Visualizzazione post con etichetta kevin brooks. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta kevin brooks. Mostra tutti i post

lunedì 12 giugno 2017

Recensione [libro e film]: iBoy, di Kevin Brooks

Addio normalità. Bello averti conosciuta.

Titolo: iBoy
Autore: Kevin Brooks
Editore: Piemme – Freeway
Prezzo: € 16, 50
Numero di pagine: 245
Sinossi: Prima dell'incidente che lo ha mandato in coma, Tom Harvey era un ragazzo come tanti. Ma ora si è risvegliato con il potere di sapere e vedere tutto. I frammenti di iPhone che sono rimasti nel suo cervello lo hanno trasformato in un super computer, una sorta di mente artificiale iperconnessa. Tom può arrivare ovunque, tutte le risposte a domande che non sa nemmeno di aver posto sono già lì, nella sua testa. E dopo aver scoperto della violenza subita da Lucy, la ragazza di cui è innamorato, Tom usa i suoi poteri per punire le gang che dettano legge nel quartiere. Ma qual è il confine tra giustizia e vendetta?


                                La recensione
I supereroi, se sfigatelli, mi piacciono. A parlare è l'invidia verso il fisico scolpito, le battute che non fanno ridere, la forma preferita alla sostanza. Le eccezioni: Spider-Man, essendo un po' Peter Parker anch'io; lo sfortunato Enzo Ceccotti di Lo chiamavano Jeeg Robot, subito icona. Di fumetti, purtroppo, non ne leggo. Al cinema ne vedo gli adattamenti, se sotto costrizione, ma Raimi e Mainetti appartengono a una specie rara. Come la mettiamo invece con i romanzi a tema? Per qualche giorno mi sono concesso, così, un'avventura intitolata iBoy. Online circolava il film da mesi, ma non mi ispirava – benché esile e modesto, vi scrivo tra parentesi tonde e con il senno di poi, è una visione tutt'altro che spiacevole. La storia dei poteri causati dalle schegge di un iPhone, non dal morso di un ragno radioattivo, mi sembrava stupidissima. Ho aspettato l'estate, confidando nel tocco inglese di Kevin Brooks – uno che scrive cose interessanti, anche quando appare più leggero del solito. Il suo ultimo romanzo, giunto in libreria per Piemme, ha una copertina illustrata in linea con le precedenti e annunciati sprazzi pulp. Difficile avere sedici anni a Crow Town: quartiere londinese nella periferia più profonda e degradata che, con i suoi casermoni e i prepotenti ad ogni angolo di strada, somiglia alla nostra Tor Bella Monaca. Difficile, soprattutto se sei un adolescente timido e allampanato e, come l'eroe di Stan Lee, vivi con una parente anziana – una nonna che sbarca il lunario scrivendo romanzi rosa (nel film, una deliziosa Miranda Richardson) – e a un passo da Lucy, la ragazza dei sogni. Si può essere più che amici? 
Tom fantastica e si arrovella quando alza gli occhi al cielo: qualcuno l'ha chiamato per nome. Dal trentesimo piano gli cade sulla testa un cellulare rubato e gliela spacca in due come un cocomero (stando a Netflix, viene invece colpito da un colpo di proiettile mentre chiama il 911). Il risveglio dal coma è uno shock. La sua tutrice è sommersa dai debiti, la polizia fa domande su domande, Lucy è stata aggredita da una gang. Glielo suggerisce il suo cervello non appena apre gli occhi in ospedale. Ha una brutta cicatrice sulla testa e, dentro, pezzi di cellulare impossibili da estrarre. Gli effetti collaterali, gli spiegano, sono emicranie croniche e percezioni leggermente falsate. Il foglietto illustrativo non parla di poteri magici? Il ragazzo del miracolo ha tutto il sapere del mondo e di internet dietro le palpebre. La sua pelle, volendo, sfrigola e manda bagliori. La sua mente galoppa, connessa ai cellulari e ai pensieri degli altri. A questo punto, perfino una produzione modesta potrebbe far bene: un po' di CGI, ed è facilissimo stare al passo. Come spieghi la presa di coscienza di Tom su carta, il suo sapere infinito? Quel caos di numeri e lettere, quel bombardamento di informazioni, possono starci davvero in un romanzo? L'autore young adult della noia mortale di alcune estati, dei finali monchi e della Londra punk, al solito, sa come fare. 
iBoy fila più veloce della luce e, a modo suo, sembra avere anche fondamento (la trasposizione, cupa nelle atmosfere ma libera nella struttura, sceglie di rimanere dalle parti del teen thriller: Bill Milner, perciò, somiglierà più a un hacker che a un vigilante). La periferia non lascia scampo. Preoccupano i figuranti incappucciati, le loro mani pesanti, la disgustosa legge del branco. Non c'è una Mary Jane da prendere al volo: troppo tardi per salvare una protagonista femminile che odia il suo stesso corpo, i maschi, e non esce dalla sua stanza (Maisie Williams, per quanto insipida, ricopre nel film un ruolo più attivo). Lo stupro l'ha svuotata e non resta che qualche chat in cui confidarsi nell'anonimato; la speranza di una vendetta trasversale (risse o litigi con accoltellamenti finali, in poltrona, si trasformano spesso in scherzi goliardici o in episodi di cyber bullismo usati a fin di bene). Kevin Brooks attinge al cinecomic, ma il suo è un rape and revange – moderno, crudo, diviso tra etica e istinto – dai sensi sviluppati e dal ritmo folgorante. E prende senza interferenze di sorta, finché c'è campo. Ma alcune realtà, certe borgate malfamate, sono gallerie infinite. Lì i poteri fanno cilecca, le tacche del cellulare diminuiscono a vista d'occhio. Imboccarne l'uscita è un'esplosione di segnali e percezioni. Come una canzone alla radio che riprende più forte, alla fine del tunnel. 
Il libro: ★★★½ Il film: 6
Il mio consiglio musicale: Imagine Dragons – Radioactive

lunedì 18 aprile 2016

Recensione: Naked, di Kevin Brooks

Il mio cuore è nato nella lunga estate rovente del 1976
Fu allora che la mia vita iniziò, il mio amore fu sigillato, la mia anima si perse e si infranse.

Titolo: Naked
Autore: Kevin Brooks
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 383
Prezzo: € 18,50
Sinossi: Il racconto di Lili comincia con l’estate del 1976, quella che cambiò per sempre la sua vita: l’estate in cui nacque il punk e la sua band, i Naked, l’estate del sesso, della droga, degli eccessi, ma anche dell’amore. Dall’incontro con Curtis Ray, il dio della musica, leader della band, all’ingresso nel gruppo del misterioso ragazzo irlandese che le ruberà il cuore. La vita di Lili e dei Naked corre in parallelo con un pezzo di storia della musica e della Londra di quegli anni, scossa dalla nascita di un nuovo e violento movimento culturale e dilaniata dal terrorismo.
                     La recensione
Lili ha sedici anni, una mamma che sta più fuori di un balcone e, a scuola, le attenzioni impreviste della stella del liceo. Curtis Ray in persona, bello e dalla voce d'angelo, le rivolge magicamente la parola. Sa che esiste, allora, e sa che Lili è una virtuosa del pianoforte e strimpella anche la chitarra. Le assicura che imparare a suonare il basso, per una musicista di talento, è cosa da poco. Le domanda, soprattutto, se vuole entrare a far parte della sua rock band. Sarà l'unica ragazza del gruppo, la sua ragazza. Piovono pian piano ingaggi, e la storia tutt'intorno e i primi amori contribuiscono a scrivere canzoni di successo. Ma serve un nuovo chitarrista, a un certo punto, e potrebbe forse esserci scelta migliore di William Bonney? Ha il nome di un fuorilegge, ama i western e, irlandese di nascita, fugge da un Paese minacciato dal terrorismo e da un passato crudele. Insegue la vendetta. William – detto Billy – risponde a una domanda con un'altra domanda, alle feste preferisce tenersi stretta la propria sobrietà e, qualche volta, si lascia scappare dettagli sulla propria vita. E solo e soltanto nei tu per tu con Lili, che verso l'ultimo arrivato prova un'attrazione fortissima, mentre Curtis, dalla sua, si destreggia tra groupie e tradimenti di una notte. Il triangolo sentimentale, la musica in circolo, un bad boy e una ragazza per bene che fa un salto presso il lato oscuro. Occhio, però, perché non è il solito young adult in rosa. 
Si dà il caso che fosse un'epoca selvaggia, quella, e che il triangolo, in amore, fosse benaccetto; che la colonna sonora voglia essere, in realtà, il punk più sporco; che Lili non sia poi così sprovveduta e che il suo William, piccolo e manesco, vestito come capita, non venga descritto come un marcantonio bello e dannato. Naked, infatti, è l'ultimo romanzo di Kevin Brooks. Lo stesso che lo scorso anno ci aveva scioccato con il finale di The Bunker Diary e l'anno prima, invece, lasciato percepire il caldo afoso e la nostalgia dell'ultimo giorno di scuola in L'estate del coniglio nero. L'inglese che sfida e conquista, lo scrittore senza peli sulla lingua che da un po' porto su un palmo di mano, tratteggia questo suo romanzo di formazione su uno sfondo insolito ma bellissimo e i suoi protagonisti sull'onda del successo, "quasi famosi", si danno il cambio sul palcoscenico con i Sex Pistols. L'estate che cambia tutto, come ci rivela l'incipit folgorante, è infatti quella del 1976. Quando si baratta l'innocenza per la notorietà e il punk, prepotente, emerge sulla scena musicale tracciando una linea divisoria tra vecchio e nuovo. Nonostante lo spunto e l'ambientazione non renda Naked quel che sembrerebbe a prima vista... un po' lo è, quello che sembrerebbe a prima vista. Non mi spiego bene, dite? La considerazione sorge spontanea, se da uno come Brooks ti aspettavi il meglio o, almeno, qualcosa di diverso. Ho trovato che il potenziale, invece, non sia stato sfruttato a pieno e che, in definitiva, il romanzo sia uno young adult a tinte romance tutt'altro che inconsueto, ma con la provvidenziale benedizione di sfondi vivaci e mai incrociati prima tra le pagine. Brooks convince nei jeans sdruciti di una sedicenne del tempo, ma convince poco il resto.
Firma una storia semplice, con qualche dilungaggine di troppo e un terzo incomodo che spicca per il vissuto travagliato e un atipico physique du role. Manca il meglio. Manca la musica. Sono abituato a uno scrittore grintoso, aggressivo, audace. Proprio oggi, proprio qui, con protagonisti che vorrebbero fare di sesso, droga e rock 'n roll il loro motto, decide di scrivere con il freno a mano tirato? L'ho riconosciuto nel prologo, non in quelle rarissime concessioni alla tragressione. Di sesso se ne fa poco o comunque non lo si racconta, le sostanze stupefacenti tirate in ballo sono canne e speed, il rock 'n roll non è di quelli nudi e crudi se la prosa – che invece si concede troppi puntini di sospensione, troppi sospiri - non lo supporta adeguatamente. La protagonista non spicca per simpatia, ma per fortuna c'è William che dà all'autore il pretesto perfetto per parlare di un Regno Unito, e un'adolescenza, tormentati dagli hooligans, le famiglie lontane, gli attacchi dell'IRA. Nemmeno il finale, stranamente, ha fatto breccia nel mio cuore di ricotta. Sarà che l'ho letto per tutte e quattrocento le pagine come a distanza di sicurezza? L'ultima fatica di Brooks è uno young adult che fa il verso al musical, assolutamente originale nello spirito e nelle intenzioni, eppure qui e lì si rischia la stonatura. Non brutto, per carità, ma non mi ha preso. Sarà che sono di un'altra generazione e che certe sonorità non sono la mia tazza di tè? Naked è il romanzo sui giovani e per i giovani che consiglio a chi ragazzo lo è stato venti, trent'anni fa e che adesso, seguendo l'ordine naturale delle cose, ragazzo non lo è dunque più.
Io non c'ero, nell'estate rovente del 1976, e purtroppo non ci sono stato grazie alla lettura del Kevin Brooks più spento e retrò. Sarà per la prossima.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Soft Cell – Tainted Love


venerdì 8 maggio 2015

Recensione: Bunker Diary, di Kevin Brooks

Lo so che potrei morire qui. So che potresti uccidermi. Ma non riuscirai a uccidere i miei pensieri. A loro non serve un corpo, non serve l'aria, non servono cibo, acqua o sangue. Anche se mi uccidi, io continuerò a pensarti. Capisci? Ti penserò fino alla fine dei secoli.

Titolo: Bunker Diary
Autore: Kevin Brooks
Editore: Piemme "Freeway"
Numero di pagine: 300
Prezzo: € 15,00
Sinossi: Linus, 16 anni, insieme a quattro adulti e una ragazzina di nove anni, si trova intrappolato in un bunker, uno spazio claustrofobico, da cui nessuno può fuggire. Sono stati rapiti da qualcuno che si è presentato loro ogni volta in modo diverso e non sanno perché sono stati scelti. Spiati da decine di telecamere e microfoni perfino in bagno, dovranno trovare un modo per sopravvivere.
                          La recensione
Lo scorso anno, Kevin Brooks mi aveva fatto vivere – con il suo L'estate del coniglio nero – l'adolescenza come io non l'avevo mai vissuta. Gli anni del liceo come parte di un giallo, la gioventù come pazzia da rave. Intossicazione da fumo passivo, miasmi di troppe verità. Vedere cos'è cambiato, da una generazione all'altra, e guardare con occhi diversi le cricche di amici sotto casa. Tu che hai appena vent'anni e non ti riconosci, e per fortuna, nelle esperienze e nei desideri di chi è poco più piccolo di te. C'è chi ne sta alla larga – genitori che fanno finta di niente, perché occhio non vede e cuore non duole; baristi che servono alcolici ai minorenni, tanto per toglierseli di torno; spacciatori che hanno clienti, ormai, sempre con meno barba in faccia – e chi, come Brooks, invece ci sguazza. Scrivendo romanzi per ragazzi, e sui ragazzi, con un coraggio pazzesco. Sfidando in continuazione. Il mistero avrebbe potuto trovare risoluzione più appagante, in quel caso, ma poco importava: L'estate del coniglio nero ero uno young adult esplorato – e sezionato - come uno sporco thriller, in un universo stanco di storie perfettine e letture bene educate. Da allora, è iniziato lo stalking accanito verso l'autore – e io, quando ha vinto la Carnegie Medal, modestamente c'ero. Su Facebook, pronto a bersagliarlo di “mi piace”, ma c'ero. Ad aspettare con ansia, ancora prima che la Piemme ne annunciasse l'uscita, questo Bunker Diary. Ansia. La parola chiave. Insieme a rabbia, asfissia, furia, angoscia, ansia e ancora ansia. Per me, almeno, che due minuti in ascensore con uno sconosciuto e già non vedo l'ora di scendere. 
Prendi in considerazione ogni scappatoia quando c'è qualcosa che ti spaventa. Montagne russe nemmeno per scherzo, se la paura è tutta una vertigine. Scale ripide e piedi che non ti abbandonano, se il timore è l'immagine di te sigillato in una scatola di scarpe. Uno imbroglia come può, illudendosi che la vita sia cosa sua. Bunker Diary ci fa riflettere sul fatto che non siamo nulla, che l'esistenza è un attimo e che viviamo tutti in un mondo matto. Coraggio è perciò anche uscire di casa. Allora non spaventano più le altezze, gli spazi stretti, gli insetti ma l'uomo. E dell'uomo puoi avere paura fino a un certo punto, altrimenti poi che fai?, ti rinchiudi in un'altra scatola, tu che eviti gli ascensori apposta? E questa volta l'adulto al piano di sopra, che gioca al gioco di Dio, è il male e un adolescente in trappola, screanzato e ribelle ma con l'animo pulito, è la speranza dei perdenti nonostante tutti gli sbagli dei suoi sedici anni all'addiaccio. Linus è scappato di casa: odia suo padre, il suo stupido nome da fumetto, ama la musica. Suona per strada e vive in metropolitana, dell'elemosina di te che passi, non lo guardi, gli lanci una moneta: la scelta della povertà, come San Francesco, e non per la santità ma per la libertà. Quanti accenti di fila, quanti bei sogni. E' un bravo ragazzo, lui, travestito da tossico: fa parte del personaggio che si è creato per dormire sotto un cartone senza grane, ma è gentile e la gentilezza lo frega. Aiuta un cieco con la spesa, ma il cieco non è cieco, lo narcotizza, lo carica in macchina, lo imprigiona in un cubo di cemento. Una specie di monolocale sottoterra, con sei letti, sei bicchieri e sei forchette di plastica. Per gente che non sa di essere già morta. 
Per lui, che all'inizio è solo e poi si ritrova a respirare gli odori e a sopportare gli scleri di una bambina di nove anni, di una agente immobiliare, di un eroinomane in astinenza, di un ciccione in abito scuro, di un filosofo con un piede nella fossa. Sei persone, tutto quel bianco, poi tutto quel nero quando le luci si spengono. Alle pareti, un orologio che imbroglia e un ascensore che fa su e giù, aprendo le porte a incubi e sorprese. Dove pensi di scappare? La lotta per la sopravvivenza si consuma, logorante e inevitabile, in meno di trecento pagine di diario. Un taccuino in cui il narratore - quando capita, quando ha la forza, quando il carceriere tiene la luce accesa – appunta le sensazioni e i sapori di un incubo orribile. La scrittura è la sua valvola di sfogo – e le pagine del diario non sono commestibili, ci ha già provato con una vecchia Bibbia; e la penna non è abbastanza resistente per uccidere o uccidersi – e il lettore, un tu generico che acquista sempre continui significati, diventa ora quel padre rimpianto, ora un amico, ora quel misterioso aguzzino contro cui sfogarsi. I ritmi sono snervanti e inquietano più le pagine lasciate in bianco che quelle fitte fitte di torture psicologiche, subdoli passatempi, pensieri lividi. Kevin Brooks lo si ama e lo si odia. Fa del male – a te, alle sue creature, a te che sei una sua creatura se leggi i suoi turbolenti deliri – ma ha due palle grosse così. I bambini non dovrebbero soffrire, e qui soffrono. Gli adolescenti dovrebbero leggere romanzi costruttivi, e qui è distruzione. Se lo avessi letto qualche anno fa, mi avrebbe sconvolto. Non c'è un senso al male, alla violenza; non c'è una spiegazione. Si è lì e basta. Topi che scavano nella pietra in cerca di una via d'uscita, ma che confondo l'alto col basso e si smarriscono. Anche alla mia età però mi ha destabilizzato. Con la descrizione sofferta di giorni statici, le pene della convinvenza forzata, giovani protagonisti che non vogliono salvare il mondo come nei distopici. Lottano contro la diarrea, i crampi allo stomaco, la puzza di corpi non lavati perché il burattinaio ha chiuso l'acqua. Spesso, muiono. Assolutamente terrificante, sarà che subisci il male passivamente e, anche all'ultima pagina, non sei grado di dargli un volto. Brooks ti racconta la storia di uno dei sei prigionieri, mentre fa il gioco esatto dello scienziato pazzo. Cavolo, se ti mette alla prova! Il suo stile a schegge e spigoli è un esperimento e tu paghi il prezzo di copertina per essere tormentato. Una provocazione claustrofobica e intelligente, con le atmosfere di The Cube, Buried, Saw e gli epiloghi spiazzanti che solo nei libri spiazzanti. Alla faccia del young adult. Ho letto romanzi cattivi e romanzi cattivissimi, ma Bunker Diary – la copertina a disegni, l'aria infantile – alza di un po' l'asticella della crudeltà consentita.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Muse – Hysteria

sabato 22 marzo 2014

Recensione: L'estate del coniglio nero, di Kevin Brooks

Ciao a tutti, amici! Come state? Qui, tutto bene. Tornato a casa, ieri, mi sono messo all'opera. Eccomi qui, dunque, a parlarvi della mia ultima lettura. Una recensione più breve e disordinata del solito, ma non avevo molto da dire e non sapevo, francamente, come dirvelo. L'estate del coniglio nero è un libro semplice come pochi, nella struttura del mistero, ma mi ha profondamente affascinato. Non vi dico niente della trama. Vi parlo solo di un autore tanto, tanto bravo di nome Kevin Brooks. Un abbraccio e buon weekend, M.
Allora eravamo amici. C'erano legami tra noi. Ma allora le cose erano diverse. Noi eravamo diversi. Eravamo bambini. Poi a poco a poco tutto era cambiato. Il mondo diventa più grande, ci si perde di vista, gli amici d'infanzia diventano “gente che conoscevi”. Sì, li conosci ancora, li vedi a scuola tutti i giorni, li saluti ancora, ma non sono più quelli che erano.

Titolo: L'estate del coniglio nero
Autore: Kevin Brooks
Editore: Piemme “Freeway”
Numero di pagine: 423
Prezzo: € 15,00
Sinossi: È un'estate torrida e Pete ha già passato diverse settimane senza fare altro che ciondolare per casa. Fino a quando una telefonata gli cambia la vita per sempre. È Nicole, gli chiede di vedersi. Presto si separeranno, ognuno per la propria strada, il college, Parigi... Sarebbe bello incontrarsi per l'ultima volta con il gruppo dei vecchi amici, solo loro quattro: Pete, Nicole, Eric e Pauly. Pete le chiede di Raymond, anche lui è un vecchio amico, fa parte del gruppo. È vero, è un tipo strano, sembra vivere in un mondo tutto suo al cui centro c'è un coniglio nero; ma Pete gli è molto legato e vuole che sia con loro. Quella notte, però, quando si trovano al luna park, Raymond scompare. E anche Stella Ross, una ragazza del loro liceo diventata famosa. Tutti pensano che i due eventi siano collegati, che Raymond lo strano sia il colpevole. Pete vuole dimostrare a ogni costo che si sbagliano, ma quando segreti, rancori e vecchie gelosie mettono gli amici uno contro l'altro, anche le sue certezze cominciano a incrinarsi...
                                                  La recensione
Quando era iniziato tutto? Quattro giorni prima? Quattro anni prima? Quattro amici prima?” Kevin Brooks scrive il caldo, la noia, la pigrizia. Ricrea la fiacchezza fisica, la spossatezza mentale, l'indolenza dei sedici anni. Dà vita all'estate. Con una penna – dai tratti ora sottilissimi, ora marcati – che scava, suggerisce, crea. Che crea tre mesi di giorni tutti uguali. L'arrivo delle giostre in città, la partenza dei vicini per luoghi esotici, i lati più brutti del caldo. E tu vedi i fiori morti, l'erba gialla e stremata, le facciate delle case che sudano, i rami spogliati da un inverno a trenta gradi. Un inferno per villeggianti. L'alcol, e i cerchi alla testa, e le gambe che ballano senza musica, e la vescica che rischia di scoppiare, e la gastrite. Il caldo che sbriciola le strade e gioca a creare nuovi e tremolanti forme con il sole e le ombre. Le giostre, con le luci, i colori, le discoteche erranti. Gente che pomicia, gente che vomita. Gente che va, gente che viene. Un protagonista indecifrabile. Familiare e del tutto alieno. Obnubilato, fatto, sfatto. Una persona che non sa dire di no. Un ragazzo troppo buono, nel profondo: gli passano una canna e non sa dire di no; gli passano l'ennesima bottiglia e non sa dire di no; gli chiedono un bacio, un abbraccio, un po' di affetto e non dice di no. Mai. L'estate del coniglio nero racconta una settimana della vita di Pete e l'adolescenza intera, ma con gli strumenti del thriller. D'altronde, che c'è di più misterioso? Un'età sottile, un ponte tibetano sospeso su un fiume nero, una discarica in fiamme, una città di gente che eri solito conoscere. Assi sottili, funi sfilacciate, il rischio di cadere giù ad ogni passo. Inquieta, ma affascina. E' vertigine pura. Non è il romanzo dell'anno, vero. Correre in libreria per accaparrarsene una copia non è indispensabile. Eppure, con questo, non voglio dire che non mi sia piaciuto. Resta uno dei più incisivi ed interessanti letti nelle ultime settimane. L'ho capito da quel prologo che mi ha reso lo sfuggente Pete stranamente vicino. Disteso sul letto, con la serranda abbassata, per sconfiggere la noia con altra noia. Quando stendersi per due minuti significa finire per addormentarsi per due ore. Il calore che concilia il sonno, i grilli troppo stanchi per cantare, le mosche che hanno tanta sporcizia su cui ronzare. Gli amici c'erano, poi non ci sono più. Tutto è al passato, tutto è passato. Alcuni passaggi sono da imparare a memoria, riscrivere e incorniciare. Basta aver compiuto il salto, infatti, da una classe all'altra, da una scuola all'altra, per comprenderli a fondo. Quello che unisce i liceali è il liceo. Stessa cosa se, con l'arrivo dei quattordici anni, hai finito le scuole medie. 
Cosa triste, cosa vera. Pete e i suoi amici si illudono del contrario, anche se sanno di sbagliarsi. Si rincontrano dopo qualche anno. S'incontrano nel loro vecchio rifugio, ma in una manciata di anni troppe cose cambiano. Un po' come accade in quelle rimpatriate tra ex compagni di corso, organizzate a dieci anni dalla laurea. Nicole, Eric e Pauly sono piccoli, ancora. Non hanno messo su famiglia, non hanno un lavoro, non hanno bambini nati per errore. Ma fanno cose da grandi. Cose bruttissime. Giocano ad impossessarsi del peggio della vita da adulti. Giocano inconsapevolmente con la morte. L'autore è formidabile e può permettersi tutto, o quasi. Tante pagine sono sincere, vibranti, dirette e la descrizione di un'adolescenza corrotta, brutta, sporca e cattiva fa capire immediatamente che non ci troviamo davanti a uno young adult scritto e pensato in America. L'estate del coniglio nero è Skins, è Paranoid Park. Le droghe, il sesso, l'alcol, la problematicità. A livello “thriller” non offre nuovi spunti: una storia come tante, classica nella sua semplicità, ma è a livello “young adult” che ci mostra un mondo che tanti negano e pochi conoscono. Un ripido Grand Canyon, una piscina svuotata, un circo di passaggio. Un libro distorto. Un incubo artificiale, indotto da droghe sintetiche e brutti ricordi. Una trama effimera, comune, ma che si regge bene, e su pochissimo. Non c'è grosso stacco dai fatti descritti nella corposa sinossi, ma piace lo stesso. Per come è scritto. Per il fegato e il cuore. Per il vomito e l'onestà. Per l'effetto perpetuo di annegare nell'hangover. Credo sia tutta una questione d'amore. Eh, sì. E' una faccenda crudele, l'amore.”
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Eminem – Lose Yourself