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venerdì 8 settembre 2017

Mr. Ciak: Romanzi al cinema #2

La ragazza allergica al mondo che abbandona la campana di vetro e tenta il tutto per tutto per amore. Avevamo già conosciuto la particolarità del dramma di Maddie su carta, ma il best-seller di Nicola Yoon convinceva poco. Everything, Everything conserva nella sceneggiaura spunti pregevoli ed esiti difettosi. La finestra della formosa Amandla Stenberg affaccia sul cortile di Nick Robinson. Lei non può uscire, lui non può entrare. Scappano alle Hawai con una bugia. E l'ossigeno, che rischia di venire meno da un momento all'altro? E le conseguenze del colpo di fulmine – troppo adolescenziale, troppo da film? Everything, Everything ha facce pulite e buone intenzioni. L'irrompere del dramma non desta però mai preoccupazione. Lo si guarda con animo disteso sì, ma senza crederci. La rivoluzione della protagonista si riduce a una parentesi dai minuti contati a cui mancano lo stupore di Abrahamson, la libertà di Dolan, la fame di vita dell'horror Raw. Innocua, televisiva, pop, Stella Meghie tenta senza successo di ripercorrere le orme del commovente Colpa delle stelle e di un paio di estati fa. Non spiace, ma le guance restano aride, il cuore leggero e le labbra – già pronte ad ammettere, come con Green, “Forse non è il mio genere, forse non ho l'età, ma viva chi si ama, lotta e spera” – mugugnano qualcosa a metà tra l'accettazione e la delusione. (5,5)

Katherine è una moglie trofeo nel secondo '800. Isolata, ha corsetti stretti, la compagnia della servitù e un marito che non la sfiora. Il desiderio la spinge nell'abbraccio di un contadino. Accenna al personaggio più indimenticabile della bibliografia di Shakespeare, il titolo dell'esordio di William Oldroyd. L'intreccio, ispirato in verità a un racconto di Leskov, potrebbe sorprendere qualche spettatore abbandonando le battaglie, la pesantezza del blank verse e i logoranti sensi di colpa della consorte del re di Scozia. La ventenne Florence Pugh, infatti, ha forme infantili, un visino angelico e un sorriso sprezzante. Più vicina alle passioni fatali di Madame Bovary, la sua Katherine prende dal Bardo il cuore di ghiaccio e un animo vendicativo. La sua relazione con un sottoposto non va spifferata ai quattro venti. E nessuno, con lei ormai sola padrona di casa, deve attentare al patrimonio di cui è erede. Nero e brevissimo, Lady Macbeth è un noir a sangue freddo con una protagonista irresistibile. Femminista ante litteram, si ribella ai vestiti lunghi e supera i limiti: l'uomo, senza personalità, non è che un suo giocattolo; l'epilogo, beffardo quanto il resto, arriva dall'alto per salvarla dal destino già scritto delle eroine tragiche di ieri e di oggi. Formalmente perfetto, Lady Macbeth ha le ricercate simmetrie di un capolavoro della pittura fiamminga, ma si sporca rotolandosi nelle lenzuola sfatte. Nel fango, sotto cui si decompongono i cadaveri. Nel sangue copioso di testimoni scomodi e aspiranti usurpatori. (7)

Due degli interpreti più capaci e antipatici di casa nostra. Un regista di talento, Alex Infascelli, che davamo per disperso dopo Almost Blue. Un appartamento-prigione, catturato da una regia sempre claustrofobica e orrorifica. Un faccia a faccia lungo novanta minuti, per venire a capo di un giallo sentimentale. La Buy e Castellitto, in forma smagliante, sono moglie e marito. Lui ha perso la memoria, lei lo conduce fra le stanze e i ricordi confidando in un tornaconto personale. Aleggia il non detto. Qualche parola di gelosia, un bicchiere di troppo, una parola omessa a proposito di un romanzo indigesto firmato da un giallista che un po' ci fa e un po' ci è. Lui vaneggia? Lei lo manipola? Chi ha il coltello dalla parte del manico? Colto, sarcastico, solido, Piccoli crimini coniugali rilegge con stile e convinzione il libro di Schmitt ma rischia grosso. Al cinema, il linguaggio del teatro può andare stretto. Aggiungi ritmi serratissimi, che tolgono il fiato e l'importanza ai colpi di scena; toni che tra le pagine avevo immaginato più frizzanti; la freddezza del tutto, nonostante le danze deliranti con Donna Summer e la luce del caminetto, nel finale. Sa affascinare, Infascelli, pur non uscendo dalle sue quattro mura, ma il disagio e le riflessioni – al contrario della sensazione di assistere alle prove generali di due professionisti – non ti segue, una volta sbattuta quella porta alle spalle. (6)

Una anziana in un ospedale psichiatrico, un'accusa gravissima. Quarant'anni dopo, la perizia va rivista dal terapeuta Eric Bana. La paziente ha fatto spazio fra i versetti biblici alla sua versione dei fatti. Quella grafia racconta allo spettatore la Seconda guerra mondiale; un paese diviso tra cattolici e protestanti, indipendenza e fedeltà alla corona; gli amori di una giovane che aspetta il ritorno a casa di un aviatore, ma attira le attenzioni morbose del nuovo parroco (Theo James, ridicolmente bello e tenebroso). A scatola chiusa, Il segreto lo immagineresti Oscar friendly. Con quel cast. Con quel regista. Con quella trama che attinge a un best-seller e parla di fede e politica, della questione irlandese e, soprattutto, di un amore che non si scorda. Cosa frena le attese? Cosa porta un film, per quanto godibile e ben girato, a stagnare nel dimenticatoio? Svolte precipitose, colpi di scena stucchevoli. La pochezza dei personaggi maschili (colpa del casting, colpa della scrittura) e la grandezza di quelli femminili (la Redgrave, forse una delle più grandi interpreti viventi, sa sempre commuovere; bene anche Rooney Mara, esposta a un destino tristissimo). Il segreto brutto non è, ma non è all'altezza. Di un melodramma classico, scarsamente equilibrato, restano allora un intreccio che promette forte emozioni, e qualcuna non la nega; uno Sheridan dalla biografia sterminata, grande cantore dell'Irlanda e delle sue contraddizioni, che questa volta mette il piede (sinistro) in fallo; l'esagerata matrice romanzesca, unita tuttavia all'urgenza – dopo il delicato Philomena – di denunciare la vergogna della Chiesa cattolica. (5,5)

Howard è un avvocato di mezza età. Un treno che ritarda, una casa sfitta dirimpetto. Al buio, un'idea: non allontanarsi dal vicinato, occupare una soffitta e da lassù, inosservato, tenere d'occhio le donne della sua vita. Che, a un certo punto, rischiano di lasciarlo indietro. Tratto da un racconto di cui avevo letto nell'ultimo Fabio Stassi, Wakefield è il dramma di un uomo che ha perso il controllo. Prende le distanze per vedere meglio il quadro d'insieme. La fuga da se stesso diventerà un'odissea contro il clima ora torrido e ora pungente, i sospetti dei vicini, altri poveri diavoli. Cranston, sempre magistrale, si riduce a un clochard voyeur. Fruga nel pattume, brama, immagina. Imita voci su voci. E se loro fossero più felici così, con un posto vuoto a tavola? E se, da egoista qual è, potesse finalmente far del bene? La finestra sul cortile, per Cranston, si affaccia sul giardino di American Beauty – in cui proliferano il falso perbenismo, le bugie grandi e piccole, le erbacce di un'esistenza esemplare solo in superficie. Wakefield, interamente sorretto dalle intenzioni di un fuoriclasse, è una visione raffinata e degna di interesse, a cui però mancano il graffio e l'acidità. Un armadio con pochi scheletri, a casa. Un capofamiglia a cui rischia di sfuggire il punto. Prevale l'amarezza, se il rigore frena l'emozione. Perché Wakefield è una partita a nascondino in cui uno conta e un altro si nasconde. E il nascondiglio è così ingegnoso, così sicuro, che il compagno di giochi va via. E, tuo malgrado, si scorda di te. (6,5)

Chloe Grace Moretz, ventenne fresca di laurea, lavora come giornalista a New York. Ha un appartamento da dividere con Thomas Mann, fidanzato musicista; l'attrice indie Jenny Slate come vicina di scrivania; in famiglia, invece, ci sono mamma Carrie-Anne Moss e papà Richard Armitage, divorziati ma civili. Una vita da sogno: lei bella e talentuosissima, tutt'intorno un coro di volti giusti. Finché qualcosa si incrina. Mal di testa, paranoie, sfuriate. La mente non risponde, il corpo si accartoccia. Da dove parte il disagio della protagonista, oggi sana e trentaduenne? Non si contano le analisi, le tac, le domande. Il suo male non figura sulle radiografie. L'ospedale psichiatrico è la soluzione? Ispirato all'autobiografia di Susannah Cahalan, Brain on Fire è un dramma ospedaliero sull'orlo di una crisi di nervi, con una Moretz intensa, anche se forse troppo giovane per la parte, e un notevole senso di inquietudine nella prima metà. Mancano una regia al passo. Una scrittura meno cronachistica. Una protagonista, purtroppo, che susciti vera compassione e non antipatia. Alla spiegazione della diagnosi, eppure mirata a sensibilizzare il grande pubblico, sono dedicati pochi minuti. Se ne prende, tuttavia, ugualmente nota: quanto in fretta si parla di psicosi, senza avere l'accortezza di scavare? Pregi e difetti di una biografia parziale, poco a fuoco, nonostante – da titolo – il suo cervello in fiamme. (5)

giovedì 20 aprile 2017

Sipario #1: Piccoli crimini coniugali, di Eric-Emmanuel Schmitt

Leggendo i botta e risposta dei protagonisti di Schmitt, ho deciso di usare la sua pièce come scusa per dare il via a una rubrica su cui fantasticavo da qualche tempo. Nasce così, senza impegno, Sipario. Mi sono laureato lo scorso dicembre con una tesi in Letteratura teatrale, infatti, e ho già sulla scrivania qualche dramma di Becket e Pinter per l'esame di Storia del teatro inglese, da preparare nella prossima sessione. Perché, mi sono detto, non unire l'utile al dilettevole e parlarne anche a voi? Perché non cominciare da qui?
Quando vedete un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, chiedetevi chi dei due sarà l'assassino.

Titolo: Piccoli crimini coniugali
Autore: Eric-Emmanuel Schmitt
Editore: E/O
Numero di pagine: 141
Prezzo: € 9,00
Sinossi: Gilles è vittima di un misterioso incidente. Ritorna a casa dall’ospedale con la moglie Lisa. Ha perduto la memoria. Lui chi è? E chi è Lisa? Com’era la loro vita di coppia? A partire da ciò che lei gli racconta, Gilles cerca di ricostruire la propria vita. Ma se Lisa mentisse? Lui è proprio così come lei lo descrive? E lei è veramente sua moglie? Attraverso il serrato dialogo e i continui colpi di scena si fa strada una verità inattesa. Il lettore si trova continuamente spiazzato. A chi bisogna credere? La vita matrimoniale è davvero questo inferno di crudeltà mentale? E quando vediamo un uomo e una donna davanti al sindaco o al prete, dobbiamo veramente chiederci quale dei due sarà l’assassino?


                          La recensione
La scenografia è quella tipica dei drammi borghesi. Un salotto. Quadri alle pareti, una poltrona all'ombra di una lampada a stelo. Sullo sfondo, una scala a chiocciola che si arrampica ai piani superiori. Scene di un matrimonio al di sopra di ogni sospetto. Scena del crimine. Fanno il loro ingresso i padroni di casa, Lisa e Gilles. Lei moglie trofeo che invecchia con eleganza, lui scrittore di gialli dall'ego smisurato. A prima vista c'è qualcosa di stonato. Una garza avvolge la testa dell'uomo: appena dimesso dall'ospedale, ha perso la memoria. Sua moglie gli fa da guida, lo stimola e lo rimbrotta con tenerezza. A una seconda occhiata ci si accorge che c'è qualcosa che non va neanche fra loro. Non così presi. Non così sinceri l'uno con l'altra. I ripiani della libreria nascondono i trofei delle notti spese in solitudine - bottiglie di liquori buttati giù d'un fiato. Nessuno fa riferimento, e non è un caso, al lavoro più famoso del giallista di casa. Si chiama Piccoli crimini coniugali. Un bestseller che parlava della naturale degenerazione dell'amore. Tra le righe, di due come loro. Insieme per noia, per forza. La scenografia, la quiete apparente, sono il capolavoro di un falsario. Le termiti nelle pareti stanno già divorando il loro porto sicuro. Eric-Emmanuel Schmitt, raffinatissimo drammaturgo francese scoperto solo qui, ha prestato i suoi protagonisti in crisi al cinema italiano. Mi sono ricordato di questo noir sentimentale con il ritorno in sala di Alex Infascelli, regista che davo per disperso. Piccoli crimini coniugali si apre presto ai giochi di ruolo, alle recriminazioni, alle carte invertite. La guerra dei sessi fa tappa in un appartamento parigino in cui il dubbio affiora dopo una manciata di battute. Nel fare un quadro della situazione, l'insicurezza cronica di Lisa sta portando acqua al proprio mulino? Gilles, in balia di una moglie bugiarda, finge l'amnesia o vaga davvero nell'incertezza? Liberali per finta, confusi e infelici, si confessano a cuore aperto omicidi mancati, nevrosi, speranze. Si sono conosciuti tre lustri prima, al matrimonio di una coppia mai arrivata alla crisi del settimo anno. Gilles le aveva vomitato sulla macchina, Lisa aveva minimizzato con una battuta diventata poi un personale tormentone. Si può tornare a quella leggerezza, con la mente in pausa? Si può rianimare un corpo morente e ricominciare daccapo? Confesso che c'è un polpettone di Sparks, Le pagine della nostra vita, che mi emoziona anche quando non voglio. La storia di quest'anziano che racconta alla moglie malata le origini della loro unione mi farà sempre un certo effetto. Non so perché, o forse sì. E' un passaggio comune, comunque, a tanti melodrammi. Uno dei due perde sé stesso, il coniuge sano lo guida pazientemente nella ricerca. In Schmitt c'è ben poca voglia di tornare allo status quo. E il viaggio della memoria di Gilles, il rewind, può proprio fare al caso dei protagonisti. Creando, con una terapia di coppia che ammette tiri mancini e scorciatoie, il marito e la moglie perfetti. Un idillio su misura, prefabbricato, che potrebbe fare pendant con i cuscini del sofà e i fiori della carta da parati.