sabato 14 settembre 2013

Recensione: La schiuma dei giorni, di Boris Vian

Ti ho già detto che ti amo tanto, sia all'ingrosso che al dettaglio?

Titolo: La schiuma dei giorni
Autore: Boris Vian
Editore: Marcos Y Marcos
Numero di pagine: 268
Prezzo: € 14,50
Sinossi: Colin è un giovane parigino ricco e annoiato. Passa il tempo dedicandosi a ricette inverosimili, strimpellando bizzarri strumenti di sua invenzione, bighellonando con Chick - il suo migliore amico - un ingegnere spiantato e sperperone che ha uno strano pallino: collezionare le opere di Jean-Sol Partre. Poi, nella vita del signorino entra, in modo esplosivo, l'amore. L'incontro con la bella Chloé è un colpo di fulmine: decidono di sposarsi nel giro di pochi giorni. Al ritorno dal viaggio di nozze, Chloè si ammala. Nei suoi polmoni si annida un male terribile, fatica a respirare. Mentre il tempo va sempre più veloce, e l'appartamento dove vivono, inizialmente di dimensioni faraoniche, si fa sempre più stretto...
                                                La recensione       
Boris Vian era un tipetto bizzarro. Scriveva prima per sé stesso e poi per gli altri, amava inventare parole nuove e nuovi mondi, era un poeta, un trombettista bambino, un sognatore. Un artista con la a maiuscola. Visse nell'ombra, sostenuto da pochissimi lettori, e morì nell'ombra. In una sala cinematografica che proiettava il film tratto dall'unico dei suoi lavori che amava di meno, pubblicato per scommessa e scritto con animo pieno di disprezzo. Da solo, denigrato. Lui non se ne sarebbe fatto niente di questa mia recensione, e La schiuma dei giorni non dovrebbe nemmeno averne una. E' questo che penso. Vian, con quel suo stile dolce, pungente e innovativo, ha il temperamento di un bambino pizzicato dal germe dell'iperattività quand'era ancora in fasce. Non sta mai fermo, non sta mai zitto, ti sommerge di disegni irrealistici e di parole coniate presso un asilo frequentato da geni incompresi; ci pone domande stranissime di cui non conosciamo la risposta, ma che lui – che se la ride sotto i baffi come un furfante –, al contrario nostro, conosce benissimo.
Ti sta mettendo alla prova, in realtà. All'inizio di ogni romanzo che si rispetti c'è scritto questo: Quello che leggerete è frutto di fantasia. Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale. Ma per questa storia il discorso non regge. Tutto è vero. Tutto doveva essere vero, per quell'uomo affamato e folle di nome Boris. La Schiuma dei giorni straripa di immagini, eccede in tutto, ma sui sentimenti è vago e trattenuto. E' un mondo senza bianchi e neri, senza sfumature. Tutto è a colori accecanti. Una filastrocca per bambini sulla morte, la dipendenza e la malattia, in cui animali parlanti, topolini suicidi, librai luciferini e ninfe con ninfee aggrappate ai polmoni ci lasciano con un messaggio incredibilmente tragico. E' un romanzo post-moderno, una beffarda presa in giro dell'esistenzialismo di Sartre, un quadro di Chagall per i non vedenti. Tutto è smielato, dolciastro, un pericolo per i nostri denti e per il nostro diabete. Ma poi, d'un tratto, tutto cambia, senza che si abbia bisogno di dentrifrici ammazza-carie e di massicce dosi di insulina. I colori cedono il posto al buio, le nuvole rosa diventano solo cumune zucchero filato, i fiumi d'argento si rivelano solo strade piene di riufiuti; la vita, senza Chloé, è una lunga e inutile fila per entrare in un Luna Park che non ci diverte più come un tempo. Non ti leghi ai personaggi, ma apprezzi quello che c'è dietro e quello che c'è dentro. La via di fuga dagli orrori del dopoguerra aveva, infatti, questa forma tutta nuova per Vian. Con le sue divagazioni nei campi della scienza, della fisica, della filosofia, del jazz e della gastronomia, La schiuma dei giorni è un romanzo da leggere, ma non da consigliare spassionatamente. Non so a chi piacerebbe o meno. Non so nemmeno se è piaciuto a me, a dirla tutta. Mai ho letto e mai leggerò qualcosa di altrettanto curioso. Di troppo unico nel suo genere. La fine della lettura richiede una disintossicazione e una rapida assimilazione. Solo Gondry avrebbe potuto portarlo al cinema, solo il regista di Eternal Sunshine of the Spotless Mind avrebbe potuto portare sul grande schermo il paese delle meraviglie (e degli orrori...) che spesso ho avuto difficoltà, nel corso della lettura, ad immaginare. 
Michel Gondry non ci fa la parafrasi di questa cruenta poesiola infantile, di questo girotondo ballato sulle rotaie di una stazione ferroviara perfettamente funzionante. Tuttavia, dà alla storia spazio e tempo. Scompone le forme in oggetti concreti, in tripudi di pacchiani effetti speciali, in sgarrupate casette di lego, in flessibili modellini di pongo. Dà il mal di mare: il trucco è stare al gioco, dall'inizio alla fine. Il libro è "disperato e orribilmente felice". Lo chiudi, vai a letto, lo sogni e lo continui l'indomani mattina. Lo leggi a piccole dosi, pian piano. Il film, invece, non puoi che guardarlo consecutivamente, in due ore di assurdità senza pause. E' identico in tutto e per tutto, ma, contrariamente al romanzo, stufa in fretta. Più che triste, mi ha lasciato psicologicamente e fisicamente stanco. I cadaveri ignorati come rifiuti, fosse comuni alla pista di pattinaggio, una nuvoletta meccanica noleggiata al primo appuntamento, piatti animati, tavole coi pattini a rotelle, anguille ghiotte di dentifricio all'ananas, topi antropomorfi come gli omini di Willy Wonka, pianoforti le cui note corrispondono a un liquore di marca o alle spezie di un cocktail alcolico. Il cielo tagliato in due come una mela – da un lato la pioggia, dall'altro il sole -, le corse in una macchina di cartone, la scena da sogno del matrimonio di Chloé e Colin: con i pederasti d'onore, con un coro di voci bianche che canta i loro nomi, con un bellissimo bacio sottomarino. 
Splendido il graduale passaggio al bianco e nero, che omaggia The Artist e Tempi moderni, mentre la casa dei protagonisti implode su sé stessa e li stritola lentamente. Colin, allergico alla fatica e economicamente e sentimentalmente generoso, ha il volto dell'affascinante Roman Duris (Il truffacuori, Tutti pazzi per Rose) che, da rampollo fannullone, si cimenterà con i lavori più sottopagati e strani: annunciatore di disgrazie future, riparatore di sedie rigorosamente irriparabili, “covatore” di munizioni in un campo di artiglieria pesante. Chick, lo stralunato e fragile Chick, che ama più i libri che la sua Alise, è Gad Elmaleh (Una top model nel mio letto). Omar Sy (Quasi amici) interpreta, invece, il cuoco e il personale angelo custode di Colin, mentre Chloé non poteva che essere l'adorabile e dolce Audrey Tatou (Il favoloso mondo di Amelie). Il film è molto simile al romanzo, però qualche nota qui e qualche nota lì mi è risultata discordante, perfino in quel caos stonatissimo già così. Mi ha lasciato un senso di pesantezza e disorganicità. Lo sconsiglio, quindi, almeno parzialmente, a coloro che non hanno letto il romanzo: correrebbero il rischio di lasciare la sala di corsa, con le gambe lunghe, molli e snodate di un ballerino di Sbircia-Sbircia; non riuscirebbero a tollerarne tutti gli eccessi, probabilmente. Nemmeno io, con il ricordo delle parole di Vian ancora fresco come vernice color puffo, ho potuto farlo. La schiuma dei giorni – il romanzo e, nelle linee generali, anche il film – è una piscina di palline colorate con uno strato di siringhe infette nascotte sotto la superficie. Un dolce ricorto di sbuffi di panna “nuvolosi”, con una lametta letale nell'impasto... Ed è tante altre cose un po' così: dolci e truci. Burlesco, cinico, crudele, tenero, fiabesco. Disgustosamente variopinto, assurdamente creativo, follemente romantico. Per tenere a mente che tutti i migliori, forse, sono fuori di testa.
Il mio voto: ★★★  Il film: ★★
Il mio consiglio musicale: Glen Hansard & Marketa Irglova – Falling Slowly

mercoledì 11 settembre 2013

Recensione: Io non sono Mara Dyer, di Michelle Hodkin

Ciao a tutti, amici. Oggi, la recensione di un romanzo attesissimo, arrivato in libreria appena la settimana scorsa. Dopo aver recensito Chi è Mara Dyer (qui), sono felice di potervi parlare anche di questo suo inquietante e ipnotico seguito, ormai a un anno di distanza. Lo consiglio a tutti, sia a coloro che hanno amato il primo, sia a coloro che l'hanno detestato: vedrete! Ringraziando la gentile Nancy per avermi dato modo di leggerlo, vi auguro buona lettura e buon pranzo, visto che è quasi mezzogiorno. A presto, M.
Dimmi quello che vedi, perché io non so cos'è reale e cosa no, che cosa è nuovo o diverso, e non posso fidarmi di me stessa, ma mi fido di te.

Titolo: Io non sono Mara Dyer
Autrice: Michelle Hodkin
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 463
Data di pubblicazione: 3 Settembre 2013
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Mara Dyer sa di aver commesso un omicidio. Jude voleva farle del male, e lei si è difesa, grazie al terribile potere che le permette di uccidere con la forza del pensiero. Ma ora Jude è tornato, e nessuno le crede anche se giura di averlo visto con i suoi occhi. Quel ragazzo dovrebbe essere morto, e Mara rischia di finire i suoi giorni nell'ospedale psichiatrico in cui è tenuta in osservazione con una diagnosi di probabile schizofrenia. L'unica possibilità di salvezza è assecondare i medici e fingere di avere avuto un'allucinazione. Così la sera è libera di tornare a casa e vedere Noah, l'unico che ancora crede in lei e cerca di aiutarla a fare luce sui misteri che circondano la sua vita, proteggendola da Jude. Ma i fatti inquietanti si moltiplicano, e Mara rischia di impazzire sul serio: qualcuno entra in camera sua la notte e la fotografa mentre dorme, e un giorno le fa trovare una bambola appartenuta alla nonna, che soffriva dei suoi stessi disturbi. Mara, esasperata, cerca di bruciarla, ma nel fuoco rinviene un talismano complementare a quello in possesso di Noah...
                                                    La recensione
Stavo cadendo a pezzi e i pezzi si sparpagliavano nel vento.Chi è Mara Dyer si era chiuso con un urlo raggelante e un brivido, salito violentemente lungo le scapole e arrampicatosi sui pendii di cartilagine della nostra colonna vertebrale. Il sangue freddo, di ghiaccio. Da liquido a solido d'un tratto. Cristalli gelidi nelle vene, taglienti come coltelli. Un'ombra maligna aveva sfiorato la protagonista, in un commissariato pieno di poliziotti, e lei e i lettori avevano realizzato una cosa semplicemente sconvolgente: quella diciassettenne - calamita per calamità, e dalle notti scandite da sogni che bruciano l'anima e dalle carezze leggere di un ragazzo dall'adorabile accento inglese – non era pazza. Era uno scherzo della natura, un pericolo pubblico, un'assassina, un cattivo elemento, ma non era pazza. I titoli di coda erano scesi prima di conoscere il resto. Darsi un pizzicotto sarebbe servito a poco: tutto era reale, tutto era finito e Mara Dyer era rimasta un completo mistero. Nella prima pagina, così come nell'ultima. Leggere il seguito era sacrosanta necessità. Vitale. Io non sono Mara Dyer è un'evoluzione. Ha inizio nella follia, finisce nella follia. In un Manicomio pieno di urla distorte che tanto somigliano a quelle che ci ridestano dai nostri incubi: le nostre. E' svegliarsi e mettere i piedi giù dal letto in cerca delle Converse di sempre sul pavimento di sempre. Svegliarsi in una stanza non nostra, inospitale, con le pareti bianche imbottite. Al posto del pigiama, una camicia. Di forza. Guardi il mare in tempesta, attraverso gli occhi di Mara. E vorresti buttarti: nel suo sguardo blu; nell'acqua blu di cui ignoriamo i tentacoli nascosti sul fondo limaccioso. Nel passaggio ignoto che conduce alla sua anima al di là dell'abisso. Un tempo l'unica persona di cui avere paura era sé stessa. Ora Jude è tornato e nessuno è al sicuro, non più. Lui, infuriato sopravvissuto all'uragano Mara, ha occhi ovunque. Vede Joseph, il simpaticissimo fratellino della sua miglior nemica, vantarsi, in soggiorno, di essere campione imbattuto di videogiochi e, in cucina, di essere un vegetariano convinto... un giorno sì e l'altro no. Vede la stanza di lei attraverso gli occhi di bambole inquietanti e attraverso l'obiettivo di una telecamera puntata sul suo corpo dormiente; vede la sua famiglia reputarla sempre meno lucida e il suo fedele e misterioso ragazzo, Noah, amarla sempre di più ad ogni stranezza condivisa. La vede nell'acqua torbida in cui, nel suo vestito rosso sangue, nuota verso la salvezza, in un mondo di prospettive capovolte come clessidre in frantumi. Forse, per tutto questo tempo, è stata una sirena. 
E mi ha cantato, e ancora mi sta cantando, di affogare insieme a lei. Che fa elenchi su elenchi di cosa è normale e cosa no, che pensa una cosa e ne dice un'altra, che sceglie di mentire o di dire la verità a seconda delle occasioni, che vive altre vite in incubi ambientati nell'esotica e polverosa Calcutta, tra animali selvatici e furiosi istinti omicidi. Incubi che restano anche quando brilla il sole su un giorno nuovo. Il primo capitolo era più ampio e più ristretto allo stesso tempo, quasi per essere vicino alle contraddizioni lampanti scritte sulle labbra di Mara. Aveva a disposizione mense affollate di bulli e arpie, ampi corridoi scolastici, fazzoletti di giardino dischiusi davanti alle mura di un familiare liceo: era un familiare young adult in cui sprazzi di orrore e pazzia salvavano in corner i lettori e la protagonista dalla banalità. Questo seguito – giunto in libreria precisamente un anno dopo – è schiacciato tra le quattro mura di una casa, già violata dal nemico, e tra le pareti di uno sperduto istituto d'igiene mentale, già violato da menti violate. 
Niente scuola, ma tanti corridoi: sempre più vuoti, sempre più umidi, sempre più tenebrosi, sempre più silenziosi. E il silenzio, si sa, è un amico fedele della paura, insieme all'angoscia e all'inquietudine, che si fanno strada, verso la fine, tra lampadine che scoppiano, porte che si bloccano, messaggi scritti con il sangue, isole abbracciate strette da qualcosa di più insormontabile del mare. Che potenza ha la Hodkin – sadica e contagiosa al pari delle sue colleghe Lauren Oliver e Veronica Roth: una femme fatale le cui mani hanno più effetti collaterali di quelle della sua Mara, investita di un potere che è una magnifica condanna. Ogni volta sembra leggermi nel pensiero e così, quando sbuffavo e alzavo gli occhi al cielo davanti a una parte centrale dai toni marcatamente romance per i miei gusti, lei, come un deus ex machina armato di penna a sfera, lei inseriva raggelanti colpi di scena e piogge di corvi morti. Ma forse li avrei tollerati ugualmente i protagonisti, e lo ammetto a cuor leggero. Stretti fino a spezzarsi le costole, accoccolati fino al risveglio, vicini fino a farsi del male, sono carinissimi insieme. Sì. 
L'autrice tesse una rete da cui il lettore, come un animale a sangue caldo che ama la paura e il pericolo, vuole lasciarsi stritolare: cerbiatto che si consegna volontariamente a un pericoloso bracconiere. Si è ipnotizzati dall'inferno privato di una protagonista dai tratti sempre più interessanti e definiti. Il suo romanzo, esattamente come il primo, è affascinante, sensuale, onirico, cinico, ironico, seducente, magnetico, psichedelico. Non si legge, si beve e, anche se probabilmente non mi rimarrà in mente a lungo, le quasi 500 pagine che lo compongono si leggono che è una meraviglia. O qualcosa che è simile alla meraviglia, ma in versione horror... Soltanto l'epilogo, nel primo tanto imprevedibile, non mi ha sconvolto come avrei sperato. Si conclude sul più bello, con quegli ammalianti e curiosi flashback che non vengono spiegati e con l'iniziale duologia che si arricchisce di un volume in più, The Retribution of Mara Dyer. La tensione, palpabilissima, si taglia in due con un coltello. Creatura aliena nata da un incrocio tra The Ward, American Horror Story: Asylum,The Conjuring e The Black Swan, il romanzo ti trascina per i capelli – anche se il finale non ti spettina poi troppo - e ti lascia in bocca un sapore ferroso. Quello del sangue delle unghie che, per il nervosismo e il tormento, ho preso a mordicchiarmi come un dannato senza pace dall'inizio alla fine. Sentire una risata femminile tra le macerie e i cadaveri di un manicomio crollato non è mai stato così divertente e accattivante. Viaggiare nelle follia non è mai stato così bello.I suoi occhi grigi di zaffiro mandavano lampi e le labbra di velluto erano gonfie di baci. Quello era il ragazzo che amavo. Un po' in disordine. Un po' sciupato. Un bellissimo disastro. Proprio come me.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Filter – Happy Together

domenica 8 settembre 2013

Recensione: Seppellitemi in cielo, di Stefano Ferri

Ciao a tutti, amici lettori! Come state? Io mi sto godendo questi ultimi giorni di mare: in spiaggia si sta davvero una meraviglia. Mi dispiace per quelli che, tra domani e martedì, inizieranno ad andare a scuola, mai come quest'anno, che l'estate è volata letteralmente. Oggi, la recensione del primo romanzo di Stefano Ferri, che è stato così gentile da scrivermi per avere un parere. Ringraziandolo per la disponibilità e sperando che la mia recensione risulti completa e utile, vi abbraccio e vi auguro una buona domenica.

Titolo: Seppellitemi in cielo
Autore: Stefano Ferri
Editore: Robin Edizioni
Numero di pagine: 240
Prezzo: € 14,00
Sinossi: Patrizia Mondelli, rampolla di una ricca famiglia, viene trovata morta suicida nell'abitacolo della sua auto. L'ispettore Giorgio Bonomi, prima di chiudere l'inchiesta di prassi, tenta di decifrare il messaggio, "Seppellitemi in cielo", che la ragazza ha lasciato accanto a sé. Un penoso colloquio col padre di Patrizia e il successivo esame dei diari diranno solo che la ragazza era appassionata di astrofisica e ancora innamorata dell'ex fidanzato Luca Giordani. Bonomi convoca in questura Luca, ma questi non riesce a far luce sul biglietto. Al termine dell'interrogatorio Luca si reca da un amico, Davide Rompani, e lo mette a parte di ciò che è emerso in commissariato. Quando gli cita il testo del messaggio, Davide viene folgorato da un ricordo capace di chiarirgliene il significato, e svela che Patrizia, negli ultimi mesi di vita, aveva mostrato interesse per un'agenzia di Houston (Texas) specializzata nello spedire in orbita le ceneri dei morti. Questo sarà soltanto l'inizio di una misteriosa e straordinaria serie di scoperte...
                                   La recensione
Seppellitemi in cielo. E' stato quel titolo diretto e poetico, scritto in stampatello su una copertina dai toni misteriosi e cupi - che ricorda molto lo stile ricercato di quelle della collana di thriller dalla Piemme, Linea Rossa – a incuriosirmi alla prima occhiata. Non conoscevo quest'autore che stava cercando un parere sincero sul suo romanzo d'esordio, e che con mio grande piacere aveva pensato a me, né conoscevo i temi presenti nel suo libro, edito dalla Robin Edizioni: una casa editrice che ha confezionato, almeno in quest'occasione, un volumetto in brossura comodo e pratico, senza nessun refuso o sbavatura, supportato da un ottimo lavoro di editing. Ormai a lettura ultimata, premetto che parlarne non sarà facilissimo. Quando si tratta di giudicare il lavoro di autori italiani mi trovo sempre in grande difficoltà, e sempre rimango un po' deluso. Tuttavia, mentre sul recente Atipico Vampiro di Giacomo Lucarini non avevo potuto esprimere un giudizio complessivo data la brevità del racconto, che mi aveva permesso di dare al libro un giudizio vago e intriso di una diplomazia tutta mia, per Seppellitemi in cielo vale un discorso a parte, anche se le conclusioni saranno all'incirca simili, immagino: con le sue 240 pagine, infatti, è un romanzo a tutti gli effetti e l'autore, il disponibilissimo Stefano Ferri, con il suo lavoro di pubblicitario e giornalista, ha fatto già una lunga gavetta in questo mondo che, certamente, conoscerà meglio di altri suoi più giovani colleghi. Partiamo dal nucleo delle vicende che, come quel bel titolo, intriga a colpo d'occhio: il suicidio inspiegabile di Patrizia Mondelli, una giovana con una famiglia esageratamente in vista e una passione smisurata per le parole segrete delle stelle. Si toglie la vita nella sua macchina dai vetri appannati e ricoperti da spessi strati di nastro adesivo, che hanno permesso ai gas di scarico di rimanere all'interno, mentre lei si addormentava per l'ultima volta con il cuore spezzato e un foglio di carta accanto. Una frase enigmatica che è un estremo desiderio. Un ricatto per un fidanzato cattivo, un tormento per un padre dilaniato dai sensi di colpa, un mistero da risolvere per l'ispettore Bonomi. La risposta sembrano conoscerla solo gli astri... Ho pensato immediatamente al “grande forse” di Cercando Alaska, a Uomini che odiano le donne e all'ossessione del vecchio zio di Harriet per i fiori secchi, all'aspetto che avrebbe avuto Lo Strano mondo di Alex Woods se colorato di dramma e morte, ho pensato male. 
Ho pensato troppo. Questo è uno di quei romanzi che non regalano novità o colpi di scena che le poche righe della sinossi non abbiano già svelato in precedenza. Nelle prime cento pagine accade quello che la quarta di copertina svela; le altre cento sono uno stanco e lento trascinarsi sugli stessi argomenti. Non ho percepito il dolore, il pathos, i vari tipi d'amore. I personaggi, schivi e scialbi, non mi hanno parlato di loro e dei loro sentimenti, in attesa che la voce autoriale venisse a raccontarmi chi fossero, cosa facessero, da quali intenzioni fossero mossi. Mi ha lasciato indifferente; solo urtato – di tanto in tanto – per la discutibilità di alcune scelte sintattiche, più adatte a un articolo di giornale che a un'opera di narrativa. Tutto è asciutto, troppo. Un'aridità di sentimenti e sensazioni, a cui nemmeno le lacrime dei personaggi possono rimediare. Lacrime fasulle, per personaggi legati da un'unica cosa: l'ossessione per Patrizia. Una figlia adorata, una fidanzata oppressiva e dispettosa, un enigma continuo. Il personaggio più interessante, forse, ma che, per via della maniera antitetica e opposta con cui molti comprimari la percepivano in vita, è poco incisivo. Sbiadito, per il rigor mortis e le pene d'amor perduto. Tutti gli altri dovrebbero brillare della luce riflessa di lei, ma in Patrizia è stata riposta troppa fiducia – da parte mia e dello stesso autore. Lei è un buco nero; gli uomini intorno a lei vivono nel buio della sua scomparsa. Non hanno luce che illumini i loro poco convinti gesti; non hanno quella peculiare scintilla che li rende persone, non fantocci di carta. 
Il fidanzato, il padre, il migliore amico e l'investigatore, che – dopo quell'ultimo caso – ha abbandonato il suo lavoro, hanno reazioni iperboliche, spropositate. Il signor Mondelli prova una riconoscenza ingiustificata nei confronti dell'ex poliziotto, come se avesse risolto chissà quale grande caso. Il suicidio della ragazza non ha nulla di inspiegabile e il suo ultimo messaggio viene chiarito da un amico che è sempre stato innamorato di Patrizia, complice inconsapevole del suicidio della giovane e delle sue ultime volontà, non da Bonomi. Inoltre, come non spendere qualche parola sulla mancanza di sensibilità di Luca, che, poco dopo il suicidio della sua ex, tutt'altro che sconvolto o rattristato, a un amico che gli chiede di Patrizia risponde: “Patrizia chi?!”. Nel suo corpo, sensi di colpa e neuroni sono presenti in quantità uguale: l'antipatia abbonda. La splendida e originale idea di base, poi, che vedeva coinvolta una società texana addetta a inviare le urne dei nostri cari nello spazio, scade banalmente con la comparsa di voluminosi manuali di astronomia, convocazioni dalla Nasa, riunioni alla Casa Bianca sotto lo sguardo del presidente degli Stati Uniti. Al lettore, semplicemente cascano le braccia, proprio come cascano all'investigatore Bonomi, che per ore e ore – e per noi che leggiamo, per pagine e pagine – deve assistere alle farneticazioni di un vecchio folle. Ma sarà vera follia, la sua? Seppellitemi in cielo poteva raccontare una storia ad ampio raggio, che è tutto tranne che superata in partenza: un tema tristemente attuale – il suicidio tra i giovani – e una procedura fantascientifica e lontana. Tuttavia il romanzo è di una maturità che, paradossalmente, lo rende acerbo. Ogni frase è pesante, densa di cose, con termini desueti, perifrasi abbondanti, uso e abuso di lunghe parentesi e punti esclamativi. Il linguaggio è antiquato, retorico, referenziale, artefatto: a “devo” si preferisce “debbo”, a “direttamente” è sostituito “brevi manu”, al posto di “poveraccio” è usato “tapino”, per riportare qualche esempio. Le descrizioni di luoghi e persone sono scarsissime, ma prolisse e minuziose sono quelle di dettagli astronomici che al lettore possono interessare fino a un certo punto. A me, personalmente, poco e niente. Due, tre pagine per spiegare come realizzare un fotomontaggio, ipotesi di follia e domande retoriche dall'utilità discutibile, l'inseguire a rotta di collo un mistero che effettivamente non c'è. In Seppellitemi in cielo, e lo dico con immenso dispiacere, ho trovato gli stessi difetti che riscontro nel cinema italiano e nella narrativa contemporanea, anche di un certo livello: la pretenziosità dilagante per mettere una toppa sulla poca efficacia di fondo. Il libro oscilla tra il mistery e la fantascienza, tra un thriller psicologico e un thriller dei sentimenti, ma, tra quei milioni di stelle in cui la povera di Patrizia spera di incontrare l'amore della sua vita anche da morta, non riesce a trovare una strada che sia solo sua, in grado di portarlo in quel luogo (ir)ragiungibile dell'anima in cui scatta naturalmente qualcosa che è simile al feeling. Al riconoscimento. Al colpo di fulmine. L'autore è evidentemente una persona che sa scrivere, ma è solo sotto quello strato artificioso di paroloni, azzardate figure retoriche e termini superati che pulsa la sua vena creativa. Da giornalista, dovrebbe limare il superfluo e giungere al cuore vero delle cose, in profondità, dove dorme la verità. Forse, liberarsi di un preciso bagaglio culturale che, talvolta, lo fa viaggiare pesante. Semplice e noto il messaggio finale: la vita è un mistero; la morte lo è ancora di più. Seppellitemi in cielo si domanda il perché, ma non trova risposta alla domanda.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Lamb - Gabriel (I can Fly)

venerdì 6 settembre 2013

Passion Bookmarks #21 + Iniziativa "La scintilla dei tributi" - La premiere italiana di Catching Fire

Ciao a tutti, amici miei! Oggi, dopo mesi e mesi di latitanza, ritornano i segnalibri della rubrica Passion Bookmars. Senza un perché, senza un tema preciso. Semplicemente, in questi giorni, dopo una chiacchierata con la blogger Elisa (qui) e dopo le richieste di alcune lettrici, ho deciso di rimettermi all'opera. I nove segnalibri che vedete sotto, nati da una collaborazione tra me e il magico Photoshop, sono ispirati ad alcuni tra i più interessanti young adult che abbia letto, visto o conosciuto nell'ultimo periodo. Ma non è finita qui... Monica – mamma del blog Books Land (qui) – mi ha invitato a prendere parte a un'iniziativa che attirera molti fan della saga di Hunger Games, mirata a portare in Italia la premiere di Catching Fire. Proprio come accadde a Londra, Berlino e Parigi, in occasione dell'uscita del primo film, gli appassionati vogliono lottare per far sentire la loro voce e portare da noi gli amatissimi membri del cast. Per contribuire, basta seguire questi contatti su: Facebook, Twitter, Tumblr. E tanto altro qui... Un abbraccio forte, M ;)


giovedì 5 settembre 2013

Recensione a basso costo: Luna, di Julie Anne Peters

Ciao a tutti, amici lettori. Oggi, la recensione di un gioiello di young adult che desideravo
leggere da un bel po'. Arrivato nel 2010 in Italia, ormai si trova nelle librerie a soli € 9,90. Questa volta, devo ringraziare la mia amica Stefania, del blog I miei sogni tra le pagine, per avermelo regalato tempo fa. Un abbraccio a tutti voi e buona lettura, M.
Eravamo pianeti ai lati opposti dell'Universo, in orbita intorno a un sole morente.

Titolo: Luna
Autrice: Julie Anne Peters
Editore: Giunti Y
Numero di pagine: 383
Prezzo: € 9,90
Sinossi: Regan, fin da piccola, ha sempre saputo che suo fratello Liam era diverso dagli altri. Liam ha sedici anni. È alto, bello, muscoloso e corteggiatissimo ma la verità è che si sente una ragazza intrappolata dentro un corpo da ragazzo. Regan è l'unica condividere questo segreto con Liam - o Luna come preferisce farsi chiamare - che ogni notte in camera della sorella si trasforma con trucchi e vestiti da ragazza nel suo alterego femminile. All'insaputa dei genitori, una madre troppo occupata nella sua professione di wedding planner e un padre frustrato da un lavoro rutinario, Regan si trova da sola a dover aiutare e sostenere il fratello (quasi una sorella) nel difficile percorso verso la trasformazione. Ma anche per Regan è il momento del cambiamento e quando, durante una lezione di chimica, un ragazzo appena trasferito nella sua scuola, si accorge di lei, insieme ai primi turbamenti del cuore arrivano anche le complicazioni che l'avere un fratello trans comporta...
                                                    La recensione
Si trattava di mio fratello. Lui era il buco nero del mio universo. Mi stava succhiando la vita. Era come se una forza mi spingesse verso di lui e io non potessi farci niente. Liam era laggiù, in fondo al buco. Eravamo insieme là in fondo. Sin dall'infanzia, Regan custodisce un segreto che, croce sul cuore, ha promesso non rivelerà mai a nessuno. Camera sua, di notte, è messa a soqquadro da una misteriosa visitatrice che nessun altro membro della famiglia O'Neill sarebbe lieto di conoscere. Un'eccentrica e colorata tromba d'aria che stravolge la sua stanza e la sua vita allo scoccare della mezzanotte, quando cala il buio, gli occhi di tutti si chiudono, le persiane e le barriere si abbassano, il sole cede il posto alla sua argentea metà e ai suoi eserciti luminosi di stelle. Regan viene svegliata ora da pianti, ora da risate giulive, e, messi i piedi giù dal letto, lei che non si trucca per pigrizia e che detesta con tutto il cuore i pigiama party tra adolescenti, assiste alla nascita di Luna: una ragazza che, come la Odette di Il lago dei cigni, può essere sé stessa solo di notte; una ragazza che non esiste. Una persona che, come la luna da cui ha preso il nome, risplende di vera luce, nei cieli della vita, solo quando tutti sprofondano sui loro cuscini e nei loro sogni. Il resto del giorno muore dentro. Perché fingere equivale a stare male. La pazza, volitiva, vanitosa e solare Luna è la migliore amica che Regan abbia. L'unica che possa sperare di avere, in una vita in cui lei, i suoi trucchi, i suoi vestiti dorati di paillettes e il suo indicibile segreto prosciugano il suo tempo libero, smantellano i suoi rapporti, pesano sulla sua coscienza come macigni. Ma lei le vuole bene ugualmente, anche se si sveglia tutte le mattine con le borse sotto gli occhi e anche se, per tutti quegli snervanti vai e vieni notturni, la sua camera è diventata un porto di mare e la parola privacy ha perso qualsiasi significato, al pari del tanto sopravvalutato termine normalità. Luna è suo fratello. L'anima femminile intrappolata in un guscio vuoto che i suoi genitori, sedici anni prima, hanno scelto di chiamare Liam. Un ragazzo bello, affabile, geniale, dal sorriso caldo e dai modi gentili, che tutte le ragazze del suo liceo vorrebbero accanto, come incarnazione del fidanzato perfetto da sfoggiare tra le loro invidiose coetanee; un ragazzo che non esiste e non è mai esistito. Sospeso tra due sessi, con un'essenza seppellita viva sotto capelli corti e pomo d'Adamo, Liam vive la sua transizione mentre nessuno guarda e il resto del mondo lo ignora platealmente. Regan – che combina solo disastri su disastri, che prende brutti voti in chimica, che vive attraverso gli altri – ha il potere di vederlo realmente. Potere che non fa di lei una perfetta maga incantata, ma una perfetta sorella assonnata. Una sorella perfetta: l'aggettivo basta.Una creatura bellissima e fragile che dispiega le ali e vola via. Ma nel caso di Liam, la farfalla era costretta a richiudere le ali e a rinfilarsi nel suo bozzolo ogni giorno. Ogni singolo giorno, era costretto a diventare il guscio di sé stesso.
I loro ricordi scritti in corsivo e le loro emozionanti storie fanno del romanzo di Julie Anne Peters uno young adult che è un trionfo. Luna è tutto ciò che un libro per ragazzi dovrebbe essere; dà tutto ciò che un romanzo per adolescenti dovrebbe dare: meta vincente a cui questo genere letterario per grandi e piccoli avrebbe dovuto puntare, con orgoglio e umiltà, da parecchi anni a questa parte. Persi tra triangoli amorosi, ragazzi bellissimi e viziati, creature soprannaturali e frivoli capricci, si è finiti per perdere di vista i tanti elementi essenziali ed importanti di cui, fortunatamente, Julie Anne Peters mi ha fatto riscoprire la bellezza e la profondità perdute, con una vicenda che intrattiene facendo pensare e che fa pensare intrattenendo. E magnificamente, aggiungerei. Una lettura piacevole non dev'essere per forza slegata da un tema attuale, le esigenze del cuore possono essere conciliate con quelle della mente e, soprattutto, gli adolescenti hanno il sacrosanto diritto di essere trattati con lo stesso rispetto degli adulti. La saggezza esiste anche a sedici anni, e qualcuno, ogni tanto, può insegnartela. Poi toccherà a te diffonderla, insegnarla, insieme al rispetto e alla comprensione, a chi dice che non esiste ormai più. La forza delle parole di quest'autrice dicono al lettore esattamente questo, chiaro e tondo. Io le ho sentite in ogni pagine, forti e chiare. Il suo è un romanzo originalissimo, ma che barcolla su un campo minato, lungo un percorso di cui si ha paura, spesso, ad indovinare i passi che verranno. Impacciato ed elegante al tempo stesso, su tacchi troppo alti per piedi troppo grandi, schiva luoghi comuni, banalità, buonismi, kleenex umidi che – quando si parla di vita vera e non di finzione – è meglio lasciare allo Sparks di turno. 
E' una realistica, cinica, irriverente e coraggiosa commedia borghese, inscenata sullo sfondo dell'umanità tutta. Pirandelliana, quasi, nel suo continuo e necessario indossare e togliere maschere. Tematiche simili, riflessioni sulla diversità, sull'identità, sulla sessualità e il cambiamento le avevo trovate, prima d'ora, solo nei formidabili e sorprendenti romanzi di David Levithan. Tuttavia, in Ogni giorno, e ancora di più nello spassoso Will ti presento Will, avevo avuto l'impressione che l'autore vivesse in un mondo molto distante dal nostro. Un mondo certamente più bello e colorato, ma in cui la diversità, non essendo percepita come tale, ma come un altro aspetto della normalità in sè, era affrontata con una dolcezza che, in una realtà grigio fumo e piena di ottusità come quella che conosciamo in tanti, era più propria di una splendida e auspicabile utopia. La penna di Julie Anne Peters è feroce e pungente come poche, aspra e sincera. Ci sono fiere e fiere di sentimenti, non spicci sentimentalismi. Dà a Regan acume, lingua lunga, ironia, una voce narrante piena di fascino inesplorato. Lo sguardo attento di chi inciampa nei suoi stessi piedi e capitombola a gambe all'aria durante il primo appuntamento, ma che ha occhi per guardare ciò che è vero e il carattere per mettere alla berlina ciò che non va. Mentre sua madre s'imbottiva di pillole della felicità e pensava al benessere di tante famiglie ad esclusione della sua, mentre il padre si chiudeva nel silenzio forzato di chi, dentro, è buono, ma un po' ignorante, Regan mette insieme i pezzi di una famiglia disastrata e di un fratello a pezzi, che odia e ama a giorni alterni. Non è facile stare dietro alla vita segreta di Liam. Lui sa essere egoista in maniera snervante, detestabile, folle nella sua ricerca della libertà. La sua Luna ha le ciglia lunghissime, ha i fianchi più stretti di quelli di Regan, la femminilità – paradossalmente – che quell'adolescente piccola e insicura che va inciampando ovunque non avrà mai. S'invidiano a vicenda. E Regan odia quando Luna si procura le occhiate storte dei passanti, quando le scopre nuovi lividi sulla schiena colpita dai bulli, quando decide di condividere la sua verità con gli altri durante la colazione, quando tutti ridono di lei. No, non è per vergogna: Regan ha solo paura che quel suo fratello nato nel corpo sbagliato soffra. Anche se è più piccola di lui, quello che ha sempre voluto è proteggere la sua reale natura dall'incomprensione altrui. Proteggere Liam da sé stesso. E' questo che commuove: leggere dell'amore incondizionato, ubriaco, odioso, viscerale, invidiabile e autentico che Regan sente per quella persona che ha i suoi stessi geni. Un amore che, al contrario di quello che possono provare una mamma e un padre, ama comunque vadano le cose, senza aspettative: fedelmente, come quello tra i personaggi delle opere liriche che la giovane protagonista adora da sempre. Eroico, arrogante, fiducioso e costruttivo il finale. Liberatorio, con i due fratelli – ormai due sorelle – che liberano a vicenda le loro ali, troppo a lungo immobili sotto il tetto delle loro taciute debolezze. Luna è un romanzo da leggere, almeno una volta nella vita. Per capire che non c'è nulla da capire. Gli americani, per descriverlo, userebbero probabilmente il termine "moving" - "che emoziona", "che smuove qualcosa". 
Avevo capito. Finalmente avevo capito. Dovevo lasciare che cambiasse anche me. Era necessario perché riuscissi ad accettare Luna davvero, a sostenerla, a vedere in lei una persona reale.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Katy Perry – Firework

martedì 3 settembre 2013

Recensione: Stay - Un amore fuori dal tempo, di Tamara Ireland Stone

Non rimango mai a lungo in un posto. Visito, osservo, riparto. Non mi fermo mai.

Titolo: Stay – Un amore fuori dal tempo
Autrice: Tamara Ireland Stone
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 330
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Anna e Bennett non avrebbero mai potuto incontrarsi: lei vive nel 1995 a Chicago, lui nel 2012 a San Francisco. Ma Bennett si ritrova nel 1995 perché può viaggiare nel tempo, pur con il divieto di cambiare il corso degli eventi, per cercare sua sorella che si è perduta in una dimensione temporale sbagliata. Ma se un battito di farfalla può provocare un uragano all'altro capo del mondo, cosa potrà provocare un sentimento potente come l'amore che nasce con diciassette anni di anticipo? Anna e Bennett si perdono e si ritrovano incrociando i loro destini paralleli, ma dovranno trovare il modo di fermare la corsa dell'orologio che ticchetta nelle loro esistenze. Quanto sono pronti a perdere? Quali conseguenze saranno disposti a sopportare, alterando gli eventi che li circondano?
                                La recensione
E' dall'anno scorso che aspettavo questo libro. L'avevo adocchiato su Goodreads, intercettato tra le prossime uscite di Amazon, atteso con scarsa, scarsissima pazienza. Poi, una volta uscito, tiepide recensioni e commenti di lettori sconfortati avevano dato un freno alla mia fantasia, che galoppava tra quelle pagine che non vedevo l'ora di stringere tra le mani. Se la delusione era dietro l'angolo, avrei aspettato tempi migliori. Ad esempio, quando avrei capito che era sbagliato e frettoloso affidarmi anima e corpo a Tamara Ireland Stone e al suo romanzo d'esordio. L'ho capito in questo triste inizio di settembre, con le spiagge prematuramente svuotate, i ragazzi più piccoli già con la testa a scuola, i tramonti che giungono con impressionante anticipo. Il sole che sprofonda tra le onde poco dopo le sette... E' stato allora che ho rispolverato Stay, la cui farfalla bianca disegnata sul dorso cobalto era pronta a spiccare il volo insieme a tutte le altre, delicate e candide figlie di un bozzolo di fili di carta chiamato Chrysalide. La copertina era magnifica proprio come la ricordavo, per una volta anche meglio dell'originale: due innamorati avvolti in una bolla di luce, i loro piedi sospesi nell'aria, le loro ombre disegnate sulla strada bagnata di pioggia, uno sfondo in dissolvenza come quelle due sagome abbracciate appassionatamente. Pronte a scomparire, per andare insieme altrove. E la trama, proprio come ricordavo, sapeva portarmi indietro nel tempo, a un'estate lontana in cui le stesse attese e gli stessi viaggi speciali li avevo vissuti con Henry e Clare, la coppia che non dimenticherò mai del romanzo che non dimenticherò mai: La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo. Il mio preferito in assoluto, credo. Subito ho capito di trovarmi alle prese con una storia totalmente differente, per stile, intensità, spirito, eleganza. Stay non è e non è stata l'emulazione esatta di quel capolavoro. Per fortuna, ma anche per sfortuna. Sarebbe stato impossibile, stupido. Tamara Ireland Stone esordisce con questo romanzo, proprio come – nel 2003 – Audrey Niffenegger esordiva con il suo. Tra loro, c'è un abisso. Ma non per questo Stay è un romanzo da buttare. Cambia il target, cambia l'età dei protagonisti, cambia il tono di ogni parola. Le tematiche, inoltre, anche se simili, sono da mettere in relazione ai sedici anni di Anna e Bennett. 
Vanno a scuola, hanno famiglie e amici con cui fare i conti, qualche hobby in comune e provengono da due realtà diverse. Anna è distante dal ragazzo dei suoi sogni pochi chilometri, ma sedici anni nel tempo. Lei vive nel 1995, lui nasce nel marzo dello stesso anno. Mentre la neve cade sulla sua anonima cittadina dell'Illinois, armata di giacca a vento e di scarpe antiscivolo, Anna fa quello che le riesce meglio: correre. Corre e pensa alla libreria di suo padre, all'ospedale in cui lavora sua madre, alla sua migliore amica dall'accento inglese e al suo migliore amico segretamente innamorato di lei, a tutti i posti in cui vorrebbe andare, ma che non può raggiungere semplicemente a passo di corsa. Bennett è seduto sugli spalti, con i suoi occhi azzurri e i suoi capelli indomabili. La guarda e sorride. Ha viaggiato indietro nel tempo per essere lì con lei, grazie a quel potere che è diventato una condanna nel giorno in cui ha permesso che sua sorrella perdesse la via del ritorno in un'altra dimensione temporale. Lui è il ragazzo misterioso di cui nessuno sa niente e lei è la ragazza che si innamora di lui al primo sguardo. Sono due tipici protagonisti di un romanzo per adolescenti, per il più tipico dei romanzi per adolescenti. Non che in questo ci sia qualcosa di male. Più che un urban fantasy, Stay è un romanzo young adult, anche discretamente riuscito. 
Scritto bene, raccontato con leggerezza e sentimento, destinato a volarti via dalle mani – e, forse, anche dalla mente: i giorni mi diranno – in pochissimo tempo. Scritto per farti compagnia come solo una lettura piacevole sa fare e per colorare la tua adolescenza con piccoli tocchi di mistero e fantasia. Perché i viaggi nel tempo di cui è capace il protagonista maschile – il cui dono ricorda più il teletrasporto, essendo i suoi spostamenti quasi sempre controllabili e volontari – diventano solo un pretesto per parlare della voglia di libertà di un'adolescente, che in cameretta ha una cartina geografica piena di città che vorrebbe, un giorno, visitare e in cui le puntine rosse che indicano i luoghi già visti sono troppo poche e concentrate, per i suoi gusti. Bennet è un attore non protagonista, la molla che fa scattare Anna verso il traguardo e che le dà la consapevolezza di essere unica protagonista – della sua vita, del suo futuro, del suo amore, di questa storia che è tutta sua. La Niffenegger rendeva i viaggi del protagonista qualcosa di imprevisto, involontario e straziante. Henry non poteva portare niente con sé – né i vestiti, né i documenti, né le otturazioni dei molari – e, soprattutto, non poteva avvertire sua moglie che, come Penelope, era destinata a passare la vita, aspettando un Ulisse perso nei mari del tempo. Quest'autrice, invece, con la meraviglia del viaggio, offre ai suoi personaggi scenari esotici e appuntamenti curiosamente belli: aggrapata a Bennet, Anna può andare dove ha sempre voluto. Fare colazione a Parigi, svegliarsi su una spiaggia di un paesino ligure, nuotare nell'oceano, sognare il Messico. Coinvolge a dir poco, emoziona a spiragli, genera qualche sorriso, convince per la sincerità delle situazioni e l'intensità dei comprimari: i simpatici genitori di Anna, il suo insegnante di spagnolo, i suoi migliori amici strappati da un destino infelice, la dolcissima nonna di Bennett – che, nell'epoca in cui vive lui, è morta da tempo, uccisa da una malattia che le ha cancellato lentamente e crudelmente i ricordi. I comprensibili paragoni con il romanzo che ha ispirato il film con Eric Bana e Rachel McAdams lasciano il tempo che trovano. Quello annientava, questo si chiude con un sospiro leggero. Quello era meravigliosamente struggente e greve, questo è solare e lieve. Mi ha fatto venire voglia di viaggiare per il mondo e di rileggere La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, di cui questo romanzo potrebbe essere considerato un liberissimo remake con il finale felice (e autoconclusivo) che tutti noi avremmo desiderato per Henry e Clare. Stay è un libro “negli schemi” per parlare di un “amore fuori dal tempo” che, alla fine, sceglie di percorrere la strada più ovvia, banale, popolare, sicura, onesta: quella del cuore.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Rihanna feat. Mikky Ekko - Stay

lunedì 2 settembre 2013

Ritratto di signora #23

Ciao a tutti, amici, e buon inizio di settimana. Dopo la pausa estiva, torna, in questo primo lunedì di settembre, la rubrica Ritratto di signora. Il sincero e delicato articolo di oggi, firmato dalla Federica del blog Stasera cucino io (qui), è una riflessione su un argomento che sta a cuore molte ragazze, ma anche molti ragazzi. Come ci vedono gli altri? è una domanda che si pongono tutti, ancora di più in una società in cui magra è sinonimo di bella e bella è sinonimo di felice. Vi auguro, quindi, buona lettura e vi do appuntamento a domani, spero, con una nuova recensione. Mik, Federica, Monica, Clara, Miki, Francesca.
 
                               La parola a... Fede 
L'idea per il “ritratto” di questo mese era una cosa che mi frullava per la testa da un po'. Poi un paio di mesi fa abbiamo letto un articolo che riportava alcune dichiarazioni dell'amministratore delegato della Abercrombie&Fitch (http://www.rocknmode.com/2013/05/24/abercrombie-fitch-le-iniziative-per-boicottare-il-brand-arrivano-dal-web/), che ci aveva fatto riflettere su questo argomento, inizialmente doveva essere un articolo collettivo, poi non si è più fatto, ma l'idea è rimasta. "Grassa" di solito è il primo insulto che una ragazza rivolge a un’altra quando vuole ferirla; ricordavo di averlo visto succedere sia quando andavo a scuola sia tra le adolescenti. Così ho ricordato com'è strano e malsano l’insulto grassa. Voglio dire, grassa è davvero la cosa peggiore che possa essere una persona? Essere grassi è peggio che essere vendicativi, gelosi, superficiali, vanitosi, noiosi o crudeli ? No, per me no. Ma del resto, che ne so io delle pressioni sociali sulla magrezza? Vengono indicati come esempi da imitare quelle celebrità le cui più grandi imprese sono unghie perfettamente smaltate, le cui uniche aspirazioni sembrano essere farsi fotografare con nove vestiti diversi in una sola giornata, la cui unica funzione nel mondo sembra essere il sostegno del commercio di borse dal prezzo esorbitante e di cagnolini grossi come ratti. Forse tutto questo sembra comico o di poca importanza, ma non è così. Si tratta di quello che le ragazze vogliono essere, di quello che suggeriscono loro di essere e di come si sentono per essere come sono ed in un mondo ossessionato dalla magrezza mi preoccupa, perché non voglio ci siano cloni emaciati con l’ossessione di se stesse e con la testa vuota. Vorrei ragazze indipendenti, interessanti, idealistiche, gentili, caparbie, originali, divertenti.. C’è un migliaio di cose, prima di "magre". (J.K.Rowling). Quando ho letto questo ho pensato fosse qualcosa che avrei potuto dire io. Tutte le volte che amici o parenti più o meno bene intenzionati, mi dicevano che ero grassa o che dovevo dimagrire mi chiedevo “come è possibile che tutto quello che vedono di me si a questo? Come è possibile che io non sia nulla di più del numero su quel cavolo di display?” e continuo a chiedermelo ora che tutti mi fanno notare quanto sia dimagrita “hai visto come stai bene ora? 
Avresti dovuto ascoltarmi tempo fa” E continuo a chiedermelo quando leggo dichiarazioni come quella del signor amministratore delegato che dice che nei loro negozi non vendono taglie superiori alla L perché il loro marchi rappresenta uno status a cui non tutti possono accedere, e che ragazze oltre quella taglia rovinerebbero la loro immagine. Ma siamo sicuri che io e la mia XL roviniamo l'immagine di quel marchio più di quello che fanno loro stessi rilasciando dichiarazioni del genere? La mia impressione è che il modello che ci viene proposto è: magro=bello=sano. Ma spesso le immagini che vi corrispondono sono di modelle o attrici scheletriche ed emaciate, che non trovo ne belle ne sane. Dove si trova l'armonia in una figura tutta spigoli? Facendo una ricerca (neanche troppo approfondita) su google ho trovato veramente tanti siti/blog/forum dove, principalmente ragazze, ma non solo, sono alla ricerca di questa estrema magrezza e leggendo qui e là mi chiedo se il signor amministratore di A&F (sicuramente non l'unico a pensarla così) si renda conto di quanto certe parole possano incidere incidere su delle persone suggestionabili perché in cerca di approvazione. Certo il problema è sicuramente più complesso, e non risolvibile in poche righe, e in fin dei conti quello che voglio dire io è semplicemente che dovremmo imparare ad amarci e a vedere il bello in noi a prescindere da quello che ci dicono gli altri.