Buon
pomeriggio a tutti! Come state? Io sono pronto per l'ennessimo
weekend di solitudine e noia lontano da casa: leggo la Mazzantini,
studio Storia della lingua. E vi parlo, oggi, di un libro che magari
non conoscete. Se vi capita, prendetelo. Appartiene a quel genere
impreciso che non è di nessuno, ma che è di tutti al tempo stesso. Un
genere che di sicuro non era il mio, ma che mi ha sorpreso in
positivo. Ringraziando l'autore – gentile di nome e di fatto - , vi
do appuntamento ai prossimi giorni, con un nuovo post sui recenti
finali di stagione. Un abbraccio, M.
Non
siamo nulla se non ci prendiamo cura di qualcuno.
Titolo:
I cavalli delle giostre
Autore:
Antonio Gentile
Editore:
Edizioni Anordest
Numero
di pagine: 223
Prezzo:
€ 12,90
Sinossi:
Lorenzo
e Letizia, due fratelli, due vite sospese in una dimensione surreale,
nel tentativo di guarire le ferite dell'infanzia, segnate come marchi
a fuoco sulla pelle. Cicatrici che li condizioneranno fino
all'adolescenza, li faranno allontanare dalla realtà e perdere nel
bisogno di liberarsi, come i cavalli delle giostre di un vecchio luna
park abbandonato, dove andavano a giocare da bambini. Su strade
parallele, i loro destini s'incrociano con quelli di Matteo e
Cecilia. Due incontri inaspettati, singolari, irrazionali come il
contatto del nulla con l'infinito, della materia con l'antimateria,
che li riporteranno ad una dimensione compiuta, scoprendoli fino al
punto più profondo dell'anima.
La recensione
Volevo
leggere questo libro. E poi no.
Tra
le email ricevute, nelle scorse settimane, una dell'ufficio stampa di
una piccola casa editrice da tenere d'occhio, costantemente.
Pubblicazioni interessanti, titolo interessante. I cavalli delle
giostre. Animali malinconici,
con zoccoli e zampe di legno che non possono correre. Ancorati a un
palo, come cani legati col guinzaglio a un lampione acciaio. Perché loro non possono entrare. La copertina fotografava una scena
quotidina. L'inchiostro immortalava personaggi quotidinani – tristi
e felici, belli e brutti, comunemente comuni. Quei famosi cavalli –
come i mostri del tunnel degli orrori – mi avevano intimorito, d'un
tratto. La sinossi parlava con parole difficili di quelle quattro
vite che, in un giorno appena, ho fatto mie. Il linguaggio della
matematica, della scienza, della razionalità. La poesia di un
ingegnere. Un giorno, un messaggio dell'autore, su Facebook. La
richiesta di un parere sincero. Antonio Gentile ha uno stile più
vicino alla poesia che alla prosa e avevo paura di non capirlo bene:
per certe cose, non sono abbastanza sensibile. Mai stato, non lo
nego. Però ho accettato, ho detto sì. Per le 200 pagine complessive
e per lo stesso mare in cui io e Antonio, vicinissimi, ci specchiamo.
Quella striscia d'acqua blu, ogni lunedì, mi sfila accanto, in
treno. Accanto, magari, tante volte, dai primi d'ottobre fino a questo
aprile dispettoso, mi è sfilato anche il covo dell'autore. Lì dove
questa storia è stata generata. I cavalli delle giostre
mi è piaciuto molto e, dico la verità, non ne ero sicuro al cento
per cento. Io sono diretto, acerbo, rozzo. Poco lungimirante per
intercettare la sottile linea rossa tra romanzo e aforisma. La poesia
mi ricorda ancora scuola. E invece, questa volta, con Antonio a
guidarmi, l'ho intercettata. Ho trovato quel filo e ho scoperto,
stupito, che formava un solido nodo da marinaio. Questo romanzo è
una sensazione che non ti spieghi: avido di dialoghi, generoso di
descrizioni. Descrizioni di una realtà filtrata dagli occhi
dell'anima, non dal comune sguardo. Un caos bianco, un caos calmo.
Un'antologia di poesie, quasi, che formano una storia e ancora
un'altra. Le parole sono strumenti infiniti con cui giocare e
sperimentare. Con cui divertirsi, per parlare di persone che non
ridono, o con cui rilassarsi, per raccontare di ragazzi senza pace.
Ci sono le farfalle, le stelle, le nuvole, piume che cadono e rumore
non fanno, lacrime che – in un giornate di sole, in un giorno
migliore – formano l'arcobaleno. Scie di aerei supersonici che
creano trame nel cielo, sodalizi e matrimoni tra le nuvole. Questa è
una fiaba per bambini di venti o trent'anni da leggere con i cinque
sensi. Con gli occhi, soprattutto, e le mani, e il naso... E'
una sensazione imprecisa, imperfetta, sfuggente. E una sensazione
come fai a descriverla, se ti porta ai ricordi d'infanzia – al
giardino di nonna in estate, alle corone di margherite a primavera,
al vischio a Natale?
La scrittura di Gentile è limpida, cristallina.
Un prisma che scompone colori – i più tenui, dolci e delicati
inventati dal buon Dio. La parola è catarsi, l'arte (la pittura,
la musica..) è espiazione. La parola è arte. Innegabilmente bella.
I periodi creano un sentiero sottile di briciole sottili. Ma
attenzione: gli uccelli, con i loro becchi gialli e le piume sporche,
potrebbero cadere già dal cielo e divorarle tutte! Attenzione: il
vento potrebbe soffiarle via per crudeltà! E allora i bambini
perderebbero la strada del ritorno. Il sentiero di mattoni gialli
verso casa.
Consigliato
a chi... Vuole una storia come tante, ma scritta come poche.
A chi ha
scoperto che il mare esiste anche d'inverno. A chi, in macchina, con lo
sguardo che indugia oltre il finestrino bagnato e i tergicristalli in azione,
pensa che la luna lo stia seguendo. E stia brillando, gialla e
romantica come in una canzone del Coldplay, solo per lui.
Ciao
a tutti. La settimana, per me, ha inizio oggi! Dopo un lungo weekend
che si è protratto fino a mertedì sera, si ritorna – in treno –
all'università. Il mio lunedì è arrivato due giorni dopo, ma il
trauma è lo stesso. Vi parlo, oggi, di un romanzo che mi ha
sorpreso, dall'inizio alla fine. Mi è piaciuto moltissimo. Forse
perché è da tempo che non leggevo un libro per ragazzi scritto come
si deve. Forse perché Yancey è parecchio bravo e riesce a far
scintille con la più semplice delle storie. Ringraziando Anna e
Giovanni – per il romanzo e il kit! Qui la foto – vi auguro una
splendida giornata, anche se questa mattina mi ha dato il buongiorno
la pioggia. Dovrò dire addio ai pomeriggi in canottiera, sul
balcone...
“La
crudeltà non è un tratto della personalità. La crudeltà è
un'abitudine.”
“Non
ci sono ma.
Semmai e.
Sono umano e
non lo sono. Sono entrambe le cose
e nessuna. Sono
l'Altroe
sonote.”
Titolo:
La quinta onda
Autore:
Rick Yancey
Editore:
Mondadori “Chrysalide”
Numero
di pagine: 520
Prezzo:
€ 17,00
Sinossi:
Di
notte, Cassie non può più guardare il cielo stellato con gli stessi
occhi di prima; ora sa che "loro" arrivano da lì, da
quegli astri luminosi e distanti, e arrivano per distruggere il suo
mondo. Cassie è tra gli ultimi superstiti, sola, in fuga da "loro",
esseri mandati sulla Terra per sterminare la specie umana: l'unica
speranza che le resta è ritrovare Sammy, il fratellino che le è
stato strappato dalle braccia. Quando il misterioso Evan Walker si
offre di aiutarla, Cassie capisce che deve prendere una decisione:
fidarsi o rinunciare alla sua missione, arrendersi o continuare a
lottare.
La recensione
“E'
un gesto senza speranza. Stupido. Suicida. Ma l'amore è un'arma
contro cui non hanno difesa. Sanno come pensate, ma non sanno cosa
provate.” Ci devo pensare su. Oppure no. Devo scrivere di
getto. Oppure no. Una mente aliena mediterebbe a lungo,
probabilmente, prima di fare un altro passo. Mediterebbe, stop.
Ma l'umanità sta nell'impulsività. Nel sentire tutto più
amplificato. Nelle lotte intellettuali tra o
ed o. Sbarello, dunque sono. Cartesio diceva o non diceva una
cosa del genere? Mah. Nel dubbio, io sbarello. Con un teschio
spolpato nella mano, le paranoie di Amleto e quello che vi pare: fate
voi. Ho finito La quinta onda e
mi è piaciuto senza riserve. Lo confesso senza riserve. Gli alieni
hanno invaso il cielo all'improvviso. Luci verdi vomito, catastrofi,
umanità decimata. Solita roba. I mariti hanno sepolto le mogli
accanto ai roseti un tempo in fiore, le figlie hanno chiuso gli occhi
ai padri. Gli adulti hanno abbandonato i più piccoli. Gli indifesi
si sono nascosti come ratti – scattanti, invisibili, schifati
lebbrosi. La quinta onda parla
di brutte cose, e ha inizio in medias res, con il peggio che è
appena iniziato. Parte così, dal nulla, ma non disorienta. E' il
romanzo in sé ad avermi disorientato, piuttosto. Mi ha colto che più
impreparato non si può. Confesso che, se fosse stato per me, non
l'avrei comprato. Invece si era fatta avanti la Mondadori con una
sorpresa: avevano un romanzo d'avventura per me. A
sorpresa. Con un odio naturale
per i romanzi d'avventura e un amore, sempre naturale, per le
sorprese, ho atteso che mi arrivasse, in realtà non attendendolo
nemmeno un po'. Era sbucato da un voluminoso pacchetto insieme a
barrette di cioccolato, bussola, cerotti, pinzette, una tracolla
nera. Troppo carina l'idea di abbinare uno sci-fi con un kit di
sopravvivenza! Che quello sci-fi non avesse mai attirato
particolarmente la mia attenzione, invece, in quel momento, mi era
importato a stento. Mi fidavo. Mi concentravo sulla sorpresa, come un
bebè di vent'anni che si sente felice e coccolatatissimo.
Ho finito
Allegiant, della Roth,
e sul comodino c'era quest'altro. Mi ci sono attaccato. Letto,
occhiali, segnalibro: via. Carino, me lo aspettavo carino. La mattina
successiva sarebbe sicuramente stato una valida compagnia in treno.
Invece mi è bastato il prologo: breve, cupo, inquietante. Questo
Rick Yancey – doveroso ammetterlo – è molto più che un autore
da libri carini. E' bravissimo. Ha una maestria che ti confonde e che
rende del tutto impossibile mettere a fuoco il suo sesso. Questo non
sembra un complimento, vero? Colpa mia. Questo signore qui è un
camaleonte. Ha sei anni, sedici, duecento. E' uomo e donna. Ti
racconta, all'inizio, la storia di Cassie, un'adolescente che – in
una tenda, nel bosco – culla teneramente un orsetto di peluche e un
fucile. Te lo racconta lei. Della prima onda, e della seconda, e
della terza, e della quarta. Di sua madre che ha iniziato a vomitare
sangue, di suo padre che è stato sparato a sangue freddo, di un
fratellino che ha scelto di seguire i soldati sul pulmino giallo
della scuola. Ma i punti di vista cambiano senza prima avvisare.
Senza nessuno che ti indichi, con un nome scritto a stampatello sotto
il numero del capitolo, di chi sia la voce che senti. L'autore parla
come l'ospite e parla come l'invasore, come il cacciatore e la preda.
In prima persona e in terza. Con una narrazione solidissima, spiega
il dramma di chi fugge e il dramma di chi è prigioniero di un
esercito, di un'arma. Sembra che, accanto a lui, al computer, ci sia
un'altra persona, nella peggiore delle ipotesi. Il suo romanzo è
scritto a quattro, a sei mani. C'è una lieve malizia nella voce di
Cassie, rabbia e vigore in quella di Ben, innocenza a tutti i costi
in quella di Sammy. Ha una strana saggezza, Yancey. Stranissima.
Illustra le strategie di una guerra di logoramento in cui gli Altri
sono parte di noi e in cui scegliere chi faccia più schifo – tra
chi è umano e chi non lo è – non è così elementare. Ci racconta
di “uno squalo che sognava di essere umano” e di una ragazza che
aveva la presuntuosa certezza di essere l'unica persona sulla faccia
del creato. Pretesa egoistica, la sua. Yancey fa ricorso alla prima
persona in due casi: Cassie, come Cassiopea, e Ben, come Benjamin.
Immaginate che il romanzo non abbia una copertina: un volumone scuro
senza titolo e senza un autore... Autore o autrice? Davanti ai
pensieri bruschi, buffi, svenevolmente romantici dell'esilarante
Cassie pensereste a una donna. A una voce che trema di fragilità,
sospetto, passione. E' donna, per forza. E magari ha anche sedici
anni e scrive fan-fiction di Twilight:
le gambe di gelatina quando si tratta di parlare con i ragazzi, la
tendenza a dar vita a parallelismi sdolcinatamente poetici tra gli
occhi del lui di turno e le stelle del cielo, il desiderio di un
amore che fa sognare e dire bleah.
Cassie si odia, l'amore si odia. Di certo non si odia Evan Walker:
mani grandi e morbide come nuvole, alito che sa di cioccolato, una
casa e un cuore vuoti. Ben si è svegliato, invece, con il desiderio
di non svegliarsi. Lontano. Pensieri molto emo, una vitalità da
zombie. I soldati “cattivi” gli hanno messo un'arma in mano e gli
hanno insegnato a sparare. Per proteggere e servire. Al collo, ha un
ciondolo a forma di cuore e condivide la stanza con bambini soldato
che hanno soprannomi di cibi da asporto, manicaretti, cartoni
animati. La sua stanza è una camerata e il suo nuovo nome è Zombie:
decisamente calzante. Allora giureresti che a scrivere sia un uomo:
atletico, con le spalle larghe e nozioni basilari di football e
guerriglia. Io ho amato i protagonisti. Ho creduto a loro e ho
creduto in loro.
E, ogni volta che il POV cambiava, avevo un nuovo
protagonista preferito. Così, a capitoli alterni. Parlando di loro,
gesticolerei senza sosta. Lo so. Riempirei una pagina di cuori per
esprimere la delicata dolcezza di una storia d'amore che –
sdolcinata, da romanzo e tutto quello che volete... – ha una
bellezza a cui non ho saputo resistere. Adotterei – peggio di
Angelina e Brad – quello scricciolo tenerissimo di nome Sammy e,
come Ben, non dormirei sonni tranquilli senza prima avergli fatto
dire le preghiere della buonanotte. Quel Rick Yancey, alla fine, era
un uomo con una sensibilità infinita e un talento lampante. Era
sceso in campo per mostrare ai comuni mortali come scrivere un degno
romanzo young adult e per condividere con il mondo – e Veronica
Roth, in primis – l'uso a regola d'arte dei punti di vista
alternati. Era tornato da me per farmi ricordare una storia –
seppellita chissà dove – che, da bambino, mi aveva fatto
impazzire. Io Rick Yancey già lo conoscevo, infatti. Mi aveva fatto
ridere a crepapelle con Le straordinarie avventure di
Alfred Kropp, quando ero basso e
grassottello e avevo bisogno di anti-eroi bassi e grassottelli
proprio come il sottoscritto. Mi ha divertito ancora: l'ho
riconosciuto, forse, per via del sorriso. In una piccola storia
crudele, sanguinosa e assassina, lui sa strappartene a centinaia,
come tappi sulle granate. Poche idee, passaggi ipnotici, voci
numerose ma perfettamente distinguibili. Risate per schegge
conficcate nel sedere, giunoniche guerriere che non sorridono perché
magari hanno qualche dente di meno, pensieri - formulati dalla
giovane Cassie - che fanno invidia ai romanzi rosa più imbarazzanti.
La quinta onda è un
kolossal che racconta quello che già sai. Un blockbuster ad alto
budget dallo script non a prova di bomba. Anziché mostrare i segni
dell'apocalisse e il cielo in fiamme, però, zoomma nelle case, sotto
i tetti, sotto le lenzuola e le lamiere delle macchine. E' di
un'intensità che non ti aspetti, è di una potenza che fa rumore.
Molto introduttivo, poco introduttivo. Non succede granché. Allora è
statico? Non per me. Mai. Ho visto i cieli muoversi, pesato corpi di
bimbi senza più l'anima, sentito le ossa dei protagonisti allungarsi
e crescere in 500 pagine. Sono spuntati dal nulla, come fragole su un
cespuglio innaffiato da piogge acide. Come adolescenti in guerra.
Bambini abbandonati nel bosco. “Forse non abbiamo occhi?
Mani, membra, corpo, sensi, affetti, passioni? Se ci pungete, forse
non sanguiniamo? E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?
Shakespeare. Il mercante di Venezia. A parlare è un membro di una
razza disprezzata e oppressa. Come la nostra. Quella umana.”
Il
mio voto: ★★★★½
Il
mio consiglio musicale: 30 Seconds to Mars – This is War
Buongiorno,
buongiorno! Come state? Chiudiamo la settimana come si deve, con un
nuovo appuntamento della recentissima Qui pro cover – rubrica nata
per mettere a confronto, senza nessun intento polemico, cover
gemelle, cover sorelle, cover imparentate alla lontana. Come sempre,
anche questa mattina due gruppi di copertine. Le prime tre riprendono
lo stesso soggetto presente sulla copertina della ristampa economica di Divergent – questa
settimana la Roth e la sua trilogia sono state onnipresenti, da
queste parti. Film, romanzo e adesso cover. Cover – francamente –
molto bruttina, nonostante sia la più decente tra le tre. Le altre due
appartengono ai romanzi Virtuosity
e a Hidden,
parte, quest'ultimo, dell'infinita (ma quanti volumi sono?) saga della
Casa della
notte.
La modella è la stessa su tutte e tre, cambia giusto lo sfondo.
Fastidioso il rosso cupo di Divergent,
da pubblicità di creme depilatorie quello di Virtuosity,
orientaleggiante quello di Hidden.
Resta, quindi, una fanciulla che ha detto evidentemente no ai push up
e agli interventi al seno – avere due cocomeri davanti avrebbe però giustificato la sua posa parecchio scomoda – ma ha detto sì a
Valsoia ai capelli che fanno swish. A Jared Leto piacerebbe questo
elemento. Le altre tre, invece, sono praticamente identiche,
eliminato o aggiunto qualche dettaglio. I colori delle farfalle
cambiano, ma la canotta da camionista resta. Preferisco, perciò, la
cover di The Ice
Queen,
almeno – se c'è – non si vede. Più delicata, no? Le altre
appartengono a Fate
e all'edizione americana del M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-O Luna.
Leggetelo. La mia recensione qui.
Le vostre preferite? Ditemi la vostra, su. Un abbraccio e buona
domenica, M.
Dopo
il post precedente con la recensione del film, torno a parlare della
saga di Divergent. E per l'ultima volta. Ho finito ieri Allegiant e,
tra alti e bassi, l'ho trovato una degna conclusione. Quel finale che
tanti hanno trovato distrubante, per me aggiusta tutto, magicamente.
La recensione non contiene spoiler!
Avevo
paura che, se fossimo rimasti insieme, avremmo solo continuato a
cozzare per sempre, e che alla fine tutti quegli scontri mi avrebbero
mandata in pezzi. Ma ora so che io sono la lama e lui è la cote.
Sono troppo forte per rompermi, e ogni volta che lo tocco divento
migliore, più affilata.
Titolo:
Allegiant
Autrice:
Veronica Roth
Editore:
DeAgostini
Numero
di pagine: 540
Prezzo:
€ 14,90
Sinossi:
La
realtà che Tris ha sempre conosciuto ormai non esiste più,
cancellata nel modo più violento possibile dalla terrificante
scoperta che il "sistema per fazioni" era solo il frutto di
un esperimento. Circondata solo da orrore e tradimento, la ragazza
non si lascia sfuggire l'opportunità di esplorare il mondo esterno,
desiderosa di lasciarsi indietro i ricordi dolorosi e di cominciare
una nuova vita insieme a Tobias. Ma ciò che trova è ancora più
inquietante di quello che ha lasciato. Verità ancora più esplosive
marchieranno per sempre le persone che ama, e ancora una volta Tris
dovrà affrontare la complessità della natura umana e scegliere tra
l'amore e il sacrificio.
La recensione
“Sto
con lui perché lo scelgo ogni giorno quando mi sveglio, ogni giorno
in cui litighiamo o ci mentiamo o ci deludiamo a vicenda. Lo scelgo
continuamente, e lui sceglie me.”Dovrei
provare struggimento. Dovrei avvertire le fitte di un cuore infranto.
Dovrei dire che odio la Roth e che, da ora in poi, è mia nemica
giurata, a vita. Dovrei? Sono domande, ma senza punto interrogativo.
Quello manca, ma la risposta c'è. Forse: forse dovrei. Invece sapete
che i mancati lieto fine a me piacciono. Sono quelli che ricordo
malvolentieri; gli unici che ricordo più a lungo. Parto così, dalla
fine di Allegiant, ma senza
svelarvi nulla. Gli stati arrabbiati su Facebook, le emoticon
dall'aria triste, le recensioni che rimandano a notti insonni e a
kleenex umidi, gli articoli e gli spoiler più vari vi hanno messo in
guardia da tempo: le cose non vanno bene per tutti. Veronica Roth è
così, un po' crudele. Come la Collins prima di lei, come Lauren
Oliver. I distopici sono lotte, sono canti che inneggiano alla
rivoluzione, sono parate di gente armata – e le vittime, i martiri,
i militi ignoti sono necessari. Non puoi far guerra senza polvere da
sparo, non puoi farla senza caduti. La Roth non è più coraggiosa,
intrepida o cattiva dei suoi colleghi. Francamente, non è nemmeno
più in gamba: per nulla. Soltanto giusta. Ho finito il libro
e solo la fine mi ha suggerito che, in fondo, mi era piaciuto:
nonostante tutto. Quella fine – forte, d'impatto, senza ritorno -
che fa un effetto strano, ma che fa pur sempre effetto. Non ti
scivola tra le dita con leggerezza. Ha il colore cupo del lutto,
lieve ruvidezza al tatto. Ma non mi è sembrato il frutto sgradevole
della spietatezza di una giovane autrice che gioca a fare Dio, né il
definitivo raggiungimento della maturità di una ragazza – già
nota a livello planetario – che ancora tanto ha da imparare. Non è
una mattanza gratuita. Argina i contagi, limita i danni, salva il
salvabile. Riassume in un gesto i valori di ogni Fazione e mette a
tacere i contrasti idelogici. I vestiti si mescolano, non c'è più
un confine. Lo dice il vestiario grigio pallido degli Abneganti da
cui, liberi, fan capolino i tatuaggi degli Intrepidi. Perché si può
essere sinceri, gentili, altruisti, coraggiosi senza bisogno di
etichette superflue. Il discusso epilogo mette fine a tanto – vite,
istituzioni, mondi – ma in quella tomba chiusa non ci sei anche tu.
Sei all'aria aperta, e hai altra vita ancora, e hai altra speranza
ancora. Le ultime pagine le leggi
con un'ottica diversa. Qualcosa è venuto meno, e più di qualcuno.
L'assenza diviene presenza nell'attimo in cui realizzi che è così
che le cose dovevano andare e che sarebbe stato un imperdonabile
passo falso affidarsi a una chiusa alternativa. Termine giusto:
imperdonabile. Non
gliel'avrei perdonato, e Allegiant,
senza quel tocco lieve di disperazione, non sarebbe stato Allegiant.
Il libro che, tra alti e bassi
evidenti, mi è però piaciuto. Per quell'epilogo granata che diventa
stranamente salvifico. Turba, abbindola, e ho lasciato che lo facesse
senza troppe reticenze. Divergent mi
era piaciuto, Insurgent no
– ultime pagine a parte - e Allegiant è
stato una lunga incognita fino alla fine. Ha tanti e troppi difetti,
ma dire addio a quest'avventura senza l'anima in pace mi avrebbe
fatto sentire... sbagliato. Ho potuto farlo grazie a un finale che
disintegra qualcosa, ma aggiusta tutto. Mi ha aggiustato, mi ha
soddisfatto. Gli epiloghi tutti rose e fiori non hanno fatto mai per
me: me l'ha ricordato ieri anche mamma, al telefono. Sono d'altro
tipo quelli che non si scordano. E dell'ultimo capitolo di questa
trilogia il resto si scorda in fretta, purtroppo. L'immagine
conclusiva la ricorderò, il resto meno. In un anno, dopo
l'entusiasmo iniziale legato a Divergent,
ho rivalutato questa serie, iniziata a marzo 2012 letteralmente col
botto. Vedere il film mi ha ricodato quello che mi era piaciuto e
quello che s'era perso, quando i toni – da dinamici e frizzanti -
si erano fatti più seri, ripetitivi, pigri, libro dopo libro. Con
Insurgent avevo avuto
diverse difficoltà: per quanto scorrevole, avevo dovuto combattere
contro il più duro tra gli avversari. La noia. Strategie che seguivo
tra gli sbadigli, pagine superflue, personaggi di cui ignoravo
beatamente l'esistenza e che morivano in passaggi senza sentimento,
una società distopica dai tratti vaghi e sbavati. Comprimari dalle
doppie facce e con ruoli ambigui non dotati di vita propria, ma
agganciati a caratterizzazioni sbrigative che di loro mi facevano
conoscere – a stento – il nome. Poi era arrivato il finale.
Veronica Roth e i finali vanno d'accordo. Avrei voluto sapere, avrei
voluto indagare, avrei voluto conoscere il peso dei segreti nascosti
oltre i confini di Chicago.
Tutto veniva messo in discussione, tutto
era una bugia. Tutto mi aveva elettrizzato. Avrei dovuto aspettare un
anno intero per soddisfare la mia curiosità – come potevo? Ho
iniziato Allegiant con
il terrore di trovarmi tra le mani un secondo, lentissimo Insurgent.
Prevenuto, psicologicamente pronto. Invece la scrittura della Roth è
soggetta a molte pecche, ma non contempla lentezza. Tra i lati
positivi, indubbiamente, una velocità che si scambia per furia e
impeto e fa di queste 538 pagine un intenso concentrato da bere d'un
fiato. Il ritmo serrato è quello che era presente, in parte, nel
primo volume. I difetti sono gli stessi che, più consapevole, ho
riscontrato nel secondo. Lo stile: un tracciato del tutto piatto, che
non asseconda le linee di una trama che prevede cime aguzze e abissi.
Manca di personalità, potenza, luce. Linearissimo, non ha quasi
colore. Le descrizioni rapidissime ed essenziali dei volumi
precedendi lo nascondevano. Qui - quando è richiesta una maturità
aggiunta, una marcia in più – la giovane autrice mette in luce la
sua inesperienza, le sue lacune. Si percepisce per due fattori:
l'introduzione di un duplice punto di vista, il poco discreto e
massiccio intervento della Roth per girare e rigirare le carte in
tavole. Continuamente. L'espediente di una seconda voce narrante –
particolarmente in voga nei romanzi distopici, da Requiem
a Crossed – è di
per sé intelligente, se usato bene. Si possono sperimentare registri
diversi, si può rivoluzionare l'intreccio con uno sguardo tutto
nuovo. Si può, potenzialmente.
Le voci di Tris e Tobias, invece, risultano interscambiabili,
identiche. I nomi all'inizio di ogni capitolo ci dicono a chi
appartengono, altrimenti sarebbe impossibile distinguere lui da lei.
Tobias si omologa al solito coro, canta nella tonalità scelta –
due libri prima – per Tris. Il più interessante è lui. Sarà che
la fermezza della protagonista, a volte, si scambiava per freddezza
e, nei suoi confronti, erano cresciuti minuscoli momenti di
insofferenza; sarà che, in un plot a tratti ripetitivo, lui è la
novità autentica ed è novità autentica leggere sensibilità e
vulnerabilità nel cuore dell'uomo che non ha paure. In mezzo a
comparse fugaci, a comprimari di cui tra qualche tempo dimenticherò
perfino l'esistenza, degno di nota il personaggio di Caleb: il
fratello, il traditore. Ha qualcosa – e non so cosa – che,
nonostante i suoi vecchi gesti, rende aberrante l'idea di marchiarlo
come un capro espiatorio. Sbaglia, impara, resiste agli schiaffi e
alle occhiate torve della sorella con impassibilità assoluta. E' di
un'umanità che comprendi.“La
pelle del viso di lui e quella delle nocche di lei hanno la stessa
sfumatura, tra il viola, il blu e il verde, come se se la fossero
colorata con i pennarelli. Questo è quel che succede quando due
fratelli si scontrano, si fanno male entrambi nello stesso modo.”
Mentre
i rapporti familiari risultano alquando ben delineati, l'intreccio
scivola su cardini non bene oleati. E ho usato la parola intreccio
non a caso, tra tanti possibili sinonimi. Di Allegiant si
vedono da lontano, ad occhio nudo, i fili e le trame che ne
compongono l'ordito. Tutto è molto macchinoso, schematico: a
determinate azioni seguono determinate reazioni, perché è così e
basta. Lo dice la Roth. L'autrice non ti porta gradualmente alla
meta. Delimita una strada precisa che non puoi oltrepassare, lungo la
quale devi obbligatoriamente proseguire: come lungo le rotaie del
tunnel della paura di un luna park standard. La distopia, in
Allegiant, si rivela
quel luna park fatto di rotaie fisse. Nel secondo fa una promessa
solenne e, sin dalle prime pagine, il compito dell'autrice è quello
di portarti a vedere cosa c'è fuori.
Come vivono oltre la Recinzione? Immaginavo un colpo di scena alla
The Village, in cui
una comunità senza tempo si teneva lontana dalla nostra società e
dall'avvento della modernità per scelta. Invece, scoprire che tra
dentro e fuori
passa una differenza trascurabilissima mi ha deluso profondamente. Si
nascondono, lì, segreti che non sconvolgono e lotte che, di peso,
sono trasportate dal mitico covo degli Intrepidi a laboratori
tecnologici che hanno fatto di Chicago un esperimento vivente.
Momenti di stasi non ne sono presenti e l'azione pura, di tanto in
tanto, viene stemperata con qualche raro momento di intimità. Ci
sono troppi baci tra i protagonisti, ma l'intimità sincera, reale,
si respira solo alcune volte. Baci che, ripetuti, esasperanti,
onnipresenti, diventano l'atto meno romantico di questo mondo. Ci
sono, in Allegiant e
nella saga tutta, cose che oggettivamente non vanno: tratti da
cesellare, una “personalità stilistica” da creare dal nulla,
scivoloni grossolani. A volte, anche la struttura della distopia
stessa – tutt'altro che infallibile - sembra fare acqua e il
messaggio appare semplicistico e vago. Il solito. Le cose brutte, da
dire, apparentemente superano numericamente quelle belle, ma tre
libri sono passati in fretta e l'anno prossimo, senza il bisogno di
aspettarne uno nuovo, potrei sentirne una certa mancanza. Le
sensazioni negative, con un po' di inevitabile malinconia, sono
surclassate dalle positive. Tutto merito – o colpa? - di un finale
che si fa ricordare, anche se in un volume non perfetto. Dopo gli
epiloghi svogliati di Multiversum
e Delirium, quello
della trilogia di Divergent è
il primo – quest'anno – a convincermi. E' coerente. Coerentemente
si trascina dietro i difetti di sempre, coerentemente rende omaggio a
personaggi privi di contraddizioni. Allegiant,
infatti,è fatto di
quella tristezza che non deprime. Non è una mezzanotte che scende
per non abbandonarti mai più. Non è eclissi totale del cuore.
Potrebbe giocarti un tiro mancino, ma sa portati su luoghi che
conosci e lasciarti nel posto giusto. Nel modo giusto. Dove tutto è
iniziato e dove un salto nel vuoto può ricordati di cosa hai paura,
perché hai paura, e che la vertigine che percepisci la percepisci
perché, in te, scorre ancora vita liquida. Intorno, gli amici, le
nuvole, la cenere. Ricordi sparsi di prime volte che hanno imparato a
non far più male.
Il
mio voto: ★★★★
Il
mio consiglio musicale: Ellie Goulding – Beating Heart
Ciao
a tutti e buon inizio di settimana! Brevissimo appuntamento di Mr
Ciak, oggi, con una recensione un tantino più lunga del solito, ma
mi perdonerete. Quando parliamo di trasposizioni, i paragoni con il
libro si sprecano. Eh, lo sapete anche voi. Vi parlo, infatti,
dell'attesissimo Divergent, che ho visto ieri in lingua. Il 3
Aprile potrete vederlo tutti nei cinema italiani. Al momento, ho in
lettura il terzo capitolo della saga e, in settimana, avrete la mia
recensione. Che settimana “Veronica Roth” sia, dai! Ditemi
qualcosa anche voi. Un saluto, M.
Ho
Allegiant sul letto. L'ho acquistato l'altro giorno e il
segnalibro è fermo a metà. In questi giorni, ho pensato spesso alla
saga della Roth. A perché mi piaceva. Perché mi piaceva? In
Insurgent ho perso di vista la domanda e, senza sbilanciarmi troppo,
posso dire che nemmeno con il terzo capitolo è amore puro. C'era
qualcosa, prima, che ora manca. Un entusiasmo che è andato scemando.
Un anno fa, avrei piantonato i cinema della mia zona come solo un
vero fan(atico) fa. Adesso è da un po' che i trailer e le pubblicità
della trasposizione cinematografica di Divergent mi lasciano
freddo. Ho visto il film in lingua, senza aspettare. Avevo
l'impressione, tanto, che non ne sarebbe valsa la pena. Invece
Divergent mi è piaciuto e mi ha ricordato perché Divergent
mi era piaciuto. Una trasposizione rispettosa e con i tempi giusti,
coinvolgente, scorrevole, fresca. Giovane. La Roth mi piaceva così,
come Neil Burger mostra il suo mondo: impavida, ribelle, leggera come
l'aria. Si capisce subito che non siamo al cospetto del nuovo Hunger
Games: non c'è particolare struggimento, non c'è paura, non c'è
quel nodo che ti lega stretto stretto ai personaggi. Ma dov'è scritto che un
distopico debba darti il dormento a tutti i costi? Divergent mi ha lasciato addosso
una sensazione incredibilmente positiva. Mi ha dato carica, energia,
vigore. Ti contagiano i protagonisti - con la loro euforia, il loro
entusiasmo, la loro giovinezza. Dà adrenalina, qualche brivido,
fervore. Come un buon action movie. Come un salto nel vuoto. La
storia l'ho rivalutata col tempo e così audace, effettivamente, non
è. Ha un messaggio – almeno – che ancora devo cogliere. Le
introduzioni apportate dal romanzo sono riproposte al grande
pubblico, da regista e sceneggiatori, anche con una certa
intelligenza. Non ti sommergono con effetti visivi senza utilità. E'
fisico, immediato, senza trucchi. Ricrea quella Chicago avveniristica
così come la immagini: i treni, il Covo, la ruota panoramica, il
momento della Scelta. Scelta di un destino - di un futuro - che ha
ricordato al Michele di oggi il Michele dell'anno scorso. In balia di
grandi insicurezze, incerto: più del solito. Divergent è
l'adolescenza che ti mette alla prova e ti chiede di diventare
grande. Prendete quelle generazione intere di medici, ad esempio. Poi
arriva un figlio che vuole fare il poeta. Generazioni di operai, e
poi arriva un figlio che vuole studiare. Questa mi è sembrata la mia
storia, e lo sembrerà ai lettori e agli spettatori che – prima o
poi – conosceranno la famiglia Prior. Prove su prove, decisioni su
decisioni: quello è crescere. Avevo scritto qualcosa di simile nella
recensione del romanzo. Lo so. Be', mi ripeto. Il film mi ha fatto pensare
alle stesse cose. Pensieri semplici, comuni, ma che mi erano
“piaciuti” e che mi sono “piaciuti”, essenzialmente per questo
motivo. Prima che la Roth rendesse le cose troppo adulte, troppo
posticce, troppo seriose. I comprimari potrebbero risultare un
tantino compressi, ma è un difetto che il film eredita direttamente
dal romanzo. La Roth, per me, non ne ha mai creati di straordinari o
memorabili. Ma la storia prende subito e il cast è all'altezza –
nonostante i miei ragionevoli dubbi. Eppure adoro smentirmi; eppure
ho detto più volte che detesto a pelle Shailene Woodley. Traumi da
Vita segreta di una teenager americana, suppongo. Lei non è una
bellezza, non è una maestra di carisma, ma è una Tris che convince.
Si scopre più volitiva, forte, caparbia insieme al suo personaggio.
Acquisisce un temperamento che cambia la luce nei suoi occhi e la
rende stranamente bella, a tratti. Il suo Quattro è Theo James –
volto televisivo, visto in Golden Boy
e Bedlam. La
differenza d'età tra i due non si percepisce e lui è il solito
Quattro che conosciamo tutti: taciturno, scontroso, burbero. Il film
non vuole essere la loro storia d'amore – mai – e non ci sono
inutili dilungaggini, inutili abusi di zucchero e miele. L'intimità
è in un gesto: lui che le sfiora la mano in treno, di nascosto,
mentre tutti sono sotto simulazione. Ci sono gli allenamenti, i
riuscitissimi scenari della paura, e la tanto mostrata scena dei
tatuaggi – con la brava Ellie Goulding che canta in sottofondo –
dura il giusto. Neil Burger limita le risatine, i commenti delle
ragazzette giulive di turno, i tipici movimenti da fandom. Ashley Judd è
bellissima come sempre, nonostante gli anni passino per tutti; Kate
Winslet è una cattiva algida, carismatica, senza sbavature; Ansel
Elgort – prossimamente con la Woodley in Colpa delle
stelle – ha un ruolo piccolo,
ma una naturalezza che non è da tutti. L'uso del travelling e
l'interessante colonna sonora mettono l'accento sui momenti migliori e il
finale, ovviamente aperto, è appagante come pochi. E' la fine di un
film, quella che vedi, non del singolo episodio di un serial magari lunghissimo. Procede spedito, dunque, come un treno in corso. E non
come uno di quelli della nostra Trenitalia. Non
conosce cos'è la noia, nonostante la durata sfori di qualche
minuto le due ore. Carica, soddisfa, convince. Non è una storia
che farà storia, ma
intrattiene ad hoc. Non ha poi tanta sostanza, ma grossomodo è
quello che penso anche del romanzo, a cui il film si attiene in tutto
e per tutto. Mi ha divertito, e questo è l'importante. Potrebbe anche
mettere pace tra la Roth e i suoi lettori più invipetiti, chissà. Non
dico che, per tornare a casa, la settimana prossima, salterà
direttamente dal treno, ma – al posto dell'ascensore – sceglierò
di farmi qualche rampa di scale a piedi. Ero un Intrepido, a fine visione, sì. E'
l'effetto Divergent? (7-)
Ciao
a tutti, amici. Come state? Io mi sono ufficialmente ripreso. Dopo il
“picco” di giovedì sera, adesso zero febbre e soltanto un brutto
mal di testa. Lunedì si ricomincia. Oggi, quindi, ho deciso di
parlarvi della mia ultima lettura. Una novità molto attesa che ho
avuto modo di leggere in anteprima, grazie alla Sperling. Scoprite le
mie impressioni in questa breve recensione, se vi va. Un abbraccio e
buon weekend, M.
E'
soltanto un gesto scaramantico, ma osservare l'East River dal treno è
un rito che mi ricorda quanto sono piccola: solo una delle migliaia –
anzi, dei milioni – di persone che hanno guardato il fiume prima di
me, che sono arrivate a New York con un sogno. Non importa se l'hanno
realizzato o no. Mi dà speranza.
Titolo:
Un giorno, forse
Autrice:
Lauren Graham
Editore:
Sperling & Kupfer
Numero
di pagine: 360
Prezzo:
€ 17,90
Data
di pubblicazione: 25 Marzo 2014
Sinossi:
Quante
volte Franny Banks, passeggiando sulla Quinta Avenue con gli anfibi e
l'uniforme da cameriera, si è detta: Un giorno, forse, camminerò su
questa strada con i tacchi alti e il portamento da vera diva. Quando
è arrivata a New York, aspirante attrice e aspirante molte altre
cose, Franny aveva un piano: sfondare nel cinema nel giro di tre
anni. Ora ne sono passati due e mezzo, e le cose non stanno andando
esattamente come sperato. La sola parte che ha ottenuto è stata in
uno spot pubblicitario di imbarazzanti maglioni natalizi, e gli unici
fan sono i suoi due coinquilini. Forse è il caso di trovarsi un
piano B, come le consigliano tutti: Franny già si vede mentre torna
a casa da suo padre, sposa l'ex fidanzato storico e "si
sistema". Eppure, dentro di sé, sa che non è ancora pronta a
tradire il suo sogno e non vuole rinunciare a seguire le orme dei
suoi idoli: Diane Keaton e Meryl Streep. La svolta arriverà
inaspettata, come in una battuta fuori copione: un giorno, durante lo
spettacolo di fine corso alla scuola di recitazione, Franny cade
rovinosamente sul palco. Sembra la fine della sua carriera mai
decollata, e invece sarà il vero inizio. Tra esilaranti avventure
sul set, incontri bizzarri, provini assurdi e un amore inatteso,
Franny scoprirà che la vita può sorprenderti molto più di un film.
La recensione
New
York. La Città che non dorme. La Grande Mela... Sarà abbastanza
grande, questa mela, per contenere i sogni e le ambizioni di tutti i
suoi abitanti? Milioni di vite, milioni di speranze. Tutti con il
loro sogno segreto. S'incrociano ai semafori, in metro, nei pub.
Camminano in masse infinite per quelle infinite vie. Chi in tuta, chi
in jeans e T-Shirt, chi con tailleur e tacchi eleganti. Chi
ciondolando tra i passanti, chi schivandoli per non far tardi a un
qualche appuntamento, chi perdendosi con lo sguardo tra le luci
sempre accese e i grattacieli mastodontici, come se quella fosse la
prima volta in assoluto al centro di Time Square. Turisti per sempre
– alla scoperta, a ogni passeggiata, di nuovi angoli, nuovi teatri
all'avanguardia, nuove audizioni e opportunità impensate. Lo zoom su
una ragazza che va di fretta – i capelli crespi e scuri, le scarpe
comode e la gonna nera, perché il nero sfina e lei è condannata ad
essere una taglia 44 in un mondo di taglie 40: questo è Un
giorno, forse. La storia di
Franny Banks, e di mille provini, e di corteggiatori a sorpresa, e di
una città ricca di possibilità e di aspiranti attori. Una commedia
brillante, carica d'ironia e d'amore, ispirazione per una serie TV di
prossima uscita, scritta da un'autrice d'eccezione. Una scrittrice
per un giorno. Questo è quello che mi ha spinto a leggere questo
simpatico chick lit. Genere, quest'ultimo, che conosco poco, ma di
cui non mi è impossibile riconoscere i vari pregi. Ne ho letti
giusto un paio, in vita mia. O perché non avevo niente di meglio da
leggere e, nei periodi di magra, erano quelli che offriva la libreria
personale di mamma; o perché quegli chick lit in questione sarebbero
diventati film con attori e registi particolarmente amati dal
sottoscritto. Vedi Il diavolo veste Prada,
vedi Anne Hathaway e Meryl Streep chiamate a recitare sullo stesso
set. Il nome in copertina chissà se lo avete riconosciuto subito:
Lauren Graham. Vi dice niente? Nella bozza non definitiva che ho
letto io, non c'era una sua foto, ma proverò a descriverla io per
voi. Occhi azzurri, capelli corvini, naso all'insù, un
indimenticabile sorriso tutto fossette. E' così che la ricordo.
Trasognata, imbarazzante, non sempre pronta a crescere. La dolce
Alexis Bledel l'aveva avuta come mamma e amica per sette stagioni,
come Mamma per amica.
Erano i primi anni duemila e, a lungo, le Gilmore Girls
ci hanno fatto compagnia. Troppo piccolo per seguire un telefilm con
la costanza di adesso, accendevo la tivù, quando capitava, e, quando
capitava, mi facevano compagnia loro. Di ritorno da scuola, nei
pomeriggi privi di tempi morti di Italia Uno, o la mattina, spesso,
in vecchie repliche trasmesse invece in giornate che più morte non
si poteva, durante le sonnolente vacanze di Natale. Ricordo i colori
autunnali della sigla, Carole King che cantava Where you
lead, le loro voci e le loro
risate nella mia cucina. La prima esperienza di Lauren nel mondo
dell'editoria – pur non conquistando del tutto – mi ha divertito
e intrattenuto piacevolmente. Sarà che per me tutto è nuovo. Sono
nuovi i toni, il senso dell'umorismo, la grazia, le avventure e le
disavventure che fanno di Un giorno, forse
un romanzo in rosa, ma non un romanzo rosa. Una vetrina, a volte
inedita, sul mondo delle aspiranti stelle e sulla fame insaziabile di
notorietà. Non potrei dire una sola parola negativa sul suo conto,
ma fatto sta che la memorabilità, qui, non è di casa. Questo è
l'unico difetto di un romanzo estremamente carino, davvero, ma che
potrebbe lasciare il tempo che trova. Purtroppo. Dico purtroppo,
ma non penso sia poi un difetto imputabile all'autrice, qui al suo
esordio letterario. Magari è tra i limiti del genere, magari no.
Sminuirei lo chick lit, se dicessi che – in fondo – è
l'equivalente di carta e inchiostro delle commedie hollywoodiane in
cui tutti sono “belli, ricchi e famosi”? Quelle che ti fanno
ridere, arrossire, per poi farsi dimenticare, senza pensieri, al film
successivo? Un po' prevedibili, confortevoli, confortanti. Le buffe
gag della protagonista, quasi certamente, finirano per sbiadire tra
qualche settimana e qualche libro, ma in questa storia nuovi e
sporadici guizzi sono presenti. I protagonisti, al limite, possono
definirsi “giovani, carini e disoccupati”, come nel piccolo cult
movie di quegli stessi anni con Ben Stiller, e le loro vicende
personali sono meno scontate e facili del previsto. Partono,
all'inizio, accasati e con relazioni sentimentali solide e
inattaccabili, poi destinate ad essere messe a soqquadro da Cupido e
dalle insidie del Red Carpet; non per tutti, inoltre, in queste 360
pagine, arriva il famoso “giorno, forse” delle luci della
ribalta. Vivono sotto lo stesso tetto, sopravvivono con lavoretti
part-time e con i generosi prestiti di genitori ormai al verde,
sbirciano la vita di un solitario vicino – dalle finestre – come
se fosse un reality show dal vivo. Sono disordinati, sono perfettini,
sono talora in armonia e talora in conflitto.
Si ritrovano a parlare
delle loro giornate senza gioia e delle loro sceneggiature più
riuscite, dei loro volti presto nelle poco suggestive pubblicità di
detersivi e delle tragedie della televisione, che sembra ingrassare
gli attori di qualche chiletto. Franny che cerca di scoprire il
mistero legato al suo nome e a sua madre in uno strano racconto di
Sallinger, Dan che scrive di fantascienza notte e giorno e che
filosofeggia guardando le sequenze conclusive dell'8½
del nostro Federico Fellini. La protagonista è New York. I
protagonisti sono gli anni '90. Ambientazione epica, mitica, iconica
che ci riporta alle salopette e alle camicie larghe di flanella, alle
soap e alle maratone serali di Law & Order
con gli amici, sul divano, tra unti cartoni di pizza e supposizioni a
fantasia sul colpevole di turno. Gli anni in cui Friends
era la sit-com per antonomasia e
in cui il taglio di capelli di Rachel faceva tendenza. Un
giorno, forse si rifà allo
spirito di quel decennio, e questo è il bello, decisamente. Metterlo
in scena in quegli anni lo rende nostalgico, riuscito, denso di
rimandi a mode e band di passaggio che hanno fatto storia. Una guida
simpatica e inedita sulle peripezie del diventare artista, al
servizio di una struttura tutta particolare. Alla narrazione in prima
persona della giovane protagonista, infatti, si alternano pagine e
pagine di esilaranti sceneggiature; frammenti, scadenze e note
affidate a una fedele agenda; messaggi imbranati lasciati in
segreteria. Leggerissimo, ma non senza una certa ferocia. Vero. Non
tutte le autrici di chick-lit sono Sophie Kinsella, ma la Graham ha
stile, freschezza, elasticità. Non è una voce tutta sua quello che
le manca. Come la sua protagonista, deve averla trovata dopo anni di
gavetta. Ma l'ha trovata. In bici, sul ponte di Brooklyn, in una
domenica mattina senza traffico: panchine vuote, auto addormentate
nei garage di villette di periferia. “Magari
non sei ancora riuscita a raggiungere i tuoi obiettivi, ma la tua
agenda ti mostra che hai continuato a riempire le pagine. La quantità
diventa qualità, come dice il racconto. Non devi credersi per forza,
al tuo successo. Devi soltanto stringere i denti e non mollare mai;
andare avanti giorno dopo giorno, e qualcosa succederà.”
Il
mio voto: ★★★
Il
mio consiglio musicale: Natasha Bedingfield – Unwritten
Ciao,
ragazzi. Come state? E' un buon giorno, il vostro? Io mi sono
risvegliato, questa mattina, con la pioggia, fuori, e il corpo a
pezzi. Credo che l'influenza abbia mietuto una nuova vittima. Oggi,
avrei voluto parlarvi della mia ultima lettura, portata a termine
ieri sera, ma le mie condizioni non me lo permettono. Mi sento un
catorcio umano. E alle quattro ho anche lezione. Vediamo se
sopravviverò o meno! Per non stare troppo lontano da voi, quindi, ho
voluto proporvi un nuovo appuntamento con Qui pro cover. Una
rubrica che nasce per mettere a confronto cover gemelle e cover
imparentate alla lontana, ma senza nessunissimo intento polemico.
Così, per fare due chiacchiere e due risate in compagnia. I gruppi
di cover, come la volta scorsa, sono due. Il primo raccoglie le
copertine di tre romanzi disponibili da noi: Gabriel's Inferno,
Bianco Celibe e Vampiro, Cuore Nero. Due
romanzi sui vampiri – quello della Giusti, tra l'altro, molto
bello! - e il primo volume di una trilogia erotica che, a breve, avrà
conclusione. Un finalmente lo posso aggiungere, vero? Schiene nude,
mani ovunque, gente che si abbraccia appassionatamente. All'Orso
Abbraccia Tutti di Colorato so che piacerebbero parecchio. La mia
preferita è la prima: un tantino più elaborata del solito. Gli
altri romanzi sono ben quattro! Intonate con me: Georgie
che corre felice sul prato, dove un alano aveva appena cac... Dite
che sto sbagliando il testo? Santa Cristina D'Avena, chiedo perdono.
A partire da sinistra a destra, la cover uk di Se tu mi vedessi ora (letto una
vita fa: niente di che), Il bosco dei biancospini,
l'edizione Mondolibri di Ti vengo a cercare
(letto e piaciuto!) e L'amico delle donne.
Quattro Cappuccette Rosso – o galline - in fuga. Su queste non ho
preferenze: quella della Ahern – che è la più originale – è,
paradossalmente, quella che mi piace di meno. Paiono le gambe di Kate
Moss, quelle. Voi che ne pensate? Quali preferite? Ditemi, ditemi. Un
abbraccio “febbricitante”, M. Non dirò mai più che io non mi
ammalo mai.
Un accorato appello, per concludere. Doniamo i nostri piedi nei prati alla Ricerca. Per nuove cover e un mondo più giusto! Ecco i miei. Quando sembrava essere
venuta la primavera...