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lunedì 2 settembre 2013

Ritratto di signora #23

Ciao a tutti, amici, e buon inizio di settimana. Dopo la pausa estiva, torna, in questo primo lunedì di settembre, la rubrica Ritratto di signora. Il sincero e delicato articolo di oggi, firmato dalla Federica del blog Stasera cucino io (qui), è una riflessione su un argomento che sta a cuore molte ragazze, ma anche molti ragazzi. Come ci vedono gli altri? è una domanda che si pongono tutti, ancora di più in una società in cui magra è sinonimo di bella e bella è sinonimo di felice. Vi auguro, quindi, buona lettura e vi do appuntamento a domani, spero, con una nuova recensione. Mik, Federica, Monica, Clara, Miki, Francesca.
 
                               La parola a... Fede 
L'idea per il “ritratto” di questo mese era una cosa che mi frullava per la testa da un po'. Poi un paio di mesi fa abbiamo letto un articolo che riportava alcune dichiarazioni dell'amministratore delegato della Abercrombie&Fitch (http://www.rocknmode.com/2013/05/24/abercrombie-fitch-le-iniziative-per-boicottare-il-brand-arrivano-dal-web/), che ci aveva fatto riflettere su questo argomento, inizialmente doveva essere un articolo collettivo, poi non si è più fatto, ma l'idea è rimasta. "Grassa" di solito è il primo insulto che una ragazza rivolge a un’altra quando vuole ferirla; ricordavo di averlo visto succedere sia quando andavo a scuola sia tra le adolescenti. Così ho ricordato com'è strano e malsano l’insulto grassa. Voglio dire, grassa è davvero la cosa peggiore che possa essere una persona? Essere grassi è peggio che essere vendicativi, gelosi, superficiali, vanitosi, noiosi o crudeli ? No, per me no. Ma del resto, che ne so io delle pressioni sociali sulla magrezza? Vengono indicati come esempi da imitare quelle celebrità le cui più grandi imprese sono unghie perfettamente smaltate, le cui uniche aspirazioni sembrano essere farsi fotografare con nove vestiti diversi in una sola giornata, la cui unica funzione nel mondo sembra essere il sostegno del commercio di borse dal prezzo esorbitante e di cagnolini grossi come ratti. Forse tutto questo sembra comico o di poca importanza, ma non è così. Si tratta di quello che le ragazze vogliono essere, di quello che suggeriscono loro di essere e di come si sentono per essere come sono ed in un mondo ossessionato dalla magrezza mi preoccupa, perché non voglio ci siano cloni emaciati con l’ossessione di se stesse e con la testa vuota. Vorrei ragazze indipendenti, interessanti, idealistiche, gentili, caparbie, originali, divertenti.. C’è un migliaio di cose, prima di "magre". (J.K.Rowling). Quando ho letto questo ho pensato fosse qualcosa che avrei potuto dire io. Tutte le volte che amici o parenti più o meno bene intenzionati, mi dicevano che ero grassa o che dovevo dimagrire mi chiedevo “come è possibile che tutto quello che vedono di me si a questo? Come è possibile che io non sia nulla di più del numero su quel cavolo di display?” e continuo a chiedermelo ora che tutti mi fanno notare quanto sia dimagrita “hai visto come stai bene ora? 
Avresti dovuto ascoltarmi tempo fa” E continuo a chiedermelo quando leggo dichiarazioni come quella del signor amministratore delegato che dice che nei loro negozi non vendono taglie superiori alla L perché il loro marchi rappresenta uno status a cui non tutti possono accedere, e che ragazze oltre quella taglia rovinerebbero la loro immagine. Ma siamo sicuri che io e la mia XL roviniamo l'immagine di quel marchio più di quello che fanno loro stessi rilasciando dichiarazioni del genere? La mia impressione è che il modello che ci viene proposto è: magro=bello=sano. Ma spesso le immagini che vi corrispondono sono di modelle o attrici scheletriche ed emaciate, che non trovo ne belle ne sane. Dove si trova l'armonia in una figura tutta spigoli? Facendo una ricerca (neanche troppo approfondita) su google ho trovato veramente tanti siti/blog/forum dove, principalmente ragazze, ma non solo, sono alla ricerca di questa estrema magrezza e leggendo qui e là mi chiedo se il signor amministratore di A&F (sicuramente non l'unico a pensarla così) si renda conto di quanto certe parole possano incidere incidere su delle persone suggestionabili perché in cerca di approvazione. Certo il problema è sicuramente più complesso, e non risolvibile in poche righe, e in fin dei conti quello che voglio dire io è semplicemente che dovremmo imparare ad amarci e a vedere il bello in noi a prescindere da quello che ci dicono gli altri.

giovedì 4 luglio 2013

Ritratto di signora #22: Lidia Lazzero e le Donne della Resistenza

Ciao a tutti! Oggi, con qualche giorno di ritardo, vi propongo il nuovo articolo di Ritratto di Signora, firmato da Tony, il fidanzato dalla bravissima Miki del blog Miki inthe Pinkland. Un “collega” di sesso maschile che regala, a lettori e lettrici, il suo punto di vista, in un ritratto che merita assolutamente di essere letto. Vi segnalo, inoltre, che questa rubrica è approdata anche su Facebook (qui). Un abbraccio e a presto, Mik, Monica, Miki, Clara, Fede, Francesca, Tony e Micht. 


Quando la mia fidanzata mi ha proposto di scrivere un articolo per la rubrica, sono quasi svenuto. Superato lo shock iniziale, una figura, una sola, chiara ed inequivocabile, mi si è presentata davanti agli occhi, una figura di grandissimo valore storico, pari, e non credo di esagerare affermandolo, al suo corrispettivo maschile, ma di cui si è parlato troppo poco, a cui raramente sono stati riconosciuti meriti, innegabili dal mio punto di vista, per il contributo portato alla lotta per la liberazione del nostro Paese dalla piaga nazifascista. Le donne partigiane. Queste donne, alcune giovanissime, altre meno, hanno vinto una guerra senza sparare un colpo di fucile, sempre presenti negli scontri, pur non affrontando direttamente il nemico. Silenziose, ma la cui azione fu rumorosa ed efficace quanto quella dei colpi che partivano dai fucili dei loro compagni e delle loro compagne (molte, in realtà, erano le donne combattenti), dei loro mariti, fratelli, figli. 
Fondamentali furono le infermiere, così come le staffette e le informatrici, che fornivano ai combattenti dettagli fondamentali circa le azioni nemiche, che portavano viveri, indumenti e munizioni, andando su per i colli, attraverso boschi, con il costante rischio di essere scoperte e fucilate. Le staffette costituirono un ingranaggio importante della complessa macchina dell'esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone. Delicato e duro, quasi sempre pericoloso era il loro lavoro; anche quando non attraversavano le linee durante il combattimento, sotto il fuoco del nemico, dovevano con materiale pericoloso, talvolta ingombrante, salire per le scoscese pendici dei monti, attraversare torrenti, percorrere centinaia di chilometri in bicicletta o in camion, spesso a piedi, non di rado sotto la pioggia e l'infuriare del vento. Pigiata in un treno, serrata tra le assi sconnesse di un carro bestiame, la staffetta trascorreva lunghe ore, costretta sovente a passare a notte ne e stazioni o in aperta campagna sfidando i pericoli dei bombardamenti e del tedesco in agguato. Spesso dovevano precedere i fascisti che salivano, per avvertire in tempo i nostri, e talvolta restavano coinvolte nel rastrellamento. Dopo i combattimenti non sempre i partigiani in ritirata potevano trascinarsi dietro i colpiti gravemente. Se c'era un ferito da nascondere rimaneva la staffetta a vegliarlo, a prestargli le cure necessarie, a cercargli il medico, a organizzare il suo ricovero in clinica.
Non di rado, dopo la battaglia, la staffetta restava sul posto nel paese occupato, per conoscere le mosse del nemico e far pervenire le informazioni ai comandi partigiani. Durante le marce di trasferimento erano all'avanguardia: quando l'unità partigiana arrivava in prossimità di un centro abitato, la staffetta per prima entrava in paese per sincerarsi se vi fossero forze nemiche e quante, se fosse possibile o meno alla colonna partigiana proseguire. Durante le soste di pernottamento e di riposo le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e di quant'altro occorreva. Infaticabili, sempre in moto notte e giorno per stabilire un collegamento, ricercare informazioni, portare un ordine, trasmettere una direttiva; spesso nella piccola busta che la staffetta nascondeva in seno vi era la salvezza, la vita o la morte di centinaia di uomini. (“Il Monte Rosa è sceso a Milano, Secchia Moscatelli). Queste donne, forti e coraggiose, sono state il vero motore della Resistenza, che non sarebbe stata possibile senza di loro e che il 25 Aprile del 1945 pose fine all’oppressione del regime fascista. Una donna in particolare, di cui sono venuto a conoscenza per caso, leggendo la sua autobiografia, “Da Rivoli verso il mondo”, ha avuto un ruolo importantissimo nella lotta partigiana del torinese. Si tratta di Lidia Lazzero, nata nella cittadina alle porte del capoluogo piemontese, il 22 Gennaio del 1925, anno in cui il Fascismo subisce una svolta che porterà all'abolizione delle libertà democratiche e alla realizzazione di una dittatura autoritaria. Lidia trascorre l’infanzia e la giovinezza segnate dalla profonda sofferenza di vedere l’amato fratello, Mario, continuamente e pesantemente punito per il rifiuto di partecipare alle esercitazioni e al corso premilitare voluti dal duce, che si svolgono il sabato pomeriggio, il cosiddetto “sabato fascista”. 
Questi episodi fanno nascere in lei, come racconta nel libro, “una coscienza e un senso di ribellione alle cose ingiuste”, sentimenti che si fanno sempre più forti con il passare degli anni, a causa delle insopportabili condizioni portate dal regime. Il 10 Giugno del 1940, dopo la dichiarazione di guerra alla Francia pronunciata da Mussolini, Lidia viene umiliata e schiaffeggiata di fronte alla piazza perché si rifiuta di applaudire. Nel ’43, a seguito dell’arresto del duce, assieme ad altri antifascisti, si reca alla Casa del Fascio, ancora occupata dai fedelissimi di Mussolini, con la ferma volontà di restituire l’edificio ai cittadini rivolesi. Sopravvive per miracolo all’enorme mole di fuoco proveniente dalle armi dei tedeschi asserragliati nella casa, che colpiscono a morte i suoi compagni prima di fuggire dal retro dell’abitazione. Viene anche arrestata con l’accusa di aver insultato due donne fasciste. È dopo il rilascio che comincia la sua vera e propria lotta contro il regime, entrando a far parte della 15° brigata delle Squadre di Azione Partigiana, a comando del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. I primi periodi di lotta si svolgono in clandestinità, nella fabbrica in cui è impiegata, in cui si producono accessori aeronautici. A seguito di una protesta degli operai, che lamentano turni ed orari proibitivi e scarso cibo, per via del razionamento dei generi alimentari, i nazisti, per calmarli e garantirsi la presenza di qualche operaio nelle fabbriche, decidono di consegnare alcune derrate alimentari, che Lidia, d’accordo con altri partigiani, anch’essi operai nella stessa fabbrica, decide di rubare e consegnare ai combattenti che patiscono il freddo e la fame, braccati dai nazisti sulle montagne. È così che ha inizio la sua attività di staffetta, che continua nonostante il licenziamento a seguito della denuncia di alcune spie presenti tra gli operai. Solo per la città di Rivoli, la lotta partigiana è costata la vita di moltissime donne: 99 combattenti e 38 civili uccise dai nazisti, 185 deportate nei campi di sterminio. 
A soli 18 anni, la partigiana Lidia ha il coraggio e la forza di affrontare il nemico nei campi, in città, sui monti. Attraverso i boschi avviene gran parte dei suoi rischiosi trasporti di viveri, munizioni ed indumenti per i compagni partigiani. E poi ancora, instancabile, in giro per ospedali a cercare, assistere e sostenere i combattenti feriti. È proprio lei a ritrovare la salma del fratello di una sua cara amica, morto a seguito di un rastrellamento nelle valli di Lanzo. E sempre a lei tocca il doloroso compito di riportarla a casa e dare la tragica notizia alla famiglia. Il 2 Maggio del 1945, l’occupazione della Germania da parte delle truppe sovietiche restituisce la libertà, ponendo fine ad un incubo durato oltre vent’anni. Tra il 1943 e il 1945 il nostro Paese ha lottato contro la dittatura instaurata da Benito Mussolini e fondamentale è stato l’apporto delle donne italiane, al fianco dei loro padri, fratelli, mariti e figli, spesso fino alla morte. Dopo la fine del conflitto, Lidia dedica la sua attività all’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, occupandosi della compilazione delle pratiche per il riconoscimento della partecipazione alla Lotta di Resistenza. Negli anni successivi le vengono riconosciuti particolari meriti tanto da essere insignita col Diploma d’Onore di Combattente per la Libertà, premio che le viene conferito dalla Presidenza della Repubblica. Tante e importanti sono le mansioni che Lidia svolge dopo il conflitto: la Camera del lavoro di Torino, la militanza all’interno del Partito Comunista Italiano, con il quale è eletta dal ’51 al ’56 nel Consiglio Comunale di Rivoli. Più volte arrestata durante manifestazioni per i diritti dei lavoratori, viene poi trasferita alla segreteria generale della C.G.I.L. a Roma e successivamente a Sofia, in Bulgaria, alla Federazione Sindacale Mondiale. Dopo ben sessant’anni di lavoro, in patria e all’estero, sempre al fianco dei lavoratori, Lidia torna a Rivoli, dove entra a far parte del direttivo del Sindacato Pensionati Italiani e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, con cui organizza una serie di incontri rivolti ai ragazzi delle scuole medie di Torino e provincia, durante i quali affronta il tema della guerra e racconta come è nata la Resistenza e come ha dedicato la sua vita a ideali come la libertà, la giustizia e il lavoro. Non nascondo che, mentre quest’articolo prendeva vita, mi era venuta  l’idea di intervistarla, ma purtroppo Lidia Lazzero ci ha lasciati il 19 Maggio del 2010, a 85 anni. Per concludere vi lascio un pensiero tratto dal suo libro, in cui mi ritrovo moltissimo:“Ai giovani desidero ancora spiegare perché sono riuscita a fare tutto quanto ho vissuto durante i miei ottantatre anni. Io sono riuscita grazie alla mia forza di volontà e al mio forte ideale, perché – ricordate tutti sempre – giovani e meno giovani – che sia nel bene che nel male – e purtroppo può esserci più male che bene – io sono stata sorretta dai miei ideali di pace, libertà, giustizia, lavoro, studio, politica. E non tanto per me, ma rivolti a tutti e al bene dell’umanità. Ogni giorno mi ripetevo: nonostante tutto la vita è bella finché son viva, è bella in ogni suo momento, nella gioia e nel dolore. Basta saperla vivere e, soprattutto, mai cercare di voler l’impossibile.” 
Tony.

lunedì 3 giugno 2013

Ritratto di Signora: Doppia Difesa


Ciao a tutti! Come ogni primo lunedì del mese, torna la rubrica Ritratto di Signora (e questa volta, anche con un nuovo logo). L'articolo di oggi è firmato da Francesca, del blog Franci Lettrice Sognatrice (qui). Alla prossima, Mik, Monica, Clara, Miki, Fede e Francesca.

Questo mese, dopo tutte le orrende notizie che si continuano a sentire al tg, ho deciso di parlare di una delle molte associazioni che si occupano della violenza sulle donne. Le fondatrici di Doppia Difesa sono Michelle Hunziker e Giulia Bongiorno, quindi questo mese vi parlerò non di una, ma di due signore, attraverso questo percorso che hanno deciso di intraprendere. Michelle e Giulia, incontrandosi un giorno scoprono di avere lo stesso sogno: aiutare coloro che hanno subito discriminazioni,violenze e abusi sul posto di lavoro e nelle mura domestiche,ma che non hanno la forza per denunciare questo incubo. Nasce così Doppia Difesa nel 2007. Le donne che subiscono violenze possono scrivere un'email a info@doppiadifesa.it, o una lettera a Fondazione Doppia Difesa, via del Leone 13, 00186 Roma, indicando il proprio nome e il proprio telefono,per essere ricontattate il prima possibile. Una volta preso contatto con Doppia Difesa le donne ricevono accoglienza, ascolto, da parte di un equipe di psicologi, che le aiutano a capire i propri punti di forza,che la violenza non è una cosa che si merita, e dopodichè le aiutano a creare gli obiettivi futuri, a cercare collegamenti con strutture del territorio e le offrono assistenza legale. La Fondazione si occupa anche di iniziative per parlare di questo enorme problema; di proporre leggi, da esporre al governo, perchè purtroppo al momento non sono sufficienti per sostenere le donne che subiscono violenza; e collabora con l'Ospedale Fatebenefratelli di Roma per aiutare anche i minori in difficoltà. Michelle purtroppo conosce da vicino queste problematiche,avendo ricevuto quando era giovane molestie sessuali in ambito lavorativo ed essendo stata perseguitata da stalker,e per questo sa come una donna si possa sentire. Questa associazione ha già avuto dei buoni risultati: di 500 molestatori denunciati, 300 sono già stati condannati e i restanti 200 sono in attesa. (dati presi dalla rete). Io mi auguro con tutto il cuore che venga fatta presto una legge precisa,che non si perda tempo in futili chiacchiere che non portano da nessuna parte,perchè le donne non possono vivere nella paura e aspettare che il proprio compagno le punti una pistola contro prima di essere aiutate! Un grande abbraccio a tutte voi, Franci.

lunedì 6 maggio 2013

Ritratto di Signora: Il sorriso di una madre

Buon inizio di settimana a tutti. Primo lunedì del mese, nuovo articolo di Ritratto di signora. Il pezzo di oggi è stato scritto da Monica, "mamma" del blog Books Land: un post semplice, nato dal cuore, sincero e bellissimo. Davvero imperdibile! Non siete d'accordo con me? :) A presto e buona lettura, M.

L’articolo di questo mese non è stato immediato.
Ho dovuto ragionare un po’ su cosa scrivere, e anche se avevo una vaga idea che mi frullava nella testa, nell’arco di questo fine settimana ho completamente cambiato soggetto.
L’ispirazione è arrivata sabato pomeriggio, quando, durante uno dei miei giri di volontariato, mi sono trovata di fronte, per l’ennesima volta uno dei sorrisi più belli che potessi immaginarmi.
E’ il sorriso di una mamma quello di cui vi parlo, un sorriso intenso, che illumina la stanza, e che non lascia scampo.. guardandolo potrete sentirvi solo rasserenati.
Sono ormai due anni che presto volontariato verso bambini non particolarmente fortunati, e di mamme ne ho viste tante. Sono mamme forti, coraggiose, che non si perdono mai d’animo e non si lamentano mai. Ti accolgono in casa loro, con il sorriso sulle labbra, e guardano i loro figli come se fossero il più bello dei gioielli. Certo, credo che ogni madre, faccia lo stesso con il proprio bambino, ma queste mamme hanno una marcia in più. Devono affrontare ciò che nessuno di noi vorrebbe mai vedere, si scontrano ogni giorno con una realtà non facile da accettare. Vedono i loro bambini sofferenti, eppure sanno che su di loro si concentra tutta la forza che quei bambini possono carpire. Ed è proprio per questo che non le senti mai lamentarsi, tutto quello che viene donato loro, viene preso come un regalo.. ogni giorno in più passato con i loro piccoli, è qualcosa di miracoloso, perché domani non lo sanno cosa le attende e la paura in fondo ai loro occhi è tanta.
Da queste donne, da queste madri, in questi due ultimi anni ho imparato tanto.
Ho capito che è inutile lamentarsi ogni giorno per futili motivi, che la vita è dura per me, ma per loro molto di più. Le ho viste stringere le mani dei loro bambini e poi guardarmi piene di gratitudine, come se stessi compiendo chissà quale miracolo, mentre in realtà di fronte a loro, io mi sono sempre sentita piccola e anche piuttosto inutile.
Loro sono la vera forza, il cardine che fa andare avanti la famiglia, il perno su cui tutto gira, a cui tutti si aggrappano per tirare avanti.
Adoro queste mamme e adoro la loro forza, ad ogni nuova esperienza, mi arricchisco un po’ di più, e per questo posso solo dire “Grazie”. So che magari tutto questo discorso potrà sembrare un po’ retorico, ma è da sabato che ci penso, volevo rendere omaggio a chi con forza e determinazione, porta avanti ogni giorno una battaglia infernale. A queste mamme dico “Non arrendetevi mai, continuate a sorridere per i vostri piccoli”. Sorridete e sorridiamo alla vita perché una sola ci è concessa e con quel poco che abbiamo possiamo fare qualcosa di meraviglioso! 
Al prossimo mese, Monica, Mik, Miki, Fede, Francesca e Clara

lunedì 8 aprile 2013

Ritratto di Signora: Io ed Anne Hathaway

Buon lunedì a tutti, amici! Dopo essere saltato a causa della Pasquetta, quest'oggi torna l'appuntamento mensile con la rubrica Ritratto di Signora e il pezzo di questo mese è proprio mio. Dopo Marilyn Monroe (qui), questa volta ho deciso di parlare di un'altra attrice, il cui talento è stato riconosciuto definitivamente durante la scorsa notte degli Oscar. Che mi piaceva da impazzire già lo sapevate tutti, ma ora, in questa particolarissima versione della sua biografia, ho deciso di celebrarla come attrice, moglie e donna attraverso le sensazioni e i ricordi legati ai suoi film più belli. Sto parlando della splendida Anne Hathaway. Ringraziando Monica, Miki, Clara, Fede e Francesca – che ospiteranno il mio articolo sui loro bellissimi blog – vi saluto e vi auguro una buona lettura. Fatemi sapere, come sempre, cosa ne pensate. Un abbraccio, M.

22 Febbraio 2013. Notte di stelle e paparazzi. Notte di fotografi e abiti eleganti. Notte di festa e cinema: la notte degli Oscar.
Non sono mancate le sorprese e le risate. Quelle ci sono sempre, anche a Los Angeles.
Chi è la diva con il vestito più bello, quella con il vestito più brutto, quella con il vestito talmente corto ed indecente da essere stato dato per disperso nella folla di flute di champagne e smoking maschili. Chi è la diva più brava.
Sale sul palco Christopher Plummer, di cui ogni singola ruga e ogni singolo capello bianco lo rendono una leggenda in terra. Sarà lui a svelare il nome della “migliore attrice non protagonista” in un anno di grande cinema. Dall'alto del palcoscenico premierà l'unica che, in dieci minuti di apparizione complessivi, è riuscita a rubare la scena ad attori che, bravi ed instancabili, hanno dato il meglio di sé per ore e ore di pellicola. Appena una comparsa, ma in grado rubarti il cuore e il cervello. Di incantarti perdutamente e farti piangere inevitabilmente. In platea, donne di età diverse e con vissuti diversi, sono in attesa. Grandi attrici in fila come dal dentista: tese e segretamente speranzose, come se quella fosse la prima volta sotto i riflettori. Tutte aspettano, ma Cristopher chiama un solo nome. Silenzio, poi applausi, poi un avvolgente e intensa colonna sonora fatta partire come per magia dai registi dello show. Le telecamere si perdono per qualche attimo. Dalla poltroncina rossa dovrebbe alzarsi, vittoriosa, una giovane donna, ma quella che io vedo è una ragazzina impacciata. Finita lì per caso. Dalla sua cameretta rosa, tappezzata di poster di attrici e attori famosi, al Red Carpet.
Capelli crespi, occhiali tondeggianti, una divisa scolastica che termina in una gonna a scacchi blu e in un paio di calzettoni neri. Si guarda intorno confusa, muove primi passi incerti e poco eleganti. Cerca approvazioni. Al passo successivo è un bellissimo cigno. Una principessa felice in una commedia Disney. Era il 2001 e lei, da secchiona a erede al trono, aveva regnato felicemente sul regno di Genovia in Pretty Princess e nel sequel Principe azzurro cercasi, con un'anziana e sempre affascinante Mary Poppins come nonna d'eccezione. Con i suoi occhi grandi ed innocenti aveva cercato di affermarsi, aveva cercato approvazione: l'aveva trovata nella folla di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, mamme e papà che, come se fosse la protagonista di un classico natalizio per la TV, l'avevano vista piangere, ridere, innamorarsi e sbocciare all'infinito sotto la direzione dal regista di Pretty Woman, Garry Marshall. Nessuno si è ancora mai stancata di vedere quel film non-stop. Poi, sempre più grande e professionale, ma comunque vicina a un mondo di favole, ha recitato da protagonista in Ella Enchanted, avvolta in abiti lunghi e dai colori pastello, da una colonna sonora che aveva messo alla prova la sua limpida voce con i successi dei Queen ed Elton John, dalle braccia di un principe che – in groppa a un unicorno bianco – correva per spezzare l'incantesimo che la rendeva schiava di ogni ordine, di ogni parola. Mentre gli applausi continuano solo per lei, mette un passo dietro l'altro con una grazia acquisita d'un tratto. Tacchi alti, frangia bruna, sorriso più aperto e luminoso.
Gli scandali arrivano con il nudo in Havoc-Fuori Controllo, il successo con la brillante interpretazione in I segreti di Brokeback Mountain, la consacrazione definitiva con il patinato e divertentissimo Il Diavolo veste Prada. E' un simpatico e sbadato agente segreto in Casino Totale, un'audace psicologa tra i misteri e gli spettri di Passengers – Mistero ad alta quota, un'inedita Jane Austen in Becoming Jane. L'autrice di Orgoglio e Pregiudizio, Emma e Ragione & Sentimento rivive nei suoi gesti, nella sua naturale dolcezza, nella sua interpretazione che dà umanità e vita a un mito di donna, a una leggenda di scrittrice. Mentre già ha in programma il ruolo di sposa sull'orlo di una crisi di nervi nel disimpegnato Bride Wars, una parte in Appuntamento con l'amore e una parrucca biondo platino ed un abito bianco nelle vesti della Regina Bianca di Alice in Wonderland, arriva la prima nomination agli Oscar. Rachel sta per sposarsi: un melodramma indipendente, amato dai critici e un po' meno dagli spettatori come il sottoscritto, in cui lei diventa Ky, una tossicodipendente che, abbandonate le follie della riabilitazione, si trova coinvolta nelle follie dell'organizzazione del matrimonio della sorella. Quella volta non vince, ma continuano a piovere fortunati ingaggi.
Sempre più donna, si mette a nudo nella commedia sentimentale Amore e altri rimedi. L'alchimia tra lei e Jake Gyllehaal è qualcosa di fuori dall'ordinario. Si amano con trasporto, completamente, ma sono così belli insieme che non fanno alcuno scandalo. Lei è fine ed elegante anche senza i vestiti addosso, grazie a una sceneggiatura intelligente e ad una prova attoriale sexy e struggente al tempo stesso. Ricordo ancora una scena in cui, affetta precocemente dal morbo di Parkinson, non riuscendo a combattere il tremare delle sue mani, lascia frantumare a terra un bicchiere di vetro. Urla per la disperazione, per l'impotenza. E io ho avuto i brividi ovunque, fino alla conclusione. Evidentemente è destino che mi riduca a una valle di lacrime, non lo so. Il suo film successivo, infatti, è One Day, tratto dal capolavoro di David Nicholls. Lei è Emma. 
Uno dei miei personaggi preferiti, per uno dei miei libri preferiti, per una delle mie attrici preferiti. Un trio decisamente vincente! La vediamo crescere sul grande schermo nell'arco di un solo film: dai capelli cotonati degli anni '80, dal suo amore per le boy band degli anni '90 a uno sbarazzino taglio da maschietto, al giorno d'oggi. Incredibili ed unici, lei e il suo partner Jim Sturgess, nel finale, mi hanno distrutto.
Il momento è quasi giunto. Manca solo un ultimo step per vederla oggi, fiera e vittoriosa in cima al palco. Il suo penultimo film è Il ritorno del cavaliere oscuro, il capitolo conclusivo della trilogia di Cristopher Nolan. La sua timidezza e il suo sorriso contagioso questa volta non sono richiesti nel copione: è la sensuale, letale, scaltra Catwoman. Un girocollo di perle, una tutina attillata che sta certamente meglio a lei che al massiccio Batman, una ruggente motocicletta da domare. Alcuni, forse per la prima volta, l'hanno ritenuta fuori parte. Ma io, per la prima volta, mi sono concesso la visione del kolossal di Nolan. Solo perché c'era lei. E infine eccola. Sulla vetta. Così diversa da quando l'avevamo vista la prima volta. Alla fine del suo percorso, eppure soltanto all'inizio. Ha appena trent'anni, ma il suo nome già è dappertutto. Sale sul palcoscenico sollevandosi il bordo sottile dell'abito con la mano esile. Ringrazia il presentatore e, con l'Oscar in mano, si volta verso il pubblico. Verso noi. E' Anne Hathaway. Ha i capelli cortissimi, da elfo, uno stretto vestito color avorio, la pelle bianca, il sorriso e gli occhi infiniti come l'oceano che tante volte avrà sorvolato. E' magrissima, ma ha detto addio alle sue forme floride solo per esigenze di copione. Lo giura. Pesa undici chili in meno, ma è felice. Perché ha recitato nel film della sua vita. Perché ha avuta il ruolo che, anni prima, a teatro, era stato di sua madre.
In Les Miserables ha dato la voce e l'anima. Il suo ruolo, quello di Fantine, è uno dei più brevi ed infelici dell'opera. Ma uno dei più indimenticabili. Senza più capelli, denti, dignità e sogni, è una donna non destinata al lieto fine. Urla contro un amore subito tramontato, un Dio crudele e una figlia lontana dai suoi abbracci. Lei canta, lo spettatore la accompagna in un coro di singhiozzi. Le sue labbra screpolate, poco attente ai virtuosismi, diventano un taglio per sputare fuori ogni dolore. E vederla così - piccola come un uccellino, indifesa, con i capelli rasati a zero, il volto emaciato per i troppi chili persi e quegli splendidi occhi nocciola mai così grandi e umidicci – ferisce a morte, ti uccide. Adesso, scherza col regista in un modo tutto suo, ringrazia il compagno d'avventura Hugh Jackman, la sua amata famiglia. Dichiara ancora e ancora il suo amore per il marito, l'attore Adam Shulman: l'uomo che ogni giorno rende la sua vita degna di essere vissuta. Hanno rimandato perfino il giorno del matrimonio, quei due: Anne non ha voluto sposarsi prima che i suoi capelli ricrescessero un po'. In testa aveva una sottile lanugine bruna, alla fine, ma era magnifica comunque. Piccola, emaciata, ma con uno sguardo luminoso come stelle a portata di mano. Secondo alcuni, è lei la nuova Audrey. Non posso che concordare...
Questi paragoni a lei non piacciono, come non le piace che ogni sua parola sia catturata dai giornalisti. Invece dovrebbe, perché quando si parla di lei in prima pagina non ci sono mai scandali e sordidi segreti. Ma alcuni, mossi da un astio cieco, stupido e del tutto inspiegabile, attaccano ogni sua parola. Sono partite prima parodie a raffica della sua meravigliosa I dreamed a dream, poi sono volate parole pesanti. Sul suo abbigliamento, su qualche lacrima di troppo che le è balenata sul viso la notte della premiazione, sul fatto che – con i suoi discorsi semplicissimi, considerati spesso forzatamente edulcorati – sia un'offesa per la donna emancipata. E solo perché, commossa, si era augurata che storie come quella della sua Fantine rimanessero tragedie lontane da una realtà che, in cuor suo, vuole solo più pulita. Certa gente, evidentemente, ha una cattiva parola per tutti, ma lei ribatte: «Lo ammetto, mi hanno ferito, ma nella vita c’è sempre il rovescio della medaglia, e io cerco di concentrarmi sul lato positivo». Anne dà buoni esempi; dall'alto del suo metro e settantatré guarda tutti dall'alto in basso, ma non giudica. E' cresciuta in una famiglia di artisti, in una casa che praticamente era un teatro. Ha vissuto con un fratello maggiore gay, e ha imparato – sotto la guida di una famiglia aperta ed esemplare – che unicità e diversità sono in assonanza. Lei, educata da genitori cattolici, si è allontanata da una Chiesa che nel 2013 non vuole ancora capirlo. Vuole solo che suo fratello sia felice. Che come lei conosca l'emozione di dire sì sull'altare, accanto alla persona della sua vita. Uomo o donna? Poco importa. Degno di nota il suo discorso: «Nella mia famiglia essere gay non è mai stato un problema. Quando mio fratello ha fatto coming out, l'abbiamo abbracciato, gli abbiamo detto di amarlo ed è finita lì. Per la cronaca, noi non crediamo ci sia nulla di alternativo nei nostri valori familiari. Ci sono persone che han detto che sono coraggiosa a supportare apertamente il matrimonio e le adozioni gay. Con tutto il dovuto rispetto, disapprovo umilmente. Io non mi comporto in modo coraggioso, mi comporto da essere umano decente. L'amore è un'esperienza umana, non una dichiarazione politica».

venerdì 8 marzo 2013

Speciale 8 Marzo: Un "Ritratto di Signora" dedicato a te. .

Ciao a tutti, amici. E in particolare a voi, amiche! Oggi, in onore della vostra festa, la squadra di Ritratto di Signora si è riunita straordinariamente per un appuntamento molto speciale. Celebrarvi attraverso le parole delle canzoni più belle. Alcune delle nostre preferite! Auguri a tutte, lontane e vicine: mamme, zie, nonne, amiche, lettrici. Auguri da me, Monica, Federica, Clara, Francy, Miki :3
A prestissimo! 

Mr. Ink: “Beautiful”, dedicata a tutte le donne, meravigliose creature. Perché siete un miracolo.  
 "We are beautiful, no matter what they say.
Your words won't
bring us down."

 
Monica: “Sally”, dedicata a tutte le donne che si rialzano dopo un periodo buio.
"Perché la vita è un brivido che vola via.
E' tutt'un equilibrio sopra la follia...
… sopra follia"


Federica: "Favola semplice", dedicata a tutte le donne che hanno imparato ad amarsi perché hanno capito l'importanza di essere uniche.
 "C'era una stella in cielo
un po' incazzata. Che si sentiva brutta ed impacciata
Voleva essere importante
Una gran diva ammirata ed elegante."


Clara: "Titti", dedicata a tutte le donne confuse come Titti, ma che non perdono l'allegria.
"Titti aveva due amori
uno di cielo, uno di terra
di segno contrario
uno di pace, uno di guerra."

 

lunedì 4 marzo 2013

Ritratto di signora: Medea, così lontana eppure così vicina

Buon inizio di settimana a tutti! Appuntamento fisso del primo lunedì del mese, ritorna Ritratto di signora. L'autrice dell'articolo, questa volta, è Clara del blog The Pauper Fashionist che ci delinea con originalità un personaggio controverso, oscuro e di grande fascino. La sanguinaria Medea, regina della tragedia nonché mio personaggio preferito, con la sua sete di vendetta e le sue fragilità, all'interno del vasto mondo della letteratura antica. Una donna decisamente diversa da quelle di cui siamo abituati a leggere. D'inchiostro. Ma, nel bene e nel male, vera.
Ciao ragazzi, passano i mesi ma noi coi nostri Ritratti siamo sempre qui.
Per la seconda volta oggi tocca di nuovo a me, e chiamatelo destino, chiamatelo culo, chiamatelo tempismo, è un'occasione che capita veramente a proposito: mi ha dato modo di pensare a certe cose e chiarire meglio alcuni aspetti ancora nebulosi della mia vita. E niente, buona lettura! 
 
Antica Grecia, nave Argo: una spedizione di cinquanta uomini guidata dall'eroe Giasone si appresta a rubare il prezioso vello d'oro custodito da un drago e proprietà di Eete, re della Colchide e padre di Medea. Appena vede Giasone, la ragazza se ne innamora e lo aiuta nell'impresa, poi si imbarca con lui portando con sè il fratellino. Eete si lancia all'inseguimento; Medea fa a pezzi il fratello e ne getta i resti in mare: il padre è costretto a fermarsi per raccoglierli. Dopo varie avventure i due innamorati arrivano a Corinto e lì si stabiliscono: nonostante abbiano due figli, Giasone è sempre più distante e il risentimento di Medea continua a crescere, fino a raggiungere il culmine quando lui annuncia di volerla ripudiare per sposare la figlia del re Creonte in modo ottenere il trono. La donna è furiosa: capisce di essere stata usata, comprende l'indole opportunista dell'amato e detesta il suo disonore, la sua vigliaccheria. Dall'altra parte riceve solo indifferenza: nulla importa a Giasone della moglie, ormai di nessuna utilità per i suoi scopi. Medea soffre terribilmente, ma è decisa ad ottenere vendetta; prima uccide la futura sposa inviandole in dono un peplo e una ghirlanda avvelenata, poi prende la risoluzione più difficile: ammazzare i suoi stessi figli. Ma come si può compiere un atto del genere?
Non posso farlo sì devo farlo non ne ho il coraggio avanti basta indugiare via la viltà è necessario deciditi forza deciditi! uccidili e poi piangi e allora sì che avrai la tua vendetta e lui sarà straziato dal dolore, sarai maledetta tu ma anche lui si maledirà in eterno per le sue azioni! E poi lo fa: ormai non può più tornare indietro.
Perchè vi ho raccontato questa storia? No, decisamente non è per istigarvi all'infanticido. Non vi sto nemmeno consigliando di lasciare il vostro fidanzato o di rimanere single a vita.
Abbiamo visto tanti Ritratti fino ad ora: Ritratti di donne che affrontano le loro paure, che lottano per far venire a galla la verità, che non rinunciano ai propri ideali.
E Medea? Medea è un personaggio che ha il coraggio di vivere completamente. I suoi sentimenti non conoscono le mezze misure: ama totalmente, odia totalmente, soffre totalmente. Fa una scelta e segue la sua strada fino in fondo; ha un obiettivo e non ci rinuncia. E' un'assassina ma non è pazza, è combattuta ma perfettamente consapevole di quello che sta facendo: non importa quanta sofferenza ne ricaverà lei stessa, basta che il marito paghi per le sue colpe. Mi ricorda l'Anna di Tolstoj, ma Medea è ancora più fiera, più orgogliosa.
Ecco, è per questo che ve ne ho parlato: io credo che una figura di tale grandezza e tragicità sia da prendere ad esempio. E' ambigua e il suo gesto è condannabile, ma non è da condannare il suo coraggio, la sua forza: bisogna ricordarli, ed è un augurio che faccio a voi ma anche e soprattutto a me stessa. Lo sapete, ormai l'ho ripetuto in tutte le salse: tra un po' si chiuderà un' "era" della mia vita, e chissà a cosa andrò incontro. Ho dovuto finora compiere della scelte, ma mi sono sempre sentita protetta, come se il margine d'errore fosse limitato: ero sul sicuro sentiero dell'università, le cose potevano andare diversamente ma non più di tanto. Invece a breve avrò il pieno controllo, mi troverò del tutto allo sbaraglio ed ogni cosa dipenderà solo ed esclusivamente da me; sarò ancora più responsabile delle mie azioni. Ho paura di non trovare un lavoro, o di trovarne uno inadatto e farlo per anni, troppo pigra o timorosa di osare per cambiare. Non so ancora esattamente cosa voglio, ma so bene cosa non voglio, e non voglio che una cosa del genere succeda. Spero, e spero che voi facciate lo stesso, di avere il coraggio di seguire i miei obiettivi, senza accantonarli o facendolo solo momentaneamente, scendendo a compromessi il meno possibile e avendo la forza di decidere, di cambiare, di evolvermi. Bene, brava, direte voi, belle parole. E se si dovesse fallire? Be', io vi risponderei che una cattiva mossa è sempre e comunque meglio di nessuna mossa.
Nella speranza che questo Ritratto non vi sia sembrato troppo inquietante, vi do appuntamento al prossimo mese... Clara, Mr Ink, Miki, Monica, Fede e Francesca ;)

lunedì 4 febbraio 2013

Ritratto di signora + E poi, un giorno, vedi il tuo nome sulla Repubblica!

Per questo primo lunedì del mese, Ritratto di signora torna con un intenso e dettagliato articolo della nostra Miki. Prima di augurarvi buona lettura, però, voglio condividere con tutti voi una grande, grande emozione. Oggi, sulla Repubblica, in un inserto pubblicitario del romanzo Le affinità Alchemiche, è stato riportato un frammento della mia recensione. E vedere il mio nome su un quotidiano tanto noto mi ha lasciato senza parole. Vi giuro che mi tremano le mani... Se tutto questo è stato possibile, è anche grazie a voi ♥ 

Cavolo.
Questo ritratto è nato quasi per caso ed è lontano anni luce dall’idea iniziale che ho coltivato per il post di questo mese. Purtroppo, per vari motivi, quell’idea non ha potuto prendere corpo, così, a pochi giorni dall’appuntamento con la rubrica, mi sono ritrovata senza spunti e senza articolo. Grazie ad un suggerimento di Monica, ho cominciato ad informarmi ed a buttare giù qualche riga, ma non stava venendo fuori nulla di decente, nulla che sentissi mio.
Come spesso accade, l’illuminazione mi ha colta mentre ero intenta a fare tutt’altro, così, stringendo in mano un vecchissimo diario, datato 2002, ho capito all’istante di chi volevo parlare. Si tratta di un’agenda che mi è stata regalata una sera dal mio fidanzato. Ero stata attratta dalla copertina e dalle delicate illustrazioni contenute all’interno, che, con linee morbide e delicati toni pastello, ogni mese, raffiguravano un personaggio femminile importante . Grazie a quell’agenda ho conosciuto la vita di Florence Nightingale, Grazia Deledda, Maria Goretti , Marie Curie e molte altre. Leggere queste storie fa comprendere come spesso, per alcune donne, realizzare un sogno, seguire un’inclinazione, coltivare una passione si sia tradotto in lottare, in scontrarsi contro le tradizioni, contro la “morale”, abbattere mura di ostilità e scavalcare ostacoli insormontabili. Solo per essere chi volevano essere. Oggi non è poi così difficile realizzare un sogno. Molti dicono “basta volerlo” ma non credo sia sufficiente. Una cosa è certa: un impegno costante, la passione, l’interesse vivo ed un po’ di “buona sorte” possono farci raggiungere tutti i nostri obiettivi. E allora c’è la bambina che sogna di fare la maestra e si iscrive alla Facoltà di Lettere, di Matematica, di Storia e Filosofia, la ragazzina che vuole fare l’avvocato e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e la bambina che sogna di essere un medico e di guarire le persone “così potranno vivere per sempre” e allora passa l’estate a studiare ed a compilare quiz su quiz per affrontare il terribile test d’ingresso e alla fine ce la fa, riesce ad intraprendere quel percorso che potrebbe farle realizzare il suo sogno, iscrivendosi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia.
Nonostante non sia e non sembri una cosa facile, di certo è poca cosa in confronto a ciò che ha dovuto affrontare Elizabeth Blackwell, prima donna medico della storia.
Conosco perfettamente la vita di Maria Montessori, prima donna ad essersi laureata in Medicina in Italia, ma non conoscevo la storia di Elizabeth.
Nata a Bristol nel 1821, si trasferisce negli Stati Uniti assieme alla famiglia per volere del padre che muore pochi anni dopo. Appena diciassettenne, orfana e con otto fratelli, Elizabeth si trova costretta ad allontanarsi dai propri cari per intraprendere il lavoro di insegnante nel Kentucky. Solo nel 1845, a 24 anni, quando ormai i fratelli e le sorelle possono provvedere a loro stessi grazie a remunerative occupazioni, comincia a chiedersi quale sia il suo scopo, cosa voglia fare della sua vita. È un’amica malata che le suggerisce di intraprendere il cammino per diventare un medico, come scopriamo leggendo queste poche righe dalla sua autobiografia “Pioneer work in opening the medical profession to women”:

lunedì 3 dicembre 2012

Ritratto di signora: Audrey Hepburn

Ciao a tutti, amici lettori, e buon inizio di settimana! Dopo un'intera domenica passata a fare l'albero di Natale – e rigorosamente in pigiama! - arriva il lunedì ed arriva il nuovo appuntamento di Ritratto di signora. Il delicato e ricco articolo di oggi è firmato dalla simpaticissima Fede e, dopo Marilyn, si torna a parlare di una grande ed indimenticabile diva: Audrey Hepburn. Icona di grazia, eleganza, stile e – come svela il post – anche umile maestra di vita. Vi auguro buona lettura e vi lascio in compagnia di questa ospite d'eccezione ;)


Al momento di decidere la donna da presentare nella “mia” rubrica ho cercato di fare mente locale su tutte le caratteristiche che devono contraddistinguere una signora, e soprattutto quali erano le caratteristiche di quelle famose pubblicità che hanno dato il via a tutto ciò che mi disturbavano maggiormente.
In questi mesi abbiamo dato grandi esempi di lotta e di coraggio, esempi forti di donne che hanno combattuto guerre di ogni genere. Una caratteristica che ho sempre ritenuto dover appartenere ad una signora è l'eleganza. non quella dei vestiti, non basta un abito firmato per essere elegante.
Capisco anche che dopo i forti esempi che abbiamo portato fino ad ora parlare di eleganza possa sembrare un po' leggero o fuori luogo, ma parlo di quell'eleganza nell'essere e nel vivere che quelle pubblicità lasciavano intendere essere una cosa ormai superata, e che troppo spesso viene dimenticata o sottovalutata. Parlo di quell'eleganza grazie alla quale non importa che tu indossi un abito di alta moda o un paio di jeans, non ti farà mai essere fuori luogo. Audrey Hepburn è forse l'icona dell'eleganza per eccellenza, mai eccessiva o “chiassosa”, e semplicemente mi sono chiesta come lo fosse diventata. Nata il 4 maggio 1929 da padre inglese e madre olandese (una baronessa) a Bruxelles. Negli anni della sua infanzia a causa del lavoro del padre la famiglia è costretta a spostarsi spesso tra il Belgio, il Regno Unito e i Paesi Bassi, fino al 1935, anno nel quale i genitori divorziarono, e il padre, di ideologia filonazzista, abbandonò la famiglia. Nel '39 si trasferirono nella città olandese di Arnhem, dove la madre pensava di mettere i figli al sicuro dagli attacchi nazisti. Qui Audrey comincia a studiare danza presso il Conservatorio.
Nel '44, ormai ballerina a tutti gli effetti, partecipa agli spettacoli segreti, nei quali si raccoglievano fondi per sostenere il movimento antinazista.
Anni dopo dichiarò “il miglior pubblico che io abbia mai avuto non faceva il minimo rumore alla fine dello spettacolo”. È in questo periodo che le persecuzioni naziste si fanno molto più pesanti, i soldati confiscano le poche scorte di cibo e carburante della popolazione olandese, che muore di fame e freddo per le strade. Sofferente per la malnutrizione, la Hepburn sviluppò diversi problemi di salute e l'impatto di quei tempi difficili avrebbe condizionato i suoi valori per il resto della vita.
In seguito alla liberazione dell'Olanda, per proseguire i suoi studi di danza, si trasferì prima ad Amsterdam e dopo ancora a Londra dove la sua insegnate le disse che a causa del suo fisico (troppo alta con il suo metro e settanta, e troppo gracile a causa della malnutrizione) non sarebbe mai potuta diventate una prima ballerina, forse fu anche a causa di questa dichiarazione che decise di tentare con la carriera cinematografica.
Mosse i suoi primi passi come attrice partecipando ad un documentario e calcando le scene teatrali di diversi musical. La scrittrice Colette la scelse per interpretare la parte della protagonista nella commedia tratta dal suo romanzo Gigi.
Lo spettacolo riscosse un discreto successo di critica e molte lodi per l'interpretazione della Hepburn. Le repliche a New York durarono sei mesi e la Hepburn vinse il premio Theatre World Award per il suo debutto. Nel 1952 la Hepburn si sottopose a un provino per il film Vacanze romane. Dopo averlo visionato Wyler, il regista, si convinse che il ruolo dell protagonista , la principessa Anna, non poteva essere altro che suo.

lunedì 5 novembre 2012

Ritratto di signora # 13

Ciao a tutti e buon inizio di settimana! Il blog, finalmente, ha ripreso il suo consueto ritmo e, a più di una settimana dal ritorno dalla splendida Barcellona, anch'io comincio ad affacciarmi sulla soglia di un duro anno scolastico, sapientemente ignorato fino ad ora. Appuntamento fisso di questo blog, puntuale come sempre, un nuovo articolo della rubrica Ritratto di Signora, ideata da Monica e Miki, rispettivamente “mamme” dei blog Books Land e Miki in the Pinkland. Lo splendido di oggi è firmato proprio dalla cara Monica, che ci parla di una sua profonda passione – che va di pari passo con quella per la lettura – e delle grandi donne che hanno reso della fotografia un'arte sottile e raffinata. La parola a lei! Buona lettura...
 "La passione per la fotografia nasce da lontano, avevo più o meno 12 anni e durante le ore di educazione tecnica alle medie ci insegnarono a sviluppare un rullino fotografico.
La camera oscura, l’odore dei solventi, la sorpresa di veder comparire la tua creazione su un foglio di carta era qualcosa di unico e magico. Da quel momento in avanti, ogni volta che qualcuno mi chiedeva “Cosa vuoi fare da grande?” la mia risposta era una sola “La fotografa”. Gli anni sono passati e questo desiderio non si è realizzato, anche se la passione per la fotografia mi accompagna tuttora. E’ difficile da spiegare, ma non mi sento mai tanto realizzata come quando ho una macchina fotografica tra le mani, è qualcosa di bello, che da soddisfazione, è come fermare il tempo in uno scatto unico ed irripetibile.Proprio per questo negli anni la mia libreria si è composta non solo di romanzi ma anche di volumi che parlano di fotografia. Steve Mccurry, Robert Capa sono fotografi che ho seguito negli anni e che adoro, ma mai nella mia vita sono stata più felice di ricevere in regalo, nel Natale del 2001, il volume intitolato“Le grandi fotografe di National Geographic”. Finalmente un libro su fotografe DONNE in un mondo in cui la figura maschile è quasi del tutto predominante. Con amore e passione mi sono immersa in questa lettura interessante, che non è fatta solo di immagini ma anche di racconti di donne vere, forti e caparbie, che con determinazione hanno lottato per conquistarsi un posto in questa società. Alla fine degli anni ’70 lo staff del National Geographic, giornale famoso per foto non solo naturalistiche, ma di mondo e di costume, è composta interamente da uomini… le donne al massimo fanno le segretarie o rispondono al telefono. Si ha la convinzione che nessuna donna possa essere abbastanza tosta per recarsi in un paese dilaniato dalla guerra, che nessuna sia così lungimirante da poter vedere oltre l’obiettivo e catturare l’immagine perfetta. Come racconta Alexandra Avakian fotoreporter per National Geographic a partire dal 1995. Quando ancora non ero conosciuta misi insieme un portfolio con il nome di Alex Avakian, non volevo che il mio sesso costituisse un problema.. non volevo che dicessero – non possiamo mandarla in questo posto o a fare questo servizio perché è una donna”. Ma essere fotografi non significa essere uomini o donne, è una lotta continua con la macchina fotografica, è esprimere se stessi attraverso l’obiettivo, trovare la luce giusta, il momento giusto, lo scatto che permetterà a te stessa e agli altri di provare emozione.
Come Jodie Cobb, unica donna nello staff permanente di National Geographic, e non assunta come freelance, che ha combattuto e si è affermata dimostrando che il suo lavoro valeva tanto quanto quello di un uomo.
Donne che hanno dovuto decidere tra la carriera e la vita di tutti i giorni.. dice la stessa Jodie Cobb.Puoi avere una vita in missione, o puoi avere una vita a casa. Ma è difficile averle entrambe. Quando sei in trasferta per un periodo lungo conosci tutti in città, dal re alla governante. Poi torni a casa. Non sei più in missione. Hai le faccende di casa e i conti arretrati, e può sembrare di dover ricominciare da capo con gli amici, i conoscenti”.  
Ma soprattutto con le loro famiglie, mariti scontenti, figli che vivono con madri a metà
Mi chiedo, leggendo le parole che ho appena scritto, se sia giusto tutto questo? E’ giusto vivere la famiglia a metà? Lasciare i propri figli per recarsi dall’altra parte del mondo? La risposta non è semplice, e penso di non dover essere io a darla.. ma poi mi capita di guardare degli scatti della stessa Cobb e mi rendo conto che se non le avesse scattate, queste immagini non sarebbero mai arrivate fino ai miei occhi e sicuramente sarebbe stata una grande perdita. Donne come Sisse Brimberg così determinata nel voler diventare una fotografa del National Geographic tanto da telefonare prima in redazione dalla lontana Copenhagen per poi presentarsi dopo diversi rifiuti nella redazione stessa davanti al capo della fotografia Bob Gilka nel 1976, con la pretesa che esaminasse i suoi lavori.
Se non l’avessero assunta ci saremmo persi servizi meravigliosi come quello intitolato “Caterina la grande” in cui rende il paese russo in tutta la sua magnificenza. Donne che mi hanno insegnato che per raggiungere un obiettivo bisogna essere forti e coraggiose, che bisogna guardarsi dentro e capire qual è la propria passione ed esternarla al mondo perché è giusto che anche gli altri sappiano quanto di bello si possa esprimere con una macchina fotografica. Donne che sono si fotografe, ma anche mogli e madri, che fanno un lavoro diverso, forse insolito, con il cuore diviso tra dovere e amore , ma con un’unica grande passione, quella di mostrare il mondo attraverso i loro occhi, rendendoti partecipe di un qualcosa più grande di tutti noi.
FONTE: Le grandi fotografe di National Geographic di Caty Newman
Fonte Immagini: Google image
Grazie mille a tutti per l'attenzione.
Monica, Miki, Fede, Clara, Francy e Mik

lunedì 1 ottobre 2012

Il blog ha un nuovo volto e, ancora una volta, è lieto di ospitare un inedito "Ritratto di signora"!

Ciao a tutti e buon inizio di settimana! A distanza di un mese dal mio articolo su Marilyn Monroe, torna la rubrica Ritratto di signora con un articolo firmato da Francesca, del blog Franci Lettrice Sognatrice. Augurandovi buona lettura, ne approfitto per presentarvi la nuova veste grafica del blog! Tema: Halloween. Cosa ne pensate? Spero che vi piaccia, ma, in caso contrario, vi assicuro che sparirà fra un mese esatto. I primi di novembre segneranno il ritorno del consueto – e più rassicurante! - header :P Inoltre, vi prometto che, nel corso del mese, molte delle rubriche che, ahimè, non aggiorno da tempo ritorneranno tutte con trovate... da brividi! Perdonate questa parentesi. Adesso, il ritratto di una signora con la “S” maiuscola... 

Questo mese vi vorrei raccontare la storia di una donna coraggiosa, che fin da piccola si è ribellata agli orrori e che una volta cresciuta ha messo a repentaglio la sua vita pur di salvare tante persone innocenti vittime della pazzia dettata dal nazismo...una storia che è poco conosciuta e che anch'io purtroppo non conoscevo fino a tempo fa,ma che mi sembra giusto diffondere. Sto parlando di Irena Sendler. Irena Sendler nasce a Varsavia il 15 Febbraio 1910 da una famiglia polacca socialista. Il padre era medico e morì di tifo,dopo averlo contratto mentre assisteva i malati che altri medici avevano rifiutato di curare: molti di essi erano ebrei. Al momento in cui il padre spirò, la comunità ebraica come segno di ringraziamento per ciò che aveva fatto per loro,si offrì di pagare gli studi a Irena. Irena,fin da ragazza provò vicinanza per il mondo ebraico e all' università proprio per questo si oppose alla ghettizzazione degli studenti ebrei,facendosi sospendere così per tre anni. Finiti gli studi,cominciò a lavorare come assistente sociale,e durante la seconda guerra mondiale,quando i nazisti occuparono la Polonia,cominciò a lavorare per salvare gli Ebrei,riuscendo insieme ad altri collaboratori a procurarsi 3000 passaporti falsi per aiutare le famiglie ebraiche. Nel 1942 entrò nella resistenza polacca e attraverso il movimento clandestino non comunista di cui faceva parte: la Zegota, fu incaricata di occuparsi delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei del Ghetto. 
Per non richiamare l'attenzione su di sè quando andava  i visitare gli ebrei per vedere se avevano contratto il tifo,ella metteva una Stella di Davide,anche come segno di solidarietà verso di loro. Irena,in battaglia Jolanta,insieme ad altri membri riuscì a far fuggire i bambini dal Ghetto,portandoli fuori tramite ambulanze o altri mezzi e per non far sentire i bambini che piangevano ai nazisti aveva con sè un cane addestrato ad abbaiare,nel caso si fossero avvicinati. 
Irena dava ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani e li affidava a famiglie cristiane,a conventi  o a preti cattolici che gli nascondevano nelle case canoniche. Ella annotava i veri nomi dei bambini accanto ai falsi,gli nascondeva in barattoli di marmellata sotto un albero del suo giardino,in modo che se i loro genitori si fossero salvati avrebbe potuto ricongiungerli a loro. Nell'ottobre 1943 venne arrestata dalla Gestapo e torturata: le furono spezzate gambe e braccia,facendola rimanere inferma a vita,ma ella non rivelò niente. Condannata a morte,fu liberata dalla resistenza