Stamattina
mi sono svegliato con un pensiero fisso. Avevo una cosa da fare,
anche se non sapevo esattamente cosa. Qualcosa c'era, ecco. Ed era
importante. Poi, alle sette in punto, mia mamma è entrata nella
stanza, chiamando mio fratello per nome: Diego doveva ritornare a
scuola, ma non io. Uno dei pochissimi pregi dell'università, ho
realizzato, ad occhio e croce. L'università... Ho pensato a questo,
sono sprofondato di nuovo nel cuscino e ho poltrito ancora. Reagisco
così allo stress. Più dovrei essere attivo, più dormo. Più dovrei
studiare, più mi specializzo nella nobile e antica arte del perdere
tempo. Ho messo i piedi giù dal letto qualche tempo dopo, inforcato
gli occhiali che – coricandomi – infilo sempre nelle ciabatte
sistemate ai lati di un letto a castello che ormai non è più così
alto e, facendo colazione, davanti alla mia tazza di latte e
tristissimi corn flakes, ho iniziato a rivedere schemi ed appunti.
Infilato tutto in quella lavastoviglie rossa che emette sempre e
comunque strani borbottii, ho iniziato a sottolineare un nuovo saggio
di uno dei miei tre libri di Storia del Cinema, armato di una matita
ben appuntita e di un vecchio biglietto del treno. Perché a casa mia
non abbiamo nemmeno una comune squadretta e sottolineo con quello, sì. E
perché a Febbraio ho il primo esame: prenotato nel cuore della
notte, con la follia e l'avventatezza di un kamikaze con lo zaino in
spalla, che, per il nuovo anno, ha propositi assurdamente ingenui per
uno che, ad aprile, compirà vent'anni tondi tondi. Mentre, in TV,
Forum dava il peggio di sé, con una causa esilarante che – in
realtà – era un vero e proprio lancio pubblicatio delle Cinquanta
Sfumature di Grigio, ho pranzato in fretta e mi sono concesso, prima
di iniziare una nuova sessione di studio più o meno intenso, una
pausa al computer. In realtà, tra un appunto e l'altro, con la scusa
di dover cercare qualcosa di urgente su Google, c'avevo
abbondantemente perso tempo già prima. Quando il cazzeggio è
un'arte illustre. Rispondendo alla mail di una casa editrice, ho
parlato del mio blog, come faccio tante volte e come tante volte
farò. Ho scritto a un lontano e sconosciuto addetto stampa che era
la mia seconda casa, il luogo d'incontro con i miei più grandi amici
e che, in un pomeriggio di solitudine, con mio padre che mi dava
consigli e input preziosi, l'avevo fondato due anni fa. Due anni
fa... Il calendario mi diceva che, oggi, era il 7 Gennaio. Che oggi,
se la matematica non è un'opinione, sarebbero stati 730 giorni di
noi – ancora in contatto, ancora compagni virtuali, ancora insieme.
Io, senza la scuola a scandire più i miei ritmi, avevo perso il
conto dei giorni, e mi sono sentito così in colpa. Mi sono
insultato, tolto quell'imbarazzante pigiama a rombi che era diventato
la mia seconda pelle e messo al computer. Non con i miei abiti
migliori, ma con una dignitosissima tuta grigia e con un felmone blu
con una faccina sorridente sopra: io sono questo. Senza eleganza,
senza un post già preparato, senza una lista di persone da
ringraziare, ma questo. Mosso soltanto dalla voglia pazzesca, sincera
e naturale di sentirvi vicini, nel giorno di un mese troppo lungo, ma
che accoglie – tra le sue giornate fredde, deprimenti e brevi –
il nostro secondo anniversario: l'unica cosa bella. Sicuramente
l'unica mia cosa bella. Di parole ne scrivo tante, ma per una volta
penso che dilungarmi non sarà necessario. Non ci sono concetti da
spiegare, non ci sono sentimenti da esprimere: voi sapete già tutto,
e da sempre. Rivolgo i miei ringraziamenti più vivi a chi sa il
perché. A chi ha fatto di questo piccolo blog la cosa più bella che
ho, in assoluto. Vi adoro. Quindi, lontani e vicini, brindiamo a un
altro anno di noi. All'abbraccio di gruppo più grande che i Guinnes
dei primati contemplino. ♥
martedì 7 gennaio 2014
venerdì 3 gennaio 2014
Mr Ciak #25: American Hustle, La vita di Adele, Un Boss in salotto, Diana
Buongiorno,
amici! Ritorna anche quest'anno la rubrica Mr Ciak, con quattro
piccole recensioni di quattro film diversissimi tra loro. American
Hustle e Un boss in salotto sono
arrivati in sala il primo dell'anno: il primo, come previsto, ha
fatto furore ai Golden Globe, con ben sette nomination; il secondo,
sempre come previsto, sta facendo furore al botteghino: consoliamoci,
però; al contrario dei film usciti questo natale è davvero una
commedia carinissima, anche se banale. Gli altri due, La
vita di Adele e Diana, sono
“rimanenze” dello scorso anno: uno chiacchieratissimo, l'altro
criticatissimo. Come li ho trovati? Scopritelo. Ci sentiamo
prestissimo, con altri libri, altri telefilm, altri serial. Baci, M.
Il
primo film che mi sono concesso in questo 2014. Come inaugurare bene
un anno al cinema, direi. Anche se American Hustle non è
nelle mie corde. Anche se non mi fido mai del solito “tratto da
una storia vera”. Anche se, con una durata che supera le due
ore, è troppo lungo per i miei canoni. Niente da fare. Inutile
negare l'evidenza. Il nuovo film del regista di Il lato positivo e
The Fighter è una perfetta macchina d'intrattenimento.
Staordinariamente diretto, straordinariamente interpretato,
straordinariamente strutturato. Trasuda acume, intelligenza, intuito
e un gusto vagamente kitsch e cripticamente elegante che fa
letteralmente impazzire. Ha grandi nomi nel cast e un grande nome
alla regia, ha fatto incetta di nomination ai Golden Globe, ha fatto
furore sin dai primissimi trailer, ha fatto parlare tanto e benissimo
di sé, ma non è uno di quei film che guardi passivamente e a testa
bassa, sapendo di non poter criticare chi l'ha acclamato, con la tua
voce spesso fuori dal coro, e sapendo, magari, che, se non lo
troverai grande, è colpa tua, che non sei uno “da film d'autore”
e mai lo sarai. Io, che Il lato positivo l'ho trovato
sopravvalutato a dir poco e che The Fighter non l'ho ancora
visto, l'ho trovato pazzesco: sfizioso, ritmato, sorprendente, folle.
Magnificamente folle. I personaggi, cesellati con cura e incastonati
in un intreccio senza errori, hanno caratteristiche proprie, identità
solidissime, un talentuoso regista di cui si fidano ad occhi
chiusi... ma sono allo sbaraglio. Camaleontici, commoventi,
esilaranti, esaltanti, completamente in parte e completamente fuori
di testa. Intorno a loro, colpi di scena e truffe e, soprattutto, gli
anni '70. Soprattutto, New York. Le luci, i locali, le discoteche, le
pellicce pacchiane e i glitter, la musica disco e le catenine nello
scollo delle camicie, le auto truccate e gli hotel di lusso, gli
scandali finanziari e i politici corrotti. Sfondo pulsante, iconico,
eccessivo e bello per una cinquina di attori strepitosi e mutevoli,
sempre. Attori trasformati in pupe sexy o in casi umani, in
caricature e in spregevoli imbroglioni a seconda delle occasioni:
perché le apparenze ingannano, e Christian Bale può diventare
brutto, grasso e calvo; la adorabile Amy Adams di Come d'incanto
una femme fatale tanto bella da far girare la testa; il sex
symbol Bradley Cooper un brillante agente che meriterebbe
urgentemente una promozione, un parrucchiere e una ceretta al petto;
il sempre trascurato – da me e basta? - Jeremy Renner un attore
degno delle sue due nomination agli Oscar; l'avventosa Jennifer
“Katniss” Lawrence un'appariscente ventenne che sembra soffrire
di bipolarismo e, precocemente, di una tragicomica sindrome di
mezz'età. Pochi personaggi, ma le cui vite – tra disastri e
comicità – sono intrecciate con tutta l'intelligenza di cui il
cinema hollywoodiano è capace. Ricordano, con i loro pazzi eccessi e
i loro tratti marcati e forti, i quattro e inferociti borghesi di
Carnage. Come quei grandi attori diretti da Polanski, infatti,
buttano le loro vecchie maschere, si spogliano della loro solita
pelle e, imbizzarriti e spesso sguaiati, liberano un'anima nascosta,
ma che immediatamente conquista. Personaggi cult in un film pieno di
momenti dannatamete cult: la sequenza d'apertura con l'elaborato e
disgustoso parrucchino di un Bale multiforme e poliedrico, il bacio
tra i vestiti dimenticati della lavanderia, il cameo epico di Robert
De Niro, Bradley Cooper con i bigodini nei capelli, il suo show in
stile La febbre del sabato sera con una Adams dagli occhi e
dalle scollature profondissime, il karaoke improvvisato – con tanto
di piccola coreografia – di una Lawrence triste ma divertentissima,
splendida anche con la tuta sformata e i guanti gialli sporchi di
sapone per piatti. Difficile dire chi tra loro sia il più bravo.
Jennifer, la più giovane del cast, sembra più giovane e più
vecchia allo stesso tempo: i capelli sempre intatti, il fare
volgare, gli stessi momenti di debolezza e di euforia della sua
Tiffany in Il lato positivo. E' spettacolare, con la capacità
di rendere grande un ruolo piccino, ma un altro trionfo agli Oscar,
francamente, nonostante l'immensa stima che nutro per lei, mi
sembrerebbe troppo: il suo personaggio, a volte, ricalca notevolemente le
caratteristiche di quello che, lo scorso anno, le ha regalato
l'ambitissima statuetta. Ma, lo sapete, l'Academy ama le
squilibrate, e lei si dimostra decisamente convincente nei panni di
questa disastrosa, frivola e oca Jessica Rabbit bionda, che ama lo
smalto rosso e gli uomini difficili. Un'altra cosa che l'Academy
ama, però, sono le trasformazioni radicali, e l'ex Cavaliere
Oscuro è particolarmente maestoso. Ma Amy Adams, mai così bella,
ipnotizza, e Bradley Cooper – che da un po' ha dimostrato di non
essere il classico belloccio senza arte – è bravissimo. Sfortunato
e oscuro come il suo personaggio, in Il lato positivo non ha
ottenuto quel premio che avrebbe meritato: spero che American
Hustle sia il suo film. Perché David O. Russel è il suo
regista, sì. Una commedia compatta, funambolica, colorata, bugiarda,
ebbra e lucidissima, in cui tutti imbrogliano tutti, ma in cui lo
spettatore è trattato con i guanti bianchi: sul valore di questo
film, infatti, sarebbe impossibile mentire. Non si bara.
Consigliatissimo.
La
vita di Adele,
per molti il film più bello in assoluto del 2013, è il tipico film
da Festival. Ha vinto la Palma d'oro a Cannes, è tra i miglior film
stranieri in lizza per il Golden Globe e, anche se non è arrivato
agli Oscar, è arrivato molto, molto vicino all'ambito traguardo. Uno
di quelli – con un regista amato e molto controverso, illustri
rimandi, scelte coraggiose e coraggiosi movimenti di macchina –
destinati a piacere, forse, più al grande critico di turno che allo
spettatore medio. Io sono lo spettatore medio, immagino, e,
decisamente no, non sono un tipo “da film da Festival”. E,
ancora, non saprei dire se, trovandomi al cospetto della Vita
di Adele,
mi sono sentito di stare guardando il gioiello autentico di un anno
di buon cinema, ma una cosa l'ho capita, sì: l'ultimo film di
Kechiche – regista di cui non avevo mai visto altro prima e di cui
non penso vedrò altro in tempi brevi – è un bel film.
Indubbiamente. Troppo lungo, troppo esplicito, troppo semplice,
troppo onesto. Pretenzioso nemmeno per un attimo. Fatto di momenti
bellissimi e di altri apparentemente superflui, di giorni belli e di
altri noiosamente normali, di svolte degne di essere raccontate e di
altre a cui, invece, nessun altro avrebbe dato visibilità. Per
quanto ami il titolo della graphic novel che ha ispirato il regista,
“Le
bleu est une couleur chaude”,
quello
scelto alla fine, in un secondo momento, è più calzante e perfetto.
Dice il necessario; tutto. Si parla di una vita. Con i suoi alti e
bassi, i suoi momenti felici e i suoi momenti tristi, i suoi pregi e
i suoi difetti. Giovanile, immediata, carnale la prima parte; adulta,
misurata e triste la seconda: il litigio tra le due formidabili
protagoniste e uno dei loro ultimi incontri, in un ristorante quasi
vuoto, rimangono i momenti più emozionanti e struggenti di tre ore
di pellicola. Momenti da ricordare. E io li ricordo, come ho
ricordato, in quegli attimi, a caldo, la struggente Someone
like you, di
una signora cantante che ha lo stesso nome della protagonista, e la
sfuriata di una furibonda e sconvolgente Giovanna Mezzogiorno, in
L'ultimo
Bacio.
Non vi parlo della storia, perché non c'è niente da raccontare: La
vita di Adele è
incentrato su una giovane donna, prima adolescente poi
improvvisamente adulta, e sul suo primo e ultimo grande amore. Parla
di due persone che si amano, e che queste persone siano due donne non
conta. Non conta, come non ha contato per Kechiche, che non ha
inserito le sue protagoniste in un melodramma che sa inevitabilmente
di amore impossibile, ma del più semplice, vero e comune degli
ingredienti: la normalità. Il regista appiccica la macchina da presa
al corpo della protagonista e non la molla più, fino a quando la
pellicola a disposizione finisce e i titoli di coda scendono dal
nulla, sullo schermo nero. Una protagonista che inquadra mentre va al
liceo, mangia, piange, fa sesso, bacia, spiega, insegna, chiede
perdono, fugge disperata. Adèle Exarchopoulos – appena vent'anni e
origini greche, sconosciuta da noi – è la musa di Kechiche, suo
maestro e suo segreto carceriere. Ha cambiato il nome al personaggio
del fumetto per darle quello di lei, ha inquadrato le sue mille
smorfie e la sua bocca sporca, le ha dato un ruolo impossibile e le
ha fatto vivere una vita non sua: quella di un'altra Adele; una che
ama le donne e si sporca quando mangia, che legge molto e molto ha da
capire. Una ragazza difficile – da amare, da comprendere, da
interpretare -, al contrario di Emma: più decisa, più forte, più
matura. Tra le due, ho preferito lei, che aveva il volto strano di
Léa Seydoux e i capelli blu di un'artista ribelle: un curioso e
affascinante mix tra Marion Cotillard (suoi sono gli occhi), Vanessa
Paradis (suo è il sorriso imperfetto) e il David Bowie di Life
on Mars
(suoi sono i colori). Fanno scandalo le scene di sesso – lunghe,
insistenti, ai limiti dell'esplicito – ma non mi hanno infastidito,
personalmente. Il regista – con una certa morbosità, e lo
riconosco – contempla quei corpi belli e intrecciati insieme,
quelle lingue umide e quelli pelli bianche come il latte, ma il
risultato – non saprei spiegarlo bene – sarebbe stato diverso se,
protagonisti delle criticate scene, fossero stati un uomo e una
donna, o due uomini. Tutto sarebbe stato più terreno, crudo. Adele e
Emma, insieme, in quei momenti così forti, sono la bellezza al
quadrato, l'arte, l'etereo. Perché la donna, l'essere più bello e
complesso del creato – e della coppia -, si duplica, in un gioco
fortemente erotico di prospettive, riflessi, nodi di carne.
L'esperimento, d'altra parte, non so quanto avrebbe funzionato se, a
essere ripresa, fosse stata la vita di una coppia non composta da
sole donne: perché Emma e Adele, e il loro grande e difficile amore
che si rivela esattamente uguali a tutti gli altri, sono l'unica
risposta. L'approccio di Kechiche, fortemente criticato dalle
attrici stesse, è azzardato e a senso unico, fortissimo: ho sentito,
spesso, come anche loro hanno rivelato, le giovani protagoniste in
trappola, schiacciate dalla macchina da presa e dalle pretese di un
autore che voleva più baci, più sesso, più verità: anche troppo.
Lavorare con lui è stato un inferno, forse, ma sono certo che la
Seydoux e la Exarchopoulos non appariranno mai più così: giovani,
belle, brave. Per il resto, La
vita di Adele
è, paradossalmente, un film molto delicato: che cammina lento, e in
punta di piedi. Scalzo.
In
Benvenuti al sud e Benvenuti al nord, due straordinari
successi al botteghino, Luca Miniero aveva parlato di noi, della
nostra Italia, delle tante contraddizioni e delle differenze non
sempre inconciliabili tra settentrionali e meridionali, con ironia,
leggerezza, serenità. Nuovamente al cinema con Un boss in
salotto, ritorna con una storia nuova, ma non troppo. Non ci sono
più Bisio e Siani, non ci sono più O' sole mio e Oh mia bela
Madunina, ma i temi – grosso modo – rimangono gli stessi,
anche se con un cast rinnovato e con una diversa etichetta. Miniero
porta un camorrista tra le montagne, in Trentino. Mette il sud agli
arresti domiciliari, su al nord, e dà a Paola Cortellesi un ruolo da
“terrona” convertita, con tanto di accento sudtirolese, figli
educatissimi e iscritti a una scuola privata e un maritino remissivo
e a modo, che ha il volto di un Luca Argentero sempre presente, sugli
schermi nostrani, e sempre in parte. La Cortellesi, da Carmela, ha
cambiato il suo nome in Cristina: ha perso la cadenza napoletana, ha
imparato a cucinare i piatti tipici e ad odiare la pastiera e,
soprattutto, si è lasciata alle spalle un fratello con la
propensione a mettersi nei pasticci e con la fedina penale sporca. Un
fratello che ha dato per morto, tanto tempo prima. Finché non bussa
alla sua porta ancora. In attesa del processo, il presunto boss Rocco
Papaleo, infatti, starà da lei: in una famiglia noiosamente normale
e fintamente perfetta che non lo vuole e non è disposta minimante ad
accoglierlo. Disastri, gag e buffi equivoci saranno all'ordine del
giorno. Un boss in salotto, arrivato in sala il primo
dell'anno, è un film semplice, edulcorato, ordinario, ma appare oro,
se confrontato ai soliti e scadenti cinepanettoni che il Natale ci ha
portato, quest'anno come gli scorsi. Rimescola i soliti luoghi comuni
su nord e sud, pizzica e prende in giro una parte e l'altra dello
stivale, mostra settentrionali che fanno yoga e mangiano roba
improponibile e meridionali che non perdono mai la cadenza e che
sporcano la cucina con il sugo rigorosamente fatto in casa, ma fa
star bene e, per quell'ora e mezza, diverte. Si sorride per il solito
buonismo dell'epilogo, si fanno le solite riflessioni sulla crisi e
sull'importanza delle relazioni, ma si ride anche, e parecchio.
Merito di un ottimo trio d'attori e di due comprimari particolarmente
simpatici/antipatici. Paola Cortellesi, bravissima come sempre,
potrebbe reggere il film da sola, ma Luca Argentero è bravo e
l'esilarante Rocco Papaleo lo è ancora di più. Molto di più. Solo
ma non spaesato l'Ale del duo Ale & Franz, immancabile e
immancabilmente convincente l'ormai onnipresente Angela Finocchiaro.
Tra Ti presento i miei e Quell'idiota di mio fratello,
si ripercorrono cliché collaudati e collaudate strutture, dunque, ma
di cui lo spettatore medio non è ancora stufo del tutto. Nel
frattempo, si ride di gusto. E quello è l'importante, per cominciare
l'anno.
E'
sempre un'impresa delicata realizzare un biopic. Soprattutto se, a venire
raccontato, è un personaggio che ha fatto storia. Emblematico,
affascinante, iconico. Su Diana – La storia segreta di Lady D si
è abbattuta una sorte simile, sin dall'inizio. E come da copione,
aggiungerei. Impossibile toccare la compianta e amata Principessa del
Galles, un mistero in vita e un mistero ancora più grande dopo la
sua tragica morte. C'è chi ci ha provato, ma si è guadagnato una
pioggia di critiche e stroncature più torrenziale ancora di una di
quelle che, in questo inverno freddo, si saranno abbattute sulla
grigia Londra. Francamente, non ho trovato Diana la catastrofe
annunciata che avevano descritto. Ha una fotografia curatissima, una
regia solida, costumi perfetti, uno stampo perfettamente
cinematografico – alla regia, si nota la mano esperta del tedesco
Oliver Hirschbiegel, regista di La caduta. Soprattutto, sarebbe degno di essere visto anche solo per
Naomi Watts, che nei panni della principessa triste mostra
un'espressività e un rigore ai limiti del maniacale. Il trucco e gli
abiti di scena famosissimi ricordano la vera Diana, ma la somiglianza
fisica non è poi tanta: Naomi Watts ha tratti più dolci, morbidi e
aggraziati della nota principessa, che – sebbene simbolo di
femminilità universalmente riconosciuto – aveva una bellezza più
britannica, con tratti più spigolosi e un viso più arcigno. Recita
con la sua solita naturalezza, portando sullo schermo eleganza e
raffinatezza senza fine: quasi non si vede lo studio meticoloso che dev'esserci stato dietro a questa sua superba prova. Una
prova buona, ma non di certo la migliore della sua carriera. Anche
se, senza dubbio, potrebbe essere considerata la più ambiziosa. Lei
è bravissima, ma non può un'attrice – per quanto brava – fare
di un film un bel film. A questo biopic credo che manchi la verità.
Si lascia seguire, coinvolge, emoziona a tratti, ma non ha
un'identità precisa. E' autentico quanto può esserlo un romanzo. Ho
apprezzato l'idea di voler mostrare Diana come una donna come tante,
alle prese con nuovi amori e vecchi dolori. Ma la normalità
ricreata, è evidente, sfocia nella finzione più pura. Eppure, non
lo nego, fa anche sorridere piano vedere l'imbarazzo e l'ansia della
donna più famosa della terra alle prese con il primo appuntamento
con il dottor Hasnat Khan, non proprio il principe azzurro delle
favole: fuma troppo, mangia troppo e male, odia i paparazzi e la vita
pubblica. Ma nemmeno Diana, se per questo, lo è. Lei non è mai
stata la principessa delle favole: tradita, divorziata, allontanata
dai suoi due figli, criticata e condannata a non avere un finale
felice. Riprendendo una celebre intervista rilasciata, nei primi anni
'90, alla BBC, il film – all'inizio – mette a nudo le fragilità
sconosciute e la debolezza della donna, non della futura erede al
trono: una donna che, nell'omertà generale, faceva del male a sé
stessa, facendosi tagli profondi lì dove nessuno poteva vedere.
Incisiva l'immagine dei suoi occhi azzurri allo specchio, forte il
soffermarsi sulle sue calze smagliate – dopo una fuga
dall'appartamento di Hasnat -, triste il suo pianto liberatorio sui
tasti del pianoforte. Convincente la Watts, discreto Naveen Andrews,
che – invece – alle spalle ha la partecipazione a serie
televisive come Lost e Once upon in Wonderland. La storia inedita di questo suo ultimo amore, la vita di questo
chirurgo che sperava potesse aggiustare anche il suo, di cuore, è
interessante. Ma la normalità in cui è inquadrato il loro rapporto
sa, alla fine, di posticcio. E'scandita da bei momenti, ma che
rimangono i tipici momenti da film. Ho avuto l'impressione che una
vita importante dovesse essere affrontata in maniera diversa: più
importante. L'esatta ricostruzione storica, dunque, lascia il tempo
che trova e questo è il peggior difetto della pellicola. La loro
storia d'amore si apre a sprazzi di cronaca, ad articoli d'attualità,
ma che, alla fine, non fanno di Diana né un biopic, né un
sostenuto dramma. Un film d'amore a singhiozzi, altalenante. Ha la
pacatezza e il controllo inglesi, ma non ne ha il carattere forte e il
coraggio. Mostra un'unica verità, quella della protagonista, ma
nemmeno lei sa farsi perdonare i buchi nella sceneggiatura che,
purtroppo, caratterizzano soprattutto il noto epilogo. Si poteva fare
diversamente, si poteva fare meglio. Perché la Watts, per quanto
talentuosa, non può far tutto.
mercoledì 1 gennaio 2014
2013 Book Awards - Parte III: Il meglio e il peggio
Buona
sera, amici miei, e – soprattutto – tantissimi, tantissimi auguri
di buon anno! Tra immancabili buoni propositi (Imparare a suonare
la chitarra, farsi venire l'accento british dei Bastille, scrivere un
romanzo, prendere tutti 30 agli esami, diventare bello, muscoloso e
popolare...) e pranzi disastrosi coi parenti, riesco a collegarmi
un secondo per accogliere calorosamente i nuovi arrivati, abbracciare
virtualmente le vecchie conoscenze di questa nostra grande famiglia e
per lasciarvi, per iniziare come si deve l'anno, il meglio e il
peggio del “lontano” 2013. Tanti titoli da consigliare, qualcuno
che sarebbe stato meglio evitare, un mare di autori da scoprire. Ci
sentiamo prestissimo. Alla prossima e buon inizio, M.
Il meglio: GRANDI RITORNI
YOUNG ADULT
THRILLER
URBAN FANTASY & DISTOPICO
I MIGLIORI ESORDI
...e un po' del peggio!
![]() |
| Ma... ma... le cover fanno pendant?! |
martedì 31 dicembre 2013
2013 Book Awards - Parte II: Best (and worst) adaptations, Best Couples, Best Cast
Ciao
a tutti, amici. Si ritorna, oggi, con la seconda parte dei Book
Awards 2013: pronti?
Le
categorie di oggi sono tre e riguardano i migliori (e i peggiori)
adattamenti, le migliori coppie, i migliori cast.
Nella prima categoria, sono compresi tutti i film tratti dai romanzi
che ho letto quest'anno, con le rispettive valutazioni e i rispettivi
poster cinematografici: il capolavoro è Il grande Gatsby, la
delusione Shadowhunters. Nella seconda, ognuna delle coppie è
accompagnata da una frase che le rappresenta, tratta dal romanzo –
o dai romanzi - che hanno popolato: spazio anche per la serie
Beautiful Disaster, il mio “guilty pleasure” per
eccellenza di questo 2013. Lo so, non infierite, ahahahah! Ultima, ma non
ultima, la categoria dedicata alle migliori squadre, ai gruppi più
affiatati, ai comprimari più indimenticabili: perdonate il nome
improprio che ho dato a quest'ultima, ma non mi è venuto nient'altro
in mente. Perciò, che best cast
sia! E' arrivato il momento di salutarci e di farci gli auguri: ci
sentiamo domani – probabilmente, nel tardo pomeriggio – con
l'ultimo post dedicato alle premiazioni. No, non dovrò smaltire la sbronza, ma sarò a pranzo dai miei nonni! Divertitevi, questa sera:
festeggiate, scrivete tanti bei propositi e state con le persone a
cui volete bene. Grazie per la compagnia che ci siamo fatti anche
quest'anno e tanti, tanti AUGURI a tutti! Vi adoro. Un forte abbraccio
virtuale, M.
BEST (AND WORST) ADAPTATIONS
BEST COUPLES
lunedì 30 dicembre 2013
2013 Book Awards - Parte I: Best Songs, Best Settings, Best Covers
BEST SONGS
BEST SETTINGS
BEST COVERS
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chrysalide,
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Fabbri,
Garzanti,
Nord,
Rizzoli,
Salani,
Sperling e Kufper,
TOP 10
domenica 29 dicembre 2013
Recensione: Losing it - Credevo che il cielo fosse azzurro, di Cora Carmack
Ciao
a tutti, amici miei, e buon pomeriggio! Oggi, la recensione di un
libro veloce veloce e semplice semplice che ho letto in un giorno o
poco più. Sto parlando di Losing it, un new adult arrivato in
libreria appena qualche settimana fa. Discreto, non del tipo “Che
orrore, al rogo!”, ma nemmeno “Entrerà nella mia Top10 di
quest'anno”, insomma. Estivo, quasi. Augurandovi una splendida
domenica e buona lettura, vi do appuntamento ai prossimo giorni. Non
preoccupatevi, ci sarà ancora occasione per farci gli auguri. Baci.
Sediamo
tra il pubblico e pensiamo a come avremmo recitato noi quella
parte. Vogliamo quello che non possiamo avere. E' la natura umana.
Titolo:
Losing it – Credevo che il cielo fosse azzurro
Autrice:
Cora Carmack
Editore:
Edizioni Anordest
Numero
di pagine: 269
Prezzo:
€ 13,90
Sinossi:
Bliss
Edwards ha ventidue anni e le manca solo un semestre per finire il
college. È intelligente e carina, ma tremendamente timida e
insicura. Questa sua insicurezza la rende goffa e in particolare con
i ragazzi non sa davvero come comportarsi. In più c'è un problema:
è l'unica tra le sue amiche ad essere ancora vergine. Anzi, per lei
non è esattamente un problema, però quando lo confessa a Kelsey, la
sua migliore amica, questa non le lascia scelta: la situazione
dev'essere risolta a tutti i costi. E il modo più veloce e semplice
per perdere la verginità è l'avventura di una notte. Ma il suo
piano si rivela tutt'altro che semplice. Quella sera Bliss incontra
Garrick, un ragazzo stupendo con cui scatta subito una forte
attrazione, ma arrivata al dunque, Bliss scappa via con una scusa a
dir poco strampalata. Come se la cosa non fosse stata già abbastanza
imbarazzante, il giorno dopo, a lezione, scopre che in realtà
Garrick è Mr. Taylor, il suo nuovo professore di teatro...
La recensione
Avrei
odiato dare inizio al mio 2014 con un libro lasciato a metà, sospeso
tra l'anno vecchio e quello nuovo. Mi sono fiondato, quindi, su
qualcosa che, sapevo, avrei portato a termine in una manciata di
giorni; anche in un solo pomeriggio di nuvole, magari, lasciando da
parte per un po' schemi, appunti e tomi universitari che, ahimé, non
erano ben disposti a prendere polvere sulla scrivania. Ad aspettare,
ad aspettarmi. La mia scelta, quindi, è ricaduta su questo Losing
it, uno dei tanti – troppi? - new adult di ultima generazione,
di cui ho letto, in questi mesi, poco e niente: trama simpatica,
copertina coloratissima, un sottotitolo stranamente poetico, poche
pagine e capitoli - proprio come piacciono a me - svelti e piuttosto
brevi. Nessuno chiedeva all'esordiente Cora Carmack un capolavoro e
lei, con tanto divertimento e leggerezza, ha scritto una di quelle
storie semplici semplici, che leggi piacevolmente, ma che già sai –
e dalla primissima pagina – che non ti cambieranno la vita, né
rischieranno di metterere radicalmente a soqquadro la lista dei
migliori romanzi che, in un anno di letture, ti hanno fatto
beatamente compagnia. Tutti sono sempre in attesa del libro perfetto
e, se è vero che la vita è un battito di ciglia, a nessuno piace
perdere tempo prezioso. Nessuno vuole un romanzo da leggere, riporre
sullo scaffale, dimenticare. Perché l'indimenticabile,
si sa, è la meta più
ambita. Il fattore x.
Eppure Losing it,
nonostante non sia tra quei romanzi destinati a restare,
nonostante si lasci terminare tranquillamente, senza un brivido o la
certezza di un lungo ricordo, non mi ha disturbato. Leggibile,
senza far rima con imperdibile.
E nemmeno un po'. Però lo leggi, e non provi la rabbia che un'amara
delusione sa dare. Che è un libro senza infamia e senza lode lo sai
da sempre, eppure lo leggi, sorprendendoti anche un po', in fondo,
che abbia saputo restituirti il poco che prometteva. Come una di
quelle sit-com che guardi così, per riempire ore vuote, perché sai
che, pur guardando gli episodi a vanvera, in disordine, non ti
perderai granché: non c'è un filo da mantenere, non c'è
un'attenzione da tenere viva. Come uno di quei film per la TV, che
danno nel tardo pomeriggio – in orari morti – con il bollino
verde e con lo scontato avvertimento che, senza interruzioni e
pubblicità, si potrebbe correre il solito rischio
glicemia. Prodotti con il
marchio Lifetime, ma
che, pronto a metterti comodo in poltrona e a criticarli a fine
visione, guardi ugualmente, perché sei troppo stanco per cambiare
canale o perché, nel cast, c'è quell'attrice che trovi simpatica. E non ci
vuole un'intercessione divina per trovare la ventiduenne Bliss
Edwards simpatica. E' ancora vergine e, secondo la sua vispa amica
Kelsey, potrebbe ritrovarsi, un giorno non lontano, sola e con sette
gatti a carico. Una notte, quindi, trascinata in un pub da quella
Barbie in carne e ossa che vorrebbe, a tutti i costi, accasarla,
incontra un ragazzo che – nel trambusto generale – legge
Shakespeare. Si piacciono, si baciano, vanno a casa di lei. Sono
nudi, vicinissimi... e niente. Il giorno successivo, la protagonista
si ritroverà con un gatto che la odia e a cui ha dato il nome di
Amleto, con un migliore amico che le ha dichiarato il suo grande
amore, con una parte da prima donna nello spettacolo di fine anno e
con una cotta imbarazzante per lo sconosciuto della notte prima che -
segreto dei segreti - si è rivelato essere il suo nuovo professore
di recitazione: in preda a una crisi di nervi, alle prese con
un'importante scelta sentimentale, sempre vergine. Ho trovato Bliss a
dir poco carinissima: una reginetta di sbronze, melodrammi, figuracce
e cattivi pensieri semplicemente adorabile. La immaginavo, in alcuni
passi, trasformarsi in uno di quei personaggi da fumetto, con gli
occhi a fessura, le guance fucsia e una gocciolina di sudore gigante
sulla fronte increspata. La sua creatrice è stata tanto sveglia da
non fare di lei, fortunatamente, un caso umano o, peggio ancora, uno
di quei miracolosi e miracolati brutti anatroccoli,
che – con un po' di trucco, le lenti a contatto, lo shampoo e la
scoperta della ceretta e dei reggiseni imbottiti – passava da “la
mia vita è un disastro!” a “sono una bella figliola,
sì: prendete un numero, e avanti il prossimo!”.
Non
ha consacrato il suo corpo a un uomo leggermente più grande, nato
nel Natale di appena 2013 anni fa – Gesù – e, al dito, non ha un
anello della parrocchia che sbandieri al mondo la sua castità. Bliss
è bella, ha avuto qualche ragazzo, ma, semplicemente, non c'è stato
quel momento; quello giusto. Ah, quando è felice balla da sola. Originalissima, sincera e ben resa la
sua naturale passione per il teatro, proprio come lo è stato
l'inserire questa sua storia d'amore tardo-adolescenziale sullo
sfondo della Fedra di
Racine. Ma nessuno è
perfetto e nemmeno la cara Bliss fa eccezione: quando si tratta di
lei, la fastidiosa espressione “roteare gli occhi” viene
utilizzata in continuazione e a sproposito – diciamo che lei rotea
gli occhi più di quanto abbia fatto la testa di Linda Blair
nell'Esorcista – e
tutto, nei suoi deliri d'onnipotenza d'attrice, tende ad assumere
toni melodrammatici, quasi patetici, soffiando via quella patina di
brio e allegria che la trama prometteva. Come ogni drama
queen degna di questo nome, lei
esagera, sempre e troppo: la sua settimana a casa, con la
mononucleosi, viene descritta con una drammaticità e un pathos da
far temere al lettore un cancro al cervello, un attacco di peste
nera, una malattia senza cura. In alcune descrizioni, si perde: un
bacio passionale, ok, ma un bacio e basta, finisce per durare così
pagine e pagine. Mentre il personaggio di Cade, il suo migliore
amico, mi ha convinto, decisamente meno lo ha fatto Garrick, il prof - alias, Sverginator.
Bello, biondo, giovane, con una moto al seguito e un accento inglese
con cui potrebbe ingravidare le sue studentesse. La tipica star del
liceo cresciuta, con il diploma, la laurea e una cattedra in
recitazione. Interessante all'inizio: poi scopri che odia Shakespeare
per farsi l'alternativo e che, al primo incontro, già chiama Bliss "dolcezza”. I protagonisti sono adulti, teoricamente, e mi è
piaciuto leggere di persone più grandi di me, per una volta; ma la
verità è che o non si cresce mai per davvero o che la linea tra
young e new adult,
in casi come questo, non esiste proprio. Ho trovato gli stessi
pensieri, gli stessi intrecci, le stesse esperienze, gli stessi temi
contenuti nel più ingenuo, tipico e inflazionato romanzetto
adolescenziale: uno di quelli in cui il sesso c'è, ma è descritto
senza volgarità alcuna. Un po' commedia romantica per la tv, un po'
fiaba, dunque, l'esordio di Cora Carmack: un'opera prima non
indispensabile, ma scritta bene e tradotta anche meglio. Ci sono lati
buffi, lati interessanti, lati sinceri e alcuni lasciano intendere
che il new adult, per la Carmack, sia un piacevole hobby, ma solo un
lato della medaglia: volendo, saprebbe fare anche altro, e meglio.
Il
mio voto: ★★ ½
Il
mio consiglio musicale: Madonna – Like a Virgin (Sono
originale, amatemi.)
giovedì 26 dicembre 2013
La mia lettera a Charlie: recensendo Noi siamo infinito, di Stephen Chbosky
E
i libri che hai letto sono già stati letti da altre persone. E tutte
le canzoni che hai amato sono state ascoltate da altre persone. E la
ragazza che tu trovi carina è carina per altre persone. E ti rendi
conto che, se considerassi queste cose quando sei felice, ti
sentiresti alla grande, perché quella che stai descrivendo è
"l'armonia".
Titolo:
Noi siamo infinito – Ragazzo da parete
Autore:
Stephen Chbosky
Editore:
Sperling & Kupfer
Numero
di pagine: 272
Prezzo:
€ 16,90
Sinossi:
Fra un tema su Kerouac e uno sul
"Giovane Holden", tra una citazione da "L'attimo
fuggente" e una canzone degli Smiths, scorrono i giorni di un
adolescente per niente ordinario. L'ingresso nelle scuole superiori
lo lancia in un vortice di prime volte: la prima festa, la prima
rissa, il primo amore - per la bellissima ragazza con gli occhi verdi
che quando lo guarda fa tremare il mondo. Il primo bacio, e lei gli
dice: per te sono troppo grande, però possiamo essere amici. Per
compensare, Charlie trova una che non gli piace e parla troppo: a
sedici anni fa il primo sesso, e non sa neanche perché. Allora lui,
più portato alla riflessione che all'azione, affida emozioni,
trasgressioni e turbamenti a una lunga serie di lettere indirizzate a
un amico, al quale racconta ciò che vive, che sente, che ha intorno.
Dotato di un'innata gentilezza d'animo e di un dono speciale per la
poesia, il ragazzo è il confidente perfetto di tutti, quello che non
dimentica mai un compleanno, quello che non tradisce mai e poi mai un
segreto. Peccato che quello più grande, fosco e lontano, sia
nascosto proprio dentro di lui.
Il
mio voto: ★★★★★
Il
mio consiglio musicale: Heroes – David Bowie; Asleep - The Smiths
ti
scrivo. Non so ancora cosa, ma ti scrivo: tu stanne certo. Mi viene
in mente, in questo momento, una vecchia e malinconica canzone di
Lucio Dalla e, se non sapessi con certezza quasi matematica che tu
non l'hai mai ascoltata, be', allora te ne scriverei qualche rigo
qui. Per ricordati, magari, una bella canzone e un momento bello; una
canzone datata e un momento datato. Per tentare, ed inutilmente, di
creare la stessa complicità che c'era – tra te, Patrick e Sam –
quando, accucciati sui sedili posteriori della vostra macchina o
stravaccati su una poltrona mangiata dalle tarme e da cicche di
sigarette mai spente, parlavate degli Smiths e della vita, dei
Nirvana e dell'amore, dei Beatles e del futuro. Soprattutto, te la
scriverei per combattere il troppo bianco e riempire il troppo spazio
vuoto. Essenzialmente, per rompere il ghiaccio. Fior di metafora,
chiaro: è il venticinque Dicembre, ma il mio è stato un Natale
senza neve e senza sprechi, senza regali costosi e senza botti. Fa
caldo per essere pieno inverno e, seduto da solo al tavolo del
salotto, a sei minuti dalla mezzanotte, sto benissimo, anche se ho la
maglia del pigiama a rombi ficcata nei pantaloni, i calzettoni
sfilacciati tirati fin sopra ai polpacci e percezioni sballate di cui
faresti meglio, immagino, a non fidarti. Ci sono le pastorelle del
mio presepe, però, a testimoniare che si sta caldi. Sono andate a
ballare, pensa un po'.
Al muro non c'è una palla da discoteca tutta
luccicante, ma un poster dozzinale, e con le cicatrici incancellabili
del nastro adesivo, che dovrebbe rappresentare una piccola e innevata
Betlemme: uno sfondo di carta blu sotto cui, io e mio fratello, con
la solerzia che non avevamo da bambini e con la mancata immaginazione
che abbiamo perso da adolescenti, abbiamo sistemato foreste di
muschio più alte delle statuine stesse, capanna, mangiatoia e
immancabile Sacra Famiglia, completa di affettuosi animali domestici
al seguito – bue e asinello.
E le famose pastorelle, ovvio, che, prima che
i Re Magi arrivino a guastare i loro piani di giovani ribelli, con i
loro panieri di plastica, le loro pecorelle imbalsamate appresso e i
vestiti a fiori dipinti a mano, si scatenano. Le loro ombre si
spostano a scatti, sembrano ballare. Il telecomandino per regolare le
illuminazioni è sparito chissà dove, sotto la tovaglia lunga fino
al pavimento, e le lucine dorate arrampicate sul tetto della capanna
imbiancata da una neve che è di borotalco (è di borotalco
davvero, avevamo finito quella finta!) fanno il comodo loro. E'
l'anarchia. Si sono stabilizzate, adesso, su un motivo molto sobrio
che – facendole accendersi e spegnersi, facendelo fare tuz, tuz,
tuz... - ricorda una discoteca invasa da flash stroboscopici,
che, a loro volta, mi ricordano perché – perché, perché e
perché! - io detesti profondamente e sinceramente le discoteche.
Le pastorelle sono state al veglione di Natale, e io sono stato in
compagnia tua. Che mi hai parlato attraverso un libro. Qualcuno
direbbe che delle statuine inanimate hanno avuto una serata più
eccitante della mia, ma quel qualcuno è, tra tante cose brutte
brutte che non voglio dire con il bambino Gesù da poco in casa, un
vero bugiardo. Io non lo sono ed è per questo che ti rivelo due
cose: perché non sono un bugiardo e perché tu, Charlie, sei mio
amico. Numero uno: è stata Wikipedia a dirmi che Gesù è nato a
Betlemme e non a Nazaret; ma la colpa è tutta di Zeffirelli e di
quel suo film da titolo tremendamente ingannevole. Numero due: sempre
Wikipedia mi ha detto che Caro amico ti scrivo la
cantava Lucio Dalla e non Antonello Venditti, e capirai che per me è
stata una rivelazione. Ha riscritto la storia di questa lettera. Se
il pezzo che avevo in mente fosse stato di quell'incubo ambulante dai
vibrati caprini che ha segnato le notti in bianco di generazioni di
maturandi, non l'avrei nominato nemmeno di striscio e, di
conseguenza, non avrei avuto il mio inizio. Non fa una piega, no? E
poi tu sai che gli inizi sono la cosa più importante. Gli inizi e
gli arrivi. Ma io mi sono perso, in mezzo a queste ghirlande
sintetiche di pensieri ingarbugliati, e ho il presentimento che
potrei non arrivare mai. Ti ho conosciuto un anno fa: l'ultima notte
del mondo. I Maya lo avevano predetto, Giacobbo lo aveva scritto,
Mistero ne aveva
parlato e io, fino al giorno prima, c'avevo beatamente riso sopra.
Poi le luci avevano cominciato a tremolare, le porte a sbattere e il
cielo, fuori, a scatenarsi, con tuoni fragorosi e una conciliante
pioggia da Antico Testamento. Nell'ipotesi lontanissima che tutto si
fosse rivelato vero, avrei sprecato l'ultima sera vestito del mio
vecchio pigiama e delle mie nuove paranoie. Stupido.
Deprimente. La mia scelta,
allora, ricadde su un film in lingua originale, praticamente
sconosciuto, la cui uscita, in Italia, era prevista per l'anno
successivo. Avrei potuto vedere, almeno, uno spicchio di futuro. Si
chiamava The Perks of Being a Wallflower,
quel film, e parlava proprio di te. Ti piacciono i bei film e le
belle canzoni e qualcosa mi dice che anche il tuo film ti andrebbe a
genio. Ora respira. Niente panico. Cal-ma.
Sì, hanno violato un tantino la tua privacy, e sì, le tue lettere
non sono arrivate, alla fine, alla destinazione desiderata, ma io
voglio essere egoista e voglio urlarti, a squarciagola, che non
importa. Lunga vita ai postini inseguiti dai cani e alle buche delle
lettere invertite per errore, lunga vita ai disastri poco splendidi e
ai ritardi poco eleganti delle poste di tutto il pianeta Terra, lunga
vita a Stephen Chbosky, al suo cognome orribile e alle sue mani che
sanno fare miracoli. Lunga vita a te, amico mio. In tuo onore,
religiosamente, alzo la mia tazza di ceramica, manco fosse il Sacro
Graal, e mi schizzo tutto di camomilla. Bleah,
sembra pure pipì! Noi siamo infinito è
stata la mia storia da fine del mondo; sin dal primo istante, sin
dall'anno scorso. Quella che mi ha fatto compagnia, curando la
malattia più grave di cui il cuore di quel ragazzo sveglio nel mezzo
della notte potesse soffrire: la solitudine. Leggerti ha significato
scoprire una perla di inestimabile valore nascosta nella cassetta
delle lettere, tra le cartoline natalizie, i volantini dei discount a
buon mercato e gli immancabili opuscoli dei testimoni di Geova. Fare
un regalo a sé stessi, alla vita. E io mi ti sono regalato. Quando
ero arrabbiato con tutti, e non volevo incontrare nessuno di mia
conoscenza con cui scambiare chiacchiere piene di auguri e
d'ipocrisia, e avevo venti euro – nel portafoglio – e poco altro.
Quando ho capito che era arrivato il momento di venire a bussare alla
tua porta e di vederti lì, sull'uscio, calmo, sereno, con gli occhi
pieni di pace - perché ho sentito che sei uno che ascolta
e che capisce e perché, alle feste, non cerchi di portarti a letto
le persone, anche se potresti.
Chissà
che faccia avresti, chissà che faccia avrei, chissà che faccia
avremmo. Io sento che ti riconoscerei, anche se tu avessi un viso
diverso da quello del bravo Logan Lerman e la Sam accanto a te non
fosse quell'incanto di Emma Watson. E tu... tu mi riconosceresti? Io
ho un'idea assurda, un'idea fissa: lettera dopo lettera, ricordo dopo
ricordo, tu ti stavi rivolgendo a me. E per tutto il tempo. Io lo so.
Io ci spero. Perché tu scrivevi a me, giusto? Ho bisogno che tu mi
menta. Ho bisogno che tu mi dica di sì.
Perciò, anche se l'ultima
volta che ho scritto una lettera è stato per un tema di quinta
elementare, consegnato a un maestro di scuola decisamente meno
ispirato del tuo signor Anderson, io voglio inviarti una risposta. E
la cosa è stranissima, perché il Charlie di cui ho letto aveva
sedici anni e, all'inizio degli anni '90, cominciava il primo anno di
liceo. Ma il me stesso di adesso, che di anni ne ha quasi venti e il
liceo l'ha già finito a luglio, in quegli anni viveva giusto nella
mente dei suoi genitori e in “banchi” di disgustosi spermatozoi
tra cui, nella corsa più importante, alla fine, sono arrivato primo.
Sono più grande e più piccolo di te. Dunque, tu potresti
perfettamente essere il mio fratellino minore e, allo stesso tempo...
che ne so... mio padre, se, nei tuoi primi goffi e precoci approcci
sessuali sul divano rosso di Mary Elizabeth, non avessi usato le
giuste precauzioni. Ti saresti potuto ritrovare con la gonorrea, o
con un figlio della mia età a carico: addirittura con entrambe le
cose. Tuo nonno ti avrebbe insultato, i tuoi ti avrebbero messo in
punizione, tua sorella – in lacrime – avrebbe ricordato il
piccolo segreto tra voi e quella volta in cui dormì sotto un plaid,
sul sedile posteriore della tua macchina, Patrick avrebbe riso. Oh,
sì, Patrick avrebbe riso senza più smettere. Sam, invece, ti
avrebbe sorriso, confidando nelle tue doti di giovane padre e nel tuo
grande cuore di essere umano, immaginando, in silenzio, l'amore che
quel bambino avrebbe ricevuto e gli occhi che avrebbe avuto se quel
neonato fosse stato, in fondo, il vostro. Io ti avrei voluto come
compagno di banco, non come genitore: ci saremmo conosciuti in un
laboratorio di cuori solitari e ulcerati, anime affrante e orologi di
legno e, in una mensa piena di estranei, ci saremmo seduti nel tavolo
più isolato di tutti, io con i miei pensieri e tu con i tuoi. Senza
disturbarci, ma facendoci compagnia. Per il bisogno di sentirsi
vicini e di fare da tappezzeria, insieme. Entrambi con l'abitudine di
scrivere tanto e di parlare poco, di sedersi a ginocchia strette e
con le mani sempre in tasca, di non intervenire a lezione per paura
di attirare qualche attenzione di troppo, di cantare in playback con
le cuffiette premute nelle orecchie, di voler essere scrittori anche
senza una storia da scrivere, di trovare un'occasione buona per
vestirsi tutti eleganti, di andare a feste in cui fare da
reggimoccolo alle
coppiette innamorate di turno e stare seduti su un divano pieno di
gente che pomicia è il massimo dell'aspirazione. Seriamente. Tu sei
stato nella mia testa e io sono stato nella tua.
Al muro non c'è una palla da discoteca tutta
luccicante, ma un poster dozzinale, e con le cicatrici incancellabili
del nastro adesivo, che dovrebbe rappresentare una piccola e innevata
Betlemme: uno sfondo di carta blu sotto cui, io e mio fratello, con
la solerzia che non avevamo da bambini e con la mancata immaginazione
che abbiamo perso da adolescenti, abbiamo sistemato foreste di
muschio più alte delle statuine stesse, capanna, mangiatoia e
immancabile Sacra Famiglia, completa di affettuosi animali domestici
al seguito – bue e asinello.
Hai rubato i miei
pensieri tristi e le mie ansie, i miei complessi di inferiorità e i
miei timori e, qualche volta, quelle tue parole messe così, nero su
bianco, facevano un rumore familiare, che ricordava quello dei miei
pensieri inespressi e delle mie emozioni difettose. Come se milioni
di telecamere a circuito chiuso, puntate nella mia piccola stanza e
sul mio piccolo mondo, avessero carpito le ingenuità, l'intensità e
la fragilità del mio sentirmi adolescente. Come se tu fossi me
stesso. Ci siamo voluti bene, Charlie. E tu mi hai insegnato a
volermi ancora bene, e meglio di prima. Nelle tue lettere c'ero io, insieme agli amici
folli ed altruisti che desidero da sempre, e all'amore che penserei,
un giorno, di meritare. C'erano sofferenze che ispiravano trionfi,
valori e sentimenti, musica, immagini, poesia vera. Grandi persone,
con dolori annessi, e grandi emozioni, con lacrime amare e sorrisi
aspri racchiusi nella stessa pagina. Io odio i punti esclamativi, ma
questa lettera dovrebbe esserne piena, per ricordarmi di tutte le
volte in cui mi hai fatto ridere di cuore, imbarazzare, alterare; per
ricordarmi quanto, quanto e
quanto ti abbia invidiato i baci
della delicata Sam, gli abbracci improvvisi del simpaticissimo
Patrick, la voce ruvida di David Bowie, percepita per la prima volta
nelle casse dell'autoradio, e quella sensazione di essere
eroi, anche se per un giorno soltanto. Con
il mondo ai tuoi piedi, le tue persone preferite accanto e l'infinito
ad un passo, alla fine del tunnel. Io odio anche i puntini di
sospensione, ma questa lettera dovrebbe essere piena zeppa anche di
quelli lì, per le mille volte in cui mi hai lasciato affranto e svuotato.
Tra l'altro, io odio ancora di più le pubbliche manifestazioni
d'affetto, ma credimi quando dico che ho voluto più bene a te, per
un giorno, che ai miei parenti, per tutta la vita. E adesso non
vorrei lasciarti andare più via. Insieme alla tua storia, il mio
libraio mi ha dato un taccuino verde pieno di adesivi, con frasi che
non avresti mai immaginato, da giovane, potessero rappresentare tanti
ragazzi da parete come
noi. Ho provato a scrivere questa stramba lettera sul taccuino, ma con una di
quelle penne cancellabili delle elementari, che pensavo francamente
non avrei usato più in questa vita. L'ho usata eccome, invece. Ho
cancellato tutto quello che avevo buttato giù. Da ordinata e
tondeggiante, la mia grafia sarebbe diventata obesa, insolente,
indisciplinata. Voleva evitare di raccontare la cronaca del nostro
inevitabile addio;
diventare qualcosa che è simile all'infinito verso cui, ti prometto,
mirerò. Ma, come diresti tu, suppongo sia OK. Suppongo sia tutto.
Smetto di scriverti che è ormai un nuovo giorno. La camomilla è
fredda; il mio stomaco brontola; i miei occhi si chiudono,
stanchissimi. Stacco le luci psichedeliche del mio presepe e l'ombra
danzerina delle pastorelle muore, nel buio. Alla prossima festa,
ballerò io. Lo giuro.
Sempre
con affetto,
M.
25/12/2013
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