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venerdì 25 novembre 2016

Recensione: Benedizione, di Kent Haruf

Persone in casa propria. Vite comuni. Che trascorrono senza che loro se ne rendano conto. Speravo di trovare qualcosa. [...] La preziosa normalità.

Titolo: Benedizione – Trilogia della pianura
Autore: Kent Haruf
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 277
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Nella cittadina di Holt, in Colorado, Dad Lewis affronta la sua ultima estate: la moglie Mary e la figlia Lorraine gli sono amorevolmente accanto, mentre gli amici si alternano nel dare omaggio a una figura rispettata della comunità. Ma nel passato di Dad si nascondono fantasmi: il figlio Frank, che è fuggito di casa per mai più tornare, e il commesso del negozio di ferramenta, che aveva tradito la sua fiducia. Nella casa accanto, una ragazzina orfana viene a vivere dalla nonna, e in paese arriva il reverendo Lyle, che predica con passione la verità e la non violenza e porta con sé un segreto. Nella piccola e solida comunità abituata a espellere da sé tutto ciò che non è conforme, Dad non sarà l'unico a dover fare i conti con la vera natura del rimpianto, della vergogna, della dignità e dell'amore. Kent Haruf affronta i temi delle relazioni umane e delle scelte morali estreme con delicatezza, senza mai alzare la voce, intrattenendo una conversazione intima con il lettore che ha il tocco della poesia.
                                               La recensione
Quando non so da dove partire, temporeggio. Introduco la storia, i personaggi, le ambientazioni, aspettando che l'ispirazione arrivi da sé. La pagina bianca fa un po' paura, la prima frase è la più difficile da scrivere. I miei dubbi, oggi, occupano gli spazi vuoti: non quelli relativi a Benedizione – bellissimo come tutti dicono, c'è poco da fare –, ma al modo in cui raccontare quelle letture che dicono tutto pur non parlando di niente. Qual è la storia qui, se la naturale discrezione di Kent Haruf non cede ai vezzi e la coralità è sacrosanta? Quali personaggi includere e quali no, se il tuo è un piccolo post scritto di fretta per riassumere un grande giro di vite? Le ambientazioni campestri ricordano più le sconfinate pianure di McCarthy o le ballate indie folk che vanno per la maggiore nelle mie cuffiette? Sulla scia di queste domande retoriche, prendendo spunto proprio dall'ultima, faccio degli sfondi degli Stati Uniti del sud – tra l'altro, unico filo conduttore della trilogia di Kent Haruf – il mio spasimato incipit. Il sole che al tramonto scompare oltre i pascoli, il crepuscolo che non porta la frescura sperata, un'imprecisata attesa elusa stando seduti sul portico. Siamo in Colorado, nella contea fittizia di Holt. Dove tutti conoscono tutti, i cambiamenti si percepiscono in ritardo e fa strano trovare cenni all'attualità – ad esempio, l'allarmismo post undici settembre – in mezzo ad atmosfere tanto fumose. Affascina questa America di provincia, intorpidita ma autentica. Chiusa verso lo straniero, avrà votato Trump alle scorse presidenziali crogiolandosi in un passato che appare tutto fuorché glorioso. Sul dondolo, ballano le gambe e la vista spazia fin quasi a Main Street: un filare di negozi e negozietti a gestione familiare, automobili che non hanno fretta di arrivare alla meta, bambini in bici e sparuti semafori che gestiscono un traffico inesistente. Le giornate si accorciano pian piano. Dad Lewis contempla la flora e la fauna del posto in cui è nato e in cui morirà con gli stessi occhi di chi guarda le cose per l'ultima volta. La prognosi parla chiaro: gli resta poco da vivere, se lo sta mangiando un brutto male; anziano, però, si consola dicendo che ha fatto il suo tempo. Marito della dolce e fedele Mary, padre di Lorraine e Frank, ha messo da parte un discreto gruzzoletto mandando avanti l'unico ferramenta di Holt; può dirsi fortunato. Ma quanto è felice se, accanto a una malattia debilitante, lo affliggono l'assenza del figlio minore – fuggito via anni prima, perché in provincia l'omosessualità resta una vergogna – e la triste sorte di Clayton, dipendente dalle mani lunghe? Sul suo capezzale, spettri che solo lui vede e i conoscenti di sempre; la moglie si cura della pulizia del suo corpo e degli affanni inimmaginabili, gli amici fanno mostra di buona creanza e sincera riconoscenza. 
Gli chiedono come va e come non va; gli parlano di raccolto, bestiame e nuovi arrivati in paese – un'orfana di nome Alice, il problematico reverendo Lyle –; si congedano con la tesa del cappello da cowboy che nasconde gli occhi fradici. Nel frattempo, la figliol prodiga Lorraine stringe amicizia con le Johnson e insieme, in un cenacolo di donne di generazioni diverse e simili mancanze, le tre decidono di regalare un'estate memorabile alla piccola e solitaria Alice. Il reverendo forestiero, bello e con una famiglia tutt'altro che perfetta a carico, parla sull'altare di fratellanza e dell'importanza di porgere l'altra guancia: i suoi sermoni fanno rumoreggiare i fedeli, facendone emergere la profonda ipocrisia. Benedizione si muove tra passato e presente, in territori e sonorità che amo particolarmente; nel ricordo fresco di Kent Haruf, scomparso due anni fa e apprezzato tardi. Struggente, rilassato, semplicissimo, non era il romanzo che mi aspettavo; non per questo, però, ha deluso le attese. A garantirgli una fama istantanea ma tardiva, mi domandavo all'inizio, trame ingarbugliate e stile aulico?
Dietro un successo senza misteri, invece, una scrittura che è sinonimo di decoro e pudicizia. La benedizione: quella dei caffè annacquati delle tavole calde e delle camicie di flanella; delle barbe folte che si ingrigiscono e dei piccoli gesti di generosità; di arpeggi country e personaggi cristallini. Anche se i padri hanno escluso i figli ribelli dai lasciti e l'ignoranza delle campagne ci rende alieno il diverso. Anche se si finisce a letto con uomini o donne sposati e il sesso diventa mezzo di scambio. Anche se una frase detta con la lingua tra i denti porta a tragiche reazioni a catena – fughe, suicidi, rimpianti inestinguibili – e i fantasmi, con la morte ai piedi del letto, pretendono le scuse e l'ultima parola. C'è chi nasce e c'è chi muore, in questo appassionatissimo gospel tutto laico che si confonde con il cantare delle cicale. Il gesto del benedire è un'estrema unzione per gli ammalati e un solenne battesimo, un ingresso alla vita, per i pastori senza gregge e le mamme senza figli. Kent Haruf rimette i debiti e, nelle intime confessioni che sono i suoi discorsi indiretti liberi, assolve i suoi personaggi dal peccato dell'egoismo. In Benedizione c'è una bontà d'animo che non sembra eccessiva. E tu, che eppure non credi nel prossimo tuo e in Dio chi lo sa, non la condanni – reputandola magari troppa – ma gliela invidi profondamente.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Bob Dylan – Knockin' on Heaven's Door

lunedì 22 giugno 2020

Recensione: La strada di casa, di Kent Haruf

| La strada di casa, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 194 |

Da qualche parte ho letto che a casa non si va, a casa si torna. È per questo che da quattro anni a questa parte considero Holt un po’ mia. Sono infatti una persona incostante e senza radici, eppure a sorpresa, romanzo dopo romanzo, il compianto Kent Haruf mi ha insegnato due virtù fondamentali: la pazienza e il senso d’appartenenza. Si può sentire nostalgia di un luogo che non conosci? Si può desiderare una pianura che non c’è? La mia bussola interiore e gli amici di NN mi hanno guidato per la quarta volta in quel di Holt – entro l’anno recupererò anche Crepuscolo e poi, con un brivido, mi sentirò orfano per sempre. Slittato fino a giugno a causa del lockdown, atteso, centellinato, amato, il nuovo romanzo dell’autore americano è in realtà il secondo. Scritto negli anni Novanta, ben prima della trilogia, è ambientato nel trentennio precedente e ricorda l’eleganza polverosa dei classici del cinema.

Finalmente Holt, con i lampioni blu in lontananza, poi sempre più vicini, e le strade deserte e silenziose una volta entrati in città.
Questa storia, più piccola delle altre ma emozionante comunque, conferma la magia dei mondi di Haruf, la sua scrittura avvolgente come una coperta di Linus, la predilezione per i personaggi femminili tristi e volitivi. Prende avvio da un ritorno imprevisto. A chi appartiene la Cadillac rosso fuoco parcheggiata su Main Street? È forse Jack Burdette il brutto ceffo al volante? È un pugno in un occhio. È un fulmine a ciel sereno. L’uomo, braccato alla stregua di un ricercato, mancava da otto anni in città.
A raccontarci l’antefatto è il timido direttore del giornale locale, Pat, che da giovane fu un compagno di scuola e un ammiratore del fuggitivo: alto due metri, pesante un quintale di muscoli, Jack era una promessa del football e un perdigiorno impenitente. Troppo grande per Holt, ha trovato rifugio prima nel poker e nella birra calda, poi nelle gloria dell’esercito, infine nelle donne: da un lato Wanda Jo, fidanzata storica e servizievole a cui ha spezzato il cuore; dall’altro lato Jessie, legittima moglie e madre dei suoi due figli, in balia di una spietata caccia alle streghe dopo l’uscita di scena del partner truffatore. Il romanzo racconta le vicissitudini dei Burdette, dalla fuga del capofamiglia fino al ritorno tardivo, e della vicinanza sentimentale tra il narratore e Jessie: una donna piccola e orgogliosa, che sgobba ai tavoli come cameriera e in un capitolo che ha davvero del capolavoro – l’ottavo, preparate i fazzoletti – si mostra struggente in un succinto abito rosso.

La gente di Holt pensava che  quel punto avrebbe pianto. Pensavano che sarebbe crollata. Immagino fosse quello che volevano. Ma lei non lo fece. Forse aveva oltrepassato il punto in cui le lacrime di un essere umano hanno un senso, difatti girò la testa, chiuse gli occhi e dopo un po’ si addormentò.
Tra attimi di cupo smarrimento e momenti di grande armonia – un altro episodio significativo è ambientato in un parco acquatico –, il romanzo qui e lì mostra il fianco a qualche debolezza. Le anticipazioni e le ellissi del narratore onnisciente, nonostante i toni pur sempre accorati e compassionevoli, tolgono il piacere di scoprire gradualmente le sorti degli attanti; l’epilogo dolce-amaro appare precipitoso; qualche risvolto tragico – penso al personaggio della giovane Toni, la figlia di Pat – è inserito e mai approfondito, come se non avesse grandi conseguenze sulle vite degli altri.
A differenza di Vincoli, già perfetto, La strada di casa ha maggiori ingenuità e la voce ancora acerba dei primi esperimenti. Ma un Haruf minore resterà in ogni caso un grande Haruf: soprattutto per i fedelissimi che bramavano, speranzosi, l’ennesimo tassello da vivere intensamente. Sconquassata dallo sferragliare di un isolato treno merci, la città di Holt, Maine, qui era ancora in corso d’opera e lontana dall’acme dello splendore. Ma appariva già bella a sufficienza, come suggerisce saggiamente il titolo, da volerci fare presto ritorno; da somigliare a casa.  
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Passenger – Home 

sabato 17 dicembre 2016

Recensione: Canto della pianura, di Kent Haruf

"Raymond la guardò. Aveva una folta massa di capelli corvini, il faccino rosso un po' deforme a causa del parto e un graffio su una guancia, e nella sua inesperienza, a lui parve che sembrasse un vecchietto, che somigliasse moltissimo a un nonnetto grinzoso, però disse, Sì, è proprio una cosina splendida."

Titolo: Canto della pianura – Trilogia della pianura
Autore: Kent Haruf
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 301
Prezzo: € 18,00
Sinossi: Con "Canto della pianura" si torna a Holt, dove Tom Guthrie insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli, mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza. Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un'insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all'allevamento di mucche e giumente. Come in "Benedizione", le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d'amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma anche delicato germoglio.

                                                La recensione
Due ragazzini, nove e dieci anni, camminano accanto alle rotaie come in Stand by me. Aguzzano le orecchie affinché l'arrivo del treno non li colga impreparati. Si chiamano Ike e Bobby. Sbirciano i gesti proibiti dei grandi, consegnano giornali, si danno ai rapporti di buon vicinato: cercano di non pensare troppo a una mamma che se n'è andata a vivere a Denver. Nel vortice della depressione, pare stia meglio lontano da loro. Tom Guthrie, il genitore che resta, insegna Storia americana: abbandonato, si prende cura dei propri figli, si concede qualche storia di una notte e via e, incorruttibile, s'inimica la famiglia di una mina vagante di studente. Victoria Roubideaux si è innamorata del ragazzo sbagliato, un forestiero, solo perché in pista sapeva muoversi come un dio. Ci ha fatto l'amore sui sedili posteriori di un vecchio catorcio mentre i vetri si appannavano, è rimasta incinta. Messa alla porta dalla madre, accolta provvisoriamente da un'insegnante, trova un inaspettato rifugio a casa dei fratelli McPheron. Fattori da generazioni, hanno più familiarità con le bestie che con il prossimo; ne sanno tanto di giovenche e ben poco di adolescenti ribelli; a tavola parlano di allevamento e raccolto quando non si godono l'uno il silenzio dell'altro. Cosa vogliono due scapoli in là con gli anni da una sedicenne bisognosa? La gente mormora, ma lo strano trio non conosce malizia. E poi c'è Holt, polverosa e ospitale. Immaginaria, ma vivissima. Si ritorna alle storie del compianto Kent Haruf senza aspettare i comodi di Libraccio; si compra d'impulso quelle che restano da leggere. Nelle pagine si cerca lo stesso trasporto di Benedizione, e magari – in tempo di liste e di bilanci, con dicembre agli sgoccioli - la lettura dell'anno. Mi dicevano tante cose di Canto della pianura: per molti, il titolo più bello della trilogia. Mi raccontavano la dolcezza dei fratelli McPheron, e io li ho trovati laconici e affettuosi proprio come mi si assicurava; mi anticipavano uno stile leggermente diverso ma emozioni immutate. Questa volta sono arrivato con la camicia di flanella nei pantaloni e il cappello da cowboy. Questa volta, più a mio agio, ero preparato. Troppo? Ecco che manca, infatti, l'effetto sorpresa. Quel magico senso di ineffabilità. La paura, raccontandovelo, di svelare troppo e troppo poco. 
Questa volta, perciò, parto col presentarvi i numerosi personaggi. Vi racconto cosa ho avvertito e cosa no. Non mi viene voglia, non so, di riservargli un trattamento d'eccezione. Ne parlo positivamente – Haruf resta malinconico, gentile, pacificante – ma senza lo stesso incanto. E mi sento un po' amareggiato. Alla ricerca dei segreti del successo di Benedizione, immaginandomelo impegnato e aulico, mi ero trovato fra le mani un romanzo sorprendente: un capolavoro di semplicità. Avevo sperimentato l'esatto incanto di quelle storie d'altri tempi, che parlano di tutto e di niente al tempo stesso e tu poi non sai come recensirle. Canto della pianura è più drammatico, più ragionato. Più romanzo. La scrittura, lì sobria ed essenziale, si carica di descrizioni particolareggiate e drammi colti in medias res. Carnale e sanguinoso – turbano e annoiano un po', a tal proposito, la cernita delle giovenche infeconde e la scrupolosa autopsia di un cavallo infermo -, celebra la nascita lì dove Benedizione parlava di morte, al capezzale dell'indimenticabile Dad Lewis. 
Sarà che sono fatto a modo mio e ricordo le quiete dipartite meglio di questi inizi turbolenti. Sarà che ho una famosa cotta per i racconti fumosi che parlano di anziani (e alla maniera degli anziani), e a Holt – un paese per vecchi, parafrasando McCarthy – ho seguito commosso l'educazione sentimentale degli attempati McPheron e meno le avventure dei piccoli Ike e Bobby, le bizze tra liceali. Ho amato profondamente gli scenari, i tinelli arredati con modestia e buon gusto del Colorado, il suono che fa. Ma l'emozione è soggettiva, sfuggente, e purtroppo non si è fatta sentire altrettanto. Canto della pianura è una canzone indie folk che sfiora corde risapute – quelle giuste, ormai – e fino alla fine non ti rivela i propri accordi segreti. Si fa inversione di marcia fischiettando l'inciso. Si imbocca nuovamente e prima del previsto la strada che porta in paese. Sterrata, impraticabile, piena di buche. Ma giunto alla meta, seduto sul solito portico, il mal d'auto e la stanchezza vanno via da sé. Ci si gode, così, almeno il piacere di un secondo viaggio non destinato a rimanere l'ultimo. La pace dell'approdo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Bob Marley – Redemption Song

martedì 18 aprile 2017

Recensione: Le nostre anime di notte, di Kent Haruf

Amo questo mondo fisico. Amo questa vita insieme a te. E il vento e la campagna. Il cortile, la ghiaia sul vialetto. L'erba. Le notti fresche. Stare a letto al buio a parlare con te.

Titolo: Le nostre anime di notte
Autore: Kent Haruf
Editore: NN Editore
Numero di pagine: 171
Prezzo: € 17,00
Sinossi: La storia dolce e coraggiosa di un uomo e una donna che, in età avanzata, si innamorano e riescono a condividere vita, sogni e speranze. Nella cornice familiare di Holt, Colorado, dove sono ambientati tutti i romanzi di Haruf, Addie Moore rende una visita inaspettata a un vicino di casa, Louis Waters. Suo marito è morto anni prima, come la moglie di Louis, e i due si conoscono a vicenda da decenni. La sua proposta è scandalosa ma diretta: vuoi passare le notti da me? I due vivono ormai soli, spesso senza parlare con nessuno. I figli sono lontani e gli amici molto distanti. Inizia così questa storia di amore, coraggio e orgoglio.

                              La recensione
Mi piacciono le storie che parlano di senilità. Mi piacciono quei melodrammi lenti, verbosissimi, in cui una coppia chiacchiera e passeggia per tutto il tempo, e probabilmente non finisce neppure insieme prima del sopraggiungere dei titoli di coda – da Before Sunrise in poi, quanti ne ho visti e quanti ne ho cercati, al cinema, di amori così. Mi piacciono gli stati del sud, la delicatezza di Kent Haruf e il senso di immortalità che ispirano i romanzi postumi, in cui l'emozione la generano un po' le pagine riempite e un po' l'assenza intorno. Le nostre anime di notte è una storia che parla della terza età e della tententazione delle seconde chance. Addie e Louis, settantenni, saranno interpretati presto da Jane Fonda e Robert Redford in un dramma Netflix che ne mostrerà le passeggiate lungo la via principale, a braccetto, mentre si godono la reciproca compagnia. Si siedono in un caffè, proprio in vetrina, affinché tutti sparlino dei vedovi che hanno richiamato le loro emozioni dal pensionamento anticipato. Quando finisce l'età per innamorarsi? Quando scade e deperisce la voglia di fare? Holt, la stessa cittadina della Trilogia della Pianura, è popolata dalla poesia di uno scrittore che l'ha saputa cantare fino all'ultimo giorno. Le nostre anime di notte, più che un romanzo, è un racconto. Un capitolo, quasi, estrapolato dai romanzi corali dell'autore scomparso. 
Imperfetto ma bellissimo, avrebbe avuto forse bisogno di una seconda mano di pittura e di qualche pagina in più. Di linee di contorno meglio rimarcate. I capitoli si leggono così, a colpo d'occhio, e la vaga amarezza dell'epilogo sembra una sfida contro il tempo. L'autore aveva fretta di scriverlo e di morire. Oggi, nei tour in libreria, ne racconta la gestazione la vedova Haruf: leggi, sai che Le nostre anime di notte è il testamento della loro relazione, e ti commuovi. Il romanzo dura un'estate. Si svolge alla fine di una buona annata per i coltivatori locali: il tempo è stato clemente, le piogge rade ma indispensabili. La penuria, l'aridità del passato, sembrano un ricordo. In una di quelle sere quiete, Addie Moore si presenta alla porta di Louis Waters: gli fa una proposta indecente. Dal momento che sono entrambi insonni e abbandonati, perché non passare insieme la notte? Lui è un professore in pensione dall'indole poetica, con una figlia rancorosa e una moglie morta di cancro e di delusione. Dice subito di sì, perciò, a una coetanea che ha già seppellito una figlia e un marito. Hanno inizio le loro ronde notturne. L'intero vicinato spia dalle tende accostate quei viavai. Incuriosito, sospettoso, invidioso. Per il coraggio, la leggerezza e la naturalezza con cui ci si può volere bene quando tutto, eppure, sembrava perso.
I ruoli si invertono. I figli fanno scenate agli adulti, attenti ai pettegolezzi di quartiere. Ma ecco Louis, sbarbato e profumato, che attraversa la strada con un sacchetto di carta in mano: ci sono uno spazzolino di riserva e il pigiama buono. Bussa, e la donna lo apre: l'abat-jour si spegne al piano superiore. I due parlano, perlopiù, fino a prendere sonno. Di un'esistenza passata accanto a coniugi sconosciuti, dei reciproci rimpianti, dei sogni mancati. Di priorità e imprevisti. Volere qualcos'altro, qualcosa di più, significa forse peccare di ingratitudine? Si tengono per mano, pur rimanendo ognuno al suo posto. Si danno un bacio sulla bocca dopo cento pagine e passa. Provano a spingersi oltre, ma presumibilmente non riescono: lui, imbarazzato, accenna alla famosa pillola blu; lei sorride, dice che non ha importanza, e in fondo è vero. Si spacciano per moglie e marito. Giocano a fingersi genitori e nonni, quando Addie apre le porte a Jamie: il nipotino di sei anni in fuga dai genitori litigiosi, che sonnecchia tra i loro corpi malandati sentendosi finalmente al sicuro. L'ultimo Haruf parla dell'egoismo bestiale di noi figli; degli interminabili sacrifici dei genitori; della pazienza dei vecchi, che apprendano dai più piccoli lo spirito di adattamento e il compromesso. Gli anziani cercano un senso. Trovano hobby e passatempi, come la cura dell'orto o il fai da te. Si limitano a riempire le giornate. Aspettano la morte in veranda, ingannando il tempo a modo loro. I protagonisti di Le nostre anime di notte – campagnoli disincantati e stanchi – condensano la ricerca negli anni che restano, in duecento pagine scarse. Di giorno inanellano una serie di faccende da sbrigare con il pilota automatico e di notte si svelano, come fanno i vampiri. Non si spengono. Professano una vecchiaia che non è sinonimo di tristezza. E che la solitudine, a volte, può essere riempita fino all'orlo. Inseguendo il tempo, Dio e l'altro. 
Prima che il sorgere del sole, almeno, li strappi dalla ricerca e dalle lenzuola.
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Passenger feat. Birdy – Beautiful Birds 

lunedì 10 dicembre 2018

Recensione: Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf

| Vincoli. Alle origini di Holt, di Kent Haruf. NN Editore, € 18, pp. 260 |

Quando da bambino i miei nonni mi portavano in campagna non vedevo l'ora di fare dietrofront. Gli insetti pizzicavano dappertutto, dalla terra riarsa si sollevavano sbuffi di polvere che peggioravano i miei attacchi d'asma, la conigliera in cui uno dei cugini mi aveva attirato con l'inganno durante una sfida a nascondino mi terrorizzava. Ero piccolo e goffo, troppo per arrampicarmi sugli alberi. Avevo il fiato corto, troppo per correre dietro un pallone di cuoio – beccare in pieno la porta del granaio significava goal – o per fare tana libera tutti. Perciò contavo. E mentre mio fratello Diego si divertiva a insozzarsi come mamma non gli avrebbe mai permesso, ad accarezzare il manto di mucche e cavalli, mi convincevo con un braccio sugli occhi – uno, due, tre, quattro, cinque – che le fattorie erano belle giusto in versione giocattolo; che la vita all'aria aperta non faceva per me. Ho cambiato idea crescendo. Anche se continuano a sembrarmi inimmaginabili il campo che scarseggia o le linee telefoniche a intermittenza. Anche se quelle estati d'infanzia preferisco non ripeterle, no, stranito dalla faticosa routine del mondo rurale; da coetanei che non vedono l'ora di ereditare le proprietà dei genitori, sposarsi, costruire la loro casa mattone dopo mattone – senza la comodità degli agenti immobiliari, insomma, o il bisogno di cambiare prospettiva in un condominio alto sei piani. Questo topo di città, infatti, ha cominciato a fantasticare sulla pace della natura grazie a storie come quelle raccontate da Kent Haruf: resoconti di esistenze frugali, di piccole gioie, che cullavano i sensi le volte in cui sognavo un bicchiere di vino sul portico, arpeggi di chitarra in filodiffusione, la disintossicazione dallo stress. Avete presente quando il cielo vi sembra il coperchio di una scatola di scarpe? Quella voglia di radunare il necessario e partire senza avvisare per luoghi in cui non sembra più così drammatico l'essere tagliato fuori dal mondo?

In seguito ognuno di noi rientrò nel suo solco. E qualche volta, ripensando a questa storia, mi pare che non ci sia altro che questo: una serie di solchi indipendenti. Alcuni sono durati per quattro o cinque anni, altri per venti, ma erano comunque solchi, come quelli scavati da una mandria di mucche sfinite che occasionalmente si fermano ad abbeverarsi e riposare un po', e magari a dare una bella leccata a un blocco di sale, quegli stessi solchi che poi le riportano in mezzo alla sabbia della contea di Holt. Diamine, è sempre così, in qualsiasi pascolo.

Holt mi accoglie a braccia aperte, ho un posto ormai riservato, ma questa volta mi dice che il soggiorno non sarà facile. Non è tutto oro quel che luccica, e la campagna non è solo per candidi vecchini e villeggianti impreparati; non è solo grilli festosi e silenzio. Qualcosa di brutto è capitato ai Goodnough: la loro graziosa casa gialla è in fiamme, qualcuno non ce l'ha fatta durante quell'incendio doloso, e l'unica superstite è anche l'unica sospettata. I giornalisti indagano sulla colpevolezza di Edith, ottant'anni, e i poliziotti piantonano il reparto di terapia intensiva. La sua famiglia è lì da generazioni. Sono partiti dall'Iowa al Colorado prima i genitori, sposini in cerca di un lotto appartenuto agli indiani: Ada e Roy – lei malata di malinconia, lui padre padrone – hanno scoperto a proprie spese che il sogno americano era una bugia, tutto sabbia e incuria. Si sono rimboccati le maniche, e i loro figli ne hanno ereditato i frutti. Ma cosa si dice di chi semina vento? Edith e Lyman hanno raccolto oneri e tempesta, consacrandosi sin da adolescenti ai rovesci di fortuna della trebbiatura e agli scontenti. Li descrive con autentica commozione Sanders Roscoe, figlio di John – in gioventù interesse amoroso proprio della bella Edith –, che per anni ha vissuto a un chilometro di distanza.

La maggior parte di quello che sto per dirti, lo so per certo. Il resto, lo immagino.

In provincia arrivano di sfuggita il proibizionismo, le notizie dal fronte occidentale, e fra unioni di convenienza e solitudini volontarie la tragedia di Pearl Harbor è l'occasione buona per voltare pagine. Da scapolo di mezza età che ha ignorato a lungo la birra, il poker, il gentil sesso, Lyman si trasforma in un damerino capriccioso e ben vestito, sempre in viaggio sulla sua Pontiac fiammante. Alla remissiva Edith spettano invece venti dollari con un fiocco rosso per Natale e qualche cartolina esotica da appendere nel tinello: aspetterà alla finestra della sua casa-prigione fino a sfiorire, e anche allora infrangerà giovani cuori. Perfino quello del narratore, cotto di lei nonostante i trent'anni di differenza, che dai Goodnough può masticare liberamente gomma americana e farsi carico dei fardelli della nubile solitaria. Sognare di scappare è controproducente tanto quanto pisciare controvento. Quella routine non ha spiragli.

Se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di città, le cose sarebbero potute andare diversamente. Perfino nel 1915 i ragazzi di città avevano qualche opportunità di fuga in più rispetto ai ragazzi di campagna. […] Le cose sarebbero potute andare diversamente anche se Edith e Lyman fossero stati ragazzi di campagna adesso, nei vivaci, rumorosi anni Settanta. […] Ma quelle cose, quelle occasioni e opportunità di fuga, Edith e Lyman non le avevano. Erano ragazzi di campagna nel secondo decennio di questo secolo violento, ed erano intrappolati.

Si muore presto d'infarto, si abbandonano gli studi già alle scuole medie, si mungono le mucche due volte al giorno con la loro coda infangata che ci frusta la faccia, si raccolgono brandelli di dita umane nelle erbacce. È una Holt irriconoscibile, questa, perché ancora in costruzione: nessuna Main Street lungo la quale passeggiare a braccetto, nessuna poesia d'amore sul dondolo al tramonto. I vincoli del titolo: la terra dei padri, i rapporti di sangue. Quanto costa liberarsi e, soprattutto, cosa comporta? Cani bastonati dalla catena troppo corta, gli indimenticabili protagonisti si strozzano a furia di tirare, mordono se serve, infine si inseguono la coda. Ci sono le camicie da stirare, il pollo ripieno o la crostata di zucca da preparare, un'altra fiera da visitare sorridendo un po' dei maiali da esposizione o dei sottaceti da guinness. Il decoro a ogni costo: anche nella disperazione del fallimento, anche nell'omicidio premeditato. Questo Kent Haruf tanto diverso ai tempi dell'esordio – l'inconsueta cornice mystery, gli intrighi delle saghe familiari che per magia stanno alla perfezione in trecento pagine scarse – è meraviglioso. Al solito, più del solito. Al punto che dici grazie, mi fermo qui a leccarmi le ferite. Quasi quasi resto a Holt.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Johnny Cash – I See a Darkness

sabato 29 dicembre 2018

[2018] Top 10: Le mie letture


10. The Outsider | Stephen King
Lo scriveva già Shakespeare: ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni la tua filosofia. Nell'ultimo Stephen King ce n'è qualcuna in più.

9. Sotto il falò | Nickolas Butler
Lo scorso luglio ho salutato Butler fuori stagione. Aveva nel bagaglio a mano dieci storie, dieci ballate, che parlavano di paternità, amicizie al maschile, campagna contro città. È tornato a emozionarci sottovoce, così, con la malinconia che solo lui, Haruf e pochi altri cowboy romantici sanno suggerire. In pillole.

8. Dai tuoi occhi solamente | Francesca Diotallevi
Chi era Vivian Maier, la tata francese che dava false generalità, colleziona storie, fuggiva per la paura di essere abbandonata? Nella finzione letteraria a far breccia nella sua corazza sono le attenzioni della famiglia su cui veglia. In libreria, invece, l'arduo compito spetta a Francesca Diotallevi, qui alle prese con il più fascinoso e sfuggente dei suoi personaggi.

7. Se la strada potesse parlare | James Baldwin
Se la strada potesse parlare ti racconterebbe una storia bellissima già diventata film. Una favola d'amore e denuncia che, con la discrezione dei piccoli grandi classici, non diventa mai una celebrazione fine a se stessa del Black Power né un canonico dramma giudiziario. 

6. Vittoria | Barbara Fiorio
Un siamese, un po' di magia, il nome di Barbara in copertina. L'indispensabile, insomma, in una commedia sulla difficoltà di riprendersi in mano la vita, tra conti in rosso, cuori infranti e fotomanzia. Dentro, tutta la leggerezza del mondo e, a sorpresa, tanto di più. 

5. L'animale femmina | Emanuela Canepa
L'apprendistato di Rosita presso lo studio di Lepore, avvocato spregevole ma magnetico, dura il tempo di una prigionia e di un romanzo ambiguo. Quanto costa cara l'indipendenza, in un piccolo harem della Padova bene dove la parola resilienza è blasfema e il valore di una segretaria si giudica dai caffè che serve?

4. Salvare le ossa | Jesmyn Ward
Ritratto di famiglia con tempesta, come in un film di Hirokazu Kore'eda. Un padre, un pitbull, quattro fratelli contro la distruzione di un uragano che porta il nome di donna, in un microcosmo eppure declinato al maschile. Tutto è bellissimo, incantevole e terrificante come letto nelle recensioni venute prima della mia. Ho conosciuto i Batiste in ritardo, e adesso non me li scordo più.

3. Isola di Neve | Valentina D'Urbano
Siamo a Novembre: un'isola che non c'è. Siamo alla ricerca del concerto per violino di Andreas Von Borger: un musicista tedesco, in realtà, mai esistito. Eppure, sovrappensiero, ti viene da cercare su Google articoli che parlino di tutti loro. Solo per scoprire con un po' di amarezza e un po' di stupore che sono l'invenzione di una scrittrice forse qui al suo meglio.

2. Vincoli | Kent Haruf
Ritorni inaspettati in quel di Holt. Anche se non tutto è oro quel che luccica in campagne in cui l'eredità della terra, i legami di sangue ti vincolano vita natural durante. Quanto decoro però, quanta bellezza: a tal punto che ti viene da dire, Kent, grazie, mi fermo qui a leccarmi le ferite. Quasi quasi resto a Holt. 

1. Divorare il cielo | Paolo Giordano
Un grande romanzo o un romanzo grande? Nel dubbio, una straordinaria storia corale che contiene una generazione ribelle, perfino il cielo, grazie alla scrittura di un Giordano ufficialmente stanco della solitudine del suo primo successo. 


I PREMI COLLATERALI

Miglior thriller: Ellie all'improvviso Lisa Jewell
Miglior fantasy/distopico: Paesaggio con mano invisibile M.T. Anderson
Miglior young adult: Montpelier Parade Karl Geary
Miglior romanzo LGBT: Le ferite originali Eleonora C. Caruso 


Esordi memorabili: Guasti Giorgia Tribuiani
Graphic Novel, che scoperta: S. Gipi
Storie d'amore: Anonimo veneziano Giuseppe Berto
Romanzo kleenex: Eleanor Oliphant sta benissimo Gail Honeyman 


Memoir: Non mentirmi Philippe Besson
Tanto rumore per nulla: Vox Christina Dalcher
Guarda un po' chi si rivede (la sorpresa): Il sole è anche una stella Nicola Yoon
Be', dai, ci siamo visti (il flop): L'ultima volta che siamo stati bambini Fabio Bartolomei

giovedì 28 dicembre 2017

[2017] Top 10: Le mie letture


10. I nostri cuori chimici Krystal Sutherland 
Lui ama lei. E lei non può fare altrettanto; non fino in fondo. Un terzo d'amore è sufficiente? Se hai diciassette anni e (500) giorni insieme, a occhio, è il tuo film preferito, non c'è niente di più struggente.

9. Non ti faccio niente Paola Barbato
Un'avventura implacabile e delicata, dalle sfumature kinghiane, su una squadra di sconosciuti male in arnese, ai ferri corti con la malinconia, che si aggregano per giocare ai detective. Cos'hanno da perdere? Da guadagnare, quattrocento pagine in cui ci si scopre più forti insieme.

8. Open Andre Agassi
Che storia, che partita, che vita.

7. It Stephen King
Farò ritorno a Derry tra ventisette anni. Quando tornerà l'asma, la balbuzie sfiderà qualsiasi consulto dei logopedisti e le cicatrici dei giuramenti di sangue, scavate sui palmi delle mani col coccio di una vecchia bottiglia di Coca-Cola, sanguineranno nei giorni dei pranzi andati di traverso e dei ritorni a casa. E sarà come vivere per sempre. Laggiù, dove eppure si va per morire.

6. Le otto montagne Paolo Cognetti
Un romanzo intensissimo, commovente, dove gli stati d'animo seguono i bollettini metereologici e i bambini vengono al mondo in ottobre, ché l'amore si fa quando i campi riposano. Ti scalda in questo inverno che non ha pietà. E lo sa la testa, e lo sa la pancia.

5. Le nostre anime di notte Kent Haruf 
I protagonisti di Haruf non si spengono. Professano una vecchiaia che non è sinonimo di tristezza. E che la solitudine, a volte, può essere riempita fino all'orlo. Inseguendo il tempo, Dio e l'altro.

4. Il cuore degli uomini Nickolas Butler
Butler fa nodi da marinaio – a lungo, mi legherà con quelli ai suoi meravigliosi personaggi - e improvvisate voce e chitarra. Conosce i segreti per leggere le stelle superstiti, e se ne fa custode. Spazza la cenere. Fino all'alba, ancora, giura che terrà acceso il fuoco.

3. Bellissimo Massimo Cuomo 
Un inseguirsi senza tregua e forse senza raggiungersi. Su una fuga lunga una vita. Su un amore che è saziarsi. Su quegli abbracci da cui ci si ritrae d'istinto, per disabitudine o paura di un altro pugno in faccia, che portano a casa.

2. Uomini e topi John Steinbeck 
Gli uomini e i topi condividono una favola dopo dodici ore spese nei campi. Fantasticano su una terra promessa, al bando l'indiscrezione dei curiosi. Con l'indomani che è un altro ranch, sì, e lo stesso sogno impossibile prima di coricarsi.

1. Stoner John Williams
Quanto è abusata l'espressione: è uno dei romanzi della mia vita. Ma questo lo è davvero. Di quella vita noiosissima e bellissima che non ho mica chiesto io, ma tant'è. Che non farà la rivoluzione, mi ha detto una persona, ma la differenza per qualcuno. Stoner sono io, sì, e in fondo anche tu. 

sabato 16 settembre 2017

Recensione: La fine dei vandalismi, di Tom Drury

| La fine dei vandalismi, Tom Drury. NN Editore, € 19, pp. 392 |

Ci sono quei romanzi che dicono tutto pur parlando di niente. Storie di campagna, dimesse e quotidiane, che emozionano a modo loro con quel misto irrinunciabile di dettagli minuziosi, calma apparente e verità. Le regole di buon vicinato, le novità grandi e piccole che fanno mormorare i compaesani, il dondolo in veranda e gli annunci affissi ai pali della luce: la provincia americana, quella vecchia e polverosa, si faceva poesia nei romanzi del compianto Kent Haruf. Sulla scia del ricordo dell'autore americano, la stessa NN che l'ha riscoperto traduce per la prima volta Tom Drury: un'altra trilogia scritta negli anni '90, e in parte dimenticata; simili atmosfere confortanti e sonnacchiose; stessa struttura corale, con protagonisti e comparse fugaci che si incrociano lungo la strada principale. Siamo a Grouse County. Sullo sfondo: le quattro stagioni, le elezioni cittadine per il nuovo sceriffo, il divieto di caccia e atti di vandalismo di cui festeggiare finalmente la conclusione. Lì non si sa che colore abbia il mare, si abbandonano gli studi dopo il liceo, i negozi aprono e chiudono come cambia il vento. Alcuni vociferano che Sally Field, ai tempi sulla cresta dell'onda, voglia ambientarci un film.

«Lo amo tantissimo».
«Forse non è amore» disse Louise. «Magari è soltanto una tristezza a cui hai fatto l'abitudine».

Mentre si aspetta invano l'arrivo della troupe cinematografica, un'eccezione alla noia, Louise e Dan – lei fotografa, lui agente di Polizia, lei sonnambula, lui insonne – si avvicinano abbastanza da convolare a nozze. Hanno quell'età in cui i figli sembrano un miracolo e, alle spalle, relazioni belle che tramontate. L'ex marito della donna, Tiny, disoccupato, è un ladruncolo che spesso si improvvisa criminale da poco: in cerca di se stesso, si allontana da una moglie felice altrove e dalla mancanza generale di prospettive. Dove si dirige? Tutt'intorno, le comparse di esistenze come le nostre: a volte importantissime, altre del tutto ininfluenti. Una numerosa carrellata di comprimari – li trovati elencati in conclusione, come fossero i figuranti nei titoli di coda di un film d'autore – a cui provi a star dietro, prima che intervenga una ragionevole svogliatezza. Le mille facce che popolano La fine dei vandalismi, cronaca senza sobbalzi ma non senza emozioni, suscitano a malincuore indifferenza dopo la prima parte. Perché introdurre l'ennesimo nome che non pesa, ci si domanda? Perché non assecondare la tentazione di saltare qualche pagina, al giro di boa, sapendo che in fondo non cambierà nulla?

«Louise?» «Sì. Cosa c'è?»
«Non dimenticarti delle cose belle.»

Tra le pagine del primo Tom Drury – placido, sobrio, a voce bassa; ma la sua scoperta tardiva non meraviglia, al contrario di quella di Haruf – non succede niente, no. Non hai il desiderio di sfogliarlo e risfogliarlo, di sapere come andrà a finire. Raccontando la vita in presa diretta, rinuncerà a chiuse nette, tra drammi di genitori e figli, nascite e dipartite. Lo apri, tuttavia, con uno strano senso di serenità addosso. Sai che i protagonisti, a lungo andare gente di famiglia, staranno sempre lì e aspetteranno te. Un burattino discreto, anche se poco poco insofferente, che gli darà il potere di esistere e di emozionare. Ci sono quei romanzi che dicono tanto, se non tutto, e quel niente non sempre sanno farlo brillare. Storie troppo dimesse e troppo quotidiane, con troppe minuzie, troppa calma, troppa verità al fuoco. Quelle che non saperesti se consigliare o meno, ma a cui ti affezioni anche se non vuoi. Anche se, lì per lì, non te ne accorgi neppure.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – The Long and Winding Road 

venerdì 15 aprile 2022

Recensione: Qualcosa nella nebbia, di Roberto Camurri

| Qualcosa nella nebbia, di Roberto Camurri. NN Editore, € 17, pp. 170 |

Torno di nuovo a Fabbrico, fra le pagine del terzo romanzo di Roberto Camurri. A sorpresa scopro la città profondamente cambiata. Lo scenario quieto e riposante dell'esordio è stato smarginato dalla foschia. L'arrivo della sera, ora, getta ombre lunghe su luoghi un tempo rassicuranti; le montagne intorno, incombenti, generano un senso di claustrofobia; le porte dei fienili, murate, raccontano storie di morte e sopraffazione. Vuota e spettrale, sviluppatasi all'ombra di un pastificio invaso dai topi, Fabbrico funge da scenario per un gioco metanarrativo tanto torbido quanto affascinante, pieno di sesso e disagio.

Scrivevo e mai mi sarei fermato. Ero in preda a qualcosa di mistico, sconosciuto. Non avevo sentito la campanella suonare, la maestra alzarsi, il rumore delle sedie trascinate sul pavimento per allontanarsi dai banchi, il vociare tipico della fine delle lezioni. Non avevo visto la maestra avvicinarsi, le sue dita prendere il foglio. Qualcosa era scattato, irrazionale. Mi ero alzato dal banco, con le lacrime e il fiato corto, la pelle rossa, gli occhi spalancati, mi ero gettato addosso a quella supplente, le avevo strappato il foglio di mano, lo avevo stretto a me, non volevo lasciarlo andare. Era la cosa più bella del mondo, inventare e raccontare una storia.

Alla maniera dell'ultimo Donaera, Camurri abbandona l'intimismo dei suoi lavori precedenti per un intreccio a metà tra l'autofiction e l'horror. Qualcosa nella nebbia parla di uno scrittore di successo di nome Roberto, marito e padre di famiglia, che lavora a tempo pieno con i matti e ogni tanto, vittima di pensieri meschini, perde le staffe. Ma questa, no, non è un'autobiografia. Benché abbia ambientato laggiù tutti i suoi romanzi, il protagonista non ha mai messo piede in quel di Fabbrico: o così crede. Perseguitato dal richiamo dell'anonima cittadina di provincia – braccato, ispirato, condannato –, vi sembra legato da un misterioso patto mefistofelico. Impegnato in un tour in Olanda e alle prese con la stesura di un nuovo libro, sarà costretto ad affrontare i propri demoni per non perdere il filo della storia più importante: quella della sua vita.

Avevo racchiuso delle vite in una gabbia di vetro, l'avevo chiamata Fabbrico, l'avevo esposta nuda e fragile sotto gli occhi di tutti. Ero arrabbiato con loro perché avevo creduto alle loro parole, ero sicuro sarebbero bastate, non era così. Il buco tra lo stomaco e lo sterno si faceva di nuovo sentire, era ancora lì, c'era sempre stato. Non era la scrittura a riempirlo. Non erano gli applausi, il successo. Ero sconvolto, pensavo di essergli sfuggito.

Come se avessero vita propria, intanto, i personaggi di cui scrive vendono l'anima alla pulsioni peggiori. In questo spietato romanzo nel romanzo leggiamo così di Alice, soubrette ritornata all'ovile affamata di sadomasochismo; di Andrea, detto Jack, che annega i propri traumi infantili nel whisky; di Giuseppe, pazzo di Alice, che qualche volta si intrattiene a conversare con il fantasma del padre suicida. Sarebbe imperdonabile raccontarvi altro. All'apparenza confuso, Qualcosa nella nebbia è in realtà un loop pirandelliano abitato da personaggi legati dal filo di medesimo dolore e sciolti, infine, dall'incantesimo di una fattucchiera impermeabile alla pioggia. La costruzione della propria identità, nel coraggiosissimo Camurri, è una questione collettiva. E per mettere un punto alla seconda storia, in questo complesso sistema di scatole cinesi, è necessario prima assicurare una degna conclusione alla prima. Mi aspettavo una passeggiata nella Holt di Kent Haruf: ho trovato ad attendermi al barco, con un brivido di piacere, la Derry di Stephen King.

Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Promise - Silent Hill's Theme 

lunedì 19 marzo 2018

Recensione: A misura d'uomo, di Roberto Camurri

| A misura d'uomo, di Roberto Camurri. NN Editore, € 16, pp. 168 |

Lo definiscono romanzo per racconti, ma tra me e me ho elaborato una definizione alternativa per letture che somigliano a questa. Quelle che entrano nella tua quotidianità a piedi scalzi, in silenzio, confondendosi con te, gli stipetti della cucina, le mattonelle a fiori del bagno e le foglie secche in giardino. Quelle a cui vuoi bene comunque, come si fa con chi in fondo c'è sempre stato. Costantemente, banalmente, per routine. Ci sono persone che restano, e ci sono romanzi davanti ai quali non ti dici mai nel mentre, ecco, che bella pagina, che signor momento, quanto cazzo mi sta piacendo. Romanzi di poche parole, li chiamo io, come se uno scrittore – che con le parole crea immagini, gioca – potesse essere laconico. Un controsenso, no? Poi penso a Kent Haruf e ai suoi discorsi diretti, non preannunciati mai dai due punti e le virgolette. Penso a Nickolas Butler, con una scrittura emozionantissima perché ridotta all'osso, e alle sue amicizie maschili in cui parlano i gesti pratici: i tacchi degli stivali piantati a terra, nella polvere della perifera, di chi ha imparato a restare. A misura d'uomo, esordio narrativo di Roberto Camurri, è una di quelle storie che stranamente, da qualche anno a questa parte, mi si addicono. Semplici e concilianti. 
Uomini che bevono, uomini che fumano, uomini che masticano liquirizia per smettere, uomini che fanno lavori disprezzati e debilitanti in mancanza d'altra speranza.

Io però Garibaldi non l'ho mai amato, aveva continuato Giuseppe, ho sempre detto in giro che mi chiamavo Giuseppe come Mazzini, perché a me son sempre piaciuti più quelli che ci provano di quelli che ci riescono.

Io ho ventitrè anni, non fumo, non bevo, non ho problemi di donne e non grandi amici. Vivo in una città piccola, sì, ma da cui ogni mattina partono treni che mi mostrano che esiste, volendo, una scappatoia. Ci sto così bene, eppure, in compagnia di personaggi tutti vizi e fragilità, diversissimi da me. Mi piace da morire sedermi sulle sedie di plastica in piazzetta, davanti all'unico bar aperto. Ascoltare il disincanto che ancora non so, cedendo dopo i vari dai, dai ad aspirare tossendo un tiro di Lucky Strike. La provincia italiana spezza i sogni e imbianca precocemente i capelli. A trent'anni, a malincuore, si è già vecchi. Lo sanno Valerio, Davide e Anela, al centro di un'amicizia che decenni dopo si fa triangolo sentimentale. Lo sanno i deliri di Mario, che grazie alla perseveranza della compagna Elena sperimenta la lenizione dell'amore. Lo sanno gli incartapecoriti Giuseppe e Bice, da un lato e l'altro di un vecchio bancone, legati da un sentimento che non si sono mai confessati e dalla vergogna per un paese che, nel suo giorno di festa, rivela un'indole ignorante e razzista. Insieme a loro Maddalena, che sceglie un figlio e la solitudine; lo scrittore Luigi, di origine eritrea, che assieme a Mario, da ragazzino, pendeva dalle labbra degli inseparabili Valerio e Davide; una coppia scoppiata perché sterile che, in sosta sull'autogrill, magari si salva grazie a una provvidenziale cagnetta di nome Salvo. 
Uomini che perdono il pelo ma non il vizio. Uomini che non piangono ai funerali, si sentono in colpa, e alla fine si sciolgono in lacrime per la visione delle margherite in inverno. Uomini che si presentano ubriachi a casa degli amici d'infanzia, ma che cosa vuoi farci: metti in caldo la cena e offri loro il divano-letto. Cattivi compagni che bevono, fumano, ma portano le loro donne al mare. E tanto basta per baciargli a letto anche le cicatrici, anche gli sfregi.

Gli sembra che quella pianura, il giallo dei campi, il verde del foraggio, il marrone della terra dissodata sia tutto quello che ha, sia, in fin dei conti, quello che è.

Nell'emiliano Camurri, in quel di Fabbrico, non esistono colpi di testa o incontri folgoranti. Ci si conosce da tutta la vita. Si va. Si viene. Qualche volta si torna per restare. Ci penso, e penso a una mostra fotografica a cielo aperto. Istantanee sui pali della luce, negli scheletri polverosi delle cabine telefoniche, sui tronchi degli alberi e i segnali stradali. Istantanee con le pinze colorate ai fili del telefono, come lenzuona stese ad asciugare. I racconti di Roberto Camurri – parte microscopica e vitale, in realtà, dello stesso identico quadro – altro non sono che un andirivieni di storie in ordine sparso, di facce che diventano presto familiari, di discese e risalite che ti portano inevitabilmente lì. Su una via di casa lungo la quale è meraviglioso attardarsi al tramonto. Dove appartieni. 
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Diodato feat. Roy Paci - Adesso