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venerdì 5 ottobre 2018

Recensione: Vox, di Christina Dalcher

| Vox, di Christina Dalcher. Nord, € 19, pp. 416 |

Alle parole non diamo un numero. Spesso, alle parole non diamo peso. Le usiamo per indicare assenso o dissenso, per affermare o negare, per leggere, scrivere e fare l'amore. Perfino da soli, quando cantiamo insieme alla radio o ragioniamo mormorando in una stanza vuota, la voce fa il suo giro. L'aria entra e attraverso i meccanismi magici della catena fonatoria fuoriesce, infine, facendosi verbo. Parlano i gesti dei bambini e quelli degli autostoppisti al volante, parlano coloro che hanno riportato gravi lesioni al cervello non dando però un senso al loro farfugliare confuso, nel caso di noi italiani – che gesticoliamo al telefono, che ci sbracciamo in strada – parlano anche le mani, incapaci di stare ferme ai lati del corpo. Nei miei due esami di Linguistica, i più difficili ma interessanti sostenuti negli anni dell'università, del suono ha imparato la natura fisica e armonica, i tecnicismi difficili da padroneggiare e gli infiniti misteri. Con la mia infarinatura accademica, leggevo l'esordio di Christina Dalcher – professionista del campo dalla grande pregnanza lessicale e, a sorpresa, dall'altrettanto grande abilità narrativa – e annuivo, un po' orgoglioso nel sapere cosa mi stesse dicendo a proposito dell'area di Wernicke e dell'area di Broka, della lallazione e dell'età critica nelle fasi dello sviluppo, di dettagli che in realtà fantascienza sembrano ma non sono. È con il mio essere eppure laconico per natura che leggevo, per l'appunto, e mi mettevo nei panni della protagonista: siamo in un futuro distopico tutt'altro che implausibile, infatti, e gli Stati Uniti, guidati da un presidente fanfarone e dal Movimento della Purezza, sono tornati a un secondo Medioevo riducendo il genere femminile al silenzio.

Puoi portare via molte cose a una persona: soldi, lavoro, stimoli intellettuali. Puoi anche portarle via la voce senza intaccare la sua essenza più profonda. Ma, se le impedisci di sentirsi parte di un gruppo, se le togli lo spirito di squadra, le cose cambiano.

C'è voluto pochissimo affinché misoginia e tirannide prendessero il sopravvento sulla civiltà americana. Dai salotti televisivi dei predicatori locali alla Casa Bianca il passo è stato breve. Le scuole, le case, sono cambiate da un anno appena. Con i libri, le penne e i post-it sotto chiave. Con le macchine da cucire, i kit di giardinaggio e gelati in premio alle studentesse silenziose a sostituire i banchi di formica o i progetti di gruppo. La liberale e instancabile Jean ha quattro figli, origini italiane, un'esperienza saffica negli anni della giovinezza, un amante scienziato di nome Lorenzo e un'unica sfortuna: essere nata donna. Alle omosessuali spettano campi di rieducazione forzata, alle adultere i capelli rasati a pelle e il convento, alle nubili matrimoni combinati o la via alternativa della prostituzione. Lei ha invece dovuto rinunciare a malincuore al suo impiego – con l'autrice condivide proprio il mestiere di linguista –, per provvedere a una casa a cui non vuole stare appresso, recalcitrante all'idea di essere l'angelo del focolare; per covare un rancore naturale ma ingiustificato verso il marito e i figli maschi, che al contrario della protagonista e della piccola Sonia possono alzare la voce a piacimento.

Mi manca parlare. Ma, più di tutto, mi manca sperare.

Con debiti evidenti verso Il racconto dell'ancella, tornato in questi anni sotto le luci della ribalta grazie alla pluripremiata serie Hulu e a causa di una politica che ci fa gelare il sangue nelle vene, Vox ha soprattutto all'inizio il suo bel da dire. Un mondo che inquieta per quanto appare plausibile, riflessioni interessantissime sulle relazioni uomo-donna e i ruoli di potere, una narratrice che volendo può fare la differenza. Non vi dico troppo: a un certo punto, Jean si ritrova con una pesante spada di Damocle sulla testa e senza il suo contatore argentato al polso. Richiamata in un laboratorio di Washington in quanto luminare imbattuta, studia l'afasia all'interno di una task force finalmente riunita. Chi sono, tuttavia, le vere cavie? La Dalcher abbandona presto i drammi del quotidiano per una scienza che parla a lingua sciolta di sé, di cure, di armi batteriologiche; preferisce i laboratori asettici in cui tutto è Top Secret alle famiglie sgomente. La svolta, a mio dire discutibile, trasforma il romanzo in un medical thriller al cardiopalma con atmosfere da film complottistico in cui, nonostante i ritmi vertiginosi, o forse proprio per quelli, si perdono in fretta lo spunto di partenza e il rabbioso senso di ingiustizia che lo pervadeva. Le ultime cento pagine in particolare riescono nell'impresa impossibile di rovinare le trecento precedenti: frettolose, furbastre, liquidano in quattro e quattr'otto distopia, triangolo amoroso e dilemmi morali, all'insegna del lieto fine e delle sue conseguenti forzature.

Mostri non si nasce, si diventa. Pezzo dopo pezzo, arto dopo arto, creazioni artificiali di uomini folli che, come l'incauto Frankenstein, credono sempre di saperla più lunga degli altri.

Vox e la sua sentita crociata generalizzano, e non realizzano che il silenzio non sempre è un male. A volte, è d'oro. Come idee vincenti simili a questa, che, per ironia della sorte, avrebbero avuto bisogno di qualche parola in meno per centrare il bersaglio.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Disturbed – The Sound of Silence