La
ragazza allergica al mondo che abbandona la campana di vetro e tenta il tutto per tutto per amore. Avevamo già
conosciuto la particolarità del dramma di Maddie su carta, ma il best-seller di Nicola Yoon convinceva poco. Everything, Everything conserva
nella sceneggiaura spunti pregevoli ed esiti difettosi. La finestra
della formosa Amandla Stenberg affaccia sul cortile di Nick Robinson.
Lei non può uscire, lui non può entrare. Scappano alle
Hawai con una bugia. E l'ossigeno, che rischia di venire meno da un
momento all'altro? E le conseguenze del colpo di fulmine – troppo
adolescenziale, troppo da film? Everything, Everything ha
facce pulite e buone intenzioni. L'irrompere del dramma non desta
però mai preoccupazione. Lo si guarda con animo disteso sì, ma
senza crederci. La rivoluzione della
protagonista si riduce a una parentesi dai minuti contati a cui
mancano lo stupore di Abrahamson, la libertà di Dolan, la fame di
vita dell'horror Raw. Innocua, televisiva, pop, Stella Meghie tenta senza successo
di ripercorrere le orme del commovente Colpa delle stelle e
di un paio di estati fa. Non spiace, ma le guance restano aride, il
cuore leggero e le labbra – già pronte ad ammettere, come con
Green, “Forse non è il mio genere, forse non ho l'età, ma viva
chi si ama, lotta e spera” – mugugnano qualcosa a metà tra
l'accettazione e la delusione. (5,5)
Katherine è una moglie trofeo nel secondo '800. Isolata, ha corsetti stretti, la compagnia della servitù e
un marito che non la sfiora. Il desiderio la spinge nell'abbraccio di un contadino. Accenna al personaggio più indimenticabile della
bibliografia di Shakespeare, il titolo dell'esordio di William Oldroyd. L'intreccio, ispirato in verità a un
racconto di Leskov, potrebbe sorprendere qualche spettatore
abbandonando le battaglie, la pesantezza del blank verse e i
logoranti sensi di colpa della consorte del re di Scozia. La
ventenne Florence Pugh, infatti, ha forme infantili, un visino
angelico e un sorriso sprezzante. Più vicina alle passioni fatali di Madame Bovary,
la sua Katherine prende dal Bardo il cuore di ghiaccio e un animo
vendicativo. La sua relazione con un sottoposto non va
spifferata ai quattro venti. E nessuno, con lei ormai sola padrona di
casa, deve attentare al patrimonio di cui è erede. Nero e brevissimo, Lady Macbeth è
un noir a sangue freddo con una protagonista irresistibile. Femminista ante
litteram, si ribella ai vestiti lunghi e supera i limiti:
l'uomo, senza personalità, non è che un suo giocattolo; l'epilogo,
beffardo quanto il resto, arriva dall'alto per salvarla dal destino
già scritto delle eroine tragiche di ieri e di oggi. Formalmente
perfetto, Lady Macbeth
ha le ricercate simmetrie di un capolavoro della pittura fiamminga,
ma si sporca rotolandosi nelle lenzuola sfatte. Nel fango, sotto cui si decompongono i cadaveri. Nel sangue copioso di testimoni
scomodi e aspiranti usurpatori. (7)
Due
degli interpreti più capaci e antipatici di casa nostra. Un regista
di talento, Alex Infascelli, che davamo per disperso dopo Almost Blue. Un
appartamento-prigione, catturato da una regia sempre claustrofobica e
orrorifica. Un faccia a faccia lungo novanta minuti, per venire a capo
di un giallo sentimentale. La
Buy e Castellitto, in forma smagliante, sono moglie e marito. Lui ha perso la memoria, lei lo conduce fra le stanze e i
ricordi confidando in un tornaconto personale. Aleggia il
non detto. Qualche parola di gelosia, un bicchiere di troppo, una
parola omessa a proposito di un romanzo indigesto firmato da un giallista che un po' ci fa e un po' ci è. Lui vaneggia? Lei lo
manipola? Chi ha il coltello dalla parte del manico? Colto,
sarcastico, solido, Piccoli crimini coniugali
rilegge con stile e convinzione
il libro di Schmitt ma rischia grosso. Al cinema, il linguaggio del
teatro può andare stretto. Aggiungi ritmi serratissimi, che
tolgono il fiato e l'importanza ai colpi di scena; toni che tra le
pagine avevo immaginato più frizzanti; la freddezza del tutto, nonostante le danze deliranti con Donna Summer e
la luce del caminetto, nel finale. Sa affascinare, Infascelli, pur
non uscendo dalle sue quattro mura, ma il disagio e le riflessioni –
al contrario della sensazione di assistere alle prove
generali di due professionisti – non ti segue, una
volta sbattuta quella porta alle spalle. (6)
Una anziana in un ospedale psichiatrico, un'accusa
gravissima. Quarant'anni dopo, la
perizia va rivista dal terapeuta Eric Bana. La paziente ha fatto
spazio fra i versetti biblici alla sua versione dei fatti. Quella
grafia racconta allo spettatore la Seconda guerra mondiale; un
paese diviso tra cattolici e protestanti, indipendenza e fedeltà
alla corona; gli amori di una giovane che aspetta il
ritorno a casa di un aviatore, ma attira le
attenzioni morbose del nuovo parroco (Theo James, ridicolmente bello
e tenebroso). A scatola chiusa, Il segreto lo immagineresti Oscar friendly. Con quel cast. Con
quel regista. Con quella trama che attinge a un
best-seller e parla di fede e politica, della questione irlandese e,
soprattutto, di un amore che non si scorda. Cosa frena le attese? Cosa porta un film, per quanto godibile e ben girato, a
stagnare nel dimenticatoio? Svolte
precipitose, colpi di scena stucchevoli. La pochezza dei
personaggi maschili (colpa del casting, colpa della scrittura) e la
grandezza di quelli femminili (la Redgrave, forse
una delle più grandi interpreti viventi, sa sempre commuovere; bene
anche Rooney Mara, esposta a un
destino tristissimo). Il segreto brutto
non è, ma non è all'altezza. Di un melodramma classico,
scarsamente equilibrato, restano allora
un intreccio che promette forte emozioni, e qualcuna non la nega; uno
Sheridan dalla biografia sterminata, grande cantore dell'Irlanda e
delle sue contraddizioni, che questa volta mette il piede
(sinistro) in fallo; l'esagerata matrice romanzesca, unita tuttavia
all'urgenza – dopo il delicato Philomena – di denunciare la vergogna della Chiesa cattolica.(5,5)
Howard è un avvocato di mezza età. Un treno che ritarda, una casa
sfitta dirimpetto. Al buio, un'idea: non allontanarsi dal vicinato,
occupare una soffitta e da lassù, inosservato, tenere
d'occhio le donne della sua vita. Che, a un certo punto, rischiano di lasciarlo
indietro. Tratto da un racconto di cui avevo letto
nell'ultimo Fabio Stassi, Wakefield è il dramma di
un uomo che ha perso il controllo. Prende
le distanze per vedere meglio il quadro d'insieme. La fuga
da se stesso diventerà un'odissea contro il clima ora torrido e ora pungente, i
sospetti dei vicini, altri poveri diavoli. Cranston, sempre magistrale, si riduce a un
clochard voyeur. Fruga nel pattume, brama, immagina. Imita voci su
voci. E se loro fossero più felici così, con un posto vuoto a tavola? E
se, da egoista qual è, potesse finalmente far del bene? La
finestra sul cortile, per Cranston, si affaccia sul giardino di
American Beauty – in cui proliferano il falso perbenismo, le
bugie grandi e piccole, le erbacce di un'esistenza esemplare solo in
superficie. Wakefield,
interamente sorretto dalle intenzioni di un fuoriclasse, è una
visione raffinata e degna di interesse, a cui però mancano il
graffio e l'acidità. Un armadio con pochi scheletri, a
casa. Un capofamiglia a cui rischia di sfuggire il punto.
Prevale l'amarezza, se il rigore frena l'emozione. Perché
Wakefield è una partita a nascondino in cui uno conta e un
altro si nasconde. E il nascondiglio è così ingegnoso, così
sicuro, che il compagno di giochi va via. E, tuo malgrado, si
scorda di te. (6,5)
Chloe
Grace Moretz, ventenne fresca di laurea, lavora come giornalista a New York. Ha un appartamento da dividere con Thomas
Mann,
fidanzato musicista; l'attrice indie Jenny Slate come vicina di
scrivania; in famiglia, invece, ci sono mamma Carrie-Anne Moss e papà Richard
Armitage, divorziati ma civili. Una vita da sogno: lei bella e
talentuosissima, tutt'intorno un coro di volti giusti. Finché
qualcosa si incrina. Mal di testa, paranoie, sfuriate. La
mente non risponde, il corpo si accartoccia. Da dove parte il disagio della protagonista, oggi sana e trentaduenne? Non
si contano le analisi, le tac, le domande. Il suo male non
figura sulle radiografie. L'ospedale
psichiatrico è la soluzione? Ispirato all'autobiografia di Susannah
Cahalan, Brain on Fire è
un dramma ospedaliero sull'orlo di una crisi di nervi, con una Moretz
intensa, anche se forse troppo giovane per la parte, e un notevole
senso di inquietudine nella prima metà. Mancano una regia al passo. Una scrittura meno cronachistica. Una protagonista, purtroppo, che susciti vera compassione e non antipatia. Alla spiegazione della diagnosi, eppure mirata a
sensibilizzare il grande pubblico, sono dedicati pochi minuti. Se ne prende,
tuttavia, ugualmente nota: quanto in fretta si parla di psicosi,
senza avere l'accortezza di scavare? Pregi e difetti di una biografia parziale, poco a
fuoco, nonostante – da titolo – il suo cervello in fiamme. (5)
Tolstoj
si sbagliava: sono le famiglie felici a essere diverse, ognuna per
proprio conto. E' la felicità l'anomalia, l'eccezione, la
stravaganza, non il contrario.
Titolo:
La lettrice scomparsa
Autore:
Fabio Stassi
Editore:
Sellerio
Numero
di pagine: 273
Prezzo:
€ 14,00
Sinossi:
Nella
soffitta di un palazzo di via Merulana, a Roma, è arrivato un nuovo
inquilino. Si chiama Vincenzo Corso, detto Vince, per vent’anni è
stato prigioniero delle graduatorie della scuola secondaria
superiore, insegnamento delle materie letterarie. È nato a Nizza
dall’amore di una notte tra una cameriera italiana e uno
sconosciuto che nel corso del tempo è rimasto tale, un fantasma a
cui mandare ogni tanto una cartolina senza destinatario. Un settembre
si ritrova per strada. Nessun incarico di docenza, una relazione
sentimentale conclusa da poco, l’amarezza del fallimento che
suggerisce una fuga. Ma quando un’anziana ed energica signora gli
affitta per due mesi la soffitta di via Merulana, Vince tenta
l’ultima scommessa con se stesso: grazie all’esperienza su una
rivista femminile, dove risponde alle lettere delle lettrici che
cercano rimedi letterari per i loro disagi, aprirà uno studio di
biblioterapia. Curerà le persone attraverso la lettura di libri,
somministrando Jorge Amado a chi vuole ingrassare, Hemingway a chi
non sopporta i propri capelli, Il mare non bagna Napoli di Anna Maria
Ortese a chi ha problemi di vista. Tra gli inquilini del palazzo c’è
una signora anziana che vive al piano di sotto con il marito e un
cane. Due incontri in tutto, sul pianerottolo, mentre lei trasporta
le buste della spesa. La signora Parodi di lì a poco scomparirà nel
nulla. E i sospetti saranno tutti sul marito, taciturno e scontroso.
Eppure per Vince Corso, qualcosa non torna. Il nuovo romanzo di Fabio
Stassi si situa nell’enigmatico crocevia dove i mondi inventati
della letteratura invadono lo spazio reale della vita. È qui che i
libri, i romanzi, la poesia, finiscono di essere pagine e inchiostro
e sembrano diventare tutt’altro: medicamenti, terapie per i malanni
dell’esistenza, e persino strumenti di indagine nell’oscurità di
un delitto.
La recensione
“A
volte penso che per i libri bisognerebbe inventare una parola nuova,
signor Corso. Una parola che non esiste. E questa parola dovrebbe
essere il contrario di cimitero e indicare un luogo dove si conserva
la vita, non la morte, e non si mette a giacere niente.”
Da
quando ho scoperto le gioie della Biblioteca comunale, mi faccio
passare qualche sfizio. E, per dovere di cronaca, prendo in prestito
romanzi che altrimenti non mi tenterebbero. Quelli della rinomata
Sellerio, ad esempio, letti spesso sul Kindle e raramente in versione
cartacea: quelle copertine intercambiabili, quei libri dallo strano
formato che non so bene in qualche punto della libreria incastrare,
poco mi invogliano agli acquisti folli. Ecco perché ho scoperto
Antonio Manzini e il suo Rocco Schiavone tardi, in tivù. Ecco
perché, nonostante mi consigliassero e straconsigliassero Fabio
Stassi, ho sempre rimandato a data da destinarsi. Con in whishlist
L'ultimo ballo di Charlot, ho preferito dare la precedenza
all'ultimo arrivato, La lettrice scomparsa: presente
in molti bilanci di fine anno e apprezzato tanto quanto i precedenti.
Alla luce di un fallace sesto senso, immaginavo Stassi più
supponente e ostico. In realtà, la sua ultima fatica è una commedia
gialla che ha tutta l'aria di essere il primo capitolo di una serie
dedicata ai consigli e alle indagini dell'interessantissimo Vince
Corso.
Un protagonista abile nell'arte di arrangiarsi che, in un
condominio in cui unire casa e bottega, inciampa in un mistero da
svelare. Professore di Lettere condannato a gratuatorie interminabili
e a supplenze saltuarie, Vince si è improvvisato biblioterapeuta.
Pensa spesso a una donna che gli ha spezzato il cuore, in una Roma
mai tanto malinconica. Nato dalla relazione di una notte tra una
cameriera e un ospite, inoltra lettere vane all'albergo in cui è
stato concepito e allevato, in quel di Nizza. Eterno sognatore, crede
fermamente nella narrativa e nel potere dei libri giusti al momento
giusto. Per lavoro, consiglia letture a donne sull'orlo di una crisi
di nervi, che vanno e vengono dal suo studio improvvisato. Forse
Vince avrebbe potuto salvare anche la signora Parodi: l'anziana
inquilina del piano di sotto, scomparsa senza lasciare traccia. I
media ipotizzano che si tratti di un omicidio. Tutti, alla luce del
luogo comune, pensano che la colpa sia del marito. La
lettrice scomparsa ha un giallo
che è un piccolo ma efficace pretesto. E' un libro che parla di
libri, nelle cui riflessioni esistenziali è facilissimo ritrovarsi.
E, al pari dei romanzi della simpatica e colta Alice Basso, è un
gioco metaletterario che vive di rimandi, inchiostro e amore
incondizionato per il profumo della carta stampata.
Lettura
leggerissima e appassionante con un protagonista d'eccezione, però,
mi ha convinto con riserva. Il gioco funziona a metà. Qualche
citazione sfugge e qualcuna fa antipatia; qualcun'altra, ancora, ha
il grande pregio di farti scoprire autori che non conoscevi. La
sensazione, comunque, è che l'autore si diverta più di noi. E che
il romanzo, che ha tutta l'aria di un adorabile film parigino, appaia
a tratti artificioso e forzato. I personaggi parlano come libri
stampati, per aforismi. Le pazienti, colorate e nevrotiche, sembrano
chieste in prestito a Nanni Moretti. La ricerca della frase ad
effetto, soprattutto nel finale, ha la precedenza sulla
pianificazione di una trama un po' incerta nelle intezioni, con la
scusa di un prosieguo. Quale effetto possono avere sulla mente e
sullo spirito una lettura mirata e il tempo speso in compagnia di un
bel romanzo? Qui la Santeria sembra essere approdata nella Capitale,
proprio sull'Esquilino. E un loquace portiere sud-americano,
un'amante bibliotecaria e un migliore amico libraio, tra sedute
psicoterapeutiche e illuminanti cruciverba, faranno da spalla a un
eroe che somiglia a Depardieu, fuma sigarette introvabili e, in
periodi di ristrettezze economiche, si spaccia con risultati
sorprendenti per quello che non è. All'occorrenza, anche per
investigatore privato.
Il
mio voto: ★★★½ Il mio consiglio musicale: Claude Francois - Comme
d'habitude