sabato 16 luglio 2016

Recensioni a basso costo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine, di Ransom Riggs

Mi ero appena rassegnato a un'esistenza noiosa quando iniziarono a succedere cose straordinarie. La prima fu traumatica. E come tutto ciò che ti cambia per sempre, spaccò la mia vita in due metà: il Prima e il Dopo

Titolo: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine
Autore: Ransom Riggs
Editore: Rizzoli – Bur
Numero di pagine: 382
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Quali mostri popolano gli incubi del nonno di Jacob, unico sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia di ebrei polacchi? Sono la trasfigurazione della ferocia nazista? Oppure sono qualcosa d'altro, e di tuttora presente, in grado di colpire ancora? Quando la tragedia si abbatte sulla sua famiglia, Jacob decide di attraversare l'oceano per scoprire il segreto racchiuso tra le mura della casa in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri piccoli orfani scampati all'orrore della Seconda guerra mondiale. Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei bauli pieni di polvere e dei detriti di vite lontane, Jacob potrà stabilire se i ricordi del nonno, traboccanti di avventure, di magia e di mistero, erano solo invenzioni buone a turbare i suoi sogni notturni. O se, invece, contenevano almeno un granello di verità, come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d'epoca che Abraham custodiva gelosamente. Possibile che i bambini e i ragazzi ritratti in quelle fotografie ingiallite, bizzarre e non di rado inquietanti, fossero davvero, come il nonno sosteneva, speciali, dotati di poteri straordinari, forse pericolosi? Possibile che quei bambini siano ancora vivi, e che - protetti, ma ancora per poco, dalla curiosità del mondo e dallo scorrere del tempo - si preparino a fronteggiare una minaccia oscura e molto più grande di loro?
                                             La recensione
Piantonamenti, inseguimenti senza dare nell’occhio, la spia dal buco della serratura e, infine, le piazzate sotto casa. Descrivervi come, dopo anni e anni di ordini cancellati e tentativi vani, abbia fatto a reperire una copia della prima edizione di La casa per bambini speciali di Miss Peregrine suonerebbe tanto come il diario di uno stalker seriale. Nel carrello non ci voleva stare, quell’edizione con copertina rigida presto finita nei Remainders, e quante illusioni, quanti scongiuri, quando Libraccio, puntualmente, mi cancellava acquisto e buoni propositi all’ultimo minuto. Verso marzo, poi, e ormai non ci credevo neanche più, ci sono riuscito: Libreria Universitaria, qualche giorno di attesa, ed eccolo lì, pagato sei euro anziché diciannove, solido, bellissimo e mio. Nel frattempo, in rete, iniziavano a circolare i primi trailer della trasposizione di Tim Burton e, dopo gli ultimi flop collezionati dallo stesso regista che, con Big Fish, ha diretto quello che è forse il mio film preferito,  le invenzioni curiose e la fantasia contagiosa di Ransom Riggs sembravano il portale ideale per ritornare alla magia perduta. Io sono io, però, e ci sono voluti quattro mesi affinché, all’indomani del tallonamento, Miss Peregrine passasse dalla libreria al comò; l’ispirazione, un po’ di tempo libero in più e cieli che conciliano – odiando l’estate, aspettavo i temporali di queste mattine. Primo volume di una trilogia fantasy che pare giungerà a conclusione entro l’anno, l’esordio di Ransom Riggs si è rivelato degno del mio spietato, assiduo corteggiamento? O è valsa a poco la smania di possesso che me l’ha fatto letteralmente ricercare per mari e per monti?  Da grandi aspettative derivano grandi responsabilità, sì, eppure io ne sapevo pochissimo dei suoi mondi incantati e dei terrificanti piccoli eroi ricordati dal titolo: l’ho aspettato – e come, se l’ho aspettato – ma a scatola chiusa. In ritardo avrei scoperto del rapporto stretto tra Jacob e suo nonno, un anziano polacco scampato al Nazismo, e delle favole a tinte fosche che raccontava a suo nipote prima di addormentarsi. Favole di cui quel nonno, miracolo in incognito, si diceva essere il vero protagonista. Un misterioso meccanismo della psiche per rielaborare gli orrori dell’Olocausto, o resoconti di una vita parallela? Metafora o verità? Il vecchio conserva una straordinaria lucidità, l’accento originario, lettere di un’amante lontana non immaginereste mai quanto e una chiave che apre un arsenale: non abbastanza per farsi prendere sul serio da un nipote magico come lui, e non abbastanza per proteggersi dai Vacui. Quando il nonno viene rinvenuto nei boschi, assassinato, Jacob si accorge che incubi e prodigi sono all’ordine del giorno per persone come loro due: speciali. Scortato dal padre, ornitologo in erba, il sedicenne viaggia nella tempesta, fino a una sperduta isoletta britannica: nella punta più estrema, sorge l’orfanotrofio in cui il nonno è stato allevato prima della guerra. 
O quel che ne resta. Un rudere distrutto dai bombardamenti, di cui rimangono sinistre fotografie color seppia e un passaggio segreto. Si accede alla Casa per bambini speciali di Miss Peregrine viaggiando nel tempo, esplorando un anello in cui si è prigionieri di uno stesso giorno destinato a ripetersi in loop e affidandosi anima e corpo alle cure della direttrice, Peregrine, che si trasforma in un falco pellegrino all’occorrenza e protegge i suoi straordinari orfani in una bolla di sapone. Jacob arriva lì per innamorarsi di Emma, dalle cui mani scaturiscono sfere di fuoco, e stringere amicizie con gli altri: bambine forzute, aspiranti dottor Frankenstein, fanciulle fluttuanti, ragazzi invisibili... Lui, che apparentemente non ha nulla che non vada, normalissimo, ha il potere di smascherare i mostri – vogliono rapire la tutrice e sterminarne i discepoli, mossi da un piano da ostacolare – e il compito gravoso di proteggere i suoi pari. La scelta è perdersi o restare. Ransom Riggs, valente narratore e rigattiere a tempo perso, confeziona una deliziosa favola moderna, che nei momenti buoni – soprattutto nella prima metà, dunque – sortisce sul lettore l’effetto di una nostalgica macchina del tempo. 
Fa piacere ritrovarsi bambini d’un tratto, all’epoca in cui si leggevano i primi King sotto le coperte, e il merito va a una una scrittura fresca e fascinosa e, soprattutto, a inserti fotografici che sono un prezioso elemento aggiuntivo. L’autore scopre fotomontaggi di un’epoca passata in un baule e, tutt’intorno, cuce una fiaba che da quei negativi prende i volti inquietanti e da lì, in seguito, s'inventa storie dentro storie. Il risultato è dei più suggestivi, nonostante la memorabilità non sia purtroppo di casa. E la colpa è di uno svolgimento potenzialmente ripetitivo, che non sono certo si sia lasciato dietro forti nodi da sciogliere, briciole di pane, o figure che facciano a gara per conquistarci: la stessa Miss Peregrine, ad esempio - che da attempata nonna Papera al cinema mi diventa la splendida Eva Green: altro che lifting -, fa da guida ai suoi pupilli senza rivelare troppo di sé. Il potenziale di La casa per bambini speciali di Miss Peregrine starà tutto qui, come ho iniziato a sospettare verso la conclusione? Burton, che sin dal trailer sembra avere imboccato una strada molto diversa, approfitterà del materiale di partenza per fare addirittura meglio, così com’era stato per il pare non imperdibile romanzo di Daniel Wallace? Nonostante mi tenga compagnia più di qualche dubbio, quello di Riggs è però il romanzo da sfoggiare in libreria. E io, che eppure mi sono convertito piano alle gioie della biblioteca comunale e, di tanto in tanto, leggo anche qualche ebook, mi sarei sentito a metà senza un volume in cui l’inventiva del narratore, l’impaginazione curatissima e le logore fotografie al suo interno giocano gomito a gomito per rievocare giardini segreti, pseudo ucronie e giovani avventurieri che, in viaggio nel tempo, arrossiscono per le moine della bambina speciale che, una vita prima o appena ieri, si scambiava baci e promesse con un nonno che ha scelto la normalità e un tempo che scorre come deve.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Birdy – Wild Horses 

mercoledì 13 luglio 2016

Recensione: La figlia sbagliata, di Raffaella Romagnolo

L'amore vero è questa cosa qui, Pietro: abituarsi. Che fastidio ti dà uno che parla un po' troppo forte al telefono? L'amore vero, che dura tutta una vita, deve essere ragionevole.

Titolo: La figlia sbagliata
Autrice: Raffaella Romagnolo
Editore: Frassinelli
Numero di pagine: 170
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant’anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l’uomo con cui ha condiviso l’esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.
                                          La recensione
Sabato sera, interni borghesi. Primo piano su una donna di spalle, curva e appesantita, che si affaccenda all'acquaio della cucina. Insapona i piatti, Ines, e li sciacqua con cura: sgrassa, sfrega e strofina, li passa sotto il getto d'acqua senza sollevare zampilli. Presumibilmente, della lavastoviglie non si fida, come tutte le signore che hanno superato i sessanta e, tradizionaliste, preparano i tortellini a mano, fanno orecchie da mercante davanti alle proposte dei centralinisti stranieri che suggeriscono l'internet veloce e, con l'acqua saponata fin sopra i gomiti, pescano posate e bicchieri dalla schiuma che, nel frattempo, cresce nel lavello. Con la coda dell'occhio, segue un po' i volteggi degli ammiccanti ballerini di Ballando con le stelle e un po' gli spasmi del compagno di lunga data, Pietro, stroncato da un infarto fatale durante il dopo cena. Continua a rassettare, accoglie con un moto di approvazione il vincitore che, quella sera, ha decretato la presentatrice Rai e, spenta la luce, va a letto: al buio, il cadavere del marito. Il volto pallido di Pietro, la smorfia della bocca e la posizione leggermente scomposta, non le suscitano né commozione né allarmismo. Qual è stata mai, in vita, la colpa dell'anziano capo famiglia per giustificare l'indifferenza di una consorte che imbocca la porta della stanza da letto senza neanche pensarci su? Cosa ha trasformato una moglie e una mamma perfetta, con il tempo, in una macchina dai sentimenti difettosi, che mangia e coltiva i suoi hobby alla presenza di un cadavere in lenta decomposizione, senza colpo ferire? La figlia sbagliata è la storia di una donna sola che ragiona di malintesi, segreti e legami di sangue con il marito morto. Zoom spietato sugli acciacchi, le rughe profonde, i parenti che non passano a salutare e un campo lungo abbastanza, poi, da includere le vite separate di chi forse rinverrà il cadavere, forse aiuterà il genitore superstite con le spese da sostenere e l'immondizia da buttare. 
Ci si stringe tutti e quattro, perciò, per l'occasione. Sullo stesso sofà, come nelle cartoline di Natale, e nelle stesse duecento pagine scarse. Scatta (e scrive) la  Romagnolo, da me già molto apprezzata con l'inconsueto young adult Tutta questa vita. Raffaella è veloce, ed è tutto un attimo: i Polizzi si sciolgono presto da quelle pose plastiche, forzate, e ringraziano per un ritratto di famiglia rapido e indolore. Sono usciti bene, sì? La figlia sbagliata continua a riflettori spenti, però: distolti gli obiettivi. C'è una regista (e un'autrice) che ti mette a tuo agio, ti fa assumere la posizione consona – braccio sulle spalle di papà, la mano tra le mani di mamma – e continua a raccontarti anche quando il momento clou, il quarto d'ora delle famiglie felici, sembra svanito. Il suo ultimo romanzo, che mi sono reso conto di aver inspiegabilmente trascurato solo all'indomani della candidatura allo Strega, ha un incipit shock e un prosieguo che procede sul medesimo andante: essenziale, caustico, drammatico. Giallo psicologico con parole pesate – ma pronunciate a sproposito, a volte, se si è in preda al malumore – e un quartetto di personaggi indagati fin negli spigoli più dolorosi, ha la mano ferma e le ginocchia ballerine, un rigoroso impianto teatrale e gli ansimi di una tragedia contemporanea. 
L'autrice fuga in fretta i dubbi: Pietro, sposato quarant'anni prima a mo' di chiodo schiaccia chiodo, non era un irreprensibile aguzzino, un temibile padre padrone. Perché la repressa Ines, allora, reagisce imbellettandosi, cucinando pasti generosi e rispolverando l'antica passione per il disegno a mano libera? Perché quello del figlio Vittorio, vecchia gloria del nuoto e ingegnere di successo, è considerato talento con la lettera maiuscola, mentre i provini e i ruoli da comparsa della sorella minore, Riccarda, sono un capriccio da scacciare con un gesto vago della mano? Ines, tipica mamma chioccia, accudisce un primogenito che è il suo capolavoro – solo una volta le ha disubbidito,  il giovane Vittorio, saltando dallo scoglio più alto in vacanza – e combatte guerre perse con una figlia scorbutica, ribelle, allevata all’ombra di un piccolo uomo, ma con pesi immani sulle ampie spalle da nuotatore. E’ una cattiva massaia chi distingue, nella sua prole, figli e figliastri? E’ un marito codardo il camionista che tra sé e la propria casa mette chilometri e chilometri? Meglio le mancate telefonate dell’indesiderata Riccarda o la stanchezza di Vittorio, soffocato nel nido? Quattro personaggi fragili e sgradevoli, a tratti, che non trovano il coraggio o la redenzione, ma che, come ospiti spettrali, infestano un salotto inquietante – disseminato com’è di carta straccia, ricordi spolverati di fresco, morte – e i capitoli di un romanzo bellissimo, che si legge la sera, con il fresco, in cambio di un letto scomodo e una notte piena di pensieri. E, al mattino, si è tutti un dolore a colazione. Se sei parte di una casa in cui tutto e tutti sono al posto giusto, se sei fortunato, si uniranno a te, per il rito del caffè, i tuoi familiari. Eccoli lì: una mamma apprensiva, un padre che fa straordinari non necessari, fratelli spinti a competere. Ti guardi attorno e li guardi, turbato.
Se sei fortunato?
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Damien Rice – It Takes a Lot to Know a Man

lunedì 11 luglio 2016

Recensione: Chiamami col tuo nome, di André Aciman

E ci verrà da chiamarla invidia, perché chiamarlo rimpianto ci spezzerebbe il cuore.

Titolo: Chiamami col tuo nome
Autore: André Aciman
Editore: Guanda
Prezzo: € 12,00
Numero di pagine: 271
Sinossi: Vent'anni fa, un'estate in Riviera, una di quelle estati che segnano la vita per sempre. Elio ha diciassette anni, e per lui sono appena iniziate le vacanze nella splendida villa di famiglia nel Ponente ligure. Figlio di un professore universitario, musicista sensibile, decisamente colto per la sua età, il ragazzo aspetta come ogni anno "l'ospite dell'estate, l'ennesima scocciatura": uno studente in arrivo da New York per lavorare alla sua tesi di post dottorato. Ma Oliver, il giovane americano, conquista tutti con la sua bellezza e i modi disinvolti. Anche Elio ne è irretito. I due condividono, oltre alle origini ebraiche, molte passioni: discutono di film, libri, fanno passeggiate e corse in bici. E tra loro nasce un desiderio inesorabile quanto inatteso, vissuto fino in fondo, dalla sofferenza all'estasi. "Chiamami col tuo nome" è la storia di un paradiso scoperto e già perduto, una meditazione proustiana sul tempo e sul desiderio, una domanda che resta aperta finché Elio e Oliver si ritroveranno un giorno a confessare a se stessi che "questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta".

                                             La recensione
"Avevamo trovato le stelle, tu ed io".
Elio, diciassette anni, aspetta l'estate tutto l'anno e, quando la bella stagione arriva, finisce poi per desiderare l'inverno. Così, in una spirale continua di irrequietezza, insoddisfazione e tedio. Ma arriverà un'estate che gli farà cambiare idea sul tempo, sulla sessualità e su sé stesso. Quella in cui Oliver, pallido e sbrigativo, bello come attore, scivolerà giù da un taxi con zaino in spalla e camicia che si gonfia al vento e, ostentando indifferenza, gli ruberà la stanza e il sonno. Questa estate qui. Figlio unico di un professore universitario e di una donna accogliente e di mente aperta, Elio ha sempre patito un po' gli ospiti importanti a cui i genitori, per tre mesi, aprono le porte di casa: una splendida villa con piscina in Riviera, che accoglie fogli volanti, bozze dai margini larghi, discussioni colte, giovani scrittori di belle speranze. Il protagonista è abituato agli andirivieni, alla gente che va e alla gente che viene, ma l'ultimo arrivato – ventiquattrenne americano – lo mette a disagio come nessuno prima di allora. Nonostante la differenza d'età, tra i due si generano competizione e dissapori: a volte si cercano sempre, a volte non si rivolgono la parola per giorni interi. Nonostante la generosità delle amiche Marzia e Chiara, disinibite con il sesso e fiorite all'improvviso, c'è qualcosa che Elio e Oliver non sanno ammettere a loro stessi: a volte si sognano, a occhi aperti e chiusi. Sullo sfondo, una Italia vacanziera, gli anni Ottanta e la cultura classica, che colorano le loro foto ricordo, li rendono curiosi davanti alle sperimentazioni e animano i lunghi pasti e le sconfinate notti di poesia e suggestioni. Citano Dante e Leopardi, parlano fluentemente lingue vive e morte e, girandoci abilmente attorno, ingannano il tempo e, sperano, il desiderio che nutrono l'uno dell'altro. Se è vero che amor, c'a nullo amato amar perdona, lo scostante Oliver ricambierà, per un meccanismo di causa-effetto, forse, un abbraccio, un pensiero proibito, un bacio del timoroso Elio? 
Avranno tre mesi appena per dirsi e darsi; una vita separati, spesa alla ricerca del tempo perso, per ricordarsi oziosi e stupidi. Quando erano giovani dai balconi confinanti e dalla lingua sciolta, alla deriva nell’azzurro mare di agosto. Sembra un film di Bertolucci, Chiamami col tuo nome: un Io ballo da sola al maschile, in cui un narratore raffinatissimo come André Aciman, qui al suo esordio, ci racconta senza censure i migliori anni, le vacanze al mare, le passioni all’improvviso. La parola a Elio, acculturato e precoce, su cui gravano i dubbi esistenziali, gli ormoni e le temperature canicolari. Attorno a lui, una natura dannunziana – gli uomini e la vegetazione sono grovigli inestricabili, l’afa stimola la sonnolenza e gli istinti, i frutti maturi hanno forme di capezzoli e sederi – e un’orgia di sensazioni, che stimolano i cinque sensi e permettono il nudismo. Si aprono in segreto i gelsomini notturni, le imposte, le porte, e nasce così una relazione breve e formativa, che indolenzisce, forma e strugge. Letto in un giorno e recuperato dal fondo di una pila di romanzi che facevano a gara per essere sfogliati, Chiamami col tuo nome è diventato priorità nel momento in cui mi è saltata all’occhio la notizia di un film attualmente in lavorazione, con la sceneggiatura del signor James Ivory, un cast internazionale e la regia dell’esteta Luca Guadagnino, da cui – a modo mio – sono voluto ritornare all’indomani del freschissimo A Bigger Splash. Anche in quel caso, liaison sconvenienti, tanta bellezza – nei protagonisti, così come nei paesaggi - e conversazioni un po’ pretenziose a bordo piscina. 
Aciman si presenta con un romanzo vagamente autobiografico, intriso d’arte e letteratura, che sorprende per uno stile straordinario e la puntualità delle citazioni: malinconico e colto, l’autore dà voce a due personaggi simili a lui, che qui e lì possono suscitare noie e antipatie per i toni sospirosi, i dibattiti filosofici e le ambizioni accademiche. Qualche pagina melensa e troppa ostentazione di superiorità: troppa pesantezza, sotto l’ombrellone. Colpa della dissimulazione iniziale, però; della timidezza cronica. Colpiscono nel segno, in seguito, i passaggi più profondi, la resa perfetta di un’estate che sta loro con il fiato sul collo, gli stornelli romaneschi e i canti napoletani, in attimi cruciali in cui ci si rende conto a denti stretti dell’amore e che oggi, in definitiva, è già domani. Il troppo storpia, in Chiamami col tuo nome, ma sa trovare redenzione, infine, assumendo la forma di una lettera aperta, non pensata per le orecchie indiscrete, e nell’impensata potenza dei sentimenti a cui il titolo, bellissimo, allude. Chiamami col tuo nome significa scambiamoci i costumi e le identità, annulliamoci, indossiamoci come una seconda pelle, rispondiamo soltanto a chi indovina che – in clandestinità – siamo diventati altro ma, allo stesso tempo, più noi stessi. Lo esemplifica la copertina, in cui si svanisce in un tuffo, in un riflesso, e lo approfondisce uno scrittore onesto e talentuoso che a volte è lento, sì, ma altre cattura con scatti rubati le luci, le prurigini e i rimpianti di amanti che inevitabilmente invecchiano e sfortunatamente si separano. Puoi non prenderli a cuore, puoi perfino non comprenderli. Ma come ha detto papà quando alla radio, una volta, è passata una canzone di Adele - complici acuti che sembravano singhiozzi e toni elegiaci: intenzioni inequivocabili -, capirò una parola su cento ma, chi lo sa, a me viene da piangere.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Adele – When We Were Young

sabato 9 luglio 2016

Dear Old Mr. Ciak: Una giornata particolare, Tutti i santi giorni, La solitudine dei numeri primi, Liberal Arts

[1977] Dei classici del nostro cinema non parlo. Da una parte, perché mi vergogno ad ammettere l'imperdonabile ritardo dei miei recuperi; dall'altra, perché non so come scriverne. Certe scoperte, quindi, sono gioielli che tengo solo e soltanto per me. All'indomani della scomparsa di Ettore Scola, però, e del recupero del suo Una giornata particolare, mi sono accorto che in tanti non l'hanno mai visto: spaventati, forse, come me, da tutto ciò che è datato e degno di fama. Faccio un'eccezione, allora, in nome di un tale capolavoro di delicatezza e semplicità. Il giorno da rimarcare a cui il titolo allude è quello in cui Hitler stringe la mano a Mussolini: l'Italietta tutta festeggia, inconsapevole della guerra a un passo. I condomini si svuotano, e a casa restano le donne: angeli del focolare senza indipendenza, che mettono al mondo bambini su bambini per avere diritto al premio delle famiglie numerose. Le donne, e i dissidenti. Antonietta ha sei figli, un destino segnato e un marito traditore che le promette un settimo bambino: le dice che si chiamerà Adolfo, in onore di Hitler. Gabriele, suo dirimpettaio, è stato bandito dagli studi Eiar, perché – sovversivo e omosessuale – è colpevole per ben due volte. Lei segue il volo del suo pappagallo, che brama la libertà; lui chiama un amico – un amante? - lontano, esiliato in Sardegna, e sa che quella sarà la sua triste sorte. Un Mastroianni discreto, elegantissimo, aspetta il destino facendo le valigie e il caffè. Una Loren dimessa, matura, mai tanto bella e di sicuro mai tanto grande, s'innamora di lui. Con la radio e i cinegiornali a fare da indiscreta colonna sonora, due personaggi solitari e romantici vivono la loro personale guerra: un conflitto che hanno in testa. Di quelli misteriosi, che non fanno rumore: vittime, però, sì. Ballano, si confessano i loro dolori, si baciano tra le lenzuola appese in terrazza: si ingannano, tra nichilismo e sogno. Dal loro impalpabile idillio, a tratti sottilmente erotico, viene fuori un manifesto di dolcezza e disincanto a cui, banalmente, devono tanto i "miei" boy meets girl indie, intimi e parlatissimi. Lui le dice che può riscattarsi dalla propria ignoranza, che merita un amore alla sua altezza ma che, purtroppo, non può essere lui; lei, inconsciamente, starà ad ascoltare, e imparerà dal suo pappagallo, Rosamunda, l'attitudine alla libertà. Eccole, le parole, e vengono da sé, senza timori reverenziali e incertezze, come se la storia di queste due solitudini che s'incontrano, un giorno e basta, fosse una di quelle che io amo tanto. Il progenitore, quasi, di Prima dell'alba o Once. O, ancora, di quelle relazioni alla I ponti di Madison County che sono parentesi dai minuti contanti: brevi, eppure felici. (8)

[2012] Guido, classicista doc, si esprime come un libro stampato e ostenta, fiero, le sue origini toscane. Da umanista, inutile dirlo, possiede infinite nozioni, ha una cultura e un cuore grandi e sbarca il lunario con un lavoro precario che non rispecchia le sue volontà. Ammazza il tempo leggendo e esaudendo i capricci degli ospiti, torna a casa in autobus e sveglia con la colazione a letto e un bacio la sua lei: impiegata di giorno e cantante di notte, la cadenza meridionale e un passato di sregolatezza. Conviventi da sei anni, Guido e Antonia vogliono un figlio che non arriva. Fanno l'amore, al mattino, e si danno il cambio. Si rincontrano per cena; si amano davvero. Ma se questo benedetto bambino non volesse arrivare, con il sesso che è diventato un dovere, i vicini coatti che al contrario loro si moltiplicano, le fragilità che si fanno manifeste e le famiglie che premono con domande indiscrete? Cosa succede a un sentimento in vitro, a un bene programmato, a una passione che deve rispettare la tabella di marcia? Succede che, se si è guidati dal Virzì che mancava all'appello, quello più indie e più vero, forse il mio preferito, si sorride e ci si commuove, in compagnia di due personaggi adorabili, canzoni emozionanti, sentimenti da maneggiare, e dosare, con cura. Tutti i santi giorni, a sorpresa, è una bellissima commedia nostrana, che bellissima lo era ancora prima che il nostro cinema conoscesse una nuova giovinezza: ha un'ora e trenta che vola, una coppia a cui ho voluto molto bene e il solo difetto di averlo rivalutato a quattro anni di distanza. Quando Luca Marinelli, ormai premiato e conteso, è già notoriamente ottimo; quando la sexy Thony, cantante dal piglio londinese e protagonista di un esordio che più spontaneo non si può, era una giovane sconosciuta su cui avrei puntato. Paolo Virzì piace e mi piace: sempre in pole position ai David, fa film che posso soltanto definire “nostri”. Questo, sottovalutato, è senz'altro il più mio. Romcom singolare, alternativamente romantica, che sembra rifarsi al modello delle produzioni americane di un certo tipo – 500 Giorni insiemeBegin Again – e, allo stesso tempo, fragile e piena di colori, con accenti del nord e accenti del sud, passati dimenticati e futuri in forse, somiglia solo a se stessa. Ripeto, accadeva quattro anni fa: quando il cinema indie non lo conoscevo e sarei stato stranito, ma contento nello scoprirlo girato da un livornese, ambientato nella Capitale, interpretato da un romano che si finge alla perfezione settentrionale e da una “cantantessa” che, con la chitarra in braccio, perde magicamente la parlata sicula e appare, come le giura Guido al primo appuntamento, bella come non mai. (7,5)

[2010] Recuperi: a otto anni dal romanzo, a sei dal film. In un caso come nell’altro, dalla Solitudine dei numeri primi mi aspettavo pesantezza e sprazzi onirici, tanta inquietudine esistenziale e nessun sollievo. La prosa essenziale di Giordano, il suo piglio chirurgico, lenivano la sofferenza e davano un taglio al carico di dolori di Alice e Mattia: a quattordici anni, più suscettibile, mi sarei fatto coinvolgere di più – addolorare, perfino, dall’incomunicabilità tra loro due. D’altra parte, al cinema, c’è la lettura tra le righe secondo Saverio Costanzo: e lui, regista sperimentale, di nicchia, già apprezzatissimo con il suo ultimo Hungry Hearts, non mi avrebbe coinvolto, da adolescente. Il bestseller vincitore di un Premio Strega sulla bocca di tutti racconta la storia di due anime malinconiche fatte l’una per l’altra o, forse, per nessuno in particolare: condannate alla solitudine, s’incontrano e si scontrano per vent’anni. Inevitabilmente, si perdono. Da lontano, somigliano quasi ai protagonisti di quelle vicende di gente testarda e sentimenti duraturi alla One Day, ma sono più doloranti e, tra sé e sé, propensi all’abbandono. Cos’è infatti La solitudine dei numeri primi se non una storia d’amore – e, parafrasando Marquez, altri demoni? In libreria, lo scrittore torinese usava il linguaggio della matematica, per raccontartela e non farla suonare uguale a mille altre; la trasposizione cinematografica, invece, approccia il mèlo come fosse un ipnotico e asfissiante horror. Quando il cinema italiano era in coma, Costanzo prendeva un caso editoriale, una manciata di attori promettenti e suggestioni kitsch a piene mani: dall’altra parte, però, trovava più di qualche perplessità. Oggi, invece, nel classico confronto libro-film, il dramma di Costanzo, con le sue punte visionarie e la colonna sonora agghiacciante, mi ha positivamente impressionato e, fino alla fine, coinvolto. Esteticamente impeccabile, stranisce nei suoi momenti bui – gli angusti corridoi di Shining, le aguzzine di Carrie, i clown poco raccomandabili di It: insomma, tutto il King che c’è – e fa sospirare quando Marinelli e la Rohrwacher, perfetti, si guardano in quel modo lì. Il montaggio disordinato conferisce mistero alle loro infanzie – cos’è successo sulla neve, cosa nel parco? – e la forma, incontenibile, a volte vorrebbe prevalere sul contenuto. La trasposizione osa guizzi degni di nota, e inquieta e ipnotizza meglio e di più: le gelosie di Viola, simili a quelle di un’amante dimenticata; la magrezza insana di lei e i tagli di lui; il simbolismo che, all’improvviso, avvolge un parco comunale e una pista da sci. I Goblin si curano del commento musicale, e si è in allerta e a occhi sbarrati, e le sequenze slegate sono Lego da ricomporre. Alice e Mattia, nonostante ci siano mostrati bambini, adolescenti e adulti, si conoscono molto superficialmente, però, perché troppo tra le nuvole, troppo a modo loro, e il loro timido legame non sta al passo con tracce che s’impennano, in cuffia, e registi coraggiosi. Glielo si perdona, tuttavia, per un epilogo che i lettori ricorderanno diverso ma che, più lieto, li lascia in bilico, con tutto il tempo del mondo per rimediare agli sbagli e al silenzio. La speranza è sempre una buona idea, e in matematica, in amore,  ci sono eccezioni. (7)

[2012] Jesse, trentacinque anni e l'instancabile utopia che vivere di cultura si può, torna nel campus che l'ha visto matricola in occasione del pensionamento del suo mentore. In una festa un po' tristanzuola e in passeggiate rinvigorenti, tra studenti e studentesse di altre generazioni, conosce l'adorabile e colta Zibby: tanta fretta di perdere la verginità, crescere, varcare la soglia del mondo dei grandi. Come spiegarle che, sul finire della gioventù, il bicchiere del proverbio sembra sempre mezzo vuoto? Come raggirare quei quindici anni di differenza, che li aprono ai confronti e li irrigidiscono davanti alla prospettiva del rapporto fisico? Cercano le risposte a passeggio e diventano protagonisti di una fitta corrispondenza, se lontani. Sproloquiano di Infinite Jest e dei romanzi sui vampiri; si domandano se leggere libri brutti, e uscire con le persone sbagliate, sia tempo sprecato, o puro disimpegno. Crescono, nel mentre, anche se lui dovrebbe essere più adulto e saggio di lei, ed è finito il tempo di dormire sulle corone d'alloro. Tutt'intorno, il rinnovo generazionale sembra ignorare loro: un docente che non si rassegna all'inattività; una prof che commenta gli autori romantici e, al contrario, è il trionfo del disamore; un giovane autodistruttivo che insegue miti sbagliati; un hippy con la faccia di un simpaticissimo Zac Efron che compare sulle panchine, a distribuire perle di saggezza e sorsi da una fiaschetta assai sospetta. Liberal Arts, visto a conclusione di una giornata no, è una di quelle commedie indie, logorroiche e alternativamente romantiche che, da queste parti, troveranno sempre la più calorosa delle accoglienze. Perché retti su bei dialoghi e belle coppie – la splendida Elizabeth Olsen e un Josh Radnor, qui attore e regista, che mi somiglia un po' – e, questa volta, ambientati in campus universitari che non sono meno stimolanti delle città d'arte a cui, con un Linklater, siamo abituati. Questione d'orgoglio personale, anche, parlandosi all'infinito di libri (librerie, libraie e dintorni), soprattutto se stimolati da un'accesa passione per humanae litterae che un giorno ci renderanno malinconici, barbuti e disoccupati, sì, ma inclini alla poesia. Quant'è bella la scena in cui, con l'opera lirica in cuffia, si cancellano i rumori della modernità e New York appare diversa? Quanto frena, però, non sollevare il naso dai libri, studiare il “carpe diem” ma non applicarlo alla lettera? A tratti, ci sono i sorrisi, la riflessione, l'aforisma da appuntarsi. E, ovunque, all'incirca, ci sono anch'io. (7)

giovedì 7 luglio 2016

Recensione: Il baco da seta, di Robert Galbraith (ossia, J.K. Rowling)

Se uno cerca amicizie durevoli e cameratismo senza riserve, deve entrare nell’esercito e imparare ad uccidere. Se invece vuole una vita di alleanze temporanee con gente uguale a lui, che gioisce di ogni suo fallimento, deve scrivere romanzi.

Titolo: Il baco da seta
Autore: Robert Galbraith
Editore: Salani
Prezzo: 12,90
Numero di pagine: 555
Sinossi: Londra. L'eccentrico scrittore Owen Quine non si fa vedere da giorni. Non è la prima volta che scompare improvvisamente, ma non è mai stato via così tanto tempo e la moglie ha bisogno di ritrovarlo. Decide così di assumere l'investigatore privato Cormoran Strike per riportare a casa il marito. Ma appena Strike comincia a indagare, appare chiaro che dietro la scomparsa di Quine c'è molto di più di quanto sua moglie sospetti. Lo scrittore se n'è andato portando con sé il manoscritto del suo ultimo romanzo, pieno di ritratti al vetriolo di quasi tutte le persone che conosce, soprattutto di quelle che ruotano attorno al suo mestiere. Se venisse pubblicato, il libro di Quine rovinerebbe molte vite: perciò sono in tanti a voler mettere a tacere lo scrittore... Ricco di colpi di scena, uno spaccato degli intrighi del mondo editoriale londinese, "Il baco da seta" è il secondo romanzo della serie che ha per protagonisti Cormoran Strike e la sua assistente, la giovane e determinata Robin Ellacott.

                                        La recensione
Nell'inverno di tre anni fa – a ricordarmelo con precisione, la mia famosa lista su Word -, avevo accolto con l'entusiasmo alle stelle e l'emozione di un bambino l'arrivo, in libreria, di Il richiamo del cuculo. Avevo fatto parecchia strada a piedi per acquistarlo e, al ritorno, mi ero fermato a mensa con un'amica, per cena: ogni tanto, tra una forchettata e l'altra, dovevo toglierlo dalla busta, rimirarlo, sfogliarlo un po'. “Tutta questa curiosità per un giallo?”, mi avevano chiesto, dando un'occhiata scettica alla copertina dal forte sapore gotico e, in cima, al nome di un autore mai incrociato prima. “E' zia J.”, avevo precisato, “è tornata, ma sotto falso nome. Si è travestita, pensa un po', da uomo; da investigatore privato”. Dopo l'addio a Harry Potter, segno indelebile per chi è stato bambino insieme a me, e un gioiello al vetriolo intitolato Il seggio vacante, l'autrice più famosa al mondo si mostrava, con un'attesa prova del nome, anche una delle più versatili. Un giallo all'inglese, un delitto perfetto, che non svelava le sue carte fortunate prima del colpo di scena finale. C'erano protagonisti che sarebbe stato un piacere grande incrociare ancora, il patinato mondo delle passerelle a far gola e, soprattutto, l'impareggiabile classe di una signora che, dietro un nome de plume, al di là di una lente d'ingrandimento, restava una sicurezza. Quello, a occhi chiusi. Dov'era finito il desiderio di ritornare in questa Londra labirintica, smarrito definitivamente l'invito a Hogwarts, al tempo dell'uscita di Il baco da seta, secondo capitolo di un brioso e cruento poliziesco british? Che ne è stato, tre anni dopo, della cieca fedeltà verso una seconda mamma? Annoiato dal suo forzato ritornare al punto di partenza (un sequel sul mago con la cicatrice a forma di saetta a teatro e, il prossimo Natale, Animali fantastici e dove trovarli) e infastidito, talora, da ruffiane cadute di stile (se la Hermione afroamericana non ci piace, a detta sua, siamo un branco di razzisti: mica fan delusi), io e la Rowling, infine, abbia conosciuto la temuta crisi di coppia: cose che capitano. Mi è sembrato saggio ritornare sui miei passi e fare ammenda, quando le librerie erano pronte ad accogliere il terzo giallo della serie: nel carrello, così, Il baco da seta e La via del male. Quanta era poca, però, la voglia di leggere quel tomo intermedio che, a detta di tutti, era il meno riuscito: potevo forse imbrogliare e saltare direttamente al terzo? 
A sorpresa, anche se parlare di sorpresa è un'esagerazione quando la prosa vola e il talento è indubbio, il secondo caso di Cormoran Strike mi ha appassionato tanto quanto il primo. E, solo leggendolo, mi sono mangiato le mani per l'attesa e reso conto, sotto sotto, che i mondi della Rowling mi mancavano da morire: che sulla bruttezza dello scorso anno abbia influito anche l'assenza di una lettura, e di un'autrice, così? Non ne sapevo nulla di top model, la prima volta, ma la scrittrice aveva fatto il miracolo e le debite presentazioni. Questa volta, con il feroce mondo dell'editoria sullo sfondo, sangue copioso e lingue sferzanti, nel mio elemento naturale, mi sono messo comodo e, intanto, ho goduto maggiormente della compagnia di Cormoran e Robin. Lui, figlio illegittimo di una rockstar e eroe di guerra, ha una gamba di legno, capelli riccioluti e chili di troppo che gravano sul moncherino dolorante: può contare sul suo fiuto bestiale, sull'indiscreta fascinazione che esercita sul gentil sesso e sugli avventori che, in ogni libro, accorrono presso il suo ufficio. Lei, segretaria a un passo dalle nozze, ha rinunciato a incarichi più prestigiosi per lavorare fianco a fianco al detective zoppo più corteggiato su piazza e seduta alla sua scrivania, intuitiva e indispensabile, proprio non ci sa stare: il fatto che sia un'autentica bellezza, poi, complica tutto. 
Ci si mettono una ex storica e un promesso sposo apprensivo, questa volta, e un efferato omicidio rituale: come dire a una moglie preoccupata dalle continue stravaganze del defunto, a una figlia adulta ma con la mente di una bambina, che il controverso scrittore Owen Quine è stato eviscerato, cosparso di acido e condannato alla medesima fine del protagonista del suo manoscritto ancora inedito? Chi poteva volergli tanto male? Arduo decidere, se nella sua carriera abbondavano più i nemici che gli amici, più i flop che i bestseller: se, soprattutto, il suo ultimo scritto – viaggio allegorico in una selva di depravazione, in cui ogni riferimento a fatti e persone non è puramente casuale - sputava sentenze e veleni sull’editoria d’oltremanica. Cormoran e Robin, in pausa caffè, si dedicano alle lettura di quei fogli truci e scandalosi e, nel cuore caustico della satira, cercano indizi e indiziati. Sul frontespizio, un titolo: Bombyx Mori. La Rowling, mai tanto distante dai toni fiabeschi dell’amato maghetto, cattura e scandalizza con dettagli macabri, un linguaggio forte e una galleria di personaggi squallidi, lussuriosi, ma irresistibili nella loro dissolutezza. Amanti e rivali, editor e agenti letterari, vizi indicibili e strane abitudini in camera da letto: tutti hanno un capolavoro nel cassetto, un valido movente e un astio profondo verso quel teatrale provocatore, ora cadavere a brandelli, che passeggiava agghindato come un lord d’altri tempi e si concedeva passatempi sadomasochistici. E sono tanti, tantissimi, corrotti e avidi, ma hanno un’autrice che lavora sulla loro terza dimensione e, a controbilanciare, la straordinaria simpatia di una strana coppia di ispettori. Il baco da seta, splatter, asprigno e vanitoso, è un romanzo di impensata scorrevolezza, nella sua crudeltà, e mostra una Rowling che si toglie qualche sassolino dalla scarpa e, di buon grado, accetta di sporcarsi le mani. Di una materia ribollente e fragile, è il libro (al sangue) con cui accogliere l’estate: stagione per eccellenza in cui darsi a saghe letterarie, grattacapi e, dopo esami e rimandi, a mattoncini che prima guardavamo con occhi assai sospetti... Che la Brexit ci tolga tutto, allora, ma Cormoran Strike giammai. 
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Dark Dark Dark – In Your Dreams


martedì 5 luglio 2016

Recensione: La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano

Erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto fra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l'uno nell'altra.


Titolo: La solitudine dei numeri primi
Autore: Paolo Giordano
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Alice è una bambina obbligata dal padre a frequentare la scuola di sci. È una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. Resta sola, incapace di muoversi, al fondo di un canale innevato, a domandarsi se i lupi ci sono anche in inverno. Mattia è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi coetanei e per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che tornerà presto da lei. Questi due episodi iniziali, con le loro conseguenze irreversibili, saranno il marchio impresso a fuoco nelle vite di Alice e Mattia, adolescenti, giovani e infine adulti. Le loro esistenze si incroceranno, e si scopriranno strettamente uniti, eppure invincibilmente divisi. Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano "primi gemelli": due numeri primi vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero. Un romanzo d'esordio che alterna momenti di durezza e spietata tensione a scene rarefatte e di trattenuta emozione, di sconsolata tenerezza e di tenace speranza.
                                             La recensione
Ricordo che, quando uscì, le mie compagne di liceo lo portavano stretto sotto il braccio, a ricreazione. Questo blog non c'era, ognuna ne aveva una copia e, ormai otto anni fa, non si faceva che parlarne. Ai romanzi di successo non ci stavo troppo appresso, però: figuriamoci agli esordi così premiati. Leggevo pochi italiani, mosso da quella presunzione degli adolescenti che, per partito preso, ritengono che americano sia bello, punto e basta, e il Premio Strega m'ispirava pesantezza infinita. Ecco, quello non è cambiato: la narrativa italiana, adesso, la leggo e la sostengo, però con lo Strega niente da fare: polemiche, prosa antiquata, tutti impegnatissimi. Quest'anno, però, sono tornato sui miei passi: prima con Acciaio, di Silvia Avallone, e poi con La solitudine dei numeri primi. Stessa fama, una trasposizione cinematografica ciascuno ma, nel caso di Paolo Giordano, il primato di essere stato il più giovane a stringerlo tra le mani, quel prezioso trofeo letterario di cui, eppure, generalmente poco m'interessa. Laureato in fisica, collagoratore in università, faceva il salto dal mondo accademico alla letteratura, e tutti – o quasi – ne erano conquistati. Il quasi, appunto, per le voci fuori dal coro: inevitabili, se il romanzo è un bestseller, lo scrittore è bollato come enfant prodige e la storia di Alice e Mattia, innamorati tristi, saltava di bocca in bocca, ingigantita o talora sminuita. Con imperdonabile ritardo, io che eppure per le tragedie umane ho un debole e che sento vicinissimi al mio sentire quei protagonisti “un po' così”, l'ho accolto in libreria e, in un giorno appena, portato a termine. Strano: lo immaginavo denso, intriso di cose, surreale, vagamente indigesto. Strano: nonostante il passaparola – e un film da cui, con la speranza di recuperare il romanzo, mi ero tenuto a distanza –, sapevo poco di una trama di cui è stato detto tanto, o forse tutto. Mi ha colpito prima per le immagini forti, la magrezza insana e i tagli sulle braccia, e poi per uno stile rapidissimo, quasi asettico, che spesso ammortizza gli urti e spesso brucia come sale in un graffio. 
Mi è piaciuto, all'inizio, e meno a metà. Pane per i miei denti, invece, una chiusa inevitabile, senza luce, in cui avrei preferito uno di quei rari sospiri di sollievo: per una volta, l'amante dei rapporti irrisolti e dei toni sospesi, avrebbe voluto, figuratevi, meno amarezza. Sin dal titolo, seppure nella sua impensata fruibilità, La solitudine dei numeri primi precisa la distanza incolmabile tra due figure doloranti, fragili, tribolate; sembra anticiparne il divario. Alice e Mattia sono coetanei, crescono nella stessa Torino senza connotati e, per un po', frequentano la stessa scuola. Lei zoppica, dopo un infortunio sugli sci e una notte piena di neve e lupi immaginari, e lo invita a una festa, spinta dall'ape regina della sua classe: Viola, però, punge davvero. Lui, colpevole nel profondo per la scomparsa della sorelle gemella, non si integra, parla per monosillabi e, con uno di quei monosillabi, le dice di sì: accetta il suo invito a una festa in cui, altrimenti, non vorrebbe andare. Più che piacersi, si fanno compagnia: sono complici. 
Entrambi nascondono un segreto. L'anoressia, l'autolesionismo: un modo come un altro per chiedere aiuto. Qualcosa li ha fatti riconoscere, qualcosa li farà separare: chiamasi vita, quell'ammasso caotico e imprevedibile di dottori premurosi, occasioni irrinunciabili, cartoline e jet lag, fisica e arte. Stando a Mattia, che ha l'intuito ma non la pazienza, loro sono come due numeri primi. E dispiace, allora, averla sempre ignorata, la matematica, perché c'è poesia in queste coppie di numeri gemelli che sono unici, ma non potranno mai essere vicini: giusto in mezzo, un insormontabile terzo incomodo. Ma si può essere felici, se lontani – ma di un passo appena? Giordano, con un linguaggio crudo e una filosofia presa in prestito da mondi a me sconosciuti, semplifica la matematica e complica i sentimenti: in trecento pagine, ai suoi protagonisti, fa tanto bene e tanto male. Il lettore, però, anche quello malinconico, avrebbe desiderato vederli meno sofferenti e, soprattutto, maggiormente in armonia. Sui due, la legge matematica, ineluttabile, fa carta straccia del libero arbitrio. E abbondano gli stomaci a digiuno, le ossa friabili, gli spigoli delle costole e dei gomiti, se la lettura vola, lo stile non affatica e il vuoto – nel cuore, nello stomaco: su una panchina in un parco – si fa strada, piano.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Tiromancino – Due destini

venerdì 1 luglio 2016

I ♥ Telefilm: Penny Dreadful III | Wolf Creek

Io, che patisco il sole e vorrei l'inverno tutto l'anno, sottratto forse al sogno della cupissima Londra vittoriana, in Penny Dreadful avevo trovato infinite suggestioni, tanto fascino, troppa letteratura – mi ci ero ritrovato, non so come. Otto episodi lunghi, lenti, introduttivi e un prosieguo, invece, che mi era piaciuto, sì, ma senza entusiasmarmi: la serie in costume Showtime guadagnava ritmo, puntate e sottotrame. Non c'era il rischio che si perdesse e ci perdesse, soprattutto quando lontana dalla presenza irresistibile della dama in nero, Vanessa Ives? Con meno Eva Green di quanto sperassi, già nella seconda stagione Penny Dreadful restava lo stesso Penny Dreadful? Ci eravamo lasciati, la scorsa estate, con queste precise domande e personaggi in viaggio, avventurosi, sparsi per il mondo. Eccoci, in presenza degli stessi “ma”, di un po' di malinconia e del più grande difetto: i giochi, all'improvviso, finiscono qui. La cancellazione sorprende Vanessa e gli altri nel bel mezzo di storyline quanto mai frastagliate e, negli ultimi episodi, ci si affretta perciò a chiudere le imposte, a tirare su i ponti levatoi del castello, a non lasciare nulla in sospeso. Il deserto, però, non ha lo stesso appeal della piovosa Inghilterra; e Hartnett, al solito, non ha il carisma necessario. Victor Frankenstein, in accoppiata con un Jekyll che si stenta a riconoscere, ricerca cavie per perfezionarsi. E per cercare di guarire quella Lily che, nel frattempo, spadroneggia nei salotti di Dorian Gray. Reeve Carney, messo in un angolo, conserva immutata la sua bellezza efebica, la sua gioventù maledetta, ma la sua ospite insorge – da prostituta abusata a raffinata presidente di un clan di femministe assassine. La Creatura, invece, già poetica e piena di bontà, ricorda qui il suo nome di battesimo e i suoi familiari: lo accetteranno ancora?, si domanda.Vanessa, infine, cerca risposte: rievoca il soggiorno forzato in una clinica psichiatrica e  l'abbandono di Ethan; prende parte a sedute d'ipnosi con la psicologa impersonata da un'ottima Lupone; vive nuovi amori (un baldante curatore) e nuovi orrori (il demone che la perseguita in tutte le sue vite ha un nome, Dracula, e vuole renderla la sua infernale consorte). C'è chi la considera folle; chi le dà della strega. E chi, con un bacio, può liberare la sua natura sanguinaria e miracolosa, e compiacersene: imbrigliata nei corsetti, rimpicciolita dal giudizio altrui, indipendente a tutti i costi. Ci sono episodi dispersivi a metà e, nella chiusa, che è però definitiva, preoccupazione e sbrigatività. Per fortuna, non mancano i momenti da brivido, che fanno di Penny Dreadful un prodotto d'alta qualità e sconfinata classe – forse, visti i gusti del pubblico generalista, anche troppo? I monologhi strazianti – la maestosa e fragile Billie Piper, che si commuove ricordando la sua esistenza precedente; Reeve Carney che, circondato dalle sue tele, promette che aspetterà, aspetterà e aspetterà – e un capolavoro d'episodio: il quarto. Eva Green e Rory Kinnear, straordinari. Quando erano sono una povera ragazza matta e un inserviente senza cicatrici. Un colloquio cuore a cuore, un trionfo di poesia, in una camera con le pareti imbottite: tra amicizia, seduzione e confessione. Lì, in cinquanta minuti appena, una perfetta storia di senso compiuto, e due prove attoriali indescrivili. Mai come quest'anno, una stagione di squisitezze, bestialità e grandi personaggi femminili, capaci di toni magniloquenti, gesti enfatici, significative orazioni. Magnifiche le donne, tutte, in questa cornice sempre finemente intarsiata. I difetti: gli uomini, non alla loro altezza, e gli episodi che li vogliono protagonisti. Un andamento ondivago, poi, spezzettato, che prevede trame più numerose e ambienti più vasti – dalla ghost story si giunge, qui, al western – a discapito dell'organicità e di una Green che tutto può. Da metà in poi, però, si va in cerca di equilibrio. Anche se ci sono spinte, qualche forzatura di troppo, per riunirli. Sparsi come sono ai quattro venti, ma insieme – fortunatamente - per un gran finale che, nonostante tutto, soddisfa a modo suo. (7+)

Una famiglia in vacanza: quadretto felice, estivo, se non fosse per una figlia adolescente che, problematica e scontrosa, a volte rovina i piani e, spesso, coi suoi musi lunghi e le risposte sarcastiche, toglie loro la voglia di festeggiare. Se non fosse, soprattutto, per la destinazione scelta: i Thorogood, canadesi, percorrono l’Australia su ruote. Paese di dingo, deserti e ospiti scontrosi; terreno di caccia indiscusso, se ami l’horror un po’ di nicchia, di Mick Taylor. La camicia a quadri, il fucile imbracciato, il coltello negli anfibi. Hobby: la caccia spietata agli yankee. Segni particolari: aria sorniona e risata catarrosa, familiari per chi Wolf Creek lo aveva visto e apprezzato. Ispirato a una storia realmente accaduta, giunto in sala nell’inverno di dieci anni fa, aveva avuto un secondo capitolo – di gran lunga superiore al primo: caso raro – a sorpresa, con un ritardo notevole, ma che non si percepiva. A fare da leitmotiv, un contesto misterioso, omicidi sanguinosissimi e, talora, giochi alla Saw, pensati da un villain cult, che a me ricordava per piglio e presenza scenica il leggendario Robert Englund. Una miniserie in sei episodi, e poi con lo stesso accattivante John Jaratt a bordo: che bell’idea. Perché, con un killer così, con un attore così, c’era tanto da indagare, tanto da capire, tanto da vedere. Dispiace sin dall’inizio, però, trovarlo molto poco in scena. La serie ha come protagonista indiscussa la giovane Eve – diciannovenne scontrosa introdotta poco fa – che, sopravvissuta alla strage della sua famiglia per mano di Mick, si mette sulle sue tracce. Missione suicida, uno dice: ma la tensione si diluisce troppo, in sei episodi, e il cattivo appare assente, o comunque ammorbidito. In vista di un finale inglorioso, soprattutto, che ne sottovaluta il potenziale. Grossomodo, questo nuovo Wolf Creek risulta, e con grande dispiacere, il solito horror che passa e va. Che si scorda e, nel mentre, si deride un po’. La geografia non è il mio forte ma, a occhio e croce, l’Australia mi sembra immensa: su questo palcoscenico sconfinato e polveroso, per coincidenze inverosimili e svolte troppo accidentali, s’incrociano sempre le stesse figure e ci si imbatte, rigorosamente per caso, sempre in nuovi guai. Da una parte, la faida tra Eve e il cattivo è elementare e prevedibilissima; dall’altra,  negli episodi, c’è un inutile affollamento di motociclisti, galeotti, saggi sciamani e forzati dei ex machina. La trama è macchinosa, il brodo allungato e, per quanto sia valida la nostra scream queen – un incrocio tra Emilia Clarke e Shailene Woodley: una bellezza – non c’è gara con questo mostro messo, non si sa come, alle corde. In un angolo. Si lasciano apprezzare la fotografia impeccabile, la fattura cinematografica ma, per gli sceneggiatori, solo insulti. Ho perso il conto delle coincidenze, infatti, e alzato gli occhi al cielo per il tentativo pedestre, nel finale, di cercare di spiegare il passato del cacciatore. Non resta che la terra bruciata, insomma, dopo una conoscenza iniziata sotto i migliori (o, be', peggiori?) auspici. (5,5)