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martedì 23 giugno 2015

Pillole di recensioni: Geek Girl II, Qualunque cosa significhi amore

Titolo: Geek Girl – Modella fuori posto
Autrice: Holly Smale
Editore: Il Castoro
Numero di pagine: 329
Prezzo: € 15,50
Il mio voto: ★★★½
La mia recensione: Non amo i romanzi in serie, salvo casi eccezionali. Il personaggio principale, indipendentemente da dove la trama andrà a parare, deve farmi divertire. Ecco perché la Alice Allevi di Alessia Gazzola – presto anche in tivù, avete saputo? - è ospite fissa sul mio comodino, quando fa freddo; ecco perché, almeno per altri due libri, potrei sfruttare a volontà la compagnia della strampalata Harriet Manners – modella, secchiona, disastro – quando avrò bisogno di una lettura da spiaggia e di quattro risate. Dopo un anno, la mia Geek Girl preferità è tornata sulle passerelle – e nei laboratori di chimica – ma la aspetta un lungo apprendistato. La prima volta, notata da un mostro di stilista mentre lei era tutta intenta a nascondersi, ha scoperto che i suoi capelli sono rosso carota e non biondo fragola, che sulle nevi russe è impossibile camminare coi tacchi e che tutto può succedere. In questo secondo volume, con professionisti che chissà perché rimpongono in lei fiducia, vola in Giappone – per servizi all'ombra del monte Fuji, coinquiline così dolci da fare venire il diabete e principi azzurri che hanno abbandonato la nave – e si prepara a sbocciare. Mentre i suoi amici sono via per le vacanze, la sua matrigna sta scodellando una sorellina e per la povera Harriet nel futuro ci sono cadute clamorose, insospettabili tranelli e fidanzati che a volte, come nelle fiabe e negli horror, ritornano, Tokio – caotica, sempre in festa, così colorata da fare male agli occhi – assisterà alla più vivace tra le estati di una che, pian piano, si sta abituando a essere stordita dai flash e che, ancora più lentamente, se possibile, sta cercando di aprirsi all'idea irrazionale che anche in un Paese straniero sola non è mai. Holly Smale, dopo un frizzante esordio, firma un frizzante seguito: divertente, secchione, okeissimo – per citare la stessa Harriet. Dalle parti di Diario di una schiappa e New Girl. Una lunga barzelletta, di quelle educate, con ambientazione esotica annessa. E, nonostante gli occhi a mandorla e il trucco da geisha, c'è una tipa, al comando, che è impossibile confondere con altre spilungone. Anche in una folla di giapponesi in smoking, che si affrettano per le strade perché è scattato il verde, tu la riconosceresti. Harriet Manners è quella che, appresso, ha un signore sovrappeso vestito di fucsia che apostrofa i passanti a suon di complimenti nuovi di pacca, un boss che è un incrocio tra un nano da giardino e Satana, una nonna acquisita che sembra reduce da una notte brava in discoteca, e forse è proprio così. Harriet Manners è quella lì che inciampa, cade, si fa rossa e scoppia a ridere. Tu, contagiato, la imiti – nella risata e, se sei un po' così, geek, anche nel pubblico capitombolo.

Titolo: Qualunque cosa significhi amore
Autrice: Guia Soncini
Editore: Giunti
Numero di pagine: 260
Prezzo: € 14,00
Il mio voto: ★★★
La mia recensione:Tornavo vittorioso da un esame durante la preparazione del quale avevo scoperto che leggere testi teatrali mi piaceva molto. Anche obbligato dalle circostanze, non potevo infatti non notare quanto mi appassionassero gli elementi che, prima di allora, avevo sperimentato solo con la compagnia di qualche film di nicchia che avevo visto da solo, con la paura di annoiare il prossimo – pochi personaggi, dialoghi, uno spazio chiuso. Ecco perché, davanti alle ultime uscite della Giunti, la mia scelta era ricaduta sul romanzo di Guia Soncini – che dalla sua ha copertina e sinossi bellissime. Storia di matrimoni e segreti sullo sfondo della Milano da bere. Location: la festa di compleanno dell'aspirante sindaco, che non ha la vita da sogno che tutti invidiano. Il Vanni mondano – di origini molisane – è frutto del matrimonio con Elsa, tutta xanax e strategie, a cui Lady Macbeth fa un baffo. In Qualunque cosa significhi amore tutti lavorano per televisione e stampa; tutti conoscono – e disconoscono – tutti; tutti – le amanti senza arte né parte, le psicologhe da strapazzo, i cameraman – sono figli delle scelte di tutti. Esempio estremo, dunque, della sinistra estrema – che non guarda Mediaset, al massimo Fazio – sotto sotto ridicola quanto un salotto di Uomini e Donne, con i toni radical chic che fanno più ridere dei capelli della Cipollari, gli articoli determinativi davanti ai nomi propri, le librerie con gli Adelphi disposti in certo modo meno tollerabili, forse, dei troni di cartone dei pomeriggi trash di Canale Cinque. La commedia umana della Soncini – che ha la stronzaggine della Lucarelli nelle poche volte in cui dice cose giuste – è scritta bene e piace, per quanto possa piacere una cosa di cui detesti i personaggi dal primo all'ultimo. Ha segreti-non segreti, finali-non finali, scandali-non scaldalosi che la rendono, insieme alle comparse della De Filippi e di Alessio Vinci, però della materia di cui sono fatti i rotocalchi. Antipatico, chiacchierone, ma capace di stuzzicare la curiosità legata a un mondo che tu non conoscerai mai - e chi vuole conoscerlo? C'è che dopo un po' anche le frecce velenose del suo arco vengono a mancare e in trecento pagine si esauriscono. Cinquanta in meno e avrebbe guadagnato ritmo, freschezza: avrebbe avuto un colpo segreto da scoccare. L'amore, invece, è una sudata partita di tennis e tutti i personaggi, inquadrati in matrimoni infelici, giocano contro un muro di cemento, anziché sfidare un rivale dolcemente (in)degno di loro. La convivenza è più un monologo o un dialogo?

sabato 1 marzo 2014

Recensione: Geek Girl, di Holly Smale

Solo perché ho molti libri su cose che nella realtà non esistono, non significa che io sia fuori dal mondo. Sono dentrissimo!

Titolo: Geek Girl
Autrice: Holly Smale
Editore: Il Castoro
Numero di pagine: 324
Prezzo: € 15,50
Sinossi: Harriet Manners, quindici anni, ha una vera passione per le liste, gli schemi e le definizioni, ha un quoziente intellettivo fuori dal comune e mangia pane tostato solo tagliato a triangoli. In generale, si sente come un orso polare nella foresta amazzonica. Sarà per questo che tutti a scuola sembrano odiarla? Quando nel modo più imprevedibile viene selezionata da una prestigiosa agenzia per modelle, Harriet afferra l'occasione al volo: è il momento di cambiare! Anche se questo significa rubare il sogno della sua migliore amica e precipitare in un mondo vertiginoso fatto di set fotografici, vestiti incomprensibili e tacchi molto, molto pericolosi. Fra cadute rovinose, colleghi affascinanti e viaggi segreti lontano da casa, l'imbranatissima Harriet scoprirà che la vera sfida è una sola: capire ciò che conta davvero
                                       La recensione
Mi sento un po' come Sam nel Signore degli anelli, un attimo prima che Frodo tiri l'anello nelle fiamme del Monte Fato. Ma senza quell'atmosfera magica. E con i piedi un po' meno pelosi.” Raramente mi è capitato di commuovermi per un libro. Raramente mi è capitato, davanti a un libro, di ridere dalla prima all'ultima pagina. Oddio, sì, mi è capitato, ma per le ragioni più sbagliate. Non parlo, infatti, di un libro di barzellette sparse, né degli scritti di una Luciana Littizzetto a caso. Soprattutto, non parlo di un libro esilarante per la sua idiozia generale: quelli sono i peggiori, ma, per farsi due risate, sono i migliori in circolazione. Davvero. Ridicole acrobazie sessuali, linguaggio da dispensatore ambulante di parolacce, atroci freddure sparate a bruciapelo, errori, orrori. E dappertutto. Il romanzo di Holly Smale, sbucato dal nulla, con la sua copertina così gioiosa e colorata e quel titolo così diretto che è tutto un programma, mi ha fatto ridere – e tanto, tanto - ma per le giuste ragioni. E' il tipico romanzo su cui spendere parole superflue non è necessario. Importa sapere pochissimo, il giusto. E' simpatico, scorrevole, frizzante, con un intreccio un po' Disney e una protagonista un po' (tanto) maldestra. E' carinissimo, e cos'altro conta, quando si ha bisogno di allegria e spensieratezza? Non importa se la storia non sia delle più probabili: importa come viene raccontata, in questi casi. Tanto – in materia di young adult – tutto è già stato detto, tutto è già stato scritto. E Harriet Manners, la protagonista, è una strepitosa voce narrante: quindici anni, una testa piena di formule matematiche ed informazioni altamente inutili, gli interessi e gli hobby di una secchiona senza speranza di riscatto - passata dal laboratorio di scienze alle passerelle in un colpo solo, se si vogliono tralasciare, ovvio, gli scivoloni, e le gaffe, e i disastri epici trasmessi in mondovisione. Lei è una geek: la sua acerrima nemica da quando aveva cinque anni è stata così gentile da scriverglielo, con un pennarello indelebile, sullo zaino. Lei sa di esserlo, e ne va anche fiera. Nella sua stranezza ci sguazza, come una trota salmonata felice, lontana dal nostro forno, dalle pescherie e dalle ricette lampo di Cotto e Mangiato. Impreca nominando invano i sacri frollini al burro, ha una stalker preferito che ha la saggezza di Yoda e un nascondiglio d'eccezione nei cespugli del suo giardino, un quoziente intellettivo altissimo. Il suo posto preferito è la lavanderia a gettoni dietro casa: non proprio il luogo più esotico e pittoresco che ci sia, vero. Lì tutto è limpido e lei, con la testa appoggiata all'asciugatrice che borbotta e strepita, pensa che basti del sapone liquido, un po' di ammorbidente, il profumo genuino dei panni appena lavati per cancellare via il male dal mondo. Ama gli schemi, le liste, i post-it gialli. Tiene minuziosi schedari delle persone che la odiano e diagrammi a torta sulle bugie da tenere bene a mente. Appunta in segreto i suoi sogni, ma non li condivide con gli altri: troppo strani. Diventare una modella, invece, è una cosa da ragazze: un sogno normalissimo, per la quindicenne media. Peccato non sia il suo, ma quello di Nat, la sua migliore amica, che – da quando ha tipo dieci anni – ha rinunciato ai carboidrati e alle calorie in eccesso, sperando di calcare, un giorno, le passerelle più importanti. Ma il destino arriva quando non lo cerchi e la fama ti trova sempre, anche se hai fatto di un tavolo un improvvisato nascondiglio per non farti vedere. Sotto un tavolo lei conosce Nick – il “Ragazzo Leone” – e scorge le bizzarre scarpe pitonate e a punta di Wilbur: la versione maschile, più o meno, della Fata Madrina di Cenerentola. 
Il primo, un giovane modello che le fa venire gli attacchi di panico e fa schizzare alle stelle il suo personale contatore di figuracce; il secondo, un aspirante pioniere dell'alta moda che, con tutta la medesima naturalezza con cui un uomo di mezza età possa indossare un cappello a cilindro rosa, si rivolge ad Harriet chiamandola coi soprannomi culinari più vari: pasticcino, succosa pesca caramellata, fondo di melassa e altre amenità simili. Lui e i vocaboli che conia sembrano usciti in massa da una puntata in rosa del Boss delle Torte, ma Harriet ha il nome di una testuggine centenaria: non può lamentarsi troppo. Ho apprezzato moltissimo l'attenzione che l'autrice riserva ai suoi personaggi secondari: gli adulti della storia. Adulti - parola che, quando hai quindici anni, sta ad indicare orchi cattivi ed egoisti, nemici giurati dell'adolescenza, marziani approdati da un mondo di fumo e noia, ma non in questo Geek Girl. Di Harriet mi sono piaciuti il suo non fare drammi inutili, la sua assoluta leggerezza, la sua comica presenza. Le descrizioni piene di ritmo e ironia di modelle magre come grissini, compagne di classe invidiose, adulti piccoli e insicuri come bimbi all'asilo che, con fulminanti battute e toni scemi, mi diventano, nell'arco di poche pagine, memorabili creature mitologiche. Una matrigna premurosa e responsabile, che ha un debole per i tailleur eleganti, le cause giudiziarie e vasetti di marmellata, purché siano di pesche e fragole, non di mele avvelenate; una stilista dal nome impronunciabile che, nel suo metro e mezzo, è un concentrato di malignità e accidia, a metà tra Miranda Priestley e l'epica Edna degli Incredibili; un papà - molto entusiasta per le ammicanti avance del gaio Wilbur, tra l'altro - a cui la spumeggiante Harriet deve il nome nome della suddetta testuggine centenaria, un viaggio super-segreto in una Russia piena di neve e gatti odiosi, l'esuberanza che le manca. Geek Girl è un piccolo romanzo di formazione su un'adolescente che trova sé stessa nel più impensato dei luoghi. Una ragazza che gambia in nome della moda e che cambia il nome della moda, con i suoi felponi sformati di Winnie The Pooh, le invidiabilissime scarpe con le rotelle incorporate, i capelli biondo fragola – o rosso carota? - e il viso punteggiato di brufoletti e lentiggini. Brufoletti: eufemismo per indicare i crateri vulcanici che, nel giorno di un set fotografico all'ombra del Cremlino, hanno deciso di crescerle sulla fronte, per farla somigliare a un unicorno in lotta contro la pubertà e rendere memorabile la sua entrata in scena. Come se non avesse fatto già il suo, poi, il trionfale ingresso a bordo di una sedia a rotelle: camminare sui tacchi alti, e sulla neve, non è da tutti! La morale è semplice, ma mai banale, e la storia è meno paradossale di quello che sembra: Holly Smale e la sua Harriet hanno in comune tanto, compresa un'adolescenza scandita da sfilate impensate, libri di Tolkien, calcoli ed equazioni. 
Nella biografia dell'autrice, infatti, si racconta come, a quindici anni, sia stata scoperta da un'agenzia per modelle, quando i suoi sogni erano soltanto mangiare cioccolato a volontà, giocare ai videogiochi, rimanere un brutto anatroccolo, ma con una sua personalità, in un lago di bianchi cigni bulimici. Ha conservato la sua voce, ha mantenuto sane e salve le sue origini nerd. Lo mostra in questo suo romanzo d'esordio, e ci farà ridere e riflettere ancora, sono sicuro, nei romanzi che seguiranno a breve. Perché la trilogia di Geek Girl, che appartiene a un genere di cui non conosco il nome, ha un suo perché: le disavventure di Diario di una schiappa, i colori dello chick-lit, la familiarità del più solare tra gli young adult. Non mi divertivo così dall'epoca di Mi chiamo Chuck. Ho diciassette anni. E, stando a Wikipedia, soffro di un disturbo ossessivo-compulsivo. O da The Vincent Boys, che Dio ce ne salvi. Prendetelo, insomma, come il test perfetto per scoprire quanto siete geek da uno a dieci. Io ho gli stessi identici occhiali del disegno in copertina, ma non so fare le bolle con la gomma da masticare o risolvere equazioni dall'aria piuttosto minacciosa e complicata. Ma, come Harriet, penso che i palazzoni russi abbiano la forma di tanti coni gelato, trovo rilassante il rumore di lavatrici e lavastoviglie in funzione, mi vesto affidandomi non al gusto, ma alle poche cose non chiazzate di dentifricio che riesco a trovare nel mio misero armadio. Harriet, sposiamoci. Sono uno geek. Ma si dirà “uno” geek o “un” geek, comunque? Domanda molto geek, già. “Il cuore umano ,a riposo, ha da sessanta a novanta battiti al minuto. Il cuore di un porcospino, nelle stesse condizioni, batte trecento volte. Sto per trasformarmi in un porcospino.”
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: P!nk – Blow Me (One Last Kiss)