Golden Globe 2017
Miglior film drammatico, Migliore attore non protagonista, Miglior sceneggiatura
Nell'America rurale di McCarthy e Landsdale, due fratelli si ritrovano per parlare di affari di famiglia all'indomani della scomparsa della madre. Disperati, si danno alla vita criminale. Rapina una banca, scappa, sbarazzati dell'auto e ricicla la refurtiva: poi ripeti. Funzionano meglio di una catena di montaggio, gli Howard, nonostante appaiano litigiosi e male in arnese. Sulle loro tracce, un ranger in là con gli anni che dilata e centellina l'inseguimento dei rapinatori, incapace di arrendersi all'immobilismo della pensione imminente. Hell or High Water è un western moderno, asciutto, solido, che usa la lentezza iniziale un po' per approfondire l'amore-odio tra lo scapestrato Tanner e il pensieroso Toby, il cui rapporto è fatto di abbracci lunghi e falsi spintoni, e un po' per indagare le rughe di un vecchio segugio con la battuta e la pistola sempre pronte. Se Jeff Bridges è prevedibilmente in parte, se Ben Foster è bravissimo ma stento ogni volta a riconoscerlo, sorprendono uno scarmigliato Chris Pine – di solito, più bello che ispirato – e la colonna sonora indie-folk, tutt'uno con le corse e le praterie sterminate. Hell or High Water ricorda i Coen, che di per sé non amo; è sceneggiato da Taylor Sheridan, che anche in Sicario mi aveva colpito ma non troppo. Nominatissimo ai Gotham Awards e outsider ai Golden Globe, dotato di medie da capogiro, mi è parso un film buono, ma senza superlativi assoluti: onesto, ma forse non all'altezza delle lodi sperticate. Qualche difetto imprecisato nella sceneggiatura. Qualcuno, invece, nella regia: dirige il sottovalutato David Mackenzie – suoi splendidi film indie come Perfect Sense -, ma il regista, scozzese nel profondo Texas, non si sente del tutto a casa. Gli manca il guizzo, lo stile. Compensano le interpretazioni sentite, le nobili intenzioni, stivali a punta e camicie di flanella, sulla strada tutta curve di un epilogo improrogabile. (6,5)
Miglior film drammatico, Migliore attore non protagonista, Miglior sceneggiatura
Nell'America rurale di McCarthy e Landsdale, due fratelli si ritrovano per parlare di affari di famiglia all'indomani della scomparsa della madre. Disperati, si danno alla vita criminale. Rapina una banca, scappa, sbarazzati dell'auto e ricicla la refurtiva: poi ripeti. Funzionano meglio di una catena di montaggio, gli Howard, nonostante appaiano litigiosi e male in arnese. Sulle loro tracce, un ranger in là con gli anni che dilata e centellina l'inseguimento dei rapinatori, incapace di arrendersi all'immobilismo della pensione imminente. Hell or High Water è un western moderno, asciutto, solido, che usa la lentezza iniziale un po' per approfondire l'amore-odio tra lo scapestrato Tanner e il pensieroso Toby, il cui rapporto è fatto di abbracci lunghi e falsi spintoni, e un po' per indagare le rughe di un vecchio segugio con la battuta e la pistola sempre pronte. Se Jeff Bridges è prevedibilmente in parte, se Ben Foster è bravissimo ma stento ogni volta a riconoscerlo, sorprendono uno scarmigliato Chris Pine – di solito, più bello che ispirato – e la colonna sonora indie-folk, tutt'uno con le corse e le praterie sterminate. Hell or High Water ricorda i Coen, che di per sé non amo; è sceneggiato da Taylor Sheridan, che anche in Sicario mi aveva colpito ma non troppo. Nominatissimo ai Gotham Awards e outsider ai Golden Globe, dotato di medie da capogiro, mi è parso un film buono, ma senza superlativi assoluti: onesto, ma forse non all'altezza delle lodi sperticate. Qualche difetto imprecisato nella sceneggiatura. Qualcuno, invece, nella regia: dirige il sottovalutato David Mackenzie – suoi splendidi film indie come Perfect Sense -, ma il regista, scozzese nel profondo Texas, non si sente del tutto a casa. Gli manca il guizzo, lo stile. Compensano le interpretazioni sentite, le nobili intenzioni, stivali a punta e camicie di flanella, sulla strada tutta curve di un epilogo improrogabile. (6,5)
Miglior film d'animazione
Judy esce indenne dalla scuola di polizia. Contro tutti i pronostici. Delicata e gracilina, non sembrava tagliata per acciuffare criminali, eppure ce l'ha fatta: distintivo appuntato sulla camicia ben stirata, si trasferisce nella grande città. I genitori lontani, una stanzetta cadente e vicini litigiosi. La sveglia suona presto, al mattino, ma lei è sorridente e volenterosa. A riempirla d'amarezza, però, la scoperta che in commissariato nessuno le mostri il rispetto dovuto. Perché è femmina. Perché è un coniglio alle prese con una professione da animali di grossa taglia. Siamo in un film Disney. Siamo, come in Sing, in una realtà alternativa in cui il regno animale vive nei nostri centri abitati, gestisce i nostri luoghi di potere; dell'uomo, lì, non c'è traccia alcuna. Dell'uomo e dell'intolleranza. Vietato mangiarsi a vicenda, rispettando i gradi della catena alimentare; vietata la prepotenza ai danni di cuccioli e pacifici erbivori. Ma tra il dire e il fare, si sa... Zootropolis è uno dei gialli più accattivanti dello scorso anno. La sottovalutata Judy, infatti, fa coppia con un disincantato truffatore – una volpe che, anziché combattere il cliché, l'ha abbracciato in pieno per legittima difesa – per un'indagine sulla sparizione di numerosi mammiferi, protagonisti di ingarbugliati misteri e inspiegabili raptus. Ci sono gli inseguimenti e i colpi di scena, i cenni a Breaking Bad, la scena topica in cui la poliziotta anticonformista viene sollevata dal caso, i testimoni chiave. Il tutto, in un cartone animato che non dimentica i colori e la magia, i lazzi comici – mamma mia quante risate, con la motorizzazione gestita da un branco di bradipi in vena di freddure – e una morale onnicomprensiva. Zootropolis, metafora quanto mai attuale del mobbing e del sessismo, avvince e fa pensare. Agli stereotipi che ci rendono prigionieri, e perciò risulta particolarmente triste la scelta di assegnare il classico accento napoletano a un ladruncolo da poco, nell'edizione nostrana; al fatto che, se come Judy sei graziosa e donna, ieri e oggi, potrebbero dirti che esistono porte che ti sono state precluse. (7,5)
Judy esce indenne dalla scuola di polizia. Contro tutti i pronostici. Delicata e gracilina, non sembrava tagliata per acciuffare criminali, eppure ce l'ha fatta: distintivo appuntato sulla camicia ben stirata, si trasferisce nella grande città. I genitori lontani, una stanzetta cadente e vicini litigiosi. La sveglia suona presto, al mattino, ma lei è sorridente e volenterosa. A riempirla d'amarezza, però, la scoperta che in commissariato nessuno le mostri il rispetto dovuto. Perché è femmina. Perché è un coniglio alle prese con una professione da animali di grossa taglia. Siamo in un film Disney. Siamo, come in Sing, in una realtà alternativa in cui il regno animale vive nei nostri centri abitati, gestisce i nostri luoghi di potere; dell'uomo, lì, non c'è traccia alcuna. Dell'uomo e dell'intolleranza. Vietato mangiarsi a vicenda, rispettando i gradi della catena alimentare; vietata la prepotenza ai danni di cuccioli e pacifici erbivori. Ma tra il dire e il fare, si sa... Zootropolis è uno dei gialli più accattivanti dello scorso anno. La sottovalutata Judy, infatti, fa coppia con un disincantato truffatore – una volpe che, anziché combattere il cliché, l'ha abbracciato in pieno per legittima difesa – per un'indagine sulla sparizione di numerosi mammiferi, protagonisti di ingarbugliati misteri e inspiegabili raptus. Ci sono gli inseguimenti e i colpi di scena, i cenni a Breaking Bad, la scena topica in cui la poliziotta anticonformista viene sollevata dal caso, i testimoni chiave. Il tutto, in un cartone animato che non dimentica i colori e la magia, i lazzi comici – mamma mia quante risate, con la motorizzazione gestita da un branco di bradipi in vena di freddure – e una morale onnicomprensiva. Zootropolis, metafora quanto mai attuale del mobbing e del sessismo, avvince e fa pensare. Agli stereotipi che ci rendono prigionieri, e perciò risulta particolarmente triste la scelta di assegnare il classico accento napoletano a un ladruncolo da poco, nell'edizione nostrana; al fatto che, se come Judy sei graziosa e donna, ieri e oggi, potrebbero dirti che esistono porte che ti sono state precluse. (7,5)
Miglior film d'animazione, Miglior canzone originale
Un impresario non si arrende a dichiarare bancarotta. Tocca reinventarsi per non soccombere alla crisi. Come attirare aristi e avventori, se non con una gara a premi? Peccato che la cifra in palio, modestissima, venga ingigantita dalle bizze di una segretaria poco affidabile. Allora, attirati dal lauto compenso, fanno la fila alla sua porta cantanti e ballerini, pronti a stupirlo con i loro spettacolari cavalli di battaglia. Una mamma a tempo pieno, decisa a scollarsi dal nido; un jazzista che scimmiotta l'inarrivabile Sinatra; una scatenata chitarrista, con un fidanzato traditore e una certa avversione per la musica mainstream; un'adolescente frenata dall'ansia da palcoscenico; un ragazzo che ha il difetto di essere gentile e intonatissimo, in una famiglia dedita al malaffare. Sembra un po' School of rock, un po' Pitch Perfect. E Sing, con l'allegria del primo e la dimensione corale del secondo, è esattamente così. Ma siamo in un mondo popolato esclusivamente da animali, che come noi fischiettano le hit del momento e puntano in alto. Siamo, soprattutto, nell'ultimo cartone dei produttori di Cattivissimo me. Il risultato è un musical irresistibile, moderno e colorato, con la colonna sonora più orecchiabile dell'anno scorso – senza dimenticarsi, però, di Sing Street e The Get Down –, doppiatori d'eccezione e bizzarri personaggi che si cimentano con brani che legano le generazioni. Le canzoni, tiriamo pure un sospiro di sollievo, non sono state adattate in italiano. E l'animazione aggiunge groove e guizzi, anziché togliere. Rendendo la solita ma irrinunciabile commedia musicale qualcosa di diverso, con autentici animali da palcoscenico - sorprendono, a tal proposito, le doti vocali del promettente Taron Egerton e della Johansson – e fragorosi acuti, che fan venire giù il teatro. (7)
Un impresario non si arrende a dichiarare bancarotta. Tocca reinventarsi per non soccombere alla crisi. Come attirare aristi e avventori, se non con una gara a premi? Peccato che la cifra in palio, modestissima, venga ingigantita dalle bizze di una segretaria poco affidabile. Allora, attirati dal lauto compenso, fanno la fila alla sua porta cantanti e ballerini, pronti a stupirlo con i loro spettacolari cavalli di battaglia. Una mamma a tempo pieno, decisa a scollarsi dal nido; un jazzista che scimmiotta l'inarrivabile Sinatra; una scatenata chitarrista, con un fidanzato traditore e una certa avversione per la musica mainstream; un'adolescente frenata dall'ansia da palcoscenico; un ragazzo che ha il difetto di essere gentile e intonatissimo, in una famiglia dedita al malaffare. Sembra un po' School of rock, un po' Pitch Perfect. E Sing, con l'allegria del primo e la dimensione corale del secondo, è esattamente così. Ma siamo in un mondo popolato esclusivamente da animali, che come noi fischiettano le hit del momento e puntano in alto. Siamo, soprattutto, nell'ultimo cartone dei produttori di Cattivissimo me. Il risultato è un musical irresistibile, moderno e colorato, con la colonna sonora più orecchiabile dell'anno scorso – senza dimenticarsi, però, di Sing Street e The Get Down –, doppiatori d'eccezione e bizzarri personaggi che si cimentano con brani che legano le generazioni. Le canzoni, tiriamo pure un sospiro di sollievo, non sono state adattate in italiano. E l'animazione aggiunge groove e guizzi, anziché togliere. Rendendo la solita ma irrinunciabile commedia musicale qualcosa di diverso, con autentici animali da palcoscenico - sorprendono, a tal proposito, le doti vocali del promettente Taron Egerton e della Johansson – e fragorosi acuti, che fan venire giù il teatro. (7)
Miglior film d'animazione, Miglior canzone originale
Moana – ribattezzata infelicemente Vaiana, per paura che i nostri infanti, googlandola, si imbattassero nelle grazie della più famosa Pozzi – è un'isolana ribelle con un rapporto d'eccezione con l'acqua. Purtroppo c'è un'antica maledizione a tarparle le ali e sgonfiarle le vele, impedendole la navigazione in alto mare: partita in compagnia di un semidio tatuato e vanesio, l'adolescente dovrà scongiurare la morte della natura e restituire all'oceano il suo cuore sottratto. O una cosa simile. Sarò impopolare, infatti, ma tant'è. Le avventure dell'ennesima eroina femminista dell'ennesimo cartone Disney, immancabile sotto Natale, annoiano più dell'ultimo Terrence Malick. Le canzoni, già di per sé poco orecchiabili, sono state oggetto di un raffazzonato adattamento italiano; l'animazione tenta di coinvolgere i nostalgi come il sottoscritto con strizzate d'occhio a Hercules, ma non riesce, perché bella e senz'anima; il lieto fine, scontatissimo, non arriva abbastanza presto. Ma, a parlarvi, c'è uno che i film d'animazione di solito li evita senza farne un mistero e, qualche anno fa, non si era fatto incantare né dalla poesia troppo infantile di Inside Out, né dalle scopiazzature dell'indigesto Arlo. Il mio personaggio preferito, pensate un po', il galletto strabico che consente qualche raro sorriso qui e lì. Il resto, nel mio caso, se lo portano via le onde e il vento non appena si distoglie lo sguardo. (5)
Moana – ribattezzata infelicemente Vaiana, per paura che i nostri infanti, googlandola, si imbattassero nelle grazie della più famosa Pozzi – è un'isolana ribelle con un rapporto d'eccezione con l'acqua. Purtroppo c'è un'antica maledizione a tarparle le ali e sgonfiarle le vele, impedendole la navigazione in alto mare: partita in compagnia di un semidio tatuato e vanesio, l'adolescente dovrà scongiurare la morte della natura e restituire all'oceano il suo cuore sottratto. O una cosa simile. Sarò impopolare, infatti, ma tant'è. Le avventure dell'ennesima eroina femminista dell'ennesimo cartone Disney, immancabile sotto Natale, annoiano più dell'ultimo Terrence Malick. Le canzoni, già di per sé poco orecchiabili, sono state oggetto di un raffazzonato adattamento italiano; l'animazione tenta di coinvolgere i nostalgi come il sottoscritto con strizzate d'occhio a Hercules, ma non riesce, perché bella e senz'anima; il lieto fine, scontatissimo, non arriva abbastanza presto. Ma, a parlarvi, c'è uno che i film d'animazione di solito li evita senza farne un mistero e, qualche anno fa, non si era fatto incantare né dalla poesia troppo infantile di Inside Out, né dalle scopiazzature dell'indigesto Arlo. Il mio personaggio preferito, pensate un po', il galletto strabico che consente qualche raro sorriso qui e lì. Il resto, nel mio caso, se lo portano via le onde e il vento non appena si distoglie lo sguardo. (5)



