domenica 17 novembre 2013

Recensione: Shadows, di Jennifer L. Armentrout

Buona domenica, amici miei! Questi ultimi giorni sono stati piuttosto produttivi. Dopo aver letto e recensito l'ultimo capolavoro della Rowling, in treno ho iniziato Shadows, il breve prequel della saga Lux. Romanzo che è piaciuto a tutti, ma a me nemmeno un po', purtroppo. Sarà per il prossimo appuntamento con la Armentrout, o almeno spero: ma sì, sono fiducioso. Ringraziando la Giunti per avermi dato modo di leggerlo, vi auguro una splendida giornata. Un abbraccio.
Siamo diversi solo in superficie. Ma nell'essenza siamo uguali. Ridiamo delle stesse cose, non abbiamo la più pallida idea di cosa faremo in futuro, non ci piace guardare la tv. E ci piacciono un sacco di dolci. E i nomignoli stupidi. E i nostri cuori battono all'unisono.

Titolo: Shadows
Autrice: Jennifer L. Armentrout
Editore: Giunti Y
Numero di pagine: 176
Prezzo: € 12,00
Sinossi: L'ultima cosa che Dawson Black si sarebbe aspettato era Bethany Williams. Come forma di vita aliena sulla Terra, Dawson e il suo gemello Daemon trovano che le ragazze umane siano... un passatempo divertente. Ma innamorarsi di una di loro sarebbe folle. Pericoloso. Allettante. Irrinunciabile. Bethany viene dal Nevada, e l'ultima cosa che cerca nel West Virginia è l'amore. Ma ogni volta che i suoi occhi incontrano quelli di Dawson si scatena un'attrazione innegabile. E anche se i ragazzi sono una complicazione di cui farebbe volentieri a meno, non riesce davvero a stare lontana da lui. Attratta. Desiderata. Amata. Dawson però nasconde un segreto inconfessabile che non solo può cambiare l'esistenza di Bethany, ma rischia di mettere in pericolo la sua vita. Si può rischiare tutto per una ragazza umana? Si può sfidare un destino inesorabile come l'amore?
                                                    La recensione
Di Obsidian non ho ricordi fortissimi, vividi, ma ricordi positivi. Ricordi felici, tutto sommato. Mi piace pensare a Jennifer L. Armentrout, infatti, come all'autrice che diede realmente il via alla mia estate 2013. Era il pomeriggio del primo luglio. Sfinito e felice, ero tornato a casa dopo gli orali della maturità e, prima di salire a casa, avevo trovato questo pacchetto nella mia buca delle lettere. Un libro sottile, leggero, spensierato. Come me da quel momento in poi. L'avevo letto nel mio primo pomeriggio in spiaggia da studente e uomo libero. Il sole batteva, il mare era una fresca tavola da surf e il resto era venuto da sé, così, semplicemente. In un baleno l'avevo finito: un urban fantasy su creature che viaggiavano alla velocità della luce, letto alla velocità della luce, per rimanere sempre in tema. E con un disteso sorriso a mille watt, alimentato dalla leggerezza senza peso di un cervello senza più pensieri e dall'ironica guerra tra sessi combattuta – ad armi impari – da un lui e una lei che facevano scintille. Uno stile freschissimo e una passionale e simpatica love story avevano reso quel particolare romanzo non indimenticabile, ma piacevole e spontaneo: cosa non da poco, in un vortice di storie troppo simili in cui, spesso e volentieri, Obsidian aveva corso il rischio di essere risucchiato. Il successo editoriale era garantito. Prezzo accessibile, protagonisti popolari e belli e tutto decisamente in linea con le mode e le tendenze odierne – tra incursioni su Facebook, Twitter e, soprattutto, Blogger. Il secondo e il terzo capitolo, di cui la Giunti Y si è velocemente accaparrata i diritti negli scorsi mesi, sono già chiacchierati e non tarderanno ad arrivare e, nell'attesa, arriva in libreria questo Shadows, un prequel della storia originale, incentrato su due personaggi minori di cui, indirettamente, i lettori avevano già sentito parlare: Dawson Black e la sua ragazza, Bethany. Daemon e Kathy, la passionale coppia che li aveva preceduti, avevano una spiccata personalità e un'alchimia scoppiettante che li rendeva convincenti protagonisti di un intreccio forse troppo, troppo semplice. Loro erano il cuore, il perché della saga: l'unico, credo. Sprovvisto dell'irriverente, pazza e adorabile narratrice di sempre, Shadows perde tantissimo e, a fine lettura, ho avuto l'impressione fastidiosa che Dawson e la sua lei non meritassero un romanzo – o una novella, perché 170 pagine sono un po' poche – tutta per loro. Sono perfettini, buonisti e scialbi, nel senso culinario del termine, proprio: senza sale, senza pepe, senza un gusto deciso. Sono pesanti, melodrammatici e seriosi, se confrontati con i divertenti, autoironici e sexy protagonisti di Obsidian
Non sono capaci di dissimulare e mettono a nudo una struttura di base fragilissima, effimera, che – senza l'arma a doppio taglio di un umorismo brioso e sornione – è praticamente attaccabile, inerme, sprovvista delle difese necessarie per tenere a bada il cattivo e brutto recensore di turno. Le somiglianze con il più noto Twilight sono insostenibili, troppe, ostentate nemmeno tanto intelligentemente da un'autrice che, insieme ad altre colleghe arricchitesi d'un tratto, sembra non ricordare il significato di una parolina che fa più o meno rima con miraggio, coraggio... formaggio?! Dio mio, non ho idea da dove mi sia uscita, che squallore... Chiedo perdono: mi riferivo a plagio, ovvio. Lei cade, rischia di scivolare sul ghiaccio e lui la salva: ok, cose che capitano. Ma lei ha anche gli occhi nocciola, i capelli castani e lui è – ovviamente – bellissimo, tenebrosissimo e dalla segreta natura luccicante: vi ricorda qualcosa, questo? Si conoscono tra una lezione e l'altra, si dilettano con il trekking (ma perché non ci sono più gli hobby di una volta? E le mezze stagioni?), incontrano le loro reciproche famigliole allargate e, dopo un paio d'appuntamenti, è già vero amore. Un amore proibito: specificarlo è superfluo. Proibito innamorarsi, secondo i fratelli di lui; proibito sbaciucchiarsi, secondo la mamma di lei – un'ex Teen Mom rimasta incinta di Bethany prima del provvidenziale avvento di MTV. Il gemello ribelle, Daemon, compare spesso e, qui, non appare antipatico ma con stile. Appare antipatico e basta. Per fortuna c'è Dee, colei che – tra i tre fratelli Black – ha impiegato più tempo ad uscire dal ventre accogliente e presumibilmente viscido di mamma alieno: la cocca di casa. 
Spontanea, pimpante e acuta come sempre, soprattutto quando – insieme a me – rimane scioccata dalla descrizioen di come l'umana Bethany abbia scoperto il loro segreto di famiglia. A metà del racconto, i preliminari tra Dawson e Bethany vanno a finire maluccio, infatti: non vi intrattengo con quella cameratesca storia delle “basi” che non comprendo e che non ho mai compreso, ma sappiate questo: la cosa più imbarazzante che possa capitare a un sedicenne alieno non è l'eiaculazione precoce. Dawson Black, in quei delicati momenti, si accende... Boom. Come un lampione... Bang. Come un faro-umano-abusivo costruito in camera da letto. Edward, in una foresta nebbiosa, aveva rivelato a Bella, dopo un lungo e vagamente inquietante sproloquio su leoni e pecore, di essere un vampiro: leggendolo prima di aver visto Pattinson in azione, avevo pensato all'affascinante Lestat e all'eterno Dracula. Quando Dawson rivela a Bethany, con lo stesso tono sussurrato e cospiratorio, di essere un alieno, io ho pensato a Stitch. Uno Stitch con il ciuffo biondo, i pantaloni color cachi e le camicie a quadrettoni del James Van Der Beek di Dawson's Creek. Che immagine! Sarà il subconscio che gioca brutti scherzi (ogni tanto) o sarà una mini-trama che, scricchiolando rumorosamente (sempre), lascia disperdere nell'aria qualsiasi eventuale magia. Il primo, ammiccante, conosceva le regole della risata facile. Il prequel, invece, fa ridere quando e dove non dovrebbe – stanco, frettoloso, scritto tanto per... - e non rischia di venire a noia soltanto per l'esiguo numero di capitoli complessivi e per uno stile che, anche se scarno e impersonale rispetto ai fuochi d'artificio dell'altro volume, scorre; almeno quello. Sembra scritto da un'altra persona. Da una fan tutta occhi dolci, cuori, sospiri e zoom ossessivi sugli occhi belli dell'aspirante modello D&G di turno. Il lato positivo del romanzo, dal mio punto di vista, è senz'altro il finale: triste il giusto, vagamente inaspettato, sbrigativo come il resto. Un finale che, grazie ad alcuni dialoghi tra Kathy e Daemon in Obsidian, avrei già dovuto conoscere bene, ma che – per fortuna o per sfortuna, dipende dai punti di vista – non ricordavo. Voi lo sapete: le cose tragiche mi fanno un certo effetto e, quasi quasi, avrei dimenticato gli errori che costellavano tutto il resto. Ma proprio quasi, quasi, quasi. Shadows, ahimè, ha la pecca di essere eccessivamente elementare. Carino, e chi lo nega?, ma di dubbia utilità. La Meyer – onnipresente nel romanzo, onnipresente nei miei riferimenti di oggi – aveva il suo superfluo La breve seconda vita di Bree Tanner. La Armentrout ha avuto questo trascurabile Shadows, alias Il primo breve amore di Dawson Black. A ognuno il suo. La curiosità di leggere Onyx, per fortuna, non è evaporata del tutto. Ma se avessi cominciato con questo prequel, temo che il rapporto tra me e l'autrice sarebbe finito qui: inconcludente, rapido ed indolore.
Il mio voto: ★★ 

venerdì 15 novembre 2013

Recensione: Il richiamo del cuculo, di Robert Galbraith

Ciao a tutti, amici. Dopo quasi una settimana, una nuova recensione. E, questa volta, di non proprio un romanzo qualsiasi. Attendevo "Il richiamo del cuculo" da quest'estate: l'ho comprato, l'ho letto e l'ho amato fino alla fine. J.K Rowling non imbroglia, no: cambia nome, ma non rinuncia alla sua impressionante bravura nemmeno questa volta. Da leggere e da scoprire. Le mie cinque stelline non gliele nega nessuno anche se, per dovere di cronaca, penso che "Il seggio Vacante" mi abbia lasciato un segno più indelebile. Ma sapete come sono: io adoro le cose tragiche e, fortunatamente, questo romanzo mi ha lasciato una sensazione opposta; diversissima. Buona lettura e buon pomeriggio, M.
Quando si è giovani e belli si può essere molto crudeli.

Titolo: Il richiamo del cuculo
Autore: Robert Galbraith
Editore: Salani
Numero di pagine: 550
Prezzo: € 16,90
Data di pubblicazione: 4 Novembre 2013
Sinossi: Il primo caso per Cormoran Strike in questo romanzo di esordio di Robert Galbraith, pseudonimo di J.K. Rowling, autrice della serie di Harry Potter e de "Il seggio vacante". Londra. È notte fonda quando Lula Landry, leggendaria e capricciosa top model, precipita dal balcone del suo lussuoso attico a Mayfair sul marciapiede innevato. La polizia archivia il caso come suicidio, ma il fratello della modella non può crederci. Decide di affidarsi a un investigatore privato e un caso del destino lo conduce all'ufficio di Cormoran Strike. Veterano della guerra in Afghanistan, dove ha perso una gamba, Strike riesce a malapena a guadagnarsi da vivere come detective. Per lui, scaricato dalla fidanzata e senza più un tetto, questo nuovo caso significa sopravvivenza, qualche debito in meno, la mente occupata. Ci si butta a capofitto, ma indizio dopo indizio, la verità si svela a caro prezzo in tutta la sua terribile portata e lo trascina sempre più a fondo nel mondo scintillante e spietato della vittima, sempre più vicino al pericolo che l'ha schiacciata. Un page turner tra le cui pagine è facile perdersi, tenuti per mano da personaggi che si stagliano con nettezza. Ed è ancora più facile abbandonarsi al fascino ammaliante di Londra, che dal chiasso di Soho, al lusso di Mayfair, ai gremiti pub dell'East End, si rivela protagonista assoluta, ipnotica e ricca di seduzioni.
                                                    La recensione
Chiudo gli occhi e immagino. Inizio a vedere. Una stanza buia, piena di libri polverosi che toccano quasi il soffitto; un tavolino basso su cui una tazza di té bollente getta tutt'intorno sbuffi caldi che sanno di zucchero, arancia e cannella; due occhi mai stanchi che illuminano un foglio e le infinite traiettorie della penna. L'ispirazione è arrivata con il crepuscolo fuori. Non vediamo il viso dello scrittore, solo lo schienale di una poltrona color malva - sobria, elegante, comunissima. Una vestaglia di ciniglia contro l'aspro freddo londinese, il fantasma di una pipa che non c'è: perché, nei noir, il fumo ha il suo fascino; nel quotidiano – invece – uccide. Il fumo, come la fama. Messi ad asciugare accanto ai piedi leonini della poltrona, un paio di stivali zuppi d'acqua e fango, testimoni di una gita nel parco all'avventurosa ricerca di idee. Quella sera, la Città aveva il suono di un concerto rock. Cantava di modernità, traffico intenso e luci che non si spengono mai: lo stridere dei freni a tamburo faceva da batteria, i leggeri tonfi delle auto sui dossi artificiali da grancassa, il frusciare delle foglie secche da chitarra, la foschia che si alzava piano da immancabile ghiaccio secco. Lo scrittore, seduto su una panchina con un trench antracite, aveva aspettato al gelo, in solitudine, fino a quando il freddo pungente non si era deciso ad esplodere in una piccola tempesta di neve. E fino a quando, come le vetrine di un centro commerciale nel giorno di Natale, non si erano accese le luci del lussuoso condominio affacciato sul parco. Riflettori puntati sulle cucine, i salotti e le esistenze di attori inconsapevoli, alle prese con il copione più difficile e imprevedibile: quello che la gente saggia chiama vita. Sono come pesci tropicali in un immenso, gigantesco acquario suburbano e, a loro insaputa, una persona appunta da giorni, su un taccuino, i loro peculiari corteggiamenti, le loro liti e i loro riti, i loro drammi, le loro ordinarie storie d'amore e le loro inquietanti storie di violenza domestica. 
Lo scrittore non ruba nulla, no: lui prende semplicemente in prestito, come ha fatto con altre storie e con altri nomi, una vita fa. Si volta e – colpo di scena più grande di quello contenuto nel finale di Psyco o I soliti sospetti – quel lord inglese con la sua tazzina di porcellona e il suo cappotto pesante si rivela essere una lei.
J.K Rowling, la sola e unica: mamma di Harry Potter, di tre figli e di generazioni di lettori ormai cresciuti, ma sempre affezionati a lei, come se il tempo non fosse passato. La donna che riuscirebbe a rendere avvincente anche un elenco del telefono; la sola che farebbe di un incalzante e sicuro best-seller anche la lista della sua spesa e di ammorbidente, dentifricio, pane, acqua e verdure da acquistare gli ingredienti di un accattivante mistero grande quanto il mondo. Lei è zia J: la mia adorazione per lei è l'unica cosa, forse, a non essere un mistero per nessuno. Ho cercato il suo nuovo nome e il suo nuovo romanzo tra gli scaffali; l'ho accarezzato nel breve tragitto tra il reparto libri e le casse e, ancora, nel meno breve tragitto tra la stazione e il mio appartamento; mi ci sono fatto, insieme, anche una foto ricordo. L'ho venerato come un buon cristiano, probabilmente, farebbe con una copia della Sacra Bibbia, e con una copia della Sacra Bibbia autografata. Storia vera, giuro. Tanta adorazione non è stata buttata alle ortiche: l'avevo riposta, sin dall'inizio, in ottime mani. In mani di cui mi fido ciecamente. Perché, che si chiami Robert Galbraith o Giovanni Esposito, Nicolas Sarkozy o Jane Doe, lei è sempre lei. Classe allo stato puro. Dopo il meraviglioso Il seggio vacante, in Il richiamo del cuculo fonde insieme, con la sua maestria senza uguali, la magia del racconto e l'arte dell'indagine. Torna con un intrigante pseudonimo maschile e con un giallo con la lettera maiuscola: struttura dalle linee che più classiche non si può, stile impeccabile, intreccio sinuoso, personaggi credibili ed incredibili al tempo stesso. Pieno di autentica bellezza, limpida grazia e fumoso charme anche nella tragedia, anche nella morte. Non c'è sangue, non ci sono sudate corse a perdifiato o sparatorie da gangster, non ci sono figure che rinunciano facilmente al loro aplomb – nemmeno in caso di omicidio doloso. Lula Landry - ventitrè anni vissuti da bellissimo angelo dalla pelle coloro cappuccino - finisce i suoi giorni sulla terra perdendo la sua polvere fatata e schiandosi al suolo senza più le sue ali di seta pregiata a mantenerla a una spanna dal suolo, lontana da fan asfissianti, paparazzi inopportuni, parenti serpenti, viscidi opportunisti. Cade dal cielo e, leggera come una piuma, non fa rumore: un tappetto di neve attutisce il rumore, non l'impatto. Muore sul colpo, con addosso il suo vestito nuovo. I flash, per l'ultima volta, le illuminano il viso: Lula non sorride. Un magico filo di serendipità conduce il lettore alla scena successiva, ricordando a tutti che, anche se nascosta sotto falso nome, la Rowling è ovunque. Il richiamo del cuculo ha, infatti, un fascino tutto femminile; un ritmo che sembra una danza. A condurti è una lei che potrebbe portarti anche in capo al mondo, se solo volesse. Ci sono sfilze di particolari a cui noi uomini non faremmo mai caso, e tutti prendono magicamente vita sotto i nostri occhi. Ricchezza, salotti lussuosi, palazzi antichi, strade buie, gossip che uccidono. L'autrice porta al banco degli imputati un mondo intero, oscuro per quanto sfavillante, e mette alla berlina un sistema che sempre ispirerà repulsione e fascino. Come il lettore comune, anche la Rowling lo condanna, pur essendone visibilmente e irrimediabilmente affascinata: quasi fosse una gazza ladra che, senza pensarci, si fionda sul primo luccichio avvistato. Un gioiello, forse. O forse una tagliola in cui lasciare le penne. Lula – come Marilyn, Amy, Whitney – è il simbolo della desolante solitudine del vincente. Tutti che la vogliono, nessuno che le vuole bene per davvero. 
Riempie di una sottile tristezza - anche se non ha una voce sua, non più – e, grande personaggio “in assenza”, riportata in vita dalle voci, dai racconti e dai rumors più disparati, sembra condurre le indagini camminando, sui suoi invisibili tacchi alti, accanto agli straordinari protagonisti: per vedere se le lacrime macchiate di rimmel del suo sregolato e fragile fidanzato - un riuscito e originale incrocio tra Kurt Cobain e Johnny Depp - siano reali; per sentire ancora l'adorazione nelle parole di un fratello adottivo in cerca di giustizia e di un simpatico amico stilista; per cercare le sue radici perdute. 
Tutti sono colpevoli, tutti sono innocenti. Le tante, ma impercettibili sfumature tra innocenza e colpa sono difficili da cogliere, mai come in questo caso. Io potrei riassumere l'intera trama qui, in appena due parole. Onestamente, infatti, questo intreccio che si dipana per cinquecento pagine e oltre potrebbe essere mostrato senza troppo sforzo in appena quaranta minuti di un poliziesco alla TV. Eppure, sarebbe un errore mortale ritenere questo romanzo dal titolo sfuggente un giallo come tanti. Eppure, saltando le sontuose descrizioni e i miliardi di dialoghi a piè pari, vi perdereste tutto il resto. Un resto frastagliato, dinamico, palpitante, irriverente e mordace. Favoloso. L'esperienza più bella in assoluto è stata conoscere Cormoran Strike: la sgraziata, ingombrante, incredibile e impresentabile nemesi di La signora in giallo, Sherlock Holmes, Poirot
Non ha nemmeno i tratti orientali del Detective Conan, disegnato da un abile fumettista giapponese: lui, casomai, è un bozzetto di Picasso. Soprattutto, non ha pareti piene zeppe di foto di cadaveri sanguinanti, nel suo piccolo studio che profuma disgustosamente di deodorante al lime: ci sono un sacco a pelo, un bollitore, un set di tazzine spaiate, uno zaino che – dalla zip – vomita vecchie cravatte, camicie sporche, cicche di sigaretta. Ha la sua personalità; è la sua casa improvvisata. Con il suo brutto nome e il suo brutto aspetto, Strike è uno dei personaggi più belli e completi incontrati da alcuni mesi (o anni?) a questa parte. Ogni Sherlock ha il suo Watson, poi; ogni Batman ha il suo Robin. E lei si chiama così, Robin: adorabile, gentile, trasognata e piena di risorse, sembra la protagonista di un brillante chick-lit. La Andrea Sachs di Il diavolo veste Prada con un brillante all'anulare, coraggio da vendere e un lavoro precario come segretaria che la spaventa e la esalta in egual misura. Questa strana coppia regala costantemente sorrisi, dal momento del loro imbarazzante primo incontro fino al toccante e delicato congedo: complici, professionali, rispettosi. Quasi amici, quasi. Il richiamo del cuculo ha la scorrevolezza e la leggiadria del Joyland di Stephen King, lo svolgimento perfetto di un giallo in piena regola, personaggi che impari a chiamare per nome come fossero tuoi amici, o nemici, di sempre. E' grande e funzionale in tutto, senza mezze misure. La prova "inchiodante" è contenuta alla fine, come accade per ogni mistero che si rispetti: lo chiudi e sai che è un libro da leggere, consigliare, regalare. Te lo suggerisce il sorriso vagamente ebete che ti è spuntato in faccia nel frattempo. Mentre, alla stazione, vedi il treno partire – lo stesso treno che ti ha portato per sette volte a Hogwarts e, lo scorso anno, nell'inospitale e bella Pagford – e vorresti egoisticamente che questo ambiguo e imperdibile viaggio per Londra iniziasse da capo, senza nemmeno fare tappa per casa tua. Aspetto un altro treno, aspetto un altro caso: prometto. Aspetto di conoscere un altro volto ancora di un'autrice che sempre saprebbe reggere il confronto con i nomi più grandi: questa J.K Rowling, mai così vicina all'immensa Agatha Christie, è un'esperienza da non perdere. Garantito.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: Lady Gaga - Paparazzi (Piano Version)


mercoledì 13 novembre 2013

Mr Ciak #22: Questione di tempo, Separati Innamorati, Carnage

Ciao a tutti, amici miei. Oggi, anche se a distanza di pochi post rispetto all'appuntamento precedente con la rubrica, torno ad essere Mr Ciak e a parlarvi di tre film che meritano moltissimo. Quindi, non perdeteli. Tre film sui sentimenti – e sui sentimenti più disparati – che vantano cast fantastici, grandi registi e piccoli colpi di genio. Per una volta, potete – rullo di tamburi! - trovarli tutti in italiano. Questioni di tempo è al cinema dalla settimana scorsa e, mi raccomando, non perdetelo: altrimenti si vede che non ci meritiamo Checco Zalone, mah! Separati Innamorati, invece, è passato parecchie volte su Sky, mentre l'ultimo – Carnage – non è propriamente una novità e anche sui canali del Digitale Terrestre, precisamente su Iris, l'hanno dato più volte. Io vi abbraccio tutti e vi do appuntamento ai prossimi giorni, con la recensione di Il richiamo del cuculo. Lo sto leggendo lentamente, con la speranza di godermelo come si deve. A presto, M.

La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo, come molti lettori ormai sapranno, è praticamente il mio libro preferito. Il mio libro preferito in assoluto. Molti, quando mi domandano di cosa parli, si sentono rifilare una risposta ambigua, ma che, secondo me, rispecchia perfettamente il meraviglioso esordio della Niffenegger: quel romanzo, infatti, è l'amore vero. Punto. E io, romantico in incognito, amo l'amore. E amo i viaggi nel tempo. E' per questo che so che avrei amato dal primo istante About Time – Questione di tempo. Finalmente l'ho visto e, come da programma, l'ho adorato senza riserve. Sarà che a me questi film fanno sempre un certo effetto, bho. Anche Click – con quello scemotto di Adam Sandler, infatti – mi aveva emozionato non poco. Questa delicata e brillante commedia britannica vive, respira, ride. Pulsa di ricordi, emozioni, gioie, dolori e momenti irripetibili. Ha un cuore che pulsa e che batte, in cui scorre, senza freno, vita pura. E poi fa ridere, ma tanto: adorabile, adorabilissimo, adorabilerrimo. Mi verrebbe voglia di fare un salto a ieri sera e di rivederlo tutto da capo, come se fosse la prima volta; il primo colpo di fulmine. Coglierei tanti dettagli, appunterei tante piccole perle, mi godrei meglio ogni momento. Guarderei il protagonista e, con un moto di riconoscenza, affetto e stima verso l'ex Bill Weasley, direi: Ah, però. Guarda. Sono più bello io, quasi quasi! Domhnall Gleeson, oltre ad avere un nome di battesimo impronunciabile, non è bellissimo, vero. Alto, dinoccolato, magro come un chiodo. Ma è convincente, bravissimo, fresco come un verde filo d'erba appena raccolto. Nuovo, genuino, buono. Similissimo a me, con il suo fare sbadato e insicuro che lo rende maestro di brutte figure; imperfetto, con quelle mani che non sa mai dove mettere e quelle parole che, pur essendo un avvocato dilettante, non sa dosare, e nemmeno un po'. Mi lamenterei della presenza di Rachel McAdams e dei suoi ruoli sempre uguali – vedi La memoria del cuore e The Notebook, Un amore all'improvviso e questo - ma vederla accendersi come per magia e illuminare il buio mi ammutolirebbe all'istante: per questi ruoli è perfetta. Sarà merito del suo sorriso bellissimo: uno dei più incantevoli di tutta Hollywood... uno dei più dolci del mondo. Mi perderei sulle note della delicata How Long Will I love you dell'angelica Ellie Goulding e mi stupirei nuovamente davanti all'ingresso trionfale di una sposa in rosso, con Il mondo di Jimmy Fontana come marcia nuziale e una pioggia da antico testamento a far volare addobbi, fiori, vestiti; addirittura invitati. Mi godrei la regia aggraziata, matura e impeccabile del grandissimo Richard Curtis, papà di Mr Bean e di gemme quali Love Actually e Nothing Hill. Il tutto sullo sfondo di un'Inghilterra grigia, piovosa, ma di uno splendore raro e abbagliante. Questione di tempo si avvale di una struttura che gioca con le ripetizioni, che fa stringere i denti, inumidire gli occhi, vibrare le corde giuste. Parte come una commedia brillante e originale e, nella seconda parte, vira verso il film sentimentale, ma con una naturalezza che lascia storditi, meravigliati. Senza fiato. Le cose capitano e basta. Il destino non si cambia: la persona giusta s'incontra, i veri amici restano, i genitori vanno via, noi cresciamo anche se fuggiamo dalla maturità e dal dolore a gambe levate. Bisogna vivere dell'oggi e del domani, mai diventare schiavi di ciò che faceva parte del nostro ieri. Mi ha ricordato un po' One Day: stesso invito al carpe diem, stesso romanticismo fatto di mille parole di troppo e di pochi gesti, stesso immancabile umorismo british, stesse segrete verità. Basta un armadio per viaggiare nel tempo. Basta un film per portarci lontanissimi dal pianeta terra. Niente effetti speciali, niente magie: i miracoli della vita, i miracoli dell'amore. I miracoli del buon cinema. 

Questo non è il solito film da cinema. E questo film, almeno da noi, al cinema non ci è mai arrivato. Non so quanta gente avrebbe richiamato in sala e non so la modesta posizione in cui si sarebbe piazzato al botteghino. Perché, se il titolo italiano promette una simpatica commedia romantica all'americana, Jesse & Celeste Forever, in realtà, è tutt'altro: un film sull'amore che non diventa un film d'amore. Tutto qui. Se non sbaglio, in Italia, il film dev'essere passato – per la prima volta – su Sky, con il titolo Separati Innamorati, nel tentativo disperato di destare l'attenzione di un po' di pubblico: gli attori non erano tra i più noti o amati del mondo e, soprattutto, gli sceneggiatori avevano messo a punto una trama che portava ad essere il loro film una strana creatura inclassificabile. C'erano la storia di Ti odio, ti lascio, ti..., ma l'amarezza struggente di Blue Valentine. C'erano i sorrisi, ma la dura verità che faceva puntualmente capolino giusto dietro l'angolo. C'era una trama che si sarebbe fatta o amare o odiare, senza mezzi termini. Ho scritto che questo non è un film da cinema, perché nessuno andrebbe a vederlo con gli amici o, tantomeno, con la fidanzata di turno. Non si ride, non si piange, ma si pensa. E per la riflessione, vi dico la verità, il salotto di casa nostra mi sembra pensatoio più adatto di una sala strapiena. E' il silenzio che serve, in giuste e dosate proporzioni. So che state pensando: Ma gli italiani s'impegnano per trovare titoli tanto brutti?! Separati Innamorati suona stupido, discordante, paradossale. Ma Jesse e Celeste sono esattamente così, per me: stupidi, discordanti e paradossali allo stesso modo. Si divertono come vecchi amici, si stuzzicano, cantano a squarciagola in macchina con complicità e armonia, vivono più o meno nella stessa casa, si salutano ogni mattina e ogni sera con un sonoro Ti Amo. La coppia perfetta, e invece no! I nostri protagonisti non stanno più insieme da un bel po'. Si sono conosciuti all'università, si sono sposati e, con un solo balzo, hanno saltato la temuta crisi del settimo anno: non ci sono mai arrivati. Si sono separati prima e adesso, come se nulla fosse successo, con le carte del divorzio ancora da firmare ufficialmente, sembrano vivere un secondo, platonico innamoramento. Sembrano amarsi più di prima, senza più il matrimonio – tomba dell'amore? - ad unirli. Loro sono felici e per nulla confusi da quella strana situazione, ma non tutti capiscono il gioco infantile a cui stanno giocando senza stancarsi mai. I loro amici di sempre, a un passo dal commettere il loro stesso errore (sposarsi!), li invitano a cominciare a vivere nuove vite, a incontrare nuova gente. Jesse e Celeste si promettono che non ci saranno gelosie, rimpianti, scenate patetiche; si promettono che rimarranno amici. Fino a quando uno dei due si scoprirà felice accanto a un'altra persona e l'altro, colui che rimane, cercherà in tutti i modi di trovare, a sua volta, la stessa felicità perduta: in una sorta di stupida gara da bambini già persa in partenza. Separati innamorati è una commedia indipendente atipica, onesta, realistica e agrodolce. Una commedia americana spogliata di ciò che tanto piace alla gente: un lieto fine, uno svolgimento ovvio, un amore riconquistato a suon di grandi ed eclatanti gesti, romanticismo. E' la vita – quella vera – non contemplata dalle sceneggiature odierne. Tutto è retto da lunghi dialoghi e, anche senza l'ausilio di flashback banali e fumosi, gli attori sono tanto bravi da lasciar percepire cos'era di quella coppia prima dell'avvento imprevisto e drammatico del “disinnamoramento”. Tutto è molto ordinario e tutto è molto originale, come la scelta di non affidarsi ad attori apparentemente nati per quei ruoli: Rashida Jones e Andy Samberg non sono i bellissimi Zooey Deschanel e Joseph Gordon-Levitt, no, eppure sono perfetti così, nella loro imperfezione. Sorprendenti. Perché lui, con quella faccia da scemo che mi fa sempre ridere in Brooklyn Nine-Nine, sa essere sorprendentemente intenso, dolce, sensibile, serio. Perché lei, vista accanto allo stesso Samberg in I love you, Man, sa essere spietata, inerme, allegra, triste, umana. Significative le preziose comparse di Elijah Wood e Emma Roberts, due strane figure che orbitano, con la loro allegria e le loro debolezze, attorno ai frantumi del cuore di Celeste: lui, nei panni di un frivolo e volgarotto amico gay; lei, una delle attrici più convincenti e complete della sua generazione, nei panni, invece, di una pop-star preoccupantemente simile a Kesha. Per ricordare che l'amore è anche altro, e non una sdolcinata commedia di Garry Marshall. Per ricordare che l'amore – alla fine – è anche questo casino qui...

Brutta bestia, i critici cinematografici. Tra me e loro, solitamente, c'è un tacito patto: siamo d'accordo, infatti, sul fatto che non andremo mai d'accordo. Mai, o quasi. Più esaltano un film, più stento a farmelo piacere. Più tessono le lodi smaccate di un regista, più tendo a trovare ostici e oscuri i film di questi cineasti tanto amati universalmente. Ma, mentre Kubrick è un mistero che ancora non capisco come risolvere e la Coppola è – per me – ancora la regina incontrastata di pellicole pretenziose e sopravvalutate, il rapporto con un altro mostro sacro del cinema, Roman Polanski, ha conosciuto i suoi momenti decisamente positivi. Carnage è uno di questi momenti positivi; un film che mi è piaciuto, sì. La staticità mi snerva, la monotonia logora ogni mia resistenza e – con chissà quali pregiudizi – ormai due anni fa, nel 2011, non misi in cima ai film da vedere l'ultimo lavoro del regista di Il pianista, La nona porta, Rosemary's Baby. Non c'era niente che mi attirasse. Non quattro attori grandissimi rinchiusi tra le quattro mura di un appartamento piccolissimo. E poi, vista la mia tipica sfiga, avevo scommesso che il film sarebbe durato la bellezza di tre, quattro ore. In due anni sono cambiate tante cose, e sono cambiato un po' anch'io. Dopo averlo nominato in una lezione di Storia del cinema e su consiglio della mia fidata amica Silvia, mi sono seduto in poltrona – una domenica sera – e mi sono dedicato alla visione di questo film. Un film piccolo, che – con mia grande gioia e sorpresa – durava appena un'ora e sedici. Un film d'autore. Tralasciando la prima e l'ultima scena, ambientate nel verde di un parco newyorkese, tutto il resto si svolge tra il salotto e la cucina, il bagno e l'ingresso di un appartamento arredato con classe e gusto. Due coppie di genitori hanno deciso d'incontrarsi lì, davanti un caffé e un pezzo di torta, per parlare dei loro figli turbolenti: uno di loro, infatti, ha spaccato una mazza di legno sul viso dell'altro, rompendogli labbro e denti. Che disdetta! Cose che capitano, tra bambini svegli! Per fortuna, tra persone civili, tutto si può risolvere, con un richiamo o un semplice ammonimento. Tra persone civili, però... Dietro i loro sorrisi bianchi, i loro vestiti cuciti alla perfezione, il loro fare lezioso, quei quattro adulti per bene sono pronti a far esplodere in mille pezzi le loro maschere fasulle. Sono, in realtà, belve in incognito. Polanski porta sul grande schermo Il dio del massacro, una commedia della scrittrice Yasmina Reza, e lo fa mescolando orrore, ironia, inquietante realismo. Il suo film è una bomba ad orologeria, i cui disastrosi e stranamente comici effetti sono praticamente assicurati. Fa uno strano effetto, regala sensazioni completamente contrastanti: fa ridere, fa pensare, lascia attoniti, spesso. In questo gioco di vizi privati e pubbliche virtù, in questa foto della moralità e dell'immoralità borghese, si lasciano guardare ad occhi sbarrati quattro attori meravigliosi. Credibili ed incredibili, convincenti e sconvolgenti: Jody Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly. Tutti li conosciamo, tutti li associamo sempre ai ruoli che li hanno resi grandi. Eppure la Winslet non è più l'angelica fanciulla di Titanic; la Foster – la più grande del cast, per me – non è la coraggiosa psicologa di Hannibal Lecter; Waltz non è il soldato cattivo di Bastardi senza gloria o Reilly il fedele e sciocco Amos del musical Chicago. Sono quattro pazzi furiosi, senza freni e senza grazia. Quasi senza copione. Mitici loro, incredibilmente affascinanti le alleanze e le gelosie che – in poco tempo – si creano tra le coppie. Carnage è una commedia teatrale, tesa, nerissima, grottesca eppure realistica. Un horror in abiti borghesi con prove attoriali da Oscar.

giovedì 7 novembre 2013

Recensione: Tutta questa vita, di Raffaella Romagnolo

Ciao a tutti, amici miei! Un'altra settimana di università finita, almeno per me. Ieri – finalmente – ho trovato Il richiamo del cuculo, quindi – per il weekend – non ci sarò per nessuno nessuno. Solo per zia Rowling. Oggi, intanto, vi propongo la recensione di un romanzo velocissimo, che ho letto velocissimamente e a cui mi sono legato altrettanto velocissimamente. Ringraziando Lucia e Arianna per avermi dato modo di leggerlo, lo consiglio a tutti i lettori che hanno amato i romanzi di Sara Rattaro e Benedetta Bonfiglioli. A presto e buona lettura, M.
Sono con lui, e non ho scampo. Quando tocco le sue lacrime, capisco che Antonio è la passaporta, il passaggio segreto, e noi siamo già altrove, nel mondo che vorrei.

Titolo: Tutta questa vita
Autrice: Raffaella Romagnolo
Editore: Piemme
Numero di pagine: 219
Prezzo: € 15,00
Sinossi: A sedici anni tutto è da scoprire, la vita è ancora intera, possibile, e il futuro un'opportunità. Così anche per Paoletta, che di avere "tutta la vita davanti", però, non è entusiasta. Forse perché odia le frasi fatte o semplicemente perché è diversa dalle altre ragazze: detesta Facebook, legge Anna Karenina, filosofeggia su Harry Potter, invece delle sit-com guarda vecchi film, si ingozza di dolci infischiandosene della bilancia e allo shopping con le amiche preferisce di gran lunga le passeggiate silenziose con il fratello minore, Richi. O forse è proprio lui a renderla diversa: Richi ha dodici anni, le gambe così fragili che possono reggere solo pochi passi strascicati, un braccio difficile da controllare e una vita tanto più complicata davanti. Non parla molto, e quando lo fa, non sempre gli altri lo capiscono. Ma Paoletta sì; brevi frasi che hanno, per lei, il sapore della sincerità che manca nella villa di famiglia. Un'autentica prigione. Una tortura di menzogne, cose non dette, segreti pericolosi, da cui la ragazza scappa ogni volta che può. E insieme a Richi attraversa il confine, immaginario eppure così reale, che divide lo splendido giardino di casa loro dalle Margherite, il quartiere popolare, dove gli appartamenti sono modesti, le giostrine arrugginite e i padri non sono imprenditori di successo ma cassintegrati in difficoltà. E dove c'è Antonio, anche lui, a modo suo, diverso. L'unico, a parte Richi, che sa leggerle dentro e che l'aiuterà...
                                                    La recensione
Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, e il nostro modo è il silenzio.” Il nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo è tra quei libri che ti ispirano una gran simpatia sin dal primo sguardo, come a volte – anche se a me raramente - capita con quelle persone che speriamo possano diventare le più importanti: i nostri migliori amici, magari. Suggerisce allegria, dipinge cieli azzurri da solcare a braccia spalancate, simili a tante navi umane con il caschetto biondo e il trench rosso. L'ho iniziato cercando uno di quei libri freschi e leggeri che, in questo periodo di stress e cambiamenti, su di me hanno l'effetto benefico della medicina più efficace; uno di quei libri di cui non ho mai abbastanza. L'ho letto, per la gran parte del tempo, con la sensazione che fosse sempre la solita storia, solo scritta con più carattere e fegato: tutto nella norma, quindi; tutto quello che volevo. L'ho terminato, l'altra mattina, che ero un po' distrutto per via della potenza esplosiva nascosta tra le pagine, in mezzo alle parole sparse di Paoletta, sotto i nostri stessi piedi di passanti e lettori inconsapevoli. Parla poco, la protagonista. Per paura di risultare troppo saputella o troppo sciocca. Per paura di dare troppo nell'occhio. La sua vecchia psicologa userebbe un termine che le piace tanto, laconica. Paola è, in gran segreto, una regista all'avanguardia di lunghi film mentali, e Tutta questa vita è il suo primo film. Il migliore. La bilancia, ogni mattina, le urla – e lo fa letteralmente: ecco le cattive conseguenze delle tecnologie troppo avanzate! – che è grassa e brutta. Che è a un passo dall'obesità. Ma i chili di troppo non sono il suo unico difetto: lei è snob, decisamente snob. Guarda tutto con gli occhi dei nuovi ricchi, anche se le piace reputarsi migliore di loro. Anche se sentirsi semplicemente diversa – più brutta, più grassa, più alternativa – la fa sentire, strano ma vero, migliore. Non gira per le vie del centro, affrontando il corso della sua città come fa un nuotatore provetto con una vasca da guinness dei primati. Se ne va dove tutto è sporco, grigio; dove sorgono le industrie e gli arcobaleni più improvvisi. Dove non ci sono specchi, al contrario che in casa, che riflettano la sua persona, mostrandole che la sua vita – anche se ha appena sedici anni – è già un mezzo fallimento così. 
Si rivolge, ogni tanto, a un'amica immaginaria che ha chiamato Carmen, in ricordo di una gelataia piena di buon gusto e poteri fatati; si perde dietro a voli pindarici dell'ultimo minuto e a digressioni che farebbero un baffo a quelle del buon vecchio Manzoni; vive in una villa splendida e piena di specchi, abitata da un uomo troppo assente e pieno di colpe indicibili e da una donna più vanitosa e bella della regina cattiva di Biancaneve. Sua madre. Nella casa da cui non si allontana mai troppo, standosene distesa a bordo piscina con la sua introvabile copia di Anna Karenina tra le mani, vede susseguirsi le stagioni, ruotare la terra in un girotondo inavvertibile, esplodere quella vita che – per pigrizia, o forse paura? - non ha il coraggio di guardare in faccia. Tutti vivono, mentre lei si limita a guardare, formulando giudizi e crogiolandosi in precoci rimpianti: sua nonna – che nella mia mente ha il sorriso contagioso e la classe della fantastica Loretta Goggi – rivive una seconda giovinezza con il suo amore perduto di gioventù, un giardiniere romantico e burbero come il fedele Florentino Ariza di quel capolavoro che è L'amore ai tempi del colora; Nina, la domestica rumena sottopagata eppure sempre dannatamente ottimista, che riesce, in maniera sorprendente, a tenere testa alla padrona di casa e a regalare, nel suo italiano stentato, le perle di saggezza più preziose; la sua amica Marta, con un cognome altisonante, le fette di prosciutto sugli occhi e discorsi pieni di numeri esagerati e lettere maiuscole; e poi c'è Richi, il fratellino minore di Paola. Che guarda Billy Elliot con gli occhi lucidi, consapevole che con le sue gambe fragili e il suo braccino difettoso non potrà mai saltare, ballare, correre e divertirsi come, invece, fa quell'adorabile monellaccio londinese che stima e invidia tantissimo; che è chiamato Sfi come Sfigato dalla sorella maggiore e che, a sua volta, senza offendersi troppo, l'ha ribattezzata allo stesso modo, con la sua vocina flebile flebile da bambino piccolo piccolo; Richi che, infagottato come E.T nella scena più toccante del film di Spielberg, viene portato sulla sua sedie a rotelle, nel bel mezzo della notte, nel cuore velenoso di un segreto che giace sepolto dove i genitori hanno sempre proibito loro di andare a curiosare. E alla fine arriva lui, Antonio. Il suo Aragorn in incognito, il suo gigante buono. Antonio, che abita nelle case popolari di proprietà della famiglia di Paoletta, con la madre e il fratellino. Lui è bello, lei è brutta. Lui è povero, lei è ricca. Antonio è alto. Allora un pensiero... Possono essere alti insieme. Perché lei – che, alle sue spalle, chiamano tutti quanti cavallona – diventa un coniglietto impaurito quando lui le accarezza i capelli, bagnati da una pioggia fitta che nemmeno il cappellino targato Prada può contrastare. S'incontrano, con la presenza costante di Richi tra i piedi, in un parchetto pieno di animali di plastica mutilati e sbiaditi, presso il quartiere di lui, che – tempo prima – i nonni di Paola hanno chiamato le Margherite. Un nome poetico, che ricorda la dolcezze e il calore dell'estate. Ma l'estate è il mese più crudele e, paradossalmente, alle Margherite non ci sono fiori: mai cresciuti...
Finché Paola, come Jim Carrey in The Truman Show, non si renderà conto che, appena dietro la sua porta chiusa, c'è uno mondo che fa schifo e che persone molto vicine a lei hanno contribuito a rendere tale. La protagonista di questo piccolo young adult ha tanta maturità nella voce. L'autrice è una persona adulta, Paoletta è una sedicenne che si finge tale. Il gioco funziona, e il risultato è realistico e decisamente credibile. Sostanzialmente, quella della narratrice che impariamo, pagina dopo pagina, a conoscere è un'adolescenza come tante, solo più triste e più materiale. Nonostante questo, le memorie dei suoi quasi sedici anni hanno ritmo, leggerezza, brio, sound da vendere. Hanno un'originalità tutta loro e Paoletta, che ha la vocina acuta e i modi di fare dell'adorabile Lisa Simpson e che ha fatto di Harry Potter la sua personale filosofia di vita, sarebbe, secondo me, la protagonista perfetta di una di quelle sit-com televisive che lei sembra odiare profondamente. La immagino, davanti a una web-cam, raccontare le sue giornate, nello stile piacevole e originale di Super Fun Night e Una mamma imperfetta. La brava Raffaella Romagnolo, senza risparmiarci brividi e rabbia, ci descrive l'Italia di Acciaio e di Il rumore dei tuoi passi guardandola dall'altra parte dell'inferriata, in un gioco prospettico di sensazioni e colori che, nell'epilogo, diventa inaspettatamente un'indagine vera e propria; una gara disputata contro i sensi di colpa di persone da buttare via. Tutta questa vita è un romanzo sfizioso, a tratti comico e a tratti brutale. Deliziosamente vero. Assordante, stonato, potente. Come una canzone. Come un grido che domanda Perché non ti lasci trovare?
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cixi - Non sono l'unica

domenica 3 novembre 2013

Mr Ciak #21: Haunter, Cose Nostre, Odd Thomas, In Trance

Ciao a tutti, amici miei! Allora, come state? Come promesso, rieccomi con un nuovo post. Torno a vestire i panni di Mr Ciak e torno a parlare di film, in un post che – vagamente, nelle linee generali – continua ad essere a “tema Halloween”. Questa volta vi parlo di quattro film diversi tra loro, ma molto carini, anche se non eccelsi. No, eccelsi proprio no. Per una serata di relax totale, però, potrebbero fare al caso vostro. Abbiamo due horror per tutti, purtroppo ancora inediti qui in Italia, e due film piuttosto recenti, che spiccano per i grandi registi che li dirigono e per un bel mix di violenza e umorismo. Come sempre, fatemi sapere la vostra. Io vi abbraccio, vi auguro una bellissima domenica e torno alle mie letture. M.

Haunter significa fantasma. Titolo particolarmente calzante per la nuova ghost story diretta dal regista Vincenzo Natali, autore di due interessanti film, che, tuttavia, non figurano propriamente tra i miei preferiti: The Cube e Splice. Ci ha abituati a storie di fantascienza originali e surreali, con pellicole non per tutti i palati e, invece, anche se in sordina, è tornato nei cinema statunitensi con un thriller che, invece, potrebbe facilmente conquistare una vasta fascia di pubblico; magari tutto, senza eccezioni. Perché, da una parte, Haunter propone la più collaudata e vista delle storie – una di quelle che, anche se mille volte riproposte, non fanno mai male -, ma dall'altra risulta un'affascinante, ben fatta e coinvolgente novità. Conquista dalla copertina, ammalia dalla prima scena. La giovane e talentuosa Abigail Breslin – star di La custode di mia sorella, Zombieland, Little Miss Sunshine – intrappolata all'interno di un barattolo di vetro. Senza libertà, senza luce, senza aria. Come una farfalla in un retino. Lei è Lisa, la protagonista di questo film e di un giorno destinato a ripetersi all'infinito. Come nel romanzo E finalmente ti dirò addio, ogni giorno è destinata a rivivere lo stesso giorno: a svegliarsi con lo stesso suono nelle orecchie, a consumare il solito pranzo, a vedere la solita puntata della Signora in giallo, a sentire suo padre sbraitare contro una macchina da aggiustare. Il colpo di scena più grande è inserito proprio lì, all'inizio, dove tutti posso coglierlo. La sua casa è circondata da una nebbia perenne e, maturamente consapevole di quella prigione spettrale e perpetua, si è rassegnata a vivere sospesa nel nulla. Finché qualcosa non inizia a cambiare e, poco alla volta, i suoi giorni si arricchiscono di nuovi dettagli. E di nuove visioni. Il padre comincia a fumare, i genitori iniziano a litigare, l'amico immaginario di suo fratello comincia ad essere visibile, solo a lei. Una voce, da un'altra dimensione, inizia a chiamare senza sosta il suo nome: è una ragazza destinata, come tanti prima di lei, alla stessa triste sorte. Una ragazza a cui Lisa, generosa e ribelle, vuole dare un futuro. Anche se il suo tentativo può causarle soltanto un lungo, doloroso calvario: il collezionista di anime che la tiene prigioniera per l'eternità non vuole che la farfalla più unica e preziosa della sua collezione scappi via. Il plot è accattivante, la resa è ottima, la sola presenza di Abigail Breslin pone lo spettatore – praticamente – in una botte di ferro. La trama è semplicissima, ma è inusuale e originale il modo scelto dagli sceneggiatori per districarne i tanti, intriganti elementi. La fotografia è una meraviglia dark. Haunter è un piccolo film che dimostra come una mano esperta alla regia possa garantire grandi, grandissimi risultati. Vincenzo Natali ha talento da vendere e lo si nota nella direzione del cast, nello splendore delle riprese, nella creazione di una lenta, spasmodica e vitale curiosità. Sorprendentemente bravo e crudele è Stephen McHattie, un antagonista agghiacciante che ha un irresistibile non so che del Freddy Krueger di Robert Englund. Tra The Others e Il sesto Senso, Insidious ed Amabili Resti, Haunter è un film che, pur senza apportare innovazioni di alcun tipo e senza l'ausilio di inutili scene splatter, ho giudicato un mistery con i controfiocchi. Bellino, sì.

In uno sperduto e placido paesino della Normandia, la monotonia dei suoi noiosi e indolenti abitanti è stravolta, da un giorno all'altro, dall'arrivo di una nuova famiglia giunta nel vicinato, con pochi bagagli, tanti segreti e un minaccioso cagnolone nero a fare da guardia alla loro villetta non particolarmente ospitale. Si fanno chiamare i Blake: il marito è uno scrittore, la moglie è una casalinga con la passione per la cucina, i due figli sono ragazzi svegli e amichevoli. Su di loro, notte e giorno, è sempre puntato il mirino dell'FBI. Vincolati lì dal progetto Protezione Testimone, i Blake – in realtà – sono una famiglia mafiosa di origini italo-americane, il cui vero nome è Manzoni: hanno pestato i piedi ai tipi sbagliati e, nascosti in un angolo di mondo, sperano di ricominciare, lontani dai consueti ricatti e dalla consueta violenza. Ma abbandonare le vecchie abitudini è difficile! Lo sa bene il bravissimo Robert De Niro che, burbero e arguto com'è, torna metaforicamente ad indossare coppola e mitraglietta, all'interno di questa colorata commedia nera dalle tinte squisitamente noir: lui, premiatissimo e amatissimo per i suoi ruoli in C'era una volta in AmericaBronx, Toro Scatenato, Il padrino, Taxi Driver, tornando a giocare con le sue origini italiane e con i suoi sorrisi torvi, veste i panni di un mafioso in pensione, tutto alle prese con la sua bella famiglia e con idraulici da picchiare, vicini da intimorire, assalti da sventare, biografie da scrivere. E' uno di poche parole e con “cazzo...” riesce simpaticamente ad esprimere un'intera gamma di emozioni, cosa non da tutti. Sono state la sua sinteticità e le sue mani d'oro a fare innamorare, un ventennio prima, Michelle Pfeiffer, una donnina tutta casa e chiesa che sarebbe meglio non fare arrabbiare! Dopo Dark Shadows, una Michelle dal viso meno levigato e gonfio del solito, dopo qualche anno dal suo tentativo di mantenersi sempre giovane grazie alla chirurgia plastica, interpreta una matriarca rigorosa e metodica: moglie e madre all'interno di una famiglia decisamente fuori. Due grandiose stelle di quel calibro, come si fa in famiglia, cedono spazio anche ai più giovani del cast, sorprendenti e meritevoli di attenzioni: l'intelligente e astuto John D'Leo e la splendida Dianna Agron, nota per la sua partecipazione alle prime stagioni del mio amata Glee. Dianna, reduce da una particina in Burlesque e da un ruolo di coprotagonista nel dimenticabile Io sono il numero quattro, si dimostra magnificamente cresciuta: è bellissima, è bravissima e – insieme alla Pfeiffer – contribuisce a dare ai pochi personaggi femminili spessore, fragilità e un pizzico di cattiveria aggiunta. Con una collana di perle, i capelli sciolti, il suo vestito bianco da sposina e una pistola tra le mani, sembra la nuova Nikita. Titolo non tirato in ballo a caso, quest'ultimo: infatti The Family – giunto da noi puntualmente, vero, ma con il bruttissimo titolo Malavita: Cose Nostre – è l'ultimo film di un regista francese che ammiro e stimo da sempre: Luc Besson. Della profondità di Angel-A, della struggente intensità di Léon, dell'originalità di Il quinto elemento c'è poco, in questo thriller divertente e piacevole, ma il risultato lascia ugualmente soddisfatti. Sarà che il cast è fantasmagorico, sarà che il quasi impercettibile tocco francese di Besson riesce a sfumare il tutto di malinconia, con uno sguardo arguto e nostalgico che non lascia indifferenti nemmeno un po'. Brillante, lieve, divertente, veloce, maturo: un passatempo di ottima qualità, del tipo di cui, forse, avremmo bisogno più spesso.

Odd, in inglese, significa “strano”. Per un errore all'anagrafe, è proprio quello il nome di battesimo del protagonista di questo film tratto da Il luogo delle ombre, del bravissimo Dean Koontz. Nel suo nome c'è il suo stesso destino. Già, lui è un tipo decisamente strano. Poco più che ventenne, lavora come cuoco in un pub, è innamoratissimo di una ragazza conosciuta da bambino, ma ha una peculiarità tutta sua: parla con i morti e vede mostri orribili, invisibili all'occhio umano, fluttuare intorno a persone in pericolo. Lui, come un supereroe in incognito, salva tutti dal Male annidato nella sua cittadina nel deserto e dà giustizia a vittime innocenti. Ma qualcosa di decisamente preoccupante sta accadendo intorno a lui. Qualcosa di più preoccupante del solito... Aiutato da un simpatico e saggio ispettore interpretato da William Dafoe e guidato dai macabri sogni della sua migliore amica, tra pic nic in cima a un campanile e scorribande notture al cimitero, dovrà sventare un terribile massacro che potrebbe decimare la già ridotta popolazione del suo paese. Dean Koontz è un autore decisamente sfortunato, vissuto per anni all'ombra del grande Stephen King: sono coetanei, scrivono piccole perle d'orrore, hanno una biografia di tutto rispetto, ma mentre King è leggenda, Koontz è snobbato da molti. Proprio come l'autore che ne ha ideato la storia, Odd Thomas è un film decisamente sfortunato e scarsamente pubblicizzato, che probabilmente ignoreranno perfino i fan dello scrittore stesso. Le ingiustizie della vita! Perché Odd Thomas, diretto dal regista di La Mummia Deep Rising, è un film veramente piacevole e ben fatto, divertente e appassionante. Una bella sorpresa, anche se non memorabile – ma, ora come ora, quale film lo è? Ha ironia da vendere, leggerezza e freschezza, una storia che unisce le atmosfere di True Blood agli spettri di Ghost Whisperer, un ritmo pazzesco. Ma scommetto che molti non ne hanno mai sentito parlare e anche in America, la terra delle grandi opportunità, quest'horror quasi per tutta la famiglia è stato distribuito malissimo. In Italia, però, la nostra Eagle Pictures se n'è accaparrata i diritti, per fortuna. Non è un film di cui non si può fare a meno, ma, in mezzo a tante oscenità osannate da tutti, spicca per il suo spirito lieve, per i suoi piccoli colpi di scena e per il suo romanticismo un po' alla Ghost che, nel finale, strappa qualche brivido. A impersonare il protagonista, il bravissimo Anton Yelchin. L'attore di Fright Night, Mr. Beaver, Star Trek e Like Crazy si mostra inaspettatamente talentuoso, anche in un ruolo banalotto e apparentemente semplice. E' simpatico, con la sua bella voce è un narratore perfetto e, nelle scene più drammatiche, piange a comando, distaccandosi da tanti colleghi che – in alcune situazioni – hanno le guance perfettamente asciutte e emettono incomprensibili mugolii. Agli appassionati, nonostante la semplicità di fondo, potrebbe piacere tanto! Io lo consiglio, ripromettendomi di recuperare il prima possibile i due romanzi della serie giunti da noi.

Simon è nei guai, lo è sempre stato. Acclamato come eroe dalla stampa inglese, si risveglia in ospedale dopo giorni di buio totale. Durante una rapina in un'asta, per proteggere un quadro di inestimabile valore, si è procurato una brutta commozione cerebrale e un vuoto di memoria che lo rende instabile, inaffidabile, confuso. Niente è come sembra. Lui era un complice dei rapinatori, e tutto era semplice scena. Tuttavia, al suo risveglio, il quadro non c'è più. Non l'ha dato ai suoi complici, non ricorda dove l'ha nascosto... L'unica soluzione sembra essere il coinvolgimento nel furto di una bella e talentuosa psicologa che, con le sue arti segrete, è in grado di far sì che – superando il trauma e il dolore – Simon ricordi.
Una Londra moderna e illuminata da luci artificiali, una rapina consumata nel lussuoso ed elegante mondo dell'arte, una capolavoro di Goya sparito tra le nebbie di ricordi confusi, un viaggio a tinte forti tra i disegni misteriosi della mente umana. Questo è Trance, l'ultimo film del regista premio Oscar Danny Boyle. Un film raffinato, fatto di tessere di puzzle in disordine e di attimi sfumati magistralmente. Un film imperfetto, ma che mi ha ammaliato fino all'ultima scena, anche se i buchi nella sceneggiatura ci sono e anche se i crime movies non fanno per me. Ma, innegabile questo, l'ho trovato bello. Armonioso e delicato, nonostante la violenza e il caos generale. Un'opera, come il film Stoker, che strega gli occhi con una fotografia d'incanto e che ti abbindola piano, facendoti perdere il filo del discorso, ma mai l'attenzione. E' intelligente per questo, furbo. Senza Boyle alla regia, questo non sarebbe stato possibile. Lui è bravo e sa dirigere attori bravi. Alcuni dei migliori. Perciò Vincent Cassel appare perfetto, nei panni di un malavitoso attento alle belle cose e dal cuore – sotto, sotto – d'oro. Proprio come appaiono perfetti James McAvoy e Rosario Dawson, i protagonisti: un paziente e una ipnotista tra cui si stabilirà un transfert freudiano, che sfocerà in un amore che ha il sapore dell'ossessione e in un'ossessione che ha il sapore della tragedia. Lui – che mi è rimasto nel cuore da Espiazione in poi – convince, come sempre. Rosario Dawson, invece, sfoggia il fascino e la bravura che, almeno per me, non aveva mai mostrato del tutto: protagonista di un nudo integrale che, probabilmente, resterà negli annales, è strepitosa nei panni di un'atipica e fragila femme fatale che si rivelerà la chiave nascosta dei cassetti della memoria del “buon” McAvoy. Ottima la regia, ottima la colonna sonora: immagini e musica vanno di pari passo, in disarmonica armonia, palesando ancora una volta la maestria del regista di The Millionaire, 28 Giorni dopo, Trainspotting. Intensa Here it comes, canzone scritta e interpretata dalla sempre più talentuosa Emily Sandé. Frenetico, imprevedibile, contorto, sexy e romantico, fatto di trame e sottotrame, Trance è un ideale ed ipotetico film di transizione tra Memento e La migliore offerta.

venerdì 1 novembre 2013

I ♥ Telefilm "Halloween Edition": American Horror Story, Hostages, Witches of East End

Buongiorno a tutti, cari amici. Com'è che si dice? Casa dolce casa: proprio vero.
Oggi, dopo due settimane, mi sono svegliato nel mio letto, ho fatto colazione nella mia cucina e ho scritto questo breve post con il preziosissimo aiuto della mia vecchia ed efficace connessione. Come avete passato Halloween? Spero vi siate divertiti. Io, come vi raccontavo giusto ieri sulla mia pagina Facebook, sono sceso dal treno che erano ormai le 20:30 e, stanchissimo, dopo una bella cena, mi sono visto in streaming la prima puntata di X-Factor (tizi di Sky che avete annullato le repliche su Cielo: vi odio). Anche se con un giorno di ritardo, sperando di essere comunque in tema, oggi voglio proporvi un nuovo appuntamento di I Love Telefilm dedicato a tre recenti serie “da brivido” o, comunque, inscenate su inquietanti sfondi decisamente paranormali. American Horror Story, be', è una splendida conferma. Hostages è la grande sorpresa di quest'anno. Witches of East End è carino e poco più: sono indeciso se proseguire o meno, anche se vi ho giurato che finirò di vedere almeno la prima stagione. Augurandovi buona lettura – e buona visione – scappo via: ho un mare di serie TV da recuperare. Che dramma... potrei impiegarci quasi tutta la vita! Un abbraccio forte, M. 

Tremate, tremate: le Streghe son tornate. Tremate, tremate: American Horror Story è tornato. Parlo a nome di quegli spettatori che lo aspettavano, ormai, da quasi un anno. Dopo una prima serie imprevista ed imprevedibile ed una seconda ancora più matura e inquietante, Ryan Murphy – insospettabile e allegro creatore dell'allegrissimo Glee – mantenendo la promessa fatta nello scorso finale di stagione, è tornato, a poche settimane da Halloween, con un nuovo incubo interamente inscenato su un nuovo sfondo da incubo. Siamo nella bella New Orleans, tra turisti curiosi, superstizioni antichissime e accademie da brivido. Siamo nella terra incontaminata delle streghe moderne. Ancora una volta, dimenticate nasi prominenti, pustole e rughe disgustose; cancellate dalla vostra mente calderoni, corvi gracchianti, bacchette magiche. Coven – letteralmente, “congrega” - è un'elettrizzante, provocatoria, dissacrante e mostruosa novità. Mostruosa, sì: perché, ancora una volta, Ryan Murphy, reduce dai numerosi taglia e cuci di Nip & Tuck, festoso e pieno di idee, come uno scolaretto in un obitorio spettrale, riesce a prendere un pezzo lì e un pezzo qui delle sue numerose vittime e a fare della sua nuova serie TV un Frankenstein pieno di cicatrici, ammaccature e sentimenti. A citazioni del più intrambontabile dei racconti neri ideati da Mary Shelley e alla violenza a cui ci hanno, col tempo, abituati, sceneggiatori e registi aggiungono quello che mancava nelle precedenti stagioni: lo spirito instabile e volitivo dell'adolescenza e un po' di sana, letale, tragica ironia. Questo terzo capito di American Horror Story è una creatura contro natura che incarna alla perfezione lo spirito contraddittorio, splendido e abominevole di un determinato angolo d'America. Il più buio, forse. Ma anche il più ricco di fascino. American Horror Story è, mai come in questo caso, figlio illegittimo di New Orleans. A differenza di molte altre serie, quella ideata da Murphy non sembra un prodotto televisivo. No. I cambi di sequenza e le inquadrature, specialmente nel pilot, sarebbero pienamente degne di apparire in uno dei miei manuali di storia del cinema: magistrali, originali, perfetti. Inoltre, Murphy ha una squadra che nessun altro show televisivo potrebbe permettersi. Una squadra fatta di giocatori dai ruoli mutevoli e bizzarri, ma che – protagonisti o ridotti a semplici comparse – risultano semplicemente dei fuori classe, sempre e comunque. Talenti inarrestabili. Dopo l'abbandono della seconda serie, la deliziosa Taissa Farmiga – ancora più bella e convincente del solito – ritorna, alla scoperta della sua bravura attoriale e dei suoi poteri nascosti. Lei interpreta la fragile Zoe: una ragazza che paga l'amore con la morte degli altri. Stare con lei, anche solo per una notte, è letale. La sua maledizione la perseguita, ma ha trovato il suo posto nel mondo. In una magione sontuosa e abitata interamente da personaggi femminili, una sorta di Hogwarts vietata ai minori, lei può sentirsi a casa. A casa, ma non al sicuro. In questo ambiente regnano l'inganno, la gelosia, la spietata competizione tra donne. A detenere il potere è la Suprema: quel mostro affascinante e senza età che ha lo charme ipnotico di una meravigliosa Jessica Lange. Una strega che non vuole accettare l'arrivo della vecchiaia. Una regina che non vuole tollerare nessun usurpatore. Intorno a lei, oltre all'inconsapevole Taissa, ruotano le presenze della superba e cinica Emma Roberts (che, con le sue gonne corte e le sue gambe lunghissime, dà un tocco di stronzaggine a quell'adolescenza incantata), l'immensa Sarah Paulson, e nuove e vecchie conoscenze che tutti adoriamo già. Stupefacente la reale new entry del cast, una signora attrice che non ha bisogno di presentazioni e parole: Kathy Bates. Più crudele di Misery, più sanguinaria della leggendaria Elizabeth Bathory, la nostra Kathy – districandosi tra torture ai danni dei suoi schiavi e gigantesche sottane – è Madame Delphine LaLaurie. Una donna realmente esistita che, a lungo, ha giocato a fare Dio. Be', la Bates è una specie di Dio: chi meglio di lei poteva riportarla in vita? Vederla recitare insieme alla Lange è una goduria indescrivibile. Sono due mattatrici, due stelle lontane anni luce dal resto del mondo. Recitano così, con la stessa naturalezza e fluidità di un fiume che scorre. Immancabile il solito gusto pulp e noir, immancabili le classiche trovate decisamente sopra le righe e così spassosamente esagerate. Immancabile la presenza di un amore impossibile, che fa fare grandi sogni e grandi incubi. A grande richiesta di molti, l'ottimo Evan Peters – ritornato biondo e adolescente – nuovamente in coppia con la nostra Taissa. Lei, una strega; lui, la sua ultima vittima. Una diciassettenne e il ragazzo che, sfortunatamente, ha ammazzato al primo appuntamento.... Gli episodi visti, forse, sono ancora pochi per dare un giudizio complessivo, ma niente: io già lo amo e - lo so - continuerò a farlo fino alla fine. Che le streghe vengano a punirmi, se succede altrimenti. Tremo all'idea.

Il thriller è un genere che adoro. Uno, forse, dei generi più difficili con cui rapportarsi, ma anche il più immediato e coinvolgente in assoluto. Ci sono thriller e thriller, però: questo sì. I tipici gialli, i noir dei bei tempi andati e poi quei thriller a sfondo polito alla The Interpreter, per capirci, che proprio non mi dicono nulla. Sono troppo complessi, tirati troppo per le lunghe e per me, che di politica capisco lo stretto indispensabile, troppo noiosi. Inizialmente, guardando gli spot televisivi e leggendo le prime presentazioni, pensavo, a malincuore, che Hostages facesse parte di questa odiosa categoria. La nuova serie prodotta dal grande Jerry Bruckheimer e in onda sulla CBS dal 23 Settembre, m'ispirava e non m'ispirava. Volevo provarla, ma ero quasi certo che non l'avrei seguita più. Poco male! Un telefilm in meno da seguire e da spuntare su una lunga, lunghissima lista. Invece, sin dal pilot, Hostages mi ha fatto suo. Mi ha catturato. Mi ha preso in ostaggio con la forza. E' un lucido e solido mix di poliziesco e dramma familiare, con piccole e piacevoli parentesi aperte sul mondo dell'attualità e della politica americana. Si tratta, però, appena di parentesi; di dettagli per dar sapore e verosimiglianza alla vicenda. Il resto è tensione e patos allo stato puro. Si assiste alle vicende della famiglia Sanders, inizialmente, poco convinti: è evidente che una storia del genere non possa essere tirata per le lunghe. E' buona per un film di 90 minuti, non per una stagione con ben 13 episodi. Eppure, il sequestro di Ellen Sanders, di suo marito e dei suoi figli adolescenti riserva parecchi colpi di scena, parecchie svolte interessanti e non poche sorprese. Quando una serie è ben scritta, come in questo caso, non ci sono momenti di stasi. Non ci sono intoppi. Tutto sta nella validità della sceneggiatura, che sa dilatare la tensione e – allo stesso tempo – mantenerla vivissima – e nella gestione di un cast con la c maiuscola in cui, su tutti, dominano i due protagonisti: Dylan McDermott e Toni Collette. Lui, così torvo e ammaliante, è un insospettabile rapitore con le fattezze dell'attore visto e rivisto nelle prime due stagioni di American Horror Story. E' bravo nel gestire le esigenze dei suoi prigionieri, a sfruttare le loro debolezze e i loro bisogni: questo perché, a lungo, è stato dall'altra parte. Da negoziatore, per cause che ancora non conosciamo, è sceso a patti con il crimine, diventando la mente di un gruppo di brillanti e umani criminali. Insieme, armati ma senza maschere, tengono in scacco la famiglia della dottoressa Sanders, sulla quale ricade il grande privilegio e la grande responsabilità di operare il Presidente degli Stati Uniti in persona. Il compito di lei è salvarlo, quello dei suoi rapitori – invece – è l'opposto: vogliono che il Primo Cittadino americano sia ucciso durante l'operazione. Se la dottoressa non seguirà i loro folli ordini, ad avere la peggio sarà la sua famiglia. Questa donna – debole, coraggiosa, eroica e audace – è la bravissima Toni Collette: attrice che adoro dai tempi di United States of Tara e About a Boy. Hostages è, a mio parere, una delle novità più interessanti dei nuovi palinesti televisivi: non mi esaltavo così dalla prima serie di Revenge. E questo Hostages, tra l'altro, è fatto anche molto meglio. Da “provare”.

Jessica Lange e Kathy Bates sono in buona compagnia. Quei due mostri di attrici, infatti, non sono le uniche streghe d'America, in questo periodo. Accanto al loro Coven, quasi in contemporanea, è arrivato Witches of East End, telefilm tratto da una serie di romanzi fantasy di Melissa De La Cruz ed editi – in Italia – dalla nostra fidata e fedele Fanucci. Penso di aver colto nel segno anche senza vedere il pilot della serie. A pochi giorni dall'uscita, infatti, sulla pagina Facebook del blog, aveva già speso qualche parolina sull'argomento. La copertina – con quattro bellone che avevano fatto abuso di trucchi e Photoshop – era tutta un programma. E, dopo un paio di episodi visti, posso dire di non essermi troppo discostato dalla realtà dei fatti: Witches of East End è un po' il Pretty, Little, Liars del mondo paranormale. Simpatico, recitato appena discretamente, leggerissimo, tamarro quanto basta, trascurabile. La trama di base è, sinceramente, molto stuzzicante, ma la realizzazione lo è un po' meno. Un po' meno... tanto! La colpa è mia, che – nello stesso giorno – ho messo a confronto il pilot di questa nuova serie e quello dell'ormai affermato American Horror Story: il paragone è improponibile. Sarebbe, come si dice dalle mie parti, come confrontare la lana con la seta. Eppure, nonostante lo stampo sia che più televisivo non si può e il cast sia interamente popolato da tante belle che non ballano, ammetto che seguo Witches of East End alquanto volentieri, per il momento. Scaccia via i pensieri, mi fa sorridere, mi fa venire alla mente quel cult che è Steghe e i tristemente dimenticati Le Steghe di Eastwick e 666 Park Avenue – ma quanto mi piacevano quelle due sfortunate serie TV?! E poi, ad affiancare la sempre bella e giovanile Julia Ormond (Sabrina), c'è quello schianto di Jenna Dewan (Step Up; Tamara) che, con le sue curve ancora morbide e generose per la recente gravidanza, mi fa venire alla mente la fortuna sfacciata di quell'altro bellimbusto di Channing Tatum. Insomma, alla luce dei pochi episodi visti, non posso dirvi troppo su questo nuovo prodotto della Lifetime, ma – cadute di stile e difetti a parte – penso che, anche se con poca costanza, gli episodi previsti per la prima serie li vedrò tutti e dieci, promettendo di tenervi aggiornati. Voi non preoccupatevi, ho la resistenza di un leone: sono quattro anni che mi sorbisco le idiozie delle oche giulive che starnazzano in Pretty Little Liars. Non sarà queste seducente famiglia di giovani streghe a farmi gettare la spugna