venerdì 13 giugno 2014

Recensione: Hopeless. Le coincidenze dell'amore, di Colleen Hoover

Buongiorno, amici! Rieccomi, oggi, con la recensione di un altro romanzo finito in settimana. Era sul mio scaffale da un po', ma la trama identica ad altre e alcune recensioni negative mi avevano fatto passare la voglia. Grazie a Miki (qui) e Silvia (qui) mi sono deciso. A loro è piaciuto, ed è piaciuto anche a me. E non solo perché ero stressato, penso, e avevo bisogno di qualcosa di soft. Hopeless – ribatezzato da noi Le coincidenze dell'amore: perché?! - è sicuramente il miglior new adult che mi sia capitato di leggere. Sapete che il genere non è tra i più complessi, quindi non aspettatevi dalla Hoover una complessità tirata fuori dal cilindro. Lei scrive bene, delinea le fattezze di due bei protagonisti, scuote con una parte finale decisa e forte. Mi è bastato. Pienamente soddisfatto. Per questa settimana penso sia tutto. Ho altri due libri da leggere da cima a fondo e, mercoledì, ho l'ennesimo esame. Dài, alla prossima. Buona lettura e buon weekend, M.

E restiamo così, in perfetto silenzio, per quella che sembra un'eternità non abbastanza eterna. 

Titolo: Hopeless – Le coincidenze dell'amore
Autrice: Collen Hoover
Editore: Leggereditore
Numero di pagine: 378
Prezzo: € 12,00
Sinossi: Meglio una verità che lascia senza speranza o continuare a credere nelle bugie? Sky non ha mai provato il vero amore: ogni volta che ha baciato qualcuno, ha solo sentito il desiderio di annullarsi, nessuna emozione, nessuna dolcezza. Ma quando Sky incontra Holder, ne è subito affascinata e spaventata insieme. C'è qualcosa in lui che fa riemergere quello che lei aveva spinto nel profondo della sua anima, il ricordo di un passato doloroso che torna a turbarla. Sebbene sia determinata a starne lontano, il modo in cui Holder riesce a toccare corde del suo cuore, corde che nessuno riesce neppure a sfiorare, fa crollare le difese di Sky. Il loro legame diventa sempre più intenso, ma anche Holder nasconde un segreto, che una volta rivelato cambierà la vita di Sky per sempre. Soltanto affrontando coraggiosamente la verità, senza rinunciare all'amore e alla fiducia che provano l'uno per l'altra, Holder e Sky possono sperare di curare le loro ferite emotive e vivere fino in fondo il loro rapporto.
                                                 La recensione
I libri che non leggo immediatamente hanno una storia tutta loro. Perché sì, ci sono quei romanzi che subito entrano nella mia libreria, ma poi restano lì, a prendere polvere, mentre io aspetto chissà cosa. Un segno, una punta d'ispirazione, una parola buona. Questo il destino di Le coincidenze dell'amore. Arrivato per posta questo inverno, è stato liberato dal suo plico, sfogliato di sfuggita, imprigionato tra due volumi, come al centro di un sandwich di piume di carta. Il suo dorso azzurro, semplicissimo, non mi chiamava. C'erano state recensioni piene d'entusiasmo, all'inizio; poi erano arrivate quelle negative. La stessa cosa era successa l'estate precedente, con Tutto ciò che sappiamo dell'amore, altro romanzo di Colleen Hoover. C'era chi ne parlava benissimo, chi ne parlava malissimo. Visto che non era nemmeno il mio genere, perché leggerlo e stroncarlo così, gratuitamente? Tanto, non aveva fatto impazzire, spesso, nemmeno chi di new adult vivrebbe. Figuriamoci quali speranze avevo io, che il new adult lo leggo, ma quando ho bisogno di rilassarmi; che il new adult lo leggo, eppure continua ad avere sfumature che mi sfuggono. Non ne afferravo il senso. Afferravo. All'imperfetto...? La Glines ci aveva sommersi, infatti, di volgarità; la McGuire aveva firmato una storia alquanto innocua, ma riciclata fino allo sfinimento e allo stremo delle forze; la McGarry – a modo, educata come poche – sapeva abilmente intrattenere con protagonisti che, non andando mai oltre i limitivi, piacevano proprio per la loro purezza incontaminata. Questi ho letto. Alcuni imbarazzanti, altri carini ma senza grinta. Abbonati a quelle tre stelle che tanto odio e che, ultimamente, mi trovo a distribuire più di quanto voglia. Ho ripescato Le coincidenze dell'amore dal mucchio, in cerca di qualcosa di leggero. Infradito ai piedi, la scrivania piena dei libri della mia cara sessione estiva, un gelato dopo cena, una storia rilassante sul bordo del letto. La stessa routine, gli stessi gesti, la stessa pace in formato tascabile. A me basta poco. Con me, funziona. I personaggi della Hoover, con le loro storie appassionanti, mi hanno fatto compagnia nei miei frenetici giorni di ripasso, in vista del primo esame di giugno. La sera prima leggevo di loro ed ero meno preoccupato del solito. Ho spento la luce. Sono andato a dormire che sorridevo ancora, per qualche battuta particolarmente riuscita; per la spigliatezza del tutto. L'esame, il lunedì successivo, è andato bene. Buon segno. A me Hopeless è piaciuto, in effetti. Chiamiamolo così, con il titolo originale. “Hope”, parola bellissima, spezzata da un suffisso che indica un'assenza. Una mancanza brutta. E' un titolo che ha senso, che trova un significativo e toccante perché come in quel film pieno di tatuaggi e sofferenze che si chiama Alabama Monroe. Nell'ultima sequenza, la macchina da presa inquadrava quelle due parole: una scritta d'inchiostro sul petto che aveva un messaggio che faceva salire i brividi a fior di pelle. Nel romanzo, l'inchiostro macchia il braccio del protagonista come un memento incancellabile, invece. Non lo sappiamo ancora, ma gli ricorda quello che ha perduto e le persone che ha deluso. Quella della Hoover è la delicata e forte storia del ragazzo senza speranza e della ragazza senza cuore: Holder e Sky. Due ragazzi atipici, due protagonisti intensi, che hanno troppi particolari, troppi dettagli, per risultare piatti. La storia sembrerebbe la stessa. Ma è la stessa. A lungo, non mi ha attirato proprio per quello. La ragazza che non sa lasciarsi andare, il bad boy che le insegna ad amare e ad essere amata. Il punto è uno. E' necessario che a raccontarti la storia sia lei, Sky. 
A modo suo. Ha sarcasmo, autoironia, una lingua tagliente. E' una ragazza diversissima da quella che immaginavo. Una contraddizione che accetti e comprendi: lei è così. Bacia tutti, ma non fa l'amore con nessuno. Ha tutta una schiera di ragazzi che, pur vantandosi del contrario, non le hanno mai infilato una mano sotto la T-Shirt e non l'hanno mai portata a letto, nelle loro stanze piene di poster di giocatori di pallone e calzini sporchi. Ha la fama di “quella facile”. Le ragazze della sua scuola le danno della poco di buono, le lasciano commenti volgari sui post-it, la bersagliano con nomignoli osceni. Anziché mostrarsi patetica, lei è orgogliosa della sua diversità. E ride. Della loro mancanza di fantasia, della loro sintassi da prima elementare, delle idiozie da oche giulive che sparano a mensa. Non importano le voci di corridoio. Dei baci ama il senso di annullamento totale e le cucchiaiate di gelato al cioccolato che vengono dopo, quando la sua amica Six fa capolino della finestra della sua stanzetta, come in una puntata di Dawson's Creek. Si scambiano confidenze, sghignazzano, si prendono per i fondelli perchè Sky, probabilmente, non sa neanche cosa sia, Dawson's Creek. Lei vive fuori dal mondo. Non ha la televisione, il computer, il cellulare. Vive in pieno 2012, ha quasi diciotto anni, una mamma vegana nonchè nemica giurata della tecnologia. Sa di essere stata adottata, ma non ne fa un dramma. Al posto di dare feste, “quando i gatti non ci sono”, lei inforna biscotti in quantità industriale. Sono due le tipologie di star femminili nel mondo del new adult: le ragazze sveglie e quelle che dormono; quelle provocanti e seducenti e quelle noiose che si scoprono bellissime nel corso di un'estate. Stupisce il vedere Sky al di fuori di queste categorie standard. Lei non è né l'una, né l'altra cosa. Lei è l'una e l'altra cosa insieme. E' difettosa e speciale. Fatta a modo suo. Durante il primo giorno di scuola, perde la sua migliore amica – che vola dall'altra parte del mondo - e incontra il suo nuovo migliore amico, che è mormone, ma inizia a fare quello che gli pare "la mattina in cui si sveglia gay". 
Trova Dean Holder, e qualcuno con cui correre. Il solito ragazzo da romanzo sentimentale: bello, allergico alle magliette, con una fama losca. La differenza sta nel fatto che si divertono come matti loro. Come bambini piccoli. Si punzecchiano, si piacciono e si tentano, si impongono di non darsi nemmeno un bacio se l'amore non verrà. La ragazza senza cuore inizia a sentire. Sente le farfalle nello stomaco sfarfallare, come fossero i sintomi di un temibile virus intestinale. Sviene letteralmente ai piedi di lui, cade sul sedere e si fa portare sulla soglia di casa in braccio, come una sposa imbranata. Si danno baci in tutte le posizioni possibili, giocano al gioco delle prime volte. Quella protagonista – che odia i regali e le persone che piangono, conta le stelle a voce alta e fa brutti sogni – ama e ricorda. La prima parte la divori e ridi di gusto. Ha una leggerezza che ti rende leggero. Un caratterino niente male, una malizia per nulla volgare. Ma Holder a due facce, Sky ha due storie, Hopeless ha due volti. La prima metà ha i colori della speranza e della positività che porta: un giallo sole carico, l'effervescenza di un bagno al mare. La seconda scuce i fili che tengono chiuse le ferite, dischiude le porte del passato. Abbassa maniglie che non vorresti si abbassassero. Assenza, mancanza. Il dramma irrompe e non dà fastidio. I toni brillanti delle prime centocinquanta pagine si fanno malinconici e tristi, ma senza forzature. Il mio essere cinico odia cose simili: sono allergico al melò. Eppure l'intreccio cambia, le rivelazioni e gli strilli aumentano e io non penso a una chiassosa "tragedia napoletana". Elementi così diversi stanno sorprendentemente bene. Nella stessa storia, sullo stesso braccio. I temi diventano scomodi e qualche brivido – di negazione, di disgusto, di passione – ti scuote. L'umanità è perversa, la perdita della verginità è un cancellino magico per spazzare via l'odio, una doccia insieme è un modo per piangere e confondere la lacrime con l'acqua, guardarsi nudi negli occhi nudi, lavarsi via il sangue dai capelli. Alcune frasi sono retoriche. Belle, ma da romanzo. Irrealistiche. Ti concentri sul fatto che siano belle e la sincerità di alcune scelte elimina l'insincerità di altre, generalmente. Nel suo genere imperfetto, Le coincidenze dell'amore è un romanzo imperfetto, pienissimo e carico. Convincente e coinvolgente. Studiato, ma la cosa per me non è un difetto. Assolutamente. I capitoli sono costruiti secondo un piano, la storia sa dove partire e sa dove finire. E l'autrice stessa è una che sa: come colpire, come dire le solite cose in modo insolito. Il segreto è l'emozione. Lei emoziona, nel suo piccolo, in tutti i sensi possibili. Sorridi e leggi di Sky che riceve in regalo un e-reader e lo scambia per una strana tv, o di lei che – al mercatino delle pulci – mette le mani su due saliere a forma di intestino tenue e crasso. Ridi e leggi ancora di lei, alle prese - questa volta - con gli Sms e con quella strana cosa che sono le abbreviazioni (Lol? Cosa diavolo vorrebbe dire? Litighiamo o limoniamo?”). Ti intenerisci e la vedi con Holder guardare le stelle, stesa a terra, e con i mignoli intrecciati stretti. Tra amore e possesso, affetto e desiderio, i protagonisti sono due adolescenti che tentano di capire chi sono e che cosa provano l'uno per l'altra. Si vivono, prima di amarsi. Io li ho vissuti.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Maroon 5 – She Will Be Loved


giovedì 12 giugno 2014

Pillole di recensioni #2: L'uomo di marmo (Ghezzi), Amiche per la pelle (Pike)

Ciao a tutti, amici! Come state? Come vi avevo anticipato, sono stato preso dai primi esami della sessione estiva. Tutto bene, per il momento: Storia della lingua italiana lunedì, un esamino scritto di spagnolo mercoledì. Per mercoledì prossimo – mancano sei giorni; mancano sei giorni! - conto di prepararne un altro. Poi se ne riparla a metà luglio. Siamo fiduciosi, dài. Colgo l'opportunità, finché mi è possibile, di parlarvi delle mie ultime letture e chiamo in soccorso la rubrica, rubacchiata a Il piacere della lettura, Pillole di recensioni. Le “pillole” di oggi sono di due romanzi brevi, che mi hanno tenuto occupato un pomeriggio ciascuno: il romanzo d'esordio di un'autrice italiana – grazie, Miriam! - e il mio primo Cristopher Pike. Mentre il primo è stato una piacevole lettura, il secondo mi ha deluso e infastidito, personalmente. Non sono riuscito a farmelo piacere proprio. In un paio di giorni, inoltre, ho letto Hopeless – Le coincidenze dell'amore. Vi parlerò della bruttezza immane del titolo italiano e delle mie impressioni, che sono molto positive, un'altra volta. Mi faccio forza. Ho tanti post da proporvi e tanti bei libri da smaltire. Ma quanto sono bravo: niente recensioni in arretrato. Taaanto bravo. Attendo i vostri commenti. Un bacione, M.

Titolo: L'uomo di marmo – Non dite che l'arte è senza cuore
Autrice: Miriam Ghezzi
Editore: Book Salad
Numero di pagine: 140
Prezzo: € 14,00
Il mio voto: ★★★
La mia recensione: Se fuori impazza la crisi, perché non portare avanti l'attività di famiglia? Il papà di Vera faceva il ladro e lei, ladra con il pallino per l'arte, ruba ai ricchi per dare ai più ricchi. Ma il colpo perfetto ha un intoppo. Vera si porta a casa il David di Michelangelo, che scende dal suo piedistallo, si alza sulle sue stesse gambe e va via con lei. E' un bambino di dieci anni, con il corpo di un adulto, i ricci di bronzo, i bicipiti di un divo olimpico. Ha le mani troppo grandi, gli occhi fissi, una bocca, ritagliata col martello, che ha imparato l'italiano prima dalle parole dei turisti, poi dai cartoni animati. Vera lo vede nudo e la sua nudità è quella di un bambino che abbandona il costume e va a giocare a riva. Metodica e autosufficiente, la protagonista impara a fargli da mamma. A farsi amare da zero. Che carina che è la storia di L'uomo di marmo. Il romanzo di Miriam Ghezzi è un bel calco in gesso a cui mancava ancora una passata di colore: candido e sereno, ma frettoloso. Gli stacchi, un po' bruschi, lo rendono più vicino ad un racconto che a qualcosa di più completo. L'autrice glissa sui dettagli più divertenti al servizio di una narrazione da fiaba: sarebbe stato spassoso, invece, saperne di più sugli sforzi del David che impara a lavarsi i denti, a leggere, a mangiare la “Nutellata” senza sporcarsi. Avrei apprezzato un tono da chick-lit, per creare una convivenza brillante e divertente; da sit-com americana. Qualche battutina inserita a regola d'arte - chi, nei musei, non fa commenti scemi sulle parti intime delle statue? Figuriamoci se si animassero per incanto. - avrebbe fatto la differenza e reso la protagonista più vivace e briosa. Come il mitico burattino di Collodi, il David di Miriam sogna l'umanità, ascoltanto una canzone di Bennato. L'epilogo - grazioso - non è banale per nulla. Il libro di questa giovane autrice è dunque ben scritto – tra i pochi difetti, un uso del corsivo talvolta improprio - ed costituito da episodi brevi e puliti. Privi di furbizia, garbati. "Si può benissimo amare chi non ha un cuore. Il problema è che non se ne può essere riamati." Sarà vero? Leggetelo, per scoprire l'amore puro di questo strano uomo, nato da mamma Montagna e da papà Buonarroti. Animato da uno scalpello che l'ha reso eterno, e dal tocco di un'adorabile Eva Kent che l'ha reso mortale.

Titolo: Amiche per la pelle
Autore: Cristopher Pike
Editore: Bur
Numero di pagine: 168
Prezzo: € 7,90
Il mio voto: ★★
La mia recensione: Cristopher Pike. Il re degli horror per bambini. Che infanzia ho avuto mai, io che non l'ho letto? L'ho fatto ora, a vent'anni. E ha vent'anni l'edizione su cui, tempo fa, ho messo le mani. Stampato nel millenoventonovantaquattro, mi dice l'ultima pagina. Io non ho avuto intermediari; traghettatori. Ho conosciuto subito Stephen King e Dean Koontz. Mi sarebbe piaciuto il Pike di Amiche per la pelle, da bambino? Adesso, no. Non mi è piaciuto. Mentre mi diverto da matti a leggere le avventure ideate per i più piccoli, ho scoperto che gli horror per dodicenni mi sono vagamente indigesti. Almeno, mi è parso indigesto questo: deludentissimo. I piccoli sono lettori esigenti. Intrattenerli con un mistero così banale e sempliciotto mi sembrerebbe irrispettoso verso personcine dannatamente in gamba. Piccola parentesi: quale bambino non sa che per spegnere la maglietta in fiamme di un coetaneo, tra le cose da fare, non è contemplata questa voce: Gettaci sopra del liquore iper-alcolico? Chiusa parentesi. Dunque... Pike firmava il suo primo thriller per ragazzi nel 1985. A trent'anni di distanza, risulta francamente prevedibile e gratuito. Trash. Nonostante la descrizione dell'adolescenza sia spesso interessante, l'elemento giallo stenta a reggersi, prima colorandosi di paranormale, poi sfociando in un epilogo tutto rose e fiori. Troppo. Ai classici elementi del gotico – tavole ouija, possessioni, incendi misteriosi – si aggiungono i toni cinici di una commedia nera. Il panorama è quello bianco e soffocante di La cosa, la vena pazza è di Schegge di follia, il sodalizio tra ragazze cattive sarà simile in Giovani Streghe. Senza Amiche per la pelle, le Pretty Little Liars non esisterebbero. Mangiano tutte a scrocco alla tavola di Pike, la cui prosa, qui, non fa scintille. Colpa e merito suo se il serial della Abc ha vita propria! Prima delle adolescenti sotto lo schiaffo di A, già Lara, Dana, Rachel e Celeste erano giovani, carine, bugiarde. Bellissime. E altrettanto sciocche. Ha fatto storia, il romanzo. Ha dettato moda. Eppure, tagliente, cinico, realistico, adesso non fa più l'effetto di un tempo. Ma sono certo di aver scelto io il Pike sbagliato.

domenica 8 giugno 2014

Coming This Fall #8

Ciao a tutti amici, come state? Il momento tanto temuto è arrivato: domani, esame. Vi scrivo per un po' del vostro famoso sostegno emotivo e per prendermi un attimo di tregua dai libri. Ho due commenti in programma per Pillole di recensioni, ma oggi non mi andava. Proprio no. Vi propongo, così, per la rubrica Coming This Fall, una carrellata succulenta di prossime uscite. In realtà, il post non era previsto. Poi ho scovato la copertina italiana del nuovo libro di Robert Galbraith (ossia, J.K Rowling) e in tutta fretta ho organizzato i titoli da mostrarvi. Ebbene sì. Il baco da seta ha un titolo italiano, una copertina, una data d'uscita: e io non vedo l'ora! Sempre parlando di gialli e storie del mistero, in uscita per la Garzanti So dove sei e Il libro delle verità nascoste, e – per la Multiplayerl'horror paranormale 14. Un ennesimo distopico dalla Sperling, la nuova trilogia dell'autrice di Starcrossed in casa Giunti, un'altra emozionante storia firmata dall'instancabile e intensa Jodi Picoult, l'atteso ritorno dell'ottima Sara Rattaro. Nella parte finale, un piccolo spazio dedicato alle ristampe e alle edizioni economiche. Lo sapete, ma io lo ribadisco: John Green torna in libreria. Gli introvabili Città di carta e Teorema Catherine saranno decisamente miei. La Mondadori, invece, ci vizia con dei tascabili dal prezzo ottimo: tanti thriller, la saga di Percy Jackson e altri romanzi che vegetano nella mia lista dei desideri da secoli. Io scappo, e vi lascio con questi titoli sparpagliati. Spero che qualcosa vi attiri. A me attira tutto, o quasi. Tenete le dita incrociate per domani. Vi farò sapere l'esito. Un abbraccio e buona domenica, M.

Titolo: Il baco da seta
Autore: Robert Galbraith
Numero di pagine: 560
Data di pubblicazione: 9 Ottobre 2014
Casa editrice: Salani
Sinossi: Quando lo scrittore Owen Quine scompare, sua moglie assume l'investigatore privato Cormoran Strike. Sulle prime crede che suo marito se ne sia andato per qualche giorno di sua volontà, come ha già fatto in passato, e vuole che Strike lo ritrovi e lo riporti a casa. Ma con il procedere dell'indagine di Strike appare chiaro che dietro la scomparsa di Quine c'è molto più di quanto sua moglie sospetti. Lo scrittore ha appena terminato un manoscritto pieno di ritratti al vetriolo di quasi tutte le persone che conosce.Se fosse pubblicato, il libro rovinerebbe molte vite: perciò sono in tanti a voler zittire lo scrittore. E quando Quine viene ritrovato morto, brutalmente assassinato in circostanze bizzarre, Strike si trova in una corsa contro il tempo per capire il movente di un assassino spietato, diverso da tutti quelli che ha incontrato finora... Appassionante e ricco di colpi di scena, Il baco da seta è il secondo romanzo della serie che ha per protagonisti Cormoran Strike e la sua assistente, la giovane e determinata Robin Ellacott.

Titolo: Attraverso il fuoco
Autrice: Josephine Angelini
Numero di pagine: 464
Prezzo: € 16,50
Casa editrice: Giunti Y
Data di pubblicazione: Settembre 2014
Sinossi: Tristemente nota per la sanguinosa caccia alle streghe del 1692, Salem oggi è una tranquilla cittadina come tante. O almeno così sembra... Lily è una diciassettenne dai capelli rosso fuoco, tormentata da terribili crisi allergiche e accessi di febbre, che le impediscono di vivere spensieratamente. Un giorno, all'improvviso, viene risucchiata in un mondo parallelo, dominato da streghe spietate, ritrovandosi faccia a faccia con il suo perfido alter ego, Lilian. Ad aiutare Lily nella scoperta della sua vera natura sarà l'affascinante Rowan, che però non sembra fidarsi di lei, vista la forte somiglianza con la potentissima gemella. Ma quando l'attrazione fra i due diventa innegabile, a complicare le cose arriva Tristan, che la ragazza aveva baciato intensamente nel mondo reale. Riuscirà Lily a sconfiggere le forze del male visto che la sua acerrima nemica è proprio... lei stessa?

Titolo: The Young World
Autore: Chris Weitz
Numero di pagine: 256
Prezzo: € 15,90
Casa editrice: Sperling & Kupfer
Data di pubblicazione: Agosto 2014
Sinossi: Un misterioso virus ha decimato la popolazione di tutto il mondo, risparmiando gli adolescenti. Rimasti soli in un mondo fuori dal loro controllo e che non sanno governare, i giovani sopravvissuti devono imparare a farsi strada in una realtà sempre più ostile e si organizzano in bande. New York è ormai una città fantasma e la violenza regna sovrana. A Washington square, il giovane Jeff è riuscito a ricostruirsi una vita, seppur precaria, insieme al fratello maggiore Wash e a Donna, la ragazza di cui è segretamente innamorato. Quando, raggiunti i diciotto anni, Wash viene colpito dal virus e muore, Jeff decide di avventurarsi nella città insieme ai suoi amici, alla ricerca di una soluzione per salvare l'umanità...

Titolo: So dove sei
Autrice: Claire Kendal
Numero di pagine: 380
Prezzo: € 16,40
Data di pubblicazione: 18 Settembre 2014
Sinossi: Clarissa lo sa. Nulla, dopo quella notte che non ricorda, è più come prima. Quando ha accettato di uscire a cena con Rafe, un collega dell'università, l'ha fatto un po' per cortesia, un po' per svagarsi. Mai avrebbe immaginato che quelle poche ore potessero stravolgere la sua esistenza. Ma da allora qualcosa nel comportamento dell'uomo è cambiato. L'affetto si è trasformato in disperato bisogno. L'unica via d'uscita arriva dalla convocazione a far parte della giuria di un processo. Clarissa deve isolarsi dal mondo esterno, rendersi irreperibile, negarsi a ogni contatto. Ma Rafe riesce a raggiungerla anche lì. E quando il caso che sta giudicando comincia a mostrare più di una somiglianza con quanto sta vivendo in prima persona, Clarissa si rende conto che se vuole liberarsi dalla paura deve controbattere colpo su colpo. Capisce che in gioco c'è molto più della sua libertà. Fino alle estreme, imprevedibili conseguenze.

Titolo: Il libro delle verità nascoste
Autrice: Amy G. Hansen
Numero di pagine: 300
Casa editrice: Garzanti
Data di pubblicazione: Settembre 2014
Sinossi: Ruby vuole solo dimenticare. Vuole solo cancellare l'ultimo anno al college di Tarble e nascondere nel profondo quel segreto che non ha confessato a nessuno. Eppure quando crede che il peggio sia alle spalle si ritrova tra le mani il libro da cui tutto è cominciato. Il libro che custodisce le ombre del suo passato. È all'interno di una valigia. Non è sua, appartiene a Beth, una compagna di college che da pochi giorni è scomparsa. Ruby non poteva immaginare che "Una stanza tutta per sé" di Virginia Woolf riuscisse ancora a toccare le note più recondite della sua anima. A riportarla faccia a faccia con le sue paure. Ma lei è l'unica a conoscere il fascino oscuro di quel libro. Tra le sue pagine ha visto crescere un'ossessione per le scrittrici suicide, donne fragili che si sono abbandonate al gesto più estremo. Un'ossessione che giorno dopo giorno l'ha avvicinata sempre più a Mark, il suo professore di letteratura. Eppure Ruby non può lasciare che quest'incubo si impadronisca di nuovo di lei. Proprio ora che Beth è sparita. Deve cercarla. La ragazza sa che c'è solo un luogo che racchiude tutte le risposte. L'ultimo posto in cui vorrebbe tornare: il college di Tarble. Lì dove ha imparato che ciò che conta è essere i migliori, a qualunque prezzo. Lì dove misteriosi suicidi le parlano di un destino a cui è difficile sfuggire. Lì dove, nel silenzio degli antichi e bui corridoi, ogni traccia riconduce a quel libro su cui c'è ancora molto da svelare. Perché dietro un animo fragile può celarsi...

Titolo: Intenso come un ricordo
Autrice: Jodi Picoult
Numero di pagine: 500
Editore: Corbaccio
Prezzo: € 16,40
Data di pubblicazione: 10 Luglio 2014
Sinossi: Sage Singer fa la fornaia ed è una ragazza solitaria, finché non stringe amicizia con un vecchio signore, Josef Weber. Insegnante in pensione, di origine tedesca, Weber è benvoluto da tutti nella piccolo comunità in cui vive. Ma un giorno, contando sul rapporto di stima e affetto che li lega, Weber chiede a Sage un favore molto particolare: vuole che Sage lo uccida. Scioccata, confusa, la ragazza si rifiuta ma non può rifiutarsi di ascoltare la confessione dell'anziano amico. Weber è stato nelle SS ed era fra le guardie di Auschwitz. E la nonna di Sage è una sopravvissuta ai campi di sterminio... Come si può reagire quando si capisce che la persona che si ha di fronte incarna il male assoluto? È possibile cancellare un passato criminoso con un comportamento irreprensibile? Si ha il diritto di offrire perdono anche se non si è la vittima diretta di un'ingiustizia? E... qualora Sage accogliesse la richiesta di Weber, si tratterebbe di vendetta o di giustizia?

Titolo: 14
Autore: Peter Clines
Editore: Multiplayer Edizioni
Prezzo: € 17,90
Data di pubblicazione: Ottobre 2014
Sinossi: Porte chiuse con il lucchetto. Strani lampadari. Scarafaggi mutanti. C’è qualcosa di strano nel nuovo appartamento di Nate. Certo, lui ha altre cose per la testa. Odia il suo lavoro, e il suo conto in banca è in rosso. Non ha nessuna ragazza, né piani per il futuro. La sua nuova casa potrà quindi non essere perfetta, ma è comunque vivibile; l’affitto è basso, i proprietari amichevoli, e quegli strani piccoli misteri non lo infastidiscono più di tanto. Almeno, non fino a quando non incontra Mandy, la sua vicina di pianerottolo, e nota qualcosa di insolito nel suo appartamento. E nell’appartamento di Xela. E in quello di Tim. E di Veek. Perché ogni stanza in questa vecchia Los Angeles nasconde dei misteri, misteri più vecchi di cent’anni. Alcuni fanno bella mostra di sé, altri restano nascosti dietro porte ben chiuse. Ma tutti insieme potrebbero segnare la fine di Nate e dei suoi amici. O la fine di tutto…

Titolo: Niente è come te
Autrice: Sara Rattaro
Data di pubblicazione: Settembre 2014
Prezzo: € 14,90
Casa editrice: Garzanti
Sinossi: Francesco e Margherita non si vedono da dieci anni. Hanno vissuto in paesi con lingue e cultura diverse. E se Francesco non ha mai smesso di pensarla ed aspettarla, per Margherita lui è solo uno dei tanti. Ma Francesco e Margherita sono padre e figlia destinati a stare lontani per motivi inspiegabili ma concreti, e burocrazie interminabili. Finchè un giorno tutto cambia e a Francesco viene restituito il diritto di fare il padre di quella che la vita ha trasformato in un'adolescente convinta di essere sbagliata. In un dialogo sussurrato e testardo padre e figlia cercheranno di riconoscersi. Ma la vita può riservare strane prove ad una ragazzina confusa da un passato troppo complicato da aggiustare. E se l'unica cosa di cui ti fidi è il suono del tuo vecchio violino allora tutto è destinato ad essere difficile: innamorarsi, sorridere e soprattutto difendersi. Riuscirà Francesco a non perdere Margherita per la seconda volta? Riuscirà l'amore di Enrica a dimostrare che una famiglia lo si è anche senza legami di sangue?

                  John Green e la sua nuova veste grafica
Alcuni dei tascabili Mondadori
Nella collana, anche Alex e Il piacere degli uomini.

giovedì 5 giugno 2014

Del nuovo header e di un po' di telefilm: Reign, Flowers in the Attic (e Petals on the Wind), Mom, The Crazy Ones

Buongiorno amici! Notate qualcosa di diverso, per caso? Ieri ho dato una bella rinfrescata alla grafica. Dopo due anni e mezzo, ho voluto cambiare un po'. Io odio i cambiamenti, non mi ci abituo, quindi ho aspettato il giusto per trovare un'idea che mi piacesse. L'header, come vedete, è semplicissimo, ma mi appartiene. Volevo qualcosa di personale: ci sono Her, Big Fish, 500 Giorni insieme, Lego House, puzzle di me. Ammetto di andarne piuttosto fiero, quindi spero piaccia anche a voi. Oggi, con l'esame praticamente dietro l'angolo, vi propongo un nuovo appuntamento di I Love Telefilm, e penso proprio che ci sentiremo direttamente la prossima settimana. Vi parlo di Reign, previsto a breve nei pomeriggi estivi di Rai Due; delle sit-com Mom e The Crazy Ones; di Flowers in the Attic e Petals on the Wind, due film per la tv targati Lifetime che, in Mr Ciak, mi sarebbero sembrati fuori luogo. Pregate per me, e buona visione. Un abbraccio. 

Reign
I Stagione
Io ho un odio inconscio, e mica tanto inconscio, per la storia. Raramente leggo romanzi storici, raramente guardo film storici, e mai sono alle prese con serie TV in costume che non siano i bikini di Baywatch. Reign, eppure, l'ho visto. Reign che è tutto, fuorché una fiction storica. Un teen dramma leggero, divertente, pieno di licenze pseudo-poetiche, all'epoca di Elisabetta I e alla corte di Francia. C'è il marchio The CW. Ciò significa che sono tutti belli come dei, ricchi, famosi e che il trash galoppante è nascosto, tra riccioli perfetti, sottane d'alta sartoria, maschere di madreperla. Nel regno in cui si balla sulle note dei Bastille, le voci narranti vanno a ritmo dei The Lumineers, l'antichità incontra la novità come in Il destino di un cavaliere. Reign ha una delle sigle più belle messe a punto di recente, cattura anche chi è allergico agli intrighi dinastici, è una parata di sfarzo ed eleganza, con vari sprazzi di mistero. Ha creato fandom dai cui, ovviamente, mi tengo a distanza di sicurezza; fanfiction sui triangoli amorosi; team contrapposti. Un po' alla Twilight, insomma. Il segreto sta nella leggerezza del tutto – anche se non nascondo di essermi annoiato, verso la fine di questa prima stagione: troppi episodi, troppe pause, troppi tempi morti – e in una parata di bellezze. I protagonisti sono Mary Stuart – ché detto in english fa più figo - , fanciulla che tutti vogliono (uccidere, sedurre, sposare) e il Delfino di Francia, Francis. Promessi sposi per motivi politici e per volere dei loro rispettivi Paesi, si vedono e si piacciono. E ti credo. Probabilmente, la vera Mary aveva la barba, ma in questo serial è la bellissima Adelaide Kane: ventiquattro anni, una cascata di capelli scuri, fisico da modella, un accento inglese che fa sciogliere. Anche se il vero Francis, dai dipinti trovati su Google, non era ai livelli di bruttezza di Enrico VIII – che nei Tudors, eppure, era il non proprio brutto Jonathan Rhys Meyers - , di certo non era Toby Regbo: sensibile, efebico, biondissimo. Principe Azzurro in incognito. I due sono alla moda, affiatati e pure bravini. Il terzo incomodo è il figlio bastardo di quell'erotomane pervertito di re Henry II: Sebastian. A far girare la testa ai reali, anche le amiche della futura erede al trono: sveglie, scaltre, con le idee chiarissime. Il loro scopo nella vita è stupire con continui cambi d'abito e accasarsi. A dominare incontrastata, mentre il sovrano fa la bella vita e i figli diventano rivali in amore, la regina Catherine: una carismatica, letale, affascinante Megan Follows. Realizzato discretamente, simpatico, originale, Reign riporta in vita il personaggio di Nostradamus e le paure del paganesimo. Ha una bella colonna sonora, immagini da rivista patinata, costumi regali firmati da Alexander McQueen. Anch'io che sto alle passerelle come Maurizio Costanzo sta agli scaldacollo, ne riconosco l'eleganza. Il telefilm è elegante, ma senza classe. E' malizioso, ma senza volgarità. E' piuttosto coinvolgente, ma senza impegnarsi. A lungo andare, temo che la perenne aria da soap opera potrebbe ucciderlo, però. Si vedrà. (6)

Flowers in the Attic & Petals on the Wind (TV Movies)
Flowers in the attic. Remake dell'omonimo film del 1980 e, soprattutto, trasposizione di un romanzo della dimenticata Virginia C. Andrews: una signora autrice che sua maestà Stephen King ha inserito nella lista degli scrittori che più l'hanno ispirato. Prodotto destinato alla TV, sul puritano Lifetime, si rivela interessantissimo, per le tematiche, la psicologia dei personaggi, la morbosa crudeltà di fondo. Non perfetto, ma macabro, cattivo, freudiano. Mi ha ricordato An American Crime, a tratti. La storia di quattro bellissimi fratelli imprigionati nella soffitta della nonna, come fiori senza sole. La madre che li abbandona, in cerca dell'ennesimo matrimonio di convenienza; la nonna che li punisce con barbari metodi; il mondo che ignora la loro prigionia, mentre il resto della casa si scopre un covo di segreti, lussuria proibita, omicidio impunito. Sono sbagliati i rapporti che nascondo tra quelle mura, ma comprensibili. Hanno un perché che capisci. Cathy e Cristopher, i fratelli maggiori, si scoprono attratti tra loro: fioriscono insieme, sbocciano insieme, scoprono insieme la sessualità e l'amore. Non hanno contatti con l'esterno. Hanno due bambini piccoli da accudire e proteggere, come se fossero figli e loro genitori. Il giocare alla famiglia felice, il mentirsi a vicenda per sentirsi meglio, il ritrovarsi cresciuti e adulti all'improvviso, accende una scintilla nera che, anche se contro natura, ha un senso. L'ho visto, a gennaio, pensando di trovarmi davanti a una pellicola autoconclusiva. A un horror psicologico distrubante e crudele. Validissimo nella sua semplice crudezza, coinvolgente per il suo romanticismo perverso - con una futile, fragile, odiosa Heather Graham e una mostruosa Ellen Burstyn. Poi, quattro mesi dopo, il seguito. Arrivato puntualmente, ma non richiesto. Ambientato dieci anni dopo, vede i protagonisti cresciuti e finalmente liberti. Dalla soffitta, ma non dal passato. Modesto come il primo, ma non altrettanto accattivante: nemmeno lontanamente. Cambiano gli attori e i due bellocci chiamati ad interpretare gli ormai grandi Cathy e Cristopher sono biondi, angelici, aitanti, ma pessimi. Dei mezzi cani. Lui vuole fare il dottore, lei la ballerina. Si dividono, tentano di andare avanti, rinnegando il dramma dell'incesto; il passato. Hanno relazioni fallimentari, si allontanano e si riavvicinano, tornano al punto di partenza. Quella che dovrebbe essere la loro atroce vendetta nei confronti di una mamma cattiva si rivela un bislacco polpettone, inverisimile e paradossale. E io amo il trash, ma Petals on the Wind mi ha messo a dura prova. So che il “troppo” è stato eliminato senza rimpianti: immaginate, allora, cosa debba significare sorbirsi un intreccio simile per intero! La cronaca di un Beautiful nella Casa del Diavolo. Il primo era oro. Questo seconda capitolo, si salva giusto alla fine, quando scendono in campo la Graham e la nostra nonnina preferita. Hanno un carisma innagabile; stessa cosa non si può dire del resto del cast, coinvolto in una o due scene erotiche da bollino verde che, montate in maniera rozza e arrangiata, hanno la stessa sensualità dell'accoppiamento tra triceratopi allo stato brado. Tanto Flowers in the Attic era teso e intenso, tanto Petals on the Wind è comico. Nel primo caso, ho partecipato con trasporto alle vicende. Nel secondo, non ho creduto nemmeno per un attimo a quello che stavo guardando. Diverte per sbaglio. Più inquietante Banderas che parla con la gallina Rosita: sì. Da oggi all'uscita del sequel – perchè i volumi della Andrews sono ben cinque – ne passerà di tempo. Magari mi passerà il fastidio, e magari i giovani protagonisti andranno a scuola di recitazione. (7) (4,5)

Mom
I Stagione
Partiamo dal presupposto che io e Anna Faris ci becchiamo sempre con piacere. Come Emma Stone, lei ha un viso e una mimica che scatenano le risate più fragorose nel sottoscritto. L'ho vista in Scary Movie, La coniglietta di casa, in (S)ex List. Film non proprio grandi, che avevo saputo, però, sottolineare il suo lampante talento comico. Non mi sarei perso una sit-com tutta sua nemmeno per sogno. Mom mi ha creato dilemmi. Odiavo le risate registrate del format (e le odiavo profondamente!), ma adoravo lei. Che fare? L'ho visto tutto, Mom, e dopo un po' alle irritanti risate in studio non ci ho fatto più caso. Gli straordinari tempi comici di lei sottolineavano quello che c'era da sottolineare, facevano sorridere nei momenti giusti. Quasi sempre, cioè. Spesso volgarotto, spesso cinico, racconta la storia di una ex Juno, nonché mamma di una futuro Juno. Figlia, a sua volta, dell'antenata diretta di Teen Mom. A trent'anni, la Faris – madre di due figli avuti da padri diversi – si trova alle prese con una nuova maternità: quella della figlia sedicenne. La storia si ripete. E le famiglie sono fatte per sostenersi. Si sentono nel momento del bisogno. La famiglia del personaggio di Anna è Bonnie, sua madre: la mamma, tipo, peggiore della terra. Una neo-cinquantenne destinata, in nove mesi, a diventare bisnonna, con un curriculum di tutto rispetto: carcere, strip club, droga, alcolisti anonimi. Un imprevisto testa a testa tra la Faris e la collega, una spumeggiante Allison Janney: chi sia più disastrosa, materna e avventata non saprei dirlo. Un finale di stagione non banale. Un ultimo episodio arrivato in ritardissimo, tra pause, festività, appuntamenti rimandati. Mom, tra le sit-com seguite dal sottoscritto, è una delle più carine. Nonché una delle poche non destinate alla cancellazione. Era destino, immagino. (6,5)

The Crazy Ones
I (e ultima) Stagione
Avventure e disavventure di una banda di pazzi pubblicitari newyorkesi: boss poco malefici, stagisti, impiegati, clienti, passanti occasionali, omini delle consegne. The Crazy Ones non è piaciuto. Ha avuto scarso seguito. E' una sit-com il cui destino si è giocato in una stagione soltanto. Un po' mi dispiace, sapete? Non imperdibile, ma divertente. Di ottima compagnia. Da vedere quando ti va, senza impegno. Soprattutto per il cast: affiatatissimo, nuovo, variegato. Un istrionico e camaleontico Robin Williams, una Sarah Michelle Geller che è sempre piacevole rincontrare in giro, tanti cameo di piccole star. Sorpresa autentica, i più giovani della serie. Li ho adorati. Tre personaggi ben scritti, esilaranti, scemi fino al midollo. L'allampanato e capelluto nerd Hamish Linklater e i belli Amanda Setton (Gossip Girl) e James Wolk. Rivederli all'opera con altro mi farebbe tanto piacere. E anche rivedere, magari, una New York racchiusa tra le stesse vetrate; dipinta con gli stessi colori, ravvivata dagli stessi toni da barzelletta al bar. Carino, ma evidentemente non abbastanza. (5,5)

lunedì 2 giugno 2014

Recensione: Vita dopo vita, di Kate Atkinson

Ma come si fa a sentirsi fuori posto nel proprio nido?

Titolo: Vita dopo vita
Autrice: Kate Atkinson
Editore: Nord
Numero di pagine: 530
Prezzo: € 18,60
Data di pubblicazione: 22 Maggio 2014
Sinossi: In una gelida notte di febbraio del 1910, a Londra nasce una bambina. Il cordone ombelicale è stretto intorno al suo collo, e nessuno riesce a salvarla. In una gelida notte di febbraio del 1910, a Londra nasce una bambina. Il cordone ombelicale è stretto intorno al suo collo, ma il medico di famiglia, giunto proprio all'ultimo istante, lo taglia e permette alla piccola di respirare. Inizia così la vita straordinaria di Ursula Todd, una vita che, nel corso degli anni, verrà spezzata più e più volte, mentre l'umanità si avvia inesorabilmente verso la tragedia della guerra. Vita dopo vita, Ursula troverà la forza di cambiare il proprio destino, quello delle persone che incrocerà e quello del mondo intero?
                                                 La recensione
L'amore è questo, pensò Ursula. Ed è con la pratica che lo si rende perfetto.”
Procedere con ordine. Non è cosa facile. Ho la scrivania sommersa di carte, la testa piena di pensieri, un romanzo appena concluso che straripa di post-it. Accatasto quaderni e block notes da una parte, infilo evidenziatori e matite nella tazza sbeccata che uso come portapenne, recupero un po' di voglia di fare tra dispense universitarie consumate e libri che devo leggere, anche se non voglio, ma mi tocca. Faccio una montagnetta di carte sparse, foglietti volanti e volumi che si aspettano che li vada magnanimamente a liberare dalla loro polvere: per il momento, decido che stanno bene lì. Li schiaccio, e in cima al castello metto quel che rimane della mia ultima lettura. Un volume di cinquecento pagine, letto da cima a fondo, che voglio da sempre e mi trascino dietro da un po'. Vita dopo vita. Premiatissimo, amatissimo, pubblicizzatissimo. Kate Atkinson; la sua storia così unica, senza etichette, né generi; un generoso e libero trionfo di superlativi assoluti. Non lo faccio mai. Sono uno che sa aspettare. Invece, qualche settimana fa, con il weekend alle porte e gli sconti, mi sono fatto venticinque minuti a piedi per raggiungere il centro. Treni in arrivo, treni in partenza, io che faccio il biglietto per ritornare a casa il giorno successivo. Io che entro in libreria, ché è di strada, ed esco subito con un romanzo tra le mani. Sono andato alla cassa, deciso, e l'ho preso. D'istinto. Non ho mai abbastanza soldi, appresso, per essere un compratore compulsivo. Ma il romanzo della Atkinson era nella lista della spesa. Un bene di prima necessità, quel giorno, insieme all'acqua naturale. Ci era finito tempo prima, grazie a un articolo su Il Libraio e ad un allettante booktrailer visto in rete: illustrazioni scure, una voce femminile che raccontava il miracolo di mille rinascite, la magia di un vecchio libro pop su YouTube. L'ho iniziato nel momento sbagliato. Con intorno un caos universitario identico a quello di adesso. Posto una foto su Facebook e la didascalia dice “Oggi va così”. Era il primo giorno di lettura. Vita dopo vita si contendeva il mio tempo con la sessione estiva imminente, i paragrafi ripetuti a voce alta, gli evidenziatori che si scaricavano perchè avevano esaurito le loro forze. Quell'Oggi va così era per dire che la letteratura andava avanti pigra, che quella rosa rossa a due teste non mi pungeva ancora, che l'autrice non sapeva catturarmi. Quell'oggi è diventato domani, e così sono passati otto giorni. Otto giorni in cui - in maniera discontinua, è pur vero - è andata “sempre così”. Parto dal presupposto che Vita dopo vita è scritto benissimo. Meglio di gran parte di quello che ho letto quest'anno, meglio di gran parte di quello che leggerò nei sei mesi che restano. Una cura maniacale nella scelta dei termini, scale ascendenti e discendenti di aggettivi inusitati, un linguaggio piacevolmente forbito e, quasi, d'altri tempi. Ma ha, altresì, avverbi interminabili, citazioni che le care note a piè di pagina chiariscono, milioni di frasi poste tra parentesi che, giustificato, mi veniva naturale saltare interamente. Sintomo di una vicenda non avvolgente, ma soffocante. Quella della Atkinson è una storia ampia che dà la claustrofobia - strettissima, senza margini - con personaggi non propriamente amabili: cinici, sentenziosi, sempre diversi e sempre uguali. Non c'è magia, non c'è il trasporto di una voce narrante. Ho scoperto che la protagonista non viveva vite diverse. Moriva per rivevere sempre la stessa, sempre la sua: un'esistenza come la nostra. Comune, ordinaria, monotona, ripetuta ancora e ancora, ma con margini di differenza – a volte – minuscoli. Uno Stoner in loop. Alcuni lati della suo vissuto sono esaltanti, altri esasperanti per il loro algido rigore. La tensione non c'è. Sai che Ursula morirà, aspetti solo di scoprire come. A volte, speri che i capitoli si facciano più snelli, che un'altra morte sopraggiunga, che passi un'altra vita. La Atkinson firma una saga familiare sullo sfondo di due guerre e affascina con una rievocazione realistica dei salotti, i sogni di gloria, gli scandali finanziari e i segretucci dell'alta-borghesia inglese. Hugh: padre affettuoso, uomo dolce e altruista, aperto di cuore e di mente. Sylvie: una madre che stila liste di preferenze tra i suoi cinque figli, antiquata, tradizionalista, sgradevole; vive con l'influenza di un cattivo uso delle prose di Jane Austen e si crogiola a fuoco lento, nel suo “orgoglio e pregiudizio” e in occupazioni prive di “ragione e sentimento”. La frivola Daisy del Grande Gatsby con la sindrome di mezza età. In mezzo a schiere di domestiche, cuoche scorbutiche e aiutanti innamorate, i quattro fratelli – il dispettoso Maurice, l'altruista Pamela, il dolce Teddy, il piccolo Jimmy – e la mitica zia Izzie, moderna e audace. Avventuriera, scrittrice, soubrette, compagna di uno sceneggiatore della nuova Hollywood. E poi, ovviamente, Ursula. La protagonista di un inspiegato miracolo. Arriva a Fox Corner nell'inverno più freddo del mondo, con la neve, le strade congelate, le volpi rintanate nelle loro tane. Consulto l'indice del romanzo, e mi dice che Ursula ha vissuto undici volte il giorno della sua strana nascita. Da bambina, ha come un sesto senso. La compagnia fissa di un senso costante di dèjà vù. Il suo punto di vista di bimba mi appassionava. Tenera, era portavoce dei misteri dell'infanzia. 
Perché i bambini, ogni tanto, dicono veramente cose fuori dal mondo. Ricordi? Esperienze passate? Chi lo sa... In quei momenti, a Fox Corner si sentono sinistri scricchiolii, volano bugie ingenue, si fanno inquietanti dispetti presi in prestito dai romanzi gialli. E' solo Ursula che tenta di evitare gli errori di un'altra vita. Con il superamento della fase iniziale, ho iniziato a trovare noioso quello che, all'inizio, sembrava mistero. Lei diventa cieca, come i grandi. Anche se i dizionari sono soliti chiamarla intelligenza, la voce squillante della ragione. La protagonista, in vesti adulte, è seccante. Pensa per aforismi e alte citazioni: non ha pensieri suoi. Frequenta uomini sbagliati che vanno e vengono, diventa amante di un uomo sposato, sposa un mostro con il complesso di Edipo e con le mani pesanti, è una mancata ragazza madre. Segretaria, insegnante, spia. Nelle sue vite, la continuità degli affetti familiari, l'imponderabilità della guerra. Assiste, la vive, la combatte. La subisce, ma in modi diversi. Muore. Ma da eroina, da vittima, da volontaria. In condomini crollati tra le macerie, nel mezzo del fuoco incrociato. In terre straniere e diverse. Una volta sotto i cieli londinesi, un'altra sotto quelli tedeschi. Lei è la costante di sé stessa. I comprimari si rincontrano, ma visti da ottiche diverse: fugaci comparse nello (stra)ordinaio spettacolo della vita di lei.
Brutalmente: ho trovato i capitoli sul nazismo un'agonia. L'autrice avrà avuto difficoltà a scriverli, a documentarsi; io ho avuto difficoltà a leggerli. Pagine di troppo, troppe pagine di troppo. 
Con dettagli impercettibili che allungavano allo sfinimento l'interessante relazione tra un riuscito Hitler e un'umana Eva Braun, chilometriche conte dei caduti, stonate frasi in tedesco. Ci sono dialoghi interi in tedesco, perfino. Termini che, per fiducia, consideravo raffinati, quand'erano soltanto ostentazione. Di cosa, poi, non so. Scorrevo le pagine per trovare una via di fuga, con gli occhi che incontravano motti impronunciabili e vocaboli incomprensibili. Le mie intenzioni erano buone: nella mia mente, provavo a leggere tutto, ma poi desistevo. Soave come Maria De Filippi, padrone del tedesco come lo è Emma Marrone dell'inglese! Mi sarei augurato un altro contesto: meno cupo, meno pesante. Parole che suonassero meno come una condanna a morte. Kate Atkinson firma un barocco e ridondante Sliding Doors che stanca, ma dà da pensare. A quanto siamo infiniti. Alle lingue che possiamo imparare, alle persone che possiamo conoscere, ai compiti che possiamo svolgere, agli amanti con cui possiamo condividere un pezzo di letto e un battito di vita: non c'è limite. Quanto potenziale. Quante scelte da prendere. Quanta pratica per rendere questa vita perfetta. Mi dava da pensare, però, quando era chiuso e i pensieri dovevano ancora raffreddarsi, sedimentarsi nella memoria. Il romanzo non divampa mai. Divampa, forse, dopo. E' lucidissimo. Dispersivo, pur non perdendosi. Ma io non mi sono perso in esso. Solo nei mari dei miei “e se...”. Distante dai bombardamenti, dalle chiacchiere salottiere più assordanti dei bombardamenti stessi, dai tè più lunghi delle due guerre. E' un romanzo superbo, nelle due accezioni possibili: compiaciuto e pieno di alterigia; imponente. Non per tutti. Consigliato, certamente, agli amanti dei romanzi storici: troverete un'attenta ricostruzione, una vibrante rievocazione, una dimensione squisitamente teatrale. Compratelo quando avete voglia. Leggetelo quando avete tempo e pazienza in quantità. E pregate di portarlo a termine nell'arco di questa vita: con il piede sbagliato, le pagine sembrerebbero eterne. L'idea alla base è geniale, ma – statene certi – non è tutto oro quel che luccica. Conosce più di qualche imperfezione, infatti, e dà l'impressione che le grandi testate giornalistiche, come al solito, siano state abili nell'antica arte di stordire il lettore col suono di aggettivi sensazionali tirati fuori dal loro cappello a cilindro. Su Goodreads ha una media di 3,7 il romanzo che ha vinto il Premio di Goodreads. Riacquisisce vigore in quell'epilogo a cui io, purtroppo, sono arrivato distratto per le troppe troppe digressioni, gli incalbolabili eccessi. Vita dopo vita lascia con l'immagine nietzschiana di un serpente che si morde la coda: un cerchio fatto e finito, una struttura perfetta, l'inizio che bacia sulle labbra la fine. Un anello di ferro che, nel palmo della mano aperta, spesso, pesa come se fossimo nei mondi fantastici di Tolkien.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Sigur Ros - Hoppipolla

venerdì 30 maggio 2014

Mr Ciak #36: The Normal Heart, Un amore senza fine, Godzilla, What Maisie Knew, Ti ricordi di me?


La HBO non sbaglia mai. Spara e, a colpo sicuro, centra il bersaglio. Quei rari film all'anno che produce sono eventi. Fanno parlare, si lasciano amare, si fanno guardare. L'anno scorso, Behind The Candelabra aveva superato i confini del piccolo schermo: era arrivato nei cinema. Spero, in tutta sincerità, cheThe Normal Heart abbia la stessa sorte. Lo meriterebbe. Dopo delusioni (in)dimenticabili, Ryan Murphy torna a posizionarsi dove sta meglio. Nelle preziose retrovie della macchina da presa. Ci racconta l'avvento dell'Aids, all'ombra della rivoluzione sessuale: una parata, sguaita e volgare sulle note dei Village People, che ha il fervore e la follia che caratterizza tutte le cose che si fanno in segreto e poi esplodono per far baccano. Ogni giorno è festa. Senza freni, senza limiti, senza protezioni. I protagonisti vivono al centro di una parentesi color arcobaleno che non conosce scadenza. Lontani da genitori che ignorano le loro tendenze, dai pregiudizi, rintanati in doppie vite indegne e in lussuriose isole a tema. Il pericolo arriva come in un film dell'orrore. Un contagio che trasforma tutti in zombie, i cuori in poltiglia, i corpi in scheletri. Si muore in ospedali che, da un giorno all'altro, diventano troppo pieni. Di uomi in frantumi che si tengono per mano. Di mascherine per prevenire la diffusione, e vassoi che nessuno consegna, e cibo che nessuno mangia. Mentre l'America si volta dall'altra parte per non guardare, ha inizio una battaglia che prende di mira il mondo della politica; la sanità, la scienza. A capitanarla, uno scrittore che ha la sfortuna e la fortuna di trovare la persona della sua vita in un mondo di sangue infetto. Al centro di un pandemonio in cui tutti spingono, piangono, si lasciano morire. Quando Ned s'innamora di Felix la battaglia diventa guerra. Trovare un vaccino per il virus diventa questione di vita e di morte. Un fatto personale. Perché non può lasciarlo andare: non adesso. Crudo, coraggioso, emozionante, di televisivo non ha nulla. Completo. Alla base, una pièce teatrale che, ormai, ha lunga vita: dialoghi lunghi e inattaccabili, script soldissimo, attori – dal più piccolo al più grande – destinati a momenti di virtuosismo formidabili. La storia cattura più di quanto facesse quella del troppo lucido Dallas Buyers Club. Qui si gioca con la commozione, si ci intrattiene con personaggi di un'umanità immensa e calati in uno scenario tristemente realistico, si parla del tentativo di costruire una relazione sana in un campo di granate inesplose. Moralmente impegnato, politicamente schierato, il film a volte è come il suo protagonista. Scontroso, senza mezze misure. Un filo dell'alta tensione. Il successo è nel cast. Una Julia Roberts combattiva e feroce, bloccata su una sedia a rotelle e sulla soglia di cinquant'anni che mettono in mostra tutte le sue fantastiche rughe d'espressione; un Mark Ruffalo – protagonista eccelso – da applausi, e destinato ad exploit terrificanti. Negargli una statuetta, un crimine contro l'umanità. L'elemento più debole, il Jim Parson di Big Bang Theory: forzato, innaturale. Illuminante Matt Bomer: struggente nella seconda parte, insieme a un generoso Ruffalo che gli infonde un po' della sua luce. Lo travolge con il suo talento; lo bersaglia di buste di latte, frutti, pane integrale, pasticche, per convincerlo a mangiare. Fino a questo momento, della star di White Collar avevo colto solo una cosa. La più lampante. Matt Bomer è bello, e di quella bellezza che distrae e mette in imbarazzo. Gli altri e sé stessi. Sulla scia di Jared Leto, abbandona quello che più lo limita: il suo corpo. Ho capito quanto bravo fosse quando ha fatto sua la sofferenza di Felix. Con venti chili di meno, la pelle che cadeva a scaglie, una fisicità - un tempo perfetta - alla deriva. Le trasformazioni impressionano, la sua non fa eccezione. Saperlo omosessuale, sposato, padre di due bambini, rende la finzione meno fasulla: la sua prova più viscerale ancora. Ci sono due scene di nudo che lo vedono coinvolto. Nella prima, sembra una statua; nella seconda, con la pelle ricoperta di macchie e il corpo che si accartoccia sotto l'acqua della doccia, mentre Ned tenta di tirarlo su, dopo aver ripulito il suo corpo rachitico dai liquidi corporei che non riesce più a trattenere, viene naturarle distogliere lo sguardo. Le due immagini – simmetricamente opposte – spiegano più delle parole cosa voleva dire ammalarsi. The Normal Heart, schietto, racconta cos'era l'hiv e chi era a venirne ammazzato. Ma non come farebbe un impersonale servizio giornalistico; semplicemente, come farebbe un bel film, con la scrittura dinamica e i momenti drammatici di un romanzo che annichilisce tanto che è intenso. Vedi le facce e conosci le piaghe di personaggi che diventano il paradigma di una generazione. Il sipario, puntuale, arriva dopo centoventi minuti e si chiude su una scena toccante e significativa come poche: una promessa senza preti, carte, avvocati. Same Love. Ai prossimi Golden Globe, immagino di conoscere già in anticipo uno dei grandiosi titoli che saranno in lizza. (8,5)

Dramma in salsa adolescenziale poco malvagio. Lei ricca, lui povero. Insieme, belli come il sole ad agosto. Prima dei vari Moccia, c'era Un amore senza fine. L'adolescenza si ballava e si cantava, gli amori impossibili erano il top, i padri che si opponevano agli appuntamenti con i “bad boys” erano all'ordine del giorno. L'etichetta new adult non esisteva. L'Endless Love di Zeffirelli doveva essere bruttissimo! Questo, arrivato la bellezza di 33 anni dopo, non lo è poi tanto. La prima parte del remake di Endless Love è la più carina. La seconda vira spesso verso il melodramma, facendo aggrottare fronti e storcere nasi. Questo 2014, orfano di uno dei film sentimentali targati Nicholas Sparks, ci prova ugualmente, e a colpo sicuro, con Shana Feste alla regia. Con uno script poco impegnativo per le mani, lei lavora con quel che ha. Convincono due vecchie stelle nel ruolo dei genitori di lei e, per il resto, si punta sui protagonisti. Alex Pettyfer è sicuro, padrone della scena, a suo agio. Guida, tenendola per mano, la collega Gabriella Wilde: altissima e magrissima. Una ragazza elfo troppo adulta per il ruolo e troppo bella per essere invisibile, ma con un fisico acerbo e un visino innocente che ingannano. La perdita della sua innocenza coinvolge anche la sua famiglia, con quell'amore avventato e giovane che contagia gli adulti, scongela gli animi, lotta contro la perdita. Capostipite di un genere ora in voga, è un intrattenimento gradevole, romantico, che funziona discretamente. Tre decadi dopo, scommetto che sa far ancora sospirare più di qualche spettatrice intenerita. Ci sono state debite migliorie alla sceneggiatura. E il cast e gli scenari convincenti combattono, poi, quell'aria perenne da fotoromanzo. (5,5)

Sono andato a vederlo più per il brivido di pagare il biglietto tre euro che per il film in sé, che mi era indifferente e mi è rimasto indifferente. Caciarone, vagamente divertente, dozzinale. Senza cattiveria, senza tensione emotiva. Un blockbuster come mille altri. Peccato che l'8.3 su Imdb mi suggerisse altro. Visivamente impeccabile, con bagni di effetti speciali a coprire la pochezza del resto. Salti spaziali, salti temporali, sprazzi vari di Giappone, Las Vegas, Filippine. Ottimi, anche se in ruoli minuscoli, Cranston, la Binoche, Sally Hawkins. Spenta la Olsen e, accanto a lei, un Aaron Johnson che sfoggia muscoli e una serie di facce ebeti che, dopo la prova nell'istantaneo cult Kick Ass, non ci aspetteremmo da lui. Scarsi sentimenti, per un film che eppure pullula di bambini, padri e figli, relazioni familiari: confrontate le scene finali, poi, con quelle di The Impossible e scovate le differenze. Star del film, accompagnata da due mostruose damigelle d'onore, un Godzilla colossale ed epico, espressivo ed umano. Un'isola in movimento. La sua uscita dalle acque potrebbe ambire a diventare più nota di quella di Ursula Andress, in Licenza d'uccidere. O della Venere di Botticelli. Peccato che il Re sia coinvolto in una serie di scontri e d'intrecci che hanno l'acuta intelligenza artificiale del videogame "War of the Monsters", ve lo ricordate? Se volete un monster movie come si deve, recuperate il bellissimo The Host, dalla Corea con furore. Su questo reboot dico: mah. Così, sintentico. (5)

Film belli e mai arrivati da noi. Una Julianne Moore, fresca di Palma d'oro, magistrale come al solito: la sua, una naturalezza disarmante. Quella di una mamma rock-star, mai grottesca, che ci prova davvero a fare tutto. Un Alexander Skargard schivo, allampanato, paterno: intimidito, curvo, innamorato pazzo di quella principessina con la frangetta e i vestiti cordinati. Come un padre, come un pellegrino. Una protagonista piccolissima e straordinaria, Onata Aprile, che ti porta alla sua altezza, per vedere - dal basso della sua statura - il mondo come lo vede lei. Una faida familiare, genitori nomadi, due sconosciuti da amare come fossero una mamma e un padre. Un gigante biondo che fa il barista per sbarcare il lunario, una ex baby sitter che il ruolo imprevisto di matrigna non ha incattivito per nulla. Sposati, entrambi, con persone che non si amavano e che non le amano. Soli. Loro e Maisie. Abbandonati nel mondo. Incompresi. Tra la piccola e Alexander, una specie di miracoloso imprinting. Riprese frequenti ad altezza bambino. Plongèe che schiacciano gli attori, li comprimono, rendendoli alti quanto gli adulti o bassi, a seconda dei casi, quanto bimbi: pari. I registi potevano fare una riuscita operazione strappalacrime, con una storia simile. Magari avrei anche gradito di più, chissà. L'emozione, in casi come questi, mi potrebbe anche vincere: avrebbe avuto gioco facile. Invece, con classe e esperienza, gli autori fanno di What Maisie Knew un film contenuto, delicato, tenerissimo. Realistico, attuale, quotidiano, pieno di pace. Su quello che Maisie sa. Su quello che Maisie guarda. Su quello che Maisie sente. Una variante della storia della "mitica" Matilda Wormwood, senza il bollino di favola per l'infanzia, e perfettamente calata nella freddezza grigiastra del mondo contemporaneo. Eppure la scriveva Henry James, qualcosa come un secolo fa. La lungimiranza dei geni. (7)

Roberto e Beatrice sono uniti da un filo rosso follia. Il loro amore nasce da una condivisa e manifesta stranezza. Entrambi vivono fuori dal mondo. Lui cleptomane, lei narcolettica: potrebbe mai funzionare? Eppure s'innamorano. Ma l'amore è costanza e i ricordi di Beatrice non ne hanno: emozioni forti, shock, sorprese impreviste minacciano di resettare completamente la sua memoria. La sua memoria, e il ricordo di quel ladruncolo che le ha rubato pure il cuore. Ti ricordi di me? è una commedia italiana che ricorda il cinema francese. Quello lieve, romantico, ironico, pieno di grazia e d'incanto. Ha personaggi bizzarri, passaggi che fanno sorridere il cuore, intrecci semplici, ma funzionali e ben scritti. I convincenti e simpatici Ambra Angiolini ed Edoardo Leo vivono in un mondo moderno, ma scintillante di magia. Curioso, affascinante, pazzo. In una di quelle sfere che giri per vedere la neve e i brillantini cadere. L'epilogo lo immagini già, ma viene naturale confidare nel lieto fine. Perché se lo merita quello scrittore di grottesche fiabe per bambini, con le camicie che sembrano tovaglie da pic-nic e i brutti capelli a scodella, e se lo merita quella maestra di scuola elementare, che indossa gonne lunghe e vestiti a fiori e che, con un librone rosso sotto il braccio, saltella da una striscia pedonale all'altra, in attesa di scorgere una faccia amica, in una folla pericolosa. Ci sono gli imbarazzi di 50 volte il primo bacio, le panchine di Woody Allen, gli sguardi timidi, le spalle basse e le ginocchia strette al petto di Adam. Le polaroid di Amelie, i toni surreali di Emotivi anonimi. Niente di originale, niente di memorabile, ma piacevole per gli occhi e per la testa. Una delizia dai colori pastello. (6)