Visualizzazione post con etichetta Marilyn. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marilyn. Mostra tutti i post

lunedì 8 aprile 2013

Ritratto di Signora: Io ed Anne Hathaway

Buon lunedì a tutti, amici! Dopo essere saltato a causa della Pasquetta, quest'oggi torna l'appuntamento mensile con la rubrica Ritratto di Signora e il pezzo di questo mese è proprio mio. Dopo Marilyn Monroe (qui), questa volta ho deciso di parlare di un'altra attrice, il cui talento è stato riconosciuto definitivamente durante la scorsa notte degli Oscar. Che mi piaceva da impazzire già lo sapevate tutti, ma ora, in questa particolarissima versione della sua biografia, ho deciso di celebrarla come attrice, moglie e donna attraverso le sensazioni e i ricordi legati ai suoi film più belli. Sto parlando della splendida Anne Hathaway. Ringraziando Monica, Miki, Clara, Fede e Francesca – che ospiteranno il mio articolo sui loro bellissimi blog – vi saluto e vi auguro una buona lettura. Fatemi sapere, come sempre, cosa ne pensate. Un abbraccio, M.

22 Febbraio 2013. Notte di stelle e paparazzi. Notte di fotografi e abiti eleganti. Notte di festa e cinema: la notte degli Oscar.
Non sono mancate le sorprese e le risate. Quelle ci sono sempre, anche a Los Angeles.
Chi è la diva con il vestito più bello, quella con il vestito più brutto, quella con il vestito talmente corto ed indecente da essere stato dato per disperso nella folla di flute di champagne e smoking maschili. Chi è la diva più brava.
Sale sul palco Christopher Plummer, di cui ogni singola ruga e ogni singolo capello bianco lo rendono una leggenda in terra. Sarà lui a svelare il nome della “migliore attrice non protagonista” in un anno di grande cinema. Dall'alto del palcoscenico premierà l'unica che, in dieci minuti di apparizione complessivi, è riuscita a rubare la scena ad attori che, bravi ed instancabili, hanno dato il meglio di sé per ore e ore di pellicola. Appena una comparsa, ma in grado rubarti il cuore e il cervello. Di incantarti perdutamente e farti piangere inevitabilmente. In platea, donne di età diverse e con vissuti diversi, sono in attesa. Grandi attrici in fila come dal dentista: tese e segretamente speranzose, come se quella fosse la prima volta sotto i riflettori. Tutte aspettano, ma Cristopher chiama un solo nome. Silenzio, poi applausi, poi un avvolgente e intensa colonna sonora fatta partire come per magia dai registi dello show. Le telecamere si perdono per qualche attimo. Dalla poltroncina rossa dovrebbe alzarsi, vittoriosa, una giovane donna, ma quella che io vedo è una ragazzina impacciata. Finita lì per caso. Dalla sua cameretta rosa, tappezzata di poster di attrici e attori famosi, al Red Carpet.
Capelli crespi, occhiali tondeggianti, una divisa scolastica che termina in una gonna a scacchi blu e in un paio di calzettoni neri. Si guarda intorno confusa, muove primi passi incerti e poco eleganti. Cerca approvazioni. Al passo successivo è un bellissimo cigno. Una principessa felice in una commedia Disney. Era il 2001 e lei, da secchiona a erede al trono, aveva regnato felicemente sul regno di Genovia in Pretty Princess e nel sequel Principe azzurro cercasi, con un'anziana e sempre affascinante Mary Poppins come nonna d'eccezione. Con i suoi occhi grandi ed innocenti aveva cercato di affermarsi, aveva cercato approvazione: l'aveva trovata nella folla di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, mamme e papà che, come se fosse la protagonista di un classico natalizio per la TV, l'avevano vista piangere, ridere, innamorarsi e sbocciare all'infinito sotto la direzione dal regista di Pretty Woman, Garry Marshall. Nessuno si è ancora mai stancata di vedere quel film non-stop. Poi, sempre più grande e professionale, ma comunque vicina a un mondo di favole, ha recitato da protagonista in Ella Enchanted, avvolta in abiti lunghi e dai colori pastello, da una colonna sonora che aveva messo alla prova la sua limpida voce con i successi dei Queen ed Elton John, dalle braccia di un principe che – in groppa a un unicorno bianco – correva per spezzare l'incantesimo che la rendeva schiava di ogni ordine, di ogni parola. Mentre gli applausi continuano solo per lei, mette un passo dietro l'altro con una grazia acquisita d'un tratto. Tacchi alti, frangia bruna, sorriso più aperto e luminoso.
Gli scandali arrivano con il nudo in Havoc-Fuori Controllo, il successo con la brillante interpretazione in I segreti di Brokeback Mountain, la consacrazione definitiva con il patinato e divertentissimo Il Diavolo veste Prada. E' un simpatico e sbadato agente segreto in Casino Totale, un'audace psicologa tra i misteri e gli spettri di Passengers – Mistero ad alta quota, un'inedita Jane Austen in Becoming Jane. L'autrice di Orgoglio e Pregiudizio, Emma e Ragione & Sentimento rivive nei suoi gesti, nella sua naturale dolcezza, nella sua interpretazione che dà umanità e vita a un mito di donna, a una leggenda di scrittrice. Mentre già ha in programma il ruolo di sposa sull'orlo di una crisi di nervi nel disimpegnato Bride Wars, una parte in Appuntamento con l'amore e una parrucca biondo platino ed un abito bianco nelle vesti della Regina Bianca di Alice in Wonderland, arriva la prima nomination agli Oscar. Rachel sta per sposarsi: un melodramma indipendente, amato dai critici e un po' meno dagli spettatori come il sottoscritto, in cui lei diventa Ky, una tossicodipendente che, abbandonate le follie della riabilitazione, si trova coinvolta nelle follie dell'organizzazione del matrimonio della sorella. Quella volta non vince, ma continuano a piovere fortunati ingaggi.
Sempre più donna, si mette a nudo nella commedia sentimentale Amore e altri rimedi. L'alchimia tra lei e Jake Gyllehaal è qualcosa di fuori dall'ordinario. Si amano con trasporto, completamente, ma sono così belli insieme che non fanno alcuno scandalo. Lei è fine ed elegante anche senza i vestiti addosso, grazie a una sceneggiatura intelligente e ad una prova attoriale sexy e struggente al tempo stesso. Ricordo ancora una scena in cui, affetta precocemente dal morbo di Parkinson, non riuscendo a combattere il tremare delle sue mani, lascia frantumare a terra un bicchiere di vetro. Urla per la disperazione, per l'impotenza. E io ho avuto i brividi ovunque, fino alla conclusione. Evidentemente è destino che mi riduca a una valle di lacrime, non lo so. Il suo film successivo, infatti, è One Day, tratto dal capolavoro di David Nicholls. Lei è Emma. 
Uno dei miei personaggi preferiti, per uno dei miei libri preferiti, per una delle mie attrici preferiti. Un trio decisamente vincente! La vediamo crescere sul grande schermo nell'arco di un solo film: dai capelli cotonati degli anni '80, dal suo amore per le boy band degli anni '90 a uno sbarazzino taglio da maschietto, al giorno d'oggi. Incredibili ed unici, lei e il suo partner Jim Sturgess, nel finale, mi hanno distrutto.
Il momento è quasi giunto. Manca solo un ultimo step per vederla oggi, fiera e vittoriosa in cima al palco. Il suo penultimo film è Il ritorno del cavaliere oscuro, il capitolo conclusivo della trilogia di Cristopher Nolan. La sua timidezza e il suo sorriso contagioso questa volta non sono richiesti nel copione: è la sensuale, letale, scaltra Catwoman. Un girocollo di perle, una tutina attillata che sta certamente meglio a lei che al massiccio Batman, una ruggente motocicletta da domare. Alcuni, forse per la prima volta, l'hanno ritenuta fuori parte. Ma io, per la prima volta, mi sono concesso la visione del kolossal di Nolan. Solo perché c'era lei. E infine eccola. Sulla vetta. Così diversa da quando l'avevamo vista la prima volta. Alla fine del suo percorso, eppure soltanto all'inizio. Ha appena trent'anni, ma il suo nome già è dappertutto. Sale sul palcoscenico sollevandosi il bordo sottile dell'abito con la mano esile. Ringrazia il presentatore e, con l'Oscar in mano, si volta verso il pubblico. Verso noi. E' Anne Hathaway. Ha i capelli cortissimi, da elfo, uno stretto vestito color avorio, la pelle bianca, il sorriso e gli occhi infiniti come l'oceano che tante volte avrà sorvolato. E' magrissima, ma ha detto addio alle sue forme floride solo per esigenze di copione. Lo giura. Pesa undici chili in meno, ma è felice. Perché ha recitato nel film della sua vita. Perché ha avuta il ruolo che, anni prima, a teatro, era stato di sua madre.
In Les Miserables ha dato la voce e l'anima. Il suo ruolo, quello di Fantine, è uno dei più brevi ed infelici dell'opera. Ma uno dei più indimenticabili. Senza più capelli, denti, dignità e sogni, è una donna non destinata al lieto fine. Urla contro un amore subito tramontato, un Dio crudele e una figlia lontana dai suoi abbracci. Lei canta, lo spettatore la accompagna in un coro di singhiozzi. Le sue labbra screpolate, poco attente ai virtuosismi, diventano un taglio per sputare fuori ogni dolore. E vederla così - piccola come un uccellino, indifesa, con i capelli rasati a zero, il volto emaciato per i troppi chili persi e quegli splendidi occhi nocciola mai così grandi e umidicci – ferisce a morte, ti uccide. Adesso, scherza col regista in un modo tutto suo, ringrazia il compagno d'avventura Hugh Jackman, la sua amata famiglia. Dichiara ancora e ancora il suo amore per il marito, l'attore Adam Shulman: l'uomo che ogni giorno rende la sua vita degna di essere vissuta. Hanno rimandato perfino il giorno del matrimonio, quei due: Anne non ha voluto sposarsi prima che i suoi capelli ricrescessero un po'. In testa aveva una sottile lanugine bruna, alla fine, ma era magnifica comunque. Piccola, emaciata, ma con uno sguardo luminoso come stelle a portata di mano. Secondo alcuni, è lei la nuova Audrey. Non posso che concordare...
Questi paragoni a lei non piacciono, come non le piace che ogni sua parola sia catturata dai giornalisti. Invece dovrebbe, perché quando si parla di lei in prima pagina non ci sono mai scandali e sordidi segreti. Ma alcuni, mossi da un astio cieco, stupido e del tutto inspiegabile, attaccano ogni sua parola. Sono partite prima parodie a raffica della sua meravigliosa I dreamed a dream, poi sono volate parole pesanti. Sul suo abbigliamento, su qualche lacrima di troppo che le è balenata sul viso la notte della premiazione, sul fatto che – con i suoi discorsi semplicissimi, considerati spesso forzatamente edulcorati – sia un'offesa per la donna emancipata. E solo perché, commossa, si era augurata che storie come quella della sua Fantine rimanessero tragedie lontane da una realtà che, in cuor suo, vuole solo più pulita. Certa gente, evidentemente, ha una cattiva parola per tutti, ma lei ribatte: «Lo ammetto, mi hanno ferito, ma nella vita c’è sempre il rovescio della medaglia, e io cerco di concentrarmi sul lato positivo». Anne dà buoni esempi; dall'alto del suo metro e settantatré guarda tutti dall'alto in basso, ma non giudica. E' cresciuta in una famiglia di artisti, in una casa che praticamente era un teatro. Ha vissuto con un fratello maggiore gay, e ha imparato – sotto la guida di una famiglia aperta ed esemplare – che unicità e diversità sono in assonanza. Lei, educata da genitori cattolici, si è allontanata da una Chiesa che nel 2013 non vuole ancora capirlo. Vuole solo che suo fratello sia felice. Che come lei conosca l'emozione di dire sì sull'altare, accanto alla persona della sua vita. Uomo o donna? Poco importa. Degno di nota il suo discorso: «Nella mia famiglia essere gay non è mai stato un problema. Quando mio fratello ha fatto coming out, l'abbiamo abbracciato, gli abbiamo detto di amarlo ed è finita lì. Per la cronaca, noi non crediamo ci sia nulla di alternativo nei nostri valori familiari. Ci sono persone che han detto che sono coraggiosa a supportare apertamente il matrimonio e le adozioni gay. Con tutto il dovuto rispetto, disapprovo umilmente. Io non mi comporto in modo coraggioso, mi comporto da essere umano decente. L'amore è un'esperienza umana, non una dichiarazione politica».

lunedì 3 settembre 2012

Ritratto di signora: Cercando Marilyn

 Ciao a tutti, amici! Dopo una breve pausa estiva, torna la squadra di Ritratto di Signora che, ogni primo lunedì del mese, vi regalerà emozioni intense e ritratti inediti di personaggi femminili che, con le loro vite, hanno plasmato la nostra storia o quella del mondo intero. Sono felice, quest'oggi, dopo tanto, di potervi finalmente fare leggere il mio articolo. Il momento è arrivato e voglio ringraziare tutte le ragazze che mi hanno permesso di entrare a far parte di questo team vincente e che ospiteranno questa “intervista” sui loro blog: Monica, Miki, Francy, Fede e Clara. Vi abbraccio e vi auguro buona lettura e, soprattutto..
Buon viaggio..
Una cortina di fumo mi circonda, a tal punto da impedirmi di vedere anche a un palmo dal naso. Sembra formata dagli sbuffi di ghiaccio secco di un concerto rock o, se non fossi consapevole di come sono giunto a questo punto, direi che è merito dei fumi che circondano le astronavi aliene nei film di serie B. Questo non è un film di fantascienza e, soprattutto, non ho viaggiato in compagnia di E.T tra pianeti sconosciuti. Ma ho viaggiato. E tanto.. Ho attraversato gli anni e gli oceani, facendo una falla nel presente e affacciandomi in un passato che pensavo di conoscere. Tutto per vederla. La prima cosa che mi colpisce degli anni '60 è il fumo. Credetemi se vi dico che sarebbe il paradiso su misura per Italo Svevo! Fumano tutti e fumano ovunque. Fuma il tipo che mi guarda, sospettoso, da sopra il giornale. Fumano l'uomo corpulento dietro il bancone, l'addetta alle cucine e la cameriera sorridente che, in questo momento, mi si avvicina. Se non fosse per la sigaretta che le pende tra le labbra rosse, somiglierebbe alla perfezione alla vecchie modelle che si vedevano all'epoca delle prime Coca-cola. Incrociando il suo sguardo, scuoto il capo. 
La mia accompagnatrice non è ancora arrivata. Una mezz'ora di elegante ritardo. Mi aspettavo peggio, conoscendo il personaggio. Poi sento il rumore metallico di una collana che oscilla, una donna si schiarisce delicatamente la voce. Sollevo lo sguardo e, improvvisamente, non sono più tanto sicuro di non essere sbucato in una galassia lontana. I denti sono perle bianche, il sorriso è una linea ondulata e colorata di rossetto che illumina un volto dalla bellezza inimitabile. I capelli sono di un biondo che nessun parrucchiere riuscirà mai a emulare e nessuna telecamera, per quanto sofisticata, riuscirà a cogliere. La guardo sfacciatamente e mi ripeto che forse non è di questo mondo. Si china su di me emanando deliziosi sbuffi di profumo a ogni passo, mi passa la mano sotto il mento e, con una smorfia simpatica, mi chiude la bocca spalancata. Una nuvola di Chanel n°5 per la figura di merda più colossale dei miei diciotto anni! Arrossisco violentemente e, con gli occhi chini, stringo il mio taccuino tra le mani. Lei ride e il mondo smette di fare rumore. Gli occhi sono puntati su di lei, protagonista di uno spettacolo “sold out” che continua anche nella sua vita privata. Niente privacy, niente segreti che non siano già stati spiattellati sui rotocalchi dell'ultimo mezzo secolo. « Don't worry, Michele. Non sarebbe comunque la prima volta che capita». La sua voce è un musicale mix di italiano e americano, con le vocali leggermente aperte e le “c” strascicate in dolci fruscii di parole. Non credo abbia mai girato nemmeno un film da noi, ma nel regno della mia mente ha più risorse lei di Google Translate. «Avrei immaginato baffetti da bibliotecario, un raccapricciante riporto e un papillon sfatto. Non.. te...». Balbetto qualcosa di incomprensibile e mi avvento sulle domande. Lei ascolta attentamente con le gambe accavallate e la scarpa dal tacco grigio champagne sembra tracciare, nel frattempo, circonferenze immaginarie nell'aria. Sa già cosa chiederò, e non vorrebbe ascoltare. Ora è lei a evitare il mio sguardo e i suoi occhi azzurri si perdono in ricordi in cui quella bimba riccioluta è soltanto una faccia in bianco e nero in una foto di gruppo. La protagonista di una tragedia familiare che non è la sua. Adesso tutti conoscono il suo nome e nessuno può ferirla. Lei è Marilyn, Norma Jeane non c'è più. Quella ragazzina è stato un errore portato in grembo per nove mesi. Una figlia non voluta; un errore all'anagrafe, nato dall'unione dei nomi di battesimo di due dive del dopoguerra: Norma Talmadge e Jean Harlow. 
Una svista come lo è aggiungere una “e” di troppo. Nacque nell'estate del 1926, ma il suo cuore fu a lungo tormentato dal rigore di un inverno perenne. Una madre fragile e incostante, degli zii soffocati dal fanatismo religioso, una felicità fugace sotto il tetto di un'amica di famiglia e poi gli orfanotrofi, gli orfanotrofi, il sesso scoperto ancora da bambina e un circolo di violenza e privazioni – alimentato da famiglie lampo, da papà dalle mani troppo lunghe e da carcerieri rimasti ancora senza volto. Improvvisamente, l'indipendenza. Un nuovo nome, un nuovo colore di capelli, un nuovo modo di atteggiarsi e sorridere. Studiato per piacere, sfondare, farsi amare e riempire un vuoto dalle proporzioni di un'infanzia sottratta. I suoi occhi troppo azzurri mi parlano di un destino d'attrice scritto anche all'anagrafe, degli uomini sbagliati, dell'amore più intenso che si è rivelato soltanto bieco possesso, dei soldi che, aveva creduto, potessero renderla felice. Però continua a non dire niente, mentre io porto finalmente a termine la prima di una serie di noiose domande che, immagino, avrà sentito già mille volte.
Osservo il collo candido che sbuca da un dolcevita nero, il carnoso neo sul labbro destro, le sue forme morbide che sovvertono completamente le silhouette filiformi che falcano le passerelle odierne e, soprattutto, osservo quegli occhi tremanti che cercano una via d'uscita. Che mi chiedono già basta. Mi appare nella sua vera essenza, una bambola di ceramica con troppo trucco che ha imparato a vivere delle attenzioni altrui: indifesa, immensamente piccola nel suo metro e sessantasei, la bimba dal pianoforte scordato - che era un tempo e non è mai stata - alla mercé di un orco cattivo e dispettoso. Così come si era calato, il sipario torna ad alzarsi. Mi si avvicina di nuovo e di nuovo vacillo sulla mia panca. Mi sposta il ciuffo dagli occhi e, mordendosi la lingua come una bimba alle prese con una marachella, mi sfila gli occhiali da vista. I suoi occhi rimpiccioliscono dietro i vetri spessi dei miei Ray Ban e li storce con uno sbuffo irriverente. Tende le mani nel vuoto, come se volesse acchiapparmi. Eccomi, le dico nella mia mente. Prendimi.
«Uh, sembri così piccolo», sghignazza, e, indicando il massiccio barista: «Pensa che lui lo vedo come uno dei Puffi! Un grosso Puffo arrabbiato, e rosso come un peperone!». Hulk, lì, risponde con un grugnito e Marilyn controbatte con un'altra risata argentina, che scema nel pugno che si porta alla bocca, simulando un mal riuscito attacco di tosse. Lei è cosi. Pazza e meravigliosa. Un miracolo che, la notte, si oscura dietro un banco di malinconia. «Penso sia l'ora di andare via. Sei un bel ragazzino, ma non credo che le storie che ti porti dentro e i libri che ti porti appresso possano fare qualcosa contro le nocche di quel bruto. Voglio portarti nel mio posto segreto». Io sto scappando insieme a Marilyn Monroe. I flash dei paparazzi in strada, la sua mano attorno al mio braccio, lo scalpiccio di piedi in fuga, un'oasi di pace in piena New York. Sfrecciamo dinanzi alle vetrine luccicanti di Tiffany e potrei giurare di aver scorto un tubino nero, una collana di perle e un paio di Ray Ban scuri, certamente più famosi dei miei, riflessi tra gli ori e i diamanti. Audrey e la sua strana e celebre colazione: la più dolce. Imboccato un vicolo sperduto, ci troviamo davanti a un negozietto dal parquet lucido e dall'odore di cera e sandalo ad aleggiare, simili a note ancora inespresse, tra le scale a chiocciola e i tasti in bianco in nero. Un trilione di tasti per un mare in cui, a galleggiare, ci sono pianoforti di ogni foggia e colore. La presa di Marilyn si fa più intensa e la sua voce lascia trapelare un brivido di emozione: «Questo è il mio rifugio. Nemmeno i colpi di cannone potrebbero affondarmi su questa nave che - al posto delle vele, della poppa e di quello strano sterzo che gira.. mmm.. come si chiama? - ha 88, piccole scialuppe di salvataggio in cui barricarmi». 
Volteggia su sé stessa in un ciclone di balze perfettamente stirate e sorride riconoscente alla coppia di anziani che la osserva da dietro la cassa. Sono loro i proprietari di questo castello in cui la ragazza che ha tutto può sentirsi una vera principessa. Le sue dita scivolano sui tasti di un piano a coda, dando vita a una trascinante scala musicale che rompe il silenzio. «88», mormora,«il numero perfetto. L'infinito che guarda in faccia l'infinito.. Non ho mai avuto un piano tutto mio. Non ho mai avuto nulla, in verità, che fosse tutto mio. Nella cittadina in cui sono cresciuta, mi incantavo a contemplarli dalle finestre affacciate sul negozio di musica, poi, una delle mie tante mamme, l'ha comprato di seconda mano da un'ex stella del cinema muto. Era scheggiato, rotto, scordato, ma aveva ancora tante cose belle da dire. Distrutto e annientato come questo cuore mio, ma con ancora tante melodie da cantare». E' allora che noto le occhiaie coperte da un velo di fondotinta, le rughe scavate dal dolore, un ghigno sofferente mascherato da sorriso. La sua vita la conoscono tutti, ma ora mi darà un frammento inedito di sé stessa. La vecchia e la nuova lei si incontrano a bordo di quella zattera di salvataggio dal suono incantevole. Canta per me, canta perché certe parole non possono rimanere non dette.

Pensavano di potermi ferire, di riuscire a buttarmi giù.
Ho sofferto ogni offesa, ma ora mi elevo al di sopra di tutto.
Sì, il prezzo che ho pagato era tutto ciò che avevo,ma se
qualcosa di buono può venire dal male, il passato può riposare in pace.
Quindi, se vedete qualcuno che soffre e ha bisogno di una mano,
non dimenticatemi, o se sentite una melodia triste di una mezza coda,
bhe, non dimenticatemi. Quando cantate “tanti auguri” a qualcuno che amate,
o vedete dei gioielli che vorreste fossero gratis, lasciate che brilli come
se fossi la vostra stella. Ma dimenticate ogni uomo che ho incontrato,
perché hanno vissuto solo per controllarmi. Per un bacio hanno pagato mille dollari,
ma hanno messo all'asta la mia anima per cinquanta centesimi!
Ma non hanno comprato me quando hanno comprato il mio nome ed ecco
perché vi prego di non dimenticarmi. Ci sono persone che per brillare
non possono farlo da sole, quindi proteggetele e abbiatene una cura speciale,
abbiatene cura.. Quando guardate il cielo con la persona che amate,
e una luce brilla lontana, spero che vediate il mio viso e che diciate una preghiera,
e, vi prego, fatemi diventare quella stella”.


Una sua lacrima cade al suolo e io svanisco in essa. Una lacrima per coloro che sono vittime dei demoni della giovinezza e della fama. Una lacrima per chi, a proprie spese, ha imparato che i soldi non possono comprare l'affetto di una famiglia, l'amore e il calore di una persona che ti stringe a sé. Una lacrima per scoprirsi sveglio nella propria stanza, davanti allo schermo di un pc che, fino a poco prima, era un lenzuolo bianco. Mia mamma mi passa accanto e mi scuote i capelli, via le cuffie dell'ipod dalle orecchie. «Dove sei stato di bello, Michè?», dice prendendomi in giro. Sto al gioco, e rispondo: «Da un'amica.. Da un'amica..».
Forse è una bugia, ma sul viso sento l'ombra di un suo bacio. Dentro, l'eco di un vuoto che - contro i luoghi comuni e la negligenza dei bigotti col dito puntato - ho imparato a capire.
Nota: Quest'idea mi è venuta per caso, quando mi sono accordo che mancavano poche settimane al mio turno nello scrivere un post per questa bella rubrica. Ahimè, non mi sono affidato alle lettura di biografie o romanzi – amici e parenti, tuttavia, mi parlano benissimo di Vivere e morire d'amore, di Alfonso Signori e La mia settimana con Marilyn, di Colin Clark - ma mi sono lasciato ispirare dallo splendido film con Michelle Williams e Eddie Redmayne (la mia recensione qui) e dalla serie musicale Smash, a un cui brano (Don't Forget me) è ispirata interamente la canzone intonata dalla mia “amica per un giorno”. Il titolo di quest'avventura riprende, invece, quello del romanzo Cercando Alaska, di John Green. Un'altra incognita bionda alle prese con gli spettri dei suoi giovani anni. Al prossimo mese, Mr. Ink.

lunedì 4 giugno 2012

Recensione: Marilyn - Il film

Le recensioni cinematografiche, avrete notato, non sono il mio forte. Oggi, però, reduce dalla visione di questo film, voglio parlarvene. E' una veritiera biografia, un emozionante dramma, una fiaba toccante e spietata. Basato su La mia settimana con Marilyn, di Colin Clark, disponibile per la Mondadori al prezzo di € 10.00, è approdato il 1 Giugno nelle sale cinematografiche italiane. Ho recensioni e anteprime che ancora mi aspettano, quindi, se sono qui a parlarvene, credetemi, è perché merita!

Il primo amore è una dolce disperazione”.

 
Il suo viso è ovunque. La polvere degli anni non l'ha offuscato, la furia del tempo non ha disegnato sotto i suoi eterni occhi azzurri rughe e segni d'espressione. Continuiamo a vederlo occhieggiare dalla copertina di un romanzo, da una maglietta alla moda, su cartelloni pubblicitari.
Il suo sorriso è sempre candido. I suoi capelli sono gli stessi di sempre: ricci e di un biondo abbagliante, nube morbida attorno a un paio di occhi di zaffiro.
Il mondo non l'ha dimenticata. Marilyn è la stessa principessa triste che, in una notte di rimpianti e solitudine del 1962, all'età di 36 anni, si addormentò in un sonno artificiale, prodotto da barbiturici e sogni infranti. Marilyn è la bella silhouette dai capelli al vento e dalle gambe sensualmente scoperte che, in Quando la moglie è in vacanza, ipnotizzò New York, creando ingorghi di traffico irripetibili tra Lexington Avenue e la trentasettesima strada.
Conosciamo il suo nome, i suoi celebri e numerosi amanti, quello che le luci dei riflettori ci hanno mostrato sul grande schermo e quello che, invece, gli scrittori più profondi hanno capito della sua sfuggente personalità.
Il biopic sulla vita dell'attrice, dallo scorso weekend nelle principali sale cinematografiche, è un'opera ambiziosa: il ritratto di una dea immortale che – simbolo di fascino senza tempo e di triste sregolatezza – avrebbe potuto assumere i tratti di una grottesca e zuccherosa caricatura, ma che, grazie a sontuose interpretazioni e a una curata regia, è capace di mostrarci in appena 99 minuti quello che mille parole non hanno mai saputo catturare. Non servono flashback o lacrimevoli racconti di un'infanzia che non è mai stata veramente tale.
Tutto si percepisce nei gesti della protagonista, nei suoi occhi languidi, negli abbracci di cui è disperatamente bisognosa e nell'amore che non ha mai saputo dare e ricevere. La pellicola ci conduce con estrema grazia in una settimana della diva più discussa di sempre, non aggiungendo apparentemente nulla agli elementi che sono stati raccolti e messi insieme negli anni.
E' semplice e, raffinato e brillante, ha il ritmo di una commedia d'altri tempi, emozionando con delicatezza e facendo una breccia nei cuori, nonostante il tipico “self control” inglese che lambisce il tutto. Ma quella raccontata da Simon Curtis nel suo film non è solo la storia della “leggenda” Marilyn. E' la storia di una bambina priva del calore di un padre, di un pianoforte a coda leggermente scordato e di un amore che si consuma nell'arco di una fugace estate londinese. E' la storia di Norma Jean e l'educazione sentimentale del ventitreenne Colin Clark, un giovane alle prese con la più dolce tortura: un amore impossibile verso una donna che è di tutti e di nessuno al tempo stesso. Sa che armarla lo farà soffrire, sa che lei lo ridurrà a uno straccio o al compagno di un'unica notte d'amore, ma quell'attimo di cieca avventatezza giovanile sarà, per lui, il miracolo e lo sbaglio più grande in cui si imbatterà da lì in poi.
My week with Marilyn, basato sui diari di Colin Clark, è una storia di crescita e sentimenti. E' una fiaba dolce-amara che mescola brillantemente biografia e tenero romanticismo alla Moulin Rouge. Semplice, eppure tanto emozionante, ricorda i sospiri del primo amore. Gli stessi sospiri esalati dallo spettatore che, per un'ora e mezza, ha l'impressione di vederla muoversi di nuovo sullo schermo, in specchi di luci e colori e in un' “imitazione” tanto magistrale da rasentare l'umana perfezione. Inutile spendere parole sui veterani Kenneth Branagh e Judy Dench.
Ci vorrebbe un'ode, invece, per descrivere lo splendore di Michelle Williams. Lei – già eccellente in Blue Valentine e Senza apparente motivo – scompare semplicemente  in Marilyn. Non tanto la certamente notevole somiglianza, ma le sue espressioni, le piccole “o” che forma con le labbra, la sua mimica, il suo essere civetta e fragile la portano alla soglia dell'eccellenza. Brava ed incredibilmente bella, canta con voce da usignolo, seduce con lo sguardo, lascia percepire dietro i suoi occhi appannati oceani di infiniti silenzi; ammicca, gioca con la telecamera, suscita risate e rilassati sorrisi e spezza inevitabilmente il cuore. Apparendo dalle acque come un'eterea Venere, cercando consensi nello staff che la circonda con occhi sperduti e affranti, la Williams è diva ammaliante e fragile bambola di ceramica. Strega ad ogni occhiata e, nonostante l'ottimo cast di comprimari, ruba le attenzioni di tutti; la scena è sua. Non ci sono “se” e non ci sono “ma”. Punto. Grandiosa.
Addirittura riduttiva la sua vittoria ai Golden Globe come migliore attrice. L'Oscar, quest'anno, doveva essere assolutamente suo. La performance della collega Meryl Streep in The Iron Lady, probabilmente, è stata altrettanto soddisfacente, ma qual è la sorpresa? La Streep è un mostro sacro del cinema, bravissima lo è sempre e da sempre.
Michelle, invece, dai tempi di Dawson's Creek è cresciuta. La morte del suo compagno Heath Ledger l'ha segnata e tutta una serie di ruoli minori e “non” l'hanno condotta fino a questo punto, rendendola tanto fragile e perfetta. Magica e incredibilmente umana.
Accanto a lei Eddie Redmayne (I pilastri della terra). La luce della Williams brilla accecante, ma senza di lui - di cui non si è tanto parlato nelle diverse recensioni lette – non ci sarebbe film, non ci sarebbe questo affascinante e tenero squarcio di storia che mi ha tanto emozionato e intenerito. Lui rende in maniera credibile e realistica i turbamenti giovanili, i vagheggiamenti amorosi, il desiderio di amare senza riserva alcuna. Un viso pulito e fresco, un fascino giovane, un talento ancora acerbo. Una valente spalla. Una voce narrante intensa e evocativa.
                                                                                                                                     Il romanzo
Titolo: La mia settimana con Marilyn
Autore: Colin Clark
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 160
Prezzo: € 10,00
Sinossi: Nel 1956 il ventitreenne Colin Clark, fresco di laurea oxfordiana, accettò di buon grado l'incarico di "trovarobe" sul set di "II principe e la ballerina", con Laurence Olivier e Marilyn Monroe. Si trovò così a essere testimone della confusione della bellissima diva, fresca di nozze con Arthur Miller, spesso sotto effetto di psicofarmaci, perennemente in ritardo, di contro all'ossessiva puntualità dell'iperprofessionale e molto britannico Olivier. Ma soprattutto si trovò a trascorrere un'inaspettata settimana "in fuga" con Marilyn, attraverso la campagna inglese: proprio lui, il più giovane e inesperto delle tante persone che la attorniavano sul set, si era infatti guadagnato la fiducia e l'affetto dell'attrice, diventando il suo confidente, il suo sostegno, il suo alleato. E, immancabilmente, innamorandosene un po'... Nelle pagine di questo diario, dal quale è stato tratto anche il film Marilyn interpretato da Michelle Williams, Clark ci offre un ritratto intimo ed emozionante di una delle donne più desiderate e affascinanti di sempre.