lunedì 15 luglio 2013

Mr Ciak #13: La notte del giudizio, Now you see me, 20 anni di meno, Passion

Cari amici, buongiorno e buon inizio di settimana! Oggi, dopo qualche settimana di latitanza, ritorno a vestire i panni del mio alter-ego, Mr Ciak. E, in quattro brevi recensioni, vi parlerò di alcuni tra i film più degni di nota visti recentemente: una garbata e divertente commedia francese, un thriller erotico sfortunatamente ancora inedito da noi, uno spettacolare film d'azione che – in questi giorni – sta facendo furore nelle sale italiane, un cattivissimo horror che approderà da noi il primo agosto. Fatemi sapere quali v'ispirano. Non potevo, comunque, non spendere due parole su due morti improvvise che, solo ieri, hanno sconvolto il mondo dello spettacolo. Il doppiatore Tonino Accolla e la giovane star di Glee, Cory Monteith. Leggendo la notizia della morte dell'attore che, per quattro stagioni, ha interpretato il simpatico Finn Hudson sono rimasto... pietrificato. Ho sempre considerato Glee una grande, rumorosa e allegra famiglia e, adesso, mi sento come se fosse venuto meno un cugino o un fratello. Il mio pensiero va a Lea Michele, fidanzata di Cory anche fuori dal set. In serata, ieri, ho visto una foto di lei accasciata sulla sua bara. Alla fine non ho retto nemmeno io. Nonostante la notevole somiglianza, però, si è trattato di un “falso”. Quella foto straziante e bellissima ritraeva Ashley Edens, la moglie di un soldato caduto in Afghanistan. Un bacio a tutti! Tonino e Cory, riposate in pace :')

Casa: il posto in cui tutti si sentono al sicuro, o quasi... Dopo averci parlato di una famiglia alle prese con i demoni dei loro antenati, di bambini mortalmente vittime di incubi senza fine, di serial killer senza volto, i produttori di Paranormal Activity, Insidious e Sinister ritornano a spaventare i loro fan, seguendoci ancora una volta fino alla porta di casa. The Purge - La notte del giudizio riprende la più consolidata delle storie nella tradizione del mondo del cinema horror, ma sa rinnovarsi dall'interno, scegliendo come scenario un'inquietante America distopica e un preoccupante futuro, tutt'altro che lontano negli anni. Nel film scritto e diretto da James DeMonaco, tra appena dieci anni, gli USA vivranno una sorprende ripresa – economica, politica, sociale. E' abolita la violenza, sono stati per sempre cancellati furti, povertà, crimini. Tutti vivono in pace, in equilibrio, senza disparità. Ma non si può negare la natura animale dell'uomo, una bestia a sangue freddo. Una notte all'anno, quindi, per dodidi ore, le persone potranno dar sfogo ai loro istinti, alla loro rabbia cieca. Tutto è concesso, ma solo dal tramonto all'alba. La famiglia Sandin – una delle più facoltose del loro quartiere – è al sicuro nella loro casa perfetta. La loro villa è una fortezza inespugnabile. Ma quando il figlio minore, mosso da pietà, farà entrare in casa un uomo ferito e in cerca di un rifugio, tutto precipiterà nel caos più totale. Fuori dalla loro porta, inquietanti ragazzi mascherati, con fucili e mannaie tra le mani, reclamano la loro vittima... La notte del giudizio è un esempio di film intelligente. Ha una manciata di attori – nel cast, infatti, spiccano principalmente i sempre bravi Ethan Hawke e Lena Headey -, un budget ridottissimo, una trama che più semplice non si può. Però ha il coraggio di proporre qualcosa di nuovo, almeno nelle intenzioni di base. Ci sono rimandi evidenti ad Arancia Meccanica, Funny Games, The Strangers, Them, ma ciò che viene aggiunta è una motivazione a tutta quella violenza infernale, cosa che negli altri film mancava del tutto. C'è un briciolo di razionalità anche in mezzo al caos. Inoltre, non c'è l'ombra di lentezza che caratterizzava i film sopracitati. E' breve, spietato, crudele e ha l'impianto di un serrato film d'azione. Pur non lesinando con gli effetti splatter, è violento soprattutto per il plot disturbante. Una riflessione, anche se scomoda, nasce naturalmente: tu, al posto della famiglia Sandin, cosa faresti? Nonostante le diverse critiche negative ricevute negli USA, il sequel è già in programmazione, visto il successo lampo della pellicola. Aspetto quello e, soprattutto, Insidious 2 – il primo rimane uno degli horror più affascinanti visti negli ultimi anni!

Vecchia storia. Lo sapete già. A me i film d'azione non piacciono. Inseguimenti in automobile, scene al rallenty, rapine e combattimenti a colpi di effetti speciali e macchine in fiamme mi annoiano mortalmente. Preferisco evitare. Però quando mi imbatto in un film come Now you see me – I maghi del crimine non posso non manifestare il mio entusiasmo. Entusiasmo che, nel corso della visione, è volato alle stelle. Dopo il bel Danny The Dog, il discreto L'incredibile Hulk e il forse più celebre, ma meno degno di nota, Scontro tra titani, il regista francese Louise Leterrier torna in grande stile con, a mio parere, il migliore dei film da lui diretti. Prendendo apparentemente le mosse dalle truffe e dagli intrighi dei vari Ocean's Eleven, con un cast stellare su cui fare affidamento, Now you see me fa di una rapina in banca il più spettacolare e coinvolgente gioco di prestigio di sempre, in cui il trucco c'è, ma – fino alla fine – non viene rivelato. Intelligente, divertente, veloce, ben recitato, surreale, magico, è un intrattenimento senza eguali. Non c'è violenza, non ci sono parolacce, ma tutto è pervaso dall'atmosfera rilassante e rilassata e dall'intrigante mistero di un ottimo film per famiglie che non rinuncia a niente: amore, avventura, azione e sanissimo e necessario stupore. Effetti speciali sorprendenti, numeri da capogiro, scene che strappano un brivido e un sorriso, location che vanno da New York a Parigi, da New Orleans a Las Vegas. Luci, cascate di dollari fruscianti, vendette e giochi, personaggi incisivi e ben riusciti. Graziosa e adorabile Isla Fisher (I love shopping) – ma quanto è bella? -, simpatica canaglia Woody Harrelson (Hunger Games), nerd e leggermente saccente come sempre un Jesse Eisenberg dalla pettinatura particolarmente brutta (The Social Network), agile e vivace il fratellino meno conosciuto di James Franco, Dave (Warm Bodies). A braccarli come un segugio è il burbero e bravissimo Mark Ruffalo (Se solo fosse vero), a subire i loro “magheggi” sono nientepopodimeno che Morgan Freeman (Million Dollar Baby) e Michael Caine (Sleuth, The Prestige). Colpi di scena assicurati e un finale con il botto. Letteralmente. Un affascinante gioco di prestigio lungo un film.

Divertente, garbato, romantico, intelligente, attuale, diretto ed interpretato con gusto e sobrietà. Vent'anni di meno è una simpatica commedia francese che, sulla scia di quelle americane, gioca con il tema del toy boy e coi mille problemi che la differenza d'età può comportare, in amore. Una lei, con una carriera brillante e una figlia a carico, di quasi vent'anni più grande del suo lui, uno studente universitario ingenuo e sbadato. Ma l'amore, come si dice, non ha età... Il film, giocato su riuscitissimi dialoghi e su gag simpaticissime che non scadono assolutamente mai nel volgare, nonostante la semplicità di una trama riproposta un mare di volte, risulta vincente per lo spirito rigorosamente francese che lo pervade e per l'ottima scelta dei due protagonisti: Virginie Efira e Pierre Niney. I due, che nella realtà hanno poco più di dieci anni di differenza, sono semplicemente perfetti. Lei – bellissima e piena di charme – è la Katherine Heigl d'oltralpe. Lui – magrissimo, con il naso aquilino e il volto spigoloso – risulta simpatico alla prima occhiata: lontano dai bellocci hollywoodiani, trasmette familiarità e una ventata di normalità. Zac Efron e compagnia bella hanno un po' scocciato! Estivo, frizzante, scorrevole e leggero, lontano dalle vedute panoramiche della spettaculare Tourre Eiffel e vicino a un mondo più internazionale di feste, impegni e moda, si classifica come una pellicola decisamente adorabile, che rivedrei volentieri senza mai stancarmi un attimo.

La classe non è acqua, non c'è che dire. E anche a settant'anni inoltrati, Brian De Palma si conferma un maestro di eleganza, stile ed eros nel suo discussissimo Passion, presentato tra fischi e applausi allo scorso festival di Venezia. Fischi non inspiegabili, ma, a mio avviso, del tutto ingiustificati. Nonostante l'età, dirige le sue attrici con mano ferma e sicura, costruisce immagini sensuali e patinate, regala sequenze eleganti e intramontabili, cita sé stesso e suoi illustri colleghi, ammalia pericolosamente. Il regista di Femme Fatale, Vestito per uccidere, Omicidio a luci rosse, ma anche degli Intoccabili e di The Black Dahlia, dopo anni di assenza dal grande schermo, ritorna, audace e provocatorio come sempre, con un thriller dalle venature erotiche, la cui ambiguità è affidata alla coppia Rapace-McAdams, i cui baci saffici e i cui intrighi senza fine, costituiscono l'anima corrotta, ossessionata e nera del film. Rachel McAdams, dolcissima e perfetta in commedie romantiche come Le pagine della nostra vita e La memoria del cuore, risulta bella e fatale come non mai, dando il suo sorriso candido e i suoi lunghi capelli dorati al personaggio della subdola Christine. Svestendo i panni della ragazza della porta accanto, inquina la sua bellezza pura, rendendola conturbante e trasgressiva. Insaziabile, sexy e viziosa, è l'esigente datore di lavoro di Isabel, interpretata dalla sempre brava Noomi Rapace. Mentre la McAdams gioca splendidamente con le movenze sensuali e la crudeltà della celebre Catherine Tramell di Sharon Stone, la Rapace – alternando momenti di forza e debolezza, attimi di lucidità ad attimi di delirio – ha i panni di un personaggio fragile, ingenuo, corruttibile. Il suo capo, tra sfilate di moda, tacchi alti, confidenze segrete e baci lenti, la seduce, la inganna, la porta sulla soglia della follia e dell'ossessione. La prima parte del film – remake, tra l'altro, di un giallo francese inedito da noi: che novità! - offre un ingresso panoramico sul mondo marcio e bramato del business europeo. La seconda, forse la più debole e nebulosa, ma anche la più degna di nota, nonostante qualche falla evidente nella sceneggiatura, è il mondo di De Palma, nudo e crudo, puro. Dedali di scale a chicciola, colori intensi, maschere, omicidi, scene che cozzano meravigliosamente tra loro con la tecnica dello split screen. E chi la sa padroneggiare meglio di lui... La colonna sonora, affidata al sempre fidatissimo Pino Donaggio, è grande. Eccellenti e nostalgici i consueti rimandi ad Hitchock e i movimenti della telecamera, che, a tratti, ricordano il migliore Argento. Un altro regista che tanto deve alle innovazioni introdotte dal bravissimo Brian.

venerdì 12 luglio 2013

Recensione: A chi vuoi bene, di Lisa Gardner

Ciao a tutti, cari amici! Oggi, la recensione di un gran bel thriller targato Marcos y Marcos: A chi vuoi bene, di Lisa Gardner. Ringraziando la gentilissima casa editrice, vi auguro una buona lettura e un buon weekend, M.
L'inferno ha tanti livelli. E per quanto tu possa pensare di essere sprofondato c'è sempre un posto più buio, più in basso in cui cadere.

Titolo: A chi vuoi bene
Autrice: Lisa Gardner
Editore: Marcos Y Marcos
Autore: € 17,00
Numero di pagine: 460
Sinossi: Che mamma speciale, Tessa Leoni. Si è rifatta una vita partendo dal fango, un gradino dopo l'altro, per amore della sua bambina, concepita chissà con chi. Che poliziotta, Tessa Leoni, che donna: i turni di notte a pattugliare da sola le strade nere, poche ore di sonno e di corsa all'asilo a prendere Sophie. Poi arriva Brian, l'uomo dei sogni, un amante appassionato per lei, un padre per Sophie... Ma adesso che è domenica mattina e tira il vento freddo di marzo, Brian è steso sul pavimento della cucina con tre pallottole in corpo, la piccola Sophie è sparita e Tessa è ancora lì con la pistola in mano. Una sergente bella e inflessibile, D.D. Warren, la incalza di domande, è certa che Tessa sia un mostro. Perché ha sparato al marito, e dov'è finita la piccola Sophie? Come può una madre e poliziotta modello non sapere più nulla di sua figlia? Adesso, proprio adesso, D.D. Warren non lo vorrebbe, un caso così. Un mese di ritardo, si accarezza la pancia; come può una madre far del male alla sua piccolina di sei anni? Scava nel passato di Tessa, in fretta, più in fretta, l'allarme per la scomparsa di Sophie diffuso in tutto lo stato. E Tessa, intanto, contusa e ferita, mente, si difende, lotta e sa una sola cosa: vuole bene a sua figlia. Più di tutto.
                                                  La recensione
A chi vuoi bene, romanzo firmato dall'autrice americana Lisa Gardner, si apre, come ogni giallo degno di questo nome, su una scena del crimine. Un cadavere riverso in una pozza di sangue e con tre proiettili nel petto, un rapimento, un unico colpevole, la polizia ovunque, con le sue domande e i suoi metodi non sempre così ortodossi. Ma c'è qualcosa di strano, sin nelle prime pagine. Un dettaglio importantissimo, eppure incredibilmente fuori posto, che rende questo romanzo atipico e tradizionale al tempo stesso. Non siamo in un quartiere malfamato, né nel bel mezzo di una rapina finita in tragedia. La vittima è spirata nella sua cucina, tra il frigo pieno di calamite colorate e il forno a colonna usato due o tre volte appena. E' morto a casa sua, sparato da una donna coperta di lividi scuri e che, tra le mani, stringe ancora il cinturone d'ordinanza. E la pistola da cui è partito il fuoco: Tessa Leoni, sua moglie. E' tutto sbagliato... La famiglia non è morte. Una moglie non è un'assassina. Una casa non è una tomba. Soprattutto, una mamma non può fare del male alla sua bambina. No. Eppure la piccola Sophie Leoni è scomparsa nel nulla. La sua mamma ha sparato al suo compagno, poi l'ha portata via. Viva, o forse morta. La coltre di neve che ha immobilizzato la città, ha coperto tutto, anche le poche prove. Per la polizia il caso è risolto: la donna, vittima di violenze domestiche, si è ribellata alle percosse del marito impugnando un'arma. Succede spesso, purtroppo. L'unico problema è la bambina scomparsa: mancano il suo giubbotto, il suo pupazzo preferito, i suoi stivaletti, ma l'odore di putrefazione che appesta il bagagliaio dell'auto della famiglia lascia poche speranze sulla sorte della piccola. Morta. L'agente D.D. Warren vorrebbe solo tornare in fretta nel suo appartamento, dormire e svegliarsi il giorno successivo, con la neve che cade in silenzio, ma il suo fiuto non la inganna. La verità non è così semplice e l'innocenza di Tessa è pura menzogna. Non si lascia abbindolare dai suoi occhi dolci e dal suo viso avvenente tempestato da scariche di pugni. Non ha pietà per lei, non le dà la sua solidarietà. Perché sono molto più simili di quanto tutti credano: sono entrambe donne, sono entrambe poliziotte. E, presto, saranno entrambe mamme. Si occupano costantemente di mistero, ma la loro certificata bravura non è certamente un mistero: le donne sono le autrici di thriller più forti e, accanto a quelli di Agatha Christie, Mary Higgins Clark, Patricia Cornwell, Elizabeth George, Tess Gerritsen, Sophie Hannah e Kathy Reichs, il romanzo di Lisa Gardner non sfigurerebbe di certo. Dopo aver firmato La Vicina – sempre edito dalla Marcos y Marcos – e aver portato in Italia L'altra figlia e Il marito perfetto – entrambi da qualche anno fuori catalogo, l'autrice ha pubblicato in patria una serie poliziesca di grande successo, dedicata alla figura dell'agente investigativo D.D. Warren. Ora: io non sono un amante, salvo sporadiche eccezioni, dei “serial thriller” e questo è il quinto romanzo che ha come protagonista il volitivo e temerario alter-ego della scrittrice. Dopo qualche mese di lontananza involontaria dal genere, desideroso di un romanzo frenetico e misterioso, tuttavia la mia scelta è ricaduta proprio su A chi vuoi bene. A capitoli alterni, le due protagoniste raccontano e si raccontano. Tessa, i cui pensieri trovano sfogo con l'utilizzo della prima persona, teoricamente, è della parte del male. 
Ha precedenti penali, è stata un'alcolizzata e un'adolescente sessualmente disinibita, ma poi è arrivata la sua bambina. Una bambina non voluta, che eppure le ha stravolto la vita. In meglio. Per lei è entrata in polizia e per lei ha sposato suo marito Brian, affinché Sophie avesse un uomo da chiamare papà e con cui andare in bici, lontana dalle occhiate preoccupate di una mamma apprensiva e protettiva come lo sono tutte: “Avevo ricominciato a vivere, per Sophie. Non era solo mia figlia, era l'amore venuto a salvarmi. Era risate e gioia, era passione allo stato puro. Era tutto il bello del mondo, l'unico motivo per tornare a casa”. Come può una madre uccidere il sangue del suo sangue? Soprattutto, cosa sarebbe disposta a fare per salvare la sua piccolo in pericolo? Lei è la colpevole, lei è la vittima, lei è la tenacia e la disperazione, lei è la vera protagonista. Dall'altra parte, c'è D.D. Il bene, la giustizia. Ha un ritardo di un mese, nausee mattutine, scoppi di pianto improvvisi. Spera in una malattia, in un attacco di influenza, ma una donna, in cuor suo, lo sa sempre: diventerà mamma. E ha paura. Non si sente pronta. Non sa cucinare, ha una relazione stabile solo da pochi mesi, ha una vita stressante e che segue ritmi impossibili. Dice parolacce e mangia cibi poco salutari, non ha cura di sé stessa e non avrà cura di un neonato. E' un'ottima poliziotta: sarà una mamma pessima. Eppure, nuda davanti allo specchio appannato, la pancia ancora piatta e i capelli biondi da asciugare, si accarezza il ventre e parla con la vita che sente già crescerle dentro, in una scena vera, tenera, sinceraramente bella. 
Si scusa con un bambino che nascerà in un mondo brutto e in una famiglia sbagliata, gli parla della bambina scomparsa senza lasciare tracce sulla neve bianca bianca, lo scongiura di non farle vomitare quei crackers che sono il suo pranzo in commissariato: non reggerebbe. Genitori non si nasce, si diventa.  
Ho seguito con interesse crescente e tensione costante le vicende di queste due donne. L'autrice mi ha depistato, mi ha sorpreso, mi ha regalato brividi ed emozioni, calore intenso e gelo glaciale. Moglie e madre a sua volta, Lisa Gardner dà il suo meglio nel dar voce al complesso personaggio di Tessa, che per gran parte del romanzo rimane un adorabile e inquietante enigma. A volte usa un linguaggio familiare, infantile, semplice e accomodante, ricco di diminutivi, reiterazioni e cantilenanti onomatopee. Altre, con termini più forti e secchi, tesse descrizioni vivide e impressionanti e costruisce alla perfezioni inseguimenti ed azioni frenetiche. L'intreccio è funzionale, l'epilogo è esaustivo, protagonisti e comprimari risultano semplicemente ottimi. Un incipit accattivante, un titolo originale, una copertina curiosa e bella, una storia di quasi 500 pagine che – grazie a una comoda e pratica brossura, a un font riposante e a una scrittura superba – si beve in riva al mare. Senza confondere, senza annoiare, senza dare tregua alcuna. Narra di intrighi diabolici, di una vendetta che non conosce bontà, di indagini che si muovono lungo il delicato confine del mondo infantile e della violenza sulle donne, ma irradia familiarità, calore, femminilità. Profuma di mamma: qui sta la sua più grande particolarità. Sull'orrore, sul rosso e sul giallo di infinite verità, prevale la forza titanica delle donne e la risata argentina di una bambina. Risata che non ricorda quelle raggelanti e demoniache dei film dell'orrore, ma la melodia che spinge una madre a sollevare un auto nel momento del bisogno, a dividersi tra casa e lavoro, a sfidare la prigione, a cercare vendetta... Consigliato.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Elisa - Una poesia anche per te 

lunedì 8 luglio 2013

Recensione: The Vincent Boys, di Abbi Glines


Ciao a tutti, amici! Questa mattina, la recensione del chiacchieratissimo The Vincent Boys, che ho letto su proposta della gentile Mondadori. Tra polemiche, vuote discussioni sul New Adult e giuste critiche ad alcune scelte, talora infelici, operate nella traduzione italiana (anche se, cambiando termini, il risultato non cambia mica...), ho trovato il romanzo della Glines meno peggio di quanto mi aspettassi. Tutto nella recensione che, nonostante non sia completamente negativa, spero vi regali ugualmente qualche risata. Un abbraccio e buon inizio di settimana, M. Ps. Ho scritto questa recensione ben due volte! Quel simpaticone di Blogger, ieri sera, ha deciso di cancellarmela. Nerviii...
Se ami qualcuno, non gli rovini la vita. Gliela rendi migliore.
Titolo: The Vincent Boys
Autrice: Abbi Glines
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 280
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Ashton, brava ragazza di "professione", cerca di non deludere i suoi genitori e gioca il ruolo della fidanzata perfetta di Sawyer Vincent, il ragazzo che tutte vorrebbero. Ma durante le vacanze estive, mentre Sawyer è in campeggio con il fratello, Ashton inizia ad avvicinarsi a Beau, cugino di Sawyer, terribilmente sexy. E terribilmente pericoloso... Il ragazzo da cui tutte dovrebbero stare alla larga. Beau, che ha sempre voluto bene a Sawyer come a un fratello, ama Ashton fin dai tempi dell'asilo, considerandola però la "ragazza di suo cugino" e, dunque, off limits. Che sia giunto il momento di abbandonare le maschere e di lasciarsi andare ai sentimenti veri? Più Ashton e Beau cercano di stare lontani più il desiderio si fa irrefrenabile. La tenera amicizia che li legava da piccoli si trasforma in attrazione travolgente, impossibile da combattere... Come reagirà Sawyer nel trovare la sua ragazza tra le braccia del cugino e migliore amico? C'è sempre una prima volta per "tutto": per l'amore, per la gelosia, per scoprire chi siamo veramente...
                                                  La recensione
A mia discolpa, posso dire che non era mia intenzione leggere questo romanzo. Tra i tanti titoli di una Wishlist scritta su uno di quei Rotoloni Regina che non finiscono mai e tra tanti romanzi da recensire ancora, The Vincent Boys aveva scarsa priorità. Scarsissima. In realtà, non ne aveva nessuna. Le voci che, già prima della data d'uscita, lo paragonavano a un Cinquanta sfumature per adolescenti mi avevano fatto gelare il sangue nelle vene. Il bollino promozionale che annunciava il romanzo più hot dell'anno – no, non provate a staccarlo: perdereste invano tempo, energie ed arti vitali nell'impresa: è stampato sulla copertina proprio come come le due silhouette in bianco e nero che si tastano con trascinante ardore giovanile... - mi aveva dipinto sulla faccia un'espressione di grottesca loquacità che nemmeno Picasso, con le sue bocche urlanti e gli occhi sporgenti da Chihuahua cocainomane che fanno capolino dalle sue tele, avrebbe saputo immortalare. Pensavo che l'avrei dimenticato in fretta. Poi sono arrivate le discussioni, i commenti, le recensioni appassionate e quelle rassegnate, le polemiche. E, insieme a loro, è scesa in pista la mia curiosità, attirata come le api dal miele... o le mosche dalla spazzatura. Quando mi è stato offerto di recensirlo, ho accettato volentieri, ma i commenti negativi, che alla fine sembravano prevalare sui pochi positivi, mi avevano subito fatto pentire della scelta. 
Sarebbe stato come sparare sulla Croce Rossa, infierire inutilmente. Ma se il New Adult di Abbi Glines faceva così tanto parlare di sé, potevo forse non leggerlo e parlarne anch'io? Domanda decisamente retorica. In un pomeriggio di vento e ozio, l'ho letto. Perché non mi piace giudicare senza conoscere, e questo vale per i romanzi come per le persone. Perché avevo ancora incamerato uno stress da esami che solo qualche risatina avrebbe potuto scacciare via: che il divertimento fosse negli intenti dell'autrice o meno, poco m'importava. Piacevole, sexy, impulsivo, solare e involontariamente comico nella maggior parte dei casi, si è rivelato all'incirca duemila volte migliore di quanto, in realtà, mi aspettassi. Tutt'altro che malvagio. Ci sono fanfiction strutturate con molta più maestria, Harmony di migliore qualità, letture certamente più edificanti, ma i romanzi brutti, brutti, per me, sono altri: Risveglio di Anne Rice insegna! E' la più tipica delle americanate: sermoni domenicali, baseball, cheerleader più o meno oche, ginocchia che tremano, sangue che ribolle, terra che gira bruscamente, cuori che palpitano, genitali che friccicano. I protagonisti sono tre: Ashton (Se anche lei, visto il nome tipicamente maschile, un tempo nutriva qualche dubbio sulla sua sessualità e, come Ashton Kutcher, si era messa all'incerca di una Milf tutta sua, nel corso del romanzo, non temete, scioglierà tutti i suoi dubbi.), Beau (No, quante volte che vi devo dire che non è un cane: i nostri amici a quattro zampe sono mooolto più svegli di lui.) e Sawyer (Canzone preferita: Io rinasceròòò cervo a primaveraaa). Ashton, principale voce narrante della storia, è tipo una creatura mitologica che vive in un mondo a parte: mmm... vediamo, tipo un unicorno ninfomane. E' un incrocio tra la dolce Taylor Swift e l'altrettanto “dolce” Sasha-Grey-Ottimo-Direi. Figlia di un predicatore americano tanto simile al patriarca di Settimo Cielo – uno degli uomini più fertili al mondo, accanto a Rocco Siffredi: sette figli non sono uno scherzo, eh. Contenta la moglie... - è premurosa, cortese, coscienziosa, perfetta e con il ragazzo perfetto. Tutta casa e chiesa... è il tragitto, come si dice, che la frega! Troverà il suo, di settimo cielo, infatti, tra le braccia forti di Beau, suo ex migliore amico e cugino del suo attuale fidanzato. E sul cassone del suo pick up. Con il vento nei capelli, le stelle sopra di lei, le caviglie dietro le orecchie. E la nonna, appena venuta a mancare, da seppellire, e il fidanzatino lontano. 
Di certo il minuscolo perizoma, indossato sotto il vestitino sexy scelto per dire addio alla sua amata nonnina, ha aiutato: verginale e delicata, sa essere sobria e raffinata anche nel lutto più nero con la sua lingerie trasparente di Victoria's Secret. Il suo Beau, invece, seconda voce narrante, è un cavernicolo palestrato dell'Alabama del Sud. E' maschio, è un adolescente, è eccitato ventiquattro'ore su ventiquattro e parla come mangia, quindi il suono dei suoi pensieri non ha nulla di profondo, musicale, lirico. Diciamo che ricorda il fruscio di una balla di fiene trascinata nel deserto incontaminato del suo intelletto. Ma è sincero, almeno. Le sue idee passano prima a sud della sua cintura che nel suo cervello, ma fa subito simpatia, con il suo passato triste e i suoi modi rozzi che, all'occorrenza, vorrebbero essere galanti. Mentre sullo sfondo arido e sfocato passa ignorato il povero e fedele Sawyer, con le orecchie che fischiano per le troppe bugie ascoltate e la testa che pesa per le corna da alce che gli sono spuntate nel corso di una sola estate, i due – tra confessioni, ripensamenti, disparità sociali ed economiche e la scelta del modo giusto per rivelare alla persona a cui tengono più al mondo il loro tradimento – si danno decisamente da fare, ed è a questo punto che arrivano le famose scene incriminate. La verità è che, senza il sesso, The Vincent Boys non avrebbe ragione d'essere. 
Che differenza ci sarebbe tra la relazione travagliata di Ash e Beau e quella dei protagonisti di produzioni certamente più raffinate e note come Step Up, I passi dell'amore, The Last Song? I protagonisti del primo si dedicavano affannosamente all'attività fisica e, be', questi non sono da meno. Quelli del secondo erano divisi dalla malattia, questi dalle corna. La protagonista dell'ultimo, poi, suonava il piano; Ashton la trombano. Le scene di sesso, che tra l'altro si contano sulle dita di una mano, sono passionali, mai morbosamente dettagliate, veloci, vaghe il giusto e ben scritte. Non ci sono strane trasgressioni, usi impropri di cinture e cravatte, tutto è sano e nei limiti del normale, ma un elemento fa giustamente parlare di sé. Il linguaggio. Ci sono persone che, durante l'atto sessuale, spinte da un improvviso afflato religioso, nominano Gesù, Dio, la Madonnina e gli angioletti e tutti i Santi del calendario cristiano. Beau e Ashton – fanciulla, quest'ultima, che come tutte le vergini, durante il primo rapporto, ha l'audacia di infilare con le sue stesse manine delicate il preservativo al suo ragazzo – diventano, in certe situazioni, due scaricatori di porto, affetti, magari, anche dalla Sindrome di Tourette.
Indimenticabili il raffinato “Ommerda puttana vacca”, il poetico “La tua patatina è mia”, il romantico “Voglio affondare nel tuo buchino caldo”. Nonostante qualche scivolone qui e lì, la traduzione è tutto sommato ottima e il romanzo, consigliato per l'estate, si rivela essere un'ottima lettura da spiaggia. Se sezionato dettagliatamente, potrebbe rivelare incongruenze grandi, errori ancora più grossi di quelli evidenziati, stupidità lampanti, ma, di solito, nessuno, sotto l'ombrellone, si porta il bisturi e la "valigetta da lavoro". E nessuno dovrebbe farlo soprattutto se vuole godersi una lettura veloce e soft come questa, che già di per sé non è impeccabile. Con un'America calda e soleggiata come scenario, The Vincent Boys è fatto di camicie a quadri, Levi's a vita bassa, vestiti leggeri, gambe scoperte, bombardamenti ormonali, scazzottate e tira e molla. Tanti tira e molla. Per fortuna, il libro è breve e la Glines ci salva sul suono esatto dell'ultima campanella dalla monotonia che, a volte, perfino un folle amore ha. E' una contraddizione. Ancora di più di un disastro definito, in un buon New Adult edito dalla Garzanti, splendido. Lo consiglierei ad un pubblico giovanissimo e con poche pretese, ma, allo stesso tempo, il linguaggio talora forte e le scene vagamente erotiche – anche se una lettura simile, a 15 0 16 anni non mi avrebbe di certo bloccato la crescita: l'imbarazzantissimo discorso di come nascono i bambini già i miei me l'avevano fatto qualche annetto prima -, lo rendono una lettura per adulti, “Nuovi” o “Giovani” non ha importanza. Non mi ha né scioccato, né scandalizzato. Non mi è né piaciuto, né dispiaciuto. A tratti, sa essere anche carino. E' un romanzo come tanti, la solita storia. La minestra del giorno prima, riscaldata al microonde e con scaglie di peperoncino piccante in aggiunta.
Il mio voto: ★★+
Il mio consiglio musicale: Bruno Mars – Locked Out of Heaven 

sabato 6 luglio 2013

Recensione: Obsidian, di Jennifer L. Armentrout

E se l'amore viaggiasse alla velocità della luce?

Titolo: Obsidian
Autrice: Jennifer L. Armentrout
Editore: Giunti Y
Numero di pagine: 334
Prezzo: € 12,00
Sinossi: Kathy è una blogger diciassettenne con un grande sense of humour, si è appena trasferita in un paesino soporifero del West Virginia, rassegnandosi a una noiosa vita di provincia, noiosa finché non incrocia gli occhi verdissimi e il fisico da urlo del suo giovane vicino di casa. Daemon Black è la quintessenza della perfezione. Poi quell'incredibile visione apre bocca: arrogante, insopportabile, testardo e antipatico. Fra i due è odio a prima vista. Ma mentre subiscono un'inspiegabile aggressione, Daemon difende Kathy bloccando il tempo con un flusso sprigionato dalle sue mani. Sì, il ragazzo della porta accanto è un alieno. Un alieno bellissimo invischiato in una faida galattica, e ora anche Kathy, senza volerlo, c'è dentro fino al collo. Salvandola, l'ha marchiata con un'aura di energia riconoscibile dai nemici che li hanno aggrediti per rubare i poteri di Daemon. L'unico modo per attenuare questo pericoloso marchio è che Kathy stia più vicina possibile a Daemon. Sempre che lei non lo uccida prima...
                                                  La recensione
Scatta una sensazione incredibilmente familiare nel leggere le prime pagine di Obsidian, esordio italiano della prolifica autrice Jennifer L. Armentrout. Un senso di riconoscimento, quasi. I motivi sono due, ed entrambi si colgono a colpo d'occhio, passando in un attimo dall'esame veloce di una copertina indubbiamente carina, ma che sa di già visto, a un incipit che, leggero e fresco, si legge in un battibaleno. Primo: Obsidian non è la novità del secolo, quindi, sebbene senza mai arrivare ad infastidire o ad annoiare il lettore, soprattutto all'inizio, un lieve ed inevitabile senso di déjà vu pervade questa ridente storia di alieni, attrazione e pericolose avventure. Secondo: Katy, la giovane protagonista, ha un hobby che fa immediatamente aguzzare la orecchie a molti “librofili” come noi. E' una book blogger. L'angolino che si è conquistata nell'infinità del web ha dato un senso alla sua vita. La stesura di appassionate recensioni, a volte, le ruba anche interi pomeriggi e sa cosa significa sentirsi colpevole nel dare una sola stellina a un romanzo ed entusiasta nell'inviare domande al suo autore preferito o nell'aspettare continuamente un nuovo pacco di libri in arrivo.
Un singolo commento di un follower sotto un suo post è tutta la sua felicità, mentre la tristezza la attanaglia quando sente di non aver suscitato l'interesse di nessun amico virtuale o di non aver centrato il bersaglio con una recensione inefficace. Lei, che ha il pallino per il giardinaggio e i paranormal romance, ha letto di vampiri, lupi, zombi perdutamente marci e perdutamente innamorati, angeli e demoni, fatine e fatini e, nel corso di una sola estate, si troverà a vivere le stesse sensazioni delle eroine letterarie che spesso ha amato, spesso odiato, spesso segretamente invidiato. In mezzo a una storia da urban fantasy. Una famiglia dimezzata a causa di un cancro crudele, una pila di libri a farle compagnia nella solitudine, una nuova, sonnolenta città, con una nuova casa e con un nuovo vicinato. A salvarla dalla noia è la conoscenza dei gemelli Black, Daemon e Dee, suoi dirimpettai. Stessi magnetici occhi verdi, stessi lineamenti nobili, stessa bellezza disarmante. Era davvero una follia... la più grande che avessi mai fatto. Peggio che dare una sola stellina a un libro, più spaventoso che chiedere un incontro al mio autore preferito, più stupido che baciare Daemon. Dee è una forza della natura: simpaticissima, affascinante, con una passione naturale per lo shopping e per le serate passate a guardare maratone di film dell'orrore. Un'amica perfetta. Daemon, invece, non a caso ha un nome in assonanza con quello dell'altrettanto bello ed impossibile Damon Salvatore e solo una totale assenza di T-Shirt nel suo guardaroba giustificherebbe il perché delle sue continue incursioni a petto nudo, con addominali e pettorali scolpiti in bella vista. Il solito personaggio, il solito figo della situazione. Peccato che, di solito, sia bello, tenebroso e ami parlare per enigmi o sfornando a ogni sorriso e sventolata di ciglia frasi da Baci Perugina. A essere bello è bello. A essere tenebroso è tenebroso. Ma non dice frasi romantiche e parla pochissimo, soltanto per sferrare coltellate di cinismo, stronzaggine e veleno. Nemmeno la protagonista, a dire la verità, è la timida Bella Swan di turno.
Buffa, piccola e formosa, Katie è una bambolina dalla bellezza vagamente mediterranea che farebbe a pezzi una stupida barbie in carne e ossa con le sue risposte sardoniche e i suoi gesti eleganti. La protagonista standard di uno YA, in media, sospira e si perde in passionali ti amo tra le tre e le quattr... ok, nella maggior parte dei casi. Katie non sospira, ma alza angelicamente il dito medio. Non dice ti amo, ma lancia simpatiche occhiate intimidatorie e borbotta poco convinti ti odio. Lei Daemon non lo capisce proprio. Viene da un altro pianeta. E nel senso stretto del termine, non perché gli uomini vengano da Marte e le donne da Venere, come recitano i libri sulla terapia di coppia! 
Lui e sua sorella sono alieni, ma non pensate ad ET: niente pelle molliccia, occhi enormi, testa bitorzoluta, mani palmate e alfabeti incomprensibili. Daemon decisamente non gli assomiglia. E' insopportabile. Chi mai vorrebbe prendere a sberle il tenero ET? E' di una bellezza inumana, sovraumana. Chi mai farebbe pensieri sconci sul tenero Et? Armati di stiletti d'ossidiana per combattere un oscuro nemico e di reciproco disprezzo per fare a pezzi Cupido e le sue frecce, sta nei protagonisti il segreto del successo di questa frizzante ed ironica serie per giovani adulti. Katie e Daemon si fissano intensamente. Come se stessero progettando di uccidersi a vicenda e meditassero su dove nascondere il cadavere del malcapitato perdente. O sarà passione, quella? Una cosa è certa: insieme fanno scintille. Quando sono vicini – ma proprio vicini, vicini, vicini – i loro ormoni vanno in corto circuito e con loro computer, TV, caldaie e forni a micronde. Che meravigliosa catastrofe!
Lo stile è semplice, le descrizioni sono poche e sempre accompagnate da ottimi e pepati dialoghi, la narratrice è semplicemente un mito. Malata gravemente di leggite cronica, possiede un'invidiabile autoironia e, per proteggersi da una cotta nociva per la sua sanità mentale e i lettori dal temibile “pericolo Twilight”, sforna insulti come fossero biscotti e le sue labbra, impegnate una o due volte in alcuni di quei lunghi baci per cui l'autrice sembra essere così famosa e amata, sono la sua risorsa in una guerra tra sessi che ammette saltuari sbalzi d'umore... e d'amore. L'elemento fantascientifico, sono certo, porterà magia e misteri a palate nei prossimi capitoli e, insieme ad esso, spero venga approfondito un punto che, se maggiormente ampliato, potrebbe rendere ancora più intrigante la lettura: il mondo di Blogger. In questo romanzo introduttivo, avendo diversi personaggi da introdurre e piccoli misteri da svelare, l'autrice ha fatto sì che il blog di Katie e i suoi libri fossero accennati solo di sfuggita. Immagino i sorrisi che avrei fatto, se la protagonista si fosse prodigata in esilaranti paragoni tra Daemon e gli ultraterreni gentlemen di cui spesso – con una telecamera davanti – parla, estasiata, alle sue lettrici. Obsidian, dunque, ha decisamente il suo piacevole perché e certamente proseguirò con la lettura dei romanzi che seguiranno. Con questa adorabile protagonista e con le risate che mi regala, sarò a lungo in ottima compagnia. 
La risata di Daemon m'interruppe. “Non credo sia una buona idea. Divertente sì, ma poco ragionevole. Gli umani sono creature deboli.” “E se adesso col mio debole piedino ti dessi un bel calcio in culo?” sbottai, furiosa.
Il mio voto: ★★★ +
Il mio consiglio musicale: A-ha – Take On Me 

giovedì 4 luglio 2013

Ritratto di signora #22: Lidia Lazzero e le Donne della Resistenza

Ciao a tutti! Oggi, con qualche giorno di ritardo, vi propongo il nuovo articolo di Ritratto di Signora, firmato da Tony, il fidanzato dalla bravissima Miki del blog Miki inthe Pinkland. Un “collega” di sesso maschile che regala, a lettori e lettrici, il suo punto di vista, in un ritratto che merita assolutamente di essere letto. Vi segnalo, inoltre, che questa rubrica è approdata anche su Facebook (qui). Un abbraccio e a presto, Mik, Monica, Miki, Clara, Fede, Francesca, Tony e Micht. 


Quando la mia fidanzata mi ha proposto di scrivere un articolo per la rubrica, sono quasi svenuto. Superato lo shock iniziale, una figura, una sola, chiara ed inequivocabile, mi si è presentata davanti agli occhi, una figura di grandissimo valore storico, pari, e non credo di esagerare affermandolo, al suo corrispettivo maschile, ma di cui si è parlato troppo poco, a cui raramente sono stati riconosciuti meriti, innegabili dal mio punto di vista, per il contributo portato alla lotta per la liberazione del nostro Paese dalla piaga nazifascista. Le donne partigiane. Queste donne, alcune giovanissime, altre meno, hanno vinto una guerra senza sparare un colpo di fucile, sempre presenti negli scontri, pur non affrontando direttamente il nemico. Silenziose, ma la cui azione fu rumorosa ed efficace quanto quella dei colpi che partivano dai fucili dei loro compagni e delle loro compagne (molte, in realtà, erano le donne combattenti), dei loro mariti, fratelli, figli. 
Fondamentali furono le infermiere, così come le staffette e le informatrici, che fornivano ai combattenti dettagli fondamentali circa le azioni nemiche, che portavano viveri, indumenti e munizioni, andando su per i colli, attraverso boschi, con il costante rischio di essere scoperte e fucilate. Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, non di rado sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare a notte ne e stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato. Spesso dovevano precedere i fascisti che salivano, per avvertire in tempo i nostri, e talvolta restavano coinvolte nel rastrellamento. Dopo i combattimenti non sempre i partigiani in ritirata potevano trascinarsi dietro i colpiti gravemente. Se c'era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
Non di rado, dopo la battaglia, la staffetta restava sul posto nel paese occupato, per conoscere le mosse del nemico e far pervenire le informazioni ai comandi partigiani. Durante le marce di trasferimento erano all'avanguardia: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, la staffetta per prima entrava in paese per sincerarsi se vi fossero forze nemiche e quante, se fosse possibile o meno alla colonna partigiana proseguire. Durante le soste di pernottamento e di riposo le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e di quant'altro occorreva. Infaticabili, sempre in moto notte e giorno per stabilire un collegamento, ricercare informazioni, portare un ordine, trasmettere una direttiva; spesso nella piccola busta che la staffetta nascondeva in seno vi era la salvezza, la vita o la morte di centinaia di uomini. (“Il Monte Rosa è sceso a Milano, Secchia Moscatelli). Queste donne, forti e coraggiose, sono state il vero motore della Resistenza, che non sarebbe stata possibile senza di loro e che il 25 Aprile del 1945 pose fine all’oppressione del regime fascista. Una donna in particolare, di cui sono venuto a conoscenza per caso, leggendo la sua autobiografia, “Da Rivoli verso il mondo”, ha avuto un ruolo importantissimo nella lotta partigiana del torinese. Si tratta di Lidia Lazzero, nata nella cittadina alle porte del capoluogo piemontese, il 22 Gennaio del 1925, anno in cui il Fascismo subisce una svolta che porterà all'abolizione delle libertà democratiche e alla realizzazione di una dittatura autoritaria. Lidia trascorre l’infanzia e la giovinezza segnate dalla profonda sofferenza di vedere l’amato fratello, Mario, continuamente e pesantemente punito per il rifiuto di partecipare alle esercitazioni e al corso premilitare voluti dal duce, che si svolgono il sabato pomeriggio, il cosiddetto “sabato fascista”. 
Questi episodi fanno nascere in lei, come racconta nel libro, “una coscienza e un senso di ribellione alle cose ingiuste”, sentimenti che si fanno sempre più forti con il passare degli anni, a causa delle insopportabili condizioni portate dal regime. Il 10 Giugno del 1940, dopo la dichiarazione di guerra alla Francia pronunciata da Mussolini, Lidia viene umiliata e schiaffeggiata di fronte alla piazza perché si rifiuta di applaudire. Nel ’43, a seguito dell’arresto del duce, assieme ad altri antifascisti, si reca alla Casa del Fascio, ancora occupata dai fedelissimi di Mussolini, con la ferma volontà di restituire l’edificio ai cittadini rivolesi. Sopravvive per miracolo all’enorme mole di fuoco proveniente dalle armi dei tedeschi asserragliati nella casa, che colpiscono a morte i suoi compagni prima di fuggire dal retro dell’abitazione. Viene anche arrestata con l’accusa di aver insultato due donne fasciste. È dopo il rilascio che comincia la sua vera e propria lotta contro il regime, entrando a far parte della 15° brigata delle Squadre di Azione Partigiana, a comando del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. I primi periodi di lotta si svolgono in clandestinità, nella fabbrica in cui è impiegata, in cui si producono accessori aeronautici. A seguito di una protesta degli operai, che lamentano turni ed orari proibitivi e scarso cibo, per via del razionamento dei generi alimentari, i nazisti, per calmarli e garantirsi la presenza di qualche operaio nelle fabbriche, decidono di consegnare alcune derrate alimentari, che Lidia, d’accordo con altri partigiani, anch’essi operai nella stessa fabbrica, decide di rubare e consegnare ai combattenti che patiscono il freddo e la fame, braccati dai nazisti sulle montagne. È così che ha inizio la sua attività di staffetta, che continua nonostante il licenziamento a seguito della denuncia di alcune spie presenti tra gli operai. Solo per la città di Rivoli, la lotta partigiana è costata la vita di moltissime donne: 99 combattenti e 38 civili uccise dai nazisti, 185 deportate nei campi di sterminio. 
A soli 18 anni, la partigiana Lidia ha il coraggio e la forza di affrontare il nemico nei campi, in città, sui monti. Attraverso i boschi avviene gran parte dei suoi rischiosi trasporti di viveri, munizioni ed indumenti per i compagni partigiani. E poi ancora, instancabile, in giro per ospedali a cercare, assistere e sostenere i combattenti feriti. È proprio lei a ritrovare la salma del fratello di una sua cara amica, morto a seguito di un rastrellamento nelle valli di Lanzo. E sempre a lei tocca il doloroso compito di riportarla a casa e dare la tragica notizia alla famiglia. Il 2 Maggio del 1945, l’occupazione della Germania da parte delle truppe sovietiche restituisce la libertà, ponendo fine ad un incubo durato oltre vent’anni. Tra il 1943 e il 1945 il nostro Paese ha lottato contro la dittatura instaurata da Benito Mussolini e fondamentale è stato l’apporto delle donne italiane, al fianco dei loro padri, fratelli, mariti e figli, spesso fino alla morte. Dopo la fine del conflitto, Lidia dedica la sua attività all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, occupandosi della compilazione delle pratiche per il riconoscimento della partecipazione alla Lotta di Resistenza. Negli anni successivi le vengono riconosciuti particolari meriti tanto da essere insignita col Diploma d’Onore di Combattente per la Libertà, premio che le viene conferito dalla Presidenza della Repubblica. Tante e importanti sono le mansioni che Lidia svolge dopo il conflitto: la Camera del lavoro di Torino, la militanza all’interno del Partito Comunista Italiano, con il quale è eletta dal ’51 al ’56 nel Consiglio Comunale di Rivoli. Più volte arrestata durante manifestazioni per i diritti dei lavoratori, viene poi trasferita alla segreteria generale della C.G.I.L. a Roma e successivamente a Sofia, in Bulgaria, alla Federazione Sindacale Mondiale. Dopo ben sessant’anni di lavoro, in patria e all’estero, sempre al fianco dei lavoratori, Lidia torna a Rivoli, dove entra a far parte del direttivo del Sindacato Pensionati Italiani e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con cui organizza una serie di incontri rivolti ai ragazzi delle scuole medie di Torino e provincia, durante i quali affronta il tema della guerra e racconta come è nata la Resistenza e come ha dedicato la sua vita a ideali come la libertà, la giustizia e il lavoro. Non nascondo che, mentre quest’articolo prendeva vita, mi era venuta  l’idea di intervistarla, ma purtroppo Lidia Lazzero ci ha lasciati il 19 Maggio del 2010, a 85 anni. Per concludere vi lascio un pensiero tratto dal suo libro, in cui mi ritrovo moltissimo:“Ai giovani desidero ancora spiegare perché sono riuscita a fare tutto quanto ho vissuto durante i miei ottantatre anni. Io sono riuscita grazie alla mia forza di volontà e al mio forte ideale, perché – ricordate tutti sempre – giovani e meno giovani – che sia nel bene che nel male – e purtroppo può esserci più male che bene – io sono stata sorretta dai miei ideali di pace, libertà, giustizia, lavoro, studio, politica. E non tanto per me, ma rivolti a tutti e al bene dell’umanità. Ogni giorno mi ripetevo: nonostante tutto la vita è bella finché son viva, è bella in ogni suo momento, nella gioia e nel dolore. Basta saperla vivere e, soprattutto, mai cercare di voler l’impossibile.” 
Tony.

mercoledì 3 luglio 2013

Recensione: Una stanza piena di sogni, di Ruta Sepetys

Ciao a tutti, amici! Probabilmente lo saprete, lo sto sbandierando ai quattro venti: ESAMI FINITI. Che liberazione. In questi giorni, l'ansia mi stava logorando. A breve, tutto, sul blog, ritornerà alla normalità, anche se ho cercato di aggiornarlo ugualmente con costanza, studio permettendo. Oggi, vi propongo la recensione di un bel romanzo, uscito in libreria il mese scorso. Ringraziando la Garzanti per la disponibilità, vi abbraccio e vi auguro buon pomeriggio.
Le decisioni, sono quelle a dar forma al nostro destino.

Titolo: Una stanza piena di sogni
Autrice: Ruta Sepetys
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 310
Prezzo: € 17,60
Sinossi: New Orleans. Josie ha diciassette anni, ma non sa cosa sia un abbraccio. Non ha mai conosciuto l'affetto di una carezza, non ha mai ascoltato il suono di una voce dolce. Sua madre è una prostituta e l'ha sempre trattata come un'estranea. Eppure, da sempre, Josie custodisce un segreto, un luogo speciale tutto suo: la libreria del quartiere. Lì si rifugia nei pochi momenti liberi delle sue giornate. Lì, tra le pagine di Charles Dickens, Jane Austen e Francis Scott Fitzgerald, immagina un futuro lontano. Quando un giorno in libreria entra Hearne, un misterioso cliente con la passione per le poesie di Keats, Josie capisce che il sogno di una nuova vita potrebbe presto diventare realtà. Perché Hearne è diverso da tutti. Hearne si preoccupa per lei, le chiede come sta, le offre parole di conforto. L'uomo è come il padre che non ha mai avuto. Eppure, quando tutto sembra possibile, anche scappare da New Orleans, Hearne viene ucciso. La vita ha deciso di mettere ancora una volta alla prova Josie. Non solo Hearne non c'è più, ma a venire accusata della sua scomparsa è la madre della ragazza. Adesso Josie deve scegliere. Scegliere tra la donna che non le ha mai dato amore e la fuga. Scegliere tra il cuore e la speranza. Gettare la paura alle spalle e spiccare il volo. Perché a volte si può volare anche con un'ala ferita.
                                                  La recensione
Colori tenui, toni pastello, la sagoma di una ragazza stagliata controluce. Un viso semplice, un vestito semplice, i piedi nudi sulle semplici assi di legno. Intorno a lei, una stanza piena di libri. Una stanza piena di sogni. Se avete incrociato questo romanzo tra gli scaffali e l'avete portato a casa con voi, è perché, probabilmente, vi piace leggere. Se, a fine lettura, avrete il cuore pieno delle parole di Ruta Sepetys e conserverete un bel ricordo di questo intenso racconto, sarà per lo stesso, esatto motivo. Vi piace leggere... E' tutta la vostra vita. In esso, ritroverete le vostre manie, i vostri desideri, i vostri bisogni naturali e necessari, tracce di voi: libri, libri, libri. Ovunque. Sul comodino della protagonista e nel suo confortante rifugio segreto. Nel suo ieri, nel suo oggi e nel suo domani. Sui ripiani polverosi di quella libreria che è la sua vera casa e nell'anima di carta di questo secondo romanzo firmato dall'acclamata autrice di Avevano spento anche la luna. Io ci ho trovato le piccole donne di Louise May Alcott, le grandi speranze di Charles Dickens, le gioie eterne di Keats, l'America svigorita e torrida, dipinta a sangue freddo da Truman Capote. Ha un'atmosfera incredibilmente romantica, ma sporca di vero. La protagonista, corteggiata da due affascinanti giovanotti, un libro sotto il braccio e le labbra che mormorano canzoncine contro la tristezza, ricorda Belle per la sua timidezza e la sua passione, ma vive in una New Orleans torrida e indolente, in cui la vita ha fagocitato la favola, ma non il sogno. Quello no. Lei, che ha una madre che fa la prostituta e un padre che non conosce, vuole andare all'università. Ricominciare; abbandonare quel mondo di gangster, pistole nascoste tra le balze della gonna, feste con gente dissoluta e pianoforti infuocati; volare lontano, anche con le sue ali già stanche. Si chiama Jo, ma non come la più indimenticabile delle sorelle March, bensì come una volgare maitresse. Con la fantasia, però, può fare tutto: fingere che il suo nome sia quello di una facoltosa prozia e che sua madre faccia un lavoro meno degradante; 
giocare a cercare il suo papà negli occhi di gentiluomini raffinati e gentili; immaginare che la risposta da parte dell'università arriverà presto e che tutto, un giorno, sarà migliore. Fa castelli in aria, ha la testa tra le nuvole e il naso spesso schiacciato tra le pagine di un grande classico, ma non si nasconde nell'illusione. Vive intensamente ogni giorno, a testa alta. Il teatro vagante della sua vita, con i suoi girovaghi e suoi buffi saltimbanchi, nasconde due scenari distinti, appena dietro il tendone scarlatto. Si divide tra gli schiamazzi di un bordello e i sovrumani silenzi di una ricca libreria. Tra perle, profumi e gioielli pacchiani, donnone imbellettate e dalla risata contagiosa e ragazze dal cuore d'oro, l'apparente squallore del primo le ha messo sulla strada Willie – una matrigna con l'indole da fata madrina – che l'ha cresciuta e le ha dato un lavoro, mentre la madre perdeva la poca dignità rimastale tra furti, fughe e brutte compagnie, e Cokie, un omaccione dalla stazza immensa, dalla carnagione color caramello e dalla lacrima facile che le ha fatto da guardia del corpo, confidente e personale angelo custode. 
La piccola libreria di Patrick, il suo migliore amico, è invece il suo angolo di paradiso. Un'oasi che nessuno mai potrebbe sottrarle, o quasi. La fragile ed infrangibile Josie è un personaggio grande, che racconta una storia di personaggi grandi e assolutamente incancellabili. Il suo sguardo sul mondo è delicato, ingenuo, fanciullesco. La sua voce è cristallina e vibrante. I temi da lei affrontati, con un tono che sa talora essere anche cinico e disincantato, sono attuali e drammatici: una crisi economica e morale che non è mai realmente passata, una società che ci condanna all'immobilismo, gli studi universitari che, talora, richiedono un prezzo ancora più alto del denaro stesso, il razzismo, l'omosessualità, l'integrazione. Tuttavia, la narrazione è così caleidoscopica e varia che non schiaccia nemmeno per un secondo il lettore sotto il peso del dramma, ma intrattiene con una prosa scorrevole e immediata e con una storia che ha il sapore dei romanzi di formazione di un tempo. La poesia è negli intenti, nel messaggio di speranza che lancia. Una stanza piena di sogni non è raffinato ed etereo, ma caldo, intenso, aromatico, travolgente e avvolgente. L'anima nera della New Orleans degli anni '50, con le sue superbe tradizioni, le incoerenze, i divari sociali e il jazz grintoso dei locali notturni. Lascia dentro ricordi che sembrano scanditi dalle eterne melodie di Ennio Morricone, ma ha la voce soul di Ella Fitzgerald o di una Etta James, con la bocca, lo stomaco e l'anima collegati sulla superficie graffiata un disco in vinile che gira e rigira.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: The Lumineers - Ho Hey

mercoledì 26 giugno 2013

Recensione: Finché zombie non ci separi, di Jesse Petersen

Ciao a tutti! Inaspettatamente, rieccomi qui, a poca distanza dall'ultimo post, a parlarvi della mia ultima lettura. Se sono stato così veloce, è merito di questo romanzo che, carinissimo, si è lasciato DIVORARE. Ringraziando la gentilissima casa editrice per avermene inviato una copia, vi auguro una buona lettura e vi mando un abbraccio. Coraggio, è quasi fatta. Molto probabilmente, dal 2 Luglio sarò un uomo libero!
Gli uomini vengono da Marte. Gli zombie dall'inferno...

Titolo: Finché zombie non ci separi
Autrice: Jesse Petersen
Editore: Multiplayer Edizioni
Numero di pagine: 224
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Sarah e David sono una giovane coppia in crisi: l'alchimia che c'era prima ormai sta svanendo e il loro matrimonio rischia di andare in fumo. Da qui, la necessità di seguire una terapia di coppia con la Dr.ssa Kelly. Un bel giorno, proprio mentre sono diretti verso lo studio della psicoterapeuta, Sarah e David notano delle stranezze: la superstrada è deserta, la solita guardia di sicurezza al parcheggio dell'edificio non c'è, e il fatto che la Dr.ssa Kelly stia strappando a morsi la gola di un altro cliente. La coppia ha scelto il giorno sbagliato per uscire di casa, perché stanno spuntando zombie da ogni angolo della strada! Un virus sfuggito ad un laboratorio universitario ha trasformato Seattle in una zona di guerra, piena di mostri antropofagi che attaccano le persone. La situazione peggiora di ora in ora. Dopo aver eliminato la vorace (ex)psicoterapeuta, i due devono prepararsi a sopravvivere ad un' Apocalisse zombie. Sarah e David lotteranno per la sopravvivenza ma i loro problemi di coppia non svaniranno magicamente solo perché assediati e in pericolo di vita. Riusciranno ad unire le forze, salvare la pelle e i loro succulenti cervelli senza uccidersi l'uno con l'altra?
                                                   La recensione
Qualcuno l'ha detto: l'amore è un campo di battaglia. Be', quel qualcuno aveva ragione e, probabilmente, in una sfera di cristallo magica, misteriosamente proiettata sul futuro, aveva visto funesti presagi, zombie, nubi radioattive e una Seattle di cenere e fiamme. Quel qualcuno, ancora più probabilmente, conosceva Sarah e David. Una coppia scoppiata. Avete presente il genere, no? Lei, lavoratrice instancabile e con sogni grandi. Lui, scanzafatiche legato, in seconde nozze, con il joystick della sua amata Xbox. L'amore all'inizio c'era, ma poi è subentrato il resto: lavori saltuari, un catorcio puzzolente come macchina, un monolocale squallido in un quartiere ancora più squallido, una crisi che logora le finanze e gli affetti. Economica, dunque, e sentimentale. L'unica soluzione per salvare cinque anni di matrimonio: una rinomata terapista dall'altra parte della città. Il che equivale a consigli scontati ed inutili, soldi buttati a vanvera, massicci manuali per mariti e mogli modello, altri litigi ancora. La loro casa, da scrigno di tenerezze e confidenze, era diventata, già da un pezzo, il campo di battaglia di quel famoso e saggio detto. Il 10 Agosto 2010 lo è diventata letteralmente: una fortezza, una barriera, un bunker. Quando fuori è scoppiato il finimondo, stare insieme sotto un unico tetto è diventato la loro salvezza. Gli zombie, come in un film horror, hanno invaso la città; forse il mondo intero. L'aveva detto la sveglia Sarah che qualcosa non andava quando, armata di tacco a spillo, aiutava il suo quasi ex maritino a sfondare il lobo frontale della sua terapista, la Dottoressa Kelly. Con i suoi prezzi improponibili, che la terapista fosse una sanguisuga senza scrupoli i due giovani coniugi già l'avevano capito! Ma mai avrebbero sospettato che quella bella donna in carriera dalle unghia sempre smaltate, accanto al pilates e ai massaggi termali, avesse anche l'hobby del cannibalismo. Lo scoprono quando, entrati nel suo studio, la vedono divorare la più affiatata delle sue coppie da salvare. Purtroppo per loro, quello non è un caso isolato. La passione per la carne umana, d'un tratto, impazza a Seattle più velocemente di qualsiasi moda. Quella donna in tailleur è una zombie in un Paese di zombie. Prima che i lifting le stirassero, insieme alle rughe, anche il buon senso, Madonna non diceva forse una cosa giusta?
Canticchiate con me, sù: 'cause we are Living in an material undead world and I'll be an material undead girl. Ok, forse no. No, non diceva così. Prevedere un'epidemia di morti viventi era troppo anche per lei, la nonna d'arte di Lady Gaga... Fatto sta che Sarah, voce narrante del romanzo, è fermamente decisa a non adattarsi a quel mondo. Lei – anticonformista, ribelle, viva? - vuole custodire la sua umanità e, sopratutto, vuole ricucire, come la fedele Penelope, la relazione con il suo incostante David. Mentre la città marcisce come carne putrefatta e sembra implodere su sé stessa, i due impareranno a collaborare (Uccidiamo insieme quella belva della terapista, yeah!), a scambiarsi gentilezze (David, mio caro, come spappoli cervelli tu nessuno mai!), ad amare i loro reciproci difetti (E' vero che lasci sempre la tavoletta alzata, ma chi mai avrebbe pensato che mi sarebbe stata utile per schiacciare la testa del nostro vicino non-morto nel water?!), ad accettare le loro famiglie (Tua sorella è una strega odiosa. Probabilmente nemmeno uno zombie le si avvicinerebbe: andiamo da lei!), a capire di volersi ancora bene (E' la seconda volta che mi salvi la vita: ti amo, ti amo!): perché la morte accende il fuoco della passione, non lo sapevate? La loro scapestrata fuga per la vita, caratterizzata da spettacolari uccisioni, simpatici personaggi che vanno e vengono, sette di fanatici religiosi e buoni sentimenti, è raccontata con leggerezza, ironia, agilità, orrore e sentimento. Sangue, amore e sfolgoranti sorrisi non mancano certamente: tutto grazie alla prosa della brava Jesse Petersen che, pur non firmando il libro dell'anno, intrattiene piacevolmente come pochi sanno fare. Tragicomica, caliginosamente solare e famelica di divertimento, è un pericoloso ibrido tra una wedding planner, una psicoterapeuta e un George A. Romero in gonnella. Primo di una trilogia mortalmente divertente, Finché zombie non ci separi è una storia rosa shocking e cervelli fumanti, rossa come l'amore e come sangue che zampilla da un morso vorace. Una commedia romantica con Katherine Heigl e Jennifer Aniston, ma con zombie. Strappa risate, miti consensi, brandelli di carne. Si salvi chi può!
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Katy Perry – Hot & Cold