martedì 7 gennaio 2014

Secondo Blogversary: a due anni di noi!


Stamattina mi sono svegliato con un pensiero fisso. Avevo una cosa da fare, anche se non sapevo esattamente cosa. Qualcosa c'era, ecco. Ed era importante. Poi, alle sette in punto, mia mamma è entrata nella stanza, chiamando mio fratello per nome: Diego doveva ritornare a scuola, ma non io. Uno dei pochissimi pregi dell'università, ho realizzato, ad occhio e croce. L'università... Ho pensato a questo, sono sprofondato di nuovo nel cuscino e ho poltrito ancora. Reagisco così allo stress. Più dovrei essere attivo, più dormo. Più dovrei studiare, più mi specializzo nella nobile e antica arte del perdere tempo. Ho messo i piedi giù dal letto qualche tempo dopo, inforcato gli occhiali che – coricandomi – infilo sempre nelle ciabatte sistemate ai lati di un letto a castello che ormai non è più così alto e, facendo colazione, davanti alla mia tazza di latte e tristissimi corn flakes, ho iniziato a rivedere schemi ed appunti. Infilato tutto in quella lavastoviglie rossa che emette sempre e comunque strani borbottii, ho iniziato a sottolineare un nuovo saggio di uno dei miei tre libri di Storia del Cinema, armato di una matita ben appuntita e di un vecchio biglietto del treno. Perché a casa mia non abbiamo nemmeno una comune squadretta e sottolineo con quello, sì. E perché a Febbraio ho il primo esame: prenotato nel cuore della notte, con la follia e l'avventatezza di un kamikaze con lo zaino in spalla, che, per il nuovo anno, ha propositi assurdamente ingenui per uno che, ad aprile, compirà vent'anni tondi tondi. Mentre, in TV, Forum dava il peggio di sé, con una causa esilarante che – in realtà – era un vero e proprio lancio pubblicatio delle Cinquanta Sfumature di Grigio, ho pranzato in fretta e mi sono concesso, prima di iniziare una nuova sessione di studio più o meno intenso, una pausa al computer. In realtà, tra un appunto e l'altro, con la scusa di dover cercare qualcosa di urgente su Google, c'avevo abbondantemente perso tempo già prima. Quando il cazzeggio è un'arte illustre. Rispondendo alla mail di una casa editrice, ho parlato del mio blog, come faccio tante volte e come tante volte farò. Ho scritto a un lontano e sconosciuto addetto stampa che era la mia seconda casa, il luogo d'incontro con i miei più grandi amici e che, in un pomeriggio di solitudine, con mio padre che mi dava consigli e input preziosi, l'avevo fondato due anni fa. Due anni fa... Il calendario mi diceva che, oggi, era il 7 Gennaio. Che oggi, se la matematica non è un'opinione, sarebbero stati 730 giorni di noi – ancora in contatto, ancora compagni virtuali, ancora insieme. Io, senza la scuola a scandire più i miei ritmi, avevo perso il conto dei giorni, e mi sono sentito così in colpa. Mi sono insultato, tolto quell'imbarazzante pigiama a rombi che era diventato la mia seconda pelle e messo al computer. Non con i miei abiti migliori, ma con una dignitosissima tuta grigia e con un felmone blu con una faccina sorridente sopra: io sono questo. Senza eleganza, senza un post già preparato, senza una lista di persone da ringraziare, ma questo. Mosso soltanto dalla voglia pazzesca, sincera e naturale di sentirvi vicini, nel giorno di un mese troppo lungo, ma che accoglie – tra le sue giornate fredde, deprimenti e brevi – il nostro secondo anniversario: l'unica cosa bella. Sicuramente l'unica mia cosa bella. Di parole ne scrivo tante, ma per una volta penso che dilungarmi non sarà necessario. Non ci sono concetti da spiegare, non ci sono sentimenti da esprimere: voi sapete già tutto, e da sempre. Rivolgo i miei ringraziamenti più vivi a chi sa il perché. A chi ha fatto di questo piccolo blog la cosa più bella che ho, in assoluto. Vi adoro. Quindi, lontani e vicini, brindiamo a un altro anno di noi. All'abbraccio di gruppo più grande che i Guinnes dei primati contemplino. ♥

venerdì 3 gennaio 2014

Mr Ciak #25: American Hustle, La vita di Adele, Un Boss in salotto, Diana

Buongiorno, amici! Ritorna anche quest'anno la rubrica Mr Ciak, con quattro piccole recensioni di quattro film diversissimi tra loro. American Hustle e Un boss in salotto sono arrivati in sala il primo dell'anno: il primo, come previsto, ha fatto furore ai Golden Globe, con ben sette nomination; il secondo, sempre come previsto, sta facendo furore al botteghino: consoliamoci, però; al contrario dei film usciti questo natale è davvero una commedia carinissima, anche se banale. Gli altri due, La vita di Adele e Diana, sono “rimanenze” dello scorso anno: uno chiacchieratissimo, l'altro criticatissimo. Come li ho trovati? Scopritelo. Ci sentiamo prestissimo, con altri libri, altri telefilm, altri serial. Baci, M.

Il primo film che mi sono concesso in questo 2014. Come inaugurare bene un anno al cinema, direi. Anche se American Hustle non è nelle mie corde. Anche se non mi fido mai del solito “tratto da una storia vera”. Anche se, con una durata che supera le due ore, è troppo lungo per i miei canoni. Niente da fare. Inutile negare l'evidenza. Il nuovo film del regista di Il lato positivo e The Fighter è una perfetta macchina d'intrattenimento. Staordinariamente diretto, straordinariamente interpretato, straordinariamente strutturato. Trasuda acume, intelligenza, intuito e un gusto vagamente kitsch e cripticamente elegante che fa letteralmente impazzire. Ha grandi nomi nel cast e un grande nome alla regia, ha fatto incetta di nomination ai Golden Globe, ha fatto furore sin dai primissimi trailer, ha fatto parlare tanto e benissimo di sé, ma non è uno di quei film che guardi passivamente e a testa bassa, sapendo di non poter criticare chi l'ha acclamato, con la tua voce spesso fuori dal coro, e sapendo, magari, che, se non lo troverai grande, è colpa tua, che non sei uno “da film d'autore” e mai lo sarai. Io, che Il lato positivo l'ho trovato sopravvalutato a dir poco e che The Fighter non l'ho ancora visto, l'ho trovato pazzesco: sfizioso, ritmato, sorprendente, folle. Magnificamente folle. I personaggi, cesellati con cura e incastonati in un intreccio senza errori, hanno caratteristiche proprie, identità solidissime, un talentuoso regista di cui si fidano ad occhi chiusi... ma sono allo sbaraglio. Camaleontici, commoventi, esilaranti, esaltanti, completamente in parte e completamente fuori di testa. Intorno a loro, colpi di scena e truffe e, soprattutto, gli anni '70. Soprattutto, New York. Le luci, i locali, le discoteche, le pellicce pacchiane e i glitter, la musica disco e le catenine nello scollo delle camicie, le auto truccate e gli hotel di lusso, gli scandali finanziari e i politici corrotti. Sfondo pulsante, iconico, eccessivo e bello per una cinquina di attori strepitosi e mutevoli, sempre. Attori trasformati in pupe sexy o in casi umani, in caricature e in spregevoli imbroglioni a seconda delle occasioni: perché le apparenze ingannano, e Christian Bale può diventare brutto, grasso e calvo; la adorabile Amy Adams di Come d'incanto una femme fatale tanto bella da far girare la testa; il sex symbol Bradley Cooper un brillante agente che meriterebbe urgentemente una promozione, un parrucchiere e una ceretta al petto; il sempre trascurato – da me e basta? - Jeremy Renner un attore degno delle sue due nomination agli Oscar; l'avventosa Jennifer “Katniss” Lawrence un'appariscente ventenne che sembra soffrire di bipolarismo e, precocemente, di una tragicomica sindrome di mezz'età. Pochi personaggi, ma le cui vite – tra disastri e comicità – sono intrecciate con tutta l'intelligenza di cui il cinema hollywoodiano è capace. Ricordano, con i loro pazzi eccessi e i loro tratti marcati e forti, i quattro e inferociti borghesi di Carnage. Come quei grandi attori diretti da Polanski, infatti, buttano le loro vecchie maschere, si spogliano della loro solita pelle e, imbizzarriti e spesso sguaiati, liberano un'anima nascosta, ma che immediatamente conquista. Personaggi cult in un film pieno di momenti dannatamete cult: la sequenza d'apertura con l'elaborato e disgustoso parrucchino di un Bale multiforme e poliedrico, il bacio tra i vestiti dimenticati della lavanderia, il cameo epico di Robert De Niro, Bradley Cooper con i bigodini nei capelli, il suo show in stile La febbre del sabato sera con una Adams dagli occhi e dalle scollature profondissime, il karaoke improvvisato – con tanto di piccola coreografia – di una Lawrence triste ma divertentissima, splendida anche con la tuta sformata e i guanti gialli sporchi di sapone per piatti. Difficile dire chi tra loro sia il più bravo. Jennifer, la più giovane del cast, sembra più giovane e più vecchia allo stesso tempo: i capelli sempre intatti, il fare volgare, gli stessi momenti di debolezza e di euforia della sua Tiffany in Il lato positivo. E' spettacolare, con la capacità di rendere grande un ruolo piccino, ma un altro trionfo agli Oscar, francamente, nonostante l'immensa stima che nutro per lei, mi sembrerebbe troppo: il suo personaggio, a volte, ricalca notevolemente le caratteristiche di quello che, lo scorso anno, le ha regalato l'ambitissima statuetta. Ma, lo sapete, l'Academy ama le squilibrate, e lei si dimostra decisamente convincente nei panni di questa disastrosa, frivola e oca Jessica Rabbit bionda, che ama lo smalto rosso e gli uomini difficili. Un'altra cosa che l'Academy ama, però, sono le trasformazioni radicali, e l'ex Cavaliere Oscuro è particolarmente maestoso. Ma Amy Adams, mai così bella, ipnotizza, e Bradley Cooper – che da un po' ha dimostrato di non essere il classico belloccio senza arte – è bravissimo. Sfortunato e oscuro come il suo personaggio, in Il lato positivo non ha ottenuto quel premio che avrebbe meritato: spero che American Hustle sia il suo film. Perché David O. Russel è il suo regista, sì. Una commedia compatta, funambolica, colorata, bugiarda, ebbra e lucidissima, in cui tutti imbrogliano tutti, ma in cui lo spettatore è trattato con i guanti bianchi: sul valore di questo film, infatti, sarebbe impossibile mentire. Non si bara. Consigliatissimo.

La vita di Adele, per molti il film più bello in assoluto del 2013, è il tipico film da Festival. Ha vinto la Palma d'oro a Cannes, è tra i miglior film stranieri in lizza per il Golden Globe e, anche se non è arrivato agli Oscar, è arrivato molto, molto vicino all'ambito traguardo. Uno di quelli – con un regista amato e molto controverso, illustri rimandi, scelte coraggiose e coraggiosi movimenti di macchina – destinati a piacere, forse, più al grande critico di turno che allo spettatore medio. Io sono lo spettatore medio, immagino, e, decisamente no, non sono un tipo “da film da Festival”. E, ancora, non saprei dire se, trovandomi al cospetto della Vita di Adele, mi sono sentito di stare guardando il gioiello autentico di un anno di buon cinema, ma una cosa l'ho capita, sì: l'ultimo film di Kechiche – regista di cui non avevo mai visto altro prima e di cui non penso vedrò altro in tempi brevi – è un bel film. Indubbiamente. Troppo lungo, troppo esplicito, troppo semplice, troppo onesto. Pretenzioso nemmeno per un attimo. Fatto di momenti bellissimi e di altri apparentemente superflui, di giorni belli e di altri noiosamente normali, di svolte degne di essere raccontate e di altre a cui, invece, nessun altro avrebbe dato visibilità. Per quanto ami il titolo della graphic novel che ha ispirato il regista, “Le bleu est une couleur chaude”, quello scelto alla fine, in un secondo momento, è più calzante e perfetto. Dice il necessario; tutto. Si parla di una vita. Con i suoi alti e bassi, i suoi momenti felici e i suoi momenti tristi, i suoi pregi e i suoi difetti. Giovanile, immediata, carnale la prima parte; adulta, misurata e triste la seconda: il litigio tra le due formidabili protagoniste e uno dei loro ultimi incontri, in un ristorante quasi vuoto, rimangono i momenti più emozionanti e struggenti di tre ore di pellicola. Momenti da ricordare. E io li ricordo, come ho ricordato, in quegli attimi, a caldo, la struggente Someone like you, di una signora cantante che ha lo stesso nome della protagonista, e la sfuriata di una furibonda e sconvolgente Giovanna Mezzogiorno, in L'ultimo Bacio. Non vi parlo della storia, perché non c'è niente da raccontare: La vita di Adele è incentrato su una giovane donna, prima adolescente poi improvvisamente adulta, e sul suo primo e ultimo grande amore. Parla di due persone che si amano, e che queste persone siano due donne non conta. Non conta, come non ha contato per Kechiche, che non ha inserito le sue protagoniste in un melodramma che sa inevitabilmente di amore impossibile, ma del più semplice, vero e comune degli ingredienti: la normalità. Il regista appiccica la macchina da presa al corpo della protagonista e non la molla più, fino a quando la pellicola a disposizione finisce e i titoli di coda scendono dal nulla, sullo schermo nero. Una protagonista che inquadra mentre va al liceo, mangia, piange, fa sesso, bacia, spiega, insegna, chiede perdono, fugge disperata. Adèle Exarchopoulos – appena vent'anni e origini greche, sconosciuta da noi – è la musa di Kechiche, suo maestro e suo segreto carceriere. Ha cambiato il nome al personaggio del fumetto per darle quello di lei, ha inquadrato le sue mille smorfie e la sua bocca sporca, le ha dato un ruolo impossibile e le ha fatto vivere una vita non sua: quella di un'altra Adele; una che ama le donne e si sporca quando mangia, che legge molto e molto ha da capire. Una ragazza difficile – da amare, da comprendere, da interpretare -, al contrario di Emma: più decisa, più forte, più matura. Tra le due, ho preferito lei, che aveva il volto strano di Léa Seydoux e i capelli blu di un'artista ribelle: un curioso e affascinante mix tra Marion Cotillard (suoi sono gli occhi), Vanessa Paradis (suo è il sorriso imperfetto) e il David Bowie di Life on Mars (suoi sono i colori). Fanno scandalo le scene di sesso – lunghe, insistenti, ai limiti dell'esplicito – ma non mi hanno infastidito, personalmente. Il regista – con una certa morbosità, e lo riconosco – contempla quei corpi belli e intrecciati insieme, quelle lingue umide e quelli pelli bianche come il latte, ma il risultato – non saprei spiegarlo bene – sarebbe stato diverso se, protagonisti delle criticate scene, fossero stati un uomo e una donna, o due uomini. Tutto sarebbe stato più terreno, crudo. Adele e Emma, insieme, in quei momenti così forti, sono la bellezza al quadrato, l'arte, l'etereo. Perché la donna, l'essere più bello e complesso del creato – e della coppia -, si duplica, in un gioco fortemente erotico di prospettive, riflessi, nodi di carne. L'esperimento, d'altra parte, non so quanto avrebbe funzionato se, a essere ripresa, fosse stata la vita di una coppia non composta da sole donne: perché Emma e Adele, e il loro grande e difficile amore che si rivela esattamente uguali a tutti gli altri, sono l'unica risposta. L'approccio di Kechiche, fortemente criticato dalle attrici stesse, è azzardato e a senso unico, fortissimo: ho sentito, spesso, come anche loro hanno rivelato, le giovani protagoniste in trappola, schiacciate dalla macchina da presa e dalle pretese di un autore che voleva più baci, più sesso, più verità: anche troppo. Lavorare con lui è stato un inferno, forse, ma sono certo che la Seydoux e la Exarchopoulos non appariranno mai più così: giovani, belle, brave. Per il resto, La vita di Adele è, paradossalmente, un film molto delicato: che cammina lento, e in punta di piedi. Scalzo.

In Benvenuti al sud e Benvenuti al nord, due straordinari successi al botteghino, Luca Miniero aveva parlato di noi, della nostra Italia, delle tante contraddizioni e delle differenze non sempre inconciliabili tra settentrionali e meridionali, con ironia, leggerezza, serenità. Nuovamente al cinema con Un boss in salotto, ritorna con una storia nuova, ma non troppo. Non ci sono più Bisio e Siani, non ci sono più O' sole mio e Oh mia bela Madunina, ma i temi – grosso modo – rimangono gli stessi, anche se con un cast rinnovato e con una diversa etichetta. Miniero porta un camorrista tra le montagne, in Trentino. Mette il sud agli arresti domiciliari, su al nord, e dà a Paola Cortellesi un ruolo da “terrona” convertita, con tanto di accento sudtirolese, figli educatissimi e iscritti a una scuola privata e un maritino remissivo e a modo, che ha il volto di un Luca Argentero sempre presente, sugli schermi nostrani, e sempre in parte. La Cortellesi, da Carmela, ha cambiato il suo nome in Cristina: ha perso la cadenza napoletana, ha imparato a cucinare i piatti tipici e ad odiare la pastiera e, soprattutto, si è lasciata alle spalle un fratello con la propensione a mettersi nei pasticci e con la fedina penale sporca. Un fratello che ha dato per morto, tanto tempo prima. Finché non bussa alla sua porta ancora. In attesa del processo, il presunto boss Rocco Papaleo, infatti, starà da lei: in una famiglia noiosamente normale e fintamente perfetta che non lo vuole e non è disposta minimante ad accoglierlo. Disastri, gag e buffi equivoci saranno all'ordine del giorno. Un boss in salotto, arrivato in sala il primo dell'anno, è un film semplice, edulcorato, ordinario, ma appare oro, se confrontato ai soliti e scadenti cinepanettoni che il Natale ci ha portato, quest'anno come gli scorsi. Rimescola i soliti luoghi comuni su nord e sud, pizzica e prende in giro una parte e l'altra dello stivale, mostra settentrionali che fanno yoga e mangiano roba improponibile e meridionali che non perdono mai la cadenza e che sporcano la cucina con il sugo rigorosamente fatto in casa, ma fa star bene e, per quell'ora e mezza, diverte. Si sorride per il solito buonismo dell'epilogo, si fanno le solite riflessioni sulla crisi e sull'importanza delle relazioni, ma si ride anche, e parecchio. Merito di un ottimo trio d'attori e di due comprimari particolarmente simpatici/antipatici. Paola Cortellesi, bravissima come sempre, potrebbe reggere il film da sola, ma Luca Argentero è bravo e l'esilarante Rocco Papaleo lo è ancora di più. Molto di più. Solo ma non spaesato l'Ale del duo Ale & Franz, immancabile e immancabilmente convincente l'ormai onnipresente Angela Finocchiaro. Tra Ti presento i miei e Quell'idiota di mio fratello, si ripercorrono cliché collaudati e collaudate strutture, dunque, ma di cui lo spettatore medio non è ancora stufo del tutto. Nel frattempo, si ride di gusto. E quello è l'importante, per cominciare l'anno.

E' sempre un'impresa delicata realizzare un biopic. Soprattutto se, a venire raccontato, è un personaggio che ha fatto storia. Emblematico, affascinante, iconico. Su Diana – La storia segreta di Lady D si è abbattuta una sorte simile, sin dall'inizio. E come da copione, aggiungerei. Impossibile toccare la compianta e amata Principessa del Galles, un mistero in vita e un mistero ancora più grande dopo la sua tragica morte. C'è chi ci ha provato, ma si è guadagnato una pioggia di critiche e stroncature più torrenziale ancora di una di quelle che, in questo inverno freddo, si saranno abbattute sulla grigia Londra. Francamente, non ho trovato Diana la catastrofe annunciata che avevano descritto. Ha una fotografia curatissima, una regia solida, costumi perfetti, uno stampo perfettamente cinematografico – alla regia, si nota la mano esperta del tedesco Oliver Hirschbiegel, regista di La caduta. Soprattutto, sarebbe degno di essere visto anche solo per Naomi Watts, che nei panni della principessa triste mostra un'espressività e un rigore ai limiti del maniacale. Il trucco e gli abiti di scena famosissimi ricordano la vera Diana, ma la somiglianza fisica non è poi tanta: Naomi Watts ha tratti più dolci, morbidi e aggraziati della nota principessa, che – sebbene simbolo di femminilità universalmente riconosciuto – aveva una bellezza più britannica, con tratti più spigolosi e un viso più arcigno. Recita con la sua solita naturalezza, portando sullo schermo eleganza e raffinatezza senza fine: quasi non si vede lo studio meticoloso che dev'esserci stato dietro a questa sua superba prova. Una prova buona, ma non di certo la migliore della sua carriera. Anche se, senza dubbio, potrebbe essere considerata la più ambiziosa. Lei è bravissima, ma non può un'attrice – per quanto brava – fare di un film un bel film. A questo biopic credo che manchi la verità. Si lascia seguire, coinvolge, emoziona a tratti, ma non ha un'identità precisa. E' autentico quanto può esserlo un romanzo. Ho apprezzato l'idea di voler mostrare Diana come una donna come tante, alle prese con nuovi amori e vecchi dolori. Ma la normalità ricreata, è evidente, sfocia nella finzione più pura. Eppure, non lo nego, fa anche sorridere piano vedere l'imbarazzo e l'ansia della donna più famosa della terra alle prese con il primo appuntamento con il dottor Hasnat Khan, non proprio il principe azzurro delle favole: fuma troppo, mangia troppo e male, odia i paparazzi e la vita pubblica. Ma nemmeno Diana, se per questo, lo è. Lei non è mai stata la principessa delle favole: tradita, divorziata, allontanata dai suoi due figli, criticata e condannata a non avere un finale felice. Riprendendo una celebre intervista rilasciata, nei primi anni '90, alla BBC, il film – all'inizio – mette a nudo le fragilità sconosciute e la debolezza della donna, non della futura erede al trono: una donna che, nell'omertà generale, faceva del male a sé stessa, facendosi tagli profondi lì dove nessuno poteva vedere. Incisiva l'immagine dei suoi occhi azzurri allo specchio, forte il soffermarsi sulle sue calze smagliate – dopo una fuga dall'appartamento di Hasnat -, triste il suo pianto liberatorio sui tasti del pianoforte. Convincente la Watts, discreto Naveen Andrews, che – invece – alle spalle ha la partecipazione a serie televisive come Lost e Once upon in Wonderland. La storia inedita di questo suo ultimo amore, la vita di questo chirurgo che sperava potesse aggiustare anche il suo, di cuore, è interessante. Ma la normalità in cui è inquadrato il loro rapporto sa, alla fine, di posticcio. E'scandita da bei momenti, ma che rimangono i tipici momenti da film. Ho avuto l'impressione che una vita importante dovesse essere affrontata in maniera diversa: più importante. L'esatta ricostruzione storica, dunque, lascia il tempo che trova e questo è il peggior difetto della pellicola. La loro storia d'amore si apre a sprazzi di cronaca, ad articoli d'attualità, ma che, alla fine, non fanno di Diana né un biopic, né un sostenuto dramma. Un film d'amore a singhiozzi, altalenante. Ha la pacatezza e il controllo inglesi, ma non ne ha il carattere forte e il coraggio. Mostra un'unica verità, quella della protagonista, ma nemmeno lei sa farsi perdonare i buchi nella sceneggiatura che, purtroppo, caratterizzano soprattutto il noto epilogo. Si poteva fare diversamente, si poteva fare meglio. Perché la Watts, per quanto talentuosa, non può far tutto.

mercoledì 1 gennaio 2014

2013 Book Awards - Parte III: Il meglio e il peggio

Buona sera, amici miei, e – soprattutto – tantissimi, tantissimi auguri di buon anno! Tra immancabili buoni propositi (Imparare a suonare la chitarra, farsi venire l'accento british dei Bastille, scrivere un romanzo, prendere tutti 30 agli esami, diventare bello, muscoloso e popolare...) e pranzi disastrosi coi parenti, riesco a collegarmi un secondo per accogliere calorosamente i nuovi arrivati, abbracciare virtualmente le vecchie conoscenze di questa nostra grande famiglia e per lasciarvi, per iniziare come si deve l'anno, il meglio e il peggio del “lontano” 2013. Tanti titoli da consigliare, qualcuno che sarebbe stato meglio evitare, un mare di autori da scoprire. Ci sentiamo prestissimo. Alla prossima e buon inizio, M.
   Il meglio: GRANDI RITORNI
                                     YOUNG ADULT 
                                             THRILLER
            URBAN FANTASY & DISTOPICO
                            I MIGLIORI ESORDI

...e un po' del peggio!
Ma... ma... le cover fanno pendant?!

martedì 31 dicembre 2013

2013 Book Awards - Parte II: Best (and worst) adaptations, Best Couples, Best Cast

Ciao a tutti, amici. Si ritorna, oggi, con la seconda parte dei Book Awards 2013: pronti?
Le categorie di oggi sono tre e riguardano i migliori (e i peggiori) adattamenti, le migliori coppie, i migliori cast. Nella prima categoria, sono compresi tutti i film tratti dai romanzi che ho letto quest'anno, con le rispettive valutazioni e i rispettivi poster cinematografici: il capolavoro è Il grande Gatsby, la delusione Shadowhunters. Nella seconda, ognuna delle coppie è accompagnata da una frase che le rappresenta, tratta dal romanzo – o dai romanzi - che hanno popolato: spazio anche per la serie Beautiful Disaster, il mio “guilty pleasure” per eccellenza di questo 2013. Lo so, non infierite, ahahahah! Ultima, ma non ultima, la categoria dedicata alle migliori squadre, ai gruppi più affiatati, ai comprimari più indimenticabili: perdonate il nome improprio che ho dato a quest'ultima, ma non mi è venuto nient'altro in mente. Perciò, che best cast sia! E' arrivato il momento di salutarci e di farci gli auguri: ci sentiamo domani – probabilmente, nel tardo pomeriggio – con l'ultimo post dedicato alle premiazioni. No, non dovrò smaltire la sbronza, ma sarò a pranzo dai miei nonni! Divertitevi, questa sera: festeggiate, scrivete tanti bei propositi e state con le persone a cui volete bene. Grazie per la compagnia che ci siamo fatti anche quest'anno e tanti, tanti AUGURI a tutti! Vi adoro. Un forte abbraccio virtuale, M.
                BEST (AND WORST) ADAPTATIONS
                                           BEST COUPLES
                                        BEST CAST

lunedì 30 dicembre 2013

2013 Book Awards - Parte I: Best Songs, Best Settings, Best Covers

Buongiorno a tutti, amici! Era da un po' che pensavo alle migliori letture del mio 2013 e, scrivendo tutti i titoli che mi venivano in mente e che mi erano rimasti nel cuore, mi sono accorto che la mia Top10  stava a dir poco degenerando: i titoli, infatti, erano troppi – e devo dire che è stato un anno di letture fortunate! -, come troppe erano le categorie. Le categorie, sì: perché ci sono libri che mi sono piaciuti per un motivo, altri per un altro motivo ancora... In questi giorni, così, cercherò di dare a ogni romanzo il suo. E non ci faremo mancare niente, perché i Golden Globes ci fanno letteralmente un baffo, no? Il primo Gennaio del nuovo anno, suddivisi in diverse categorie, annuncerò i migliori titoli di 365 giorni di buone letture. Oggi e domani, invece, posterò sul blog categorie tutte nuove, ma guai a chiamarle “minori”, eh: perché parliamo delle migliori cover, delle migliori ambientazioni  e... rullo di tamburi... delle  migliori canzoni. I consigli musicali che, da ormai due anni, mi piace dare alla fine di ogni recensione, infatti, mi permettono anche di stilare una brevissima lista delle canzoni più belle che, insieme ai libri, mi hanno – e ci hanno – fatto compagnia: una lista parziale, semplicemente basata sulle canzoni più recenti e degne di nota che ho abbinato ai libri più vari - belli o brutti che siano. Nella categoria dedicata alle cover, invece, sono compresi anche i libri dall'edizione più curata: Perché ci siamo lasciati e Incantesimo tra le righe, ad esempio, con le loro meravigliose e indimenticabili illustrazioni a colori, non potevano mancare. Ditemi, come sempre, anche la vostra opinione: quali canzoni avete amato, quali cover avete preferito, in quali scenari avete adorato perdervi? Vi aspetto e vi do appuntamento a domani. Curiosi? Un abbraccio e buon pomeriggio, M.    
                              BEST SONGS


                          BEST SETTINGS

                            BEST COVERS

domenica 29 dicembre 2013

Recensione: Losing it - Credevo che il cielo fosse azzurro, di Cora Carmack

Ciao a tutti, amici miei, e buon pomeriggio! Oggi, la recensione di un libro veloce veloce e semplice semplice che ho letto in un giorno o poco più. Sto parlando di Losing it, un new adult arrivato in libreria appena qualche settimana fa. Discreto, non del tipo “Che orrore, al rogo!”, ma nemmeno “Entrerà nella mia Top10 di quest'anno”, insomma. Estivo, quasi. Augurandovi una splendida domenica e buona lettura, vi do appuntamento ai prossimo giorni. Non preoccupatevi, ci sarà ancora occasione per farci gli auguri. Baci.
Sediamo tra il pubblico e pensiamo a come avremmo recitato noi quella parte. Vogliamo quello che non possiamo avere. E' la natura umana.

Titolo: Losing it – Credevo che il cielo fosse azzurro
Autrice: Cora Carmack
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 269
Prezzo: € 13,90
Sinossi: Bliss Edwards ha ventidue anni e le manca solo un semestre per finire il college. È intelligente e carina, ma tremendamente timida e insicura. Questa sua insicurezza la rende goffa e in particolare con i ragazzi non sa davvero come comportarsi. In più c'è un problema: è l'unica tra le sue amiche ad essere ancora vergine. Anzi, per lei non è esattamente un problema, però quando lo confessa a Kelsey, la sua migliore amica, questa non le lascia scelta: la situazione dev'essere risolta a tutti i costi. E il modo più veloce e semplice per perdere la verginità è l'avventura di una notte. Ma il suo piano si rivela tutt'altro che semplice. Quella sera Bliss incontra Garrick, un ragazzo stupendo con cui scatta subito una forte attrazione, ma arrivata al dunque, Bliss scappa via con una scusa a dir poco strampalata. Come se la cosa non fosse stata già abbastanza imbarazzante, il giorno dopo, a lezione, scopre che in realtà Garrick è Mr. Taylor, il suo nuovo professore di teatro...
                                                        La recensione
Avrei odiato dare inizio al mio 2014 con un libro lasciato a metà, sospeso tra l'anno vecchio e quello nuovo. Mi sono fiondato, quindi, su qualcosa che, sapevo, avrei portato a termine in una manciata di giorni; anche in un solo pomeriggio di nuvole, magari, lasciando da parte per un po' schemi, appunti e tomi universitari che, ahimé, non erano ben disposti a prendere polvere sulla scrivania. Ad aspettare, ad aspettarmi. La mia scelta, quindi, è ricaduta su questo Losing it, uno dei tanti – troppi? - new adult di ultima generazione, di cui ho letto, in questi mesi, poco e niente: trama simpatica, copertina coloratissima, un sottotitolo stranamente poetico, poche pagine e capitoli - proprio come piacciono a me - svelti e piuttosto brevi. Nessuno chiedeva all'esordiente Cora Carmack un capolavoro e lei, con tanto divertimento e leggerezza, ha scritto una di quelle storie semplici semplici, che leggi piacevolmente, ma che già sai – e dalla primissima pagina – che non ti cambieranno la vita, né rischieranno di metterere radicalmente a soqquadro la lista dei migliori romanzi che, in un anno di letture, ti hanno fatto beatamente compagnia. Tutti sono sempre in attesa del libro perfetto e, se è vero che la vita è un battito di ciglia, a nessuno piace perdere tempo prezioso. Nessuno vuole un romanzo da leggere, riporre sullo scaffale, dimenticare. Perché l'indimenticabile, si sa, è la meta più ambita. Il fattore x. Eppure Losing it, nonostante non sia tra quei romanzi destinati a restare, nonostante si lasci terminare tranquillamente, senza un brivido o la certezza di un lungo ricordo, non mi ha disturbato. Leggibile, senza far rima con imperdibile. E nemmeno un po'. Però lo leggi, e non provi la rabbia che un'amara delusione sa dare. Che è un libro senza infamia e senza lode lo sai da sempre, eppure lo leggi, sorprendendoti anche un po', in fondo, che abbia saputo restituirti il poco che prometteva. Come una di quelle sit-com che guardi così, per riempire ore vuote, perché sai che, pur guardando gli episodi a vanvera, in disordine, non ti perderai granché: non c'è un filo da mantenere, non c'è un'attenzione da tenere viva. Come uno di quei film per la TV, che danno nel tardo pomeriggio – in orari morti – con il bollino verde e con lo scontato avvertimento che, senza interruzioni e pubblicità, si potrebbe correre il solito rischio glicemia. Prodotti con il marchio Lifetime, ma che, pronto a metterti comodo in poltrona e a criticarli a fine visione, guardi ugualmente, perché sei troppo stanco per cambiare canale o perché, nel cast, c'è quell'attrice che trovi simpatica. E non ci vuole un'intercessione divina per trovare la ventiduenne Bliss Edwards simpatica. E' ancora vergine e, secondo la sua vispa amica Kelsey, potrebbe ritrovarsi, un giorno non lontano, sola e con sette gatti a carico. Una notte, quindi, trascinata in un pub da quella Barbie in carne e ossa che vorrebbe, a tutti i costi, accasarla, incontra un ragazzo che – nel trambusto generale – legge Shakespeare. Si piacciono, si baciano, vanno a casa di lei. Sono nudi, vicinissimi... e niente. Il giorno successivo, la protagonista si ritroverà con un gatto che la odia e a cui ha dato il nome di Amleto, con un migliore amico che le ha dichiarato il suo grande amore, con una parte da prima donna nello spettacolo di fine anno e con una cotta imbarazzante per lo sconosciuto della notte prima che - segreto dei segreti - si è rivelato essere il suo nuovo professore di recitazione: in preda a una crisi di nervi, alle prese con un'importante scelta sentimentale, sempre vergine. Ho trovato Bliss a dir poco carinissima: una reginetta di sbronze, melodrammi, figuracce e cattivi pensieri semplicemente adorabile. La immaginavo, in alcuni passi, trasformarsi in uno di quei personaggi da fumetto, con gli occhi a fessura, le guance fucsia e una gocciolina di sudore gigante sulla fronte increspata. La sua creatrice è stata tanto sveglia da non fare di lei, fortunatamente, un caso umano o, peggio ancora, uno di quei miracolosi e miracolati brutti anatroccoli, che – con un po' di trucco, le lenti a contatto, lo shampoo e la scoperta della ceretta e dei reggiseni imbottiti – passava da “la mia vita è un disastro!” a “sono una bella figliola, sì: prendete un numero, e avanti il prossimo!”.
Non ha consacrato il suo corpo a un uomo leggermente più grande, nato nel Natale di appena 2013 anni fa – Gesù – e, al dito, non ha un anello della parrocchia che sbandieri al mondo la sua castità. Bliss è bella, ha avuto qualche ragazzo, ma, semplicemente, non c'è stato quel momento; quello giusto. Ah, quando è felice balla da sola. Originalissima, sincera e ben resa la sua naturale passione per il teatro, proprio come lo è stato l'inserire questa sua storia d'amore tardo-adolescenziale sullo sfondo della Fedra di Racine. Ma nessuno è perfetto e nemmeno la cara Bliss fa eccezione: quando si tratta di lei, la fastidiosa espressione “roteare gli occhi” viene utilizzata in continuazione e a sproposito – diciamo che lei rotea gli occhi più di quanto abbia fatto la testa di Linda Blair nell'Esorcista – e tutto, nei suoi deliri d'onnipotenza d'attrice, tende ad assumere toni melodrammatici, quasi patetici, soffiando via quella patina di brio e allegria che la trama prometteva. Come ogni drama queen degna di questo nome, lei esagera, sempre e troppo: la sua settimana a casa, con la mononucleosi, viene descritta con una drammaticità e un pathos da far temere al lettore un cancro al cervello, un attacco di peste nera, una malattia senza cura. In alcune descrizioni, si perde: un bacio passionale, ok, ma un bacio e basta, finisce per durare così pagine e pagine. Mentre il personaggio di Cade, il suo migliore amico, mi ha convinto, decisamente meno lo ha fatto Garrick, il prof - alias, Sverginator. Bello, biondo, giovane, con una moto al seguito e un accento inglese con cui potrebbe ingravidare le sue studentesse. La tipica star del liceo cresciuta, con il diploma, la laurea e una cattedra in recitazione. Interessante all'inizio: poi scopri che odia Shakespeare per farsi l'alternativo e che, al primo incontro, già chiama Bliss "dolcezza”. I protagonisti sono adulti, teoricamente, e mi è piaciuto leggere di persone più grandi di me, per una volta; ma la verità è che o non si cresce mai per davvero o che la linea tra young e new adult, in casi come questo, non esiste proprio. Ho trovato gli stessi pensieri, gli stessi intrecci, le stesse esperienze, gli stessi temi contenuti nel più ingenuo, tipico e inflazionato romanzetto adolescenziale: uno di quelli in cui il sesso c'è, ma è descritto senza volgarità alcuna. Un po' commedia romantica per la tv, un po' fiaba, dunque, l'esordio di Cora Carmack: un'opera prima non indispensabile, ma scritta bene e tradotta anche meglio. Ci sono lati buffi, lati interessanti, lati sinceri e alcuni lasciano intendere che il new adult, per la Carmack, sia un piacevole hobby, ma solo un lato della medaglia: volendo, saprebbe fare anche altro, e meglio.
Il mio voto: ★★ ½
Il mio consiglio musicale: Madonna – Like a Virgin (Sono originale, amatemi.)

giovedì 26 dicembre 2013

La mia lettera a Charlie: recensendo Noi siamo infinito, di Stephen Chbosky

E i libri che hai letto sono già stati letti da altre persone. E tutte le canzoni che hai amato sono state ascoltate da altre persone. E la ragazza che tu trovi carina è carina per altre persone. E ti rendi conto che, se considerassi queste cose quando sei felice, ti sentiresti alla grande, perché quella che stai descrivendo è "l'armonia".

Titolo: Noi siamo infinito – Ragazzo da parete
Autore: Stephen Chbosky
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 272
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Fra un tema su Kerouac e uno sul "Giovane Holden", tra una citazione da "L'attimo fuggente" e una canzone degli Smiths, scorrono i giorni di un adolescente per niente ordinario. L'ingresso nelle scuole superiori lo lancia in un vortice di prime volte: la prima festa, la prima rissa, il primo amore - per la bellissima ragazza con gli occhi verdi che quando lo guarda fa tremare il mondo. Il primo bacio, e lei gli dice: per te sono troppo grande, però possiamo essere amici. Per compensare, Charlie trova una che non gli piace e parla troppo: a sedici anni fa il primo sesso, e non sa neanche perché. Allora lui, più portato alla riflessione che all'azione, affida emozioni, trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a un amico, al quale racconta ciò che vive, che sente, che ha intorno. Dotato di un'innata gentilezza d'animo e di un dono speciale per la poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti, quello che non dimentica mai un compleanno, quello che non tradisce mai e poi mai un segreto. Peccato che quello più grande, fosco e lontano, sia nascosto proprio dentro di lui.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Heroes – David Bowie; Asleep - The Smiths

Caro Charlie,
ti scrivo. Non so ancora cosa, ma ti scrivo: tu stanne certo. Mi viene in mente, in questo momento, una vecchia e malinconica canzone di Lucio Dalla e, se non sapessi con certezza quasi matematica che tu non l'hai mai ascoltata, be', allora te ne scriverei qualche rigo qui. Per ricordati, magari, una bella canzone e un momento bello; una canzone datata e un momento datato. Per tentare, ed inutilmente, di creare la stessa complicità che c'era – tra te, Patrick e Sam – quando, accucciati sui sedili posteriori della vostra macchina o stravaccati su una poltrona mangiata dalle tarme e da cicche di sigarette mai spente, parlavate degli Smiths e della vita, dei Nirvana e dell'amore, dei Beatles e del futuro. Soprattutto, te la scriverei per combattere il troppo bianco e riempire il troppo spazio vuoto. Essenzialmente, per rompere il ghiaccio. Fior di metafora, chiaro: è il venticinque Dicembre, ma il mio è stato un Natale senza neve e senza sprechi, senza regali costosi e senza botti. Fa caldo per essere pieno inverno e, seduto da solo al tavolo del salotto, a sei minuti dalla mezzanotte, sto benissimo, anche se ho la maglia del pigiama a rombi ficcata nei pantaloni, i calzettoni sfilacciati tirati fin sopra ai polpacci e percezioni sballate di cui faresti meglio, immagino, a non fidarti. Ci sono le pastorelle del mio presepe, però, a testimoniare che si sta caldi. Sono andate a ballare, pensa un po'. 
Al muro non c'è una palla da discoteca tutta luccicante, ma un poster dozzinale, e con le cicatrici incancellabili del nastro adesivo, che dovrebbe rappresentare una piccola e innevata Betlemme: uno sfondo di carta blu sotto cui, io e mio fratello, con la solerzia che non avevamo da bambini e con la mancata immaginazione che abbiamo perso da adolescenti, abbiamo sistemato foreste di muschio più alte delle statuine stesse, capanna, mangiatoia e immancabile Sacra Famiglia, completa di affettuosi animali domestici al seguito – bue e asinello. 
E le famose pastorelle, ovvio, che, prima che i Re Magi arrivino a guastare i loro piani di giovani ribelli, con i loro panieri di plastica, le loro pecorelle imbalsamate appresso e i vestiti a fiori dipinti a mano, si scatenano. Le loro ombre si spostano a scatti, sembrano ballare. Il telecomandino per regolare le illuminazioni è sparito chissà dove, sotto la tovaglia lunga fino al pavimento, e le lucine dorate arrampicate sul tetto della capanna imbiancata da una neve che è di borotalco (è di borotalco davvero, avevamo finito quella finta!) fanno il comodo loro. E' l'anarchia. Si sono stabilizzate, adesso, su un motivo molto sobrio che – facendole accendersi e spegnersi, facendelo fare tuz, tuz, tuz... - ricorda una discoteca invasa da flash stroboscopici, che, a loro volta, mi ricordano perché – perché, perché e perché! - io detesti profondamente e sinceramente le discoteche. Le pastorelle sono state al veglione di Natale, e io sono stato in compagnia tua. Che mi hai parlato attraverso un libro. Qualcuno direbbe che delle statuine inanimate hanno avuto una serata più eccitante della mia, ma quel qualcuno è, tra tante cose brutte brutte che non voglio dire con il bambino Gesù da poco in casa, un vero bugiardo. Io non lo sono ed è per questo che ti rivelo due cose: perché non sono un bugiardo e perché tu, Charlie, sei mio amico. Numero uno: è stata Wikipedia a dirmi che Gesù è nato a Betlemme e non a Nazaret; ma la colpa è tutta di Zeffirelli e di quel suo film da titolo tremendamente ingannevole. Numero due: sempre Wikipedia mi ha detto che Caro amico ti scrivo la cantava Lucio Dalla e non Antonello Venditti, e capirai che per me è stata una rivelazione. Ha riscritto la storia di questa lettera. Se il pezzo che avevo in mente fosse stato di quell'incubo ambulante dai vibrati caprini che ha segnato le notti in bianco di generazioni di maturandi, non l'avrei nominato nemmeno di striscio e, di conseguenza, non avrei avuto il mio inizio. Non fa una piega, no? E poi tu sai che gli inizi sono la cosa più importante. Gli inizi e gli arrivi. Ma io mi sono perso, in mezzo a queste ghirlande sintetiche di pensieri ingarbugliati, e ho il presentimento che potrei non arrivare mai. Ti ho conosciuto un anno fa: l'ultima notte del mondo. I Maya lo avevano predetto, Giacobbo lo aveva scritto, Mistero ne aveva parlato e io, fino al giorno prima, c'avevo beatamente riso sopra. Poi le luci avevano cominciato a tremolare, le porte a sbattere e il cielo, fuori, a scatenarsi, con tuoni fragorosi e una conciliante pioggia da Antico Testamento. Nell'ipotesi lontanissima che tutto si fosse rivelato vero, avrei sprecato l'ultima sera vestito del mio vecchio pigiama e delle mie nuove paranoie. Stupido. Deprimente. La mia scelta, allora, ricadde su un film in lingua originale, praticamente sconosciuto, la cui uscita, in Italia, era prevista per l'anno successivo. Avrei potuto vedere, almeno, uno spicchio di futuro. Si chiamava The Perks of Being a Wallflower, quel film, e parlava proprio di te. Ti piacciono i bei film e le belle canzoni e qualcosa mi dice che anche il tuo film ti andrebbe a genio. Ora respira. Niente panico. Cal-ma. Sì, hanno violato un tantino la tua privacy, e sì, le tue lettere non sono arrivate, alla fine, alla destinazione desiderata, ma io voglio essere egoista e voglio urlarti, a squarciagola, che non importa. Lunga vita ai postini inseguiti dai cani e alle buche delle lettere invertite per errore, lunga vita ai disastri poco splendidi e ai ritardi poco eleganti delle poste di tutto il pianeta Terra, lunga vita a Stephen Chbosky, al suo cognome orribile e alle sue mani che sanno fare miracoli. Lunga vita a te, amico mio. In tuo onore, religiosamente, alzo la mia tazza di ceramica, manco fosse il Sacro Graal, e mi schizzo tutto di camomilla. Bleah, sembra pure pipì! Noi siamo infinito è stata la mia storia da fine del mondo; sin dal primo istante, sin dall'anno scorso. Quella che mi ha fatto compagnia, curando la malattia più grave di cui il cuore di quel ragazzo sveglio nel mezzo della notte potesse soffrire: la solitudine. Leggerti ha significato scoprire una perla di inestimabile valore nascosta nella cassetta delle lettere, tra le cartoline natalizie, i volantini dei discount a buon mercato e gli immancabili opuscoli dei testimoni di Geova. Fare un regalo a sé stessi, alla vita. E io mi ti sono regalato. Quando ero arrabbiato con tutti, e non volevo incontrare nessuno di mia conoscenza con cui scambiare chiacchiere piene di auguri e d'ipocrisia, e avevo venti euro – nel portafoglio – e poco altro. Quando ho capito che era arrivato il momento di venire a bussare alla tua porta e di vederti lì, sull'uscio, calmo, sereno, con gli occhi pieni di pace - perché ho sentito che sei uno che ascolta e che capisce e perché, alle feste, non cerchi di portarti a letto le persone, anche se potresti.
Chissà che faccia avresti, chissà che faccia avrei, chissà che faccia avremmo. Io sento che ti riconoscerei, anche se tu avessi un viso diverso da quello del bravo Logan Lerman e la Sam accanto a te non fosse quell'incanto di Emma Watson. E tu... tu mi riconosceresti? Io ho un'idea assurda, un'idea fissa: lettera dopo lettera, ricordo dopo ricordo, tu ti stavi rivolgendo a me. E per tutto il tempo. Io lo so. Io ci spero. Perché tu scrivevi a me, giusto? Ho bisogno che tu mi menta. Ho bisogno che tu mi dica di sì.
Perciò, anche se l'ultima volta che ho scritto una lettera è stato per un tema di quinta elementare, consegnato a un maestro di scuola decisamente meno ispirato del tuo signor Anderson, io voglio inviarti una risposta. E la cosa è stranissima, perché il Charlie di cui ho letto aveva sedici anni e, all'inizio degli anni '90, cominciava il primo anno di liceo. Ma il me stesso di adesso, che di anni ne ha quasi venti e il liceo l'ha già finito a luglio, in quegli anni viveva giusto nella mente dei suoi genitori e in “banchi” di disgustosi spermatozoi tra cui, nella corsa più importante, alla fine, sono arrivato primo. Sono più grande e più piccolo di te. Dunque, tu potresti perfettamente essere il mio fratellino minore e, allo stesso tempo... che ne so... mio padre, se, nei tuoi primi goffi e precoci approcci sessuali sul divano rosso di Mary Elizabeth, non avessi usato le giuste precauzioni. Ti saresti potuto ritrovare con la gonorrea, o con un figlio della mia età a carico: addirittura con entrambe le cose. Tuo nonno ti avrebbe insultato, i tuoi ti avrebbero messo in punizione, tua sorella – in lacrime – avrebbe ricordato il piccolo segreto tra voi e quella volta in cui dormì sotto un plaid, sul sedile posteriore della tua macchina, Patrick avrebbe riso. Oh, sì, Patrick avrebbe riso senza più smettere. Sam, invece, ti avrebbe sorriso, confidando nelle tue doti di giovane padre e nel tuo grande cuore di essere umano, immaginando, in silenzio, l'amore che quel bambino avrebbe ricevuto e gli occhi che avrebbe avuto se quel neonato fosse stato, in fondo, il vostro. Io ti avrei voluto come compagno di banco, non come genitore: ci saremmo conosciuti in un laboratorio di cuori solitari e ulcerati, anime affrante e orologi di legno e, in una mensa piena di estranei, ci saremmo seduti nel tavolo più isolato di tutti, io con i miei pensieri e tu con i tuoi. Senza disturbarci, ma facendoci compagnia. Per il bisogno di sentirsi vicini e di fare da tappezzeria, insieme. Entrambi con l'abitudine di scrivere tanto e di parlare poco, di sedersi a ginocchia strette e con le mani sempre in tasca, di non intervenire a lezione per paura di attirare qualche attenzione di troppo, di cantare in playback con le cuffiette premute nelle orecchie, di voler essere scrittori anche senza una storia da scrivere, di trovare un'occasione buona per vestirsi tutti eleganti, di andare a feste in cui fare da reggimoccolo alle coppiette innamorate di turno e stare seduti su un divano pieno di gente che pomicia è il massimo dell'aspirazione. Seriamente. Tu sei stato nella mia testa e io sono stato nella tua. 

Hai rubato i miei pensieri tristi e le mie ansie, i miei complessi di inferiorità e i miei timori e, qualche volta, quelle tue parole messe così, nero su bianco, facevano un rumore familiare, che ricordava quello dei miei pensieri inespressi e delle mie emozioni difettose. Come se milioni di telecamere a circuito chiuso, puntate nella mia piccola stanza e sul mio piccolo mondo, avessero carpito le ingenuità, l'intensità e la fragilità del mio sentirmi adolescente. Come se tu fossi me stesso. Ci siamo voluti bene, Charlie. E tu mi hai insegnato a volermi ancora bene, e meglio di prima. Nelle tue lettere c'ero io, insieme agli amici folli ed altruisti che desidero da sempre, e all'amore che penserei, un giorno, di meritare. C'erano sofferenze che ispiravano trionfi, valori e sentimenti, musica, immagini, poesia vera. Grandi persone, con dolori annessi, e grandi emozioni, con lacrime amare e sorrisi aspri racchiusi nella stessa pagina. Io odio i punti esclamativi, ma questa lettera dovrebbe esserne piena, per ricordarmi di tutte le volte in cui mi hai fatto ridere di cuore, imbarazzare, alterare; per ricordarmi quanto, quanto e quanto ti abbia invidiato i baci della delicata Sam, gli abbracci improvvisi del simpaticissimo Patrick, la voce ruvida di David Bowie, percepita per la prima volta nelle casse dell'autoradio, e quella sensazione di essere eroi, anche se per un giorno soltanto. Con il mondo ai tuoi piedi, le tue persone preferite accanto e l'infinito ad un passo, alla fine del tunnel. Io odio anche i puntini di sospensione, ma questa lettera dovrebbe essere piena zeppa anche di quelli lì, per le mille volte in cui mi hai lasciato affranto e svuotato. Tra l'altro, io odio ancora di più le pubbliche manifestazioni d'affetto, ma credimi quando dico che ho voluto più bene a te, per un giorno, che ai miei parenti, per tutta la vita. E adesso non vorrei lasciarti andare più via. Insieme alla tua storia, il mio libraio mi ha dato un taccuino verde pieno di adesivi, con frasi che non avresti mai immaginato, da giovane, potessero rappresentare tanti ragazzi da parete come noi. Ho provato a scrivere questa stramba lettera sul taccuino, ma con una di quelle penne cancellabili delle elementari, che pensavo francamente non avrei usato più in questa vita. L'ho usata eccome, invece. Ho cancellato tutto quello che avevo buttato giù. Da ordinata e tondeggiante, la mia grafia sarebbe diventata obesa, insolente, indisciplinata. Voleva evitare di raccontare la cronaca del nostro inevitabile addio; diventare qualcosa che è simile all'infinito verso cui, ti prometto, mirerò. Ma, come diresti tu, suppongo sia OK. Suppongo sia tutto. Smetto di scriverti che è ormai un nuovo giorno. La camomilla è fredda; il mio stomaco brontola; i miei occhi si chiudono, stanchissimi. Stacco le luci psichedeliche del mio presepe e l'ombra danzerina delle pastorelle muore, nel buio. Alla prossima festa, ballerò io. Lo giuro.
Sempre con affetto,
M.
25/12/2013