lunedì 9 novembre 2015

Recensione a basso costo: Sulla pelle, di Gillian Flynn

Dicono che l'impulso di infliggere dolore sia un bisogno imperioso, a cui non ci si può sottrarre. E se fosse il contrario? Se invece la gente lo facesse perché è una sensazione bellissima

Titolo: Sulla pelle
Autrice: Gillian Flynn
Editore: Piemme
Numero di pagine: 316
Prezzo: € 5,90
Sinossi: Due bambine sono state rapite e assassinate. Avevano nove e dieci anni; quando sono state ritrovate, la loro bocca era aperta, come in un estremo gesto di stupore, e l'assassino aveva strappato loro tutti i denti. Spetta alla giovane reporter Camille seguire il caso per conto del giornale per cui lavora. Da quando se n'è andata da casa, otto anni prima, non ha quasi più parlato con i suoi familiari: né con la madre, bella e inavvicinabile come una bambola di porcellana, né con la sorellastra che conosce a malapena, una tredicenne precoce dal fascino misterioso e fatale. Ora, tornata nella dimora vittoriana di famiglia, Camille è perseguitata dai ricordi d'infanzia e da una tragedia che neppure un ricovero in un ospedale psichiatrico le ha permesso di dimenticare. Indagando sugli omicidi insieme al capo della polizia locale e a un agente speciale dell'FBI, Camille inizia a identificarsi sempre di più con le giovani vittime. Perché ha la sensazione di aver già vissuto sulla propria pelle i loro orrori? Incalzata dai suoi demoni, dovrà risolvere il puzzle del suo passato, prima che il ritorno forzato a casa si trasformi in un viaggio a senso unico verso l'inferno.
                                            La recensione
Ho letto L'amore bugiardo un anno e mezzo fa. Avevo scritto non una recensione, ma una specie di racconto, per non rovinarvelo; avevo messo in lista gli altri romanzi di Gillian Flynn, autrice che scoprivo lì, sorprendente, ma non li avevo acquistati subito per paura non fossero all'altezza. La scrittrice che ormai non ha più bisogno di presentazioni, firma d'eccellenza, è arrivata per due volte sul grande schermo – la prima è stata un trionfo; la seconda, sebbene non indimenticabile, comunque non è dispiaciuta – e quasi dieci anni fa, critico televisivo, ha fatto il suo debutto nel mondo del giallo con il romanzo che Stephen King, l'autore più grande che c'è anche se spesso ha gusti discutibili, definiva “fantastico”. I commenti, in rete, non concordavano. Sulla pelle, infatti, chiamava a sé parereri discordi: prima delle luci della ribalta con Fincher, prima delle memorabili guerre tra i coniugi Dunne, a Gillian Flynn si rimproveravano protagonisti irrisolti, un intreccio semplice, uno stile poco maturo. Visto soltanto il film di quel Dark Places che sulla carta non m'ispirava particolarmente, ho invece acquistato a metà prezzo la ristampa di Sulla pelle – in testa, più parole brutte che belle – e prima di aprirlo, allungando la mano verso il comodino, mi sono sinceramente chiesto se L'amore bugiardo fosse stato un colpo di fortuna, un'eccezione alla regola, oppure no. La Flynn era una meteora – un'autrice che, dopo un grande romanzo, va avanti di rendita – o non erano azzardate le previsioni di chi, dopo la scena del crimine di un matrimonio di facciata, le aveva consegnato, a fiducia, scettro e corona? Sulla pelle, meno debole di quanto pensassi ma comunque non abbastanza incisivo, è segno che si può crescere. Tra le svolte di un caso non senza sbavature, si scorgeva – bastava aguzzare lo sguardo, prestare attenzione – qualcosa di interessante. La storia di Camille, giornalista che in cerca dello scoop torna nella cittadina che aveva abbandonato anni prima senza rimpianti, non è tra le più nuove. I cadaveri di due bambine a cui l'assassino ha strappato i denti, una famiglia gelida che custodisce con cura un passato di masochismo e perdita, una piccola realtà in cui tutti sospettano di tutti e i piccoli di casa non sono così innocenti. Qualcuno ha voluto sopprimere Ann e Natalie. Animaletti recalcitranti, gatti selvatici. Bambine crudeli, che mordevano.
Sulla pelle, con un'autrice che altre volte ci ha abituato a colpi di scena eclatanti e a piani imprevedibili, punta poco sulla creazione della suspance e tanto sulle atmosfere: affascinanti, torbide, come le pieghe della psicologia di una protagonista che, per tutto il tempo, purtroppo sfugge. In quella Wind Gap sospesa, impossibile da lasciarsi alle spalle, la noia è una cattiva consigliera: il sesso senza amore, le droghe pesanti, i boschi che nascondono segreti osceni. I tredicenni imparano in fretta il peggio, complice una realtà che è pessima maestra di vita, e in silenzio nutrono i loro lati oscuri. Camille, avventata e irresponsabile, trentenne irrisolta, ne è vittima diretta. Cresciuta all'ombra di una sorella morta in tenera età, ricordo indelebile con cui era impossibile competere, ha reso il suo corpo un cruciverba di parole scritte con il sangue. Indossa abiti coprenti, si dà a un sesso consumato con rabbia e con i vestiti sempre addosso, perché – con una lametta – si è tatuata ovunque aggettivi amari, rancorosi. Lei si ferisce, mentre la sorellastra Amma, tredicenne più scaltra e adulta di lei nel comportamento, bullo della scuola, ferisce gli altri. Questione di famiglia. Sulla pelle ha uno stile acerbo, un epilogo prevedibile, ma ha un non so che di scabroso, depravato, torbido che, a tratti, l'ha reso profondamente seducente. Sensuale, anche, con gli amori trasgressivi – la protagonista si avvicinerà, infatti, a un poliziotto forestiero e a un giovanissimo sospettato – e una tenuta gotica, perfetta come una casa di bambole, che fa da sfondo, quasi, a un circolo di streghe. 
Ho pensato a Stoker: una mamma bellissima e austera, Adora, distante anni luce da questo mondo; un interno dall'arredamento anni cinquanta, abitato da figure misteriose e spiritate; una persona – lì uno zio sconosciuto, qui una sorellastra impertinente – che ti ammalia e sconvolge, mettendo in discussione tutto. Rovesciandoti il mondo, ed è un mondo di violenza e brutalità, addosso. I personaggi maschili latitano, relegati sullo sfondo, e ancora una volta, con quel miscuglio di spregiudicatezze e sfida, Gillian Flynn si affida a donne con cui è difficile entrare in empatia, in una visione – cosa che avevo sottolineato anche in Gone Girl – misogina e femminista allo stesso tempo. Ci sono tante donne, infatti, e poche sono personaggi positivi. Se con la spietata Amy Dunne era stato grande amore, però, ugualmente non si può dire di Camille: narratrice che agisce tra il sonno e la veglia, sempre stordita, a cui manca personalità. Si ricordano le sue cicatrici, non si condividono le sue scelte. Meglio, invece, Amma: piccola Lolita di provincia, che anticipa un po' il personaggio di Chloe Moretz in Dark Places – disinibita e manipolatrice – e un po' quella sposa tradita che fa, agli uomini, sangue e paura. Il tutto, ovviamente, rimpicciolito e rivisto. Ancora più delle mie parole, a farvi capire la differenza tra questo e i romanzi successivi, il prima e il dopo, è forse la notizia che Sulla pelle diventera un film, ma per la televisione. Non passerà dal grande schermo. Modesto senz'altro, dunque, ma con un certo appeal e una storia che, nonostante tutto, anche solo per il suo linguaggio forte e i dettagli agghiaccianti, merita di farsi raccontare. Con la Flynn, tuttavia, chi non si aspettava un'indimenticabile prima volta?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sia – Big Girls Cry

venerdì 6 novembre 2015

Recensione a basso costo: Fango, di Niccolò Ammaniti

Come diceva il fricchettone?
E' un incubo psichedelico. E' un tumore nel cervello.”

Titolo: Fango
Autore: Niccolò Ammaniti
Editore: Mondadori – Piccola Biblioteca Oscar Mondadori
Prezzo: € 7,80
Numero di pagine: 317
Sinossi: Dall'Apocalissi festosa de "L'ultimo capodanno dell'umanità" alle peripezie del picciotto Albertino protagonista di "Fango", i racconti di Niccolò Ammaniti mettono in scena i nuovi eroi di un'umanità borderline e metropolitana, capace di passare con leggerezza da una modesta aspirazione a un efferato delitto. Sono racconti che mescolano tutti i generi, dall'horror alla commedia all'italiana, trovando infine in una grottesca vena comica il vero elemento comune. Storie nelle quali una minuziosa osservazione della realtà si fonde con una scatenata fantasia, per cui anche la morte si trasforma in uno scintillante spettacolo.
                        La recensione
Brutta cosa non ascoltare i consigli di chi ti conosce. Ma lato positivo, quando finalmente ti avvicini a quell'autore che chissà perché, fino ad allora, non aveva avuto il suo momento, è avere a disposizione tanti titoli da recuperare; e se sono tutti meritevoli allo stesso modo, poi, piatto ricco mi ci ficco. E' così che si dice, no? Tra le scoperte di quest'anno - e io, comodamente steso in poltrona, in tuta da casa, a volte scopro più bellezze di Colombo – il famoso Niccolò Ammaniti. Noto a tutti meno che a me. Sono partito dai romanzi fondamentali, quelli celebri e premiati, senza essere mai del tutto impreparato sull'argomento. Avevo in mente una volta gli spezzoni delle loro riuscite trasposizioni, un'altra le belle cose lette in rete: di Io non ho paura ricordavo il giallo dei campi di grano e un piccola rivalità tra cugini; di Come Dio comanda un ombroso Filippo Timi, capace di grande tenerezza; di Ti prendo e ti porto via, invece, la poesia di quel post scriptum conclusivo – sbirciato per caso in libreria. All'ultimo posto, in fondo alla lista, avevo messo Fango. Uno dei suoi romanzi di gioventù, uscito quasi vent'anni fa, che non avevo fretta di leggere. 
Non amo i racconti, storia nota, e temevo non avrei apprezzato l'Ammaniti in pillole, più surreale e ironico che mai. Ho comprato Fango per ripicca. Quando Libraccio mi ha cancellato per l'ennesima volta dal carrello Anna, sono andato come una furia su Ebay e per tre euro ho avuto una copia nuova di zecca di quel capriccio che mi incuriosiva, ma mica tanto. Quando si parla di raccolte, infatti, mi trovo in difficoltà, non sapendo come muovermi. Ci sono racconti che mi piacciono e altri che non mi piacciono, ritmi discontinui, fili conduttori che si perdono. Il bello di Fango, opera che mi ha entusiasmato tanto quanto altre, è che le sei, sette storie che lo compongono si sfidano a vicenda per attirare la tua attenzione. In L'ultimo capodanno dell'umanità – intreccio che ricordavo vagamente, con in testa ricordi lontani del film di Marco Risi, con una Bellucci più nuda del solito a bordo – leggiamo come trascorrono l'ultimo dell'anno, tra vendette, tradimenti, sesso estremo e party scatenati, gli insospettabili abitanti di un quartiere di lusso, affacciato sulla Cassia. In Rispetto, usando con un colpo da maestro la prima persona plurale, l'autore dà voce al branco: giovani ricchi e spietati a caccia, in discoteca, di ragazze brille; una coralità bestiale, un inquietante e incessante noi, per parlare di stupri e femminicidio. 
Ti sogno, con terrore è un noir su una studentessa italiana a Londra, un cinquanta sfumature di velluto blu; un thriller alla Argento dal finale a sorpresa, in cui gli incubi – e i sogni erotici – della protagonista minacciano di farsi realtà, mentre si diffonde la notizia di un serial killer che uccide la meglio gioventù romana armato di ferri da calza. Lo zoologo, assolutamente spassoso, narra le vicessutidini di uno studente zombie, a un passo dal marcire e dal diventare fuoricorso; per dire che, a volte, la meritocrazia premia. Fango, racconto che dà il titolo all'intera antologia, è una storia di crema pasticcera e sangue pazzo; la giornata di Albertino, muscoloso ma tonto, che – corriere della droga per caso – si ritrova a barcamenarsi tra la cresima della figlia del suo boss e l'istinto di andare di corpo per espellere, dopo l'ennesimo bignè, la ricchissima refurtiva mandata giù. Carta e Ferro, complementari, parleranno di un gruppo di disinfestatori in un appartamento in cui c'è qualcosa che non va – cos'è quella puzza tremenda che ammorba il vicinato? - e dell'incontro, su strade strerrate, di un uomo solo con la prostituta sbagliata. Succede così che, a turno, esilaranti e folli allo stesso modo, tutte queste storie assurde diventino le tue preferite per qualche pagina. In treno, i miei vicini di posto avranno visto sulla mia faccia i ghigni, i sorrisi, le smorfie disgustate, ignari di quel che leggessi e inconsapevoli che, in quella centrifuga di sensazioni contrastanti, tra un tunnel e una fermata in un paesino fantasma, fossi lì lì per trovare la soluzione perfetta per me, lunatico cronico e lettore bipolare, che un giorno cerco il brivido e il successivo la leggerezza. Da oggi in poi, non saranno mica i racconti – ma quelli impossibili, capaci di stupire  - la soluzione al blocco del lettore che ogni tanto mi attanaglia? Fango – titolo perfetto, che rievoca la densità e la sporcizia di certe vicende, la colla sulle dita che la prosa sanguigna di Ammaniti lascia – è una bestia figlia dei suoi anni. Una narrativa estrema, pulp fiction, che tra orrore e grottesca comicità dipinge un'umanità al limite, quella delle borgate romane e dei poveracci arricchiti, che per essere tanto disperata, strano ma vero, suscita compassione e tantissima simpatia. Un apocalisse che, in cielo, fa letteralmente il botto. Miracoli di una penna che scava, sporca e non chiede mai scusa e di un autore – un Ammaniti trentenne e canaglia – che con un occhio leggeva Irvine, con l'altro guardava Tarantino e con un altro, una terza orbita giusto in mezzo alla fronte, come una divinità indù, spiava una generazione cannibale allo sbaraglio. Ammaniti, al quinto libro, mi piace perciò sempre di più. Una sorpresa che sorprende ancora.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Propellerheads - History Repeating (feat. Shirley Bassey)

mercoledì 4 novembre 2015

Recensione: Chi perde paga, di Stephen King

Questa vicenda non è iniziata con il ritrovamento del baule, ma con l'uomo che l'ha sepolto. E quando sarai tentato di incolparti per quanto successo, ricordati del tormentone di Jimmy Gold: sono tutte stronzate

Titolo: Chi perde paga
Autore: Stephen King
Editore: Sperling Kupfer
Prezzo: 19,90
Numero di pagine: 470
Sinossi: “Svegliati, genio.” Il genio è John Rothstein, scrittore osannato dalla critica e amato dal pubblico - reso immortale dal suo personaggio feticcio Jimmy Gold - che però non pubblica più da vent'anni. L'uomo che lo apostrofa è Morris Bellamy, il suo fan più accanito, piombato a casa sua nel cuore della notte, furibondo non solo perché Rothstein ha smesso di scrivere, ma perché ha fatto finire malissimo il suo adorato Jimmy. Bellamy è venuto a rapinarlo, ma soprattutto a vendicarsi. E così, una volta estorta la combinazione della cassaforte al vecchio autore, si libera di lui facendogli saltare l'illustre cervello. Non sa ancora che oltre ai soldi (tantissimi soldi), John Rothstein nasconde un tesoro ben più prezioso: decine di taccuini con gli appunti per un nuovo romanzo. E non sa che passeranno trent'anni prima che possa recuperarli. A quel punto, però, dovrà fare i conti con Bill Hodges, il detective in pensione eroe melanconico di "Mr. Mercedes", e i suoi inseparabili aiutanti Holly Gibney e Jerome Robinson. Come in "Misery non deve morire", King mette in scena l'ossessione di un lettore per il suo scrittore, un'ossessione spinta fino al limite della follia e raccontata con ritmo serratissimo. "Chi perde paga" è il secondo romanzo della trilogia iniziata con "Mr. Mercedes", nel quale l'autore tocca un tema a lui caro, quello del potere della letteratura sulla vita di ogni giorno, nel bene e nel male.
                                                  La recensione
Quelle lacrime, si accorge Pete, confermano il potere profondo della fantasia. Ecco come mai migliaia di persone sono scoppiate in singhiozzi dopo aver appreso che Charles Dickens era morto di ictus. Ecco come mai uno sconosciuto per decenni ha messo una rosa sulla tomba di Edgar Allan Poe ogni 19 gennaio. Ecco come mai Pete odierebbe il suo avversario anche se non stesse puntando un'arma contro il petto tremante della sorelline inerme. Ha ucciso un grande scrittore, e perché? Si è macchiato di quel gesto sulla base di una ferma convinzione: che un'opera letteraria sia più importante del suo creatore.” 
A volte, con i libri si parla. A volte, con i libri ci si arrabbia. Cosa non è possibile, con un romanzo tra le mani, nel momento giusto o in quello sbagliato? Ci sono giorni, infatti, in cui sei in vena del lieto fine – e così personaggi ribelli si accasano, perché è giunta l'ora di crescere – e giorni in cui i puntini sulle i e le conclusioni felici, per te che hai il fuoco dentro, non fanno al caso tuo. E così si sbraita, si impreca e si prende a schiaffi quel tomo – qualcosa di immobile, inanimato, anche se sotto la superficie ingannevole gorgogliano le idee e le ispirazioni, in segreto – che ci dà risposte che non vorremmo sentire. A volte, per i libri si ruba. Spesso, si uccide. Trovarsi davanti l'autore che ci ha deluso – dunque un autore diverso da zio Steve, sempre in forma smagliante e prezioso custode della nostra fiducia – e fargli saltare la testa, durante una rapina finita in tragedia. In ballo, poche migliaia di dollari e soprattutto pile e pile di taccuini autografi. John Rothstein, autore di una trilogia che ha fatto la storia della letteratura americana, sgarbato e misantropo, finisce ammazzato per mano del suo fan numero uno. Morris Bellamy – appena uscito dal riformatorio e presto di nuovo dietro le sbarre, per una violenta notte di misfatti – non ha perdonato a Rothstein il fatto che Jimmy Gold, personaggio iconico, emblema di gioventù e ribellione, si sia poi arreso, nell'ultimo capitolo, al dio denaro. L'eroe che ha salvato Bellamy dalla solitudine, ma che già una volta è stato causa della sua sfortuna, si è piegato alla logica borghese; ma Morris, senza scrupoli, al contrario, non si piega e non si spezza. Resterà in carcere per quasi quarant'anni. A supportarlo, il chiodo fisso di recuperare i taccuini – sepolti in un baule, nei pressi di Sycamore Street – e di scoprire finalmente cosa sia stato di Jimmy Gold, in manoscritti inediti tenuti sotto chiave. Ma, nel frattempo, qualcuno ha scoperto il suo tesoro sepolto in un forziere pirata, all'ombra degli alberi: Peter Saubers, un adolescente con il pallino dei romanzi d'avventura e una famiglia in difficoltà, che ha altri piani per quella fortuna ritrovata. 
Banconote fruscianti con cui aiutare papà – uno dei feriti del City Center – e le memorie di un autore che, pian piano, imparerà a stimare. Quando il pericolo diventerà strisciante, tra librai bugiardi e assassini a piede libero, qualcuno – magari il caso, incarnatosi in una premurosa e preoccupatissima sorella minore – porterà il giovane Peter a incrociare la strada del nostro caro Bill Hodges, detective in pensione che – affiancato da Holly, disfunzionale ma dalle mille risorse, e da un Jerome a casa per le vacanze – ha perso tanti chili, si è finalmente abituato all'ingombro del pacemaker e ha fondato, complice il successo dell'indagine passata, la prestigiosa Finders Keepers. Chi perde paga – titolo italiano insensato, a onore del vero – è il secondo volume di una trilogia iniziata lo scorso anno, in questo stesso periodo, e subito pronta a fare un salto sul piccolo schermo, da quel che si dice. Un nuovo e puntuale capitolo, prevedibilmente all'altezza delle aspettative e per nulla inferiore a quel Mr. Mercedes che l'ha preceduto e che ricompare, sottoforma di echi e rimandi, tra le pagine di una storia tutta nuova ma non troppo: come la precedente, è firmata infatti da un King leggerissimo, citazionista e, al solito, un po' nostalgico. Immenso narratore, anche nell'ambito di un giallo essenziale nello snodo e abbastanza articolato nell'intreccio: veloce e giovanile, fresco, se non fosse per la classica attenzione ai dettagli – non c'è un personaggio senza sfumature – e per capitoli brevi e scattanti, in cui il narratore, esterno ed onnisciente, si diverte un mondo con l'ironia tragica e i rimandi, cosicché i pezzi del puzzle, di pari passo, s'incastrino per magia. 
Chi perde paga, infatti, racconta una storia di ossessione e criminalità dilatata in quasi mezzo secolo. E, nonostante le cinquecento pagine, fila liscio come l'olio, pur essendo ampiamente diffusa, ormai, la leggenda metropolitana che vuole King prolisso e stanco. Ma quando mai. A mancare, forse, un po' di cuore in più. Quel brivido non di terrore, ma di emozione, così presente anche nell'eppure deludente Revival: lento e lungo come ogni tanto gli si rimprovera, ma profondo nei sentimenti. In Chi perde paga non ci sono spazi bianchi da riempire o tempo da perdere: cinematografica caccia al tesoro, in cui scorgiamo ancora una volta un King divertito, al passo coi tempi, che prende fiato tra un capolavoro e l'altro dei suoi, pensando alla frenesia dei thriller motori che mancavano nella ricca sua biografia, al rapporto con i suoi affezionati lettori e al fascino indiscreto dei libri che parlano di libri. Se lo svolgimento è semplice – nonostante esempi di inaudita violenza, si sa sin da subito che i buoni vinceranno e che i cattivi pagheranno il fio delle loro colpe – a essere ingarbugliata è la rete narrativa: i personaggi, nuovi e vecchi che siano, sono come le parentesi della solita equazione che tiro in ballo quando parlo di thriller – prima le graffe, poi le quadre e, in fine, le tonde – e Hodges, annunciato protagonista, paradossalmente compare dopo qualcosa come duecento pagine. C'è tanto tempo per legarsi al guastafeste Peter – come se, nel mio caso, fosse necessario: quel giovane lettore, curioso e di belle speranze, vi ricorderà qualcuno, chissà – e, soprattutto, al pirata Bellamy. Più che antagonista da temere, anti eroe dalla fedina penale sporca, fan iracondo che non accetta un no come risposta, che – come il passato Mr. Mercedes, sbadato e ironico – fa una specie di simpatia con le tante sfortune che colleziona – vittima per eccellenza, nelle docce del carcere, al gioco della saponetta e dotato di un imprevedibile talento nella stesura di lettere su commissione – e le smodate passioni che rappresenta. Più inquietante, invece, il cattivo che ormai conosciamo – messo fuori gioco dal Castigamatti di Holly – che, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto, siede sulla poltroncina a fiori di un ospedale psichiatrico in cui, da quando c'è quel famigerato ospite, succedono strane cose... In Mr. Mercedes c'erano macchine infernali e autisti che indossavano maschere da clown; in Chi perde paga, invece, personaggi di fantasia che non dovrebbero morire, lupi cattivi che non smettono di mordere, bambini in cerca di avventure – sui binari delle ferrovie, sulle sponde dei fiumi. Dèja vu. Personaggi che sono quel che leggono o che leggono quel che sono. Colpa di certi libri; colpe che King, giovane dentro, e Chi perde paga, disimpegnato, senz'altro non hanno sulla coscienza. Perché saranno sì tutte stronzate, come ripete a ogni piè sospinto Jimmy Gold, ma ci sono eccezioni.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Black Keys – Lonely Boy

lunedì 2 novembre 2015

Recensione: La nostra ultima canzone, di S.K. Falls

Io volevo diventare amica del dolore. Volevo ballarci guancia a guancia, usare la sua mano come cuscino mentre dormivo. Rifiutavo di averne paura.

Titolo: La nostra ultima canzone
Autrice: S.K. Falls
Editore: Piemme Freeway
Numero di pagine: 346
Prezzo: € 17,50
Sinossi: Il più grande desiderio di Saylor è ammalarsi, solo così, pensa, chi le è accanto la noterà e le vorrà bene. Ha la Sindrome di Munchhausen, infatti, e ogni scusa è buona per entrare in contatto con germi e malattie. Così, quando il suo psichiatra le consiglia di andare a fare volontariato per i gruppi di auto-aiuto, accetta con grande entusiasmo: per ammalarsi non c'è niente di meglio che passare del tempo in ospedale. Lì Saylor conosce un gruppo di ragazzi, malati terminali, e inizia a frequentarli Tutto si basa su un equivoco, loro pensano che anche Saylor sia molto malata, ma lei non ha alcuna intenzione di fargli cambiare idea, perché per la prima volta si sente a suo agio con dei ragazzi della sua età. Tra di loro c'è Drew, un ragazzo bellissimo, un musicista, di cui a poco a poco Saylor si innamora. A separarli c'è quella tremenda bugia, Saylor non ha davvero la sclerosi multipla, ma a unirli c'è una forza potentissima, che li spinge a credere di conoscersi da sempre.
                                           La recensione
Saylor ha sette anni quando ingoia il primo ago. Una scena cruda, forte, per dare avvio a un romanzo che la copertina italiana – non che quella originale sia meglio – vorrebbe farci credere stucchevole. Due ragazzi che si baciano, in una storia d'amore all'apparenza come mille altre, quando invece l'indagine dei mali – fisici e mentali – e un'affiatata compagnia di comprimari a un baratro, ma stranamente contenti, rendono La nostra ultima canzone il romanzo che forse non ti aspetti: interessante per temi mai esplorati, coinvolgente nella resa, che è modesta ma piace. E della scrittura, lineare, nella media, ma senza peli sulla lingua, apprezzi le piccole punte di coraggio e l'immensa schiettezza con cui andare al cuore del problema. Perché la storia di Saylor, dei suoi nuovi amici morenti e del suo primo e ultimo amore, sa raccontare i temi spinosi e le bugie spregevoli con semplicità; con una specie di leggerezza che rende la lettura agevole e accattivante. Una lettura che, pur coi suoi limiti, ti lascia insomma qualcosa di buono. Sono positivamente sorpreso e potrei dire che, sotto sotto, avessi intuito che il romanzo di S.K. Falls potesse piacermi; ma il potenziale, dietro un'aria comune, in realtà non lo avevo scorto. Il desiderio di leggerlo è partito come un capriccio che la gentile Lucia dell'ufficio stampa ha voluto darmi per buono: attirato perché certi temi – se trattati al meglio – sono gli unici a scalfirmi. Nel risvolto di copertina – e, al contrario dell'immagine in primo piano, i risvolti sono particolarissimi, con un effetto strappato ai bordi – leggevo una storia triste: la Falls – dietro le abbreviazioni, origini indiane che regala, in parte, alla sua complicata protagonista – si sarebbe rivelata delicata o diretta, ironica o elegiaca? Soprattutto, in un mare di libri, in cui gli adolescenti vengono descritti alle prese con gli struggenti dolori della loro età, avrebbe cantato, a modo suo, un ritornello diverso o il classico tormentone che va per la maggiore? Per fortuna, c'è quella narratrice che spiazza e, con l'egoismo e una siringa sempre in tasca, fa la differenza, facendosi odiare e volere bene. Saylor ha qualcosa che non va. Lo rivela un incipt shock – e l'incipit, in un romanzo, fa tutto – in cui ci racconda i suoi primi tentativi di farsi male. Gli aghi per lacerare, i lassativi per procurarsi i crampi alla pancia, il desiderio malato di essere sempre a letto, in preda a febbri alte, per attirare le attenzioni di due genitori distanti. 
Avete presente quando avete l'influenza e, per un weekend, ritornate bambini? I piumoni caldi tirati su, fino al collo, con tanti cuscini sotto la testa e la televisione che manda un film rilassante; le mamme che ti portano il brodo e i padri che, tornati dall'ufficio, ti rimboccano le coperte, anche se hai vent'anni e sei grande, ormai? Una famiglia che, nel momento del bisogno, vedendoti debole, si fa in quattro per te. Saylor ha la Sindrome di Muchausen e il suo sogno è vivere per sempre così: nel nido di una mamma chioccia, in preda a una febbre che – come scriveva qualcuno – rende tutto più bello. Ma quelli che sembravano semplici capricci, con l'età, degenerano. La sua migliore amica è una puntura, con la quale si inietta saliva sottopelle, procurandosi ascessi; il suo compagno fedele è uno psicologo che non giudica; il suo amante segreto, invece, il farmacista di turno. Finché, un giorno, stare a contatto con le forme più spietate della malattia non diventa il suo compito per casa: lei spera di abbattere ulteriormente le sue difese immunitarie, i medici di sensibilizzarla. In ospedale, conosce un gruppo di giovani malati terminali, che vanno dai diciotto ai venticinque anni, a metà tra Braccialetti Rossi e Noi siamo infinito: geniali e amichevoli; così tanto da crederle a occhi chiusi quando, per un malinteso mai smentito, Saylor dice di avere la sclerosi multipla. 
C'è Zee, che lotta contro un cancro al seno che ha presto messo radici altrove; Pierce, omosessuale sieropositivo; Jack, che combatte – in tribunale – per il suo diritto a una morte dolce; Drew, che ha braccia forti per compensare a gambe fragili. Il suo male si chiama atassia: si trascina dietro con un bastone, ascolta tanta buona musica, ha finalmente conquistato la propria indipendenza. Presto lo abbandoneranno anche la voce, con cui intona belle canzoni di amore e perdita, e tutto il resto. Inevitabilmente, anche Saylor. Come reagirà alla bugia di lei? Come sarà, quel gigante buono, piegato su una sedia a rotelle? Allora speri che lei possa guarirlo e basta, ma non è possibile; e allora speri che lei si ammali sul serio per non doverlo deludere. Non si meriterebbe neanche di sopravvivere a tutti: di difficile comprensione, scostante, tanto ingrata da giocare con il fuoco. In mezzo a comprimari a cui ci si affeziona e che pianificano di morire soli come cani, nascondendosi, la storia della diciottenne Saylor, ragazza interrotta, darà il via a una relazione amorosa toccante e a un percorso di crescita che emoziona. I suoi tentativi, prima di farsi accettare, poi di farsi perdonare, compaiono in lungo elenco di nodi da sciogliere e scuse da chiedere: una lista di ultime volte un po' diversa, per non lasciare – come in caso di fine prossima, d'altronde – niente in bilico. Il new adult di S.K. Falls è tra quelli che, se letti nel momento giusto o in quello sbagliato, ti sanno trovare scosso e pensieroso; come un brano malinconico che hai già sentito ma che, se fuori piove e nessuno ti vede, ti commuove. Sui misteri del cuore – perché innamorarsi, se si hanno i giorni contati –, su quelli della psiche – perché desiderare un malanno, se Dio o chi per Lui ci ha fatto la grazia di una esistenza duratura. Sull'inconciliabilità tra un dolore fisico che si sopporta, e a volte si ricerca, e un dolore emotivo che, al contrario, dilania ma fa crescere. L'amore è strano, è strana la vita. Siamo strani noi, assieme ai nostri sentimenti involontari. La nostra ultima canzone, dunque, si rivela un libro da consigliare quando ci si rende conto – insieme alla protagonista – che si è qualcuno di speciale, e che il romanzo è di conseguenza qualcosa di speciale, anche senza i segni distintivi della ballata triste. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tom Odell – Heal

sabato 31 ottobre 2015

Mr. Ciak - Speciale Halloween²: The Green Inferno, Spring, Knock Knock, True Story, Coherence

Io e mio fratello – in particolare lui, appassionato di quel Cannibal Holocaust che conosco bene grazie a digressioni attente delle sue – lo attendevamo da due anni. Quando i siti a noi cari l'hanno annunciato, i trailer hanno voluto mostrarcene un pezzo, ma rimandi e controversie varie hanno fatto sì che, per problemi di distribuzione, restasse inedito fino a quest'autunno. Quando, censuratissimo e anticipato dal solito tran tran, in contemporanea mondiale, ha fatto il suo debutto nel Paese che ha dato i natali al Ruggero Deodato che Eli Roth – canaglia a cui vogliamo bene dai dei fasti sanguinosi di Cabin Fever – ha voluto ricordare a modo suo. La trama la conoscete: un gruppo di giovani volontari, in volo sulla foresta dopo una missione umanitaria, precipita nel campo di una tribù locale, dedita alla protezione dell'ecosistema e al cannibalismo. Sapete perciò quel che c'è da aspettarsi: litri di sangue, tensione, le urla dei prigionieri in gabbia. Tuttavia, nonostante il divieto ai minori di diciotto anni e voci di fantomatici svenimenti in sala, il sangue scorre in maniera moderata – si aspettano quaranta minuti per la prima uccisione, la più dettagliata, e poi abbondano fuori campo furbastri – e il dramma, la crudeltà aspettata, sono stemperati in siparietti assurdi che fanno scordare, strada facendo, perfino i pochi lati positivi. The Green Inferno parte piano e tardi, dando spunti interessanti che poi riprenderà solo nell'epilogo, per me un po' stucchevole: manca la denuncia dell'originale e i personaggi mediocri, che lo spettatore desidera veder morire dal primo all'ultimo, fatta eccezione per una Lorenza Izzo dagli occhi spiritati e ammaliatori, non sono capaci di reggere la baracca. Perché Roth, che piace perché terra terra, all'inizio si agghinda di ingiustificata serietà. Okay, uno dice, ci si abitua; ma, dopo uno scorcio di dramma che ha del realistico, eccoli lì. Terribili e involontari siparietti comici, tra attacchi di diarrea e fame chimica, tentativi di masturbazione e fuga, che fanno pensare più all'ultima, lercia commedia di Neri Parenti – lo conoscete Vacanze di Natale in Amazzonia? - che a un atto di ossequio verso una pietra miliare. Queste tribù fuori dalla civiltà, perciò, ha maggiore buon gusto di un Roth volgarissimo e paradossalmente timoroso. A volte, l'omaggio sembra avere i tratti dell'oltraggio; e quanto dispiace. (5)

Evan, californiano, abbandona gli Stati Uniti per l'Italia. Alle spalle, lascia un lutto e qualche debito: è povero in canna, vive giorno per giorno e, una volta atterrato, sceglie la Puglia. Louise, di origini italiane ma con un inglese perfetto, è bella e riservata: ha un occhio verde e l'altro castano, non torna tardi la sera, ha paura di innamorarsi. Nella sua città, muoiono misteriosamente numerosi randagi e, ogni primavera, approdano i turisti stranieri. I due protagonisti si conoscono, passeggiano, si piacciono. Ma lei ha un segreto da proteggere, lui soltanto una settimana per amarla. In uno speciale dedicato ad Halloween, cosa ci farà mai un melodramma indie di quelli che tanto amo, con i lunghi piani sequenza, le confidenze intime, il sentore dell'addio sin dalla prima sequenza; l'inizio che, al solito, suona come un lui incontra una lei? Spring è la trilogia di Linklater – essendo naturale, realistico, romantico – secondo Lovercraft. Una variante horror di Prima dell'alba, in cui il paranormale, in unione a un'originale mitologia, dà un brivido in più e la nostra bella Polignano a Mare – già al cinema, in questo periodo, con Io che amo solo te – offre scorci affascinanti, ma mai stucchevoli: vuoi la fotografia imprecisa, vuoi quelle ombre antiche che tingono di profondo rosso il sentimento tra due che si appartengono, ma non potrebbero. Si sa: io apprezzo gli amori fatti di tante parole e pochi fatti e indagare il soprannaturale. E i giovani Justin Benson e Aaron Moorhead, registi e autori di questa piccola rivelazione,sembrano avere confezionato per me una specie di ibrido ideale – un gradito regalo - con i ritmi lenti e le battute ironiche, i protagonisti convincenti e gli amori che, a ogni plenilunio, cambiano squame. Guidati da loro, neanche i quasi esordienti Lou Taylor Pucci e Nadia Hilker – tedesca, nonostante le forme mediterranee – appaiono senza timone. E dopo Twilight, preso in giro ma a capo di un nuovo filone tra il romantico e il paranormale, era estremamente difficile parlare della storia tra un umano e un'immortale, stando attenti a mode che uniformano, vuoi o non vuoi, e a miscugli che suscitano ilarità. In Spring, fieramente indipendente, si è così volentorosi da prendere a riferimento altri modelli, anche se inconsueti, e così sagaci da rendere credibile il magico. Prima offrirsi un gelato come una coppia qualsiasi, poi discutere dei difetti di un'esistenza secolare e dei pregi dell'invecchiare restando fermi. Spring è molte cose, ma soprattutto il boy meets girl più originale dell'anno. Allora il torto più grande che possa farti, in un'ultima notte tra le rovine di Pompei, non è farti dormire con la luce accesa, spaventarti. Ma spezzarti il cuore. (7,5)

A anni di distanza dal secondo Hostel, dopo numerosi film scritti e prodotti e una serie televisiva – l'affascinante Hemlock Grove – da lanciare, il buon Eli Roth torna, nello stesso anno, nello stesso post, non con uno, ma con due nuovi lungometraggi. Se The Green Inferno, con le aspettative elevate e gli alti rimandi, appare una delusione su ogni fronte – fuori luogo, poco brillante – questo Knock Knock, invece, visto appena il giorno successivo, sa fare leggermente dimenticare l'indicibile pochezza della riproposizione di Deodato e esempi di grottesca comicità involontaria. E, paradossale ma vero, con una trama all'apparenza più pruriginosa e uno svolgimento che poteva prestarsi alla cara, gratuita mattanza, qui Roth – sempre modesto: inutile specificarlo – sa però mostrare i piccoli segni di una maturazione giunta in ritardo e una scrittura che diverte senza grosse esagerazioni. Scelta curiosa. Perché Knock Knock – storia del perfetto padre di famiglia che, una notte, decide di darsi al sesso a tre con le ragazze sbagliate – ha un incipit da commedia sexy e lo svolgimento, procedendo con la visione, di un home invasion in cui i cattivi indossano la gonna corta e la vittima, comprensibilmente incapace di resistere a un corpo stuatuario, è un uomo per bene, sedotto e tormentato. Il cast è di bellissimi che, a onore del vero, se la cavano – accanto alle ninfette assassine Izzo e De Armas, il Keanu Reeves senza età. Ma, e con Roth ci sarebbe da aspettarsi l'esatto contrario, le torture raramente sono corporali: Knock Knock è un divertente thriller psicologico, una commedia nera; un onestissimo B movie che, nella sua ora e quaranta, si regge a dovere, con una dose di malizia che – questa volta – sopperisce alla mancanza di gore. A tratti, sembra un Hard Candy che va meno per il sottile – credete al fatto che queste due conturbanti diavolesse siano ancora minorenni? - o comunque un Funny Games da poco: patinato, ben musicato, ma anche dozzinale e rapido come piace a noi. Per tutti coloro che, sbagliando, pensano che un Eli Roth senza sangue e viscere sia come un cielo senza stelle. (6,5)

Due valigie ripescate nelle acque dell'Oregon. All'interno, il cadavere di una donna e di una bambina. La storia dell'omicida Chris Longo arriva alle orecchie di Mike Finkel, valido giornalista del Times dalla reputazione in caduta libera. True Story – annunciata storia vera sulle intime confidenze tra un autore fallito e un assassino che ha tutto da perdere – è un nevoso crime da Sundance, realista e teso. Cosa ci fanno in un faccia a faccia pieno di ritmo Jonah Hill e James Franco? A sorpresa, una gran bella figura. La strana coppia non perde mai credibilità e, in un trasfert freudiano che ha regole sue, si intrufolano l'uno nella vita dell'altro. La loro amicizia pericolosa, nata in interrogatori diventati corsi di scrittura creativa, è così intricata ed intrigante da sembrare finzione; ma, a volte, la realtà supera la fantasia, e in un mondo in cui i pozzi della cronaca nera offrono il petrolio più denso, l'esordiente Rupert Goold ci mette i volti giusti e tanto impegno. Il difetto che è che da True Story - il romanzo, targato Piemme, sarà in libreria a breve - alla fine ci si aspetterebbe un colpo di scena che non arriva. Con il rischio di risultare inconcludente, ma con l'abilità di saperti portare, dopo i momenti da cinema, coi piedi per terra. Ci si ricorda che è verità quando il coup de theatre non arriva e quando si realizza che quel criminale – qui interpretato dal Franco più in parte degli ultimi tempi, eccellente – è di vera carne. Dall'altra parte del vetro blindato, un Hill ineditamente serio e misurato e una dolcissima Felicity Jones. Ma il titolo, in fondo, annunciava una storia vera. Con tutte le incongruenze del caso. Con tutto ciò che non sapremo mai. (6,5)

Viaggi nel tempo e paradossi logici: ingredienti base dello sci-fi misterioso di cui non posso fare a meno. Coherence – girato con pochi spicci a casa di amici, ma messo in pratica dopo dieci anni di meditazione - aveva congetture stuzzicanti e recensioni positive. Cosa ci fa un altro te, in una o cento case fotocopie della tua? L'esordio di Byrkit non può certamente vantare interpreti di prima scelta, ma ha dalla sua teorie inquietanti e suggestive. Nella prima ora, perfetta, ho visto il grande potenziale; nel tempo rimanente, invece, il mistero si fa fine a sé stesso – stupisce, ma sfugge il senso della situazione – e, come dirlo senza svelare troppo?, si eleva a protagonista la bella Emily Baldoni e la forza della sua scelta, in una sorta di cupo Sliding Doors in cui puoi decidere tu quale porta aprire e quale vita lasciarti alle spalle. E mi sarebbe andata anche giù, la cosa, se solo avessi avuto più familiarità con il personaggio; se solo le figure che popolano le case tutte uguali di Coherence avessero avuto modo di raccontarsi allo spettatore. Ognuno ha i suoi ritmi, e Coherence ha dalla sua un ritmo forsennato, ma l'autore ha riposto troppa fiducia nell'effetto sorpresa, scarsa cura nella coerenza di relazioni e rapporti. I personaggi, così facendo, risultano figurine stilizzate, sprovviste della terza dimensione. Problema di una certa importanza, per me, se si decide di girare in interni limitati e con un cast ristretto. A un certo punto, nel film, si spiega il paradosso del gatto di Schrodinger: c'è un gatto, in una scatola, con un veleno mortale accanto. Il gatto è vivo o morto? Il gatto è vivo e morto, o così ho capito, più o meno, finché non apri la scatola e lo scopri da te. Ecco, Coherence mi piaceva di più nell'incipit, a scatola chiusa. (6)

mercoledì 28 ottobre 2015

Mr. Ciak - Speciale Halloween: Crimson Peak, The Final Girls, Chained, Curve, Tales of Halloween

Da Guillermo Del Toro, mi aspettavo qualcosa come Crimson Peak – elegante, simmetrico, gotico – sin dagli inizi della sua carriera. Quando vedevo Burton perdersi e Del Toro – poi passato alla graphic novel: un cambio di rotta che ho seguito, ma senza entusiasmi – primeggiare, in storie tutte ricami, ombre e splendori. Il ritorno al genere di appartenenza, con un horror finalmente – e finemente - tradizionale, omaggio ai romanzi d'appendice. La storia di Edith, giovane scrittrice, che sposando un uomo venuto da lontano sposa anche sua sorella e, di conseguenza, i loro misteri. E, sullo sfondo, c'è una magione in decadenza che trattiene entità malinconiche e custodisce gelosamente ogni segreto. Crimson Peak è per spettatori come me. Quelli che sono in pace con il mondo, con un castello a pezzi, gli scricchiolii e le nebbie ovunque, una Jessica Chastain al giorno – qui superba, accanto a una Wasikowska a proprio agio con le eroine romantiche e a un Hiddleston non abbastanza carismatico - che toglie la concorrenza di torno. Non è deludente, ma conforme alle aspettative: le mie, nonostante un'attesa di mesi e mesi, non tra le più elevate. Fantasticavo su un lato scenografico mozzafiato – e che aggettivo vago e spiccio che è, mozzafiato, ma davanti ai merletti di ragnatele, i buchi nel soffitto che accolgono i tasselli della natura che si spoglia e si riveste, le strutture affilate alla Dalì, i broccati raffinati e la neve macchiata dal cremisi dell'argilla è davvero impossibile non entrare in una fase di muta contemplazione estetica – e mi figuravo ritagli, originali ma non troppo, ma senz'altro bene assemblati, di articoli su crimini di sangue e collage di capolavori, a cura di uno che ama le notti buie e tempestorse e la magnificenza del decadente. La questione non è la paura, bensì il potere della suggestione; non è un horror tutto fremiti, questo, ma un prodotto romantico nel senso autentico del termine – eros e thanatos, le bizze di una natura indomabile, il sublime. E, a volte, si va al cinema semplicemente per restare con il naso all'insù, incantati. Ho avuto perciò quel che desideravano gli occhi – visivamente, è infatti tra le pellicole più affascinanti dell'anno – e un intreccio sobrio, equilibrato, che non commette passi falsi e, per il reverenziale ispirarsi a un canone classico, non rischia. Il difetto è che è un po' come lo immagini, ma poco importa: perché ci sono cose oggettive, e il bello è bello. Si gioca a carte scoperte sin dall'inizio – si conoscono i buoni e i cattivi, ma al quadro globale mancano ancora le motivazioni e la comparsa di spettri mostruosi, nonché di colpi di scena sparsi qui e lì – e, in un lungometraggio che ricerca i fasti di una volta, la dimensione eterea della fiaba nera, non è importante la novità che una scrittura meno citazionistica – o un altro twist – avrebbe forse conferito al racconto: alla fine, una Jane Eyre andata in sposa al consorte di Rebecca, tra le Cime Tempestose della brughiera britannica e i Giri di vite di una casa che vibra. Tutt'intorno aggiungete, con una pennellata a fantasia, il rosso – e in un epilogo cruento non si capirà se, a macchiare il bianco, sia poi l'argilla o il tanto sangue versato – e l'ululato del vento. Un sogno – o un bell'incubo? - che avrebbe potuto avere diritto a un architetto migliore. Ma, comunque, un sogno. (7)

L'horror è un genere che richiede viva partecipazione. Visione casalinghe con amici, ed ecco che partono – dal divano – coretti da stadio e reazioni a catena. Guardare un horror, infatti, è un po' come assistere a una partita della nazionale. Immancabili le imprecazioni, i consigli, gli insulti: il chiedersi, per tutto il tempo, io al posto loro cosa farei. Sicuramene, non commetterei gli stessi sbagli; sarei più sveglio; correrei più in fretta. Sogno di ogni amante del genere horror è farne parte almeno per un po'. Ipotesi surreale, ma estremamente divertente: catapultato nel bel mezzo dell'azione, in uno slasher vecchio stile, cosa combineresti? Qualcosa di simile capita a Max, figlia d'arte che, durante una proiezione in memoria della madre defunta - attrice amatissima che non ha mai sfondato –, finisce risucchiata nel lungometraggio che ha segnato, e bloccato, la carriera della genitrice. Sullo sfondo di un coloratissimo campeggio estivo, campo di battaglia di un serial killer che sembra il gemello di Venerdì 13, s'incrociano così generazioni distanti e spassosi cliché che, negli anni ottanta come nei duemila, puntualmente si ripetono: ricordiamo la bella (ma non per questo crudele) Nina Dobrev, l'adone (ma non per questo stupido) Alexander Ludwig, la dimessa (ma non per questo sprovveduta) Taissa Farmiga, insieme a una splendida Malin Akerman – mamma sprint a cui dire addio di nuovo, in un Ricomincio da capo da brivido – che, come il suo personaggio, ha vissuto di serial troncati e occasioni sprecate. Rapporti credibili e toccanti, omicidi non troppo crudi, battute fulminanti e citazioni sparse a piene mani conducono lo spettatore – nostalgico, e perciò conquistato – verso un epico finale, che necessita di un sequel a portata di mano. The Final Girls è a metà strada tra la parodia e l'omaggio: commedia horror semiseria, in cui niente è lasciato al caso – anche l'attorniarsi di attori del piccolo schermo, imprigionati in luoghi comuni da sventare – e il leitmotiv di Bette Davis Eyes conduce lontanissimo, nei mondi vintage e un po' kitsch riscoperti da poco dalla televisione – state seguendo Red Oaks? - e in un intelligente gioco di metacinema che non ci godevamo, forse, da Quella casa nel bosco. Qualche angelo dotato di abbondante autoironia, lassù, se ne procuri una copia per il Wes Craven che ancora ci manca: lo adorerebbe. (7,5)

In un pomeriggio come tanti, Sarah e suo figlio, per viziarsi, decidono di prendere un taxi anziché il solito autobus. Ma, come dice un vecchio proverbio, chi lascia la strada vecchia per la nuova sa cosa lascia e non sa cosa trova. Bob, l'appesantito e anonimo tassista che dovrebbe portarli a casa in un lampo, è infatti un serial killer. Nella sua carriera di assassino, in quella vita modesta in periferia a cui solo l'omicidio ha dato un brivido in più, ha collezionato donne e donne. I loro corpi straziati, sepolti nello scantinato. Quello è il destino della giovane madre che vediamo nelle sequenze d'apertura – una Julia Ormond di passaggio – e che diventerà l'ennesimo ritaglio di giornale nel sempre più nutrito museo del tassista omicida. Chained è la storia di quel bambino incatenato al pavimento, poi adolescente, e dello squilibrato che lo renderà suo personale schiavo, nonché figlio adottivo. Il thriller di Jennifer Lynch – degna figlia di papà David -, uscito ormai quattro anni fa e da poco reperibile in versione homevideo, è un prodotto nudo e crudo. Una quotidiana storia di ordinario orrore che spicca per una regia personale e ambienti chiusi, che lo rendono angoscioso e verisimile. Il tutto, grazie a una sceneggiatura poco innovativa ma che ha infinita cura del vissuto dei suoi personaggi e a due protagonisti che, per tutto il tempo, reggono abilmente il gioco. Eamon Farren, giovane scheletrico e pallido; un inquietante Vincent D'Onofrio – al contrario, sovrappeso e paonazzo – che è un antagonista che si ricorda volentieri per il lavoro minuzioso di un caratterista che quest'anno, sotto l'occhio vigile della Netflix, già è stato un esemplare Kingpin. Girato quasi interamente in interni ristretti, a tratti sembra un realistico dramma a cui manca soltano il consueto tratto da una storia vera. Tant'è vero che lo spiazzante colpo di scena che arriva sul finale – imprevisto, ma superfluo – sembra di troppo: d'effetto, al contrario, i passi attutiti e i rumori che si avvertono mentre lo schermo si fa buio e i titoli di coda, dopo un'ora e trenta, calano insieme al sipario. A una saracinesca che, come in Saw, ci intrappola in preda dei nostri demoni. Allora, peggio la compagnia di un mostro o quella della solitudine? (7)

Mellie sta per sposarsi. Viaggia in auto, con l'abito bianco nel bagagliaio, in compagnia di una compilation di vecchi successi degli anni ottanta e di qualche ripensamento. Finché, come da copione, non è costretta a fermarsi nel deserto. In suo aiuto, un passante che le strappa anche un passaggio. Ma Christian, e nel copione c'è anche quello, è un predatore sessuale che ha già mietuto vittime. Per liberarsi di lui, la protagonista imbocca una brusca curva, finendo fuori strada. L'auto capovolta e lui a piede libero; lei, al contrario, è lì con un arto bloccato. Contro la fame e la sete, i roditori e una minacciosa allerta meteo. Il suo aguzzino che va e che viene, guardandola contorcersi. A favore di Curve, il fatto che non sia l'ennesimo The Hitcher. La sfida della protagonista – a lungo sola – ricorda più 127 ore, con un pizzico vago di L'enigmista. La disavventura di una ragazza in difficoltà, in balìa prima della natura e poi della violenza degli uomini, si rivela così un survival  non male, che non brillerà per originalità e non sarà ricordato a lungo, ma scorre. Distribuito dalla Universal e pensato per il noleggio, Curve è stato un passatempo inaspettatamente valido, in una domenica pomeriggio in cui cercavo un thriller leggero per riempire il tempo e, se possibile, questo post qui. L'ultimo film di Iain Softley – e il regista di Skeleton Key non è il primo venuto - arriva da noi per vie traverse e si rivela più piacevole del previsto. Ben diretto, con una tensione che perdura e due soli attori a reggere il tutto: la carinissima Julianne Hough, qui anche molto convincente – le curve del titolo chissà che non si riferiscano proprio alle sue –, e un Teddy Sears sornione e luciferino. (6)

Una baby sitter paga care le prepotenze verso il piccolo di casa; un vecchio diavolo e un bambino, suo allievo, vanno in giro a fare danni; una manciata di amici di mezza età sono terrorizzati da un gruppo di bambini in cerca di vendetta; l'evocazione di un demone, in soccorso a un ragazzo oggetto di bullismo; una ragazza seguita a casa da uno spirito malevolo; due coniugi con il desiderio insano di un erede; una guerra tra vicini per le decorazioni migliori; Jason contro un extraterrestre; rapitori senza scrupoli che rapiscono il bambino sbagliato; una zucca assassina che fa stragi. Dieci registi, dieci storie, dieci scuse per andare a dormire più tardi – e magari con la luce accesa. Tales of Halloween, film a episodi capace di una sua linearità e di una lodevole dose di brillante ironia, è di un genere – come vi hanno rivelato i miei dubbi verso l'acclamato Storie Pazzesche – che non tollero. Ma perfino il me che evita i racconti, le antologie di genere, non ha potuto che apprezzare. Questa volta, con poche riserve e tante risate. Il film ha qualche nome promettente alla regia – Bousman, McKee, Marshall -, qualche volto noto a bordo – ad esempio, occhio ai cameo di Landis e Dante -, qualche episodio degno di nota – su tutti, gli efficaci Trick e Ding Dong. Ora i bagni di sangue, ora l'umorismo nero; ora una beffarda morale, ora la scusa da poco per una mattanza gratuita. I toni sono leggeri, gli stili vari e il tempo vola. I vicini mascherati schiamazzano, le nebbie si sollevano e i bambini – sempre vessati da adulti immorali, dispettosi – si divertono ad affilare i coltelli. Loro, anche più dei grandi, adorerebbero lo spirito di Tales of Halloween: quasi natalizio, con le case addobbate, i caminetti accesi, il divertito gioco di causa-effetto (tu fai qualcosa di sbagliato, loro ti puniscono) come in Mamma ho perso l'aereo e company. Il senso del contrario e del proibito. Un dolcetto con trappola; uno scherzetto simpatico, alla giusta distanza dal trash. (6+)

lunedì 26 ottobre 2015

Recensione: Ragazze di campagna, di Edna O'Brien

Mi mancava Baba. Mi aiutava a restare coi piedi per terra. Mi impediva di rimuginare di continuo sulle cose.

Titolo: Ragazze di campagna
Autrice: Edna O'Brien
Editore: Elliot
Numero di pagine: 256
Prezzo: € 13,50
Sinossi: La timida Caithleen sogna l'amore, mentre la sua amica Baba, sfrontata e disinibita, è ansiosa di vivere liberamente ogni esperienza che la vita può regalare a una giovane donna. Quando l'orizzonte del loro piccolo villaggio, nella cattolicissima campagna irlandese, si fa troppo angusto, decidono di lasciare il collegio di suore in cui vivono per scappare nella grande città, in cerca d'amore ed emozioni. Alla sua pubblicazione, avvenuta nel 1960, l'esordio narrativo di Edna O'Brien, fortemente autobiografico, suscitò reazioni di sdegno e condanna che andarono ben oltre le intenzioni di una sconosciuta autrice poco più che ventenne: il libro fu bruciato sul sagrato delle chiese e messo all'indice per aver raccontato, per la prima volta con sincerità e in maniera esplicita, il desiderio di una nuova generazione di donne che rivendicava il diritto di poter vivere la propria sessualità.
                                                La recensione
Nella religiosa Irlanda dei primi anni sessanta, si racconta come l'esordio di Edna O'Brien – giovane e spregiudicata ragazza di paese, che rifletteva, in quel breve romanzo parzialmente autobiografico, sulle necessità, gli amori, i viaggi – avesse suscitato immenso clamore. La sua penna, eppure semplice e delicata, era stata come un bastone in un vespaio. Le sue riflessioni sulla famiglia, l'istruzione scolastica, il sesso – prerogative dell'adolescenza di ogni dove e di ogni epoca – avevano sollevato i ronzii dei benpensanti, le ire funeste dei cattolici. Ragazze di campagne, primo capitolo di una trilogia che segue, negli anni, la crescita di due migliori amiche che si amano e si odiano di vero cuore, era il romanzo di formazione da inserire nell'indice dei libri proibiti, da bruciare pubblicamente sui sagrati delle chiese. Coma appare, oggi, con le menti aperte e i giovani smaliziati, questo classico moderno da poco riscoperto e salvato dal pregiudizio di un pubblico tanto ipocrita quanto moralista? 
Ragazze di campagna – a cui seguiranno La ragazza dagli occhi verdi e Ragazze nella felicità coniugale: già in lista, perché il finale sospeso lascia qualche dubbio e una visione opaca dell'insieme – mi ha ricordato il primo volume della saga di Elena Ferrante – da Dublino a Napoli, non cambia molto se si parla di amicizie al femminile e voglia di altrove – e quei film in bianco e nero, trasmessi nel tardo pomeriggio, che conservano ancora il loro fascino. Tornare a pubblicare la O'Brien, tornare a parlarne, è un po' come restituire loro il colore, in un magico lavoro di restauro: nel tentativo, quasi, di recuperare il tempo perduto. Poco attirato quando si parla di classici o aspiranti tali, confuso da chi lo adorava e da chi, al contrario, lo trovava una delusione, l'ho tenuto a mente, ma lasciato in forse. Quando, al solito mercatino, per due euro, ho portato a casa la nuova edizione Elliot il forse si è trasformato in sicurezza. Com'è il romanzo su cui ogni blogger ha detto la sua, usando i toni più disparati? Ragazze di campagna è la storia dell'adolescente che posa sulla copertina italiana: Caithleen ha i capelli rossi, le scarpe consumate, una valigia di cartone con pochi beni all'interno. Alle sue spalle, i campi e un casolare da abbandonare, dopo la morte della madre e i debiti di un padre alcolista, ma con la voglia di redimersi. Da qualche parte lì vicino, se fosse possibile una panoramica, vedremmo la villa dell'amica Baba; al contario suo, ricca, viziata e appariscente. 
Con un papà a cui non dà il rispetto meritato, una mamma che sogna il cinema, un fratello spocchioso e una casa grandissima, piena di stanze e meraviglie, in cui la sfortunata Caithleen – però più intelligente e coscienziosa – è sempre la benvenuta. Finché non attira le attenzioni del Signor Gentleman, uomo attempato e facoltoso, e i suoi voti alti non le valgono una borsa di studio in città. L'amicizia tra Caithleen e Baba, allora, si fa simile a quella tra le nostre care Lila e Lenù: la fedeltà cieca e la competizione spietata. La O'Brien le seguirà dai quattordici ai diciotto anni, in questo titolo. La vita in periferia, l'arrivo in una scuola cattolica, la fuga a Dublino: senza un'istruzione ma con un sogno. Farcela. E, soprattutto, innamorarsi perdutamente, come succede al cinema. L'autrice, all'epoca della prima stesura loro coetanea, è attenta agli stati d'animo e agli sfondi; ai cuori in subbuglio e alle città straniere che cambiano, cambiandoci. Ma anche ai miracoli del trucco, alla vanità delle sue piccole donne, alla caccia spietata di uomini ricchi e depravati nei riguardi delle due protagoniste, materiali e sciocchine, che rischieranno di dimenticare – stordite dagli apertivi e dalle luci sfavillanti di Dublino – la retta via e i lati positivi di quella loro strana amicizia, mai del tutto disinteressata. Il bello, in Ragazze di campagna, è che tutto ciò che i più grandi affermano si rivela vero – presenti, e cito i commenti in copertina, la spontanea originalità, l'ironia, l'innovazione, lo scandaloso puzzle di desideri femminili – ma, a prima vista, non si direbbe; sapete? Il brutto, per molti e anche un po' per me, è quindi che, durante la lettura, se ne senta poco l'importanza. Pregi e difetti, vizi e virtù, di una scrittura che è lieve, disimpegnata, attuale: con l'acuto rischio, senza avere i seguiti a portata di mano, di risultare però senza peso.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tori Amos – Cornflake Girl