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martedì 13 agosto 2013

Recensione a basso costo: Sogni di sangue, di Lorenza Ghinelli

Ciao a tutti, e ben ritrovati. Come state? Come avete passato il vostro weekend? Io, dopo il più soft The Vincent Brothers, mi sono dedicato a un racconto, acquistato in libreria a soli novantanove centesimi: Sogni di sangue. Un racconto firmato non da un signor nessuno, ma da un'autrice finalista – e meritatamente – al premio Strega: Lorenza Ghinelli. Ve lo consiglio vivamente. Un euro speso nel migliore dei modi, credetemi. A presto e buone letture, M.
Enoch ha paura dell'ora in cui la mamma lo manda a dormire: la paura di sognare. Sogni di sangue che al risveglio non si lasciano scordare, sogni che macchiano l'anima. 
 
Titolo: Sogni di sangue
Autrice: Lorenza Ghinelli
Editore: Newton Compton “Live”
Numero di pagine: 125
Prezzo: € 0,99
Sinossi: Enoch ha tredici anni ed è costretto a portare dei tutori di metallo che lo rendono facile bersaglio delle prepotenze dei suoi coetanei. Eppure, quando si addormenta, diventa più letale di una legione di demoni. Cosa accade mentre dorme? C'è forse un legame tra i sogni di Enoch, la sparizione del suo peggiore aguzzino e il ritrovamento di uno strano ciondolo risalente all'antico Egitto? Chissà se Dorotea, la madre di Enoch, donna algida e imperturbabile, con una passione viscerale e morbosa per le scienze occulte, conosce il suo segreto. Persino la loro casa nasconde un mistero, mentre tanti altri brulicano e strisciano lungo le fogne della città...
                           La recensione
Odore, odore, odore. Fame. Tanta, tantissima. Gioia pura, istintiva, bestiale. E' l'odore che conduce, è la fame, è la gioia. Occhi rettili in corpo rettile, è il rettile cervello che comanda. E' tutto micidiale, semplice, come scivolare sulla pancia, come zampettare, come sibilare.” Una volta, per inscenare storie da incubo, servivano magioni in rovina, chiese sconsacrate, fatiscenti ville in stile Tudor d'oltreoceano. Adesso, la nostra Italia di periferia – un brutto posto in cui essere bambini – offre il peggiore e il migliore degli scenari possibili: fabbriche vuote, senza più operai, ormai finiti in cassa integrazione a tempo indeterminato; fogne sporche che vomitano topi e blatte; case popolari dall'intonaco scorticato, sulla linea dell'orizzonte; acque inquinate, tanfo di smog, tunnel d'acciaio da cui non si vede neppure un anello di luce incontaminata. Un incubo artificiale. Il cemento armato è caduto giù dal cielo, insieme a gocce acide che hanno seminato germogli di aridità per tutto l'anno. Ha ricoperto tutto, tutti. Casermoni dall'anima di ferro e dalle pareti antracite; persone dall'anima di ferro ossidato e dalle pareti del cuore color tristezza. Un'Italietta grigia e provinciale, narcotizzata da smog, TV e noia, e l'infanzia chiusa in un cassettone, insieme ai calzini e ai cocci di sogni segreti che non abbiamo il coraggio di confessare ad anima viva – perché ci renderebbero deboli, nudi... femminucce – ma che, al buio, quando un pigiama sporco di dentifricio sul davanti sostituisce un'armatura da finto bullo, incolliamo con sudore, sputo e colla da quattro soldi. Su questi piccoli orrori del quotidiano si concentra lo sguardo sensibile e attento di una giovane e promettente autrice italiana. Lorenza Ghinelli, una fuoriclasse. L'avevo capito dalle prime righe del suo primo romanzo. Anche se aveva il sapore poco corposo della frutta raccolta troppo presto, anche se quella storia di bambini infelici, vecchi misteriosi e disegni profetici non mi era piaciuta poi tanto. Per me, Il divoratore era un racconto diluito in acqua abbondante: un'idea semplicissima, con gli occhi puntati sulla tradizione, che era stata smembrata e rimescolata per dar vita a un insoddisfacente troppo. Lo stile così curioso e tagliente dell'autrice, benché innegabilmente ottimo, mi era parso artificioso, eccessivamente incrostato, rivestito da una mano pesante di barocca e palesata ostentazione. Ogni pagina gridava la bravura di lei, non l'evolversi della storia in sé. Storia che ho dimenticato, ma stile che – intatto e più maturo ancora – ho trovato in questo Sogni di sangue: un racconto. E, nonostante la mia avversione per i racconti non sia cosa nuova, il suo mi ha affascinato come non mi era mai accaduto prima. Conquistato completamente. E' breve, ma completo e appagante. Lorenza si ritaglia uno spazio vitale in quelle 120 pagine e la sua prosa mi è apparsa più concentrata, intensa e forte – come un buon caffè ristretto: senza parole di troppo, senza fiato sprecato quando non ce n'era bisogno alcuno, senza attimi preziosi disseminati in pagine e pagine in eccesso, senza dolcificante aggiunto per alterarne il sapore amaro e deciso. 
La sua scrittura crea i punti di sutura che, a zigzag, rimarginano una brutta sbucciatura sulle ginocchia. La sua scrittura, in verità, è quella sbucciatura che zampilla sangue nero; quel taglio da cui si riversano sogni mortali, bulli e mamme con oscuri segreti. Francesca, Alex e Gino – tredici anni – fumano erba lontani da ogni indiscreti, masticano Mentos per mandare via l'odore di fumo vecchio dalle loro bocche, cacciano tesori e ragazzini indifesi nei loro pomeriggi di libertà. Bambini cattivi e crudeli, come lo sono tutti quelli della loro età, quando deridono un compagno in difficoltà, quando chiamano quattr'occhi il ragazzo occhialuto di turno, quando spintonano e picchiano chi ha gambe meno salde e forti. Enoch è il loro bersaglio preferito. All'inizio del libro, zoppica verso casa sua e verso la sua personale vendetta, con un occhio pesto e i capelli insozzati di fango. Lo chiamano Wall-E, per i tutori d'acciaio che, come morse, gli imprigionano gli arti inferiori. Come Wall-E vaga tra discariche e strade vuote colme di rifiuti, auspicandosi il ritorno all'umanità in un mondo di mostri innocenti. Quando dorme, sogna di essere più forte e veloce. Di avere occhi da rettile e zanne come rasoi per punire i suoi crudeli carnefici. Di strisciare nel sangue e nella sporcizia, come il coccodrillo inciso sul misterioso medaglione egizio che ha ritrovato in un luogo dominato dall'abbandono. L'amico ideale del Tony Tormenta di Rosanna Rubino. Dorotea, sua madre e carceriera, è una donna che emana gelo e severità: il volto tirato, espressioni di cera, una vestaglia di raso stretta in vita, una passione segreta custodita in una stanza segreta: a metà tra l'algida Nicole Kidman di Stoker e l'inclemente Julianne Moore che, prossimamente, vedremo in Carrie. Tra Hemlock Grove, It e Acciaio, Sogni di sangue è un racconto che, spaziando dall'attualità alla mitologia, ha vita propria e che, distinto ed esemplare, cattura ogni attenzione. Non è una storia per riempire semplicemente il tempo. Senza che tu te ne accorga nemmeno, te lo ruba, il tempo. Una storia di Stephen King raccontata, prima di andare a dormire, a un bambino infelice e coraggioso di Susanna Tamaro. Da finire di leggere allo scoccare della mezzanotte, nel silenzio di una casa addormentata.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: David Bowie – Space Oddity 

mercoledì 22 maggio 2013

Recensione a basso costo: Il Grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald

 Non c'è fuoco o gelo che possa sfidare ciò che un uomo può immagazzinare nella sua anima
Buongiorno, amici! Questa mattina, mi cimento, nel mio piccolo, con una recensione di un romanzo che certamente non aspettava me per essere recensito e apprezzato ancora. I classici mi spaventano un po' e ammetto di essermi avvicinato a questo titolo solo per ingannare l'attesa e aspettando di vedere finalmente al cinema l'omonimo film che, sono sicuro, adorerò. Se l'ho comprato senza pensarci su due volte, è anche merito della collana Live della Newton Compton. Spendendo meno di un euro, mi sono goduto una storia che dev'essere assolutamente letta, anche se al momento giusto. Personalmente, ho trovato l'edizione pratica e molto comoda e non ho niente da ridire nemmeno sulla traduzione, giudicata da molti pessima: ho trovato il tutto molto scorrevole, anche se appesantito, di tanto in tanto, da termini leggermente antiquati. Ma è un classico, e ci sta. Nella scheda del romanzo, comunque, vi indico i dati anche della nuova edizione Mondadori: lo acquisterei nuovamente solo per avere la bellissima copertina del film in bella mostra sulla mia libreria! Voi avete letto il libro o visto il film? A presto e buona lettura, M.

Titolo: Il Grande Gatsby
Autore: F. Scott Fitzgerald
Editore: Newton Compton “Live”/ Oscar Mondadori
Numero di pagine: 128
Prezzo: € 0,99/ € 9,00
Sinossi: L’essenzialità, la finezza descrittiva, i personaggi indimenticabili hanno fatto di questo romanzo un “classico moderno”. Il misterioso, affascinante e inquieto Gatsby, con le sue feste stravaganti, il lusso e la mondanità di cui si circonda, non mira in verità che a ritrovare l’amore di Daisy. Ma è possibile ricatturare il passato? Nello scenario dei frenetici anni Venti, di cui Fitzgerald e la moglie Zelda furono protagonisti, il desiderio di Gatsby diventa emblema di un sogno di assolutezza, che la realtà frantuma e disperde. Molti grandi attori hanno prestato il loro volto a Gatsby e Daisy, tra i quali Robert Redford e Mia Farrow nel 1974, Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan nel 2013.
                                       La recensione
Ricchezza e tristezza sono due parole che sembrano stonare all'interno della stessa frase. Ma, banale eppur vero, i soldi non fanno la felicità. Ancora una volta, queste perle di saggezza popolare rispecchiano l'aridità di un mondo in cui l'uomo è passeggero solitario a bordo di un treno chiamato vita: un treno destinato a traballare malamente, per tutta la durata del viaggio, e a perpetui e poco eleganti ritardi. Questa è la storia del Grande Gatsby. Un uomo nato dal niente. Un arrampicatore incurante del pericolo che, con mezzi leciti e non, ha percorso gradino dopo gradino la ripida scala sociale, fino a osservare il suo squallido, piccolo mondo di poveracci dalla cima dorata di una piramide a forma di grattacielo. Anima festaiola e frivola della vita notturna della New York degli anni ruggenti, ma escluso dal consorzio umano. Fuori asse, fuori dal gioco, fuori posto. Troppo intraprendente per rimanere povero, troppo generoso per salire sulla giostra dei nuovi ricchi, si è strappato a forza le sue radici di dosso, rimanendo senza una casa a cui tornare e senza un posto in cui trovare ospitalità, voci amiche o parole di conforto. E' un povero ragazzo ricco che, a suo rischio e pericolo, è sceso a patti con il vuoto morale dei suoi tempi, perdendo tutto, perfino sé stesso. A dargli il coraggio sul campo di battaglia, a regalargli intelligenza e sangue freddo, a spingerlo verso una letale e lenta autodistruzione è una donna che non ha mai smesso di amare. Daisy. 
Un pensiero ossessionante e bellissimo; un angelo etereo che, anziché tornare al suo paradiso perduto, durante l'assenza del protagonista, si è adattata al lusso e alla mentalità straniante dei comuni mortali. Si è sposata, ha avuto una bambina, si è sottomessa volontariamente ai compromessi della logica borghese. Non l'ha aspettato. E lui è arrivato tardi, rimanendo davanti a un uscio chiuso appena un attimo prima del suo affannoso arrivo. Al di là di un muro impossibile per lui da scavalcare, continua la vita. Continua la festa. Lui - pieno di orgoglio ferito e rancore - fa l'unica cosa per cui sembra essere nato: organizzare una festa ancora più grande, in cui tutti lo nominano e lo temono, ma in cui nessuno lo conosce davvero. Nemmeno il lettore che, quasi novant'anni dopo, si trova ancora a leggere di lui e dei misteri della sua esistenza, del suo inglorioso amore e di una vita oscura, ma trascorsa sotto il confortante e illusorio bagliore artificiale dei riflettori. A parlarcene è un trentenne spiantato e in cerca di un posto nel mondo: un trentenne disilluso e cinico, non poi così diverso da quelli che vivono accanto a noi - fiaccati dalla crisi e tormentati da un lavoro che non c'è. L'approccio utilizzato è inconsueto e particolare, lucido e senza sentimento. Denso di razionalità fino alla parola più piccola e trascurabile. Il romanzo - poco più che un racconto lungo - si lascia leggere che è un piacere: è scorrevole, pragmatico, equilibrato. Ma, ignorando del tutto il gusto e lo stile di uno degli autori americani più celebrati del secolo scorso, a una lettura ingenua, l'ho trovato gelido. Mi aspettavo di trovare su carta, lo ammetto, quello spettacolo di colori e musiche che senz'altro sarà il film di quel genio che per me è Baz Luhrmann. Ero pronto a leggere di bulli e pupe, di gangster e inseguimenti, di omicidi e rinascite, di un amore più grande e spettacolare della Città che non dorme. Cercavo l'emozione. Il Grande Gatsby, in realtà, si è dimostrato completamente altro, nel bene e nel male. Le descrizioni sono poche ed essenziali; nonostante lo sfarzo delle location, i dettagli condivisi con il lettore sono poverissimi; c'è grande umanità, ma non sorretta da uno stile lirico e romanticheggiante.
E' un'opera all'avanguardia, innovativa: un libro che, nella mia assoluta ignoranza del pensiero e del vissuto di Fitzgerald, ho trovato parli di un'America agli albori del crack di Wall Street attuando un'originale sintesi delle concezioni dei pensatori precedenti. All'interno, a lettura ultimata, riflettendo tra me e me, tappa dopo tappa, ho trovato sapientemente riassunte tutte le correnti letterarie studiate in questo ultimo anno di liceo. Gatsby è un eroe romantico, quasi byroniano: affascinante, disorganico al suo mondo, acuto nella meditazione e forte nell'emotività. Ma non c'è disperazione, non c'è rabbia, non c'è amore. Negli stessi anni, Verga pubblicava i suoi romanzi più famosi e, se è vero che i grandi pensano allo stesso modo, lui e Fitzgerald devono essere giunti alle stesse conclusioni. Devono aver letto intensamente Flaubert, Balzac e Zola e fatto loro quelle particolari tecniche. La voce fuori campo di Nick Carraway suona come quella di uno scienziato. Di uno zoologo che, con il registratore alla bocca, esamina i soggetti di un esperimento e studia la vita di Daisy e Gatsby, quasi fossere due farfalle. Belle, libere, destinate a volare insieme per un tratto di strada e a perire, purtroppo, il giorno successivo. Ad amarsi finché sono giovani, belli e sciocchi come tutti i sognatori. Tra loro, si ci mette la vita - la stessa che non aspetta quelli rimasti indietro durante la corsa, la stessa che li mantiene in vita con la sua fiamma calda e che, alla fine, li consuma tutti. Un pensiero amaro e triste come, giunti alle conclusioni, è il disincantato romanzo di Fitzgerald. I racconti delle avventure e dei miracoli di Gatsby sono tratti dall'osservare i suoi movimenti, dal prestare orecchio agli immancabili rumors che nascono durante i suoi party. Non si racconta in prima persona: viene raccontato e costruito notizia dopo notizia, ma, come il titolo urla, è un personaggio grande. Sugli altri mi è difficile trovare parole gentili: squallidi, bugiardi, vili, invidiosi, maligni, deboli. Tristemente realistici. Tutti, perfino Daisy, che, da dolce creatura con il viso gentile della bellissima Carey Mulligan, sono arrivato quasi a detestare. Donna angelo o femme fatale? Gatsby non riuscirà mai a vedere fino in fondo la verità. Non c'è più tempo per salvarla. E non c'è più amore che possa salvare l'uomo dalla solitudine. L'epilogo è dolorosamente bello. All'inizio mi ha reso furioso come una bestia, ma più scrivevo, più comprendevo. Non è accompagnato da una scrittura così potente e carica da renderlo un pugnalata in pieno petto, ma, come un veleno, ti consuma poco alla volta. E' amaro e triste più che mai. La festa finisce e resta solo il disordine lasciato in giro dagli imbucati. Quando le luci si spengono, non c'è nessuno a farci compagnia nel buio della fine. Perché, il più delle volte, si vive insieme, ma si muore soli. La gente cerca il pettegolezzo, il divertimento facile, l'elisir della lunga vita. La tristezza è noiosa. Spaventa i più.  
Il Grande Gatsby è un libro che parla più al cervello che al cuore, che trascina più razionalmente che emotivamente. A primo impatto, mi ha lasciato insoddisfatto: chiedetelo agli amici con i quali ho scambiato le mie impressioni a caldo. Ma più scrivevo, più ci pensavo, più mi rendevo conto che aveva raggiunto perfettamente il centro dell'obiettivo: me - che inizialmente pensavo di non averlo nemmeno compreso fino in fondo, di non essere stato all'altezza di cotanta grandezza
(Le immagini sono del sito Deviantart 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lana Del Rey – Young & Beautiful (Splendida. E' la "voce" di questo libro.)