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lunedì 18 marzo 2019

Recensione: Le janare, di Gaetano Lamberti

| Le janare, di Gaetano Lamberti. Il Seme Bianco, € 14,90, pp. 147 |

Dai nonni non ci voglio andare. Quante volte, durante l'adolescenza, lo abbiamo affermato mio fratello e io, scoraggiati all'idea di affrontare due ore di macchina, le bizze del wi-fi e le domande inquisitorie – a chi appartieni, di chi sei figlio – di un paese nell'entroterra casertano dove, nonostante le visite di cortesia appena una volta al mese, cominciavamo a sentirci a disagio. I genitori di mia madre hanno una casa a piani ai piedi di una salita un po' angusta, l'accento strettissimo e una sola camera da letto per gli ospiti: nel letto matrimoniale, finché è durata, ci siamo stretti assieme a mio padre, mentre mamma dormiva nella cameretta di quand'era ragazza. Da bambini, eppure, ci passavamo intere estati. Giocavamo a nascondino lungo i vicoli, non pativamo ancora la schiavitù dei cellulari che non prendono bene, leggevamo all'aperto: aprendo Google Maps, l'altro giorno, ho saputo indicare precisamente i gradini su cui avevo divorato Harry Potter e il calice di fuoco, incurante di che ora si fosse fatta, dei vecchi a passeggio che mi interrompevano ogni tre per due. Ma leggi sempre, non lo sai che non è normale? Sei il nipote di Vincenzo e Luisa, e quello biondo laggiù è il tuo fratellino? Come stanno i vostri genitori? I compaesani ficcavano il naso, spettegolavano, puntavano il dito: contro i miei occhiali spessi e le gambe troppo pesanti, i tratti normanni di Diego, due genitori che in realtà si sarebbero separati soltanto vent'anni dopo. Nonna, burbera, si sollevava a fatica alla finestra e li scacciava tutti: salite sopra, ordinava, perché non le piaceva che chi aveva un'opinione per tutto sparasse sentenze pure verso quei nipoti forestieri – vivevamo ancora in Sicilia –, intaccandone la serenità. In quella casa senza ventilatori né possibilità di refrigerio, le pettegole si tramutavano in mostri: brutte dentro e brutte fuori, specificava nonna, erano janare malfidate.

Ma sei cretino? Chi è che non ha mai sentito raccontare almeno una volta dalle proprie nonne storie terrificanti sulle janare? Le fattucchiere, le figlie del diavolo. Sono vecchie donne, cattive e solitarie. Escono al calar del sole, nude, e si intrufolano nelle case per far del male. Per non farle entrare bisogna mettere, davanti alle porte, una scopa o un sacco pieno di sale. Le janare per entrare devono contare i fili della scopa o i granelli di sale. Se perdono il conto devono ricominciare da capo. Al sorgere del sole sono costrette a fuggire. La luce gli è mortale nemica.

Partivano così racconti fra rotocalco e mito, nei quali la sgarbatezza e il pregiudizio si incarnavano nella figura diabolica di queste streghe partenopee: nude come vermi, i capelli grigi lunghi fino al sedere, facevano dispetti e gettavano fatture sui malcapitati. La notte si intrufolavano dentro per toglierti il respiro: accovacciate sul petto, con i seni penzoloni e le peggiori intenzioni. Il romanzo d'esordio del giovane Gaetano Lamberti – amico di Instagram dei cui gusti ci si fidava a prescindere – è stato un viaggio a senso unico a quelle estati, a quell'età in cui ogni cosa era possibile. Castel di Sopra, borgo fittizio in provincia di Salerno, somiglia moltissimo al paese dei miei nonni (che si chiama, guarda caso, Castel Campagnano): abitanti sparuti, sistemazioni scomode e passeggere, saluti di buona creanza a perfetti sconosciuti, pensionate che sbucciano fave e piselli sedute davanti al tabacchi. Per rispetto, ci si rivolge agli adulti con il voi. E i panni sporchi si lavano rigorosamente in famiglia.

La nonna mi prese il mento e mi alzò la testa, costringendomi a guardarla senza potermi distrarre.
«E tu aprila Martino. Apri la porta alla felicità.»
«Certo che la aprirò, perché non dovrei?».
«Perché è la più difficile da aprire?».

Cosa succede quando tutti sembrano conoscere a menadito le tue sfortune e, per di più, compiacersene? Le tendine si scostano per spiare gesti grandi e piccoli, le corna e gli scongiuri abbondano, in un attimo si è bollati al pari di lebbrosi. Fa più danni la magia nera, infatti, o il bigottismo? A raccontarci dei drammi della sua stirpe è il timido Martino: cresciuto all'oscuro, insieme alla sfacciata sorella Marisa, dei difetti nocivi della superstizione, all'improvviso fa i conti con una casa a soqquadro. Su loro gravano gli effetti del malocchio. Per questo la nonna ha l'affanno, papà è sempre assente, l'irascibile zia Vincenza starnazza al complotto, Vilma è affetta da una deformità non troppo congenita? Si rinvengono cavalli stremati fino alla morte in cortile, la criniera intrecciata da mani di strega. Si portano prosciutti e un caprone al guinzaglio per farsi leggere il futuro da chi di dovere. Sull'uscio, ecco piazzate strategicamente le scope di saggina: un divieto a prova d'invasore. In attesa di avere denaro a sufficienza per avere una casa tutta loro e di fuggire via da lì, dove si dorme accatastati tutti in una stanza, le liti sono insopportabili e, ultima ma non ultima, si è aggiunta infine anche la malasorte, i genitori Sandro e Lulù tentano invano di proteggere l'innocenza del protagonista.

«Non agitarti, resta fermo e se puoi trattieni il respiro».
Strinsi più forte il suo maglione, per fargli capire che stavo ascoltando e recependo tutto.
«Manca poco alle tre».

Non bastano i sacchetti di sale o le spille da balia. Non basta una mano di vernice sulle scritte infamanti. L'alta tensione entra in punta di piedi anche con le scope alle porte, e tira fuori il peggio: gli odi sopiti, i segreti insospettabili, gli amori mai risanati. A metà fra il realismo magico e il giallo, con una struttura teatrale alla Eduardo De Filippo e le inquietudini del Pupi Avati horror, Le Janare si è rivelata una lettura perfino al di sopra delle aspettative. Una faida senza esclusioni di colpi di scena – sul desiderio, sui desideri –, con un finale amarissimo e uno stile senza né guizzi né sbavature, che fa da perfetta cassa di risonanza ai risvolti feroci e ai passaggi più provanti. Gli uomini se ne stanno in silenzio, i bambini si mettono spesso nei guai, le donne intanto fanno e disfano a piacimento. Su una fiaba gotica nata sotto una buona stella, stranamente volteggia una civetta: anche se fuori è pieno giorno, anche se il pendolo in corridoio dovrebbe battere le tre per inaugurare l'ora delle streghe nel cuore della notte. A Castel di Sopra si è condannati ai letti disfatti, a un eterno dormiveglia. Ad avere paura a scoppio ritardato del buio e delle vacanze lì, in zone cieche che altro non sono che la copia carbone del nostro DNA. Per sentirsi piccoli e suggestionabili in 145 pagine appena. Per questo, forse, anche sotto incantesimo.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Pierdavide Carone, Dear Jack – Caramelle