sabato 12 luglio 2014

Mr Ciak #39: 12 film random² (Teatro da camera e teatro da macchina, erotomani e cowboy, less happy families and more happy days)


Buongiorno, amici! Altra carrellata di film con Mr Ciak. E no, non li ho visti tutti nello scorso weekend. Avevo un po' di mini-recensioni da smaltire, lo ammetto. Alcune vegetavano da tipo un anno sul mio pc in una cartella saggiamente intitolata “mini-recensioni da smaltire”. Chiaro. Questa volta, il guardatore-compulsivo-e-bionico che è in me mi ha detto di parlarvi, da bravo, anche di film già usciti, al cinema o in dvd. 1) I disponibili: la scoperta LockeLovelace, Two Mothers, Insidious 2, Noi 4, Disconnect, Un giorno speciale. 2) Gli inediti in ItaliaThanks for Sharing At Middleton, che potremmo anche vedere; Some Velvet Morning che non vedremo mai. 3) I Coming SoonUn milione di modi per morire nel west e Cattivi vicini – usciti negli USA un secolo fa, arriveranno furbamente da noi tra la fine dell'estate e l'autunno. Di brutti, questa volta, non ce ne sono. Di imperdibili, be', per me solo quello con Hardy. Un giorno speciale, recuperato ieri, si aggiunge al post così, su due piedi. Massacrato in rete, fischiato a Venezia, a me è piaciuto un casino. Mi ha lasciato una sensazione fortissima. Forse scompare, ma oggi la sento. Chissà. Tutti godibilissimi, in generale. Le sufficienze - piene o no - abbondano.

Locke: Periferia londinese. La sera, le luci dei lampioni, pioggerellina. Un uomo sale in macchina. Parla con un po' di gente a telefono e rassicura tutti. Il traffico è scorrevole. Giungerà a destinazione il tempo di perdere tutto e di guadagnare tutto. In un'ultima, significativa chiamata con il più importante degli interlocutori, scoprirà il mondo in un pianto. Locke c'è quasi. La destinazione è raggiunta: basta seguire quel grido. Domani è un altro giorno. E' una gran persona, Locke. Un omone con gli occhi buoni che lavora per gli altri. Ha un nome parlante. Lock(ed). Chiuso. Nel film, è prigioniero di una solitudine piena di gente, di una malinconia piena di amici, che si fa manifesta nelle chiacchierate immaginarie con un padre morto. Eroe di tutti i giorni, il protagonista è una persona onesta in un mondo di squali. Vuole rubare pezzetti di cielo, piegare la crosta terrestre sotto il peso di grattacieli ben costruiti. La sua hybris brilla di buone intenzioni, la sua impresa titanica è un folle volo. Ma abbandona tutto per non lasciare sola una persona più debole delle altre. Ha solo sé stesso e un volante al quale si aggrappa, come un Cristo alla sua croce industriale. Le immagini sono di un noir buio, ad alta velocità. Il regista gioca con lo sfarfallare delle luci, il rumore del sorpasso. Il ritmo è quello di un thriller. Locke, con il look da Collateral e l'idea di Buried, è un film bello, metaforico. La corta odissea di un uomo, il viaggio della vita. La tensione si accomula nei punti giusti, o in quelli sbagliati. Mi aspettavo esplodesse in un finale alla ricerca del sensazionalismo. Invece quell'ultima chiamata di un'altra donna è la pace. La discesa di una notte senza lupi che non deve per forza fare paura. Solo, un intenso e magistrale Tom Hardy regge il film. Ride, si arrabbia, si commuove senza mai togliere il piede dall'acceleratore. Il suo film non ha silenzi ed è fatto di un volto che vive di increspature, smorfie, espressività. Danno ritmo le voci sparse dall'altra parte del filo. Io ho avuto gli occhi lucidi. (8)

Un milione di modi per morire nel West: Simpatico, intelligente, riuscito. A metà tra la parodia e il remake in chiave comica, è un buon intrattenimento che promette e dà quello che il buon MacFarlane può. Risate, effetti visivi, un cast di serie A, geniali crossover – occhio agli intrusi Django e Ritorno al futuro: cult istantanei! Mollato dall'odiosa ragazza, un nerd del selvaggio west scopre il coraggio e l'amour accanto a una bella sceriffa criminale. MacFarlane scrive, recita e dirige e riesce in tutto. La Theron, spensierata, è più bella e disinvolta con gli anni. La Seyfried – nel ruolo di un'antipatica cronica – si prende in giro (e viene presa in giro) per i suoi occhi enormemente enormi. Neil Patrick Harris, istrionico e con la faccia da schiaffi, usa i cappelli altrui come water e si diletta in mitiche e ben coreografate scene da musical. Volgare, ma non troppo. Originale, ma non troppo. Consigliato a chi ama (o odia) gli spaghetti western alla Leone. (6,5)

Cattivi vicini: I tizi di quel film fuori di testa che è Facciamola finita tornano col solito Rogen. Pare di vederlo in un sequel non dichiarato di Molto incinta. Goffo e infantile, ha messo su casa, ha avuto una bambina. Penseranno i suoi vicini a rendergli la vita infernale e a ricordargli com'era: sballarsi, essere giovane, stare alzato fino a tardi. E lui, che sabota le loro feste, li fa riflettere sui rimpianti e le occasioni mancate. Amo quel tipo di comicità – volgare, sopra le righe – e il fatto che ci fosse una storiella carina a far da cornice è cosa buona. I personaggi si completano, il no-sense si spreca. Tra tutte le partner di Rogen, Rose Byrne è la migliore. Ormai esperta di film "home invasion", si diletta con una specie di Insidious comico, no? I due sono il cuore del film, ma il mondo universitario, con le luci e i rumori di Project X, fa un po' disgusto e parecchio invidia. Spicca Dave Franco, tra i giovani, e Efron è funzionale nelle scene con Rogen. Così diversi, muscoli contro trippa, sono forti. (6)

Noi 4: Ambientato in 24 ore, rapisce per la voglia che ha di raccontare un giorno come tanti nella vita di gente come tanta. Il regista del fresco Scialla è bravo nel dirigere un cast di persone che, si nota, si sono volute bene davvero nell'arco delle riprese. Attori perfetti, famiglia imperfetta, in una Roma di scavi e scuole pubbliche. Una commedia dai toni agrodolci su un tredicenne che deve sostenere l'esame di terza media con attorno una mamma che lavora troppo, un padre che lavora troppo poco, una sorella che sogna il teatro. Messo a punto con semplicità, ha un cast che ci crede. La Rapport – memorabile in La sconosciuta – ha un severo accento russo e nevrosi buffe, Gifuni è paterno, la giovane Guidone ha un controllo invidiabile, Francesco Bracci – con la voce profonda e il cipiglio già d'adulto – è un Germano imberbe. Familiare, surreale, tenero, nostro. (6)

Un giorno speciale: Hollywood avrebbe preso questo film con un titolo da temino e l'avrebbe reso una commedia romantica. Invece, diretto in maniera originale, con una Roma livida e lirica, diventa qualcosa di più e qualcosa di meno. Uno spaccato tutto frammenti di vita reale, con un intreccio lieve e un finale amaro. Piccolo dramma on the road per adolescenti che racconta cose note e vere. Un giovane autista che scarrozza una giovane starlette. Entrambi in prova. Entrambi raccomandati. Lei è stata conciata come una sposa bambina per incontrare un politico importante. Potrebbe uscire dallo studio con un posto in tv e senza dignità. Ha smesso di mangiare, ha seguito le dritte di mammà. Lui ha avuto un destino simile, ma non sogna: si accontenta. S'innamorano in quel pomeriggio trascorso insieme per Via del Corso. Quei due giovani Travolti dal destino si vedono per come sono per un istante, e il giorno dopo? Una macchina, due attori, le generazioni post-Moccia. Un messaggio arcigno e disincantato, in una pellicola che ha sorrisi da commedia e una chiusa spezzata. Schifosamente aperta, ma realistica. Perfetto il cast. Scicchitano, gentile, belloccio e sensibile, merita il successo. La Valentini, stupenda e in gamba, mica recita. Parla con la macchina da presa come fosse un'amica. Naturalissimo, tutto. (7)

Thanks for Sharing - Tentazioni Irresistibili racconta le storie di un gruppo di newyorkesi che hanno fatto del loro gruppo di sostegno una casa. Uomini e donne di tutte le età, in preda ad allettanti spettri: sex addicted. Calibrato mix di commedia e dramma, ha il sempre formidabile Mark Ruffalo, perfetto nei panni di un uomo fragilisso e stanco, che ha amato troppo e male. Adesso si è innamorato di una sexy Gwyneth Paltrow che non è ancora pronta ad affrontare gli scheletri di un passato così promiscuo. Il suo mentore,Tim Robbins, è un veterano del gruppo: dovrebbe aiutare gli altri, ma chi aiuta lui? Poi, il goffo Josh Gad, dalla vita che va a rotoli: licenziato, con un armadio pieno di film hard e una nuova amica “da salvare” col volto di una P!nk sorprendente. Una commedia che mostra un'umanità delirante che tocca e dà da pensare. Consigliato, per una serata piacevole e in compagnia di grandi attori. (6,5)

At Middleton: Sono un ignorantone: leggendo il titolo, ho pensato a una specie di documentario sulla famiglia di Kate. E sul lato B di Pippa. La Middleton di questo film è un'università. Questa è una comunissima storia di figli che vogliono fuggire via e di genitori che vogliono fuggire via da figli che, a loro volta, sono in fuga. Chiaro, no? Una storia di ragazzi che si sentono adulti e di adulti che vorrebbero sentirsi ragazzi, eternamente. La pellicola è una di quelle con tanti dialoghi e pochi attori. Brillante, divertente, colma di tanti tipi d'amore. Amori che restano, amori che vanno. Un Andy Garcia piuttosto ingrassato, ma poche volte così leggero. Una Vera Farmiga bella e naturale. E, se c'è una cosa più bella della Farmiga, è la Farmiga che ride. Qui ride tanto, insieme allo spettatore. Il fascino pazzesco di quelle storie d'amore che durano un giorno e basta. (6,5)

Insidious II - Oltre i confini del male: Ho adorato Insidous. Nel sequel, ho avvertito la presenza di Wan per tutto il film, come un inquietante personaggio che spia tutto. Infesta la sua intera cinematografia con la sua presenza, sinistra e riconoscibile. Oltre i confini del male è un buon film horror, piacevole e con piccoli colpi di scena aggiunti, ma è quello che meno appartiene al gusto di Wan. Il primo era un ritorno all'horror puro. Se i colori troppo netti e marcati di questo mi hanno lasciato interdetto, non l'ha fatto la sceneggiatura, che permette agli spettatori di chiarire dubbi e a Wan di togliersi sassolini dalla scarpa. Si viaggia e s'interagisce con il passato del protagonista e con i diretti avvenimenti del primo film. Inoltre, si rievoca il passato di una delle figure più macabre che popolava Insidious. Si strizza anche l'occhio all'ironia nera di Dylan Dog. Manca di carattere. (6)

Some Velvet Morning:  Fred si presenta alla porta di Velvet. Si sono amati. A pagamento, gratis. Il film, con le atmosfere del teatro da camera, è incentrato su di loro. Tra le e lui scorre una tensione che non ti spieghi. Potrebbe esplodere da un momento all'altro. In un bacio, in un amplesso violento, in un delitto perfetto. Film fatto di due attori come ghepardi e un appartamento. Introspettivo, teatrale, è una messa in scena sobria e dalle svolte impreviste, con dialoghi forti, un linguaggio crudo, attori calati nella parte. LaBute firma e dirige il lavoro dei bravi Stanley Tucci e Alice Eve. Lui, volgare, imborghesito, fastidioso. Lei, seducente, criptica. Un'autopsia sentimentale, soffocante e indigesta, in cui l'amore è farsa. Non ho capito se mi è piaciuto. Mi sono sentito preso in giro. Non mi capitava da una vita, quindi bho? (5)

Two Mothers è la storia dell'amicizia tra due donne, che vivono in un angolo di paradiso. S'innamorano l'una del figlio dell'altra. L'esplodere della passione non li allontana. Come in Laguna Blu, i protagonisti vivono sospesi: solo d'estate. Un film sensuale e sempre in bilico. Mai volgare o esplicito, diretto con delicatezza da una regista che danza con le immagini, immortalando paesaggi da cartolina e regalando l'interpretazione di due attrici ottime: la Watts e Robin Wright. Sbrigativa la seconda parte. Le due sono troppo giovani per un copione che, da mamme, le vorrebbe anche altro. Un film pretenzioso, di classe, con un cast di super-belli, ma che due raffinate interpreti e una regia ineccepibile salvano dalla parvenza di una soap chiamata La rivincita delle MILF. Patinato e spesso fine a sé stesso. (5,5)

Lovelace: Non bisogna essere dei frequentatori assidui di YouPorn per conoscere il suo nome. Erano i primi anni '70 e lei era l'icona di una rivoluzione. Tutti la conoscevano come Linda Lovelace, Gola Profonda. Il film è suddiviso in due parti. La prima è frivola, superficiale; la seconda è vista dagli occhi della protagonista stessa. Il candore della Linda venduta come carne da macello è reso grazie alla buona prova di Amanda Seyfried. Sensuale e innocente, toccante e disperata. Tra le scene più notevoli, la fuga di una Linda in abito bianco, con il marito alle calcagna, da una stanza piena di uomi che aveva occhi, mani, bocche solo per lei. Un Peter Sarsgaard luciferino, una Sharon Stone irriconoscibile, notevoli cameo sparsi. Poteva essere un gran bel film, ma osa poco, prendendo una strada troppo edulcorata, ma onesta. Questo è. Una profana agiografia non tutta da buttare. (5,5)

Disconnect: Internet non ci ha mai resi così vicini. Internet non ci ha mai resi così lontani. Connessi col mondo, disconnessi da noi stessi. Di questo parla Disconnect, del potere dei social, dei danni delle chatroom, dell'apatia dei 15 anni. Vite che si sfiorano e si scontrano, ora con furia inumana, ora al rallenty: quella di un diciottenne che vende sesso in webcam; quella di una coppia straziata dalla perdita; quella di un ragazzino spinto a commettere un gesto spaventoso. Mi ha colpito la fluidità con cui queste trame vengono fatte incontrare e collidere, la raffinatezza dei sintagmi incrociati, l'aria che vibra per i colpi della tragedia. Un film dall'impalcatura fragile, ma che sa reggersi bene per quasi due ore. Ammetto di averlo concluso sinceramente emozionato. Folgorato da cose belle e da cose brutte. Notevole la regia, che fa del film un misto tra Crash e Crossing Over. Ancora più notevole il cast. Disconnect fa fare pensieri importanti, e ci ricorda che pensare è importante. (7)

giovedì 10 luglio 2014

Recensione: Città di carta, di John Green

Siamo navi inaffondabili. Poi ci succedono delle cose. E lo scafo comincia a creparsi. Ma una volta che lo scafo va in pezzi, la luce entra ed esce, ed è solo in quei momenti che vediamo fuori di noi dalle nostre fessure e dentro gli altri attraverso le loro.

Titolo: Città di carta
Autore: John Green
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 396
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Quentin Jacobsen è sempre stato innamorato di Margo Roth Spiegelman, fin da quando, da bambini, hanno condiviso un'inquietante scoperta. Con il passare degli anni il loro legame speciale sembrava essersi spezzato, ma alla vigilia del diploma Margo appare all'improvviso alla finestra di Quentin e lo trascina in piena notte in un'avventura indimenticabile. Forse le cose possono cambiare, forse tra di loro tutto ricomincerà. E invece no. La mattina dopo Margo scompare misteriosamente. Tutti credono che si tratti di un altro dei suoi colpi di testa, di uno dei suoi viaggi on the road che l'hanno resa leggendaria a scuola. Ma questa volta è diverso. Questa fuga da Orlando, la sua città di carta, dopo che tutti i fili dentro di lei si sono spezzati, potrebbe essere l'ultima.
                             La recensione
Mercoledì notte. Giovedì mattina. 
Quello che è. Notte comunque. Notte fonda. 
Oggi è già domani e tira un ventaccio della malora. Meglio, ché domani devo studiare e spero venga a piovere. Il brutto tempo ispira. Sono tornato a casa prima del previsto. Ho inventato una balla – «mi tocca svegliarmi presto per studiare», il che non è mica tanto balla – e, il tempo di smaltire una pizza di compensato e mozzarella, ero nella mia tenuta da casa. Mutande ed infradito. I miei guardano la partita alla tivù e, di sfuggita, mi chiedono se mi sono divertito, con chi ero, perché sono tornato presto. Risposta: sì, i soliti, perché sono un po' stanco. Tutto vero. E quei “soliti” sono andato a prelevarli a casa in macchina: scarrozzare in giro i miei amici mi fa sentire importante. Un taxista con l'auto piena di chiacchiere, il serbatoio vuoto, la radio che salta da una stazione all'altra, con i passeggeri dell'Alfa Romeo grigio metallizzato di papà che si contendono la rotellina dello stereo e vanno in cerca di canzoni da cantare. Ma questa è un'altra storia, oppure no. Io non li aspetto però al ritorno e scappo via. La minaccia di una successiva mattinata di ripasso mette a tacere gli scongiuri. Devo ripassare. Anzi, devo proprio studiare. Memorizzare le cose. Però torno per Città di carta, soprattutto. Devo leggere quelle altre ottanta pagine, per sapere come va a finire e per svegliarmi senza Quentin e Margo, nel mio ennesimo giorno, e senza il bisogno naturale di aprire il libro e vedere che fanno, lì dentro, nelle loro vite spiegazzate. Arriva il momento di chiuderlo. E, tu lettore, sei contentissimo e tristissimo. Mi chiedo adesso che faccio. Vado a dormire? E dopo che leggo? Il passato remoto mi piace, fa tanto film. Usiamolo. Durò due giorni e fu amore infinito. Con il serbatoio sempre pieno e il caffè forte, l'ultima storia di John Green letta seppe rendermi schifosamente felice. Questo è il John Green che mi piace. Il-John-Green-di-Cercando-Alaska-non-quello-di-Tfios. L'autore nerd-avoloso (suo il neologismo) che mi piace senza bambini col cancro e pianti a fiumi. L'architetto di una città di carta: il fotografo di un'età di carta. Legge i diciassette anni come una mappa geografica, lui, insieme al suo protagonista. I post-it ovunque, le puntine da disegno che fanno buchi nel muro, una caccia al tesoro piena di grassocci punti di domanda e dilemmi esistenziali. Cerca Margo, come cercò Alaska nel suo folgorante esordio, e nella ricerca trova sé stesso. Mentre cerca di capirla, capisce chi è Q. Io avevo una questione in sospeso con John Green chiamata Colpa delle stelle. Mi aveva lasciato di sasso, e se mi aveva colpito, non l'aveva fatto come avrei voluto. L'ho letto due anni fa e lo ricordo – come potrei dimenticarlo? - con freddezza. Mi aveva congelato. Non avevo trovato, tra le pagine, l'autore che avrei voluto come ennesimo padre putativo. Avevo mandato quasi indietro le carte per l'adozione... Ho fatto pace con l'autore quando i suoi vecchi libri, introvabili e cari, sono riusciti in commercio. Sempre cari, solo più... trovabili. Non avrei dovuto iniziare Città di carta. Sapevo che, per giorni e giorni, non avrei avuto occhi che per lui. Ho rubacchiato ore di lettura tra una tragedia shakespeariana e l'altra e, mentre Re Lear vedeva il suo regno venire smembrato, Giulio Cesare appariva sottoforma di fantasma al suo aguzzino, Lady Macbeth ordiva trame inquietanti e dal fascino infernale, ho conosciuto Quentin e la sua vicina di casa, Margo Roth Spiegelman. Bambini alle prese con la prematura scoperta dell'odore della morte, a dieci anni, sotto un albero del parco, e adolescenti nel capitolo dopo. Diciottenni a un passo dal diploma legati da tanto e divisi da troppo. La bambina che per Quentin era una bellissima rompiscatole e rimasta uguale: bellissima e rompiscatole. Il bambino che per Margo era un eroe senza macchia è cambiato in peggio: spigoloso, pigro, schivo, pauroso. Si presenta alla sua finestra coi cani che abbaiano e maggio che inizia a profumare: ha almeno undici problemi da risolvere e Quentin ha un bell'ingegno, una finestra sempre aperta, una bagagliaio capiente.
L'alterego dell'autore chiama la sua nemesi con la frangia scura e gli occhi blu sempre allo stesso modo: nome, secondo nome, cognome. Adora gli avverbi interminabili, i trattini, le liste a più voci, i discorsi urlati a lettere maiuscole, e ama lei da quando ha memoria. Quella Margo che è come l'erba in una poesia di Whitman su cui, nel tentativo di decifrare il suo mistero, si addormenta in sonnolente notti insonni. Margo è un palloncino rosso che si stacca per sua precisa volontà dalle mani dei padroncini e vola. Il filo in lei si è rotto. Cugina di una Alaska che non conoscerà mai, Margo è un pubblico sogno erotico che si ritocca il trucco in uno di quei camerini di Broadway, con gli specchi che hanno un perimetro luminoso tracciato da lampadine accese. Vive della luce dei riflettori, ma quando si spengono nessuno sa cosa succede a quella ragazza dalla malinconia esuberante e dalle storie rocambolesche che porta con sé un taccuino nero su cui annota mete. Appare scostante, antipatica, imprevedibile. Ma scappa e lascia indizi, anche inconsapevolmente. Inconsciamente. Come chi, dopo un omicidio, si smaschera con le proprie mani e lascia che la polizia lo bracchi. Ci penso anch'io, a volte. Non lo facciamo tutti? Non ci chiediamo, quando ci sentiamo troppo amati o troppi ignorati, Ma sei io scappo chi proverà a prendermi?
La loro storia di (non) amore è un'avventura on the road, in un'America di quartieri incompiuti, paeselli fantasma, cantieri a cielo aperto e tuguri bucherellati che diventano suggestive sale d'aspetto. Aspettare, come metafora dell'adolescenza. La patente, la fila alle poste, l'appello agli esami, il tuo fatidico turno alla maturità. O forse no. Cattiva interpretazione. Forse Città di carta è solo una storia meravigliosamente scritta che parla di sbronze colossali, spade di birra, feste magistrali, irripetibili prime volte, ossessioni al gusto di zucchero e veleno, amicizie che sono fughe che non fai mai da solo. In un Minivan di seconda mano - verso l'infinito e oltre – il nostro Quentin, 212 birre, qualche tampax, una barretta ipercalorica mezza mangiata, migliaia di chilometri da percorrere in un giorno, passeggeri che danno, ogni tanto, il cambio e che indossano le toghe del diploma e la loro sola mascolinità. I migliori amici di Quentin, Radar e Ben, sono nudi come vermi sotto una divisa nera che svolazza tutta quanta. Meravigliosi, esilaranti, indimenticabili: eccezionali. Radar che, afroamericano, indossa per caso una maglietta dai contenuti altamente razzisti e ha la più grande collezione di Babbi Natale di colore. Ben che non fa molto, a parte farti scoppiare a ridere una pagina sì e l'altra pure, riempire bottiglie e bottiglie di pipì e lamentarsi perché deve fare altra pipì. Scanzonato, toccante, pieno di vita dalla pianta dei piedi alla cima dei capelli, divertente fino alla commozione, il romanzo è tanto tanto simile a Cercando Alaska. E siccome quello l'ho amato tanto tanto, amo tanto tanto anche questo. Non fa una piega. Sta bene con qualsiasi canzone e ha un'inconfondibile voce maschile. E fa bene sentirsi dire da papà, sul balcone, «Non ti ho mai visto così contento per qualcosa», o una cosa simile. Ero contento, in piena sessione estiva, per la splendida compagnia, le battute fulminanti e gli aforismi da appuntare, le memorie di un ultimo giorno di scuola che ho rivissuto come fosse stato il mio. Un anno fa, quando ascoltavo It's Time e Le pareti, convinto che il tutto e il niente mi avrebbero cambiato l'universo. E' molto me. Ma, Città di carta, vedi, io voglio essere più te. Mi accucciolo sopra i ringraziamenti finali. E' un mero effetto acustico, lo so anch'io. Con l'aorta preoccupantemente vicina all'orecchio, l'orecchio preoccupantemente vicino al collo schiacciato, ho messo per un attimo quell'orecchio lì - preoccupato - sulla copertina del romanzo. E avrei giurato che il libro stesse palpitando.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – It's Time 

martedì 8 luglio 2014

Qui Pro Cover #7


Ciao a tutti, amici! Primo post di una nuova settimana. Come state? Qui tutto bene. Devo studiare, anche se non mi va, e sto finendo John Green, anche se non mi va di finirlo. E dopo che leggo? Ne voglio ancora, sì. Oggi, nuovo appuntamento – dopo secoli di assenza – con la rubrica più scema che c'è. Qui pro cover. Ripetiamolo in coro: nata senza nessunissimo intento polemico, la rubrica ha come protagoniste cover gemelle, sorelle, o semplicemente tutte uguali. Esaminiamo insieme quelle di oggi. Quelle del primo gruppo sono di Due varianti di me, a breve in libreria, e di La probabilità statistica dell'amore a prima vista. Stessa posizione, stesso bacio davanti a miliardi di occhi indiscreti, dettagli aggiunti o tolti con Photoshop. Carine entrambe. Adoro il font di quella del romanzo della Smith, ma trovo abbia un po' troppa roba. Meglio buttarsi sul sobrio, no? Sul romanzo della Fabbri: OVVIAMENTE, la fascetta pubblicitaria lo paragona a One day, di David Nicholls. Ancora, le cover a confronto del noir italiano Esco – che mi attira da sempre e devo leggere, prima o poi – e dell'ennesimo retelling americano di La bella e la bestia. Preferisco quella del romanzo curato dalla Bompiani, anche se fa tanto – troppo – Twilight. E poi queste mani... rose, mele, scatoline di Tiffany: ma datemi un assegno, o un barattolone maxi di Nutella! Ultimi, Promessa di sangue e il recente Il libero mercato dell'amore. La modella, identica, ha una gioia di vivere che contagia. Sto meditando proprio ora di buttarmi da un ponte, tipo. Ha il sorriso di Lana Del Rey. E si sa che Lana Del Rey non sorride mica. E' tutto. Ditemi la vostra in un commentino, se vi va. Abbraccio, M.

domenica 6 luglio 2014

Recensione: L'estate dei segreti perduti, di Emily Lockhart

Fai ciò di cui hai paura.

Titolo: L'estate dei segreti perduti
Autrice: Emily Lockhart
Editore: DeAgostini
Numero di pagine: 315
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Da sempre la famiglia Sinclair si riunisce per le vacanze estive su una piccola isola privata al largo delle coste del Massachusetts. I Sinclair sono belli, ricchi, spensierati. E Cady, l'erede di tutta la fortuna e di tutte le speranze, non fa eccezione. Ma l'estate in cui la giovane Sinclair compie sedici anni le cose cambiano. Cady si innamora del ragazzo sbagliato e ha un incidente. Un incidente di cui crede di sapere tutto, ma di cui in realtà non sa nulla. Finché, due anni dopo, torna sull'isola e scopre che niente è come sembra nella bellissima famiglia Sinclair. E che, a volte, ci sono segreti che sarebbe meglio non rivelare mai.

                         La recensione
La vita è meravigliosa quel giorno. Noi quattro Bugiardi, uniti come siamo sempre stati. Come lo saremo sempre (...) Ovunque andremo, ci ritroveremo sempre sul tetto di Cuddletown Housa a guardare il mare. Questa è la nostra isola. In un certo senso, qui resteremo giovani per sempre.” Mi incuriosiscono gli esperimenti. Gli accostamenti strani. L'idea alla base di L'estate dei segreti perduti - i protagonisti adolescenti e i toni cupissimi, l'amore e la morte, la gioventù e la perdita dell'innocenza - non sono, in realtà, elementi così inconsueti come appaiono. Si sposano alla perfezione. Il teen thriller, al cinema, va forte. Piace. In ambito letterario, invece, piuttosto raro trovare libri da inserire nella categoria. Troppo infantile Pike. Sempre e comunque troppo maturo King. Il romanzo della brava Emily Lockhart, a pieno diritto, entra a far parte di questo curioso sottogenere. E com'è il romanzo? Be', nonostante il titolo italiano piuttosto anonimo, mi ha attirato al primo sguardo. L'ho voluto, perché i commenti in rete erano positivi e il buon John Green, sulla fascetta promozionale, me lo consigliava a gran voce. Definiva il romanzo “straordinariamente intelligente”. Indubbiamente, L'estate dei segreti perduti sciocco non è. Per essere un romanzo per ragazzi è maturo, feroce il giusto, brutalmente diretto. Parte nel migliore dei modi. Se è vero che l'incipt è tutto, l'autrice sfodera gli artigli e, dal cilindro, tira fuori frasi d'effetto e capitoli che ti accolgono in maniera spiazzante; assurda. Leggevo e trovavo il romanzo dannatamente affascinante. Da perderci il sonno. La narratrice mi irretiva in periodi lapidari, in isole private e demoni immaginari. Cady Sinclair è la nipote numero uno di Harris e Tipper Sinclair. I suoi nonni hanno un'isola con il loro nome per le vacanze estive, soldi che non puoi contare, capelli biondi che non ingrigiscono, tratti marcati che le rughe e l'età non rendono flaccidi. Sono bellissimi, alti, gioviali e hanno dato vita a una discendenza di figlie e nipoti bellissimi, alti e gioviali per eredità diretta. Allevano generazioni intere di Golden Retriver e nessun estraneo è ammesso nella loro corte, disegnata dagli architetti più in voga, arredata dai personal designer della televisione. I generi sono lontani, chissà dove, e il sangue della loro stirpe ariana non può mescolarsi a dna straniero, barbaro, diverso. Ogni estate si ritrovano lì, dove tutto rimane uguale, mentre il mondo esterno cambia. Una torre d'avorio nel mare, un'isola che non c'era e poi c'è stata, un'ermetica prigione d'oro bianco, sabbia pallida e acqua salata. 
I Sinclair sembrano vivere solo d'estate. Creature fatate, magiche, che il sole rende abbronzati e belli e la compagnia dei loro simili loquaci e affiatati. Cady, sfrontata e ribelle, ci spalanca le porte di quella reggia, irraggiungibile per chi non ha il loro stesso, privilegiato sangue blu; abbassa i ponti levatoi; fa sì che la nostra barca a vela attracchi a riva con conseguenze (im)prevedibili. Benvenuti a Beechwood Island. Benvenuti nel cervello di una diciassettenne con i pensieri spenti per black out improvviso. La Candy di adesso ha tinto i capelli di nero, ma la ricrescita bionda inizia a vedersi. Si libera delle cose che ha amato e dà disegni, sciarpe a righe, collane e bracciali in beneficienza. Non vuole essere più la ragazza materiale che tutti giudicano snob, non vuole essere più una Sinclair. Vuole vivere tutto l'anno, non solo per quei tre mesi d'estate, in cui – coi Bugiardi – fa bagni notturni, falò sulla spiaggia, infinite partite a Scarabeo. Aspetta di vedere Johnny e Mirren, gli unici cugini con i quali ha in comune la stessa età, e Gat. L'estraneo, l'intruso, l'ospite a tempo indeterminato. Passa le estati con loro da anni, lui, ma ha la pelle da indiano, una progenie diversa, un mondo interiore che nessuno conosce. Entra in quel girotondo d'anime per caso e ci resta, indugiando sempre sull'uscio: il patriarca – anziano, rigido, un po' razzista – gli ricorda che non è uno di loro. Un perfetto Sinclair. Cady s'innamora di lui per quello. Lo capisce sulla soglia della cucina, mentre lo guarda leggere i migliori libri del mondo, mettere petali di rosa in una busta, andare in spiaggia coi pantaloni del pigiama e il petto nudo. Con le giornate lunghe e il sole caldo che picchia in testa, scappano baci, carezze, promesse che il vento si porta via. Si perdono per i restanti nove mesi dell'anno, si ricordano della loro esistenza e del loro sentimento solo da giugno a settembre. Perché la protagonista non ricorda quello che è successo nell'estate numero quindici? Perchè è drogata di antidolorifici, schiava di emicranie cattive, soggetta a capogiri continui e a flashback che non avvertono prima di far male? La Lockhart – abilmente – fa di queste domande un mistero che dura trecento pagine e più. Delinea una protagonista dai tratti stranissimi e dagli usi unici. 
Si appunta frasi sulle mani, a destra e a sinistra; pensa al suo funerale, ma mai al suo matrimonio; fa delle persone che la circondano personaggi di fiabe nere come la mezzanotte che, con ordine certosino, appunta nei suoi taccuini nascosti. Il romanzo non conosce il piattume e la banalità dei comuni young adult. Sorprende con uno stile affilato, strega, soffia fumo negli occhi. E tu non sai dove mettere i piedi e le mani. Non sai dove guardare. Ma io sapevo, da metà in poi, dove stavo andando. Avevo intuito il colpo di scena finale e speravo, comunque, che l'autrice sapesse farmici arrivare con un sorriso furbo, divertito, cinico. Invece, L'estate dei segreti perduti stilisticamente ha un mare di pregi che, a lungo andare, si perdono in un mare di monotonia. Purtroppo, la narrazione appare scostante; spossa. Il tutto – il bello e il brutto – stufa: quelle descrizioni sanguinolente della psiche di Cady che non sai se siano metafore, oppure no; quei passaggi dolciastri, giovanilisti, senza freschezza, che liricamente vorrebbero fare della protagonista e di Gat i Catherine e Heatchliff delle nuove generazioni; le chiacchiere alla luce delle stelle, slegate dal contesto, l'eccessiva avidità degli adulti, il mostruoso egoismo dei piccoli; le faide familiari, i nomi delle varie case, le discussioni o le adulazioni per l'agognata eredità. Alcuni dialoghi mi sono sembrati buttati così, per riempire spazi bianchi. I capitoli non corti, ma da telegramma, fanno sbuffare spazientiti, dopo poco. Mentirei se dicessi di non avere apprezzato la prosa dell'autrice: le favole nere senza mai lieto fine, i punti e a capo continui, le parole incolonnate senza una logica precisa, le metafore splatter. Tutto è troppo, però, è il troppo stroppia, per usare uno dei modi di dire tanto cari a nonno Harris. Mai come in questo caso, pregi e difetti si possono soppesare. I lati positivi, palesi, stanno in quella prosa spezzettata, elementare, aguzza, ma accattivante come poche. Tra le righe, idee intriganti e una scrittura che si scopre piena di ombre densissime. Gradualmente, però, si scoprono anche gli aspetti negativi. Quella che, per me, è prevedibilità; ripetizioni eccessive; superflui dettagli di troppo. Il romanzo, piuttosto breve e veloce, avrebbe dovuto contemplare l'eliminazione di più di qualche particolare inutile. Il coraggio non manca, la carne al fuoco è tanta, ma il meccanismo – a un certo punto – si è inceppato e andare avanti ha significato imbattersi in elementi innocui, ma che, ormai stanco, giudicavo fastidiosi. Ad esempio, i refusi della traduzione italiana. Ad esempio, la parola “benzina” ripetuta per una decina di volte in due, tre pagine di fila. Bho. Qualcosa, tra me e la Lockhart, non ha funzionato, nonostante l'originalità di alcuni passi. Nonostante la qualità della scrittura e la costruzione di un misterio per una vicenda, tutto sommato, poco misteriosa. L'angoscia accumulata si è sgonfiata come un palloncino di plastica. Piacerà a chi mastica poco il genere e, giovanissimo o soltanto poco appassionato, non conosce la cinematografia di Carpenter, Scorsese e un Amenàbar a caso. L'estate dei segreti perduti, dunqueè un libro dalla personalità fragile - psicolabile, paranoico, problematico. Forte. Mi ha indispettito, eppure non lo sconsiglio, se non ai lettori più smaliziati. Ha le inquietudini lievi e i toni di un romanzo d'appendice con pareo, bikini e infradito. Ricordi in frantumi di un'estate da dimenticare. Valutazione tirata, la mia, per un'autrice promettente, intelligente, ma che non si applica.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Lykke Li – No Rest For The Wicked (canzone stupenda)

venerdì 4 luglio 2014

Mr Ciak #38: 12 film random (di bel cinema nostrano, horrori, principesse col botox e oggetti non meglio identificati)

Ciao a tutti, amici! Come state? Io bene. Questa settimana, spinto dalla noia, mi sono dato ai cambiamenti. Un piccolo tatuaggio sul polso, di cui non mi pento; una rasata totale dei capelli, di cui invece mi pento. Il post di oggi, incasinatissimo, è di un incasinato ordine, non trovate? Mr Ciak si annoia e, con gli esami da preparare lentamente, vede tanti film. Alcuni brutti, altri belli. I belli arrivano dall'Italia – il fortunato Song 'e Napule, l'esordio di un regista giovanissimo con Smetto quando voglio, il ritono di un Ozpetek vecchio stile che, francamente, a me piace sempre. Se non sbaglio, sono reperibili tutti in dvd, in questi giorni. Affrettatevi, e senza pregiudizi. Gli altri... Un musical dinamico e divertente che arriva dalla bella Scozia, le immancabili commediole estive, l'immangabile horrorino estivo, un horrorino australiano - invece – poco “ino” e a dir poco notevole, i vulcani esplosivi dei francesi, bellissime adolescenti pazzoidi, principesse tristi non più bellissime, ma solo tristi. E' vero che questa carrellata non fa poi così pena? Mi autoconvinco, vi convinco. Penso che in questi mesi di caldo farò spesso così! Abbraccio. M.

Song 'e Napule: Fantastica sorpresa tutta italiana, che ha fatto timidamente capolino al botteghino, ma che continua a conquistare premi su premi. Non nascondo di amare i mitici registi, i Manetti Bros, dai tempi di Coliandro e qui sono al loro top. Sensibili, spontanei, svegli, ricchi di dignità, in una Napoli a mano armata e... armata di microfono. Tocchi di hard boiled, comicità da bollino verde, un Gomorra in versione neomelodica. Il ritmo è serratissimo, l'immagine che viene data della città più chiacchierata d'Italia è coerente e bella. I napoletani sono come la loro musica. Sguaiati, eccessivi: irresistibili. Di cuore. Istrionico Buccirosso, leggero Alessandro Roja, indimenticabile Giampaolo Morelli. Il suo Lollo Love, che chiama le sue fan “cuoricini”, ha la porta di casa sempre aperta, gli orecchini a entrambe le orecchie, chi se lo scorda. E Morelli, anche scrittore, canta pure molto bene. Sua la voce che intona la canzone del titolo. ★★★ ½

Smetto quando voglio: Noi italiani, questa volta, siamo i più bravi del giro. Chi l'avrebbe mai detto? Altra bella commedia dai giovani registi di casa nostra. L'esordio di Sydney Sibilla è di un'intelligenza rara. Si ride e si pensa in quantità uguali. Il suo Smetto quando voglio – pur con le solite facce dei soliti Edoardo Leo e Valeria Solarino, che ancora una volta sono in parte – è nuovo e vecchio. Il tema non passa mai di moda, purtroppo; l'idea di questi fuorilegge per caso è brillante e classica. Meglio ricercati che ricercatori. Meglio spacciatori che disoccupati? Forse, di simile, avevo preferito Generazione mille euro, ma questo è un altro piccolo prodotto di cui seriamente vantarsi. Ottimo il cast. Spietato il messaggio, ma dosato con tanto tanto brio. ★★★ 

Allacciate le cinture: Ozpetek è un regista che piace. A me da poco. E se fosse per questo che Allacciate le cinture mi è proprio piaciuto? Con i suoi fantasiosi salti indietro e in avanti. Con la sua colonna sonora eccedente, superflua, comunicativa. I suggestivi piani sequenza e gli intimi campi e controcampi negli intimi dialoghi tra protagonisti. I primi piani sulle loro espressioni. Il film è una breve saga familiare che balla al centro di un binomio classico: amore e morte. Lo fa con naturalezza e con toni mai patetici. Ai personaggi fissi della commedia italiana danno vita attori fissi della commedia italiana. La scommessa era Francesco Arca. E' stato lui a farmi capire che il regista sa dirigere i suoi attori come Dio comanda. Arca mi confonde. L'ho visto di sfuggita nel Commissario Rex e non avevo capito bene chi, tra lui e il pastore tedesco, fosse il cane della situazione. E invece qui convince: un personaggio ombroso, taciturno, con uno sguardo timido e i modi rozzi. Lui e una trattenuta Kasia Smutniak si spingono e si respingono: una dissolvenza incrociata inserita ad arte li dimostra a distanza di anni, più freddi e adulti. Passati da una spiaggia segreta in cui amarsi a una malattia che non avverte. Una malattia che colpisce la femminilità e che, grazie a un curioso sintagma parallelo, è svelata mentre Etta James canta At Last e una procace Luisa Ranieri scuote il generoso seno per strada. I corpi si fanno fragili, i capelli cadono, i cuori s'ammalano d'anemia pura. Il cancro è mostrato senza patetismo, con un filo d'umorismo nero che non guasta. Eppure, la scena d'amore consumata in un letto d'ospedale – mentre il corpo torno a sentirsi corpo e i seni a essere coperti di baci – è toccante, molto. Un melò semplice, scritto da una mano così lieve da sembrare femminile. ★★★ 

Grace di Monaco: Per una con il viso di cera, la Kidman - la stessa Kidman che in "The Others", "The Hours" e "Moulin Rouge" aveva regalato la perfezione - male non se la cava. Il botox non cancella la classe che c'è stata. Questo però è un film che non funziona. Perché all'autentica Grace non ci pensi neanche per un momento e la finzione stenta a reggersi. La macchina da presa ama la Kidman, ma sa valorizzarla soltanto nei rari momenti d'intimità presenti nel biopic. I primissimi piani illudono, ricreano una somiglianza che non c'è. Al centro di sale sfarzose, come indossatrice di abiti d'alta sartoria, l'attrice si mostra attrice. Con gli zigomi di granito, la fronte liscissima, il collo da cigno rugoso. Interpreta il ruolo con quindici anni di ritardo, e la chirurgia imbroglia ma male. Macchiette involontarie i comprimari e retorici i dialoghi, fino alla nausea: sembravano sottratti al genio delle Miss Italia. Il ritratto appare insincero, i toni da fiaba rosa incontrano con ridicoli effetti il giallo. Un My Fair Lady con lezioni di dizione e portamento e sottotrama spionistica. Una regia retrò che qualcosina di buono fa. ½ 

Sunshine on Leith: Questa sconosciuta commedia musicale arriva dalla Scozia e parla attraverso i brani di una band, almeno per me, sconosciuta: i The Proclaimers. Il film potrebbe arrivare anche a chi il genere non lo digerisce. I protagonisti si mettono, divertiti e ironici, al centro di graziosi siparietti musicali e, per qualche minuto, parlano attraverso una canzone: del fatto che sono felici, perché sono sopravvissuti a una guerra; del fatto che sono giovani e vogliono sposarsi; del fatto che, dopo venticinque anni di vita vissuta insieme, si amano ancora, o forse no. Una commedia corale con generazioni a confronto, in una magica Edimburgo ravvivata da cori, armonie, balli che diventano flash mob in piazze colme di turisti curiosi. Tanta bella musica, tanta bella gente, una Scozia ospitale e coloratissima. Recuperatelo. Tanto fa bene al cuore. Vi sembrerà giorno anche di sera. Vi sembrerà estate anche in pieno inverno. ★★★ 

Insieme per forza: Adam Sandler a me sta simpatico. Almeno, mi stava simpatico. Un tempo. Quando, da bambino, guardavo Big Daddy, Mr Deeds e ridevo, con la famiglia in completo, su un divano logoro che abbiamo cambiato lo scorso Natale. Dopo il volgare Indovina perché ti odio e le sue grassissime risate, e gli idioti Un weekend da bamboccioni 1 e 2, torna con una nuova commedia per famiglie. Ancora, accanto alla collega Drew Barrymore – già con lui in The Wedding Singer (bellino, con una colonna sonora pazzesca!) e in 50 volte il primo bacio (non lo ricordo granchè). Squadra vincente non si cambia. Questa volta, anche insieme, i due non vincono. Sandler si autoplagia! Il film è la versione aggiornata di Mia moglie per finta. Un remake non dichiarato della pellicola del 2011. Qui non siamo alle Hawaii, ma in Africa. Gli adulti della storia non si piacciono, hanno figli bizzarri e originali a carico e, guardate un po', tra scenari mozzafiato vari, scopriranno di amarsi. Mentre il film precedente offriva belle cosette – la colonna sonora pazzesca dei Police, cameo illustri, battute brillanti – questo è minestra riscaldata. Carina la Barrymore, stanco e annoiato Sandler. E ci credo: fa sempre le stesse cose. Magari, il film, con un protagonista diverso da lui, pur nella sua banalità, sarebbe risultato un pelino più interessante. Invece scorre veloce, propone i soliti capitomboli, si chiude col finale buonista che tutti noi immaginiamo. Preferivo il Sandler “scaricatore di porto”, a questo punto. Note positive: i vispi bimbi del cast e un mitologico Terry Crews. ★★
 
Tutte contro lui: Il mio ragazzo è un bastardo con la crisi di mezz'età. Scontato, superfluo, ovvio. Tre donne per un solo uomo. Tre donne tradite, prima nemiche e poi amiche. Divertente, ma solo in quelle poche occasioni in cui risulta anche volgare. Kate Upton è bella ma non balla. A me, tipo, non piace. Okay che le arrivo alle tette. Sarà sul metro e ottanta... Cameron Diaz dovrebbe denunciare chi le ha ritoccato gli zigomi, perché sembra uno di quei cricetti grassocci quando ingoiano il cotone. Leslie Mann, nonostante le crisi isteriche varie e i pianti da psicolabile, è adorabile. E pure bella. Una delle poche cose decenti di questo filmettino inutile e tipicamente estivo. Bruttino e imperfetto anche il doppiaggio italiano. Ma, con un film simile, ci credo che non si sono impegnati più di tanto. Dirige svogliatamente il buon Cassavetes di The Notebook. Ah, sì. Ci sono anche la Minaj e il suo gigantesco lato B. Paolo Limiti dice che gli americani hanno copiato un suo libro. Paolo Limiti scrive libri?! ½

Anna – Mindscape: Thriller psicologico con un cast internazionale, ma diretto da uno spagnolo. Una storia fascinosa e accattivante, con un'ottima partenza ma che, nella parte finale, si scopre meno spietata del previsto. Un giallo introspettivo e ben fatto, sui ricordi, i giochi della mente, il legame profondo tra medico e paziente. A volte, i ruoli si invertono. Regole del transfert, regole di una protagonista candida e seducente con torbidi segreti di sangue nel passato. Lei è la Taissa Farmiga di AHS, padrona del gioco, consapevole, bella. La accompagna Mark Strong, nel ruolo di un detective alle prese coi propri demoni. Piuttosto originale, veloce, divertente, razionale. Non imperdibile, ma piacevolissimo. Anche se Jaume Collet Serra, dopo il riuscito Orphan, mi aveva lasciato sperare in qualcosa di più. Il suo nome, sulla copertina e tra quello dei produttori esecutivi. ★★½ 

Wolf Creek 2: Gli horror belli - ben scritti, ben recitati – esistono. Sono pochi, ma esistono. Eccone un esempio, dalla lontana Australia. Indubbiamente, nel suo genere, è il film più degno di nota in questo fiacco 2014. Il primo non lo ricordavo affatto. Voi l'avete visto? In caso, non fa nulla. Partite da questo. Una trama semplicissima, on the road, su turisti stranieri che incontrano un... cattivo Cicerone. Il cappello da cowboy, il look alla Crocodile Dundee. Mick Taylor è un cattivo come pochi. Iconico, simpaticissimo, spietato, con i giochi e gli indovinelli di Saw e i sorrisi maligni di Krueger. E' sfida senza limiti quella tra il volpone John Jaratt e il giovane Ryan Corr: bravissimi, veramente. Gli scenari mozzano il fiato, le uccisioni sono barbare e originali, il finale ti fa desiderare che horror così siano prodotti più spesso. Consigliatissimo. E non metterò mai piede in Australia. ★★★ 

Le origini del male: Su Facebook, qualche settimana fa, scrivevo questo. “Se non mi addormento prima della fine, vi dico com'è. Per ora la parola chiave è questa: piattume. Piatta la trama, piatto l'encefalogramma dei personaggi. Il prof porcellone, la ragazza anni '70 che copia Brigitte Bardot, un Sam Claflin ottimo... sempre che il suo intento fosse quello di risultare antipatico, insulso, banale. Dite che non era quello? Tra Haunting e The Experiment, l'inutile fiera del già visto. Salvo solo la Cooke, che mi ricorda la Christina Ricci degli esordi.” Non mi sono addormentato, ma il film era brutto assai. Senza redenzione. Ovviamente i nostri distributori non se lo sono lasciati sfuggire. Furbacchioni! Lo trovate al cinema dal 2 Luglio. Ma anche no. Insensato il titolo nostrano, figa la copertina del dvd, che potete vedere sulla sinistra. Sono una persona materiale. (Se il film è tratto da una storia vera, io sono Gesù)  

Tutta colpa del vulcano: I francesi, per sentito dire, saranno pure persone irritanti, ma le loro commedie romantiche sono carinissime, sempre. Anche quando sono come "Tutta colpa del vulcano": semplici, già viste, ovvie. Questa paradossale versione on the road di La guerra dei Roses, con tocchi di Mamma mia! e di We're the Millers, mi ha fatto fare non poche risate. Forte e contagioso l'affiatamento tra i protagonisti. Un sorriso malizioso e cattivello quello di lei, buono e simpatico Boon. Con lui, di recente, ho visto anche Supercondriaco - Ridere fa bene alla salute. Da evitare: lungo, pesante, noioso.



C'era una volta a New York - The Immigrant: Un melò coi fiocchi. Davvero. Una storia d'altri tempi, un intreccio da romanzo. Una città color seppia, suggestiva, inospitale, ricca di spunti, in cui perdizione e speranza s'incontrano. Joaquin Phoenix, come sempre, è garanzia di bravura senza fine. Una candidatura, non dico una vittoria, sarebbe quantomeno doverosa. Dopo il malinconico protagonista di Her, qui è un uomo arcigno, opportunista, severo, ma che in uno struggente monologo finale svela la sua anima vorticosa allo spettatore e a lei, l'immigrata del titolo originale. Parla poco, la barriera linguistica è insuperabile. Il suo desiderio: essere felice. Glielo rubano, lo svendono, lo mettono all'asta. Marion Cotillard... Cos'è Marion Cotillard? Riempie un film. Anche dei suoi tanti silenzi. Sta lì, zitta, in un panorama da film di Giuseppe Tornatore, come la Fantine dei Miserabili. Ecco perché la adoro. Comunicativa, assolutamente, anche a bocca chiusa. 

mercoledì 2 luglio 2014

Recensione: Resta anche domani, di Gayle Forman

Sometimes you make choices in life and sometimes choices make you.

Titolo: Resta anche domani
Autrice: Gayle Forman
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 246
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Non ti aspetteresti di sentire anche dopo. Eppure la musica continua a uscire dall'autoradio, attraverso le lamiere fumanti. E Mia continua a sentirla, mentre vede se stessa sul ciglio della strada e i genitori poco più in là, uccisi dall'impatto con il camion. Mia è in coma, ma la sua mente vede, soffre, ragiona e, soprattutto, ricorda. 
La passione per il violoncello e il sogno di diventare una grande musicista, l'ironia implacabile di Kim e la scazzottata che ha inaugurato la loro amicizia, l'amore di un ragazzo che sta per diventare una rockstar e la prima volta che, tra le sue mani, si è sentita vibrare come un delicato strumento. Ma ricorda anche quello che non troverà al suo risveglio: la tenerezza arruffata di suo padre, la grinta di sua madre, la vivacità del piccolo Teddy, l'emozione di vivere ogni giorno in una famiglia di ex batteristi punk e indomabili femministe. A tanta vita non si può rinunciare. Ma cosa rimane di lei, adesso, per cui valga la pena restare anche domani?
                                                      La recensione
Mi piaceva, un tempo, imbattermi in romanzi dai titoli che ti parlano. Quel tu generico diventavo io, il romanzo mio. In rima, in fretta. Mi piacevano, prima che diventassero moda e che case editrici di poco conto li mettessero in cima a copertine di romanzi di poco conto. Da evocativi e rari, sono finiti ovunque, con l'avvento lampo di new adult e altre catastrofi. Resta anche domani c'era da prima. Qualcosa come tre estati fa, quando la Chrysalide si chiamava Shout e questo blog non era ancora nei miei piani per il futuro, avevo notato l'esordio di Gayle Forman su Amazon. Mi ero dato alla pazza gioia, prima dell'entrata in vigore della famigerata legge Levi (che sembrava infernale, ma eccoci qui, che leggiamo lo stesso), ma nel mio carrello – chissà perché – allora non c'era entrato. Quell'estate avevo scoperto Proibito, di Tabitha Suzuma, e il resto mi era passato di mente: non ho ancora trovato young adult migliore. Con un simile coraggio, con un simile stomaco, con un simile cuore. Così grande. Ho ripensato a quella copertina azzurra e semplice solo di recente. Il fiore rosa rimaneva aggrappato ai rami sbilenchi: non volava via. Galeotto è stato il trailer del film, galeotta è stata la presenza di Chloe Grace Moretz. Quando ci sposeremo, potrei raccontare questo simpatico aneddoto agli invitati, che dite? Mi sono soffermato sulla storia in sé grazie alla curiosità che l'imminente trasposizione aveva suscitato: erano tornate le recensioni, ed era tornata l'estate. Se l'avessi letto in quel fatidico mese d'agosto, tre anni fa, forse l'avrei apprezzato di più. Sicuramente: niente forse. Questo non toglie o aggiunge niente di rilevante alla mia opinione complessiva, che è complessivamente positiva. Resta anche domani, nella sua semplicità illimitata, mi è piaciuto. “Scrivi come parli” non è mai stato il mio mantra, si sa, però per una volta – o ancora una volta? - la cosa non mi ha infastidito. Il merito è di una prosa immediata e musicale e di una narratrice dolce come poche, protagonista di un dramma poco originale, ma che a) non annoia, b) non rattrista. Svegliarsi e scoprire di non potersi svegliare davvero. Guardare la quotidianità, le macerie della catastrofe, il corpo inerte di una bambina che non ha più nessuno al mondo. Mia ha ricordi che la neve non ha sepolto. Era in macchina con la sua famiglia, poi un colpo di clacson, il nero dell'incoscienza, la radio che continuava a gracchiare. 
Non ha più famiglia, non ha più un'auto, non ha mani concrete con cui mettere a tacere il borbottio, cambiare stazione radiofonica, mettere su un cd di musica classica. Ha perso tutto, compreso quel suo corpo che vede dall'esterno, come raccontano i sopravvissuti al coma. Sembra facile. Tutto dipende dalla sua volontà, e sembra facile. Scegliere la vita. Invece, l'autrice pone al centro del romanzo una decisione sentita ed estrema. Il titolo originale la inquadra alla perfezione. If I Stay. Se resto. Il dubbio della protagonista è lecito: lasciarsi andare a quello che verrà, continuare a vivere. E per chi? E per cosa? La sua domanda, tra le pagine, suona meno retorica di quello che sembra. Mia è un'adolescente che colpisce per la sua maturità e per un ottimismo coinvolgente e assoluto. Non si concentra su quello che ha perduto, ma su quello che ha avuto. I capitoli, a volte brevissimi, regalano scene belle, spunti di riflessione, intensità rara. Divisi in due metà, parlano del prima e del dopo. Prima: due genitori punk, un fratellino che Mia ha visto nascere, un campo estivo di musicisti in una foresta piovosa, l'amicizia viscerale verso Kim, l'amore profondo verso Adam, il tentativo impegnativo di conciliare le due cose. Dopo: l'ospedale, i pianti e i discorsi dei parenti al suo capezzale, le lacrime di Amy che non può asciugare, la stretta di Adam che non può ricambiare. Resta anche domani è il romanzo per ragazzi più altruista che io abbia mai letto, nel suo piccolo. La protagonista, non conoscendo il tempo a sua disposizione, non sapendo interpretare i bip dei macchinari, non si piange addosso e ricorda i giorni in cui pensava di conoscerla, la felicità. Avvenimenti piccini, cose belle. E' un romanzo d'amore, ma non sull'amore che intendiamo noi. C'è la relazione con il rocker Adam, certo, ma quello è solo uno dei tipi d'amore che, in diciassette anni, Mia ha sperimentato. Toccano le rievocazioni delle serate in famiglia, le metamorfosi di un papà che ha riposto i pantaloni di pelle e le borchie in soffitta per i completi di tweed e quelle di una mamma un po' hippy che si è sposata senza pensarci troppo, l'importanza data all'amicizia, le voci ruvide dei nonni, i segreti intimi degli spartiti musicali. La protagonista era come il suo strumento. Un violoncello. Solitario, rigido, severo. Pecora nera in una famiglia di biondissimi punk, con i suoi capelli scuri e i suoi pezzi attempati, Mia imparava ad amalgamarsi. A spiccare, ad essere diversa. Il violoncello, se suonato a dovere, stava bene anche in un concerto rock, tutto schitarrate, applausi, urla bestiali. E lei stava bene così: stava bene lì. Amata da un aspirante rockstar che non aveva occhi che per lei, stretta al centro di un universo familiare improbabile, caotico, unico. Improbabili lo sono anche alcuni episodi del libro, irrealistici, ma che inseriti nel contesto fanno una gran bella figura. Perfetti momenti da film. Solo al cinema, ed evidentemente con la Forman, può essere allestito un concerto improvvistato in ospedale, ed esempio, per distrarre la arcigne infermiere del reparto di terapia intensiva. In Across the universe, d'altronde, All you need is love – suonata su un tetto - immobilizzava la polizia più di un'arma. Tra Se solo fosse vero e The Invisible, ma con un'interiorità che è appartiene solo a lui, Resta anche domani è cinematografico e costruito con gusto. Vita, morte. Nascita, dipartita. Luce, buio. Quello che ne viene fuori è... cristallino. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Sam Smith – Stay with me