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sabato 18 luglio 2015

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful II, Vicious II, Dr. Horrible's Sing-Along Blog

Penny Dreadful
Stagione II
Se ne stava ai margini del bosco di una favola dei Grimm, che mi tentava con le sue delizie. Irresistibili, le sue caramelle ingannatrici. Come quella Londra vittoriana, in cui pioveva notte e giorno e, in mezzo alle nebbie sul Tamigi, si muovevano creature spaventose e magnifiche. Nel lungo romanzo gotico con il marchio Showtime, potevi vedere – dalle vetrine di un elegante caffè, in una biblioteca proibita ai profani – i personaggi di Stoker interagire con quelli di Shelley o Wilde. Tutti corollario, però, del fiore Vanessa Ives: bellissima dama a lutto, corteggiata dal Male e minacciata dai suoi emissari. In sincerità, non sapevo se fossi rimasto più affascinato dai giochi delle trame o dagli occhi di quella Eva Green come non l'avevamo mai vista. Inspiegabilmente ignorata alla stagione dei premi – come le colleghe  Maslany e Rossum – su questo blog aveva guadagnato scettro e corona. Aspettavo lei – e le sue metà oscure - per una seconda stagione: ha avuto due episodi aggiuntivi, il nuovo Penny Dreadful, ma mi è sembrato che avesse una durata ridotta; che lasciasse di meno. Leggo che, altrove, ha convinto gli scettici e non posso che esserne contento: merito loro il rinnovo. Da parte mia, questa volta, l'accoglienza intipiedita di turno. Mi ha appassionato meno che in precedenza. Ethan Chandler aveva rivelato nel season finale la sua natura di licantropo; Sir Marcolm trova l'amore di una donna di mezza età con un brutto segreto; Victor Frankenstein – mentre la sua Creatura viene assunta in un museo delle cere – dà nuova vita alla sfortunata Brona, e se ne innamora; Dorian Gray, da Parigi, ha portato con sé un amante en travesti che potrebbe scoprire l'enigma della sua eterna giovinezza; Vanessa è spinta sempre di più verso il baratro da congreghe di aristocratiche streghe che l'hanno promessa a Lucifero. Non si può certo dire che gli sceneggiatori, artefici di alcuni dei dialoghi più precisi a cui abbia prestato di recente ascolto, siano rimasti con le mani in mano. Quel che manca, e che invece è elemento fondamentale in serie come Sense8, è la coesione: il serial conserva la sua natura quasi antologica, dando in un episodio risalto a una vicenda, in un altro episodio risalto ad un'altra. Una scelta accurata (e comunque poco saggia) o un montaggio che non ha la giusta fluidità? Penny Dreadful è una giostra che tocca il cielo quando c'è la Green in scena e la terra quando, escludendola del tutto da una puntata, ci si concentra sui comprimari. E si rischia, così, che la curiosità si eclissi. Colpa, in particolare, di un Josh Hartnett legnoso e di Reeve Carney, un Dorian imberbe che mi aveva reso dubbioso già in passato e che adesso, complice una scrittura che ha cura soltanto del poco che fa a letto, sembra ancora più acerbo. Una parola in più andrà spesa per una superba Billie Piper che, sboccata e coraggiosa, si ribella alle pretese del suo creatore. Tra le cose belle, e non si fa fatica a ricordarle, una pioggia di sangue durante una cena di gala, il valzer di Dorian e Lily crivellati dai proiettile, il bacio delicato dato al più assenanto dei mostri e la visione di una Green splendida, sorridente, di bianco vestita. (7)

Vicious 
Stagione II
Ho dovuto aspettare poco per trovarli dove li avevo lasciati. Sul divano, tra la porta d'ingresso, la cucina in cui sonnecchia il loro cane invisibile, le scale. Sono stato fortunato: in realtà, coloro che hanno scoperto questo Vicious nel 2013 hanno dovuto aspettare due anni, per ridere di altri sei episodi. Non sapevo fosse nemmeno ripartito, finché non mi sono trovato i faccioni di Stuart e Freddie – con uno sfondo blu alle spalle – su uno dei soliti siti di streaming: agli inizi di giugno, la strana coppia che – sul finire dell'anno vecchio – mi aveva regalato le risate più intelligenti e cattive, era tornata a far danni. Confermato il cast e quello scenario da sitcom tradizionale – che ha bisogno di un salotto e di grandi attori per funzionare: poco? - che questa volta si amplia un po', seguendo gli arzilli protagonisti all'esterno. Stuart e Freddie – gli scortesi innamorati che avevano fatto outing intorno ai settanta, gioia e tormento dei loro amici intimi – si iscrivono in palestra, vanno a scuola di ballo e, per un paio di episodi, prendono strade separate. Scoprono il fuori e la crisi del cinquantesimo anno. Ad aprire loro nuovi orizzonti e, come sempre, ad unirli, il fandom più caloroso che pensano di avere – dico pensano perché non hanno visto noi quando bene vogliamo a entrambi: il fratello Mason, la smemorata Penelope e, soprattutto, i personaggi interpretati da colei che fu la ragazza di Hagrid – un'irresistibile Frances de la Tour – e dal premuroso Iwan Rheon, che so essere cattivissimo (e bravissimo) in Games of Thrones. Mattatori, quel Derek Jacobi dalla carriera iniziata quando nessuno di noi, o dei nostri genitori, era al mondo e soprattutto Ian McEllen, che in comune con Rheon e la giunonica Frances ha tempi comici prodigiosi e la partecipazione memorabile a serie fantastiche. Qui sarà un altro anello la causa di un altro viaggio – nel passato della coppia, verso alternative che non soddisfano perché il cuore, e le battutacce sferzanti, hanno una casa sola. Le risate e gli sketch funzionali non si contano, in una produzione brevissima che ha tre cose che mi piacciono tanto: accento inglese, anziani più vitali di me, umorismo fulminante. Il difetto, lo stesso dell'anno scorso – o di due anni fa, okay. I soli centoventi minuti complessivi: ci vuole tanto per averli qualche giorno in più come ospiti? Così è iniziato e così è finito: un giorno mi trovo davanti il primo episodio, infatti, e un giorno l'ultimo. Ma perdoniamo volentieri la fretta, grazie ai nuovi inizi celebrati nell'ultimo episodio e alla scena conclusiva, che è tenera come non ci saremmo mai e poi mai aspettati da queste due carogne. (7,5)

Dr. Horrible's Sing-Along Blog
(mini)webserie
Come si passa da amorevole vicino di casa a genio del male? Come si diventa un supercattivo dei fumetti? Lunga la strada da fare. Ma qui, in quel Dr. Horrible's Sing-Along Blog che mio fratello mi propina da anni, le tappe salienti ci vengono riassunte in tre atti, per un totale di quaranta minuti. Mio secondo approccio, questo, dopo What Lives Inside, col mondo delle webseries. Continuerò forse a non capire il senso di questi esperimenti – perché prendere bravi attori, e in questo caso un autore culto, e realizzare prodotti così brevi? - ma questa volta è andata meglio. E, nonostante l'ottimo Daredevil targato Netflix, il cinecomic continuerò a non tollerarlo, ma Dr. Horrible – tascabile, visto dalla prospettiva dell'antagonista, intonato – è un ragionevole compromesso: si parla – e si canta – delle disavventure di un aspirante villain, innamorato della ragazza sbagliata e infastidito da un supereroe vanesio e fanfarone che vorrebbe salvare tutto e tutti, e soprattutto essere sommerso di attenzioni. Inevitabilmente, anche di quelle della Mary Jane di turno, conosciuta dal protagonista in lavanderia – come in una perfetta commedia indie – e vittima del fascino portentoso di Captain Hammer. Dottor Horrible – Billy, per gli amici – riuscirà mai a entrare nella squadra dei cattivi e a conquistare Penny? Come in Galavant, si prende un genere tutto azione e lo si personalizza a suon di canzoni e, orecchiabili e tutto, gli inserti da musical, qui, sono anche bellissimi. Non a caso questi quaranta minuti, per gli appassionati, sono un tormentone e si sono guadagnati, al tempo, un Emmy. Ma sarebbe meglio dire che Galavant è come Dr. Horrible's, uscito nel 2008, fortunatissimo e scritto e diretto da uno che non ha bisogno di pubblicità: Joss Whedon, geniale soprattutto – e non me ne volete – quando è lontano dagli Avangers. Simpatia, originalità e attori presi dal piccolo schermo,  così noti che verrebbe da chiedersi come mai le confessioni di questa pecora nera non siano state sviluppate in altro modo, magari a mo' di telefilm vero e proprio. Il protagonista, infatti, è un Neil Patrick Harris che già ci ha stupito altrove con la sua duttilità; il Nathan Fillion di Castle, piacione e intonato; la carinissima Felicia Day, che ricordo per un ruolo secondario in Supernatural. Come aiutante, inoltre, il genio del male ha Simon Helberg, che in The Big Bang Theory è quel tipo sospetto dai maglioncini a collo alto e dalle camicie a rombi: non mi piace il cinecomic, non mi piace Big Bang, quindi non mi prendo la briga di cercare il nome. Ma mi è piaciuto Dr. Horrible's Sing-Along Blog, che è una discreta figata, anche se il suo formato ridotto mi confonderà a vita. (7,5)

lunedì 24 novembre 2014

I ♥ Telefilm: Vicious, Manhattan Love Story, Happyland, Please Like Me II


Vicious 
Stagione I
Nel momento in cui ho smesso di ridermela come un idiota, ho deciso che avrei dovuto parlarvi nell'immediato di questo gioello strampalato di comedy: Vicious. Scoperto di recente grazie a un post del blog In central perk – che, come lascia intuire il nome, di telefilm e sit-com epiche se ne intende - non mi è chiaro come, avendo debuttato lo scorso anno, sia potuto sfuggire ai miei radar. I protagonisti, a questo punto, come solo loro sanno fare, mi offenderebbero a morte. E a pieno diritto, direi, nonostante sia permaloso in una maniera che non vi dico e nonostante, con alte probabilità, risponderei loro a tono. Io sono uno di quelli che non si tiene niente: naturalmente intollerante verso il prossimo. Partiamo da un difetto, l'unico che c'è: Vicious, con sette episodi di venticinque minuti ciascuno, è troppo breve. Avrei voluto averne in eterno. Detto questo, potrei proporvi una lista infinita di pregi che però vi risparmio. Dovete scoprirli da soli. Perché Vicious è imperdibile, quindi? E' inglese fino al midollo, ha come protagonisti due vecchietti più o meno adorabili, ha un umorismo feroce che si nutre di tè, cattiverie gratuite, lunghi anni d'amore. Tutte cose che mi piacciono moltissimo. E di che che parla? Ma di una coppia di anziani omosessuali che convivono da cinquanta anni – precisamente, quarantanove – e che nel loro salotto elegantissimo, tutto pizzi e cianfrusaglie, ospitano amici e vicini per darsela un po' di santa ragione, dalla mattina presto fino al sacro rituale del tè delle diciassette. Tirchi, sgarbati, iracondi, ma esilaranti se visti dall'esterno, fanno le cose che le vecchie coppie fanno: chiacchierare, raccontare storie e detestarsi, perlopiù. Uno, egocentrico e melodrammatico, è un attore sul viale del tramonto, anche se sulla via principale della fama, diciamolo, non ci è mai arrivato: troppo sperare nel grande boom se si è settantenni? L'altro, ancheggiante e pacato, insospettabile rubacuori, fa di lavoro il mantenuto: non ha mai faticato in vita sua e la sua principale occupazione è telefonare alla mamma. Una specie di mummia immortale che perfino Dio non vuole e che, bellamente, ignora la sessualità del figlio: sotto sotto, preme ancora per avere dei nipotini e per vederlo sposato. Con una donna, ovviamente. Un clamoroso outing per festeggiare le vicine nozze d'argento si può fare? Alla loro porta, in ogni episodio, una migliore amica grande, grossa e eccitata; una vecchietta smemorata e il suo solito accompagnatore; e soprattutto, il nuovo vicino di casa: un vetenne problematico, bello e al cento per cento etero che loro vorrebbero portare dall'altra sponda ed educare al culto dei superalcolici e della scortesia. Derek Jacobi – erede della generazione del grande Olivier – scherza e incanta; Frances de la Tour – ve la ricordate la giunonica fidanzata di Hagrid, in Harry Potter? - si prende in giro e ha voglie inconsuete per un'anziana signora di classe come lei; Iwan Rheon, spigliato e giovane, è il sosia segreto di Hugh Dancy. Ultimo, ma primissimo in lista, Ian McKellen: straordinari tempi comici, un'autoironia invidiabile, vigore ed eleganza connaturate. Teatrale, superbo, unico e cinico, Vicious è fatto di poco: scenari fissi, un cast e un budget ridottissimo, un intreccio semplice e attori in stato di grazia. Basta quest'ultima cosa, perché al resto si passa su, insieme a risate registrate che – per una volta – corrispondono inevitabilmente alle nostre. (8)

Manhattan Love Story
I (e unica) Stagione
Quattro episodi; una sit-com. Non si tratta della produzione più breve del mondo, ma di una preoce cancellazione dai palinsesti. Meritata? Io guardo un mare di roba, lo sapete, e alla domanda risponderei no. Manhattan Love Story è stato sospeso per tanti motivi, ma non perché fosse brutto. Cosa oggettiva. Commedia romantica ambientata nella città più bella del mondo, aveva venti minuti che volavano e le voci incensurate di due innamorati alle prese con le prime fasi del loro rapporto. Prime fasi che, ahimè, rimarranno per sempre prime fasi. Non si andrà oltre, non si saprà mai cosa sarà di quella coppia affiatatissima e scombinata che si odiava e si amava. Peccato, secondo me, perché nella sua semplicità questo piccolo prodotto funzionava. Mi divertiva, era la leggerezza concentrata in streaming. I punti forti: una malizia destinata a tutto, ma non alla volgarità; location affollate, metropolitane, spettacolari; e, soprattutto, due protagonisti belli, bravi e simpatici. Tanto. La frizzante Analeigh Tipton scoperta con Crazy Stupid Love, che bionda si scopre adorabile e bellissima, nonostante un viso comune e due gambe assurdamente lunghe. Jake McDorman, visto in Greek e Aquamarine: faccia da schiaffi, fare strafottente, un cuore d'oro tenuto ben nascosto. Equivoci, schermaglie, gelosie varie, prima che Cupido scocchi la sua freccia e l'attrazione fisica si scopra grande amore. Gli episodi girati, in totale, erano tredici: così dici Imdb. Spero che, anche in estate, come spesso accade, qualcuno ce li faccia vedere, anche a tempo perso. Ho visto serial più inutili destinati a vite più lunghe: le ingiustizie del piccolo schermo. (6,5)

Happyland
I stagione
C'erano tante nuove sitcom previste nei nuovi palinsesti. Tra queste - chi giustamente, chi meno - tante hanno avuto vita breve. Happyland fa eccezione. Ha solo otto episodi e ce li hanno fatti vedere tutti, ma proprio tutti, mentre qualcuno parla già di una seconda stagione. Che cosa bizzarra. Perché dando un'occhiata, come faccio sempre, ai pilot, non avrei dato ad Happyland due lire. Era scontato, era stupido, era inutile. Lo è anche adesso, al presente. Mentre, con ascolti discreti, continuava a essere mandato in onda, però, io ho continuato a vederlo, senza accorgermene. Con lo stesso misto di indifferenza e non curanza, sono arrivato pure alla puntata finale. Ma non so il perché. Boh. Happyland è parecchio bruttino. Non idiota e inguardabile come Pretty Little Liars, certo, ma bruttino ugualmente. Io, con il ricordo bello fresco della commedia indie Adventurland, pensavo a qualcosa di simile. MTV, dài, non firma mai pessime serie per ragazzi. Vedi la rivelazione Finding Carter, vedi un Faking It che continua a gonfie vele, vedi Diario di una nerd superstar che a me sta sulle balle, va be', ma si lascia guardare. Questo piccolo serial, invece, pensato per la leggerezza dell'estate e mandato in onda in autunno, nel mezzo di una concorrenza spietata, parla della turbolenta vita dei dipendenti di un parco di divertimenti. Gente che lì ci è nata e cresciuta. La protagonista cambia tre ragazzi in una manciata di episodi, ha una mamma che per vivere si veste da Principessa, un padre facoltoso scoperto all'improvviso e un aitante fratellastro con cui, inconsapevole, ha pomiciato. Poi ci sono la migliore amica acidella, il migliore amico segretamente innamorato di lei, la storiella d'amore, le feste e l'iscrizione all'università. Un concentrato di cose già viste, solo senza un briciolo di autoironia e colore. Non ha nulla che lo faccia spiccare. Che bisogno ce n'era? Sono perplesso, e non lo consiglio. A breve non ricorderò neanche di averlo visto, anche se non è stato mai mai un peso. (4,5)

Please Like Me
II Stagione
Please Like Me mi ha accompagnato inaspettatamente in autunno, in una casa nuova, in cui, con me, avevo però vecchie e care conoscenze. Non c'è stato uno stacco tra la prima e la seconda stagione di questo gioiellino colorato “made in Australia”. Finiti i pochi episodi che mi avevano fatto incontrare il simpatico Josh, la sua famiglia a soqquadro e i suoi folli coinquilini, avevo già a disposizione qualche puntata della nuova stagione. Una stagione più lunga, di dieci episodi complessivi, che eppure già è finita. Volata in fretta. E niente, Please Like Me non penso si smentisca. Manca qualcosina – il totale e travolgente effetto sorpresa degli esordi? - ma resta l'inedito, esilarante eppure sensato divertimento che era un tempo: l'anno prima, vale a dire, anche se io ho dovuto aspettare solo pochi giorni per finire una serie e attaccare direttamente con l'altra. Cosa è cambiato, nel frattempo, nella vita di quello strambo omino biondo che è l'anima della serie? Tutto e niente, al solito. La mamma è a farsi curare da analisti bravi, il padre vuole sposare la sua compagna bambina dagli occhi a mandorla, il suo migliore amico patisce gli scherzi della solitudine, lui torna ad innamorasi. Ancora e ancora. Abbandonate ufficialmente le donne dopo il colpo di fulmine con il bel Geoffrey, questa volta a ronzagli intorno sono quel bellimbusto del nuovo coinquilino, uno che fa conquiste su conquiste, e un fragile ragazzo pieno di manie, ansiolitici e turbe. Sarà troppo per uno che si è dichiarato su due piedi, da qualche mese, e che ha tutte le fortune e le sfortune di questo mondo? Fotografia bellissima, regia cristallina, dialoghi di una assurdità che contagia, un protagonista rivelazione – sì, perché Josh Thomas scrive e recita, risultando ottimo in entrambe le cose – a cui è impossibile non volere un po' di bene. Il finale di stagione, tenero ma con un pizzico di amaro sulla punta della lingua, ti lascia in attesa per una terza serie che, prima o poi, arriverà. Lo dice Wikipedia, e noi ci fidiamo. Quando Josh tornerà a fare torte e disastri culinari, dalla cucina si alzerà l'odore dei cupcake e le mongolfiere diventeranno scenario per fallimentari proposte di matrimonio, tutti saremo più contenti e fischietteremo, spensierati, quella sigla che ti entra in testa... Uh-uh-uh-Uh-uh, Yeah, I'll be fine. (7+)