tocca scontare i crimini di gioventù. La giustistizia pare non averla dimenticata. Il passo dalla felicità alla galera è breve. Com'è la vita in carcere? Orange is the new black, tratto da una curiosa storia vera, è uno spettacolo contro i luoghi comuni; totalmente interessante, sempre vero. Un microcosmo senza sbavature. Al centro esatto della commedia e del dramma. Sexy, ironico, cattivello, è fatto di singolari minacce di morte, scandali e gravidanze, nascite e suicidi. Baci saffici e imprevisti amplessi rubati. Poi: le feste, i regali dolci, i pacchi bomba. Le passioni fatali. Ampio, illimitato, anche se chiuso a doppia mandata, è fatto di donne ferme, ma con la mente che vaga, tra ricordi, sogni, crimini violenti. Red, il boss della cucina, vendicativa e spietata, ma con un tosto cuore d'oro; un'inquietante e manesca fanatica religiosa, dipendente da Dio e dall'eroina; quella che si innamora del nuovo, romantico secondino, poi; e quella che subisce le sgradite attenzioni di una guardia con mani lunghe e ossessioni striscianti; il transessuale con moglie, figli e un sesso nuovo che ha bisogno di ormoni e comprensione; tanti altre figure da scoprire da zero... A guardare come si muovono, come reagiscono, come sopravvivono, il complicato personaggio della bravissima Taylor Shilling, che a volte odi, a volte ami: tentata dalla sua amante di un tempo, che è la causa della sua condanna; confortata a telefono da un ragazzo tenero ma stupidotto, a cui - con la distanza di mezzo - finisce per pensare poco, a volte. Le attrici, sconosciute, spiccano per la loro infinita naturalezza. Portano in tv la normalità. E vedetele, sui Red Capert, per scoprire quanto sono belle, lontano dalla divisa arancio. Nel musical Chicago c'era il Cell Block Tango - ve lo ricordate, sì? Orange is the new black è la danza delle galeotte dietro le sbarre: macabra, tragicomica, coloratissima anche con l'incolore guardaroba che si ritrova. Le protagoniste sono ballerine con la divisa identica o la camicia di forza. La tredicesima puntata, con un montaggio perfetto, si chiude con un concerto improvvisato da pelle d'oca. Un presepe vivente blasfemo e male assortito, ma che emoziona. Non è diventato la mia dipendenza estiva, perché è intenso, lungo e merita attenzione, un certo rispetto: non guardavo più di qualche episodio a settimana, personalmente. A un certo punto scatta un pensiero tremendamente egoista. Devono stare lì; si meriterebbero tutte una pena più lunga. Per farti divertire e riflettere ancora. (7,5)

Hemlock Grove
Stagione II
Hemlock Grove. Dove il soprannaturale è di casa. I lupi mannari si trasformano, spezzandosi le ossa e strappandosi la pelle di dosso. I vampiri non si chiamano vampiri e, al prezzo del sangue, sono a capo di clan secolari. Le industrie, con torri alte fino alle nuvole, fabbricano corpi e tengono sirene in bicchiere. Gli esseri deformi, dotati di un animo buono, giocano con i bambini infelici. Una bestia e un Upir – un tempo amici, adesso rivali – mettono da parte le loro divergente per diventare papà di una bella bambina con lo sguardo di fuoco. La fortunata serie prodotta da Eli Roth, lo scorso anno, era sbucata dal nulla. Talmente bizzarra da lasciare esterefatti. Avevo seguito gli episodi, all'epoca, con un misto di curiosità e diffidenza: capivo poco, ma non riuscivo a smettere di guardare. Tutto era mistero. Intricati nodi da soap opera, una mitologia da scoprire, legami da mettere a fuoco, una spirale di violenza che ti risucchiava, portandoti via. Indubbiamente, era stata la più grande sorpresa del 2013. Ho iniziato a desiderare la seconda stagione sul finire della prima. Cast confermato; dieci episodi assicurati e rilasciati, sulla rete, in un unico giorno. Che fortuna, e che guaio. L'ho vista d'un fiato e il caloroso bentornato a Hemlock Grove non ha fatto altro che darmi gradite, graditissime conferme. Come si fa quando si ha a che fare con cose lunghe, complesse, ambigue, del finale di stagione – a un anno e qualcosa di distanza – ricordavo davvero l'essenziale. Senza preoccuparmi troppo, ho subito notato la grande differenza. Rispetto alla prima stagione, questo Hemlock Grove è più facile da seguire. Lineare. Con un intreccio che presenta colpi di scena, ma nessuna parentesi che distrae. Da una parte, ciò permette di ricordarlo di più e di goderselo senza sofferenze. Dall'altra, quel fascino assicurato dalle cose che stenti a cogliere sfuma, fino a perdersi. Comunque, non preoccupatevi: non diventa mai qualcosa di scarso. La qualità, rozza e corposa, risulta intatta. Tra Netflix e The CW, un abisso. Le creature di questa cittadina sono credibili, complicate, dipinte con tutti i toni di grigio possibili. Roman e Peter, così diversi, dopo una rivalità amorosa non dimenticata, si avvicinano nuovamente soltanto da metà stagione in poi. E alla serie la loro amicizia fa bene. Il primo, con una mamma che va e viene e una folle cugina strega; il secondo, con il padre nella tomba, una mamma immortale e cattivissima, una sorella tanto mostruosa quanto dolce. Famke Janssen, più seducente con gli anni che passano, impara la compassione e l'abilità di un buon genitore. I punti di sutura sulla lingua le avranno fatto bene? Commovente la sua figlia diseredata, Shelley: vaga, si nasconde nelle cantine. Vive al buio per paura di spaventare le persone con il suo orribile aspetto. E se potesse cambiare la sua esteriorità e mantenere la sua anima? Se, nelle industrie Godfrey, fosse possibile spegnerla e caricare la sua coscienza in un corpo artificiale, nuovo di zecca? Una novità: la bionda Madeleine Brewer. Lei è nuova in città e, in una notte di tempesta, trova rifugio a casa di Roman, ignara del suo segreto e della neonata al piano di sopra. Glielo rivelerà il suo corpo: i suoi seni, pieni di latte per miracolo o maledizione, la renderanno una madre. Un difetto: Hemlock Grove mantiene l'ironia, ma perde il suo potenziale sex appeal. Troppo ripulito, non “fa sangue”, come si dice. La notevole tensione sentimentale che c'è non viene sfogata. Clamorosamente coinvolgenti gli ultimi due episodi. Un tripudio di violenza, trovate originali, emozione, con quel finale magistrale, all'orizzonte, e troppo troppo aperto. (7,5)

The 7:39
miniserie tv (2 episodi)
Quant'è brutto essere schiavi della routine. Carl è prigioniero delle stesse cose da quindici anni. Ha figli grandi, una moglie di cui non si è mai stancato, un impiego che lo porta a stare lontano da casa tutta la giornata. Usa la sua villetta in periferia come un appoggio. Lì va a dormire e lì si risveglia. Il cellulare vibra ed è già ora di svegliarsi. Vestirsi, dare da mangiare al gatto, concedersi una colazione veloce e poi il treno. Quello delle 7:39: il solito. Sally fa la pendolare da qualche mese e si è stufata dopo poco di quella vita da eterna passeggera. Lavora in una palestra, ha un bell'appartamento, un fidanzato muscolosissimo e galante con cui parla di ricevimenti, matrimoni e bambini. Anche lei va a Londra con il treno delle 7:39 e succede che così conosce Carl. Qualche gentilezza, due chiacchiere, le confidenze, le previsioni meteo e l'uno entra nella routine dell'altro. Hanno un appuntamento fisso che nessuno conosce. Il vagone di quel treno pieno di uomini stanchi e armati di ventiquattrore diventa il territorio neutrale in cui i due si incontrano, per alimentare quel timido rapporto che non ha nome. Fanno gli stessi pensieri e, in quel mondo ad alta velocità, iniziano a pensare alla stessa cosa. Decidono di provarci. Di incontrarsi all'esterno, lontani dai binari, e di visitare la città come due turisti adolescenti che ridono, si danno ai selfie, prendono una stanza d'albergo per una notte di sciopero dei mezzi. Se non avete niente da fare, in un pomeriggio di pioggia tra tanti, e sull'agenda avete un corposo buco di due ore da riempire, recuperate The 7:39. Una miniserie inglese, composta da due puntate di un'ora ciascuna, sceneggiata da David Nicholls, meraviglioso autore di Un giorno. Che vi piace ve l'ho detto, una volta... o duemila. Be', mai troppe. Il tocco della sua penna si vede, anche filtrato dal piccolo schermo. Firma, infatti, una commedia romantica delle sue. Umana, ben scritta, autentica e un tantino struggente. La storia di un lui e di una lei che s'incrociano alla stessa ora tutti i giorni. Poi si parlano e, anche se entrambi impegnati, scoprono che forse è possibile che il nostro cuore, tanto grande, s'innamori di due persone contemporaneamente. Giusto o sbagliato? Una fotografia limpida che cattura bei momenti. Dialoghi lunghi e brillanti che sono tutto. Un cast impeccabile, in cui si distinguono – accanto all'intensa Olivia Colman (Broadchurch) – due protagonisti separati da quindici anni di differenza, ma armoniosi e intimi. La bella Sheridan Smith (Hysteria) e un David Morrisey (The Walking Dead) affascinante e ineditamente buono. La BBC, garanzia di qualità, produce un film grazioso e agrodolce – solo diviso in due tempi e due momenti. (7)

martedì 23 giugno 2015

Pillole di recensioni: Geek Girl II, Qualunque cosa significhi amore

Titolo: Geek Girl – Modella fuori posto
Autrice: Holly Smale
Editore: Il Castoro
Numero di pagine: 329
Prezzo: € 15,50
Il mio voto: ★★★½
La mia recensione: Non amo i romanzi in serie, salvo casi eccezionali. Il personaggio principale, indipendentemente da dove la trama andrà a parare, deve farmi divertire. Ecco perché la Alice Allevi di Alessia Gazzola – presto anche in tivù, avete saputo? - è ospite fissa sul mio comodino, quando fa freddo; ecco perché, almeno per altri due libri, potrei sfruttare a volontà la compagnia della strampalata Harriet Manners – modella, secchiona, disastro – quando avrò bisogno di una lettura da spiaggia e di quattro risate. Dopo un anno, la mia Geek Girl preferità è tornata sulle passerelle – e nei laboratori di chimica – ma la aspetta un lungo apprendistato. La prima volta, notata da un mostro di stilista mentre lei era tutta intenta a nascondersi, ha scoperto che i suoi capelli sono rosso carota e non biondo fragola, che sulle nevi russe è impossibile camminare coi tacchi e che tutto può succedere. In questo secondo volume, con professionisti che chissà perché rimpongono in lei fiducia, vola in Giappone – per servizi all'ombra del monte Fuji, coinquiline così dolci da fare venire il diabete e principi azzurri che hanno abbandonato la nave – e si prepara a sbocciare. Mentre i suoi amici sono via per le vacanze, la sua matrigna sta scodellando una sorellina e per la povera Harriet nel futuro ci sono cadute clamorose, insospettabili tranelli e fidanzati che a volte, come nelle fiabe e negli horror, ritornano, Tokio – caotica, sempre in festa, così colorata da fare male agli occhi – assisterà alla più vivace tra le estati di una che, pian piano, si sta abituando a essere stordita dai flash e che, ancora più lentamente, se possibile, sta cercando di aprirsi all'idea irrazionale che anche in un Paese straniero sola non è mai. Holly Smale, dopo un frizzante esordio, firma un frizzante seguito: divertente, secchione, okeissimo – per citare la stessa Harriet. Dalle parti di Diario di una schiappa e New Girl. Una lunga barzelletta, di quelle educate, con ambientazione esotica annessa. E, nonostante gli occhi a mandorla e il trucco da geisha, c'è una tipa, al comando, che è impossibile confondere con altre spilungone. Anche in una folla di giapponesi in smoking, che si affrettano per le strade perché è scattato il verde, tu la riconosceresti. Harriet Manners è quella che, appresso, ha un signore sovrappeso vestito di fucsia che apostrofa i passanti a suon di complimenti nuovi di pacca, un boss che è un incrocio tra un nano da giardino e Satana, una nonna acquisita che sembra reduce da una notte brava in discoteca, e forse è proprio così. Harriet Manners è quella lì che inciampa, cade, si fa rossa e scoppia a ridere. Tu, contagiato, la imiti – nella risata e, se sei un po' così, geek, anche nel pubblico capitombolo.

Titolo: Qualunque cosa significhi amore
Autrice: Guia Soncini
Editore: Giunti
Numero di pagine: 260
Prezzo: € 14,00
Il mio voto: ★★★
La mia recensione:Tornavo vittorioso da un esame durante la preparazione del quale avevo scoperto che leggere testi teatrali mi piaceva molto. Anche obbligato dalle circostanze, non potevo infatti non notare quanto mi appassionassero gli elementi che, prima di allora, avevo sperimentato solo con la compagnia di qualche film di nicchia che avevo visto da solo, con la paura di annoiare il prossimo – pochi personaggi, dialoghi, uno spazio chiuso. Ecco perché, davanti alle ultime uscite della Giunti, la mia scelta era ricaduta sul romanzo di Guia Soncini – che dalla sua ha copertina e sinossi bellissime. Storia di matrimoni e segreti sullo sfondo della Milano da bere. Location: la festa di compleanno dell'aspirante sindaco, che non ha la vita da sogno che tutti invidiano. Il Vanni mondano – di origini molisane – è frutto del matrimonio con Elsa, tutta xanax e strategie, a cui Lady Macbeth fa un baffo. In Qualunque cosa significhi amore tutti lavorano per televisione e stampa; tutti conoscono – e disconoscono – tutti; tutti – le amanti senza arte né parte, le psicologhe da strapazzo, i cameraman – sono figli delle scelte di tutti. Esempio estremo, dunque, della sinistra estrema – che non guarda Mediaset, al massimo Fazio – sotto sotto ridicola quanto un salotto di Uomini e Donne, con i toni radical chic che fanno più ridere dei capelli della Cipollari, gli articoli determinativi davanti ai nomi propri, le librerie con gli Adelphi disposti in certo modo meno tollerabili, forse, dei troni di cartone dei pomeriggi trash di Canale Cinque. La commedia umana della Soncini – che ha la stronzaggine della Lucarelli nelle poche volte in cui dice cose giuste – è scritta bene e piace, per quanto possa piacere una cosa di cui detesti i personaggi dal primo all'ultimo. Ha segreti-non segreti, finali-non finali, scandali-non scaldalosi che la rendono, insieme alle comparse della De Filippi e di Alessio Vinci, però della materia di cui sono fatti i rotocalchi. Antipatico, chiacchierone, ma capace di stuzzicare la curiosità legata a un mondo che tu non conoscerai mai - e chi vuole conoscerlo? C'è che dopo un po' anche le frecce velenose del suo arco vengono a mancare e in trecento pagine si esauriscono. Cinquanta in meno e avrebbe guadagnato ritmo, freschezza: avrebbe avuto un colpo segreto da scoccare. L'amore, invece, è una sudata partita di tennis e tutti i personaggi, inquadrati in matrimoni infelici, giocano contro un muro di cemento, anziché sfidare un rivale dolcemente (in)degno di loro. La convivenza è più un monologo o un dialogo?

martedì 12 febbraio 2013

Recensione (a basso costo) in anteprima: 666 Park Avenue New York, di Gabriella Pierce

Ciao a tutti, ragazzi! Questa mattina, la recensione in anteprima di un romanzo che, in questi pochi giorni di vacanza, ho divorato. Se, come me, avete amato il telefilm (qui), leggerlo è d'obbligo. Se, invece, la cancellazione della serie non vi ha lasciati particolarmente scossi, troverete tra le pagine scritte dall'autrice una nuova storia, e tutta da scoprire. Ringraziando la gentilissima Maria dell'ufficio stampa per avermi dato modo di recensirlo, vi abbraccio e vi auguro una buona lettura! :)
Ci sono cose nella vita a cui non ci si può opporre. La magia è naturale. E lo è anche l'amore.   
Titolo: 666 Park Avenue New York
Autrice: Gabriella Pierce
Editore: Newton Compton
Numero di pagine: 346
Prezzo: € 9,90
Data di pubblicazione: 14 Febbraio 2013
Sinossi: La vita di Jane Boyle scorre serena: ha davanti a sé una brillante carriera come architetto d’interni a Parigi e il suo futuro sembra farsi ancora più roseo quando incontra Malcolm Doran, un ricco, affascinante americano appassionato d’arte. Fra i due ragazzi scoppia immediatamente la scintilla e poco dopo Malcolm chiede a Jane di sposarlo regalandole un incredibile solitario. Jane non ha bisogno di pensarci due volte: decide di lasciare il lavoro, le amiche e tutta la sua vita per seguirlo a New York. Ma la favola si trasforma in incubo non appena Jane arriva davanti alla residenza dei Doran, una delle più potenti famiglie di Manhattan, al 666 di Park Avenue. I Doran e la loro tetra dimora nascondono un terribile segreto… 
Ma ormai il matrimonio è fissato e non sembra ci sia modo di tornare indietro. In pochi giorni, tutte le certezze di Jane verranno stravolte, al pari delle sue convinzioni. Jane scoprirà, infatti, di avere degli speciali poteri che potrebbero essere la sua salvezza contro l’oscura minaccia che sta per abbattersi su di lei.
                                                  La recensione 
I meccanismi televisivi sono cose strane. Al di là di ogni mia comprensione, al pari degli alieni di Mistero, degli impuniti misfatti nel mondo della politica italiana e delle improvvise dimissioni del "buon" Papa Ratzinger. Alcuni, per anni e stagioni interminabili, continuano a girare sui loro cardini nemmeno troppo oleati senza stancare minimamente i tanti spettatori, mai abbastanza annoiati di situazioni viste e riviste ed ormai sordi davanti agli ingranaggi di un vecchio sipario che inizia a cigolare con l'età. Altri, invece, conferiscono a sfortunati telefilm vita assai breve. Il destino di 666 Park Avenue era segnato sin dalle prime puntate. Sbirciarne il futuro in una palla di vetro o affidarsi alle previsioni di una cartomante era del tutto inutile: a decidere, il giudice sovrano. Il grande pubblico. A quanto pare, la magia che si respirava tra gli episodi era in grado sì di mettere a soqquadro le vite di protagonisti che, poco alla volta, avevo imparato ad amare, ma non di salvare la serie della ABC dalla sua estrema fine: la cancellazione. Il cimitero del serial TV. E così, mentre il telefilm continuava nel più totale anonimato fino al tredicesimo ed ultimo episodio, ho accolto l'uscita del romanzo che ne aveva ispirato la sceneggiatura con immensa felicità. In un modo o nell'altro avrei comunque avuto il mio finale. Mi importava questo e basta. Nessun entusiasmo nelle parole dei lettori americani, dunque nessuna grossa aspettativa. Leggevo principalmente per curiosità, la stessa che nei proverbi spinge l'uccello nella rete o uccide il gatto. La stessa che procura più grattacapi che sorprese. Ma è stato in questo modo che, con lo sguardo fisso su tutto un altro obbiettivo, mi sono ritrovato per le mani davvero un buon libro. E, in tutta sincerità, chi se lo aspettava? Io, che guardavo la serie attratto più dalle sublimi ambientazioni e dallo charme del cast che dai misteri della famiglia Doran, no di certo. Invece, una volta sulla soglia del condominio più dannato e seducente di tutta New York, non sono voluto più scendere dalla giostra fino all'ultima, estrema fermata. Un lussuoso ascensore mi ha portato nel cuore dell'Inferno. Sempre più su, sempre più in alto. Beffardamente vicino a Dio. Il mio aggiornato Caronte conosceva la nuova dimora del Male. Non più nel nucleo roccioso della mondo – sporco, sopravvalutato e ormai fuori moda! - ma in un attico con servitù, camere da letto per gli ospiti, ingombranti segreti umani in soffitta e una vista mozzafiato sul verde di Central Park. La penna della brava Gabriella Pierce ha portato me e la protagonista Jane dritti dritti tra le braccia del nemico; la pelle di un esotico color cannella anche d'Inverno e i polsi cinti da bracciali tempestati di Swarovsky. Lynne Doran.
Un mostro di suocera. Un diavolo che, nel senso più letterale del termine, veste Prada e Chanel. La “matrigna” di una fiaba non censurata e da nascondere lontano dalla portata dei più piccoli. Le differenze con il telefilm sono abissali. Si potrebbe quasi dire che l'autrice, in questo primo volume della sua ammaliante trilogia, racconti tutta un'altra storia. Ed è sorprendente vedere che ci sono personaggi in più, altri in meno e che, spesso, le magiche e bellissime creature della Pierce non hanno in comune neppure il nome con le loro copie del piccolo schermo. La Olivia di Vanessa Williams, battezzata nel romanzo Lynne, è il malefico polo magnetico verso cui converge tutta la nostra attenzione. Suo marito – nel telefilm, Terry O'Quinn – è invece un uomo taciturno, remissivo, alle dipendenze di una sedia a rotelle che lo relega in un'opulenta cella e di una consorte che, nei suoi (frequentissimi) giorni “no”, sarebbe da scacciare con un forcone e un flacone di acqua santa. E, al contrario che nella serie, i due hanno un figlio – Malcom – che ha ripreso la bellezza da uno, la pacatezza dall'altro e il conto in banca da entrambi. A scatenare l'ira funesta della matriarca di casa Doran, l'arrivo della bella Jane. Da Parigi con amore e, con al dito, l'anello di fidanzamento dal romantico Malcom; dalla padella a una dorata e rovente brace. La versione televisiva si avvale di grandi personaggi maschili, il romanzo è un trionfo di femminilità. Una sfilata d'alta moda in cui a percorrere la passerella sono le gambe lunghe e affusolate di una strega newyorchese. A lasciarmi divertito ed elettrizzato è stata la superba abilità dell'autrice nel crossover. Ha uno stile semplice, sexy, incalzante, ma i tanti generi letterari che ha tra le mani sono come le canzoni nelle mani di un deejay o i giusti ingredienti sul bancone di un ottimo barman. Un'abbondante dose di favola, tanto umorismo, urban fantasy per giovani adulti, una spruzzata generosa di chick lit, una manciata di terrore ed il drink è servito. Un cocktail dissetante, ghiacciato, chic, che spinge a chiederne ancora e ancora. Per tutti gli orfani di Gossip Girl, Ringer, Eastwick e Streghe, 666 Park Avenue New York è erotico, elettrizzante, delizioso, divertente, pieno di garbo, ironia e piccoli brividi: minuziosamente attento a marche e a stilisti come una patinata rivista di moda, e ad incantesimi e sortilegi come un'enciclopedia dell'occulto tornata in auge per l'ultima settimana della moda. La classe di Gabriella Pierce non è acqua, ma è preziosa quanto una bottiglia di gustoso champagne d'annata. Le streghe sono tornate, ma, con i tempi che corrono, sono super affaccendate. Hanno cerimonie da organizzare, abiti da sposa da provare, suocere e nuore da sabotare, poteri da imparare a padroneggiare. Sono sempre più vicine a noi. Anche se il ticchettio dei loro tacchi vertiginosi potrebbe metterci in allerta con ragguardevole anticipo. Cominciate a fuggire. In libreria. 'Cause "Witch" is the new "Sexy"!
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Nina Simone – I put a spell on you