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mercoledì 24 luglio 2019

Recensione: Il party, di Elizabeth Day

| Il party, di Elizabeth Day. Neri Pozza, € 18, pp. 350 |

Ci sono quei personaggi talmente disturbati da risultare subito irresistibili. Prendete Martin Gilmour, ad esempio: critico d'arte sulla quarantina, autore di unico insuperato best-seller, che ci apre le porte della sua anima nerissima mentre il migliore amico, Ben, apre quelle della sua casa. Piacente e ben vestito, potrebbe quasi confondersi nella fauna pullulante della Londra bene. Ma è né più né meno che un mistificatore, un intruso. Cosa ci fa lì, in un ex monastero convertito per capriccio in villa di campagna, fra imprenditori, starlette, vecchi bulli prestati alla politica e camerieri dai pantaloni troppo attillati sul didietro? Lui, impopolare ai tempi del collegio, è diventato quello che è – un abile parvenu – grazie ai favori del padrone di casa. Inseparabili da sempre, nella buona e nella cattiva sorte, gli ex compagni di scuola si sono spalleggiati e protetti reciprocamente. Se Ben teneva lontani i bulli a colpi di connaturato carisma, però, qual era il ruolo di Martin? A dodici anni il protagonista ha ucciso a sassate un passerotto, la mascotte della classe, confessando subito il crimine agli insegnanti. L'anno successivo, con un peluche acquattato sul fondo della valigia, altrove, è diventato la piccola ombra del rampollo della famiglia Fitzmaurice. Conquistarne l'amicizia è stato un letterale campo di battaglia, e Martin ha seguito le istruzioni dell'Arte della guerra per farsi notare. Dopo l'assassino dell'animale, aggiungiamo pure alla lista delle sue pazzie il furto – gli album preferiti di Ben pur di condividerne i gusti musicali, i suoi carteggi con i parenti –, la tossicodipendenza – lo tradiscono i muscoli facciali, sui quali non ha alcun controllo –, l'emulazione pedissequa – somigliare al coetaneo anche nello stile, allora, ordinando negli Stati Uniti lo stesso paio di scarpe da corsa rosa shocking. Di cos'altro potrebbe macchiarsi in una serata d'alcol a fiumi e nodi al pettine, dove ogni colpo di testa è concesso?

Alla fine siamo solo i due ventricoli dello stesso cuore avvelenato.

Prendete le affinità elettive di Dio di illusioni o del sottovalutato Non è colpa della luna. Aggiungete l'umorismo caustico e il glamour della serie Big Little Lies, ma con la variante dell'accento british. Forse inutile specificarlo, o forse no: nei gesti del protagonista c'entrano sia l'arrivismo, sia una pulsione sessuale inespressa verso il festeggiato. All'inizio del romanzo, thriller satirico dalle atmosfere patinate, sappiamo che i personaggi sono sotto indagine: alcuni torchiati dagli agenti di polizia, altri sull'orlo di una crisi nervosa. Si parla di un semplice incidente domestico. Quanto sporco, in realtà, hanno nascosto sotto il tappeto persiano del salotto? Acuto osservatore e narratore affascinante, a sorpresa il protagonista si lascia rubare la scena dalla moglie Lucy: rotonda e sarcastica, vittima in passato di amori totalizzanti e violenti, si rimpinza simpaticamente senza ritegno alcuno e tracanna aperitivi, al buffet, incurante degli ingredienti a chilometro zero o dei carboidrati in eccesso. Anni prima l'hanno sedotta l'indipendenza e il rigore di Martin. Adesso, tuttavia, il partner appare talmente distaccato da risultare uno sconosciuto. Moglie e marito si concedono brindisi e bollicine, si mimetizzano con la tappezzeria. Meglio non sottovalutarli: sanno più di quanto non dicano. Loro, così come il lettore purtroppo. Assolutamente ben scritto, acuto e scorrevole, il primo romanzo di Elizabeth Day giunto in Italia vive di ambienti sopraffini e compagnie stimolanti, ma altresì di alibi banali e moventi intuibili. La sensazione predominante, arrivati all'ultima pagina, è che il meglio stia proprio per cominciare.

Quando si è sposati con qualcuno di cui non ci si fida, si deve prestare attenzione a un sacco di cose. Quando ti rendi finalmente conto che, nonostante i tuoi tentativi di vedere il meglio in ogni cosa faccia tuo marito, lui non è una persona particolarmente a posto, devi stare in guardia. Devi mettere da parte ogni minima informazione, guadagnare potere a poco a poco. E non devi lasciar capire che sai.

I Fitzmaurice danno un prezzo a tutto. Anche all'amicizia, anche al silenzio. Non basteranno i capogiri dei mojito a distrarre Martin dal pensiero che, in cima a un piedistallo, più si stis in alto più ci si faccia male nella caduta. Dichiaratamente inscindibili, i protagonisti cadranno davvero insieme? A rendere interessante la classica amicizia a senso unico, in bilico fra venerazione e amore, contribuiscono senz'altro l'umorismo britannico sparso a piene mani e la solida struttura polifonica. Eppure a Il Party – titolo doppio, che allude sia alla festa per farli riunire, sia al partito politico di Ben – mancano i guizzi, le sorprese. Al menu, tutt'altro che insolito, sono state applicate rare variazioni sul tema. Gli ospiti coinvolti sono tutti ugualmente scintillanti, tutti ugualmente avidi. E non mi sono parse sufficienti la raffinatezza della confezione, il rigore della farsa, l'indiscreto appeal dei ritardatari accorsi all'ultimo, per fugare la sensazione di conoscere già le loro facce, la loro tappezzeria. Di esserci già stato, in passato, a una festa da cui sono tornato con un po' di emicrania e lo stomaco semivuoto.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: LP – Other People