
Benché
lontano dallo stupore del film introduttivo, il secondo capitolo di A
Quiet Place è un sequel senza
sorprese ma comunque all'altezza. Con un tassello in meno, la
famiglia Abbott fugge in punta di piedi dai mostri che tengono in
scacco la civiltà. Questa volta sognano di conoscere i superstiti al
di là del mare. Nel frattempo si imbattono in Cillian Murphy, degna spalla
della mamma coraggio Emily Blunt. Ma ad avere la meglio
sugli adulti sono l'astro nascente Noah Jupe e una coraggiosa
Millicent Simmonds, realmente non udente. La trama? Poco risolutiva, sembra l'episodio centrale di una serie TV. Non
amplia i confini di quel mondo, non propone un finale chiarificatore:
soltanto il flashback in apertura, magnificamente diretto, aggiunge
qualcosa a una tipica storia di corse, nascondigli, sobbalzi. Tutti i
meriti spettano al buon gusto di John Krasinski. Mentre l'esordio era
piccino, più indie e per questo più interessante, questo sembra un
survival alla Spielberg. I dettagli disseminati durante
la visione, insieme alla raffinatezza da Oscar di raccordi visivi e
sonori, ne fanno un seguito non indispensabile ai fini narrativi ma
una gran bella opera seconda. (7)

Tre
famiglie in villeggiatura vengono indirizzate
su una spiaggetta ignota ai più. Ben presto i protagonisti si
imbattono in una scoperta sconcertante: laggiù le cellule
invecchiano rapidamente. La psicosi collettiva è dietro l'angolo,
insieme al pensiero di una macchinazione. Perché sono lì?
Chi li ha radunati? Survival horror dallo spunto singolare, il film
brilla per le atmosfere iniziali alla Christie, un casting
sorprendentemente mirato – soprattutto per trovare rimpiazzi per gli interpreti più giovani – e per un'esagerata
sospensione dell'incredulità. I personaggi si muovono come in un
reality show. E allo stesso modo alternano confessioni a cuore aperto a svolte indicibilmente trash: nemmeno al
Grande Fratello, però,
estrarrebbero un tumore con un coltellino a scatto. Partito sotto i
migliori auspici, l'ultimo Shyamalan mette in scena la vita e la
morte, ma imbarca rovinosamente acqua a causa di uno sviluppo non
sempre all'altezza e di un colpo di scena risibile. Dispiace, perché
la macchina da presa del regista, stordente e vorticosa, è
un meccanismo ben più oleato degli orologi di Old
o della sua sceneggiatura pasticciata. (5,5)

In
fuga dal terzo capitolo di The Conjuring
e atteso al varco con il sequel di Aquaman,
James Wan si è ritagliato uno spazio tra un blockbuster e l'altro
per questo thriller soprannaturale: più piccolo rispetto ai tasselli
delle sue saghe danarose, violentissimo e fieramente vecchio stile.
Per una volta non ci sono sobbalzi, ma sangue a fiumi e colpi di
scena collaudati. Peccato che Annabelle Wallis, non sempre
all'altezza, e comprimari dall'ironia fuori luogo minino
parzialmente al risultato. Può lo sprezzo del ridicolo
rendere un film efficace? Così parrebbe. Sulle note di Where
is my mind, Malignant
prende avvio in un ospedale
psichiatrico. E si sposta poi ai giorni nostri, nella routine di una protagonista al centro di visioni
terrificanti. Un rapporto telepatico la unisce al serial killer di
turno: capelli lunghi, trench, viso mostruoso e mosse da film di arti
marziali. Un po' Dario Argento, un po' Brian De Palma, Malignant
esagera senz'altro con lo splatter, gli effetti speciali e le
assurdità. Ma l'appeal anni Ottanta e la solita regia di Wan, autore
di razza anche alle prese coi peggiori cliché, divertono da
morire. Tra urla insopportabili, piogge perenni, archivi abbandonati
e trofei affilati – con tanto di omaggio al primo
capitolo di Harry Potter.
(7)

Il
titolo mette subito le cose in chiaro. Prendete, perciò, il solito gruppetto variegato.
Aggiungete un incidente. Dal nulla, fate sbucare una casa nel bosco.
L'horror sanguinoso e leggero, immancabile nelle serate con gli amici, è
servito. Ma niente è come sembra. Serve coraggio a dedicarsi al
cinema di genere in Italia. Non troppo implicitamente, Roberto De
Feo ce lo lascia intuire dopo i titoli di coda. Dopo The Nest, il regista torna al genere
e lo omaggia, lo scompone, lo destruttura. Piacevole e divertito, può
contare su un buon cast – la protagonista è Matilda Lutz – e sul
colpo di scena del finale: chiacchierato sul web, per me non è
abbastanza appagante da giustificare le citazioni sparse. Peccato.
Perché c'è una riflessione sul fare cinema che brilla per ironia e
acidità. Ma la sensazione è che oltre i cottage di Evil Dead, le
sirene di Silent Hill, le soffitte di Hereditary, le tavolate di
Midsommar e i fantocci di Wicker Man, De Feo abbia inventato poco.
Quando citerà meno gli altri e più sé stesso, diventerà
bravissimo. Per ora il divertimento è assicurato, ma solo per patiti
del genere. (6,5)

Tre
donne, tre generazioni, una rimpatriata forza. Per prendersi
cura dell’anziana matriarca. Per provvedere a una
casa troppo spaziosa per una persona sola, dove la muffa ha messo
vistose metastasi. È scontro tra mamma e figlia. La prima visita le case di riposo. L’altra, idealista,
vorrebbe trasferirsi per assistere la fragile vecchina. Davanti alle
stranezze crescenti della nonna, però, le decisioni saranno fatali. Le pareti si restringono, si anneriscono. La
casa diventa un labirinto pieno di post-it dall’oblio. Horror
femminile dalle parti di The Babadook, Relic è uno di
quei prodotti festivalieri dalla sensibilità spiccata e dai ritmi
lenti. È colpa dell’Alzheimer o di un’entità oscura? Non vi rovinerò
la sorpresa, ma la presa di coscienza delle protagoniste – insipida
la Mortimer, bravissime Heathcote e Nevin – sarà
dolorosa eppure delicata. Relic parla del decadimento fisico e
mentale. Della senilità, della solitudine, dell’inevitabile. Il
Jep Gambardella di Paolo Sorrentino lo amava, l’odore delle case
dei vecchi. Ma questa volta, in questo film, non c’è niente che
spaventi di più. Il paranormale non ci tocca, perché lontano dalla
norma. Ma quest’orrore è reale. Quest’orrore, presto o tardi,
saremo noi. C’è forse scampo alla vecchiaia? (7,5)

Beth, insegnante
perseguitata dalla tragedia sin dall'adolescenza, ha un ennesimo dolore con cui fare i
conti: il suicidio del marito architetto. In una casa troppo grande
per una donna sola, viene a conoscenza di segreti e stranezze. Perché
Owen era ossessionato da donne identiche a lei? Cosa nasconde, soprattutto, la casa
speculare costruita dall'altra parte del lago? Fatto di lunghi silenzi
infranti, stanze vuote e sguardi smarriti, The Night House ricorda le
atmosfere del recentissimo L'uomo invisibile. Lento e notturno, più
vicino al thriller psicologico che all'horror, finisce per
somigliare un po' alle Verità nascoste. Dramma sull'elaborazione
mascherato da ghost story, si confronta con il tema del doppio;
affascina e confonde, raccontando una storia arcinota attraverso una
prospettiva differente. Ma i risvolti finali sono prevedibili e il maggiore colpo di scena appare liquidato in fretta.
Occasione parzialmente mancata, intrattiene comunque grazie ai misteri delle sue case-labirinto e
alla bravura dell'eccezionale anfitriona: Rebecca Hall, combattuta
tra terrore e nostalgia bruciante. (6,5)