domenica 11 maggio 2014

Mr Ciak #35: Boy A, Alabama Monroe, Gimme Shelter - Non lasciarmi sola, Mine Vaganti

Buongiorno, amici! Questa settimana, sono più puntuale di un orologio svizzero. Vi sto proponendo QUASI un post nuovo al giorno. Record? Record. Oggi sono felice di parlarvi, con la rubrica Mr Ciak, di alcuni film imperdibili. I primi due mi hanno semplicemente demolito: recuperate il primo, andate al cinema per guardare il secondo - il vincitore morale, a mio dire, dell'Oscar per il Miglior Film Straniero. Il terzo, anche se evitabile, merita soprattutto per la protagonista: chi, come me, è cresciuto con High School Musical e non se ne vergogna, troverà una Vanessa Hudgens potenziata, maturata, cambiata. Ultimo, Mine Vaganti, commedia italiana di qualche anno fa firmata dal bravissimo Ferzan Ozpetek. Alla fine del post, inoltre, in breve, vi parlo di alcune pellicole viste di recente. Alcune nei cinema al momento, alcune ancora inedite. Purtroppo, niente di rilevante. Tra i cinque, mi ha divertito il criticato Pompei. Vampire Academy: segni particolari, orrido! Io vi lascio, per il momento, e vi auguro buona visione. Credetemi sulla parola e recuperate i primi quattro film. Boy A non si scorda più. Buona domenica, M.

In una Inghilterra periferica, di magazzini, mattoni a vista, rotaie e nuvole nere vive Jack: il cappuccio grigio ben calato sul capo, la schiena ricurva, gli occhi schivi. E' uno che vive a testa bassa, lui. Lavora come un mulo, si spacca le ossa, vive nella mansarda di una premurosa padrona di casa, eppure l'anonimato lo conforta. Non può permettersi anonimato, non può permettersi libertà: quell'anonimato e quella vita monotona sono la sua libertà. Timidissimo e impacciato, lo seguiamo in una routine priva del per sempre: si fa degli amici, balla come un pazzo in discoteca, s'innamora, costruisce un rapporto paterno con un uomo che – da lontano – lo tiene d'occhio. Uno zio, un padre, un tutore? Jack non è soltanto un insicuro cronico. Si guarda intorno continuamente, non compare nelle foto di gruppo con gli amici, dice bugie, si nasconde. Jack non è neanche il suo vero nome. Ho letto la trama di questo film, nei giorni scorsi, e ho deciso che era l'ora di recuperarlo. Mi sono seduto in poltrona, telecomando alla mano. Wikipedia mi diceva che era una storia vera e che, inizialmente pensato per la tivù inglese, Boy A aveva esordito a sorpresa, nel 2007, al Toronto Film Festival. L'enciclopedia online che sa tutto di tutti mi raccontava la storia di un piccolo miracolo: una distribuzione in Gran Bretagna e negli USA, riscontri positivissimi, premi grossi. Lì c'è tutto quello che volete sapere. Io sono giusto una cosa: che è doveroso recuperare questo gioiellino. So che Boy A è una struggente parabola sulle seconde possibilità che ci vengono concesse, una storia che fa pensare e che tanta gente – il piu possibile - dovrebbe vedere. Questo ragazzo senza nome e senza pace, con la timidezza del Charlie di Noi siamo infinito e i segreti oscuri di ...E ora parliamo di Kevin, t'insegna – in un'ora e mezza – a farsi volere profondamente bene, e ti spappola irrimediabilmente il cuore. L'esordio di John Crowley alla regia ha lo stampo dei migliori film indipendenti. Minuscolo, povero, rannicchiato su sé stesso, ma con uno sguardo pieno di cose. Pure di lacrime, tra le altre. Lo sguardo acuto, originale e inedito di chi le cose le guarda in disparte, dalla prospettiva del perdente, attraverso una cortina di ciglia che schermano la malizia dei bambini, l'ottusità degli adulti, le strade senza uscita di un mondo che ha troppi abitanti e pochi, inutili nascondigli. Assisti, ammutolito e toccato a tutto ciò, e anneghi nei tuoi perché. Perché certa gente è condannata dal peso di stelle avverse, perché vediamo il bene e mai il male, perché chi nasce triste non può morire felice. Perché storie nate nella violenza devono chiudersi nella violenza. Protagonista magnifico e sconvolgente, un giovane Andrew Garfield – e non pensate a Spider-Man, ma pensate al ragazzo con un piede nella fossa che, nel finale Never let me go, si concedeva un grido talmente disperato da lacerare le corde vocali, scassare i timpani. Quell'Andrew Garfield che con questa prova si era portato a casa il Bafta come migliore attore, quando nessuno lo conosceva. Ecco, Garfield in Boy A – da protagonista assoluto – ha un'intensità ancora maggiore. Infantile, ingenuo, misteriso, mi ha messo a soqquadro il cervello, ha staccato qualche spina e, sui miei occhiali, è comparso un bel Game Over. A fine film, avevo perso. Ero perso. Il suo personaggio, che ha preso vita da un romanzo di Jonathan Trigell che è ovviamente finito in lista, merita perdono sin dal suo ingresso in scena. Si è macchiato di una colpa orribile, da bambino, e ha passato l'adolescenza in carcere. Quando esce, con un nuovo nome e un futuro tutto da scrivere, ha la speranza dei bimbi che gli arde dentro. In una delle poetiche e semplici sequenze iniziali, guarda – dal finestrino – quel mondo che gli è stato nascosto lontano dagli occhi per metà della sua vita e si emoziona. Io mi sono emozionato con lui e, come un genitore, l'avrei tenuto per mano, mentre si districava tra le risse, le droghe e gli amori di una splendida adolescenza tardiva. Come puoi abbandonare quel bambino cresciuto – che non pensa di meritarsi un Ti amo, che sbaglia e si corregge, che cade e si rialza – in una giungla di rancore? Siamo deboli, siamo senza pietà e strappiamo la sua mano dalla nostra. Vaga, salta sui treni, si rifugia sul molo di Blackpool, lui. E' quando i giornalisti diventano mostri e i presunti mostri diventano cani randagi da scacciare che capisci quant'è bello e triste questo scricciolo di film qui. Le due cose fanno a pugni e si abbracciano, proprio. Grato nel profondo che mi abbia tolto qualcosa come qualche giorno di vita. Nel momento stesso in cui la rabbia e l'emozione si sono esaurite, però, ho iniziato a consigliarlo a gran voce. Guardatelo presto. (9)

L'Oscar l'abbiamo vinto noi. La vera, inconfondibile, inarrivabile Grande Bellezza, però, proveniva dal vicino Belgio. Arrivava a cavallo di un pentagramma, su una canzone romantica. L'avevano detto in tanti, e in tanti avevano ragione. Quella famosa canzone parla della splendida storia d'amore tra un cowboy dalla voce d'angelo e una bionda principessa con il corpo interamente tatuato e l'indole distruttiva e malinconica delle rock star. Si conoscono dietro un microfono, mentre cantano. Si danno un bacio dietro un cappello da sceriffo. Si sposano in un bar, con un finto prete che imita Elvis e con un tavolo da biliardo verde come altare. Improvvisamente, si trovano in tre. La loro è una bambina perfetta, ma non così tanto. Si ammala, il suo sangue diventa bianco, e loro si spezzano, insieme al cerchio che avevano costruito con cura, fedeltà, passione. Alabama Monroe è un dramma in musica che arriva nel profondo di te, cantando. Suggestivo, trascinante, struggente.  Nobili briganti, cuori zingari. Tutti possono farsi case. C'è tanta carne al fuoco, ma la pellicola – colma di brividi e di canzoni - sa generosamente far tesoro di ogni tassello. Dio è ovunque, anche se non sembra. La vita è ovunque, anche se la tragedia la offusca. Ci sono bambine che si trasformano in uccelli, uccelli che si trasformano in stelle, passeri che scambiano il vetro di una finestra per il cielo... e si schiantano. Voci cristalline, interpreti magistrali, un furioso e liberissimo montaggio alla 21 Grammi che ci mostra i protagonisti in ordine sparso – felici, tristi, giovani, vecchi, innamorati, feriti a morte, insieme, separati, con la speranza e senza. Johan Heldenbergh e Veerle Beatens sono la metà di un tutto: Alabama e Monroe. Alabama Monroe. Lui sembra un po' Josh Brolin, lei è sensuale ninfa e sensibile mamma. Due attori fantastici, che ci regalano una prova d'intensità mai vista. Non li conoscevo e, guardandoli, come mi era successo con La vita di Adele, ho pensato che quei due sconosciuti avessero sempre vissuto in quel film. Lì, nell'intercapedine oscuro tra due anime appassionate. Fanno a gara di sensi di colpa, si fanno scudo coi rimpianti, fanno l'amore e la doccia insieme, nudi. Io so che il biglietto del cinema, in questi giorni, viene tre euro appena. E so che questo è film che dovete necessariamente andare a vedere. Alabama Monroe: “il mio canto libero, sei tu.” Una ballad rara che fa ballare i piedi e sanguinare copiosamente i cuori, che ci parla della naturalezza con cui anche chi ha un animo ribelle, gitano, inadatto può costruirsi una famiglia. E un amore - tenero e violento - con cui marchiarsi la carne per l'eternità. Le opere da ricordare. La sequenza finale merita di entrare negli annales. (8,5)

Gimme Shelter: Dammi rifugio. Una semplice richiesta d'aiuto. Ho aperto la porta a questo film nel pomeriggio del primo maggio, io. Ho lasciato che entrasse, si ambientasse, si facesse conoscere. Io non amo avere ospiti, io non ho particolare empatia verso le persone che mi circondano, ma per Apple Bailey ho fatto un'eccezione, per una volta. Mi sono avvicinato al suo dramma sin dal trailer. Quello di una sedicenne realmente esistente che si allontana da una mamma violenta, da una vita di povertà e sregolatezza, in cerca di un posto nel mondo. Per lei, e per un bambino che deve ancora nascere. L'idea dell'aborto non le passa neanche per la mente: è egoista, ma sa che con quella nuova vita accanto non sarà mai più sola. Attende un miracolo nei nove mesi di una nuova nascita. Mi aspettavo un film indipendente, spoglio, sporco, ma Gimme Shelter è qualcosa di diverso, con pregi e difetti annessi. E' a stelle e strisce: americano nel dna. Si parla di speranza, redenzione, riscatto, fede e seconde possibilità, ma con toni che fanno, talora, breccia. A un inizio promettente, però, segue una seconda parte in cui la morale cristiana si fa ingombrante, didascalica e un po' buonista. Da sermone. Il cammino di questa ragazza perduta fa tappa per La ricerca della felicità e The Blind Side, infatti, e la porta in una casa di ragazze madri – quelle di Girl Interrupted, ma meno “fuori”, e con il pancione di Teen Mom -, che vanno in chiesa ogni domenica e vivono di poco. Speranza, soprattutto. Una svolta poco in linea con il resto, quasi inverisimile, ma eppure coerente. Il web racconta che questa è una storia vera e che le cose, per la reale Apple, sono andate così davvero. Buon per lei. Il perché del film sta proprio nella protagonista: un maschiaccio coi capelli corti, i piercing ovunque, cicatrici sul viso, un tatuaggio sul collo, vestiti larghi e neri. Ha gli occhi di un cane abbandonato che ringhia, ma cerca affetto: uno di quelli che, al primo rimprovero per averla fatta sul tappeto del salotto, inferociti, scappano via, nel traffico notturno. La sporcizia la avvolge come un esoscheletro: è esterna. Ha uno sguardo pulito e un animo malinconico. Il suo ostile mascherone è apparenza. Si capisce quando cerca di rubare una coperta a un barbone, quando si rifugia in un'auto lasciata aperta e lascia che le sue lacrime siano tutt'uno con la pioggia. E c'è Lana Del Rey che canta. Rivelazione del film, una Vanessa Hudgens rancorosa, brutta e sofferente, al centro di un'impressionante metamorfosi. Da applausi. Ha una grezza passionalità che le sfocia da dentro. Vederla imbruttita è strano; vederla perfettamente in parte lo è meno. Dice tutto anche senza parlare. Comunica con quel volto arrossato da marionetta rotta, come fanno poche. La star di High School Musical è cresciuta e, da qualche anno, sta scegliendo ruoli interessanti. Già nel trascurabile Il cacciatore di donne era sorprendente: aveva una maturità che la faceva duettare con attori di spicco senza abbassare lo sguardo. Qui, accanto a un discreto Brendan Fresar (che piacere rivederlo), c'è una Rosario Dawson a mille: denti e anima marci, lunghi pianti, scatti d'ira isterici. Gimme Shelter è comunque da vedere, anche soltanto per l'intensità della prima parte e per assistere al piccolo trionfo personale di un'attrice piena di potenzialità. (6,5)

Un omaggio alla vecchia commedia all'italiana. Un film impeccabile e pienamente convincente, sotto tutti i fronti. Una commistione personalissima di comicità e dramma, con una colonna sonora da balera che culla e il sole di una Puglia ignorante, sincera e splendida che ipnotizza. I film di Ozpetek dialogano continuamente. Chiacchierano di pettegolezzi e rivelazioni, di verità e bugie. Si scambiano ricordi e confidenze. Mine Vaganti ha verve, toni brillanti, figure sguaiate e caricaturali. Temi, toni e colori che celebrano Il Vizietto. Ma il regista ha interessi, passioni, esigenze che vanno ben oltre il semplice omaggio. Mine Vaganti è pieno di cose che piacciono ad Ozpetek. E' il film più suo. Agrodolce. I film di Ozpetek parlano sempre d'amore: di amori perduti e d'amori impossibili. Quelli che non si scordano, quelli di una vita intera. Come La finestra di fronte, il film parte da lontano. Con l'immagine incredibilmente suggestiva di una muta Carolina Crescentini che, in abito da sposa, fugge tra i gialli e i verdi, tra i sorrisi e i singhiozzi. Dove scappa? Via dal dovere, verso il proibito. Davanti a una scelta. Il Massimo Poggio della Finestra di fronte – sempre muto, sempre in fuga – faceva dolci: aveva le mani sporche di farina, lavorava in una bottega che odorava di pasta e pane. Ancora una volta, i dolci. Ancora la pasta. La famiglia del personaggio di Riccardo Scamarcio ha una fabbrica di pasta: è l'Italia. Riunioni intorno a un tavolo, brindisi a sorpresa, sapori e dissapori. La mina esplode lì, in una domenica che è sacra. Mine Vaganti è una barzelletta che si scopre realistica. Ridi, ti stupisci dell'apparente paradossalità di alcune situazioni, ma non smetti di pensare. Ha risvolti di una bellezza che non ti aspetti. Di quella bellezza che è bella perché si annida nelle piccole cose. Negli atti di fraternità, negli abbracci nascosti, tra le righe delle lettere. Le lettere. I film del regista sono pieni di lettere meravigliose. Come gli scrittori più bravi, lui ha uno stile che riconosci a colpo d'occhio. Una scrittura esemplare, nell'ambito di un cinema che è narrativa. I dialoghi sono infiniti, le voci fuori campo sono onnipresenti, la colonna sonora va da Mina all'estremo oriente. I personaggi sono anime in cerca di felicità. Vedete qualche altro film del regista, scopriteli tutti collegati tra loro. C'è qualcosa di spettrale, qualcosa di magico. Anche gli attori si ripetono: squadra vincente non si cambia. Nicole Grimaudo fa bene e male al cuore, Ilaria Occhini è monumentale, Alessandro Preziosi è meno detestabile del solito. Riccardo Scamarcio è un grande narratore e un attore italiano convincente come pochi. Sì, lui, che si è fatto criticare per anni e anni per il suo Tre metri sopra il cielo. Che era bravo l'ho capito da un po', ma recuperare questo Mine Vaganti me l'ha confermato in pieno. Recuperatelo anche voi. E' esilarante. E' autentico. E' italianissimo. Lo finisci di vedere e ti trovi al cospetto di una di quelle rarissime volte in cui affermi: Eccola, ho trovato la commedia perfetta. (8)
- Ma quant'è brutto. Uno dei film più atroci, strani e inutili di sempre. Cani di attori, battute patetiche, regia da sit-com. Alla macchina da presa, eppure, c'è il Mark Waters del cult Mean Girls. Perché, Mark? Perché. Sembra il pilot di un telefilm a basso costo che non vorrai seguire più. Vorrebbe farsi il simpatico, essere il Diario di una nerd superstar dei vampiri. In realtà, può ambire giusto a Pretty Little Liars. Ma è peggio, con i suoi effetti speciali fatti con Paint, gli orridi flashback, la protagonista bella, ma insipida. Che roba. I distributori italiani non sono poi così scemi... L'accademia delle cagate. (0/5)
- Ma sapete che a me è piaciuto, Pompei? E' il genere di film messo a punto per il 3D, e per essere massacato dalla critica. Divertente, fatto bene, lineare, storicamente attendibile quanto la Melevisione. Un protagonista che ha più addominali che espressioni; una Emily Browning bellissima; la tragica storia di un amore ostacolato che ha il suo solito fascino. Combattimenti che catturano, intreccio elementare, finale carico carico, colonna sonora riciclata qui e là. Un romantico, affascinante e spettacolare fritto bisto all'ombra del Vesuvio: il figlio bastardo, ma caruccio, di Titanic e Il Gladiatore. Paul W.S Anderson - dopo I tre moschettieri steampunk e Resident Evil vari - ritorna, e ci piace così. Svelto, leggero e un po' tamarro. (3/5)
- Pallido e opaco thriller giudiziario, ispirato a un controverso caso di cronaca nera.
Un caso nebuloso e irrisolto che fa di Devil's Knot un film nebuloso e irrisolto.
Ben fatto, ma frammentario, documentaristico, impersonale. Non osa percorrere né la strada della violenza, né quella della commozione. Assente la mano solitamente riconoscibile di quell'adorabile “malatone” che è Egoyan, la Whiterspoon e Firth sottotono. Lui spento, lei destinata a rari momenti di esplosione. Trascurabile. Leggete del misterioso omicidio di questi bambini su Wikipedia: non vi dirà niente di più, niente di meno. (2/5)
- Commedia lieve, garbata, realistica su un'insegnante che legge troppi libri e fa troppi sogni. Non pienamente riuscita, ma equilibrata e divertente. Una storia nella storia, una sceneggiatura nella sceneggiatura. Brava, come al solito, la Moore. Una zitella "inside" con in testa le voci normative della Austen e di Jane Eyre. Originale l'idea della fastidiosa voce over, simpatici i comprimari. Indipendente, carino, innocuo. (2,5/5)
-That awkward Moment: that awkward movie. New Girl diventa film, ma senza una Girl. Una commedia scialba, inutile, noiosetta e banale che non ha nemmeno il coraggio di essere volgare, per strappare qualche risata. Le cose più simpatiche le mostra già il trailer: tipo overdose di Viagra, sesso, gente che fa la pipì a cavallo del water. Poteva essere carino, invece no. Mentre la Hudgens svela la sua bravura in Gimme Shelter, qui il collega Efron mostra addominali e spicchi di chiappe. A ognuno il suo. (1,5/5)

venerdì 9 maggio 2014

BLOG TOUR - Reborn, di Miriam Mastrovito: La recensione

Buongiorno a tutti, amici! Questa settimana, sì che sono orgoglioso di me: vi ho riempito di post, e si tratta – in tutti i casi – di recensioni. Quella che vi propongo oggi, in realtà, è diversa dalle altre. Perché il libro in questione è di un'amica blogger e perché è la tappa di un Blog Tour iniziato, ormai, da qualche tempo. Qui, orientandovi con un comodo calendario, potrete scoprire o recuperare le precedenti tappe: sarà la stessa Miriam – mente dei blog Il flauto di Pan e Leggere è magia – a parlarvi della gestazione del romanzo, della sua colonna sonora, dei miti e delle ispirazioni che sono alla base di tutto. Vi consiglio vivamente di farvi un giro sui blog indicati, dunque, e di partecipare al giveaway finale. Io ringrazio Miriam per la gentilezza e l'immensa disponibilità, la abbraccio e vi abbraccio. Aspetto i vostri commenti. Buon weekend a voi, buono studio a me: primo esame del secondo semestre prenotato. Che guaio! Perdonate la fretta, ma scappo. A presto, M.
Gli occhi delle bambole ti guardano. Amore, odio, dolore, compassione; riflettono quello che hai dentro o ti riempiono di emozioni nuove. Gli occhi delle bambole ti guardano e, a volte, sembrano scusarsi per non essere abbastanza vivi.

Titolo: Reborn
Autrice: Miriam Mastrovito
Editore: youcanprint
Prezzo: Ebook € 2,99 Cartaceo: € 16,00
Numero di pagine: 290
Sinossi: Una bambina venuta dal passato. Una madre in lutto. Un folle eroe romantico. Un cocchiere dall’occhio di vetro. Una storia d’Amore e Morte che vi condurrà al confine tra i mondi.
                                                 La recensione
Conosco Miriam Mastrovito da quando Diario di una dipendenza esiste, ma la seguo da prima. La leggo da anni. Sempre come blogger, mai come autrice, però. L'ho vista alle prese con i generi più diversi. Parlare di romanzi d'esordio, di horror e young adult, di fantasy ed erotici. E' una delle poche addette ai lavori, credo, capace di masticare di tutto. Senza pregiudizi, con una grande capacità d'analisi. Quando mi ha contattato per un'opinione su Reborn è stata la prima volta che l'ho sentita parlare di una storia che fosse sua. Con già diverse pubblicazioni alle spalle, si metteva di nuovo in gioco. Questa volta, un po' più delle altre. Dopo collaborazioni varie, sperimentava il Self Publishing, per far conoscere le tetre vicende di una bambina tornata dal passato, di una madre a metà, di un romantico beccamorto. Il mio sì alla proposta di ospitare una tappa del Blog Tour è stato immediato. Dico sempre che è arduo giudicare il lavoro di persone che conosci, ma più arduo è resistere a una storia che ti chiama. A una tentazione. Quando, dopo una manciata di giorni, sono arrivato all'ultima pagina del suo romanzo, la prima cosa che ho fatto è stata aprire il portatile e mandarle una lunga e prolissa email delle mie. Le scrivevo questo: “Ciao, Miriam! Eccomi qui, come promesso. Ho chiuso Reborn cinque minuti fa e ti scrivo. E' ancora presto per mettere in ordine i pensieri e lavorare a una recensione come si deve, ma ti do le mie impressioni a caldo. E ti do quell'onestà che, non ho dubbio alcuno, aperta alle critiche come sei, ti farà piacere ricevere. La domanda: mi è piaciuto? Sì, in generale mi è piaciuto, il tuo Reborn. Io amo il genere e mi ha ricordato, per un motivo o per un altro, una serie di pellicole o romanzi che ho particolarmente amato. Mi ha ricordato il cinema horror spagnolo. Sai che io vivo di film, quindi mi basta un dettaglio per farmi pensare ad altro. Mi viene naturale, e magari si tratta di film che tu non hai nemmeno mai visto: La madre, The Orphanage, La spina del diavolo, Nameless. In comune, questi titoli, hanno il tema della maternità; protagonisti assoluti, bambini tristi e coraggiosi non sempre destinati a un finale lieto.” Le dicevo che avevo apprezzate alcune cose, altre meno. Quelle che meno avevo preferito, in realtà, non le avevo messe a fuoco come avrei sperato. L'input racconta un incubo domestico che strega: una giovane donna alle prese con un incidente avvolto nel buio e con due tombe a cui fare visita. Suo marito e la sua amata bimba, Martina, non ci sono più. Elga vive in una casa piena delle bambole che costruisce, ma ha pochi clienti – in paese – e nessuna figlia a cui regalarle. Prepara torte che nessuno mangerà, le riempie di candeline che nessuno spegnerà, per un ultimo compleanno ancora da compiersi. Finché, nelle notti della mite Gioia Del Colle, accade qualcosa di bizzarro. E inquietante. Alla torta al cioccolato manca un pezzo, le candeline sono state spente, quella casa spaventosamente vuota si riempie di risate cristalline. Elga va a dormire con il ricordo di una figlia nella tomba, ma – il mattino successivo – si sveglia, e una figlia ce l'ha ancora. Una bambina che, urla e giura, non è la sua, ma che tutti riconoscono come tale. Di Martina sono scomparse le foto, i disegni, i ricordi nella mente di coloro che ha incontrato. Ma una mamma non dimentica... Come può? Come la Coraline di Neil Gaiman, Elga si trova a vivere in una dimensione distorta, che ha l'ombra dei suoi desideri inconsci. I genitori di Coraline avevano bottoni per occhi, la piccola Rea – che odora di terra bagnata, che sembra sbucata dagli anni '60, che ha paura dell'orco che l'ha messa al mondo – ha il viso di una bambola di porcellana. 
Occhi espressivi, che a volte diventano di vetro, aperti sui segreti di altre vite. Quelli non erano i genitori di Coraline, questa non è la figlia di Elga. Il macabro snodo iniziale, successivamente, si tinge di porpora. Si passa, infatti, alla rievocazione di un amore lontano, a memorie passate, che dal noir fanno virare il romanzo verso un fantasy intriso di romanticismo, dove chi ha amato veramente ricorda e dove inconsapevoli anime gemelle possono riunirsi. In quei momenti – come ho rivelato alla stessa Miriam – ho pensato ai temi di Grande amore, Fallen, Dark Heaven. Reborn, tuttavia, non ha come nucleo una storia d'amore: non parla di angeli e demoni, non parla di baci sdolcinati dati al liceo. La storia guarda al rock duro, spietato, cattivo, ma in realtà ha uno stile piacevolissimo: puro, delicato, cristallino, fresco. L'autrice ha la sensibilità di chi è mamma, nella vita, e si vede. Si sente, inoltre, l'influenza della medesima teoria che aveva ispirato Leonardo Patrignani e il suo notissimo Multiversum, nei discorsi sul caos, sulla casualità, sull'equilibrio di un mondo senza Dio. Come in musica, però, è pur vero che le idee fluiscono in uno stesso fiume. Le note musicali sono sette e gli accordi, talora, possono somigliarsi. Non c'ho dato peso, sinceramente. Perché i protagonisti – simili, eppure diversi da tutti gli altri – mi sono subito stati a cuore e perché, mentre Patrignani guardava alla dea scienza, la Mastrovito adotta un approccio più focoso, lampante. Pagano. Il rapporto tra Rea e Elga è pieno di intimità, Iuri ha un animo da eroe d'altri tempi e il cocchiere Ogma – così ambiguo e ipnotico – ha il carisma dei vecchi villains della Disney. Mi riferisco ad Ade, a Scar, ma soprattutto al Papa Legba dei culti vodoo. Con il cappello a cilindro, l'occhio di vetro e le fattezze androgine, sembra uscito da una leggenda della splendida New Orleans. Ecco un altro punto: vedere i personaggi di Reborn muoversi nelle paludi della Louisiana sarebbe stato naturalissimo, invece Miriam inscena il tutto nella sua città. Scelta ottima, una ventata d'aria nuova! La Puglia di Elga è lontana da quella di Ozpetek e delle sue Mine Vaganti. E' piovosa, stretta, superstiziosa. Ha le limitatezze e la segreta bontà di tutti i paesini del Sud, e io li conosco bene: ne provengo da uno anch'io. 
L'umidità persistente dei paesi, i vicoli, le case vecchie coi loro vecchi abitanti, il piccolo comune che conta – ormai – più morti che vivi. A Gioia, però, manca il fascino. Mancano i mostri e i lati marci. Ho ritrovato tanto della vita dei miei nonni nelle chiacchiere e negli appuntamenti al cimitero, nelle descrizioni di una religiosità soffocante e bigotta, ma avrei voluto sentire la città più viva e presente. Come un ennesimo personaggio sceso in campo. Come la Echo del recente e discreto Quando il diavolo mi ha preso per mano. Adorabile, invece, la coloritura dialettale che, spesso, i discorsi acquisiscono: Santino “il matto” e il suo italiano stentato, le parole di bimba di Rea, le litanie di una nonna con il rosario alla mano e con un pappagallo più aperto alle preghiere di una figlia orgogliosa e disubbidiente. I desideri sono cuciti su misura, ogni persona ne ha di diversi, e, personalmente, avrei voluto assaporare il gusto della leggenda, della fiaba nera. La scrittura di Miriam è lineare, sa dire tanto dei suoi personaggi, ma manca un po' di convinzione. Di un ruggito. Lato negativo, questo, ma positivo al tempo stesso: verso la fine, ho scoperto in Reborn un intreccio densissimo, in cui le tematiche sono tante e la carne al fuoco è tanta. Troppa? La reincarnazione, il rapporto genitori-figli, l'ateismo, il lutto, l'omosessualità. Una cosa è, tuttavia, palese. Miriam ha tante passioni, Miriam legge tanto: e, come dice Stephen King, leggere è il primo trucco per saper scrivere. L'abilità dell'autrice l'avevo capita una vita fa, dai suoi soli post. Ho visto, nel suo romanzo, spunti vari, e questo è bello. C'è un certo gusto per l'orrido, qualche scena onirica particolarmente riuscita, perfino un'elegante sensualità di fondo. Uno connubio di elementi classici, con uno stile che si amalgama, all'occorrenza, ai contenuti. Ha tanti dialoghi, ma una narratrice timida, mai ingombrante, discreta, dal tocco spiccatamente femminile. Miriam adotta la terza persona, ma è la voce di questa mamma “al limite” che prevale, generalmente. La voce della ragione. A volte, invece, in discorsi e supposizioni sul Dio Caos, ad esempio, sembra non prevalare nessun punto di vista in particolare, e Reborn pare perdere la sua personale dea: una narratrice che sia autentica. L'ultimo lavoro della Mastrovito, dunque, è un buon racconto, ma che avrebbe potuto far di più. Fare della nostra Puglia, magari, il setting degno di un Southern Gothic americano. Purtroppo, ci sono state cose che non mi hanno entusiasmato, e non l'ho nascosto all'autrice. Avevo finito quella famosa e lunga email con un consiglio, per le storie future: una maggiore cura nella costruzione delle ambientazioni e la ricerca di uno sguardo più soprendente. Da inguaribile amante della narrazione in prima persona e dei narratori insoliti, le avevo suggerito di affidare tutto a quel piccolo Dio beffardo, romantico e subdolo dal cappello a cilindro. Concludevo dicendo che, nella voce, aveva ed ha a disposizione tanti toni diversi. Veramente. E che mi dispiaceva nel profondo per lo sproloquio infinito e per le sporadiche critiche. Mi faceva strano. La sua risposta è arrivata venti minuti dopo, puntualissima: “Personalmente contavo sulla tua sincerità e l'ho apprezzata tantissimo, proprio per questo, oltre che ottimo recensore, penso di poterti considerare un amico. I complimenti fanno piacere indubbiamente ma le critiche motivate e i suggerimenti aiutano a migliorarsi per cui li accolgo a braccia aperte.” Sono giorni come questi – e parole come queste – che mi fanno capire perché adoro quello che faccio. Grazie, Miriam.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Cascade – Siouxsie And The Banshees

giovedì 8 maggio 2014

Recensione: Per dieci minuti, di Chiara Gamberale

Lo sapevo. Sapevo che vi avrei parlato presto di un altro romanzo di Chiara Gamberale. Ma non immaginavo che fosse tanto presto! In realtà, dopo Quattro etti d'amore, ne ho letti uno e mezzo. Per dieci minuti e il racconto L'amore quando c'era, di cui spero di parlarvi a breve, in un post cortissimo. Ad ogni storia, ho scoperto che mi piace, sempre di più. Con uno stile che sa rinnovarsi, con tematiche che sono belle perché sono sentite e sempre simili. Abbracciandovi, vi do appuntamento a domani: ospiterò la tappa del Blog Tour di un'amica! Ps. Se ho commesso qualche "errore di calcolo", ditemi pure! E, tra parentesi, voglio dirvi che gli estratti non sono stati riportati per intero, giusto per motivi di spazio/praticità.
Leggiamo per noia, per curiosità, per scappare dalla vita che facciamo, per guardarla in faccia, per sapere, per dimenticare, per addomesticare i mostri fra la testa e il cuore, per liberarli. Non ci somigliamo per niente anche se teniamo in mano, amiamo, detestiamo, e se per Natale regaleremo a chi ci è più caro, lo stesso libro (...) Uguali a noi stessi, con la speranza di affidare a un'altra storia la nostra. Per perderla, per ritrovarla. Per rimediare, in qualche modo, all'esistenza.

Titolo: Per dieci minuti
Autrice: Chiara Gamberale
Editore: Feltrinelli
Numero di pagine: 187
Prezzo: € 16,00
Sinossi: Dieci minuti al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Dieci minuti per fare una cosa nuova, mai fatta prima. Dieci minuti fuori dai soliti schemi. Per smettere di avere paura. E tornare a vivere. Tutto quello con cui Chiara era abituata a identificare la sua vita non esiste più. Perché, a volte, capita. Capita che il tuo compagno di sempre ti abbandoni. Che tu debba lasciare la casa in cui sei cresciuto. Che il tuo lavoro venga affidato a un altro. Che cosa si fa, allora? Rudolf Steiner non ha dubbi: si gioca. Chiara non ha niente da perdere, e ci prova. Per un mese intero, ogni giorno, per almeno dieci minuti, decide di fare una cosa nuova, mai fatta prima. Lei che è incapace anche solo di avvicinarsi ai fornelli, cucina dei pancake, cammina di spalle per la città, balla l'hip-hop, ascolta i problemi di sua madre, consegna il cellulare a uno sconosciuto. Di dieci minuti in dieci minuti, arriva così ad accogliere realtà che non avrebbe mai immaginato e che la porteranno a scelte sorprendenti. Da cui ricominciare.
                                                 La recensione
Sessanta: i minuti in un'ora. Millequattrocentoquaranta: i minuti in una giornata. Moltiplicandoli per trentuno, ecco i minuti in un mese, se la matematica – come si dice - non è un'opinione. Molti. Tanti. Abbastanza. Be', quello è sicuro. Dieci minuti sono un momento, un abbaglio, un niente. Li spendiamo al bagno, in fila alla posta, per raggiungere a piedi il supermercato, aspettando sotto una pensilina in plexiglass che passi una circolare puntualmente in ritardo. Rubiamoli. Sottraiamoli alla schiuma da barba e al filo interdentale, alle bollette da pagare, alle buste della spesa, agli autobus urbani. Rubiamoli, e regaliamoli a noi stessi. Volersi bene è un attimo. Volersi bene è Per dieci minuti. Ho lasciato Chiara Gamberale alla cassa di un mini-market solo sabato. Tra noi, un weekend e basta. Ho iniziato a leggere l'ultimo dei suoi romanzi arrivati in libreria di lunedì mattina, di sfuggita, sul pullman. Non avevo intenzione di prenderlo troppo sul serio. Forse, l'avrei intervallato con qualcos'altro. A bordo del pullman ho letto il suo diario di bordo. O almeno ho cominciato. L'avventura di un mese. Le annotazioni giorno per giorno su un piccolo esperimento, sulle novità, sugli amori e i disamori, sui tesori che dieci minuti, seicento seconti, un sesto di ora possono portare alla nostra porta. E niente. Ho scoperto che la Gamberale, con poco, sa farmi star bene. Rieccola. Questa volta senza carrelli, nomi fittizi, false identità. Semplicemente Chiara. Per dieci minuti è un autobiografia che non è la sua. Cosa strana. La Chiara del romanzo fa la scrittrice, ha vissuto a lungo a una melanzana e a una zucchina di distanza dai suoi genitori, ha amato per metà della sua vita un ragazzo conosciuto all'ultimo anno di liceo. Quando lui aveva gli occhi gialli di un gatto, lei le codine di un'adolescente bambina. Hanno fatto un errore insieme: crescere insieme. Il trentaseiesimo Natale di Chiara si prospetta solitario e nostalgico, all'insegna delle tradizioni e dei ricordi - lei, poi, che odia entrambe le cose. Suo Marito è andato a Dublino per lavoro; poi l'ha chiamata, per avvisare gentilmente che sarebbe rimasto lì, con un'irlandese che ama i pancakes e le tenerezze; poi l'ha chiamata ancora, ma per dire, questa volta, che sarebbe tornato. Da lei? Per sempre? Il Suo Capo l'ha licenziata; la rubrica che curava per una rivista le è stata portata via, e dalla vincitrice morale del Grande Fratello. Il Suo Romanzo – che parla di due donne diversissime che, al supermercato, si sbirciano la spesa: vi dice qualcosa? - non procede come dovrebbe procedere. La Sua Vita, come il Suo Cuore: in cocci dolorosi. Chiara è una giovane donna che fa abuso di pronomi possessivi, che ha pregiudizi infondati, che non vede ciò che le sta intorno. Come quella Roma, nella quale si è trasferita quando l'amore c'era, che non le piace, perché no. Indifferente, vuota, cinica, piena di piccioni, turisti, occasioni sprecate e marziani in incognito. Ho letto la sua storia nel parco che sta dietro l'università. Si parla di prime volte e, per la prima volta, ci sono andato. Mi spostavo, da una panchina all'altra, come si spostava il sole. Dieci minuti lì, dieci minuti qui. Un cane mi ha leccato le mani, una coccinella mi si è poggiata sugli occhiali, una pioggia di polline mi ha bagnato i capelli. Bella la primavera, bella quell'oasi tutta verde, bello perfino il primo giorno della settimana. Quell'idea dei dieci minuti, anche vissuta dall'esterno, era il rimedio per i miei lunedì. Parlando di cose mai fatte, ho letto il romanzo in ebook. E sul mio cellulare. Ho passato il pomeriggio su una panchina, con il cellulare in mano, a sorridere a tutti e a nessuno. Magari, quel gesto mi dava anche un'aria... misteriosa? 
La gente passava, vedeva quel ragazzo in tuta seduto su una panchina verde, e sempre magari si domandava il perché di quel cellulare appiccicato al naso, il perché di quel vago sorriso. Per chi erano i miei messaggi, per chi erano i miei occhi fissi e attenti. Battevo sui tasti, in realtà, per memorizzare i passaggi più belli tra le bozze. Parlavo con una persona mai vista, ma che stava simpatica a pelle: se l'avessi conosciuta, sarebbe stata tra le mie persone preferite. Speciale, ti fa sentire. Uno degli ottantanove invitati alla sua festa di Natale. Una persona migliore a tal punto da poterle insegnare qualcosa di buono, mentre lei insegna qualcosa di buono a te, tra smalti dai colori sgargianti, chiacchiere con mamma, pannolini sporchi, lauree di sconosciuti, visite sperimentali sul sopravvalutato YouPorn e sul magico ButtaLaPasta.it. Chiara, anche se ci sono già stato, alla prossima festa che fai, mi c'inviti, per davvero? Per una nuotata tra personaggi troppo strani per essere solo fantasia. Per un bagno di sole. La prosa si fa più semplice e diretta di quella di Quattro etti d'amore, grazie – bello, anche con le sue nevrosi, i suoi strilli, i suoi dubbi assilanti. Resta la voglia di raccontare, ma soprattutto di raccontarsi, e di allestire una piccola Cappella Sistina di creature fluttuanti, fatate, ironiche, esilaranti con realismo. “Da quando la mia vita è vuota, non mi ero accorta che fosse così piena”, scrive Chiara, facendo un salto dal suo palazzone di timidezza e pacata indifferenza situato nei pressi dell'inospitale Egoland. 
Nel suo salotto, ha l'arca di Noè: un amico con le pailettes nella voce, che nasconde boa di piume sotto i completi da bancario e che pronuncia tutto, ma proprio tutto, al femminile (La Tua Marita, Le Pancakes, Gianpietro che diventa Zia Piera...); il violinista degli Afterhours il cui motto solenne, nato da una triste constatazione, è “Nel frigo di Chiara c'è solo la luce”; il cinese dietro l'angolo, l'estetista, gli innumerevoli ospiti della sua vecchia rubrica, le piccole scrittrici in erba conosciute durante le presentazioni nei liceai, i coinquilini di gioventù; e poi c'è Ato. Un italiano stentato, la pelle diversa, una famiglia al di là del mare, della guerra, della povertà. Un figlio mancato, nato già diciottenne, dipendente da Harry Potter e The Vampire Diaries, con cui seguire lezioni di hip-hop e lasciare andare lanterne voltanti come in Rapunzel, il cartone che entrambi preferiscono. L'aiuto Babbo Natale di Chiara, in un ventiquattro dicembre passato con il berretto rosso e la barba finta, in una metropoli che si scopriva più accogliente e calorosa ad ogni scampanellio, ad ogni risata, ad ogni Jingle Bells - con Gianpietro che faceva la diva, Ato che si nascondeva e Chiara che sperimentava. Di quella follia restano le parole in questo libro e un'autentica foto in bianco e nero, riportata tra le pagine. Perché è accaduto davvero. Per dieci minuti è una commedia brillante per i romantici cronici: quelli che hanno una lunga storia d'amore con la loro vita e la loro felicità. Ma è anche il diario di una professione, di un impegno, di una passione. Ci sono le idiosincrasie del lettore medio, infatti, che, ogni tanto, fanno capolino e, dagli angoli di una libreria da cui la protagonista spia i loro acquisti, parlano in libertà. Una radicale sferzata al nostro sorriso. La rotazione di quella parentesi che, da triste a allegra, fa luccicare quei due punti fermi come fossero occhi d'uomo. Lasciamo entrare il sole. "E allora mi dico che, se nel mondo ci sono persone che suonano il violino, cambiano i pannolini, girano video porno amatoriali, insegnano hip-hop, seminano e leggono Harry Potter, fra sette miliardi ce ne sarà almeno una che stava aspettando proprio me, nei dieci minuti in cui io la incontrerò."
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Lea Michele - Cannonball

martedì 6 maggio 2014

Recensione: Un disastro è per sempre, di Jamie McGuire

Buongiorno a tutti! Questa settimana mi sono dato alle recensioni e ai romanzi brevi. Oggi, riflettori puntati su un'autrice criticatissima che, lo scorso anno, aveva ambito al ruolo di mio Guilty Pleasure per eccellenza, con le sue storie facili, innocue, giovani. Quest'anno, mi sa, mi tocca trovarle un rimpiazzo. Suggerimenti? Sparate gli autori più tamarri, grazie. Vi lascio, per oggi, con il mio commento, che contiene spoiler sugli avvenimenti del primo libro. Ma li contiene anche il titolo. E anche la copertina. Quindi niente. Un abbraccio, M.
Avevi ragione. Sei stato il mio primo e ultimo bacio.

Titolo: Un disastro è per sempre
Autrice: Jamie McGuire
Editore: Garzanti
Prezzo: € 14,90
Numero di pagine: 127
Sinossi: Vuoi sposarmi?" Abby non ha dubbi: è Travis l'uomo che vuole accanto a sé per tutta la vita. Lui è l'unico in grado di leggerle dentro, l'unico a sapere cosa c'è nel profondo della sua anima. "Sì." La risposta di Travis viene direttamente dal suo cuore. Un cuore ferito. Un cuore che era chiuso in una corazza impenetrabile finché non è arrivata lei, Abby. Timida e silenziosa, ma la sua insicurezza nasconde in realtà un grande coraggio. Qualcosa di speciale unisce Abby e Travis. Qualcosa di intenso e indescrivibile. Ma lei sa bene che i guai non sono mai troppo lontani con un ragazzo come Travis nei paraggi. Per questo hanno davanti una sola scelta per realizzare il loro sogno: volare a Las Vegas. Quando il fatidico momento si avvicina Abby e Travis inaspettatamente sono nervosi. I loro dubbi si risvegliano all'improvviso: sono giovani e si conoscono da pochi mesi. E soprattutto, lui è il ragazzo sbagliato per eccellenza e lei una ragazza in fuga da sé stessa e da un segreto difficile da confessare. Eppure davanti all'altare, mano nella mano, occhi negli occhi, non c'è più nulla da temere.
                                                 La recensione
“Il mio augurio è che litighiate per poter stabilire chi dei due è più bravo a perdonare.” Ops, I did it again. Come direbbe Britney Spears, scuotendo sedere e codine bionde in uno scenario da manga perverso. Mi avete beccato di nuovo, a nemmeno un anno di distanza, con le mani nella marmellata... e con il naso tra le pagine di un libro della McGuire. L'aggettivo nuovo è da virgolettare. Come, com'è stato possibile. Cattive compagnie, noia, solitudine da numero primo. E perché non affidarmi alle canne o al porno, come fanno i tizi normali, santo cielo? Domanda lecita, la vostra. Perché. Come ricorderete voi e gli avventori occasionali incappati nel mio blog davanti al bel voto assegnato al libro più chiacchierato dello scorso anno, gli Splendidi Disastri mi avevano divertito. Rilassanti, romantici, innocui. Possibile causa del femminicidio nel mondo – ok, la smetto di ridere -, io li avevo letti per quel che erano. Né più, né meno. Un disastro è per sempre perde l'aggettivo “splendido” e si concentra sul lato meno “splendido” del primo romanzo. Quello che aveva fatto storcere il naso a tutti, me compreso. Il matrimonio tra Pigeon e Travis: spoiler degli spoiler! Ma se avete letto il titolo di questo terzo libro, avrete sicuramente visto le fedi in bella mostra, giusto sotto il primo piano di un lui e una lei – sempre gli stessi – che ridono e fan cose da fidanzati:
abbracciarsi, scambiarsi saliva e germi, evitare di mettere nel carrello una copia di L'amore bugiardo. Troppo tardi. Per loro, di ripensare al loro grande sì; per voi, di resettarvi. Ci siete arrivati, volendo o non. Poche cose sono per sempre: il matrimonio, l'alopecia, l'alitosi, le unghie incarnite. Sull'unghie incarnite non sono sicuro. Non faccio ricerche su Google per evitare di imbattermi in immagini che potrebbero togliermi il sonno e l'appetito. Cancellate quella quarta voce, su, e sostituitela con Jamie McGuire. Jamie McGuire è per sempre. Nel senso che non finirà mai, non che sarà ricordata doverosamente dai posteri. Non finirà di scrivere le stesse storie, con gli stessi protagonisti, gli stessi avvenimenti, gli stessi toni giovanili. Ha congelato la storia che l'ha resa nota a livello internazionale e, ogni tanto, apre il frigo costosissimo e strapieno che si ritroverà e ne prende un pezzo. Scorte a vita di pizza surgelata e di surgelati Abby e Travis Maddox. Il primo romanzo raccontava il loro innamoramento, i loro tira e molla, la loro eterna promessa. Il secondo raccontava il loro stesso innamoramento, i loro stessi tira e molla, la loro stessa eterna promessa, ma da un punto di vista maschile. Avevo riascoltato a cuor leggero e molto volentieri, lo ammetto, un'altra traccia di quella sciocca canzone d'amore. Alla radio, questo mese, ne è passata un'altra. La solita, ma con un ritmo da marcia nuziale. Avete visto la valutazione finale, perché avete visto la valutazione finale. Avete tirato un sospiro di sollievo, perché avete tirato un sospiro di sollievo. Avete pensato che ho visto la luce e che sono prodigiosamente rinsavito. Eppure non è mica vero che Un disastro è per sempre l'ho detestato, ehi: fa compagnia, è scorrevole, si legge. Ha quell'entusiasmo da autore di fan fiction che fa una certa tenerezza. D'altronde, i protagonisti sono diventati così famosi da meritarsene una tutta loro, ormai. Peccato che questa sorta di fan fiction l'abbia firmata la stessa Jamie McGuire: il confine tra intrattenere i fan e “cantarsela e suonarsela” si fa labile, come quello tra il New Adult e l'onesto Harmony da ombrellone. L'autrice avrebbe potuto fare un sunto di queste 120 pagine, tagliare via un sospiro, un pianto, un ripensamento, e inserire il poco che accade in questo libro all'interno dei primi due. In comode rate mensili, magari. Del resoconto del loro matrimonio a Las Vegas, invece, ha voluto fare una novella, arrivata da noi come se fosse un romanzo a tutti gli effetti. I quindici euro del prezzo di copertina, no?, sono gli stessi pagati altre cento volte per una storia inedita, diversa, di sicuro più interessante. Il font si fa per i non vedenti, i capitoli sono brevi, spezzettati, a due voci. Ecco che quello che va negli album, nelle foto ricordo, in lista nozze, finisce in un volumetto unico. Loro non mi sono sembrati poi così carini, poi così avventati. Anche il gesto di incontrarsi all'altare, dopo qualche mese di convivenza forzata, ha trovato un perché vagamente più razionale. Quel perché è opera di Abby, che mi è sembrata manipolatrice, antipatica, melodrammatica. Ancora un volta, ancora di più. La loro fuga d'amore è una fuga dalla notte in cui un incendio arse un seminterrato e matricole innocenti. Tragedia che non mi era sembrata tragedia, raccontata senza pathos, gravità, impegno. Mi era importato di loro, non degli altri: insensibile io, vaga e frettolosa la McGuire. In Un disastro è per sempre l'incendio, d'un tratto, è diventato la seconda eruzione del Vesuvio. Lì dove poteva essere profonda, lì dove poteva raccontare i sensi di colpa di Travis e non il colore dei suoi occhi, si dà ai salti temporali e ai voli pindarici. 
Cede la patata bollente a Miss Simpatia che, in un rigo, dice qualcosa come: “Travis, povero: aveva tanti, tanti sensi di colpa” e stop. Il ragazzo bello e dannato, incubo tatuato per mamme e padri di famiglia, diventa noioso. La sua dolce metà lo tratta come un cane, lo tira per quel braccio che pare un guinzaglio. Lui si limita a guardare i soffitti degli alberghi di lusso, a sentirla sospirare al telefono, a essere un cane pazzo che insegue la sua stessa coda. Un po' ebete. Hanno il sosia di Elvis alla cerimonia, un donnone con un nome da torta come testimone di nozze, addii al celibato tranquilissimi. Lei è bellissima in abito bianco e tutta ingioiellata, lui attira gli sguardi di ogni milf con il suo smoking grigio, la camicia senza cravatta e, tocco di classe, le Converse ai piedi: apprezzo la scelta delle scarpe, davvero. Mi conoscete. Altro che trasgressivi e diseducativi. Il matrimonio, ancora prima di compiersi, li rende mansueti e assuefatti come Sandra e Raimondo. In un capitolo, una prima notte di nozze che non osa stramberie: standard - uno sotto, uno sopra. Qualche frase bellina pronunciata ogni tanto, la visione di loro un anno dopo. Se non fosse che costa troppo, per i curiosi, potrebbe essere una piacevole lettura. Perché piacevole lo è, nulla da dichiarare. Sulla McGuire, lo scorso anno, tra letture belle e letture brutte, era ricaduto il ruolo di mio personale, semplice, segreto Guilty Pleasure – segreto un corno, poi: l'ho recensita alla luce del sole e del blog, per ben due volte. Questo suo racconto non mi è dispiaciuto, ma il prezzo troppo elevato non me lo rende consigliabile senza riserve. C'è poco da leggere, quasi niente da valutare. L'ho finito, però, con il consueto sorriso – di superiorità, di spensieratezza. Senza la tentazione di sposarmi ora e subito, di picchiare la gente in strada, di farmi un tatuaggio, o – scempio, orrore, incubo! - di iscrivermi in palestra.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Bruno Mars – Marry You

domenica 4 maggio 2014

Recensione: Quattro etti d'amore, grazie, di Chiara Gamberale

Ciao a tutti, amici miei! Come state, oggi? Io ho quasi finito di fare gli schemi di un libro su tre di Storia della lingua italiana – ce la farò, ce la farò - quindi mi concedo un attimo di pausa. E vi parlo di un libro che avevo nella mia libreria da un anno, ma che ho letto solo adesso. Per comodità, ho inserito, nella scheda, i dati dell'edizione NumeriPrimi, su cui però non so dirvi molto. A casa, infatti, avevo la prima versione. Una volume più lungo che largo, dei “Giganti” Mondadori. Li odio perché non so mai dove metterli, esattamente. Il libro della Gamberale, però, non l'ho odiato nemmeno un po'. Mi ha colpito in positivo, anche se giudicarlo è difficile: ecco spiegato quello strano e brutto voto a metà. Al contrario che su Anobii, però, qui posso sbizzarrirmi coi più, i meno, i mezzi voti, quindi così sia. Voi l'avete letto? Conoscevate questa brava autrice? Buona domenica a tutti, M.
E' importante averla conosciuta, quell'ansia di dirsi, quel bisogno di darsi. La convinzione di potere diventare qualcosa di più, o magari di meno, comunque di diverso, quando un'altra persona è sveglia. E se quella persona è nostra, anche la vita lo è, o almeno lo sembra. Nostra.

Titolo: Quattro etti d'amore, grazie
Autrice: Chiara Gamberale
Editore: Mondadori “NumeriPrimi”
Numero di pagine: 242
Prezzo: € 12,00
Sinossi: Quasi ogni giorno Erica e Tea s'incrociano tra gli scaffali di un supermercato. Erica ha un posto in banca, un marito devoto, una madre stralunata, un gruppo di ex compagni di classe su facebook, due figli. Tea è la protagonista della serie tv di culto "Testa o Cuore", ha un passato complesso, un marito fascinoso e manipolatore. Erica fa la spesa di una madre di famiglia, Tea non va oltre gli yogurt light. Erica osserva il carrello di Tea e sogna: sogna la libertà di una donna bambina, senza responsabilità, la leggerezza di un corpo fantastico, la passione di un amore proibito. Certo non immaginerebbe mai di essere un mito per il suo mito, un ideale per il suo ideale. Invece per Tea lo è: di Erica non conosce nemmeno il nome e l'ha ribattezzata "signora Cunningham". Nelle sue abitudini coglie la promessa di una pace che a lei pare negata, è convinta sia un punto di riferimento per se stessa e per gli altri, proprio come la madre impeccabile di "Happy Days". Le due donne, in un continuo gioco di equivoci e di proiezioni, si spiano la spesa, si contemplano a vicenda: ma l'appello all'esistenza dell'altra diventa soprattutto l'occasione per guardare in faccia le proprie scelte e non confonderle con il destino. Che comunque irrompe, strisciante prima, deflagrante poi, nelle case di entrambe.
                                                 La recensione
Fare la spesa è un gesto che dà pace. Sempre che tu abbia soldi da spendere, ovvio. Quindi, riformuliamo il tutto. Sono i supermercati in sé a dare un qualcosa che sembra pace. Microcosmi variopinti e multiformi, in cui tutto ha un posto e una direzione. Impossibile perdersi. Basta alzare lo sguardo e gettare l'occhio sulle insegne che ci indicano il reparto. Dicono cose come: qui trovate Biscotti, Cereali, Merendine. Qui trovate Chili di troppo, Vigore, Felicità in scatole da otto pezzi, più uno in omaggio. Le corsie sono strade, i carrelli sono automobili, gli avventori e gli addetti alle casse sono residenti e coinquilini. Via la confusione, al bando il disordine. Mi capita di gironzolarci, ogni tanto, a tempo perso. Non mi tolgo nemmeno le cuffiette dalle orecchie e, come fossero vasche olimpiche, percorro i reparti: non sono alla ricerca di niente, sono alla ricerca di tutto. Magari, non cercandolo, è su quello scaffale alto alto che troverò quello che voglio. In realtà, quando ho cose da comprare, non perdo tempo: metto tutto nel bustone che mi porto da casa – perché non devo e non voglio dare quindici centesimi alle commesse, per una busta di plastica molliccia e trasparente; quelle dell'Ikea le paghi sessanta centesimi, ma dentro potresti infilarci anche il cadavere di King Kong: sorvoliamo. – e vado alle casse. Le cuffie nelle orecchie restano. Il supermercato è semplicemente tappa fissa quando vado al centro commerciale. Ossia sempre, perché da me non c'è di meglio da fare, quando finiscono le lezioni il pomeriggio presto. E, ogni volta, penso alla scena di un film di cui non ricordo il titolo. I protagonisti riempivano il carrello fino all'orlo, per poi lasciarlo lì, alle casse, senza comprare niente. E, ogni volta, penso a casa. Facciamo qualcosa di simile anche noi, ma con i violantini. Nel mio condominio ne arrivano una marea. I nostri preferiti, tipo, sono quelli blu dell'Euronics. Dopo cena, capita che guardiamo la tv, al tavolo ancora apparecchiato, e, penna alla mano, li riempiamo di crocette. Una grossa X rossa accanto alle cose più costose. Per ridere e crederci più o meno felici anche senza. Senza il televisore in 3D con tanto di occhialini, il nuovo i-Phone, il pc che ha scanner, stampante e fax incorporato – e il caffè, dico io, non lo fa? Al supermercato c'è il reparto libri, poi. Voi che state leggendo questo post lo sapete. Nella mia città, ci perdo tempo mentre i miei sono alle casse. Le file mi annoiano, quindi perdo tempo nel miglior modo possibile di perdere tempo: con un libro che non comprerai mai tra le mani. Ho scoperto la Gamberale così. Al supermercato c'erano i suoi libri e ho iniziato a sfogliarli. Non erano finiti subito nel mio carrello, ma tutti in wishlist: avere una wishlist è gratis. Volevo una copia di Per dieci minuti e l'impressione della felicità, una copia di Le luci nelle case degli altri è il dono dell'onniscenza. A casa avevo giusto Quattro etti d'amore, grazie. Li conservavo in libreria, non in frigo. Quei quattro etti speciali li tenevo in dispensa da un anno. Pasqua 2013. E chissà se avevano una scadenza. Si era mantenuto fresco e profumato, quell'amore, o era andato a male? E' un frutto altamente deperibile. Questo romanzo della Gamberale (che poi a male non c'era andato) te lo dice con arguzia, esuberanza, sincerità – in un mondo di scaffali, banchi salumi, reparti frutta e verdura che, attraverso gli altoparlanti, canta Quello che le donne non dicono. Chiara ti dice anche: dammi le tue buste della spesa e io ti dirò chi sei. Studente, scapolo, mamma, banchiere, vittima sfortunata della crisi economica. Spiare il contrenuto del carrello, per spiare quello del cuore. Nel cassetto in cui custodiamo i nostri desideri segreti. Lo apri, quel cassetto, e ne esce una ventata di solitudine esistenziale che ti sconvolge. E' pieno di cose tristi, ma è buffo. Sul fondo, ha uno scomparto segreto: cela cinismo, garbo e le chiavi di casa di due donne lontane. L'autrice, a capitoli alterni, a liste della spesa alterne, ti fa entrare nelle loro vite. Tea è ricca, bella, famosa... ma non è felice. Recita in una serie televisiva prossima alla cancellazione, ha un passato da cleptomane che fa tanto Winona Ryder, un papà meridionale che ha dato alla sua fabbrica di water e bidet il nome della sua unica figlia, un marito molto adulto, molto grasso e molto artista. 
Dialoga con sé stessa allo specchio, nella camera da letto che non condivide più da ormai sei anni con il suo Riccardo. Quella seduta sulla sedia è il suo alter-ego, la vera Tea è nello specchio. Lei è diventata l'alter-ego di sé stessa: Wendy, come la chiama quel marito vecchio che è stato suo insegnante, suo maestro di vita, suo bamore unico. Si è sposata con un uomo che ha saputo rispondere, senza una risatina scema, alla sua grande domanda: di che colore è il retro del cielo? Riccardo ha fatto di lei la sua pupilla, la sua Wendy per sempre. Lui è Peter Pan e, tormentato dai rintocchi dell'orologio nella pancia del coccodrillo, non vuole che lei cresca e chiuda la sua finestra alla notte. Lei non riesce a lasciarlo, lei non riesce a stare con lui, lei non sa ancora come finiva la storia di J. M Barry senzo che Walt Disney ci mettesse lo zampino. Allora è diventata amante di un aitante personal trainer partenopeo-americano che può dire cose come “Il mio sogno è io, e te, una station wagon, due piccirilli e un cagno”, ha comprato uno shampoo delicato per la figlia dai capelli ricci che non ha e ha preso ad annotare quello che la cosiddetta signora Cunningham mette nel carrello. Ha sempre qualche bambino aggrappato alla caviglia, ha sempre una lista della spesa densissima: dev'essere per forza felice. La cosiddetta signora Cunningham si chiama Erica e non è felice. E' sposata da undici anni, ha due bimbi, un profilo Facebook, ma – come la modella sulla copertina – si sente sottovuoto. Ermeticamente imprigionata. In una busta salvaspazio, senz'aria. Imprigionata dalla routine – il lavoro, il pranzo, scarrozzare Figlia al catechismo e scarrozzare Figlio da un amichetto, la cena -; imbustata in una vita-non vita. Erica ha il trauma di un rapinatore col volto coperto che le punta una pistola contro, la paura che la pasta sia troppo al dente o troppo scotta, la tenerezza verso un fratello un po' matto e una mamma che gioca ad essere single in un'isola esotica, l'esigenza di un cambiamento radicale. La nota positiva delle sue tante giornate è il momento della spesa. Quando incrocia la celebre Tea Fidelibus e il suo carrello pieno di cibi ipocalorici, e fantastica su quella donna che, non sa e non lo saprà, la spia di nascosto e la invidia. Ma chi è felice davvero, alla fine? Quattro etti d'amore, grazie è un romanzo con passaggi e persone belle da morire. Un'analisi profonda e originale che esplora con superficialità zero una galleria di personaggi commoventi e travolgenti. Non è un esempio di page turner – o come si dice non lo so – ma è scritto nel modo che piace a me. Nel modo che dovrebbe piacere a tutti. Con inventiva, bravura e una libertà senza limiti. Sfilze assillanti di punti di domanda, monologhi interiori, messaggi in chat con faccine sorridenti comprese, dialoghi tra due donne e le loro reciproche coscienze. Del telefilm di cui è protagonista Tea, intitolato Testa o Cuore, conosciamo qualche dettaglio: i titoli di testa scritti a colpi di rossetto, l'impulsivo romanticismo di Lei, la calma di Lui, il significativo finale di stagione. Sarebbe perfetto per il piccolo schermo, così com'è. E lo sarebbe anche Quattro etti d'amore. Vagamente anni '50, a metà tra Happy Days e uno show, da scrivere ancora, sul mondo segreto di Broadway. Con un'Italietta incantata dalle prime televisioni e dalle vite "spericolate" delle stelle del cinema. La morale: afferra la vita, finché è in offerta speciale. Vivila come se fosse un hobby; vivi senza lasciarti vivere. Impara a ballare la salsa. Chiara Gamberale? Un suo romanzo? Ne prendo un altro, grazie. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Amy Winehouse – Love Is a Losing Game

venerdì 2 maggio 2014

I ♥ Telefilm: The Following, Being Human US, Teen Wolf

Ciao a tutti, amici! Post velocissimo, questo venerdì, per parlarvi di tre serie TV che, di recente, si sono concluse – e una definitivamente (sigh!). Ma, insieme ai finali di stagione, in quest'ultimo mese, anche grandi debutti: con Salem e Penny Dreadful è già scoppiato l'amore. Grandiosi e graditi rimpiazzi, già. Scappo a studiare. Vi auguro uno splendido weekend e buone letture. A presto, M.

The Following
II Stagione
Partito nel migliore dei modi, l'anno scorso, The Following si era concluso con una prima stagione fatta di alti e bassi. Puntuale, ecco arrivare la seconda. Senza misteri, percorre la stessa strada della prima e, puntuale anche in questo, inciampa nelle stesse buche, rischia di crollare a peso morto negli stessi tombini, s'incespica per le stesse salite. Ha un motore che borbotta ed è seguita da spettatori che borbottano, nelle loro poltrone. Come perdonare alcune trovate? Come smettere di seguirlo? Pretty Little Liars è brutto, non The Following. Questo è oggettivo. Mentre quelle quattro oche, però, non destano particolari critiche, nella loro idiozia senza fine, The Following verebbe da criticarlo a lungo, nonostante varie e rare note positive. Era partito come un novello Hannibal, con la storia di un detective ossessionato da un burattinaio dietro le sbarre. Nell'attimo in cui Joe Carroll era evaso, però, lo spunto iniziale era sfumato via. Questa, dunque, era diventata la solita serie in cui i protagonisti si limitavano, per una dozzina di episodi, a giocare a guardie e ladri. Chi fugge, chi insegue, chi muore, chi resuscita. In The Following tutti resuscitano. Hanno vite illimitate, come in un videogioco. Se muori, puoi ripartire dal check point. Corpi crivellati di proiettili hanno la forza per alzarsi in piedi e chiedere aiuto ad altri cattivoni, gente caduta dal primo piano e con le ossa rotte può afferrare la caviglia dell'uccisore – come da copione – per far sussultare lo spettatore ormai preparatissimo, tiratori scelti del FBI possono mancare un bersaglio umano a venti centimetri. The Following parte da un paradosso di per sé, questa volta. Da una forzatura della sceneggiatura che salva il personaggio più interessante da morte certa giusto per fare andare avanti la storia. I seguaci diventano adepti, la Bibbia diventa ispirazione per supplizi al posto del classico Edgar Allan Poe, i manipolatori vengono manipolati. Il cast è di serie A. L'affinità tra Bacon e Purefoy continua ad esserci, il giovane Shawn Ashmore ha una bella grinta e, questa volta, si aggiunge anche una femme fatale. Una bellissima Connie Nielsen (Il Gladiatore, L'avvocato del diavolo) che più invecchia e più acquisisce fascino: ricorda la Basinger. Davanti ai suoi quarantanove anni magnificamente portati, potrei anche credere all'immortalità di Carroll & co, sì. Insieme a lei, altra new entry: il bravo Sam Underwood in un duplice ruolo. Luke e Mark – e io pensavo veramente si trattasse di due gemelli, ignorando chi fosse l'attore – sono due simpatici fratelli necrofili, bipolari e imprevedibili. Belli, gioviali e sorridenti, come gli assassini di un Funny Games mainstream. Il tutto, francamente, si regge anche benino, ma io ho avuto la stessa impressione, guardando il fiacco finale di stagione, che provo davanti a The Vampire Diaries – perché seguo anche quello, quindi non rompete! Questo serial potrebbe proseguire fino alla fine del mondo. Ché poi di The Vampire Diaries ha gli stessi intrecci “fantasiosi” e la stessa penna: dietro entrambi, Kevin Williamson. Lo stesso della saga di Scream, con il suo umorismo involontario, le sue idee inesauribili, sette vite jolly per ogni personaggio. Divertente nella sua improbabilità. (6+/10)

Being Human US
IV Stagione
E' finito. Per sempre. E quando i titoli di coda sono apparsi dal nulla, per l'ultima volta, ho pensato che avrei potuto piangere. In caso, sarei stato giustificato, no? Di Being Human non ho mai parlato, eppure le occasioni non sono mancate. E' una serie molto sottovalutata. Ma quando si parla di remake va così. Il Being Human canadese che ho visto io, infatti, arriva sulla scia dell'omonima versione inglese. Avrà lanciato più di qualche attore, ma a me non convinceva: l'ho abbandonata ai primi episodi. Tetri, spogli, strani. E' dal 2011 che la versione US mi fa compagnia. Pian piano, mi ha aperto il cuore. Uno scenario da sitcom: quattro pareti, un divano sfilacciato, un soggiorno, un cucinino, un sottoscala pieno di polvere. Tre coinquilini molto, molto speciali. Troppo. Un unico tetto, a volte, diventa un po' poco per per contenere tre uragani come loro. Tre creature della notte, ma nascoste dietro vite ordinarie. Non vorresti mai trovarti da solo con loro. O forse sì? Io propendo per il sì. Sono la più calorosa delle famiglie, gli amici che sogni di avere. Anche con le zanne affilate, gli ululati folli, i corpi invisibili che bucano le pareti. E' l'umanità che cercano, ma l'hanno sempre avuta dalla loro. Parlano dell'impossibilità di amare al giorno d'oggi, dei dissapori di una vita coniugale che fa troppo borghese, di avere figli, di sposarsi. Eppure non sono tutti santi, eppure non sono sempre stati persone gentili. In quest'ultima serie sono più fragili, stanchi e piccoli che mai. La loro casa – ed è una casa tanto cattiva – prende vita e i loro simili minacciano di separare ciò che è diverso. Being Human è una serie sulla diversità, sull'equilibrio pacifico tra opposti – bianco e nero, bene e male, uomo e donna, lupo e vampiro. Si mettono da parte le divergenze, la fame incontrollabile, la pelle che cambia, in nome della pacifica convivenza civile. C'è chi lascia tracce delle sue vittime sul pavimento, chi ha riempito gli scomparti del frigo con disgustose sacche di sangue, chi perde peli in giro per casa, chi – invisibile – entra nelle stanze altrui senza nemmeno bussare! Discutono, meditano di tanto in tanto di uccidersi a vicenda, si amano di un amore strano e puro. I personaggi da tre diventano il doppio, da un trio si diventa una famiglia - stagione dopo stagione. Il timido lupo Josh (Sam Huntington - Dylan Dog; Veronica Mars), trova la forza di dichiararsi a una sua adorabile collega (Kristen Hager – Valemont) e fa la domanda, da inserviente spiantato, per diventare infermiere. Nell'ultima puntata, è sposato, è padre, fa torte. Il centenario vampiro Aidan (Sam Witmer – Smallville, The Mist) è coinvolto in congiure shakesperiane, passa da un leader ad un altro, crea nuovi vampiri e miete nuovi vittime, cambia amanti e abitudini. Nell'ultima puntata, è un eroe che sente quello che pensava di non poter sentire più. La giovane e bella Sally (Meaghen Rath – L'altra metà dell'amore), invece, infesta quella casa come spettro dall'episodio pilota. Quell'appartamento, una volta, era il suo covo d'amore. E' stata una vittima di violenza domestica. E' morta in pigiama. Ha sbattuto la testa e si è svegliata in oniriche dimensioni parallele. Nell'ultima puntata, anche lei è cambiata: è morta, risorta, morta ancora. Ha scoperto la stregoneria, la magia nera, l'amore di un vampiro che – mera essenza com'è – non può sfiorare. La serie TV si è conclusa a forza, ma non ci sono forzature e non c'è fretta. Il finale è appagante, consolatorio, dolce, nostalgico. Quello stucchevole, ma bellissimo che – da fan – avevi sempre sognato. Alla fine dell'ultima stagione, per un po', farete come me. Li cercerete nelle corsie di un ospedale, tra l'erba fitta, in una casa stregata. Being Human è un paranormal sanguinoso, ma genuino: molto meno paranormal di quel che appare. Con toni comuni, racconta semplice semplice la vita di persone non comuni. Assolutamente consigliato. (8/10)

Teen Wolf
III Stagione
L'anno scorso avevo preparato un post sulla seconda stagione di Teen Wolf. Poi il file mi aveva abbandonato, perduto nella formattazione improvvisa di un computer che – da un giorno all'altro – aveva deciso di dare di matto. In quel documento di Word c'erano scritte belle cose. Teen Wolf mi piaceva proprio. Anche con gli attori schifosamente belli, il budget basso, i trucchi “fatti in casa”. Mi divertiva, mi sorprendeva. Dopo una prima stagione scorrevole e ironica, con scarse novità e scarse pretese, nella seconda c'erano stati grossi passi avanti. C'era una passione che colmava i buchi del budget, tanto impegno. Perfino la nuova sigla – curata, affascinante, adulta – era il sintomo di un cambiamento generale, nei toni e nei contenuti. Nell'estate dello scorso anno, la serie targata MTV è tornata con una terza stagione e con ben 24 episodi. Due serie al prezzo di una. Alcune cose mi sono piaciute molte, altre per nulla. Il taglio è quasi cinematografico, le atmosfere sono piacevolmente dark e le venature orrorifiche sono funzionali. E' una serie d'atmosfera, realizzata anche con un certo gusto. Giovane, leggera, pure ben recitata, se vogliamo. Ma questo vale soprattutto per la prima parte. Con il passare del tempo, Teen Wolf commette un errore imperdonabile: prendersi troppo sul serio. Si complica, e male. E' pregevole la sua voglia continua di arricchirsi e rinnovarsi, ma l'esplorazione di un nuovo apparato mitologico mi è sembrata frettolosa, arrangiaticcia, inverosimile. Forzata. Dall'oriente prende in prestito i mostri, i demoni, le spade, ma non il fascino seducente. Il serial vorrebbe cambiare, ma resta – nel bene e nel male – sempre lo stesso. C'è tensione, ma anche generale confusione. E' forse così che si crea il mistero? Dimenticabili alcuni dei nuovi personaggi – i “gemelli diversi” (che a me fanno troppo ridere!) e Kira – e piuttosto spenti alcuni dei vecchi – Allison, Isaac, Derek. La rivelazione più grande e lo scoprirsi gradualmente protagonista del bravo Dylan O'Brien, il mitico Stiles. Ruba la scena alla vera star – Tyler Posey – senza difficoltà alcuna. Simpatico, imbranato, nerd, è il novello Seth Cohen, ma con una problematicità imprevista. Ha scene importanti, momenti che richiedono anche una certa bravura. Negli ultimi episodi, però, anche lui non convince: la trama lo vuole in balia della follia e lui sfoggia una serie di smorfiette che vorrebbero ricordare il magnetico Joker di Heath Ledger. Tentativo fallito, caro Dylan. Il finale – costellato da tragedie e scomparse – ricorda vagamente un The OC in salsa urban fantasy e maschera (male) la volontà di alcuni membri del cast di abbandonare prematuramente lo show. L'ultimo Teen Wolf è deludente. Stanco morto, fiacco. Il dottor Ink consiglia sole, riposo, un'alimentazione salutare e una sana rispolverata. Ci rivediamo l'anno prossimo per un check up completo. (5/10)

martedì 29 aprile 2014

Qui pro cover #5

I troppo fighi per... (parte I)
Tutti ce l'hanno. Ma sì. Uno di quegli amici, su Facebook, che, puntualmente, giorno dopo giorno, ci delizia con le foto dei suoi primi piani. Foto tutte uguali, di cui cambia un dettaglio. Ciuffo, non ciuffo. Occhiale sì, occhiale no. Camicia aperta, camicia chiusa. Sguardo da cerbiatto accecato dai fari di un tir, sguardo più o meno sexy. Che facciamo in questi casi, quando ci troviamo a diffidare da coloro che, come immagine di copertina, hanno il loro egocentrico e onnipresente faccione? Li blocchiamo, eliminamo le loro notifiche dalla home, auguriamo loro di farsi al più presto una vita, consigliamo di andare a cogliere dolci margheritine in un campo alla fine del nostro universo. Da oggi, nuova soluzione. C'è Qui pro cover che ve la propone! Suggerite ai diretti interessati di essere facce da cover, invece che facce da c... ulo. L'appuntamento di oggi con la rubrica dedicata alle cover gemelle - e nata per farsi due risate, senza nessun intento polemico - è dedicata proprio a loro: quelli troppo fighi. Per accontentarsi di una sola copertina, di un solo titolo, di una sola saga. Libri diversi, ma che in copertina hanno gli stessi modelli, ma di spalle, di profilo, con il viso in ombra e il viso illuminato, o robe simili. Conosco le tipologie di cover più odiata al mondo: quelle, cioé, con i tipi che danno le spalle alla macchina fotografica, sullo sfondo di scenari dark: cimiteri, chiese, cieli neri. Le copertine di oggi hanno coraggio, e non voltano le spalle al nemico – il sottoscritto, ossia. Belli, avvinghiati e sorridenti (?), oggi “quelli troppo fighi” sono divisi in tre gruppi. Si baciano sotto la bioccia i modelli di Il confine dell'eternità e Crashing into you: hanno preso sempre più confidenza con il loro fotografo e, in fine, la bronchite, dopo tutta quell'acqua nei vestiti. Si abbracciano e si accarezzano quelli di Easy, Devoured e The Fallen Stars: riconosciamo lui, con il naso un po' a becco, la chierica alla Jared Padalecki, i tatuaggi. Ultimo, ma non ultimo, il ragazzo in primo piano su Albion, che – nei Seguaci di Ipnos – deve però condividere copertina e attenzioni con una bella fanciulla. Gli restano, però, gli occhi verdissimi e l'espressione scocciata – se avete letto Albion (Ciao, B!), sapete che quello è Marco Cinquadraghi sputato. Da prendere a sberle, e da leggere. Che mi dite, questa volta? Un'altra carrellata di “quelli troppo fighi” arriverà a breve. Sono ovunque, incontentabili, fotogenici e vanitosi. Staniamoli tutti!