venerdì 16 agosto 2013

Recensione a basso costo: La meccanica del cuore, di Mathias Malzieu

Ciao a tutti, amici. Come state, e come avete passato il vostro Ferragosto? Spero vi siate divertiti: io ho trascorso in spiaggia mattina e sera, aspettando – verso mezzanotte – i fuochi d'artificio che non hanno sparato. A causa del vento e delle nuvole, li hanno rimandati ad oggi. Personalmente, mi sono appena svegliato e subito ho pensato a postare la recensione dell'ultimo romanzo che ho letto: La meccanica del cuore. Fatemi sapere cosa ne pensate e ditemi se l'avete letto anche voi. Buona lettura e un abbraccio, M.
Uno, non toccare le lancette. Due, domina la rabbia. Tre, non innamorarti, mai e poi mai...
 
Titolo: La meccanica del cuore
Autore: Mathias Malzieu
Editore: Universale Economica Feltrinelli
Numero di pagine: 145
Prezzo: € 8,00
Sinossi: Nella notte più fredda del mondo possono verificarsi strani fenomeni. È il 1874 e in una vecchia casa in cima alla collina più alta di Edimburgo il piccolo Jack nasce con il cuore completamente ghiacciato. La bizzarra levatrice Madeleine, dai più considerata una strega, salverà il neonato applicando al suo cuore difettoso un orologio a cucù. La protesi è tanto ingegnosa quanto fragile e i sentimenti estremi potrebbero risultare fatali. Ma non si può vivere al riparo dalle emozioni e, il giorno del decimo compleanno di Jack, la voce ammaliante di una piccola cantante andalusa fa vibrare il suo cuore come non mai. L'impavido eroe, ormai innamorato, è disposto a tutto per lei. Non lo spaventa la fuga né la violenza, nemmeno un viaggio attraverso mezza Europa fino a Granada alla ricerca dell'incantevole creatura, in compagnia dell'estroso illusionista Georges Méliès. E finalmente, due figure delicate, fuori degli schemi, si incontrano di nuovo e si amano. L'amore è dolce scoperta, ma anche tormento e dolore, e Jack lo sperimenterà ben presto.
                                                    La recensione
"Da quando l'ho sentita cantare, avevo un sogno: ritrovarla. Ho attraversato mezza Europa per riuscirci. Mi hanno spaccato uova sulla testa e ho rischiato di farmi squartare da un esperto dell'amore con le defunte. Certo, sono una specie di handicappato del grande amore, e non è detto che il mio cuore di fortura possa resistere al terremoto emotivo che prova quando la vedo, ma di fatto batte per lei."
Era il 4 Aprile dell'anno scorso quando La meccanica del cuore arrivò in libreria, con la sua dolce storia, con la sua poesia, con una copertina semplicemente da mettere in cornice, per contemplare mattina e sera, notte e giorno, l'ultima meraviglia firmata da un geniale artista dal nome nobile e affascinante: Benjamin Lacombe. Un cielo bianco neve, i tetti grigi di casupole sbilenche che sporcano la perfezione lattea di nuvole impercettibili, un paio di ingranaggi di metallo a far muovere, come i romantici ballerini di un antico carillon, le sagome di due innamorati, apparentemente stretti in un abbraccio appena sciolto, ma, ad un'occhiata attenta, già lontanissimi. Lei ha i capelli del colore della notte più buia e fredda del mondo, la pelle di porcellana e la bocca rossa come una piccola, esotica Biancaneve. Piroetta nel vento, su una canzone spagnola che le sgorga da dentro, e il suo vestito corallo si schiude come un fiore d'inverno, mentre l'aria si diverte a giocare con la sua stoffa d'incanto. Alle sue spalle, un ragazzo triste, pallido, pazzo. Pazzo di lei. Ha un vestito troppo elegante e troppo largo e, negli occhi, l'amarezza di chi osserva un'amante andare via e una fiamma spegnersi. Una mano tesa verso la sua lei, l'altra portata al petto: sul cuore che non ha. Sono Jack e la sua ballerina andalusa un po' sbadata. E quella racconta da Mathias Malzieu, forse, è la loro storia. Forse... 
Lessi di loro per la prima volta sul risvolto di copertina di un volumetto targato Feltrinelli e decisamente troppo costoso per le mie scarse finanze. Dopo un lungo viaggio, insieme, erano arrivati in libreria proprio quel giorno. Era il mio diciottesimo compleanno, ma, dopo tutti gli euro spesi per una festa con gli amici di sempre e tutti i propositi di non comprare cose squisitamente al di fuori della mia portata, la mia scelta era ricaduta su altri libri; libri che, ora come ora, nemmeno ricordo. Allo stesso prezzo del romanzo di Malzieu, ne avevo comprati ben due. Una scelta saggia, da adulti: ciò che sarei stato io da quel giorno in poi, immaginavo. Alla fine, La meccanica del cuore era solo un romanzo per bambini troppo caro. Continuammo a corteggiargi in silenzio in libreria: lo prendevo tra le mani, lo soppesavo, fantasticavo sui malinconici ballerini in copertina, aspettavo nemmeno Dio sa cosa. All'inizio di agosto, poi, sono tornato a pensarci. Avevo visto il trailer del film di animazione sui cui tanto di era divagato, ed ero cotto a puntino. Il destino, per una volta, era dalla mia parte: il libro era in già in libreria ad aspettarmi, era appena uscito anche in edizione economica, era in sconto. Bingo! Il tempo di dare quei sei euro a un commesso tutto gentile e sorridente e già ero caduto tra le pagine. Ero per strada, camminando senza guardare dove mettevo i piedi, ma nel frattempo cadevo senza peso in quel racconto senza contorni netti. Bucavo quelle nuvole grevi presenti in Inghilterra in qualsiasi periodo dell'anno, planavo sui comignoli non lontani dalla mia amata Londra vittoriana, franavo sulla strana casa della strana Madeleine. Dal calore dell'estate ero passato al 16 Aprile del 1874, il giorno più freddo del mondo: i fiumi gelavano, gli uccelli cadevano al suolo come ghiaccioli, le fontane immobili sembravano lampadari in cristallo e, in una casa fuori mano, il piccolo Jack nasceva senza una mamma e senza un cuore. Il calore della misteriosa Madeleine aveva sopperito alla mancanza della prima; le sue mani miracolose avevano regalato non battiti, ma ticchetti, al secondo. Nel suo laboratorio, in un losco quartiere abitato da prostitute dall'animo gentile e da senzatetto con amori perduti in bottiglie vuote come le loro tasche logore, aveva cucito un orologio a cucù sul cuore gelato del bambino. Un meccanismo provvisorio, fragile, destinato a perdere i suoi vitali bulloni in caso di forti emozioni. In caso una donnina dal naso piccolo e dagli occhi grandi ed espressivi come quelli di un manga l'avesse fatto scoppiare di passione. 
Innamorarsi: vietato. Eppure nessun orologiaio, nessuna custode, avrebbe potuto manometterne i magici meccanismi ed evitarlo. L'amore è un rischio che tutti, in cerca di un dolce assenzio più caro dell'adrenalina, non vedono l'ora di correre. L'amore è cieco, ed altre frasi fatte simili... In realtà l'amore di Jack ci vede benissimo e, appena bambino, si innamora senza sapere nemmeno cosa significhi farlo. E' la piccola meraviglia che ha visto ballare e cantare in piazza a non vederci tanto bene: ha deciso che non le regalerà fiori, ma un mazzo di occhiali tutti storti. Ha deciso che la seguirà in capo al mondo, e oltre. A bordo di un monopattino supersonico, inseguito da un bullo che vuole tutto ciò che gli appartiene e aiutato da un inventore pazzo con la passione per una cosa sconosciuta chiamata cinema, passando per una Francia ancora senza Tour Eiffel e chiedendo consigli amorosi a un losco figuro inglese che si fa chiamare Jack Lo Squartatore, Jack scoprirà com'è pronunciare ad alta voce i loro nomi, insieme, e studierà le resistenze di quel suo cuore matto a forma di orologio che l'amore amaro potrebbe annientare, con un bacio negato o un addio. Strana cosa sono i sentimenti umani, strana cosa è questo La meccanica del cuore. Dopo un inizio fiabesco, un pianeta a parte da quello in cui mi aspettavo di atterrare. Inaspettato, ecco. L'ho visto come si fa con un cartone di Tim Burton – un cartone pieno di incursioni in un mondo di favole gotiche e nell'ignoto mondo dello steampunk – ma quello che ho provato a fine lettura non era la rilassatezza o il sospiro seguito a un bel lieto fine. 
L'amarezza mi aveva impastato le labbra, non sorridevo affatto. Malzieu ha scritto, infatti, una fiaba per adulti coriacei, con i nervi ben saldi e la matura consapevolezza che, ogni tanto, la bacchetta magica si può inceppare, il principe può fare cose stupidissime, la principessa può andare via con il pretendente sbagliato e che l'amore è una cosa idiota per persone intelligenti. E' vagamente triste, ma bello proprio per quel motivo. Molto francese, in questo, come L'eleganza del riccio e Le cose che non ho; come La vie en rose. In quelle 150 pagine, però, scorre anche sangue spagnolo: è sospettoso, possessivo, appassionato, dolcemente eccitante, caliente. Come la Miss Acacia di Jack, tutta flamenco e tacchi alti, maracas e nacchere, lunghe ciglia brune e seni pesanti. Simile a una musa di Modigliani: il collo allungato, i fianchi larghi, i capezzoli come ciliegie, gli occhi a mandorla, lo sguardo languido e senza colore. Era un grande pittore, Modigliani, e aveva capito tutto. Era lui ad avere detto: Non disegnerò i tuoi occhi, fino a quando non conoscerò la tua anima. Più sveglio e lucido di Jack, già sapeva che non l'avrebbe conosciuta mai, secondo me. Il funzionamento dei cuori delle donne è un mistero: non vanno neppure a benzina, anche se i prezzi del petrolio sono saliti alle stelle. Strane creature gli esseri umani. Cercano pericoli al di fuori di sé, quando il pericolo mortale più grande ce l'hanno proprio nel petto. Che batte, ticchetta, strepita. I protagonisti di questa storia fanno discorsi da grandi con ancora la voce dei bambini e – impacciati, infantili, su una giostra tutta curve di prime volte – filosofeggiano, a parole loro, della più grande delle serrature da scardinare. Si rispondono intonati come a Broadway, sono bizzarri e pittoreschi, piccoli, ma hanno il cipiglio stanco dei protagonisti del tragico Blue Valentine. Bambini con le rughe d'espressione. La penna dell'autore dà loro vita come fece il Creatore con Adamo ed Eva nel giardino dell'Eden. Dipinge per loro cieli di tempera e colori ad olio, li incastona in una meravigliosa e delicata poesia, li studia come pesci comunissi, ma dalle sfumature variopinte, finiti in una bolla di vetro. Un romanzo surreale, intimo, curioso. Se in positivo o in negativo, tocca al lettore deciderlo. Io non ho nemmeno lontanamente dubbi, anche se avrei preferito non sapere cosa la venuta dell'E vissero per sempre felice e contenti avrebbe riservato. Quando una bella favola finisce, e la realtà ha inizio. "Il mio cuore fugge dal suo involucro-prigione. Vola attraverso le arterie, si sistema dentro il cranio per diventare cervello. In ogni muscolo e fino alla punta delle dita, il cuore! E un sole feroce, dappertutto. Una malattia dai riflessi rossi. Non posso più fare a meno di lei."
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Matteo Becucci feat. Elisa Rossi – The Power of Love (Frankie Goes to Hollywood)

mercoledì 14 agosto 2013

Mr Ciak #15: Il grande Gatsby

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C'è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia. Così remiamo, barche controcorrente, risospinti senza sosta nel passato.


E' sempre un'arma a doppio taglio fare di un capolavoro della letteratura un film. Un'incognita, un rischio da correre. Ma, così come il nome di Joe Wright mi aveva reso fiducioso e sereno sulle sorti dell'ultima, sublime trasposizione dell'Anna Karenina di Tolstoj, anche l'avvicinamento di Luhrmann – regista che amo – al capolavoro di Fitzgerald – autore che ho imparato ad amare – non ha suscitato in me remore o turbamenti. Sapevo che sarebbe stato uno spettacolo per l'anima, e Il grande Gatsby lo è stato. Grande. Spettacolare. Sono tante le cose che il regista australiano e il personaggio più misterioso e romantico della letteratura di quegli anni ruggenti hanno in comune: amano le cose in grande, le feste, il lusso, i fuochi d'artificio, le passioni impossibili. Amano apparire e nascondere la loro preziosa interiorità sotto vestiti firmati e gioelli, ma l'oro e gli eccessi non servono a mascherare il vuoto che hanno dentro tutti i poveri ragazzi ricchi: sono belli dentro e fuori. Hanno una bella anima, solo difficilmente raggiungibile. Nascosta agli occhi di chi – superficiale – non sa guardare dentro il mondo che custodiscono all'interno. Sono simili, il libro e il film. Complementari, eppure – a primo impatto – completamente diversi. I dialoghi sono gli stessi, le frasi più belle e memorabili appaiono elegantemente sullo schermo in dissolvenza, le poche e dense pagine sono raccolte tutte in quasi due ore e trenta di grande cinema. 
Mentre il libro, tuttavia, mi era apparso tanto gelido e distaccato, cinico e ricco di disincanto, il film aggiunge alla malinconia e all'amarezza della denuncia sociale quel sentimento travolgente che – a causa di un narratore, nella maggior parte dei casi, estraneo alle vicende – nel romanzo era solo accennato. Cos'è Il grande Gatsby, se non una grande e tormentata storia d'amore? Ah, l'amore... pane quotidiano per il regista. Prima la leggenda senza tempo di Romeo e Giulietta, resa con una grazia e un'inventiva senza pari; poi quell'esplosione di cuori e musica che era il magnifico Moulin Rouge – mi stancherò mai di rivederlo?; infine la coppia Hugh Jackman e Nicole Kidman in Australia, omaggio a Via col vento. Amori tutti disastrosi, tragici, magnifici. Amori che costituiscono costante e originale materia d'ispirazione per parlare di quello tra Daisy e Gatsby: altrettanto memorabile, se non di più. Più triste, anche. A raccontarlo è Nick Carraway, interpretato da Tobey “Spiderman” Maguire: sebbene abbia un volto che non sempre riesce a bucare lo schermo e a catturare l'attenzione, lui porta egregiamente a termine il suo compito e, scrivendo la sua storia dopo il dolore di una perdita atroce, fa sì che il vissuto di Fitzgerald e le sue dipendenze coincidano con quelle del personaggio nato dalla sua penna illustre. Nick è l'alterego di Fitzgerald: un acuto osservatore, un buon amico, un grande scrittore, un ragazzo di trent'anni che continua ancora a sognare, benché percorra un viale costellata da sogni infranti. La sua storia ha l'armonia di un musical
Mentre i pezzi della colonna sonora accompagnavano le scene, cantavo tra me e me Lana e Florence. I personaggi si muovevano seguendo il tram tram della New York luccicante introdotta da Bejoncè, Jay-Z, Emili Sandè, e caratterizzato da cieli scuri trapunti di stelle, macchine spaziose come yatch, trombettisti che suonano pezzi di charleston e R&B. I protagonisti sembravano ripercorrere i passi dei Christian e Satine di Moulin Rouge, pellicola che tanto deve al melodramma italiano, alla Signora delle camelie e, celetamente, anche a Gatsby. L'appartamento in cui Nick fa da terzo incomodo al marito di sua cugina (Joel Edgerton) e alla sua focosa amante (Isla Fisher) ha pareti rosse e divani di velluto, proprio come gli interni del monumentale elefante del Moulin Rouge. L'entrata in scena degli strani e licenziosi invitati a quell'happy hour particolare ricorda quella di Toulouse e degli altri membri della sua squattrinata banda di artisti. L'esperienza di Christian, nella Parigi di fine '800, coincide con quella del brillante e taciturno Nick. La collana di perle che Tom regala a Daisy per il loro matrimonio senza amore ha tanto di quella che il Duca strinse al collo della splendida Nicole Kidman, mentre Ewan McGregor – roso dalla gelosia – cantava la struggente Roxanne. Tra i pezzi di una straordinaria e sorprendente colonna sonora, spicca tra tutti la Young and Beautiful di Lana Del Rey: perfetta, poetica, da Oscar. Proposta con vari arrangiamenti, romantica e triste, accompagna le scene più belle. Non potrò più ascoltarla senza immaginare Daisy piroettare al centro del salone di Gatsby, non potrò più ascoltarla allo stesso modo. Ad interpretare un grande personaggio, un sempre grande Leonardo Di Caprio: affascinante, complesso, verissimo. Le sue mani tese verso quella luce verde speranza al di là del molo, il suo camminare al centro della pista da ballo come una ciliegina al centro di una torta gigantesca, il suo tormentarsi le mani durante il primo incontro con la sua amata. Primo incontro emozionante e bellissimo, pieno di fiori esotici e della paura di rimanere da soli – loro che, senza un pubblico di falsi amici, non sanno stare. Un uomo buono, leale, generoso, non abituato a ricevere favori disinteressati. Mai.
Un uomo in cerca di un amico. L'angelica Carey Mulligan, invece, è l'incostante Daisy: uno dei personaggi femminili più odiosi della storia della letteratura, probabilmente. Nonostante, aggraziata e leggera, ricalchi perfettamente i passi della coprotagonista del romanzo, Carey apporta solo cose buone al personaggio di quella donna tristemente realistica. E' bella, è dolcissima, è di vetro. Una storia bellissima e un Luhrmann completamente geniale, con le sue canzoni sempre all'avanguardia, con i suoi meravigliosi effetti speciali da kolossal hollywoodiano, con le fontane di champagne e i saloni pieni di invitati gaudenti, le tende bianche che svolazzano come fate, un angelo insanguinato che – volando sulle lamiera di una macchina gialla, sotto gli occhi di un Dio con gli occhiali che tutto sa – si schianta sul suolo di un finale tragico. Non riesco a smettere di pensare a questo film e, probabilmente, non passerà molto prima che decida di rivederlo nuovamente: Baz è così, ormai lo conosco bene. Ha toccato corde che il romanzo non ha raggiunto e, anche se più romantico e chiassoso, non snatura il capolavoro di Fitzgerald. Perché anche questo, a modo suo, è un capolavoro. Una festa di carnevale non-stop, ma con gli attimi di nostalgia di quelle di Capodanno: quando un altro anno passa, altri bei propositi muoiono e la voglia di piangere a dirotto è frenata soltanto dal bisogno di apparire felice agli invitati brilli e semplicemente incuranti del resto. Di apparire felice. Apparire... 

martedì 13 agosto 2013

Recensione a basso costo: Sogni di sangue, di Lorenza Ghinelli

Ciao a tutti, e ben ritrovati. Come state? Come avete passato il vostro weekend? Io, dopo il più soft The Vincent Brothers, mi sono dedicato a un racconto, acquistato in libreria a soli novantanove centesimi: Sogni di sangue. Un racconto firmato non da un signor nessuno, ma da un'autrice finalista – e meritatamente – al premio Strega: Lorenza Ghinelli. Ve lo consiglio vivamente. Un euro speso nel migliore dei modi, credetemi. A presto e buone letture, M.
Enoch ha paura dell'ora in cui la mamma lo manda a dormire: la paura di sognare. Sogni di sangue che al risveglio non si lasciano scordare, sogni che macchiano l'anima. 
 
Titolo: Sogni di sangue
Autrice: Lorenza Ghinelli
Editore: Newton Compton “Live”
Numero di pagine: 125
Prezzo: € 0,99
Sinossi: Enoch ha tredici anni ed è costretto a portare dei tutori di metallo che lo rendono facile bersaglio delle prepotenze dei suoi coetanei. Eppure, quando si addormenta, diventa più letale di una legione di demoni. Cosa accade mentre dorme? C'è forse un legame tra i sogni di Enoch, la sparizione del suo peggiore aguzzino e il ritrovamento di uno strano ciondolo risalente all'antico Egitto? Chissà se Dorotea, la madre di Enoch, donna algida e imperturbabile, con una passione viscerale e morbosa per le scienze occulte, conosce il suo segreto. Persino la loro casa nasconde un mistero, mentre tanti altri brulicano e strisciano lungo le fogne della città...
                           La recensione
Odore, odore, odore. Fame. Tanta, tantissima. Gioia pura, istintiva, bestiale. E' l'odore che conduce, è la fame, è la gioia. Occhi rettili in corpo rettile, è il rettile cervello che comanda. E' tutto micidiale, semplice, come scivolare sulla pancia, come zampettare, come sibilare.” Una volta, per inscenare storie da incubo, servivano magioni in rovina, chiese sconsacrate, fatiscenti ville in stile Tudor d'oltreoceano. Adesso, la nostra Italia di periferia – un brutto posto in cui essere bambini – offre il peggiore e il migliore degli scenari possibili: fabbriche vuote, senza più operai, ormai finiti in cassa integrazione a tempo indeterminato; fogne sporche che vomitano topi e blatte; case popolari dall'intonaco scorticato, sulla linea dell'orizzonte; acque inquinate, tanfo di smog, tunnel d'acciaio da cui non si vede neppure un anello di luce incontaminata. Un incubo artificiale. Il cemento armato è caduto giù dal cielo, insieme a gocce acide che hanno seminato germogli di aridità per tutto l'anno. Ha ricoperto tutto, tutti. Casermoni dall'anima di ferro e dalle pareti antracite; persone dall'anima di ferro ossidato e dalle pareti del cuore color tristezza. Un'Italietta grigia e provinciale, narcotizzata da smog, TV e noia, e l'infanzia chiusa in un cassettone, insieme ai calzini e ai cocci di sogni segreti che non abbiamo il coraggio di confessare ad anima viva – perché ci renderebbero deboli, nudi... femminucce – ma che, al buio, quando un pigiama sporco di dentifricio sul davanti sostituisce un'armatura da finto bullo, incolliamo con sudore, sputo e colla da quattro soldi. Su questi piccoli orrori del quotidiano si concentra lo sguardo sensibile e attento di una giovane e promettente autrice italiana. Lorenza Ghinelli, una fuoriclasse. L'avevo capito dalle prime righe del suo primo romanzo. Anche se aveva il sapore poco corposo della frutta raccolta troppo presto, anche se quella storia di bambini infelici, vecchi misteriosi e disegni profetici non mi era piaciuta poi tanto. Per me, Il divoratore era un racconto diluito in acqua abbondante: un'idea semplicissima, con gli occhi puntati sulla tradizione, che era stata smembrata e rimescolata per dar vita a un insoddisfacente troppo. Lo stile così curioso e tagliente dell'autrice, benché innegabilmente ottimo, mi era parso artificioso, eccessivamente incrostato, rivestito da una mano pesante di barocca e palesata ostentazione. Ogni pagina gridava la bravura di lei, non l'evolversi della storia in sé. Storia che ho dimenticato, ma stile che – intatto e più maturo ancora – ho trovato in questo Sogni di sangue: un racconto. E, nonostante la mia avversione per i racconti non sia cosa nuova, il suo mi ha affascinato come non mi era mai accaduto prima. Conquistato completamente. E' breve, ma completo e appagante. Lorenza si ritaglia uno spazio vitale in quelle 120 pagine e la sua prosa mi è apparsa più concentrata, intensa e forte – come un buon caffè ristretto: senza parole di troppo, senza fiato sprecato quando non ce n'era bisogno alcuno, senza attimi preziosi disseminati in pagine e pagine in eccesso, senza dolcificante aggiunto per alterarne il sapore amaro e deciso. 
La sua scrittura crea i punti di sutura che, a zigzag, rimarginano una brutta sbucciatura sulle ginocchia. La sua scrittura, in verità, è quella sbucciatura che zampilla sangue nero; quel taglio da cui si riversano sogni mortali, bulli e mamme con oscuri segreti. Francesca, Alex e Gino – tredici anni – fumano erba lontani da ogni indiscreti, masticano Mentos per mandare via l'odore di fumo vecchio dalle loro bocche, cacciano tesori e ragazzini indifesi nei loro pomeriggi di libertà. Bambini cattivi e crudeli, come lo sono tutti quelli della loro età, quando deridono un compagno in difficoltà, quando chiamano quattr'occhi il ragazzo occhialuto di turno, quando spintonano e picchiano chi ha gambe meno salde e forti. Enoch è il loro bersaglio preferito. All'inizio del libro, zoppica verso casa sua e verso la sua personale vendetta, con un occhio pesto e i capelli insozzati di fango. Lo chiamano Wall-E, per i tutori d'acciaio che, come morse, gli imprigionano gli arti inferiori. Come Wall-E vaga tra discariche e strade vuote colme di rifiuti, auspicandosi il ritorno all'umanità in un mondo di mostri innocenti. Quando dorme, sogna di essere più forte e veloce. Di avere occhi da rettile e zanne come rasoi per punire i suoi crudeli carnefici. Di strisciare nel sangue e nella sporcizia, come il coccodrillo inciso sul misterioso medaglione egizio che ha ritrovato in un luogo dominato dall'abbandono. L'amico ideale del Tony Tormenta di Rosanna Rubino. Dorotea, sua madre e carceriera, è una donna che emana gelo e severità: il volto tirato, espressioni di cera, una vestaglia di raso stretta in vita, una passione segreta custodita in una stanza segreta: a metà tra l'algida Nicole Kidman di Stoker e l'inclemente Julianne Moore che, prossimamente, vedremo in Carrie. Tra Hemlock Grove, It e Acciaio, Sogni di sangue è un racconto che, spaziando dall'attualità alla mitologia, ha vita propria e che, distinto ed esemplare, cattura ogni attenzione. Non è una storia per riempire semplicemente il tempo. Senza che tu te ne accorga nemmeno, te lo ruba, il tempo. Una storia di Stephen King raccontata, prima di andare a dormire, a un bambino infelice e coraggioso di Susanna Tamaro. Da finire di leggere allo scoccare della mezzanotte, nel silenzio di una casa addormentata.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: David Bowie – Space Oddity 

domenica 11 agosto 2013

Recensione: The Vincent Brothers, di Abbi Glines

Buona domenica a tutti, in compagnia di queste quattro risate. Smaltita un'altra serie! ;)
Adesso capisco come ci si sente a essere innamorati di quell'amore che ti consuma.

Titolo: The Vincent Brothers
Autrice: Abbi Glines
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 272
Prezzo: € 14,90
Sinossi: Sawyer ha il cuore a pezzi. La sua ragazza, Ashton, con cui è stato per tre anni, si è messa con il suo migliore amico Beau. In più è venuto alla luce un indicibile segreto familiare sconvolgendo gli equilibri. E a complicare le cose, arriva in città Lana, la cugina di Ashton. Lei avrebbe desiderato avere non solo gli ottimi voti della cugina, il suo corpo perfetto, la sua popolarità... ma anche il suo ragazzo. Da sempre innamorata di Sawyer, la ragazza acqua e sapone di un tempo è ora sempre più audace e provocante. E bella da lasciare senza respiro. Sawyer cerca la sua compagnia per far ingelosire Ashton, ma grazie a questo gioco stuzzicante scopre in Lana un'esplosiva sensualità e un'inaspettata sintonia... Riuscirà lei a far dimenticare al ragazzo perfetto la sua prima fiamma? E Ashton e Beau potranno finalmente costruire una vita insieme? L'estate prima dell'inizio del college è destinata a diventare la più emozionante e calda stagione della loro vita.
                                                    La recensione
Se il primo l'avevo letto per esperimento, per questo – lo ammetto - non ho scusanti che reggano: avevo bisogno di qualcosa di leggero, dopo due letture emotivamente cariche e disturbanti, e ritornare nell'assolata e frizzante America del sud di Abbi Glines mi sembrava l'unica soluzione possibile. Una piccola e banale via di fuga dalla malinconia, dalla noia e dagli acquazzoni incostanti dei giorni scorsi. Ho trovato proprio quello che cercavo, in The Vincent Brothers: un libricino semplice, veloce, innocuo e alquanto inutile – vero -, ma che male non fa. Nemmeno un po'. Un romanzo per l'estate, che parla degli amori che non ho e dell'estate esatta che sto vivendo ora: quella delle scelte, quella di transizione tra l'adolescenza e la vita da adulti, quella che porterà i bambini di mamma e papà finalmente via, all'università. Verso l'ignoto, allettante e spaventoso avvenire. The Vincent Boys, per il linguaggio fin troppo colorito e per l'assurdità dei comportamenti della più assurde delle protagoniste, aveva fatto parlare tanto di sé e risvegliato il cinismo addormentato di tutti i lettori italiani. Faceva fare grasse e involontarie risate e scrivere recensioni esilaranti e sopra le righe, anche se renderlo divertente non era propriamente nelle intenzioni dell'autrice, immagino. Era un new adult alla moda, il suo, non un libro di barzellette sporche, no? Il primo volume della sua duologia era una normalissima e già sentita storia d'amore e di corna, solo più trash. Ecco. Una protagonista ingenua come la sua fata madrina in incognito, Santa Sasha Grey... sempre sia lodata!, che, dopo diciotto anni di mal di testa simulati e due di picche a non finire dati al suo castissimo ragazzo, aveva deciso di perdere la verginità con il ragazzo perfetto e nel giorno perfetto: il cugino del suo futuro e incazzatissimo ex e la sera stessa del funerale della sua compianta nonnina. Accanto a lei, un protagonista galante e delicato quanto un porno-Shrek-delle paludi che, immolandosi per la sua patria America, aveva riempito il vuoto della triste Ashton con il suo GRANDE... amore. Il suo grande amore, ragazzi. La figlia di un rigido pastore protestante, così, era stata ribatezzata con un nuovo nome d'arte per la sua nuova, stimolante vita da Miss Vincent: Graziella. Sì, perché come avveniva con quelle graziose biciclette di una volta, con il cestino per la spesa e i fiocchetti svolazzanti ai manubri, anche su di lei tutti, ma proprio tutti, si volevano fare un giro di prova. 
Maggiore attrazione di un rodeo frequentato da ragazze in shorts attillati, ragazzi sempre sull'attenti, temperature sempre altissime, scelte sempre sbagliatissime. Il secondo romanzo, che comincia sei mesi dopo gli avvenimenti del primo, perde le due voci che avevano caratterizzato il precedente capitolo e presenta ai lettori due nuovi protagonisti, che in realtà sono due vecchie e note conoscenze: Sawyer (il famoso cervo a primavera della canzone di Cocciante) e Lana “Banana” (sono un piccolo Lord inglese, quindi mi evito la rima oscena: scegliete voi un soprannone a fantasia!). Lui, il fidanzato tradito. Lei, la cugina bruttina, ma mica tanto. Entrambi in cerca di una svolta, entrambi in cerca di una storia importante. Entrambi intenzionati a seguire le orme – che conducono al letto, o al romantico cassone di un rugginoso pick up: questo è amore! - dei loro più infoiati predecessori. Sono meno eccitati ed eccitanti di Ashton e Beau, ma un maggiore approfondimento dei loro personaggi avrebbe potuto far venire fuori qualcosa di coinvolgente e interessante. Qualcosa di più vero. Sawyer, a lungo andare, invece, risulta simile a Beau: il sangue non mente. Un uomo di Neandertal con ottime referenze e con il college dei suoi sogni tra i progetti per il futuro, ma sempre un uomo di Neandertal. Un principe azzurro – con una polo Lacoste, la divisa da football e le corna imponenti di un Bambi cresciuto, nonostante la morte di mamma cervo che traumatizzò lui e intere generazioni – che segna il suo territorio con baci umidi e tastatine roventi, fa grandi dichiarazioni d'amore e grandi gesti di gelosia e si prende la sua vendetta nei confronti di quello stronzo di Cupido con testate e pugni: perché un macho “adda' puzzà”. Interessante, invece, il personaggio di Lana, che, al contrario della Del Rey, non fa dell'allegra e ottimista Born to die – la suggerirei come ninna nanna per i più piccini... o come colonna sonora per le estreme unzioni - il suo motto. 
Al contrario di quella lagna umana di sua cugina, fa subito simpatia e, nelle sue insicurezze, c'è molto del mondo del diciottenne medio. Protagonista del romanzo e di una metamorfosi radicale, che da bruco, la vuole farfalla svolazzante di fiore in fiore (o di cetriolo in cetriolo!), Lana, come la maggior parte delle protagoniste dei romanzi del genere, è forse la morte di un secolo di femminismo, se le si vuol dare tutta quest'importanza, ma fa una naturale tenerezza e un sorriso immediato scatta nel momento in cui la si vede migliorare nell'aspetto per far colpo sul ragazzo per cui ha una cotta da sempre. Via gli occhiali, via i vestiti da Monaca da Monza, via la coda di cavallo. Cambiamenti che tutti abbiamo fatto o faremo, non nascondiamolo, per piacere a qualcuno: l'adolescenza è così, sentirsi costantemente fuori posto. Cercare una persona che ci faccia sentire belli quando noi ci sentiamo un disastro totale; fingere di essere speciali per un qualcuno che non ci considera, difficile ammetterlo, mai abbastanza. Lo stile è fresco come l'aria di marzo e i capitoli, tra ripicche e corteggiamenti, facendo tappa anche per qualche temperata scena hot, scorrono tutti via in un solo giorno. Il linguaggio, benché non sia sempre elegantissimo, è da scaricatore da porto ancora imberbe e la traduzione, complessivamente, é migliore di quella del primo. Rassegnatevi: l'ommerda puttanavacca – paragonabile all'emozionante e dolce aforisma “Io non faccio l'amore; io fotto senza pietà” dell'egregio Signor Cinquanta Sfumature – non lo troverete più. Vengono meno quelle inimitabili forme di pecoreccia e casereccia poesia, come vengono meno le scene di sesso che avevano fatto vincere al libro della Glines l'ambitissimo bollino di Banane di Romanzo più 'ottt dell'anno.  
E, pur guadagnandoci un linguaggio molto meno scurrile, questo secondo capitolo perde anche un po' del suo misterioso perché durante il tragitto. Non ha nulla di cui far (s)parlare, non ha nulla con cui alimentare, nella blogsfera, post lunghi, noiosi e buonisti come i sermoni domenicali di una comunità Amish. Non ha nulla che faccia capire la differenza, che personalmente continuo involontariamente ad ignorare, tra young e new adult. Fatto sta che intrattiene piacevolmente – cosa non da poco – anche con una storia semplicissima di cui già immaginiamo il roseo e fiabesco happy ending. The Vincent Brothers non è un romanzo vietato ai minori: è sexy, precoce, adolescenziale, estivo. Per il personaggio di Lana, principalmente, ma anche per una leggera crescita nello stile e nelle tematiche, il secondo volume della serie è più carino del primo – leggibilissimo -, ma, venendo meno l'erotismo del primo, ho perso di vista, sinceramente, anche il senso del tutto. The Vincent Boys, magari con un malefico ghigno, tra un mese o un anno, lo ricorderò per le sue epiche cadute di stile e per i personaggi immaturi che giocavano a fare cose da persone, si ci augura sempre, mature. Quando i ragazzi del titolo, tuttavia, diventano fratelli, Ashton appende il suo innocente perizoma commestibile sotto una foresta di fiori d'arancio e l'importanza della prima volta viene fortunatamente compresa da due narratori leggermente più profondi, viene fuori una storia più pulita, ma che farà meno discutere e si farà anche meno ricordare. Viene sfilata dal mazzo la carta di una volgare, infelice e fragile forma di memorabilità e resta, a conti fatti, una lettura piacevole e fugace come tante. E un po', sotto sotto, ho apprezzato l'onestà della scelta.
Il mio voto: ★★★ -
Il mio consiglio musicale: Robin Thicke – Blurred Lines Feat. T.I, Pharrell

sabato 10 agosto 2013

Coming This Fall #2

La scorsa puntata della rubrica Coming This Fall era decisamente molto vaga. C'era la sinossi ufficiale di ogni romanzo, vero, ma la copertina era quella originale e le date d'uscita erano piuttosto sommarie. Purtroppo per voi – e per me! - la puntata di oggi sarà molto, molto più precisa. E' arrivato il momento tanto atteso e tanto temuto: come ogni anno, sul finire dell'estate, prima di andare in ferie, le maggiori case editrice ci sganciano una manciata di bombe esplosive. Ci rivelano le prossime uscite. Sbaviamo tutti insieme, dunque, dietro l'ultimo capolavoro di Maggie Stiefvater (Raven Boys), dietro due urban fantasy angelici tutti italiani (Angelize e il sequel di Dark Heaven), dietro gli horror sopra le righe firmati da Tito Faraci (Death Metal) e Paul Dale (Il libro segreto del signore oscuro)... E come dimenticare, poi, In fuga – primo volume di una nuova saga che attinge alla mitologia antica – e il thriller dalle venature romantiche Non lasciarmi mai? Arghhh... * Va a guardare Ocean's Eleven e I maghi del crimine per mettere su un colpo in banca. A.A.A Complici cercasi! *

Titolo: Raven Boys
Autrice: Maggie Stiefvater
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 460
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: Settembre 2013
Sinossi: “Le donne di casa le esaminavano di continuo il palmo, le facevano le carte; disegnavano rune, interpretavano sogni, interrogavano le foglie di tè e facevano sedute spiritiche. E tutte giungevano alla medesima conclusione, così bruta e inspiegabilmente specifica.” Nata in una famiglia di chiaroveggenti, Blue Sargent, sedici anni, fin da piccola sa che con un bacio ucciderà il suo vero amore. Ora però a quanto pare il momento è prossimo: prova ne è la visione che Blue ha nella notte della vigilia di San Marco, quando gli spiriti dei futuri morti di Henrietta, una cittadina della Virginia, si mostrano alle veggenti Sargent: Blue vede lo spettro di Gansey e apprende che è proprio lui il suo vero amore, e quindi la persona che ucciderà. Fatalità vuole che Gansey di lì a poco si presenti alla porta delle Sargent per un consulto magico: da anni è sulle tracce di Glendower, mitico re gallese la cui salma è stata trafugata oltreoceano secoli prima e sepolta lungo la linea temporale che attraversa Henrietta. Blue decide di aiutare Gansey, e si ritrova coinvolta nella ricerca di questa sorta di Graal insieme agli altri Raven Boys, i problematici studenti della scuola che Gansey frequenta. Ma questo è solo l’inizio dell’avventura.

Titolo: Non lasciarmi mai
Autrice: Emily Hainsworth
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 340
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: Settembre 2013
Sinossi: Per Cam, Viv non era solo la ragazza dei sogni: era l’àncora a cui aggrapparsi per superare la tempesta che ha travolto la sua vita. Ora che è morta, uccisa in un incidente di cui lui si sente responsabile, Cam si trascina tra le giornate, incapace di ricominciare. Una notte, sul luogo dell’incidente, Cam vede una strana luce, e quando la attraversa si ritrova in un mondo in cui a morire non è stata Viv, ma lui. Per Cam è una meravigliosa seconda occasione: avvicina Viv, e i due iniziano a frequentarsi a cavallo tra i mondi. Ma in questo strano universo parallelo Cam comincia a vedere Viv con occhi nuovi e a capire che la ragazza ha sempre nascosto bugie e terribili segreti...

Titolo: Angelize
Autrice: Aislinn
Editore: Fabbri Editori
Numero di pagine: 350
Prezzo: € 16,00
Data di pubblicazione: Settembre 2013
Sinossi: Essere un angelo è noioso. Non provi emozioni, non puoi toccare, mangiare, amare. Per questo, molti di loro cominciano a desiderare la vita terrena, provare quello che non hanno mai sperimentato nell’eternità. Per liberarsi della condizione eterea hanno però solo un mezzo: uccidere un essere umano e prenderne il posto, mentre il malcapitato prenderà il loro. Haniel e Rafael hanno subito questo destino: uccisi e diventati angeli, sono ritornati sulla Terra senza uccidere, attraverso l’intercessione di una Dea, da sempre nemica della stirpe alata. Ma il prezzo che hanno dovuto pagare è stato comunque alto. Il corpo che ora “indossano” non è più il loro – a Haniel è toccato quello di una donna – e la loro esistenza è considerata un abominio da parte degli angeli “puri”, quelli che non hanno subito la tentazione della carne, che danno loro la caccia per distruggerli. Un urban fantasy originalissimo, che ribalta qualsiasi cliché sulle schiere celesti.

Titolo: Dark Heaven – L'abbraccio dell'angelo
Autrice: Bianca Leoni Capello
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 280
Prezzo: 16,90
Data di pubblicazione: 17 Settembre 2013
Sinossi: Dopo essersi rincorsi per molti secoli e per molte vite, Virginia e Damien si sono finalmente ritrovati. Ora però lui è un angelo caduto e, in quanto tale, l’amore gli è negato. Per ottenere il perdono delle più alte sfere celesti e vivere accanto alla ragazza che ama, Damien è costretto ad affrontare una prova difficilissima: resistere a una tentazione squisitamente umana. Ma, nel lungo cammino verso la felicità, gli ostacoli sono sempre in agguato. Le forze del Male infatti minacciano tutto ciò che Damien e Virginia hanno di più caro. Soprattutto Penny e Francesco, gli amici di sempre...



Titolo: Death Metal
Autrice: Tito Faraci
Editore: Piemme “Freeway”
Prezzo: € 15,50
Data di pubblicazione: Inizio Settembre 2013
Sinossi: Gli Snake God Hunters sono un gruppo metal composto da cinque ragazzi pugliesi. Ora sono in viaggio verso nord per un concerto in un minuscolo paesino dell'Oltrepò pavese. E, mentre il loro camioncino si perde tra le nebbie, incominciano a riaffiorare i ricordi di una potenza diabolica che cova in uno di loro e avrà il potere di creare caos, morte e distruzione. Il Secco e il Biondo gli sbarrarono la strada e si misero a spingerlo verso il muro. Gli altri ragazzi cominciarono a radunarsi. Arrivò anche Mangiamerda, piazzandosi da solo in un angolo. E lui ebbe paura, di nuovo. Solo che questa volta la paura non riuscì a fermarlo, perché, vedete, non era paura del Secco e del Biondo. Non era la paura che avreste sentito voi, al posto suo. Era paura per il Secco e per il Biondo. Non era paura del male che loro avrebbero potuto fare a lui. Era l’esatto contrario.

Titolo: In fuga - Le cronache dell'ultimo Druido
Autore: Kevin Hearne
Editore: Fanucci
Numero di pagine: 320
Prezzo: € 10,00
Data di pubblicazione: 29 Agosto 2013
Sinossi: Atticus O’Sullivan, l’ultimo dei druidi, risponde ‘ventuno’ quando gli chiedono l’età, ma non sono anni, sono secoli. A Tempe, in Arizona, nessuno ha motivo di approfondire: tutti credono al giovanotto irlandese con il braccio tatuato che gestisce tranquillamente la sua libreria dell’occulto. Nessuno sospetta che sia una copertura per un fuggitivo che ha rubato la leggendaria Fragarach, la spada in grado di trapassare qualunque armatura, a un dio celtico che non l’ha presa per niente bene e che gli dà la caccia, sempre più irritato e vendicativo ogni secolo che passa. Ma non si può rimanere nascosti a lungo nell’era di internet, e la divinità furiosa sta per piombare su di lui. Atticus avrà bisogno di tutti i suoi poteri e dell’aiuto della sua eterogenea schiera di amici: dalla seducente dea della morte al premuroso levriero irlandese con cui ha un dialogo costante, fino alla consulenza di uno studio legale di licantropi e vampiri islandesi, sbarcati in America ai tempi di Eric il Rosso... La mitologia celtica non è mai stata così a suo agio in Arizona, con un eroe geniale, audace e irriverente come Atticus.

Titolo: Il libro segreto del Signore Oscuro
Autrice: Paul Dale
Editore: Fanucci
Numero di pagine: 480
Prezzo: € 14,90
Data di pubblicazione: 29 Agosto 2013
Sinossi: Diventare un Signore Oscuro non è facile. Ci sono eroi da sconfiggere e battaglie da combattere. La semplice ambizione di dominare il mondo e piegare tutti alla propria volontà non basta. Dopo molti fallimenti il Male decise di puntare su una maggior ispirazione da infondere negli aspiranti tiranni e scrisse un manuale per i signori oscuri. Purtroppo per secoli se ne è persa traccia, fino a quando non è finito nelle mani di Morden, un giovane che dall’umile paese natale si è trasferito a Bindelburg per frequentare la Scuola per Giovani Mastri e Potenziali Birrai. Morden è diverso dai coetanei: pur essendo solo un ragazzo, ha un fiuto per gli affari da far invidia ai potenti del pianeta; e soprattutto è in possesso di oscuri poteri mentali con cui riesce a ottenere tutto ciò che desidera. Al collo ha un inquietante pendaglio a forma di drago che sembra racchiudere in sé il mistero delle sue origini. Ma forse sarebbe meglio lasciarlo irrisolto, visto che sarà un’orda ripugnante di orchi a svelargli il compito a cui è destinato dalla nascita: diffondere il Male nel mondo!

venerdì 9 agosto 2013

Recensione: L'abito da sposo, di Pierre Lemaitre

Titolo: L'abito da sposo
Autore: Pierre Lemaitre
Editore: Fazi
Numero di pagine: 335
Prezzo: € 16,50
Sinossi: Chi è veramente Sophie? Sappiamo che ha trentanni ed è la babysitter di Leo, il figlio di una coppia di ricchi parigini. La giovane donna sembra non avere una vita privata, si dedica totalmente al bambino, il resto è un mistero. Ma sappiamo che è ossessionata da una doppia identità, dimentica cosa ha fatto poche ore prima e vive in un costante stato di oblio. Una sera la mamma di Leo rientra tardi e trova Sophie addormentata davanti alla tv, le propone di restare a dormire e lei accetta. Il mattino dopo la ragazza si risveglia sola in casa e fa una terribile scoperta: Leo è stato strangolato nel sonno, proprio accanto a lei. Lo sconcerto è profondo e la soluzione che le si prospetta è una sola: una fuga senza meta, via da Parigi, lontano da tutto, per provare a ricostruirsi una vita. Perché Sophie deve salvare se stessa e agirà ignara di essere in trappola da sempre, costretta a una corsa folle come un animale in gabbia. Di chi sia la mano che tiene la vita di Sophie in pugno e perché sia intenzionata a distruggerle l'esistenza è la storia di questo romanzo: una discesa negli inferi della mente, una partita a scacchi dove due protagonisti si sfidano con strategie impeccabili e dove anche la psicosi più efferata riesce a trovare una spiegazione, una forma di compassione.
                                                    La recensione
Shock. Un risveglio shock per la giovane Sophie, un inizio shock per i lettori. Poche righe, frasi brevi e sparse sulla pagina tra il tremore e le lacrime, la sensazione di cadere mentre si dorme. Cadere in un incubo, sempre più giù. Cadere in un pozzo di disperazione sterminato e profondissimo. Eppure continua a ripeterselo, Sophie: lei non è pazza. Ma, ogni giorno, la sua convinzione vacilla. Sono cose inizialmente trascurabili: non ricorda di aver parcheggiato l'automobile in un altro isolato, di aver già preso le sue medicine, di aver ritrovato la borsa di cui aveva denunciato il furto, di aver spostato gli oggetti nel suo piccolo appartamento... Adesso, non ricorda di avere ucciso. Tra le sue braccia, il corpicino di Léo, il bambino di sei anni a cui faceva da baby sitter. Morto. Il volto bianchissimo, gli occhi senza colore spalancati davanti alla morte, i lacci degli stivali di Sophie intorno al suo collo, come un cappio. Lei prende le sue poche cose, ritira i suoi pochi soldi in banca, prende un anonimo taxi e scappa lontano. Lontano dal senso di colpa, dalla polizia che la bracca, ma non dalla sua follia. Verso un'insospettabile verità e una resa dei conti finale senza esclusione di colpi di scena. Credere alla sua sanità mentale sarà difficile, per noi e per lei. I morti la seguiranno ad ogni passo, fino al pericolante trampolino finale teso sull'abisso dell'orrore. In tanti mi hanno consigliato, negli anni, di leggere Pierre Lemaitre. Il suo primo romanzo, Alex, mi è stato più volte descritto come la più sconvolgente e curiosa delle scoperte. Un thriller con i fiocchi. Purtroppo, Alex non l'ho letto, ma, anche se con il mio solito ritardo, ho recuperato dalla mia libreria L'abito da sposo, il suo secondo romanzo, edito dalla Fazi Editore. Se il primo era bello solo la metà di questo, allora siamo in una botte di ferro. Il nome dell'autore non mente. Tradotto alla lettera, il suo cognome significa “Il maestro”. Ed è esattamente quello che Lemaitre è: un maestro di stile, cattiveria e intrecci di parole e filo spinato a dir poco perfetti. Questo suo romanzo non ha sbavature. E' originale sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista strutturale. Un raffinato thriller psicologico. Uno splatter sui contorti e imprevedibili sentimenti umani. A schizzare ovunque e a macchiare di rosso le pagine, tuttavia, non è il sangue, ma è l'intimità rugginosa dei singoli protagonisti. Schizzano incubi e voci, la lucidità squarcia la carne per trovare una strada verso la mente dell'uomo solo. Il romanzo è suddiviso in quattro parti, e ognuna delle quattro parti è scritta con un tono differente dal precedente. Ogni parte dà voce e tremori e personaggi diversi e scandisce la conta di un nascondino giocato tra le lapidi, nel buio più assoluto, tra i fruscii di un logoro abito da sposa e la luce rossa di una telecamera che registra tutto. I ruoli, ogni tanto, si invertono: chi inseguiva fugge, chi fuggiva insegue. I carnefici diventano vittime. All'inizio, i capitoli sono brevissimi e malfermi. L'attenzione è focalizzata su Sophie. La seconda parte, invece, ha i tratti del diario di un'ossessione: ci sono date, luoghi, ricordi d'infanzia, piani di vendetta. 
L'attenzione è sempre focalizzata su Sophie, ma quello non è il suo diario. Decisamente no. Terza e quarta non hanno capitoli, non hanno pause, non hanno interruzioni. Costituiscono la presa di coscienza di Sophie, la fine dei giochi. La cura al suo profondo malessere. La scrittura dell'autore è semplice, ma fa della lettura di L'abito da sposo un territorio scomodo e inospitale. Come la protagonista, per qualche giorno, anche il lettore deve dire addio al suo modo familiare, razionale, confortante di vedere il mondo. Molte cose sono intricate e nebbiose; molti passi fanno venire il mal di testa e le vertigini, altri il disgusto verso il sadismo umano. Il romanzo ha effetti sul corpo e sulla mente, quasi. Rischia di farti diventare pazzo, se non lo tiri giù tutto d'un fiato. Di piantartisi in gola e di avvelenarti il sangue, se – insieme a Sophie – non riesci a dare un calcio poderoso al buio e una coltellata alla paura. In copertina, una donna dal volto sconvolto urla, con la bocca ridotta a una voragine scura: ricorda Janet Leigh in Psyco. Ricorda l'insuperabile e insuperato Hitchcock. Gli autori americani non sempre si sono dimostrati in grado di ricalcarne i passi, di ritornale al giallo per eccellenza. Quelli europei, invece, sembrano aver imparato la lezione direttamente dai più grandi. L'abito da sposo è un romanzo destabilizzante e beffardo, politicamente scorretto e sottile. Irrompe in casa tua, spia i tuoi movimenti, ti fa dubitare della tua razionalità, ti rovina la vita e ti violenta la mente. Ti dà il tormento, non ti fa dormire. Macabro, ha il cinico senso dell'umorismo dei medici legali. Un'ironia che fa sorridere, anche se sembra profondamente malato farlo. E' bello, è lucido, è cattivissimo. E la tentazione di rovinarvi il finale per avere qualcuno con cui parlarne, per la prima volta, è violenta. Posso consigliarvi solo sinceramente e spassionatamente di leggerlo: tra Bed Time, La sconosciuta e Follia Profonda, il romanzo di Pierre Lemaitre è nero senza fondo. Una commedia nera, una tragedia nera. Un infallibile colpo da maestro.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Placebo - Protège moi 

mercoledì 7 agosto 2013

Mr Ciak #14: Byzantium, Blue Valentine, Aftershock

Ciao a tutti, amici lettori! Oggi, in una giornata caldissima, torno a vestire i panni di Mr Ciak e a parlarvi di tre film che, in maniera diversa, meritano decisamente la vostra attenzione. Solo uno dei tre - l'ottimo Blue Valentine - è stato distribuito in Italia e, in quanto agli altri, arriveranno mai da noi? Mentre i cinema proiettano horror scadenti e blockbuster dal successo facile, mi sarebbe piaciuto trovare in sala anche due film come Byzantium e Aftershock. Il primo su tutti: ritorno di un grande cineasta internazionale con un cast davvero, davvero straordinario. Augurandovi buona lettura – e magari buona visione – vi abbraccio tutti. M.

Vedendole per strada, probabilmente, penseresti a due sorelle. La più grande, che mostra appena un venticinque anni, seduce a ogni sguardo: le gambe lunghissime, i capelli corvini, il seno prosperoso, la pelle diafana. La minore, di circa sedici anni, è ancora una bambina: lo sguardo sperduto, gli occhi bassi, un cappuccio rosso calato sui capelli biondo cenere per non dare troppo nell'occhio. Sembrano giovani, sembrano sorelle. Ma hanno duecento anni e sono madre e figlia. Non sono umane, non più. Nessuno conosce la loro storia senza tempo, ma la piccola e fragile Ella, ogni tanto, la affida a parole che si perdono nel vento e ad anziani sofferenti che non supereranno la notte. Sono due vampire senza casa: costantemente in fuga, costantemente in pericolo. Vittime di uomini che le hanno sfruttate, ferite, sedotte e abbandonate, uccise. La seducente Clara uccide molti dei suoi amanti per ripagarli con la loro stessa moneta e utilizza il suo fascino mozzafiato per sopravvivere... e nutrirsi. Da quando, appena bambina, agli inizi dell'800, fu costretta a prostituirsi da un uomo crudele e senza scrupoli, fa il lavoro più antico del mondo e gestisce una ex pensione diventata una casa di piacere. L'insegna sbiadita e tremolante riporta il nome di una città antichissima, come lo sono lei e sua figlia: Byzantium, Bisanzio. I loro inseguitori, tuttavia, le hanno raggiunte attraverso una lunga catena di misteriosi delitti ed entrambe sono in pericolo, proprio come lo è il fragile amore di Ella, per la prima volta dopo duecento anni, innamorata di un umano che conosce il suo segreto più oscuro. Diretto da Neil Jordan, acclamato regista di film come il controverso La moglie del soldato, Byzantium è il ritorno dietro la macchina da presa di un grande professionista che non ha mai perso il suo tocco e il ritorno al cinema di vampiri malinconici e dannati come quelli di Intervista col vampiro. Le atmosfere tetre e caliginose dell'horror tratto dal best-seller di Anne Rice sono in ogni inquadratura, proprio come in ogni scena ci sono il sottilissimo erotismo, la violenza celata, i perfetti salti temporali e i rapporti morbosi così profondamente presenti anche tra i Lestat e i Lous di Tom Cruise e Brad Pitt. Il film ha un ritmo tutt'altro che frenetico, ma offre quasi due ore che scorrono senza che lo spettatore se ne accorga, ammaliato da una storia tanto strana, eppure tanto vera. Un velo nero da tragedia greca sembra premere sui personaggi e i numerosi flashback, in maniera efficace e delicata, ci trasportano in un passato remoto di innocenza perduta, cascate di sangue, superstizioni e isole maledette. 
Nonostante la presenza di ottimi interpreti maschili, tra i quali spiccano i bravi Sam Riley e Johnny Lee Miller, questo è un film di sole donne e narrato da donne sole. Donne forti, come lo sono tutte per la potenza della loro stessa natura: madri, figlie, amanti, vittime, vampire. Unite contro il resto del mondo, per un'eternità che è una condanna perpetua e non voluta; una maledizione. Straordinarie, dunque, sono le interpreti femminili. Saoirse Ronan cresce ad ogni film, fisicamente e professionalmente: è di una bravura indiscutibile, emoziona, commuove e, con i suoi occhi azzurri senza fine, incanta e disturba. Ancora una volta, la sua è una prova che meriterebbe di essere premiata. Se lei, tuttavia, è una conferma, Gemma Arterton è una folgorante e inaspettata sorpresa: bravissima. E poi, quant'è bella? Tanto, e in questo film sfoggia tutto il suo sex appeal, il suo carisma e il suo talento, in una prova struggente e toccante. Le due si rubano la scena a vicenda, fanno a gara a chi è più brava, litigano e si feriscono a suoni di egoismo e rivalse. Saoirse, per una volta, vorrebbe soltanto restare. Gemma, per una volta, vorrebbe essere soltanto una madre – apprensiva, fastidiosa, affettuosa – come tante. E, come tante mamme prima di lei, è alle prese con il compito più ingrato: lasciare che la sua bambina, dopo duecento anni insieme, voli via, libera come l'aria. Trascinante la colonna sonora, ben dosati i pochi effetti splatter, affascinanti le ricostruzione storiche e i dialoghi, perfetta la costruzione del dramma. Per me, è un gran film. Un gran dramma umano, prima di essere un gran film sui vampiri. La classe (e il sangue) non è acqua e Byzantium è uno di quei film che meriterebbe la giusta attenzione e un'ottima distribuzione. Come sempre, per il momento, in Italia ce lo siamo lasciati sfuggire e lo stesso discorso vale per il Passion di Brian De Palma, che – tra l'altro – ho trovato un tantino inferiore a questo. E' originale, è oscuro ed è umano, oscillante tra horror indipendenti come l'ottimo Lasciami entrare e storie forti e intense, come il conturbante romanzo di Alma Katsu, Immortal. Da vedere.
 
Un film fragilissimo, che si basa su una trama fragilissima e sue due personaggi fragilissimi. E' lento, logorante, statico, disarmante. Ha l'impianto atipico di un film indipendente, con riprese talora tremolanti e una colonna sonora ridotta all'osso, ma al suo esordio dietro la macchina da presa l'acclamato Derek Cianfrance ha a disposizione due attori semplicemente mostruosi. Semplicemente immensi. Ryan Gosling e Michelle Williams – per questo ruolo, candidata giustamente anche agli Oscar. Scelta geniale, vincente, azzardata. Due delle star più belle di Hollywood, simbolo per eccellenza del melodramma e della commedia romantica, vengono scelti per un film che si crogiola nel dramma più duro e che uccide i sentimenti. Ingrassati leggermente, imbruttiti, stanchi di fingere e di vivere, Ryan e Michelle sono bellissimi ugualmente, insieme. Il film narra due storie parallele. L'inizio e la fine di un amore. Non ci sono lieto fine. Vediamo i protagonisti dieci anni prima – innamoratissimi, folli, giovani – e poi li vediamo adesso – con una bambina, segreti sospesi, problemi grandi e piccoli. L'amore li ha resi più brutti, più cinici, più cattivi. Brutta bestia davvero i sentimenti umani. Ryan Gosling viene proiettato dal romanticismo spettacolare e commovente di Le pagine della nostra vita su un set che ha come sfondo una squallida e spenta periferia. Con i capelli o stempiato, bello o brutto, felice o depresso, lui è la stessa anima buona e romantica che aveva fatto innamorare tutti i giorni la Rachel McAdams della trasposizione cinematografica del bestseller di Sparks. Si sacrifica, accetta l'onta ma non rinuncia all'amore, cerca di rucire a suoni di poco convinti Ti amo quello che ormai è perduto nel fuoco. Fa pena, fa commuovere, fa sorridere mentre – giovane e stonato – canta una canzone d'amore alla sua anima gemella. Michelle Williams ha la parte più difficile. Verso di lui scatta la compassione, verso di lei l'odio. E' spietata, stronza, dura, realista. Lei è l'adulta, lui è il bambino che – per far ridere sua figlia – mangia la pasta con le mani o inventa fantasiose scuse per nascondere il più a lungo possibile la morte del loro cane. Lui è un personaggio a cui è facile volere bene, lei è facile da detestare. Eppure la vita è così. Certe strade sono fatte per separarsi per sempre. Blue Valentine è una storia come tante, ma di cui poco il cinema ha parlato. E pensare che ci sono voluti tre anni affinché fosse distribuito – male, tra l'altro – da noi... Perché la verità è brutta e, a volte, lo spettatore vuole solo dimenticarla. Un film bello, ma da vedere una volta e basta. Non credo reggerei alla seconda. Non credo che, fino alla fine, riuscirei a fare a meno di pensare a un epilogo diverso. Più fasullo, anche se più felice.

Con la Dimension di Piranha 3D e Scream a produrre ed Eli Roth nel cast e anche nelle vesti di produttore ufficiale, mi aspettavo che Aftershock fosse un horror tutto da ridere. Uno di quegli splatteroni talmente esagerati da essere perfino divertenti, con protagonisti appena abbozzati, situazioni assurde e trash, effetti truculenti a gogò. Il trailer americano, rigorosamente vietato ai minori, avvalorava decisamente le mie ipotesi. Sesso, alcol, droghe, aperitivi, ragazze in minigonne succinte, divertimento ed incubo sullo sfondo di uno scenario affascinante ed esotico: il Cile. La prima mezz'ora del film non mi ha fatto ricredere: tutt'altro. Tutto filava come da copione, se non per il fatto che le battute e i personaggi fossero leggermente più simpatici ed intelligenti di quelli degli horror standard. Un cast internazionale – con attori americani, spagnoli, ucraini e cileni – ben diretto dal giovane Nicola Lopez, perfettamente amalgamato ed inserito in un contesto scanzonato, ma lontano dagli eccessi e dalle volgarità più ovvie. La vera svolta arriva quando i protagonisti, impegnati sulla pista da ballo e in disastrosi tentativi di rimorchio, si trovano prigionieri dell'inferno. La terra trema, il mondo crolla, la violenza del terremoto si abbatte sul Cile. Era il 2010 e, nonostante numerose licenze, il film s'ispira a fatti realmente accaduti. Pensarlo mette i brividi e vedere i disastri della tragedia resi attraverso effetti speciali realistici ed interessanti ti rende parte di quello scenario di palme rigogliose, sangue, follia passeggera, tensione. Lo spirito iniziale – da commedia sopra le righe e un po' trasgressiva – cede il posto a un dramma umano sconvolgente, impressionante, profondamente emozionante. Come nello splendido The Impossible (guardetelo!), i protagonisti si trovano a dover combattere una battaglia persa in partenza con madre natura. Ma, tra strade disastrate, macchine accartocciate, gente nel panico, nessuno ha fatto i conti con il pericolo più grande. Perché alla furia della natura si può sopravvivere, ma non a quella umana. Dalle carceri ormai distrutte, la peggior feccia di galeotti si è riversata per le vie. Lo splatter viene utilizzato per mettere in evidenza la loro crudeltà, le loro malate voglie, il sangue di cui hanno sete. Per molti dei personaggi sopravvissuti al terremoto non ci sarà scampo. Il regista, attraverso uno splendido lavoro, ce li mostra mentre si scontrano con una violenza inenarrabile e mentre, da vittime, si scoprono anche capaci di essere carnefici. I fan del genere come me apprezzeranno certamente il realismo del tutto e l'originalità e l'efferatezza di alcune scene mostrate. E' un survival horror classico, efficace, ma è anche attento al dramma e ai colpi di scena. Cattivo, ignobile, terribile, cinico e realista, non risparmia lo spettatore neppure quando tutto sembra essere giunto alla fine. Accanto a Eli Roth - simpatico, disponibile e convincente -, un plauso obbligatorio per altri due membri del cast. Il primo, Nicolas Martinez, grassoccio, imbarazzante e rumoroso, mi ha ricordato inizialmente il mitico Alan di Una notte da Leoni, per per poi scoprirsi anche un comprimario ottimo, sensibile ed umano. L'altro complimento va alla bellissima Andrea Osvart, un'attrice ungherese, ma che consideriamo italiana di adozione dopo la sua partecipazione a Sanremo e a fiction Rai come La donna della domenica, Le ragazze dello swing, Pompei. Un inglese pressoché perfetto, un volto angelico ed acqua e sapone che buca lo schermo, un'espressività eccellente. Davvero notevole. Purtroppo, l'avevo sottovalutata. Come questo film.