venerdì 11 aprile 2014

Recensione: I cavalli delle giostre, di Antonio Gentile

Buon pomeriggio a tutti! Come state? Io sono pronto per l'ennessimo weekend di solitudine e noia lontano da casa: leggo la Mazzantini, studio Storia della lingua. E vi parlo, oggi, di un libro che magari non conoscete. Se vi capita, prendetelo. Appartiene a quel genere impreciso che non è di nessuno, ma che è di tutti al tempo stesso. Un genere che di sicuro non era il mio, ma che mi ha sorpreso in positivo. Ringraziando l'autore – gentile di nome e di fatto - , vi do appuntamento ai prossimi giorni, con un nuovo post sui recenti finali di stagione. Un abbraccio, M.
Non siamo nulla se non ci prendiamo cura di qualcuno.

Titolo: I cavalli delle giostre
Autore: Antonio Gentile
Editore: Edizioni Anordest
Numero di pagine: 223
Prezzo: € 12,90
Sinossi: Lorenzo e Letizia, due fratelli, due vite sospese in una dimensione surreale, nel tentativo di guarire le ferite dell'infanzia, segnate come marchi a fuoco sulla pelle. Cicatrici che li condizioneranno fino all'adolescenza, li faranno allontanare dalla realtà e perdere nel bisogno di liberarsi, come i cavalli delle giostre di un vecchio luna park abbandonato, dove andavano a giocare da bambini. Su strade parallele, i loro destini s'incrociano con quelli di Matteo e Cecilia. Due incontri inaspettati, singolari, irrazionali come il contatto del nulla con l'infinito, della materia con l'antimateria, che li riporteranno ad una dimensione compiuta, scoprendoli fino al punto più profondo dell'anima.
                                      La recensione
Volevo leggere questo libro. E poi no.
Tra le email ricevute, nelle scorse settimane, una dell'ufficio stampa di una piccola casa editrice da tenere d'occhio, costantemente. Pubblicazioni interessanti, titolo interessante. I cavalli delle giostre. Animali malinconici, con zoccoli e zampe di legno che non possono correre. Ancorati a un palo, come cani legati  col guinzaglio  a un lampione acciaio. Perché loro non possono entrare. La copertina fotografava una scena quotidina. L'inchiostro immortalava personaggi quotidinani – tristi e felici, belli e brutti, comunemente comuni. Quei famosi cavalli – come i mostri del tunnel degli orrori – mi avevano intimorito, d'un tratto. La sinossi parlava con parole difficili di quelle quattro vite che, in un giorno appena, ho fatto mie. Il linguaggio della matematica, della scienza, della razionalità. La poesia di un ingegnere. Un giorno, un messaggio dell'autore, su Facebook. La richiesta di un parere sincero. Antonio Gentile ha uno stile più vicino alla poesia che alla prosa e avevo paura di non capirlo bene: per certe cose, non sono abbastanza sensibile. Mai stato, non lo nego. Però ho accettato, ho detto sì. Per le 200 pagine complessive e per lo stesso mare in cui io e Antonio, vicinissimi, ci specchiamo. Quella striscia d'acqua blu, ogni lunedì, mi sfila accanto, in treno. Accanto, magari, tante volte, dai primi d'ottobre fino a questo aprile dispettoso, mi è sfilato anche il covo dell'autore. Lì dove questa storia è stata generata. I cavalli delle giostre mi è piaciuto molto e, dico la verità, non ne ero sicuro al cento per cento. Io sono diretto, acerbo, rozzo. Poco lungimirante per intercettare la sottile linea rossa tra romanzo e aforisma. La poesia mi ricorda ancora scuola. E invece, questa volta, con Antonio a guidarmi, l'ho intercettata. Ho trovato quel filo e ho scoperto, stupito, che formava un solido nodo da marinaio. Questo romanzo è una sensazione che non ti spieghi: avido di dialoghi, generoso di descrizioni. Descrizioni di una realtà filtrata dagli occhi dell'anima, non dal comune sguardo. Un caos bianco, un caos calmo. Un'antologia di poesie, quasi, che formano una storia e ancora un'altra. Le parole sono strumenti infiniti con cui giocare e sperimentare. Con cui divertirsi, per parlare di persone che non ridono, o con cui rilassarsi, per raccontare di ragazzi senza pace. Ci sono le farfalle, le stelle, le nuvole, piume che cadono e rumore non fanno, lacrime che – in un giornate di sole, in un giorno migliore – formano l'arcobaleno. Scie di aerei supersonici che creano trame nel cielo, sodalizi e matrimoni tra le nuvole. Questa è una fiaba per bambini di venti o trent'anni da leggere con i cinque sensi. Con gli occhi, soprattutto, e le mani, e il naso... E' una sensazione imprecisa, imperfetta, sfuggente. E una sensazione come fai a descriverla, se ti porta ai ricordi d'infanzia – al giardino di nonna in estate, alle corone di margherite a primavera, al vischio a Natale?
La scrittura di Gentile è limpida, cristallina. Un prisma che scompone colori – i più tenui, dolci e delicati inventati dal buon Dio. La parola è catarsi, l'arte (la pittura, la musica..) è espiazione. La parola è arte. Innegabilmente bella. I periodi creano un sentiero sottile di briciole sottili. Ma attenzione: gli uccelli, con i loro becchi gialli e le piume sporche, potrebbero cadere già dal cielo e divorarle tutte! Attenzione: il vento potrebbe soffiarle via per crudeltà! E allora i bambini perderebbero la strada del ritorno. Il sentiero di mattoni gialli verso casa.
Consigliato a chi... 
Vuole una storia come tante, ma scritta come poche.
A chi ha scoperto che il mare esiste anche d'inverno. 
A chi, in macchina, con lo sguardo che indugia oltre il finestrino bagnato e i tergicristalli in azione, pensa che la luna lo stia seguendo. E stia brillando, gialla e romantica come in una canzone del Coldplay, solo per lui.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ludovico Einaudi – Fly

mercoledì 9 aprile 2014

Recensione: La quinta onda, di Rick Yancey

Ciao a tutti. La settimana, per me, ha inizio oggi! Dopo un lungo weekend che si è protratto fino a mertedì sera, si ritorna – in treno – all'università. Il mio lunedì è arrivato due giorni dopo, ma il trauma è lo stesso. Vi parlo, oggi, di un romanzo che mi ha sorpreso, dall'inizio alla fine. Mi è piaciuto moltissimo. Forse perché è da tempo che non leggevo un libro per ragazzi scritto come si deve. Forse perché Yancey è parecchio bravo e riesce a far scintille con la più semplice delle storie. Ringraziando Anna e Giovanni – per il romanzo e il kit! Qui la foto – vi auguro una splendida giornata, anche se questa mattina mi ha dato il buongiorno la pioggia. Dovrò dire addio ai pomeriggi in canottiera, sul balcone...
“La crudeltà non è un tratto della personalità. La crudeltà è un'abitudine.”
“Non ci sono ma. Semmai e. Sono umano e non lo sono. Sono entrambe le cose e nessuna. Sono l'Altro e sono te.”

Titolo: La quinta onda
Autore: Rick Yancey
Editore: Mondadori “Chrysalide”
Numero di pagine: 520
Prezzo: € 17,00
Sinossi: Di notte, Cassie non può più guardare il cielo stellato con gli stessi occhi di prima; ora sa che "loro" arrivano da lì, da quegli astri luminosi e distanti, e arrivano per distruggere il suo mondo. Cassie è tra gli ultimi superstiti, sola, in fuga da "loro", esseri mandati sulla Terra per sterminare la specie umana: l'unica speranza che le resta è ritrovare Sammy, il fratellino che le è stato strappato dalle braccia. Quando il misterioso Evan Walker si offre di aiutarla, Cassie capisce che deve prendere una decisione: fidarsi o rinunciare alla sua missione, arrendersi o continuare a lottare.
                                                 La recensione
“E' un gesto senza speranza. Stupido. Suicida. Ma l'amore è un'arma contro cui non hanno difesa. Sanno come pensate, ma non sanno cosa provate.” Ci devo pensare su. Oppure no. Devo scrivere di getto. Oppure no. Una mente aliena mediterebbe a lungo, probabilmente, prima di fare un altro passo. Mediterebbe, stop. Ma l'umanità sta nell'impulsività. Nel sentire tutto più amplificato. Nelle lotte intellettuali tra o ed o. Sbarello, dunque sono. Cartesio diceva o non diceva una cosa del genere? Mah. Nel dubbio, io sbarello. Con un teschio spolpato nella mano, le paranoie di Amleto e quello che vi pare: fate voi. Ho finito La quinta onda e mi è piaciuto senza riserve. Lo confesso senza riserve. Gli alieni hanno invaso il cielo all'improvviso. Luci verdi vomito, catastrofi, umanità decimata. Solita roba. I mariti hanno sepolto le mogli accanto ai roseti un tempo in fiore, le figlie hanno chiuso gli occhi ai padri. Gli adulti hanno abbandonato i più piccoli. Gli indifesi si sono nascosti come ratti – scattanti, invisibili, schifati lebbrosi. La quinta onda parla di brutte cose, e ha inizio in medias res, con il peggio che è appena iniziato. Parte così, dal nulla, ma non disorienta. E' il romanzo in sé ad avermi disorientato, piuttosto. Mi ha colto che più impreparato non si può. Confesso che, se fosse stato per me, non l'avrei comprato. Invece si era fatta avanti la Mondadori con una sorpresa: avevano un romanzo d'avventura per me. A sorpresa. Con un odio naturale per i romanzi d'avventura e un amore, sempre naturale, per le sorprese, ho atteso che mi arrivasse, in realtà non attendendolo nemmeno un po'. Era sbucato da un voluminoso pacchetto insieme a barrette di cioccolato, bussola, cerotti, pinzette, una tracolla nera. Troppo carina l'idea di abbinare uno sci-fi con un kit di sopravvivenza! Che quello sci-fi non avesse mai attirato particolarmente la mia attenzione, invece, in quel momento, mi era importato a stento. Mi fidavo. Mi concentravo sulla sorpresa, come un bebè di vent'anni che si sente felice e coccolatatissimo. 
Ho finito Allegiant, della Roth, e sul comodino c'era quest'altro. Mi ci sono attaccato. Letto, occhiali, segnalibro: via. Carino, me lo aspettavo carino. La mattina successiva sarebbe sicuramente stato una valida compagnia in treno. Invece mi è bastato il prologo: breve, cupo, inquietante. Questo Rick Yancey – doveroso ammetterlo – è molto più che un autore da libri carini. E' bravissimo. Ha una maestria che ti confonde e che rende del tutto impossibile mettere a fuoco il suo sesso. Questo non sembra un complimento, vero? Colpa mia. Questo signore qui è un camaleonte. Ha sei anni, sedici, duecento. E' uomo e donna. Ti racconta, all'inizio, la storia di Cassie, un'adolescente che – in una tenda, nel bosco – culla teneramente un orsetto di peluche e un fucile. Te lo racconta lei. Della prima onda, e della seconda, e della terza, e della quarta. Di sua madre che ha iniziato a vomitare sangue, di suo padre che è stato sparato a sangue freddo, di un fratellino che ha scelto di seguire i soldati sul pulmino giallo della scuola. Ma i punti di vista cambiano senza prima avvisare. Senza nessuno che ti indichi, con un nome scritto a stampatello sotto il numero del capitolo, di chi sia la voce che senti. L'autore parla come l'ospite e parla come l'invasore, come il cacciatore e la preda. In prima persona e in terza. Con una narrazione solidissima, spiega il dramma di chi fugge e il dramma di chi è prigioniero di un esercito, di un'arma. Sembra che, accanto a lui, al computer, ci sia un'altra persona, nella peggiore delle ipotesi. Il suo romanzo è scritto a quattro, a sei mani. C'è una lieve malizia nella voce di Cassie, rabbia e vigore in quella di Ben, innocenza a tutti i costi in quella di Sammy. Ha una strana saggezza, Yancey. Stranissima. Illustra le strategie di una guerra di logoramento in cui gli Altri sono parte di noi e in cui scegliere chi faccia più schifo – tra chi è umano e chi non lo è – non è così elementare. Ci racconta di “uno squalo che sognava di essere umano” e di una ragazza che aveva la presuntuosa certezza di essere l'unica persona sulla faccia del creato. Pretesa egoistica, la sua. Yancey fa ricorso alla prima persona in due casi: Cassie, come Cassiopea, e Ben, come Benjamin. Immaginate che il romanzo non abbia una copertina: un volumone scuro senza titolo e senza un autore... Autore o autrice? Davanti ai pensieri bruschi, buffi, svenevolmente romantici dell'esilarante Cassie pensereste a una donna. A una voce che trema di fragilità, sospetto, passione. E' donna, per forza. E magari ha anche sedici anni e scrive fan-fiction di Twilight: le gambe di gelatina quando si tratta di parlare con i ragazzi, la tendenza a dar vita a parallelismi sdolcinatamente poetici tra gli occhi del lui di turno e le stelle del cielo, il desiderio di un amore che fa sognare e dire bleah. Cassie si odia, l'amore si odia. Di certo non si odia Evan Walker: mani grandi e morbide come nuvole, alito che sa di cioccolato, una casa e un cuore vuoti. Ben si è svegliato, invece, con il desiderio di non svegliarsi. Lontano. Pensieri molto emo, una vitalità da zombie. I soldati “cattivi” gli hanno messo un'arma in mano e gli hanno insegnato a sparare. Per proteggere e servire. Al collo, ha un ciondolo a forma di cuore e condivide la stanza con bambini soldato che hanno soprannomi di cibi da asporto, manicaretti, cartoni animati. La sua stanza è una camerata e il suo nuovo nome è Zombie: decisamente calzante. Allora giureresti che a scrivere sia un uomo: atletico, con le spalle larghe e nozioni basilari di football e guerriglia. Io ho amato i protagonisti. Ho creduto a loro e ho creduto in loro. 
E, ogni volta che il POV cambiava, avevo un nuovo protagonista preferito. Così, a capitoli alterni. Parlando di loro, gesticolerei senza sosta. Lo so. Riempirei una pagina di cuori per esprimere la delicata dolcezza di una storia d'amore che – sdolcinata, da romanzo e tutto quello che volete... – ha una bellezza a cui non ho saputo resistere. Adotterei – peggio di Angelina e Brad – quello scricciolo tenerissimo di nome Sammy e, come Ben, non dormirei sonni tranquilli senza prima avergli fatto dire le preghiere della buonanotte. Quel Rick Yancey, alla fine, era un uomo con una sensibilità infinita e un talento lampante. Era sceso in campo per mostrare ai comuni mortali come scrivere un degno romanzo young adult e per condividere con il mondo – e Veronica Roth, in primis – l'uso a regola d'arte dei punti di vista alternati. Era tornato da me per farmi ricordare una storia – seppellita chissà dove – che, da bambino, mi aveva fatto impazzire. Io Rick Yancey già lo conoscevo, infatti. Mi aveva fatto ridere a crepapelle con Le straordinarie avventure di Alfred Kropp, quando ero basso e grassottello e avevo bisogno di anti-eroi bassi e grassottelli proprio come il sottoscritto. Mi ha divertito ancora: l'ho riconosciuto, forse, per via del sorriso. In una piccola storia crudele, sanguinosa e assassina, lui sa strappartene a centinaia, come tappi sulle granate. Poche idee, passaggi ipnotici, voci numerose ma perfettamente distinguibili. Risate per schegge conficcate nel sedere, giunoniche guerriere che non sorridono perché magari hanno qualche dente di meno, pensieri - formulati dalla giovane Cassie - che fanno invidia ai romanzi rosa più imbarazzanti. La quinta onda è un kolossal che racconta quello che già sai. Un blockbuster ad alto budget dallo script non a prova di bomba. Anziché mostrare i segni dell'apocalisse e il cielo in fiamme, però, zoomma nelle case, sotto i tetti, sotto le lenzuola e le lamiere delle macchine. E' di un'intensità che non ti aspetti, è di una potenza che fa rumore. Molto introduttivo, poco introduttivo. Non succede granché. Allora è statico? Non per me. Mai. Ho visto i cieli muoversi, pesato corpi di bimbi senza più l'anima, sentito le ossa dei protagonisti allungarsi e crescere in 500 pagine. Sono spuntati dal nulla, come fragole su un cespuglio innaffiato da piogge acide. Come adolescenti in guerra. Bambini abbandonati nel bosco. “Forse non abbiamo occhi? Mani, membra, corpo, sensi, affetti, passioni? Se ci pungete, forse non sanguiniamo? E se ci fate un torto, non ci vendicheremo? Shakespeare. Il mercante di Venezia. A parlare è un membro di una razza disprezzata e oppressa. Come la nostra. Quella umana.”
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: 30 Seconds to Mars – This is War


domenica 6 aprile 2014

Qui pro cover #3


Buongiorno, buongiorno! Come state? Chiudiamo la settimana come si deve, con un nuovo appuntamento della recentissima Qui pro cover – rubrica nata per mettere a confronto, senza nessun intento polemico, cover gemelle, cover sorelle, cover imparentate alla lontana. Come sempre, anche questa mattina due gruppi di copertine. Le prime tre riprendono lo stesso soggetto presente sulla copertina della ristampa economica di Divergent – questa settimana la Roth e la sua trilogia sono state onnipresenti, da queste parti. Film, romanzo e adesso cover. Cover – francamente – molto bruttina, nonostante sia la più decente tra le tre. Le altre due appartengono ai romanzi Virtuosity e a Hidden, parte, quest'ultimo, dell'infinita (ma quanti volumi sono?) saga della Casa della notte. La modella è la stessa su tutte e tre, cambia giusto lo sfondo. Fastidioso il rosso cupo di Divergent, da pubblicità di creme depilatorie quello di Virtuosity, orientaleggiante quello di Hidden. Resta, quindi, una fanciulla che ha detto evidentemente no ai push up e agli interventi al seno – avere due cocomeri davanti avrebbe però giustificato la sua posa parecchio scomoda – ma ha detto sì a Valsoia ai capelli che fanno swish. A Jared Leto piacerebbe questo elemento. Le altre tre, invece, sono praticamente identiche, eliminato o aggiunto qualche dettaglio. I colori delle farfalle cambiano, ma la canotta da camionista resta. Preferisco, perciò, la cover di The Ice Queen, almeno – se c'è – non si vede. Più delicata, no? Le altre appartengono a Fate e all'edizione americana del M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-O Luna. Leggetelo. La mia recensione qui. Le vostre preferite? Ditemi la vostra, su. Un abbraccio e buona domenica, M.

mercoledì 2 aprile 2014

Recensione: Allegiant, di Veronica Roth

Dopo il post precedente con la recensione del film, torno a parlare della saga di Divergent. E per l'ultima volta. Ho finito ieri Allegiant e, tra alti e bassi, l'ho trovato una degna conclusione. Quel finale che tanti hanno trovato distrubante, per me aggiusta tutto, magicamente. La recensione non contiene spoiler! 
Avevo paura che, se fossimo rimasti insieme, avremmo solo continuato a cozzare per sempre, e che alla fine tutti quegli scontri mi avrebbero mandata in pezzi. Ma ora so che io sono la lama e lui è la cote. Sono troppo forte per rompermi, e ogni volta che lo tocco divento migliore, più affilata.

Titolo: Allegiant
Autrice: Veronica Roth
Editore: DeAgostini
Numero di pagine: 540
Prezzo: € 14,90
Sinossi: La realtà che Tris ha sempre conosciuto ormai non esiste più, cancellata nel modo più violento possibile dalla terrificante scoperta che il "sistema per fazioni" era solo il frutto di un esperimento. Circondata solo da orrore e tradimento, la ragazza non si lascia sfuggire l'opportunità di esplorare il mondo esterno, desiderosa di lasciarsi indietro i ricordi dolorosi e di cominciare una nuova vita insieme a Tobias. Ma ciò che trova è ancora più inquietante di quello che ha lasciato. Verità ancora più esplosive marchieranno per sempre le persone che ama, e ancora una volta Tris dovrà affrontare la complessità della natura umana e scegliere tra l'amore e il sacrificio.
                                                  La recensione
“Sto con lui perché lo scelgo ogni giorno quando mi sveglio, ogni giorno in cui litighiamo o ci mentiamo o ci deludiamo a vicenda. Lo scelgo continuamente, e lui sceglie me.” Dovrei provare struggimento. Dovrei avvertire le fitte di un cuore infranto. Dovrei dire che odio la Roth e che, da ora in poi, è mia nemica giurata, a vita. Dovrei? Sono domande, ma senza punto interrogativo. Quello manca, ma la risposta c'è. Forse: forse dovrei. Invece sapete che i mancati lieto fine a me piacciono. Sono quelli che ricordo malvolentieri; gli unici che ricordo più a lungo. Parto così, dalla fine di Allegiant, ma senza svelarvi nulla. Gli stati arrabbiati su Facebook, le emoticon dall'aria triste, le recensioni che rimandano a notti insonni e a kleenex umidi, gli articoli e gli spoiler più vari vi hanno messo in guardia da tempo: le cose non vanno bene per tutti. Veronica Roth è così, un po' crudele. Come la Collins prima di lei, come Lauren Oliver. I distopici sono lotte, sono canti che inneggiano alla rivoluzione, sono parate di gente armata – e le vittime, i martiri, i militi ignoti sono necessari. Non puoi far guerra senza polvere da sparo, non puoi farla senza caduti. La Roth non è più coraggiosa, intrepida o cattiva dei suoi colleghi. Francamente, non è nemmeno più in gamba: per nulla. Soltanto giusta. Ho finito il libro e solo la fine mi ha suggerito che, in fondo, mi era piaciuto: nonostante tutto. Quella fine – forte, d'impatto, senza ritorno - che fa un effetto strano, ma che fa pur sempre effetto. Non ti scivola tra le dita con leggerezza. Ha il colore cupo del lutto, lieve ruvidezza al tatto. Ma non mi è sembrato il frutto sgradevole della spietatezza di una giovane autrice che gioca a fare Dio, né il definitivo raggiungimento della maturità di una ragazza – già nota a livello planetario – che ancora tanto ha da imparare. Non è una mattanza gratuita. Argina i contagi, limita i danni, salva il salvabile. Riassume in un gesto i valori di ogni Fazione e mette a tacere i contrasti idelogici. I vestiti si mescolano, non c'è più un confine. Lo dice il vestiario grigio pallido degli Abneganti da cui, liberi, fan capolino i tatuaggi degli Intrepidi. Perché si può essere sinceri, gentili, altruisti, coraggiosi senza bisogno di etichette superflue. Il discusso epilogo mette fine a tanto – vite, istituzioni, mondi – ma in quella tomba chiusa non ci sei anche tu. Sei all'aria aperta, e hai altra vita ancora, e hai altra speranza ancora. Le ultime pagine le leggi con un'ottica diversa. Qualcosa è venuto meno, e più di qualcuno. L'assenza diviene presenza nell'attimo in cui realizzi che è così che le cose dovevano andare e che sarebbe stato un imperdonabile passo falso affidarsi a una chiusa alternativa. Termine giusto: imperdonabile. Non gliel'avrei perdonato, e Allegiant, senza quel tocco lieve di disperazione, non sarebbe stato Allegiant. Il libro che, tra alti e bassi evidenti, mi è però piaciuto. Per quell'epilogo granata che diventa stranamente salvifico. Turba, abbindola, e ho lasciato che lo facesse senza troppe reticenze. Divergent mi era piaciuto, Insurgent no – ultime pagine a parte - e Allegiant è stato una lunga incognita fino alla fine. Ha tanti e troppi difetti, ma dire addio a quest'avventura senza l'anima in pace mi avrebbe fatto sentire... sbagliato. Ho potuto farlo grazie a un finale che disintegra qualcosa, ma aggiusta tutto. Mi ha aggiustato, mi ha soddisfatto. Gli epiloghi tutti rose e fiori non hanno fatto mai per me: me l'ha ricordato ieri anche mamma, al telefono. Sono d'altro tipo quelli che non si scordano. E dell'ultimo capitolo di questa trilogia il resto si scorda in fretta, purtroppo. L'immagine conclusiva la ricorderò, il resto meno. In un anno, dopo l'entusiasmo iniziale legato a Divergent, ho rivalutato questa serie, iniziata a marzo 2012 letteralmente col botto. Vedere il film mi ha ricodato quello che mi era piaciuto e quello che s'era perso, quando i toni – da dinamici e frizzanti - si erano fatti più seri, ripetitivi, pigri, libro dopo libro. Con Insurgent avevo avuto diverse difficoltà: per quanto scorrevole, avevo dovuto combattere contro il più duro tra gli avversari. La noia. Strategie che seguivo tra gli sbadigli, pagine superflue, personaggi di cui ignoravo beatamente l'esistenza e che morivano in passaggi senza sentimento, una società distopica dai tratti vaghi e sbavati. Comprimari dalle doppie facce e con ruoli ambigui non dotati di vita propria, ma agganciati a caratterizzazioni sbrigative che di loro mi facevano conoscere – a stento – il nome. Poi era arrivato il finale. Veronica Roth e i finali vanno d'accordo. Avrei voluto sapere, avrei voluto indagare, avrei voluto conoscere il peso dei segreti nascosti oltre i confini di Chicago. 
Tutto veniva messo in discussione, tutto era una bugia. Tutto mi aveva elettrizzato. Avrei dovuto aspettare un anno intero per soddisfare la mia curiosità – come potevo? Ho iniziato Allegiant con il terrore di trovarmi tra le mani un secondo, lentissimo Insurgent. Prevenuto, psicologicamente pronto. Invece la scrittura della Roth è soggetta a molte pecche, ma non contempla lentezza. Tra i lati positivi, indubbiamente, una velocità che si scambia per furia e impeto e fa di queste 538 pagine un intenso concentrato da bere d'un fiato. Il ritmo serrato è quello che era presente, in parte, nel primo volume. I difetti sono gli stessi che, più consapevole, ho riscontrato nel secondo. Lo stile: un tracciato del tutto piatto, che non asseconda le linee di una trama che prevede cime aguzze e abissi. Manca di personalità, potenza, luce. Linearissimo, non ha quasi colore. Le descrizioni rapidissime ed essenziali dei volumi precedendi lo nascondevano. Qui - quando è richiesta una maturità aggiunta, una marcia in più – la giovane autrice mette in luce la sua inesperienza, le sue lacune. Si percepisce per due fattori: l'introduzione di un duplice punto di vista, il poco discreto e massiccio intervento della Roth per girare e rigirare le carte in tavole. Continuamente. L'espediente di una seconda voce narrante – particolarmente in voga nei romanzi distopici, da Requiem a Crossed – è di per sé intelligente, se usato bene. Si possono sperimentare registri diversi, si può rivoluzionare l'intreccio con uno sguardo tutto nuovo. Si può, potenzialmente. Le voci di Tris e Tobias, invece, risultano interscambiabili, identiche. I nomi all'inizio di ogni capitolo ci dicono a chi appartengono, altrimenti sarebbe impossibile distinguere lui da lei. Tobias si omologa al solito coro, canta nella tonalità scelta – due libri prima – per Tris. Il più interessante è lui. Sarà che la fermezza della protagonista, a volte, si scambiava per freddezza e, nei suoi confronti, erano cresciuti minuscoli momenti di insofferenza; sarà che, in un plot a tratti ripetitivo, lui è la novità autentica ed è novità autentica leggere sensibilità e vulnerabilità nel cuore dell'uomo che non ha paure. In mezzo a comparse fugaci, a comprimari di cui tra qualche tempo dimenticherò perfino l'esistenza, degno di nota il personaggio di Caleb: il fratello, il traditore. Ha qualcosa – e non so cosa – che, nonostante i suoi vecchi gesti, rende aberrante l'idea di marchiarlo come un capro espiatorio. Sbaglia, impara, resiste agli schiaffi e alle occhiate torve della sorella con impassibilità assoluta. E' di un'umanità che comprendi. “La pelle del viso di lui e quella delle nocche di lei hanno la stessa sfumatura, tra il viola, il blu e il verde, come se se la fossero colorata con i pennarelli. Questo è quel che succede quando due fratelli si scontrano, si fanno male entrambi nello stesso modo.”
Mentre i rapporti familiari risultano alquando ben delineati, l'intreccio scivola su cardini non bene oleati. E ho usato la parola intreccio non a caso, tra tanti possibili sinonimi. Di Allegiant si vedono da lontano, ad occhio nudo, i fili e le trame che ne compongono l'ordito. Tutto è molto macchinoso, schematico: a determinate azioni seguono determinate reazioni, perché è così e basta. Lo dice la Roth. L'autrice non ti porta gradualmente alla meta. Delimita una strada precisa che non puoi oltrepassare, lungo la quale devi obbligatoriamente proseguire: come lungo le rotaie del tunnel della paura di un luna park standard. La distopia, in Allegiant, si rivela quel luna park fatto di rotaie fisse. Nel secondo fa una promessa solenne e, sin dalle prime pagine, il compito dell'autrice è quello di portarti a vedere cosa c'è fuori. Come vivono oltre la Recinzione? Immaginavo un colpo di scena alla The Village, in cui una comunità senza tempo si teneva lontana dalla nostra società e dall'avvento della modernità per scelta. Invece, scoprire che tra dentro e fuori passa una differenza trascurabilissima mi ha deluso profondamente. Si nascondono, lì, segreti che non sconvolgono e lotte che, di peso, sono trasportate dal mitico covo degli Intrepidi a laboratori tecnologici che hanno fatto di Chicago un esperimento vivente. Momenti di stasi non ne sono presenti e l'azione pura, di tanto in tanto, viene stemperata con qualche raro momento di intimità. Ci sono troppi baci tra i protagonisti, ma l'intimità sincera, reale, si respira solo alcune volte. Baci che, ripetuti, esasperanti, onnipresenti, diventano l'atto meno romantico di questo mondo. Ci sono, in Allegiant e nella saga tutta, cose che oggettivamente non vanno: tratti da cesellare, una “personalità stilistica” da creare dal nulla, scivoloni grossolani. A volte, anche la struttura della distopia stessa – tutt'altro che infallibile - sembra fare acqua e il messaggio appare semplicistico e vago. Il solito. Le cose brutte, da dire, apparentemente superano numericamente quelle belle, ma tre libri sono passati in fretta e l'anno prossimo, senza il bisogno di aspettarne uno nuovo, potrei sentirne una certa mancanza. Le sensazioni negative, con un po' di inevitabile malinconia, sono surclassate dalle positive. Tutto merito – o colpa? - di un finale che si fa ricordare, anche se in un volume non perfetto. Dopo gli epiloghi svogliati di Multiversum e Delirium, quello della trilogia di Divergent è il primo – quest'anno – a convincermi. E' coerente. Coerentemente si trascina dietro i difetti di sempre, coerentemente rende omaggio a personaggi privi di contraddizioni. Allegiant, infatti, è fatto di quella tristezza che non deprime. Non è una mezzanotte che scende per non abbandonarti mai più. Non è eclissi totale del cuore. Potrebbe giocarti un tiro mancino, ma sa portati su luoghi che conosci e lasciarti nel posto giusto. Nel modo giusto. Dove tutto è iniziato e dove un salto nel vuoto può ricordati di cosa hai paura, perché hai paura, e che la vertigine che percepisci la percepisci perché, in te, scorre ancora vita liquida. Intorno, gli amici, le nuvole, la cenere. Ricordi sparsi di prime volte che hanno imparato a non far più male.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Ellie Goulding – Beating Heart

lunedì 31 marzo 2014

Mr Ciak #32: Divergent - Il film

Ciao a tutti e buon inizio di settimana! Brevissimo appuntamento di Mr Ciak, oggi, con una recensione un tantino più lunga del solito, ma mi perdonerete. Quando parliamo di trasposizioni, i paragoni con il libro si sprecano. Eh, lo sapete anche voi. Vi parlo, infatti, dell'attesissimo Divergent, che ho visto ieri in lingua. Il 3 Aprile potrete vederlo tutti nei cinema italiani. Al momento, ho in lettura il terzo capitolo della saga e, in settimana, avrete la mia recensione. Che settimana “Veronica Roth” sia, dai! Ditemi qualcosa anche voi. Un saluto, M.



Ho Allegiant sul letto. L'ho acquistato l'altro giorno e il segnalibro è fermo a metà. In questi giorni, ho pensato spesso alla saga della Roth. A perché mi piaceva. Perché mi piaceva? In Insurgent ho perso di vista la domanda e, senza sbilanciarmi troppo, posso dire che nemmeno con il terzo capitolo è amore puro. C'era qualcosa, prima, che ora manca. Un entusiasmo che è andato scemando. Un anno fa, avrei piantonato i cinema della mia zona come solo un vero fan(atico) fa. Adesso è da un po' che i trailer e le pubblicità della trasposizione cinematografica di Divergent mi lasciano freddo. Ho visto il film in lingua, senza aspettare. Avevo l'impressione, tanto, che non ne sarebbe valsa la pena. Invece Divergent mi è piaciuto e mi ha ricordato perché Divergent mi era piaciuto. Una trasposizione rispettosa e con i tempi giusti, coinvolgente, scorrevole, fresca. Giovane. La Roth mi piaceva così, come Neil Burger mostra il suo mondo: impavida, ribelle, leggera come l'aria. Si capisce subito che non siamo al cospetto del nuovo Hunger Games: non c'è particolare struggimento, non c'è paura, non c'è quel nodo che ti lega stretto stretto ai personaggi. Ma dov'è scritto che un distopico debba darti il dormento a tutti i costi? Divergent mi ha lasciato addosso una sensazione incredibilmente positiva. Mi ha dato carica, energia, vigore. Ti contagiano i protagonisti - con la loro euforia, il loro entusiasmo, la loro giovinezza. Dà adrenalina, qualche brivido, fervore. Come un buon action movie. Come un salto nel vuoto. La storia l'ho rivalutata col tempo e così audace, effettivamente, non è. Ha un messaggio – almeno – che ancora devo cogliere. Le introduzioni apportate dal romanzo sono riproposte al grande pubblico, da regista e sceneggiatori, anche con una certa intelligenza. Non ti sommergono con effetti visivi senza utilità. E' fisico, immediato, senza trucchi. Ricrea quella Chicago avveniristica così come la immagini: i treni, il Covo, la ruota panoramica, il momento della Scelta. Scelta di un destino - di un futuro - che ha ricordato al Michele di oggi il Michele dell'anno scorso. In balia di grandi insicurezze, incerto: più del solito. Divergent è l'adolescenza che ti mette alla prova e ti chiede di diventare grande. Prendete quelle generazione intere di medici, ad esempio. Poi arriva un figlio che vuole fare il poeta. Generazioni di operai, e poi arriva un figlio che vuole studiare. Questa mi è sembrata la mia storia, e lo sembrerà ai lettori e agli spettatori che – prima o poi – conosceranno la famiglia Prior. Prove su prove, decisioni su decisioni: quello è crescere. Avevo scritto qualcosa di simile nella recensione del romanzo. Lo so. Be', mi ripeto. Il film mi ha fatto pensare alle stesse cose. Pensieri semplici, comuni, ma che mi erano “piaciuti” e che mi sono “piaciuti”, essenzialmente per questo motivo. Prima che la Roth rendesse le cose troppo adulte, troppo posticce, troppo seriose. I comprimari potrebbero risultare un tantino compressi, ma è un difetto che il film eredita direttamente dal romanzo. La Roth, per me, non ne ha mai creati di straordinari o memorabili. Ma la storia prende subito e il cast è all'altezza – nonostante i miei ragionevoli dubbi. Eppure adoro smentirmi; eppure ho detto più volte che detesto a pelle Shailene Woodley. Traumi da Vita segreta di una teenager americana, suppongo. Lei non è una bellezza, non è una maestra di carisma, ma è una Tris che convince. Si scopre più volitiva, forte, caparbia insieme al suo personaggio. Acquisisce un temperamento che cambia la luce nei suoi occhi e la rende stranamente bella, a tratti. Il suo Quattro è Theo James – volto televisivo, visto in Golden Boy e Bedlam. La differenza d'età tra i due non si percepisce e lui è il solito Quattro che conosciamo tutti: taciturno, scontroso, burbero. Il film non vuole essere la loro storia d'amore – mai – e non ci sono inutili dilungaggini, inutili abusi di zucchero e miele. L'intimità è in un gesto: lui che le sfiora la mano in treno, di nascosto, mentre tutti sono sotto simulazione. Ci sono gli allenamenti, i riuscitissimi scenari della paura, e la tanto mostrata scena dei tatuaggi – con la brava Ellie Goulding che canta in sottofondo – dura il giusto. Neil Burger limita le risatine, i commenti delle ragazzette giulive di turno, i tipici movimenti da fandom. Ashley Judd è bellissima come sempre, nonostante gli anni passino per tutti; Kate Winslet è una cattiva algida, carismatica, senza sbavature; Ansel Elgort – prossimamente con la Woodley in Colpa delle stelle – ha un ruolo piccolo, ma una naturalezza che non è da tutti. L'uso del travelling e l'interessante colonna sonora mettono l'accento sui momenti migliori e il finale, ovviamente aperto, è appagante come pochi. E' la fine di un film, quella che vedi, non del singolo episodio di un serial magari lunghissimo. Procede spedito, dunque, come un treno in corso. E non come uno di quelli della nostra Trenitalia. Non conosce cos'è la noia, nonostante la durata sfori di qualche minuto le due ore. Carica, soddisfa, convince. Non è una storia che farà storia, ma intrattiene ad hoc. Non ha poi tanta sostanza, ma grossomodo è quello che penso anche del romanzo, a cui il film si attiene in tutto e per tutto. Mi ha divertito, e questo è l'importante. Potrebbe anche mettere pace tra la Roth e i suoi lettori più invipetiti, chissà. Non dico che, per tornare a casa, la settimana prossima, salterà direttamente dal treno, ma – al posto dell'ascensore – sceglierò di farmi qualche rampa di scale a piedi. Ero un Intrepido, a fine visione, sì. E' l'effetto Divergent? (7-)

sabato 29 marzo 2014

Recensione: Un giorno, forse, di Lauren Graham

Ciao a tutti, amici. Come state? Io mi sono ufficialmente ripreso. Dopo il “picco” di giovedì sera, adesso zero febbre e soltanto un brutto mal di testa. Lunedì si ricomincia. Oggi, quindi, ho deciso di parlarvi della mia ultima lettura. Una novità molto attesa che ho avuto modo di leggere in anteprima, grazie alla Sperling. Scoprite le mie impressioni in questa breve recensione, se vi va. Un abbraccio e buon weekend, M.
E' soltanto un gesto scaramantico, ma osservare l'East River dal treno è un rito che mi ricorda quanto sono piccola: solo una delle migliaia – anzi, dei milioni – di persone che hanno guardato il fiume prima di me, che sono arrivate a New York con un sogno. Non importa se l'hanno realizzato o no. Mi dà speranza.

Titolo: Un giorno, forse
Autrice: Lauren Graham
Editore: Sperling & Kupfer
Numero di pagine: 360
Prezzo: € 17,90
Data di pubblicazione: 25 Marzo 2014
Sinossi: Quante volte Franny Banks, passeggiando sulla Quinta Avenue con gli anfibi e l'uniforme da cameriera, si è detta: Un giorno, forse, camminerò su questa strada con i tacchi alti e il portamento da vera diva. Quando è arrivata a New York, aspirante attrice e aspirante molte altre cose, Franny aveva un piano: sfondare nel cinema nel giro di tre anni. Ora ne sono passati due e mezzo, e le cose non stanno andando esattamente come sperato. La sola parte che ha ottenuto è stata in uno spot pubblicitario di imbarazzanti maglioni natalizi, e gli unici fan sono i suoi due coinquilini. Forse è il caso di trovarsi un piano B, come le consigliano tutti: Franny già si vede mentre torna a casa da suo padre, sposa l'ex fidanzato storico e "si sistema". Eppure, dentro di sé, sa che non è ancora pronta a tradire il suo sogno e non vuole rinunciare a seguire le orme dei suoi idoli: Diane Keaton e Meryl Streep. La svolta arriverà inaspettata, come in una battuta fuori copione: un giorno, durante lo spettacolo di fine corso alla scuola di recitazione, Franny cade rovinosamente sul palco. Sembra la fine della sua carriera mai decollata, e invece sarà il vero inizio. Tra esilaranti avventure sul set, incontri bizzarri, provini assurdi e un amore inatteso, Franny scoprirà che la vita può sorprenderti molto più di un film.
                                                  La recensione
New York. La Città che non dorme. La Grande Mela... Sarà abbastanza grande, questa mela, per contenere i sogni e le ambizioni di tutti i suoi abitanti? Milioni di vite, milioni di speranze. Tutti con il loro sogno segreto. S'incrociano ai semafori, in metro, nei pub. Camminano in masse infinite per quelle infinite vie. Chi in tuta, chi in jeans e T-Shirt, chi con tailleur e tacchi eleganti. Chi ciondolando tra i passanti, chi schivandoli per non far tardi a un qualche appuntamento, chi perdendosi con lo sguardo tra le luci sempre accese e i grattacieli mastodontici, come se quella fosse la prima volta in assoluto al centro di Time Square. Turisti per sempre – alla scoperta, a ogni passeggiata, di nuovi angoli, nuovi teatri all'avanguardia, nuove audizioni e opportunità impensate. Lo zoom su una ragazza che va di fretta – i capelli crespi e scuri, le scarpe comode e la gonna nera, perché il nero sfina e lei è condannata ad essere una taglia 44 in un mondo di taglie 40: questo è Un giorno, forse. La storia di Franny Banks, e di mille provini, e di corteggiatori a sorpresa, e di una città ricca di possibilità e di aspiranti attori. Una commedia brillante, carica d'ironia e d'amore, ispirazione per una serie TV di prossima uscita, scritta da un'autrice d'eccezione. Una scrittrice per un giorno. Questo è quello che mi ha spinto a leggere questo simpatico chick lit. Genere, quest'ultimo, che conosco poco, ma di cui non mi è impossibile riconoscere i vari pregi. Ne ho letti giusto un paio, in vita mia. O perché non avevo niente di meglio da leggere e, nei periodi di magra, erano quelli che offriva la libreria personale di mamma; o perché quegli chick lit in questione sarebbero diventati film con attori e registi particolarmente amati dal sottoscritto. Vedi Il diavolo veste Prada, vedi Anne Hathaway e Meryl Streep chiamate a recitare sullo stesso set. Il nome in copertina chissà se lo avete riconosciuto subito: Lauren Graham. Vi dice niente? Nella bozza non definitiva che ho letto io, non c'era una sua foto, ma proverò a descriverla io per voi. Occhi azzurri, capelli corvini, naso all'insù, un indimenticabile sorriso tutto fossette. E' così che la ricordo. Trasognata, imbarazzante, non sempre pronta a crescere. La dolce Alexis Bledel l'aveva avuta come mamma e amica per sette stagioni, come Mamma per amica. Erano i primi anni duemila e, a lungo, le Gilmore Girls ci hanno fatto compagnia. Troppo piccolo per seguire un telefilm con la costanza di adesso, accendevo la tivù, quando capitava, e, quando capitava, mi facevano compagnia loro. Di ritorno da scuola, nei pomeriggi privi di tempi morti di Italia Uno, o la mattina, spesso, in vecchie repliche trasmesse invece in giornate che più morte non si poteva, durante le sonnolente vacanze di Natale. Ricordo i colori autunnali della sigla, Carole King che cantava Where you lead, le loro voci e le loro risate nella mia cucina. La prima esperienza di Lauren nel mondo dell'editoria – pur non conquistando del tutto – mi ha divertito e intrattenuto piacevolmente. Sarà che per me tutto è nuovo. Sono nuovi i toni, il senso dell'umorismo, la grazia, le avventure e le disavventure che fanno di Un giorno, forse un romanzo in rosa, ma non un romanzo rosa. Una vetrina, a volte inedita, sul mondo delle aspiranti stelle e sulla fame insaziabile di notorietà. Non potrei dire una sola parola negativa sul suo conto, ma fatto sta che la memorabilità, qui, non è di casa. Questo è l'unico difetto di un romanzo estremamente carino, davvero, ma che potrebbe lasciare il tempo che trova. Purtroppo. Dico purtroppo, ma non penso sia poi un difetto imputabile all'autrice, qui al suo esordio letterario. Magari è tra i limiti del genere, magari no.
Sminuirei lo chick lit, se dicessi che – in fondo – è l'equivalente di carta e inchiostro delle commedie hollywoodiane in cui tutti sono “belli, ricchi e famosi”? Quelle che ti fanno ridere, arrossire, per poi farsi dimenticare, senza pensieri, al film successivo? Un po' prevedibili, confortevoli, confortanti. Le buffe gag della protagonista, quasi certamente, finirano per sbiadire tra qualche settimana e qualche libro, ma in questa storia nuovi e sporadici guizzi sono presenti. I protagonisti, al limite, possono definirsi “giovani, carini e disoccupati”, come nel piccolo cult movie di quegli stessi anni con Ben Stiller, e le loro vicende personali sono meno scontate e facili del previsto. Partono, all'inizio, accasati e con relazioni sentimentali solide e inattaccabili, poi destinate ad essere messe a soqquadro da Cupido e dalle insidie del Red Carpet; non per tutti, inoltre, in queste 360 pagine, arriva il famoso “giorno, forse” delle luci della ribalta. Vivono sotto lo stesso tetto, sopravvivono con lavoretti part-time e con i generosi prestiti di genitori ormai al verde, sbirciano la vita di un solitario vicino – dalle finestre – come se fosse un reality show dal vivo. Sono disordinati, sono perfettini, sono talora in armonia e talora in conflitto. 
Si ritrovano a parlare delle loro giornate senza gioia e delle loro sceneggiature più riuscite, dei loro volti presto nelle poco suggestive pubblicità di detersivi e delle tragedie della televisione, che sembra ingrassare gli attori di qualche chiletto. Franny che cerca di scoprire il mistero legato al suo nome e a sua madre in uno strano racconto di Sallinger, Dan che scrive di fantascienza notte e giorno e che filosofeggia guardando le sequenze conclusive dell'8½ del nostro Federico Fellini. La protagonista è New York. I protagonisti sono gli anni '90. Ambientazione epica, mitica, iconica che ci riporta alle salopette e alle camicie larghe di flanella, alle soap e alle maratone serali di Law & Order con gli amici, sul divano, tra unti cartoni di pizza e supposizioni a fantasia sul colpevole di turno. Gli anni in cui Friends era la sit-com per antonomasia e in cui il taglio di capelli di Rachel faceva tendenza. Un giorno, forse si rifà allo spirito di quel decennio, e questo è il bello, decisamente. Metterlo in scena in quegli anni lo rende nostalgico, riuscito, denso di rimandi a mode e band di passaggio che hanno fatto storia. Una guida simpatica e inedita sulle peripezie del diventare artista, al servizio di una struttura tutta particolare. Alla narrazione in prima persona della giovane protagonista, infatti, si alternano pagine e pagine di esilaranti sceneggiature; frammenti, scadenze e note affidate a una fedele agenda; messaggi imbranati lasciati in segreteria. Leggerissimo, ma non senza una certa ferocia. Vero. Non tutte le autrici di chick-lit sono Sophie Kinsella, ma la Graham ha stile, freschezza, elasticità. Non è una voce tutta sua quello che le manca. Come la sua protagonista, deve averla trovata dopo anni di gavetta. Ma l'ha trovata. In bici, sul ponte di Brooklyn, in una domenica mattina senza traffico: panchine vuote, auto addormentate nei garage di villette di periferia. “Magari non sei ancora riuscita a raggiungere i tuoi obiettivi, ma la tua agenda ti mostra che hai continuato a riempire le pagine. La quantità diventa qualità, come dice il racconto. Non devi credersi per forza, al tuo successo. Devi soltanto stringere i denti e non mollare mai; andare avanti giorno dopo giorno, e qualcosa succederà.”
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Natasha Bedingfield – Unwritten

giovedì 27 marzo 2014

Qui pro cover #2


Ciao, ragazzi. Come state? E' un buon giorno, il vostro? Io mi sono risvegliato, questa mattina, con la pioggia, fuori, e il corpo a pezzi. Credo che l'influenza abbia mietuto una nuova vittima. Oggi, avrei voluto parlarvi della mia ultima lettura, portata a termine ieri sera, ma le mie condizioni non me lo permettono. Mi sento un catorcio umano. E alle quattro ho anche lezione. Vediamo se sopravviverò o meno! Per non stare troppo lontano da voi, quindi, ho voluto proporvi un nuovo appuntamento con Qui pro cover. Una rubrica che nasce per mettere a confronto cover gemelle e cover imparentate alla lontana, ma senza nessunissimo intento polemico. Così, per fare due chiacchiere e due risate in compagnia. I gruppi di cover, come la volta scorsa, sono due. Il primo raccoglie le copertine di tre romanzi disponibili da noi: Gabriel's Inferno, Bianco Celibe e Vampiro, Cuore Nero. Due romanzi sui vampiri – quello della Giusti, tra l'altro, molto bello! - e il primo volume di una trilogia erotica che, a breve, avrà conclusione. Un finalmente lo posso aggiungere, vero? Schiene nude, mani ovunque, gente che si abbraccia appassionatamente. All'Orso Abbraccia Tutti di Colorato so che piacerebbero parecchio. La mia preferita è la prima: un tantino più elaborata del solito. Gli altri romanzi sono ben quattro! Intonate con me: Georgie che corre felice sul prato, dove un alano aveva appena cac... Dite che sto sbagliando il testo? Santa Cristina D'Avena, chiedo perdono. A partire da sinistra a destra, la cover uk di Se tu mi vedessi ora (letto una vita fa: niente di che), Il bosco dei biancospini, l'edizione Mondolibri di Ti vengo a cercare (letto e piaciuto!) e L'amico delle donne. Quattro Cappuccette Rosso – o galline - in fuga. Su queste non ho preferenze: quella della Ahern – che è la più originale – è, paradossalmente, quella che mi piace di meno. Paiono le gambe di Kate Moss, quelle. Voi che ne pensate? Quali preferite? Ditemi, ditemi. Un abbraccio “febbricitante”, M. Non dirò mai più che io non mi ammalo mai.

Un accorato appello, per concludere. Doniamo i nostri piedi nei prati alla Ricerca. Per nuove cover e un mondo più giusto! Ecco i miei. Quando sembrava essere venuta la primavera...