venerdì 7 ottobre 2016

Recensione a basso costo: La ragazza perfetta, di Gilly MacMillan

Si riescono a mettere insieme i pezzi, se si guarda con attenzione.

Titolo: La ragazza perfetta
Autrice: Gilly MacMillian
Editore: Newton Compton
Prezzo: € 9,90
Numero di pagine: 382
Data di pubblicazione: 6 ottobre 2016
Sinossi: Agli occhi di tutti coloro che la conoscono, Zoe Maisey, prima bambina prodigio e poi genio della musica, è una ragazza perfetta. Eppure, diversi anni fa Zoe ha causato la morte di tre adolescenti. Ha scontato la sua pena, e ora potrebbe guardare al proprio futuro. La sua storia e la sua nuova vita iniziano la sera in cui tiene il concerto più importante della sua carriera. Sei ore dopo, a mezzanotte, sua madre morirà... "La ragazza perfetta" è un'esplorazione profonda della mente di un'adolescente talentuosa, con un'intelligenza fuori dal comune ma anche con un passato che sembra impossibile lasciarsi alle spalle.

                     La recensione
Zoe, a diciassette anni, è la figlia che tutti vorrebbero. Ne ha combinate troppe, però, per continua ad essere la ragazza perfetta: adolescente o poco più, è già alle prese con una seconda vita. Il fango dello scandalo l'ha macchiata, infatti, e altrettanto hanno fatto i due anni passati in riformatorio. Vive a Bristol, ora, con la madre, Maria, e la “famiglia della seconda opportunità”. Chris e Lucas, rispettivamente patrigno e fratellastro, non conoscono le sue colpe, finché Zoe non viene smascherata durante un concerto: lei, virtuosa del pianoforte, viene additata da un uomo sbucato dal un'esistenza fa, un padre addolorato, come responsabile di un triplice omicidio. Era al volante, con un alto tasso alcolico nel sangue, quando tre ragazzi popolari e belli sono morti. Incidente o vendetta, se a volte, a scuola, vestivano i panni dei suoi aguzzini, pronti a canzonarla per il suo carattere introverso, i suoi hobby antiquati e un'intelligenza inusuale? Perché, dopo una cena tutti insieme a base di bruschette, a sua madre tocca la stessa sorte? Di nuovo, fatalità o omicidio? La storia si ripete, i sospetti per la sua cattiva condotta sono incancellabili e, nell'arco di una notte, sapranno e sapremo cos'è successo realmente nella casa spaziosa che accoglie quattro estranei – parenti acquisiti d'un tratto – con un segreto a testa. Zoe e la madre defunta, infatti, non sono le uniche a nascondere scheletri.
Tutto vacilla. La ragazza perfetta, lettura non prevista alla quale mi sono avvicinato in cerca di ritmi sostenuti e grandi rivelazioni, è il secondo romanzo di Gilly MacMillan, già autrice del fortunato (e apprezzato, da quel che ho letto in giro) 9 giorni. Ambientato a cavallo tra una domenica sera e un lunedì, il romanzo inizia in fretta: per la prima metà, intriga moltissimo. Ben scritto, con personaggi scavati e indagati sin nelle pieghe più piccole. L'autrice inglese, infatti, spacca in quattro il capello; triplica, quadruplica, quintuplica i punti di vista, mostrandoci gli stessi momenti secondo prospettive diverse. Non ci sono protagonisti né comprimari: si è tutti sullo stesso piano, nel coro per un oscuro omicidio colposo. Al banco degli imputati, i membri della famiglia e qualche conoscente: Zoe, recidiva e sospetta adolescente prodigio; Tessa, sua zia, che si è rifugiata in una relazione adulterina per dimenticare l'alcolismo del marito, Richard; Sam, avvocato difensore dalla salute precaria che della suddetta Tessa, appunto, è l'amante; Lucas, fratellastro nonché unico amico della pianista sotto sospetto, che coltiva la sua passione per il cinema in segreto, e proprio a una sceneggiatura affida le storie di una vita prima di Zoe. Perché quella struttura ardua e frammentaria, che nel thriller tanto va per la maggiore? Quante, le coincidente? Chi è responsabile per la morte di Maria, mamma apprensiva e buona massaia, che aveva dispensato bugie a fin di bene al suo nuovo compagno? 
Si crea, così, uno smodato senso di attesa. Attesa che alla fine, purtroppo, risulta mal riposta; sprecata. Il mistero non c'è. L'epilogo è un ritorno alla normalità senza scossoni. Ci si accorge che non c'era un disegno. Che il narratore poteva essere uno e basta, senza cambiare di un po' gli esiti o le carte in tavola. La ragazza perfetta ha un lato umano sezionato nel dettaglio – hanno tutti un proprio vissuto, personalità spiccata -, ma il giallo si stempera con le lungaggini e le speranze illuse. I personaggi sono interessanti, singolarmente, ma togli un punto di vista e vedrai che il castello non crolla. O, meglio, crollerebbe ugualmente, perché l'epilogo porta alla luce moventi e fondamenta di carta velina. Nell'autrice, ho scoperto una narratrice di talento. Ho scoperto anche, però, che il talento è pretestuoso, se impiegato per girare in cerchi infiniti, discontinui, concentrici attorno a una storia che poteva svolgersi nella metà delle pagine. Ha uno stile in divenire, ma non sa cosa farsene, esattamente, di un guazzabuglio di voci realistiche, ma che distraggono e, presto, rischiano di venire a noia. Ci si fida di lei, curiosi di conoscere le sue verità, i suoi piani imperscrutabili. Si scopre, però, che non ne aveva di precisi. La MacMillan ti confonde le idee, ti mette il dubbio. Fino alla fine, non sai dire bene come sia, questo suo La ragazza perfetta. Aspetti: magari troverai il comune divisore; magari coglierai il senso complessivo, dietro questo puzzle che non vuoi riporre nella sua scatola. Lo schema complesso, che depista, non è però funzionale alla storia. Dei numerosissimi narratori, ben pochi hanno la loro da dire. La delusione, così, continua ad annidarsi negli ultimi thriller arrivati in libreria sulla scia del successo di Gillian Flynn – da lei in poi, quante ragazze scomparse, brave, perfette, sul treno? Un genere difficile di per sé, che vuole lettori esigenti e speranze ripagate. La ragazza perfetta è una linea retta, con questa nebbia passeggera a occultarne con furbizia l'andamento monotono, inappagante, senza svolte cruciali. 
Il grande potenziale non vale lo svolgimento, né il gioco la candela.
Il mio voto: ★★½
Il mio consiglio musicale: Phaeleh - Whistling in the Dark feat. Augustus Ghost

mercoledì 5 ottobre 2016

Zapping #1: This is Us, Luke Cage, L'allieva

Amici lettori, ciao a voi! Toccata e fuga, oggi, perché alle prese con lo studio matto e disperatissimo e letture che procedono, sì, ma piano e tra tanti alti e bassi. 
Cos'è questo Zapping? Una nuova, minuscola rubrica a cadenza casuale, in cui – nella stagione per eccellenza dei debutti e delle novità – vi lascio le mie impressioni, in breve e a caldo, sulle serie TV a cui ho dato fiducia. E una seconda possibilità? Se si parla di un lentissimo cinecomic e di una abominevole riduzione televisiva, questa volta, non allarghiamoci, per favore. 

A legare le persone venute al mondo lo stesso giorno, un filo sottilissimo e magico di telepatia, o così pare. Questa è la teoria a cui si ispira This is us, straordinario e impensato successo di pubblico targato CBS. Il taglio è televisivo; il cast è di volti noti – un Milo Ventimiglia che fa parlare per il suo sedere al vento nella scena d'apertura, l'intensa Mandy Moore - a chi non disdegna le indiscrete gioie del piccolo schermo; la struttura rimanda a un Lost versione dramedy, a un Sense8 senza fantascienza o provocazioni. Semplicemente, ci sono quattro esistenze che si sfiorano: in luoghi, e perfino tempi, diversi. Una coppia di sposini in attesa di tre gemelli che, dopo i dolori del parto, ricevono una notizia che li porta sull'orlo delle lacrime. Un attore di sitcom, bello e sottovalutato, che decide di licenziarsi e ricominciare, e la sua gemella diversa, con un corpo che che le dà imbarazzi e vergogna. Infine, un afroamericano – ricco e con una famiglia numerosa al seguito, emblema del “self made man” – che decide di rintracciare quel padre che, quand'era un neonato appena, l'ha abbandonato davanti alla stazione dei pompieri senza uno stralcio di spiegazione. Negli ultimi secondi del pilot, emozionantissimo tra brividi onesti e risate, un delizioso colpo di scena che ci porta a inquadrarli tutti e quattro in modo diverso; a unire ancora più stretti i loro nodi. Non so come si evolverà. Non so quanto durerà. Potrebbe diventare troppo ripetitivo; peggio, potrebbe diventare stucchevole. Però mi ha commosso. A testimonianza che semplice, a volte, è bello per davvero. (Sì)

Delle produzioni Netflix ci si fida incondizionatamente, anche quando sulla carta non ci piacciono. Doveroso, però, lasciarsi il beneficio del pilot – e del dubbio. Luke Cage, superoe di nuova generazione che passa dalla carta stampata al piccolo schermo, lo avevamo intravisto anche nel sopravvalutato Jessica Jones: serie inutile ma piacevole, a mio dire, in cui il forzuto afroamericano rappresentava l'interesse amoroso per eccellenza della detective privata, incline alla persuasione di un magistrale e luciferino Tennant, nonché alle storie di una notte e via. Nel barista che non doveva chiedere mai, interpretato da un impassibile Mike Colter, aveva trovato non solo un amico di letto, ma un alleato: come lei, aveva assi nella manica e poteri soprannaturali. Serviva saperne di più di lui, sondarne la personalità e indagarne le origini? Per me, che lo avevo trovato trascurabile e poco interessante anche lì, no. Eppure, altrove, se ne parla bene. Eppure Luke Cage sembra un nuovo trionfo. La Netflix, che mi ha conquistato per due anni consecutivi con le disavventure di un vulnerabile Daredevil, questa volta mescola in un concentrato che mi dà allergia ingredienti a me non congeniali: il cinecomic più serioso – e solo il Diavolo di Hell's Kitchen fa eccezione – e i cliché, i locali col jazz e i gangster dal grilletto facile delle serie all black di ogni dove – se neanche il chiassoso esperimento di Luhrmann mi ha conquistato, direi che è quasi vano ritentare. Al suo debutto, la serie sembra un cupo ma rumoroso, lento ma commerciale, incrocio tra un The Get Down e un fumetto minore. Senza l'incentivo della bella musica e, almeno qui, senza tripudi di effetti speciali: tutt'attorno si sparano, trafficano e cantano l'R&B, ma Cage fa lavori umili, seduce le poliziotte sotto copertura e, giusto in chiusura, fa sfoggio della sua pelle indistruttibile. In seguito, sfoggerà anche qualche pregio abbastanza convincente per proseguire con la visione? A una prima impressione, l'unione tra generi indigesti potrebbe andarmi di traverso; risultare fatale. (Nì)

Cinque libri fa, alle prese per la prima volta con una specializzanda goffa e originale, eroina di romanzi po' gialli e un po' rosa, L'allieva già me lo figuravo serie TV. Leggerissimo, intelligente, ironico, si prestava a farci compagnia una volta a settimana: cosa chiedere di meglio, poi, se un libro ogni inverno non sembra essere abbastanza? Ci voleva una Alice Allevi in pillole, a puntate. Certo, tra me e me la immaginavo tale e quale a Zoey Deschanel, ma neanche Alessandra Mastronardi – per cui avevo una discreta cotta dai tempi dei Cesaroni, e attrice in gamba, al cinema, in Life e L'ultima ruota del carro – era male. Certo, le produzioni Rai mi vogliono snob, ipercritico e con il telecomando alla mano, pronto a cambiare canale alla velocità del suono. Ho dimenticato il pregiudizio, ho aspettato settembre. Per la prima volta, forse non gettavo alle ortiche i soldi del canone? Seppure coi miei “ma” - ma il cast è troppo televisivo, ma che brutta impressione le clip rilasciate sul web, ma che barba e che noia, che noia e che barba –, sono stato fin troppo speranzoso. Il primo episodio dell'Allieva, per filo e per segno, riprende il caso e i languori del prequel, Sindrome da cuore in sospeso. La trama resta in piedi: peccato manchino il ritmo, il buon gusto, le intenzioni. In un'ora e trenta, quanto di peggio, nel consolidatissimo e fondato luogo comune, la televisione italiana ha da proporre. Con Bridget Jones di nuovo in sala, come la nostra Alice al centro di poligoni amorosi e continui qui pro quo, la Rai sceglie di puntare, invece, a chi da generazioni e generazioni segue fedelmente Don MatteoUn medico in famiglia e altre amenità. Ne viene fuori un personaggio femminile forzato, irriconoscibile, che si atteggia a simpatica mattatrice ma suscita invece una profonda irritazione: nipote dell'eterno Terrence Hill, ospite abusiva a casa di Nonno Libero. La regia dozzinale, l'urticante leitmotiv finto indie e i commenti della voce narrante rendono antipatica la Mastronardi, qui bella e di legno; sorprendente giusto l'abruzzese Lino Guanciale, a me sconosciuto, che è l'incarnazione perfetta del Conforti affascinante e sornione che conosciamo. Il difetto sta nella confezione; nella foggia dell'intero pacchetto. Da prendere e buttare via, arrivederci e grazie. Ovviamente, è un successo. Dei disastri delle nostre riduzioni televisive e dei cattivi gusti degli spettatori, stupirsi ancora? (No)

lunedì 3 ottobre 2016

Recensione: Harry Potter e la maledizione dell'erede, di J.K Rowling, John Tiffany, Jack Thorne

L'amore acceca. Non abbiamo voluto dare ai nostri figli quello di cui avevano bisogno, ma quello di cui avevamo bisogno noi. Siamo stati così occupati a riscrivere il nostro passato che abbiamo rovinato il loro presente.”

Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
Autori: J.K Rowling, John Tiffany, Jack Thorne
Editore: Salani
Prezzo: € 19,80
Numero di pagine: 357
Sinossi: È sempre stato difficile essere Harry Potter e non è molto più facile ora che è un impiegato del Ministero della Magia oberato di lavoro, marito e padre di tre figli in età scolare. Mentre Harry Potter fa i conti con un passato che si rifiuta di rimanere tale, il secondogenito Albus deve lottare con il peso dell'eredità famigliare che non ha mai voluto. Il passato e il presente si fondono minacciosamente e padre e figlio apprendono una scomoda verità: talvolta l'oscurità proviene da luoghi inaspettati.
Basato su una nuova storia originale scritta da J.K. Rowling, Jack Thorne e John Tiffany, Harry Potter and the Cursed Child, una nuova opera teatrale di Jack Thorne, è la prima storia ufficiale di Harry Potter rappresentata a teatro.

                                       La recensione
Harry Potter è sinonimo di infanzia. 
I primi romanzi letti fino alla fine: i suoi. E sua, la colpa, per le lunghe file al botteghino, quando i genitori assecondavano il nostro capriccio di vedere le trasposizioni la sera stessa della prima. Quanta folla, quanto sgomitare; l'attesa, però, sempre ripagata. Sono un fan, ma non tra i più fanatici in circolazione; in libreria ho una collezione strana, a cui manca qualche tassello: libri di formati, edizioni, altezze diverse.  A questa collezione strana, poteva mancare sì l'ottavo capitolo, La maledizione dell'erede: sequel ambientato vent'anni dopo, che non mieteva consensi in rete e scontentava gli appassionati. Avrei voluto fare un'eccezione, leggerlo in ebook per curiosità, ma metti venti euro fuori programma, un giro al supermercato con la scusa della spesa e, presto, accanto a I doni della morte, ho fatto spazio allo script dello spettacolo che quest'estate, chiacchieratissimo soprattutto per la scelta di un'attrice di colore nei panni di Hermione Granger, è approdotato nei teatri londinesi. La forma, dunque, non sarà quella del romanzo fantastico, bensì del copione teatrale, con la suddivisione in atti, le battute perfettamente scandite, le didascalie a suggerirti parte delle ambientazioni; la Rowling c'è nell'idea, nel sentore di magia comunque tangibile, non nello stile. Partito con scarse aspettative ma tanto bravo a evitare gli spoiler di chi l'aveva già letto e ne era rimasto deluso, alla fine mi sono scoperto alquanto soddisfatto e tutt'altro che pentito dell'acquisto. Dalla mia, poca fiducia verso l'operazione e molta familiarità con il formato: in questi giorni, infatti, cerco idee e spunti per una tesi in Letteratura teatrale e quei giochi di ruolo, quei tempi comici, sono il pane quotidiano. La maledizione dell'erede andrebbe visto; e se acquistato, invece, andrebbe letto tenendo in considerazione meccanismi, stilemi e ritmi che non sono appartenuti ai volumi precedenti, pensati e scritti come romanzi. Tra le pagine, però, ho trovato la stessa magia, emozioni similmente intense, e potrebbe bastare quello. Lo spettacolo, con il dovuto rinnovo generazionale, vede eroi vecchi e nuovi muoversi nei luoghi che conosciamo: ad aspettare il prossimo treno, sul binario 9¾, protagonisti cresciuti e ormai genitori. Harry, quarantenne, ha tre figli: quello di mezzo, Albus, si crede il suo disonore. 
Il ragazzo non è portato per gli incantesimi, non sta in equilibrio sulle scope volanti per i tornei di Quidditch e, finito fra gli storici rivali di Serpeverde, stringe amicizia con il figlio di Draco, un altro adorabile perdente. Non manca la controparte femminile, Delphi: cugina di Cedric Diggory, l'intraprendente adolescente dalla chioma argento e blu li guida alla ricerca dell'unica GiraTempo superstite per mandare indietro le lancette e salvare il parente mai dimenticato. Chi gioca con il tempo, però, si perde: a lungo andare, si brucia. E l'effetto farfalla, inevitabile, avrà ripercussioni importanti sui grandi e sui piccoli. Nelle innumerevoli realtà in cui viaggiano, sabotare le prove del Torneo Tremaghi e salvare Cedric dal Signore Oscuro ha effetti differenti. Qual è il prezzo da pagare, per un destino modificato? Perché la cicatrice di Harry, che nell'ultima pagina dell'ultimo libro aveva smesso di pizzicare, torna a dargli il tormento, insieme a incubi in cui rivive le vessazioni dei Dursley e l'ira di Voldemort? 
La trama, essenziale e un po' macchinosa, è un pretesto per tornare ad aspettare, il primo settembre, lettere inoltrate dalla segreteria di Hogwarts. Se fosse stato scritto come un romanzo, l'effetto fanfiction avrebbe avuto forse la meglio; così, invece, il novello Harry Potter incappa nei difetti dei tempi teatrali, ma compensa con il cuore. Ci sono le allusioni, le atmosfere e i giusti tocchi magici. Si vede che chi l'ha scritto – sospetto, infatti, che l'autrice abbia messo soltanto il nome in calce – ha amato quei mondi. Si vede che chi l'ha letto, nonostante non possa considerarsi un volume complementare, ha amato un po' anche questi qui. A cornice di un delizioso intrattenimento per famiglie, divertente e, qui e lì, particolarmente toccante, che emoziona quelli che, insieme ai maghi della Rowling, hanno imparato l'amicizia, il coraggio e, soprattutto, com'è che si fa a riempire gli spazi bianchi di un testo che non nasce per le librerie – lo spettacolo, con una grande produzione alle spalle, dev'essere una vera gioia per gli occhi -, ma ci è arrivato sulla scontata onda della sua notorietà. Io non ho fatto conti alla rovescia, non l'ho compraso in lingua originale, non l'ho atteso affatto: negativamente prevenuto. L'ho letto, in un paio di sere, prendendolo così com'è: una lettura gradevolissima, più infantile di certo, a cui approcciarsi domandando – come se fosse poca cosa, poi – un buon intrattenimento; un viaggio all'indietro, nei luoghi in cui la magia ci ha conquistato la prima volta. Astenersi babbani.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Harry Potter's Theme 

giovedì 29 settembre 2016

Pillole di recensioni: Lettera a Dina | Un buon presagio

Titolo: Lettera a Dina
Autrice: Grazia Verasani
Editore: Giunti – Scrittori
Numero di pagine: 160
Prezzo: € 14,00
Il mio voto: ★★★½
La mia recensione: Una mattina, la radio passa una canzone d'altre epoche. E le canzoni, così come i profumi, rievocano sensazioni o persone. La protagonista ricorda d'un tratto l'amica Dina: inseparabile, fino a una certa età, e poi improvvisamente persa. Dimenticata, nel profondo, mai. Sappiamo poco della narratrice: una che non si sbottona. Ha intrapreso da poco una relazione clandestina con un musicista sposato, lavora senza troppa voglia a un giallo: fa la scrittrice per mestiere, non fa nomi. I luoghi asteriscati, le identità dei comprimari nascoste da una lettera puntata. Non c'è spazio che per la migliore amica e i ricordi. Quando erano compagne di banco agli antipodi – una comunista e l'altra fascista, una povera e l'altra ricchissima – ma, anziché accapigliarsi, si erano trovate. L'infanzia e l'adolescenza passate vivendo come in simbiosi, poi il distacco. Colpa dell'ordine naturale delle cose, crescendo, e del mal di vivere di cui si ammala l'incostante Dina – prima a un passo dall'obesità e poi magra come un chiodo, prima etero e poi omosessuale, prima aspirante suicida e poi tossicomane. Sappiamo che Dina non c'è più. Sappiamo che la protagonista, anonima, non le è stata accanto. E, complice la radio, galeotta una maledettissima canzone, fa un bilancio di episodi e responsabilità: un esame di coscienza a cuore aperto. Quanto può dirsi responsabile per l'autodistruzione dell'altra, abbandonata? Quando si sono separate, e poi cos'è successo? Lettera a Dina è un flusso di coscienza ordinato, intenso, interessante. Prima volta tra me e Grazia Verasani, che emoziona con una storia-confessione che ho immaginato personale, sentita. Il romanzo è brevissimo: rapido, ma non del tutto indolore. Come quando qualcuno, una sconosciuta per di più, ci rende parteci di una questione privata, di un pezzo di vita che non era tenuta a svelarti, verso la fine prevalgono il riconoscimento – grazie per le tante verità – e la difficoltà – cosa rispondere, come mettere bocca. Allo stesso modo, Lettera a Dina posso consigliarlo, ma non so bene a chi. Con la sua scrittura sincera, la ricostruzione en passant degli anni Settanta – mi ha fatto venire in mente La ricchezza, di Marco Montemarano –, l'antipatico espediente dei nomi censurati e tutti i pregi, tutti i difetti, di quei romanzi che forse sono stati più utili a chi li ha scritti che a chi li ha letti.

Titolo: Un buon presagio
Autrice: Gillian Flynn
Editore: Rizzoli
Numero di pagine: 85
Prezzo: € 12,00
Il mio voto: ★★★
La mia recensione: Che L'amore bugiardo sia stato un lampo di genio isolato? Se lo chiedono un po' tutti, andando alla scoperta dei primi romanzi di Gillian Flynn o leggendo le poche pagine dell'ultimo pubblicato, Un buon presagio. Sono passati quattro anni dagli straordinari drammi dei coniugi Dunne, ma l'apprezzatissima autrice americana non ci dà indizi. Cosa fa? Scrive qualcosa di nuovo, nel mentre, oppure no? Si inganna l'attesa rimarcando il mio fondato dubbio e prendendosi del tempo da spendere con una narratrice piacevolissima, ma coi suoi “ma”. Cartomante e ladra, la protagonista arrotonda ospitando i clienti più vogliosi e ricchi nel retrobottega. Con uno di loro, dopo l'orgasmo, scambia pareri sui noir che legge, come fossero gli unici partecipanti di un improbabile – e appiccicoso – club del libro. Ancora, c'è una cliente pavida e ricca, che si è trasferita in una casa che scricchiola e che, nel tardo Ottocento, fu protagonista di un orrido massacro. Una famiglia sterminata dal primogenito, un quindicenne spietato e sociopatico: il killer di due secoli fa somiglia in maniera preoccupante, per indole e aspetto, a suo figlio Miles. Le tate scappano, gli animali vengono mutilati, il sangue scorre sui muri. Coincidenze, o suggestioni assassine? Tra la commedia nera e la ghost story, Un buon presagio è intrigante, scorrevole, si legge in un soffio. La protagonista, miserabile cartomante che fa marchette all'ora di chiusura, abile nell'arte di cavarsela ma amante delle letture di valore, è un personaggio grintoso, pieno, di quelli che mi piacerebbe incrociare ancora. Qui, poi, c'è una Flynn irresistibile, che sembra la nostra cara Alice Basso: linguacciuta, sferzante, artefice di autentici pasticci – tra case stregate e manipolazioni, professioni disoneste e etica professionale, generi letterari agli antipodi che vanno curiosamente a braccetto. Ma, grosso difetto, costa quanto un libro vero; l'autrice l'avrà scritto in un paio d'ore, noi lo leggiamo in trenta minuti. Come la sua protagonista, il racconto quindi è simpatico e vagamente truffaldino. Farsi leggere la mano da una prostituta senza arte né parte? Spendere dodici euro per una novella (benché pregevole) che, al massimo, avrebbe potuto essere ospitata sul paginone centrale di una rivista, con una sforbiciata vaga qui e lì?

martedì 27 settembre 2016

Recensione: Un po' di follia in primavera, di Alessia Gazzola

“Povero D'Armento. Che ne poteva sapere, lui, che chi ti conosce muore l'indomani.”

Titolo: Un po' di follia in primavera
Autrice: Alessia Gazzola
Numero di pagine: 304
Prezzo: € 16,90
Data di pubblicazione: 26 settembre 2016
Sinossi: Quella di Ruggero D’Armento non è una morte qualunque. Perché non capita tutti i giorni che un uomo venga ritrovato assassinato con un’arma del delitto particolarmente insolita. E anche perché Ruggero D’Armento non è un uomo qualunque. Psichiatra molto in vista, studioso e luminare dalla fulgida carriera accademica, personalità carismatica e affascinante… Alice Allevi se lo ricorda bene, dagli anni di studio e dai seminari che ha frequentato con grande interesse, catturata dal magnetismo di quell’uomo all’apparenza rude ma in realtà capace di conquistare tutti con la sua competenza e intelligenza. E con le sue parole. L’indagine su questo omicidio è impervia, per Alice, ma per fortuna non lo è più la sua vita sentimentale. Ebbene sì, Alice ha fatto una scelta… Ma sarà quella giusta?

                                                        La recensione
Quando smettiamo di provare qualcosa, non per questo dimentichiamo cosa significa sentirla. Capita che, alla fine, la vita conduca altrove. Dove, non è dato saperlo.
Anno difficile, questo. Coi vuoti, gli scatoloni in corridoio, i cambiamenti che spaventano. Senza un romanzo di Alessia Gazzola sul comò, presenza fissa da qualche gennaio a questa parte, difficilo lo è sembrato, a tratti, anche di più. A cosa lavorava l'autrice, che in un primo momento parlava di questo quinto capitolo come del conclusivo? Dov'era finita, in quel mio inverno solitario e freddissimo? C'era bisogno di un viso familiare, delle parole di conforto dei romanzi belli e leggerissimi. Di qualcuno come Alice, la voce amica che ti dice le cose giuste nei momenti sbagliati. Le sono serviti anni di esperienza, un lungo apprendistato, cinque romanzi. Alla fine, ha imparato qualcosa su sé stessa e sugli altri – il necessario per prestarsi come sportello psicologico part-time, ma non per evitare scene mute al cospetto della famigerata Wally –, nonostante la silenziosa compagnia dei defunti. Lei, spontanea e chiacchierona, parla abbastanza per tutti. Lei, frizzante e positiva, anche se più flemmatica di romanzo in romanzo, trova nella morte imprevedibili spunti per ragionare sulla vita. All'inizio, smarriva i cadaveri in obitorio e gettava cicche sfrigolanti nei boschi. Si barcameneva, con un filo di vanità tutta femminile, tra Claudio Conforti e Arthur Malcomess: uno sardonico e allergico alle storie importanti, l'altro romantico ma affetto dalla sindrome di Ulisse. Alice, con i trenta che si avvicinano, giunta davanti all'ennesimo bivio, può forse continuare a posticipare le speranze a proposito della serietà del primo, l'impenitente CC, e aspettare con gli occhi fissi sull'orologio da polso i porci comodi del secondo, errabondo per natura e mestiere? Per saperlo, ho dovuto attendere che l'autunno mi portasse un libro con la primavera nel titolo. Il ritardo, giustificato dalla pubblicazione di Non è la fine del mondo: primo romanzo senza Alice nei dintorni, che era stato poco più che un piacevole riempitivo; mi aveva fatto sorridere, lasciandomi sostanzialmente insoddisfatto. Mancava il quid, in una commedia romantica come tante; mancavano, diciamolo pure, l'Allieva e i suoi annosi grattacapi. Quella Emma lì aveva il solo difetto di non essere lei. Sessione d'esame che vai, però, Alessia Gazzola che trovi. Un po' di follia in primavera, così, ha scelto la fine di settembre per sbocciare. A meno un esame dalla laurea, se Dio (e la relatrice) vuole, e con un mese scarso per prepararlo, il famoso ultimo esame; all'alba di un altro periodo intenso, a metà del solito anno difficile, che si riannoda su se stesso, imbroglia e non finisce più. Mali estremi richiedono estreme Alice Allevi. 
E, con il debutto su Rai Uno previsto per questa sera, la nostra eroina arriva in doppia versione: sul piccolo schermo sarà la bella Alessandra Mastronardi, alle prese coi casi e i colpi di cuore dei romanzi introduttivi; in libreria, invece, puoi immaginarla come più ti piace, scoprirla cresciuta a vista d'occhio. Nella mezza stagione che stando al luogo comune non esiste più, si assistono a tripudi naturali, sanguinosi omicidi e a sviluppi significativi nella sensibilità di una giovane donna il cui nome, da un po', è sinonimo di indecisione cronica e assicurato buonumore. Alice matura e cambia, elabora elogi alla tristezza e scrive capitoli sull'importanta dell'autosufficienza. Collabora con il solito Calligaris per la risoluzione di un caso di cronaca nera e si prepara a una scelta decisiva, professionale e sentimentale. Ruggero D'Armento, psichiatra di grido, viene ritrovato in una pozza di sangue nel proprio studio: si occupava di pazienti al limite, aveva scontentato parecchie persone in tribunale. 
Le sue continue assenze di lavoro, la sua distanza, giustificano la relazione extraconiugale della moglie – infatuata di un giovane violinista, insegnante di musica della loro unica figlia – e la freddezza dei conoscenti. Chi lo voleva morto, chi lo voleva vivo? Quanto era nera l'anima che nascondeva con cura, dietro il tono accondiscendente e l'espressione bonaria? L'indagine è un'autentica distrazione da incombenze più grandi, questa volta: tutto pur di non pensare. A un brillante al dito, tanto sognato, tanto invocato, che adesso sta stretto: l'anello di fidanzamento regalatole da non vi dico chi, infatti, è appariscente, pesante, blocca la circolazione e le buone intenzioni. Pur di non pensare, ancora, alla malinconia che la attanaglia al pensiero di dover dire addio alle pareti color guscio d'uovo dell'Istituto: una bolgia infermale che, con tenacia, aveva arredato su misura di un sogno, pensando fosse una condanna per sempre. Invece tutto finisce, anche la specializzazione, e realizzarlo intristisce. Che farà l'Allieva quando discuterà la tesi, infine, e smetterà di essere l'Allieva? Chi le indicherà la retta via, con una nonna che purtroppo invecchia, un Claudio abbattuto e un Arthur che fermo proprio non sa stare? Capitolo meno sospiroso nel sentimento, con il rosa annacquato, il giallo ingarbugliato, inattaccabili ragioni per non chiuderla qui e novità, titubanze, che facevano provvidenzialmente pendant con le mie, il nuovo romanzo mostra che è un anno difficile anche nella vita di carta di Alice – c'è qualche piega che somiglia a una ruga d'espressione anticipata, le orecchie ostinate a mo' di segnalibro –, ma si reagisce alle avversità, agli umori cupi, con la solita ironia e una freschezza fortunatamente preservata. L'allergia al polline fa starnutire, i gatti in amore miagolano sotto i portici, qualche bocciolo si apre – nato dal letame, come canta De André, o nel freddo di una sala autoptica - e qualcun altro viene calpestato da un passo pesante, strappato prima del tempo pattuito. 
In Un po' di follia in primavera, lieve ma con profondità, il mistero ha fatto fiore.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Keira Knightley – Like a Fool (da "Begin Again")

lunedì 26 settembre 2016

Aspettando 'Fine Turno', di Stephen King: Brady

Amici lettori, buongiorno e buon lunedì. Come state?
Oggi post un po' atipico, per me che non sono un amante dei Blog Tour, ma potevo forse fare orecchie da mercante al richiamo di Stephen King? Giocando d'anticipo, io e qualche collega blogger vi parliamo, perciò, del ritorno di Bill Hodges in Fine turno, puntuale conclusione della trilogia iniziata tre autunni fa. La mia tappa è finalmente arrivata, e vi parlo di quello che forse è il personaggio più controverso e irresistibile della serie: Brady, l'insospettabile maniaco omicida della porta accanto. Il prossimo appuntamento è il 3 ottobre, su Everpop, alla scoperta di Pete Saubers. Un abbraccio. M. 

Titolo: Fine Turno
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer – Pandora
Numero di pagine: 496
Prezzo: € 19,90
Data di pubblicazione: 11 ottobre 2016
Sinossi: In un gelido lunedì di gennaio, Bill Hodges si è alzato presto per andare dal medico. Il dolore lo assilla da un po' e ha deciso di sapere da dove viene. Ma evidentemente non è ancora arrivato il momento: mentre aspetta pazientemente il suo turno, infatti, Bill riceve la telefonata di un vecchio collega che chiede il suo aiuto, e quello della socia Holly Gibney. Ha pensato a loro perché l'apparente caso di omicidio-suicidio che si è trovato per le mani ha qualcosa di sconvolgente: le due vittime sono Martine Stover e sua madre. Martine era rimasta completamente paralizzata nel massacro della Mercedes del 2009. Il killer, Brady Hartsfield, sembra voler finire il lavoro iniziato sette anni prima dalla camera 217 dell'ospedale dove tutti pensavano che sopravvivesse in stato vegetativo. Mentre invece la diabolica mente dell'Assassino della Mercedes non solo è vigile, ma ha acquisito poteri inimmaginabili, tanto distruttivi da mettere in pericolo l'intera città. Ancora una volta, Bill Hodges e Holly Gibney devono trovare un modo per fermare il mostro dotato di forza sovrannaturale. E a Hodges non basteranno l'intelligenza e il cuore. In gioco, c'è la sua anima.  Dopo "Mr. Mercedes" e "Chi perde paga", King ha scritto il capitolo conclusivo della sua trilogia poliziesca, nella quale l'autore, come ci ha ormai abituato, combina il suo senso della suspense con uno sguardo lucidissimo sulla fragilità umana. Dalla trilogia di Bill Hodges sarà tratta una miniserie TV diretta da Jack Bender. 
                            Conosciamo meglio... Brady
Sono lì, al freddo, di notte, che elemosinano un impiego al di là delle transenne.
Con l'arrivo dell'alba, pian piano, si solleva la nebbia.
Le vittime della recessione, gente onesta e volenterosa, aspettano pazienti che la Fiera del Lavoro apra i battenti e li accolga, dando loro una seconda chance. L'impiego non ha importanza, basta lo stipendio. Della folla di disperati ricordo una ragazza madre che aveva portato con sé il suo bambino – un neonato da proteggere dalle intemperie, per quanto possibile, e dal mondo. Ma il mondo è cattivo e sanguinario, ha fari abbaglianti e pesa quintali di lamiere; si riversava su loro tutti, sotto forma di una rombante e infallibile Mercedes. L'uomo al volante indossava la maschera di un clown. 
A testimonianza del suo passaggio, una montagna di corpi – neanche il bambino l'aveva avuta vinta, la lotta contro le ruote – e un adesivo giallo; uno smile beffardo. Quanto impiegheremo per conoscere il vero nome dell'omicida, per odiarlo viso a viso, per vederlo finalmente alle corde? Si aspetterà il finale, per scoprire chi ha premuto senza pietà l'acceleratore?
Nel primo romanzo di una trilogia gialla che, proprio in questi giorni, giunge a termine, Stephen King giocava a carte scoperte. E sin dall'inizio dava un'identità, un indirizzo, connotati precisi al suo spregevole killer – alla luce della recente strage di Nizza, sotto i fuochi d'artificio del 14 luglio, il suo modus operandi ripugnerà e addolorerà perfino di più. Mr. Mercedes si chiama Brady, è sulla ventina: nerd mosso da un inquietante spirito di onnipotenza e da un complesso di Edipo latente. Smilzo, pallidiccio, dinoccolato, non spicca nella folla: una faccia che si dimentica, poche relazioni col prossimo e, nell'anonimato del suo quieto vivere, pensieri cattivi. Somiglia un po' a Chuck Bartowski, con tanto di riccioli, e un po' all'inquietante portinaio dello spagnolo Bed Time. Nella serie tivù di prossima uscita, sarebbe stato quell'Anton Yelchin, attore indie per eccellenza, di cui piango ancora la scomparsa. Gli occhi azzurri, il viso spigoloso, la schiena curva.
L'unica presenza in casa, la madre: una donna fragile e viziosa, meschina nel profondo, sopravvissuta a un marito scomparso prematuramente e a un figlio cerebroleso, morto in circostanze poco chiare ma piuttosto prevedibili. Sbarcano il lunario con gli stralci dell'assicurazione sulla vita dei loro cari estinti. 
Le mamme e gli scantinati, si sa, traviano gli Psycho di ogni era. Ma se l'altrettanto mite Norman Bates, nel sottoscala del suo motel, si dava alla tassidermia, Brady smanetta davanti a infinite schermate e, chino sulla tastiera, cracca il codice del caos. I capitoli alternati, che fanno di Mr. Mercedes anche un riuscitissimo e divertente caleidoscopio di intenzioni belle e brutte, ci raccontano dell'antagonista tanto quanto fanno di Bill Hodges, detective in pensione e con sporadiche tendenze suicide, che si muove seguendo i pochi indizi. Eppure sapete che, in un modo tutto suo, il soggiorno nella mente matta di Brady suscita compassione, interesse e una strana specie di simpatia? Affascina, scrivevo qualche anno fa, alla stregua di una belva rara allo zoo: vorresti sfiorarla, ma temi ci rimetteresti la mano o il senno.
Nel primo capitolo, sembrava lo avessero messo fuori gioco.
Nel secondo, era una comparsa marginale.
Nel terzo ritorna, atteso con la curiosità alle stelle. Presente, ma indebolito.
Fine turno ha nuove sfumature, su carta; un male infido, che assume altre forme.
Sarà saggio, adesso, allungare la mano oltre le sbarre; svegliare il can che dorme?


sabato 24 settembre 2016

Recensione: L'uomo che inseguiva i desideri, di Phaedra Patrick

Non mi sono mai chiesto se fosse quella giusta, perché in realtà non c'era nessun'altra. Adoravo la semplicità della vita assieme a lei. Era come se stessi seguendo un sentiero invisibile che qualcuno aveva già tracciato per me.

Titolo: L'uomo che inseguiva i desideri
Autrice: Phaedra Patrick
Editore: Garzanti
Numero di pagine: 288
Prezzo: € 16,90
Sinossi: Da un anno, ogni mattina, Arthur Pepper si sveglia alle sette e compie con esattezza gli stessi gesti. Si veste seguendo un ordine preciso, mangia una fetta di pane tostato, poi alle otto e mezzo si mette a sistemare il giardino. Questo è l'unico modo per superare il dolore per la perdita dell'amata moglie, Miriam, dopo tutta una vita passata insieme. Solo così gli sembra di poter fingere che lei sia ancora con lui. Ma il giorno del primo anniversario della sua scomparsa, Arthur prende coraggio e decide di riordinare gli oggetti di Miriam. Nascosta tra gli stivali, vede improvvisamente una scatolina. Dentro c'è un braccialetto con dei ciondoli: sono a forma di tigre, fiore, elefante, libro e altri piccoli oggetti. L'uomo sulle prime è perplesso; la moglie non indossava gioielli. Ma poi guarda con più attenzione e si accorge che su un ciondolo è inciso un numero di telefono, che Arthur non può fare a meno di chiamare subito. È l'inizio della ricerca e delle sorprese. Seguendo i ciondoli Arthur compie un viaggio che lo porta su un'assolata spiaggia di Goa che ha visto la donna giocare con un bambino indiano, a Londra da un famoso scrittore, in un'accademia d'arte dove è custodito un ritratto di Miriam da giovane, a Parigi in una raffinata boutique, in un castello della campagna inglese dove incontra una tigre, e in tanti altri luoghi che non aveva mai visitato. Un viaggio che gli fa scoprire una Miriam sconosciuta, ma che ha ancora tanto da insegnargli. E gli ricorda che l'amore è sorprendersi ogni giorno, per tutta la vita e anche oltre.
                                               La recensione
Arthur, metodico e fedele, ha il duro compito di riscrivere dal nuovo la sua routine nel momento in cui Miriam, la prima e l'ultima donna della sua vita, lo abbandona per l'aggravarsi di una brutta e improvvisa polmonite. Non saprebbe dire come, ma il tempo è passato: è già vedovo da un anno quando, dopo la colazione alla solita ora con il solito toast, decide di mettere via le cose della moglie scomparsa. 
Una busta per i rifiuti, un'altra per i capi da dare in beneficenza. Finché, sul fondo di un paio di stivali dismessi, non trova un oggetto di cui non conosceva l'esistenza. Un bracciale, di certo troppo appariscente per i gusti di una Miriam che spiccava per eleganza e discrezione, con otto ciondoli – alcuni vecchi, altri recenti. Sembra costoso. Sembra importante. Un pendente rimanda all'India, un altro a Parigi, un altro a Londra. E tutti, soprattutto, rimandano a una vita prima di Arthur, che pensava di essere stato, in cinquant'anni di matrimonio, il solo al mondo. Perché non sapeva niente della Miriam avventurosa, ribelle, spezzacuori? Perché alla fine ha scelto lui, un timido fabbro di provincia dalle abitudini rassicuranti, anziché il brivido dell'ignoto? I dubbi lo tormentano e non sa con chi condividerli: i figli sono altrove – Ben in Australia, Lucy alle prese con un matrimonio fallito -, e non vuole cancellino l'idea che hanno della madre; una vicina di casa, l'invadente e generosa Bernadette, lo rimpinza di manicaretti e attenzioni, ma forse non è la confidente migliore in quell'occasione. Così, come in una caccia al tesoro, il vedovo solitario mette insieme i tasselli e dà a ognuno di quei ninnoli un significato, una collocazione geografica. Si mette in viaggio sulla scia dell'intuizione, in coda alla malinconia. E la vita, dopo tanto dolore, nonostante le sorprese belle e brutte che Miriam ha in serbo per lui, lo stupirà ancora. L'uomo che inseguiva i desideri, esordio da inserire nel filone con vecchietti a bordo, buoni sentimenti e viaggi fuori porta, è un'esperienza di cui non mi sono pentito. Una lettura rilassante, ottimista e leggera, che all'inizio non mi ispirava granché e poi, complici le recensioni delle amiche blogger, ha trovato invece posto sul mio comodino e in mezzo ai rinnovati impegni universitari. 
Onestamente, mi aspettavo però qualcosa in più. La storia di Phaedra Patrick, per quanto fresca e scorrevole, con dalla sua anche la bella copertina italiana, mi è sembrata tutt'altro che insolita. Le tappe e i simboli di Lo strano viaggio di un oggetto smarritoil cui protagonista, mio omonimo, era giovanissimo, ma in cerca - , i vecchietti indomiti di Piccole sorprese sulla strada della felicità in cui la sinergia tra l'ultracentenaria Ona e il suo sfortunato amico boy scout, in unione alla tragedia di due genitori e alle risposte talora brusche di lei, facevano l'autentica differenza. I tre romanzi hanno in comune i colori pastello della copertina, lo stile trasognato, tutti i chilometri fatti per riappropriarsi di qualcosa che si è perso – una mamma, un ricordo, le verità insepolte di una compagna sepolta. Il difetto di Arthur è che l'ho messo in coda, l'ho letto poco dopo. E alle storie dei suoi amici in là con gli anni, ugualmente curiosi e romantici, non ha nulla di significativo da aggiungere, né nulla di particolare da invidiare. Le soste del suo girovagare, ben presto, si confonderanno con quelle di chi è arrivato prima e di chi, inevitabilmente, arriverà dopo. In un allegro affaccendarsi di rughe, capelli bianchi e sogni da rispolverare, da cui forse mi tirerò un po' fuori. In libreria o al cinema, mi piacciono le storie sui pensionati che non si arrendono agli affanni dell'età e alle case di riposo – e la cieca fedeltà di Arthur, la vita segreta di Miriam e il loro quieto ménage domestico, qui e lì, sfiorano le corde giuste. Meno, poi, l'ormai inevitabile senso di già letto. C'è una seconda gioventù. 
Quella del simpatico Arthur Pepper comincia a sessantanove anni.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: KT Tunstall – Suddenly I See