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mercoledì 21 giugno 2017

Mr. Ciak: T2 Trainspotting, La Mummia, Before I Fall, Gifted

Trainspotting è uscito quando non avevo l'età. Istantaneo cult giovanile, parlava però a una generazione che non era la mia. L'ho rivisto su Iris qualche mese fa, il pubblico in fermento per l'arrivo di un sequel che sembrava fuori tempo massimo e invece no, apprezzandolo meno del previsto. Quattro amici per la pelle, un furto, colori fluo. Tanti buchi sulle braccia e, forse, troppo rumore. Cos'è di loro vent'anni dopo? L'ho scoperto senza ansie e, questa volta, sorprendendomi non poco. Liberamente ispirato a Porno del solito Irvine Welsh, il secondo capitolo è una reunion tra antichi dissapori e nostalgia; un ritorno a casa che tocca, anche chi fan non lo è. McGregor, fuggito ad Amsterdam, prende un aereo per Edimburgo alla morte della madre: unico ad avercela fatta, inventa a beneficio del prossimo una bella vita che non c'è. Il biondissimo Miller ha rinunciato all'eroina: ora sniffa e basta, e non perdona l'amico traditore. Carlyle è a piede libero, pensieroso per via di una vendetta da pianificare nel dettaglio e degli scherzi della disfunzione erettile; Bremmer ci ricasca, tenta il suicidio, e si scopre tenerissimo cantastorie. T2 – coi karaoke brilli, i faccia a faccia, le tentazioni irrinunciabili è malinconico, agrodolce, divertente. Alla soglia dei cinquanta, necessario passare al vaglio i sogni di serie B: aprire un bordello, ad esempio, alla faccia del crescere e dei papponi scozzesi. Ranton e gli altri sono invecchiati bene, sempre fighissimi, ma mettono un po' di tristezza. Un manipolo di bulli male in arnese che non ha mai trovato la sua strada e, in preda al dubbio, fa ritorno dove tutto è iniziato. La coda tra le gambe, la voglia matta di farsi ancora. Perché il mondo cambia, ammette Franco in presenza di un figlio indegno della sua pazzia, ma loro no. T2 giura di andare in rehab, salvo eventuali ricadute. Sceglie la regia strabiliante di Boyle, quei cari quattro amici al bar, una colonna sonora che, sul tappeto, fa battere i piedi a tempo. Sceglie l'effetto amarcord, che non guasta affatto, e corse lungo strade familiari. Sceglie il sequel giusto. E, affezionato al suo motto, sì, sceglie la vita. (7,5)

Il classico della Universal manca all'appello, ma La Mummia con Brendan Fraser è un tassello chiave della mia infanzia. Da allora gli ridò volentieri un'occhiata, nei sabato sera di Italia Uno privi di fantasia, facendo finta che il pessimo La tomba dell'imperatore non esista. Avrei potuto fare altrettanto con questo reboot non richiesto; il corpo del faraone di Sommers ancora caldo nel sarcofago. Se Hollywood sentiva il bisogno di rispolverare certe storie – successi annunciati, con una CGI a buon mercato e sceneggiatori cercasi –, perché non partire piuttosto da qualcos'altro? La conoscenza di questo novello Dark Universe, perciò, inizia sotto una cattiva stella. In sala, nella stagione in cui si nascondono filmetti e filmacci, ci proporranno senz'altro di peggio e immaginavo che c'entrasse un po' la tipica spocchia della critica nostrana, nel massacro al film del semiesordiente Alex Kurtzman. La trama è presto detta: Cruise, soldato in Iraq con l'hobby delle donne e dello sciacallaggio, inciampa nel feretro dell'androgina Sofia Boutella – principessa egizia cancellata dai libri di storia, con il sogno di distruggere il mondo e il guardaroba dell'Incantatrice di Suicide Squad. Tom, che non si arrende al fatto di non avere più l'età, si cimenta con il triathlon – corre, nuota, salta dagli aerei in fiamme senza spettinarsi: solita routine – e brama la vita eterna, galeotto fu Scientology. Con lui, da New Girl, un Jake Johnson che fa da forzata spalla comica; l'anonima Annabelle Wallis, interesse amoroso lungo la bellezza di venti minuti che, non si sa come o perché, ispira in Cruise questo immotivato romanticismo in chiusura; il crossover di Dottor Russel Crowe, affezionatissimo ai carboidrati, ai doppi giochi e ai film di serie B. Brutto non in maniera ignobile, La Mummia è un pastrocchio senza gusto e senza appeal. Godibile il minimo, con una noiosa sceneggiatura di scarti e ritagli e il pregio di non pesare nel mentre. Non è un film d'avventura. Non è un film per famiglie. Di horror, figuriamoci, neanche a parlarne. Nel dubbio: certi mostri, certi progetti, meglio lasciarli sepolti. (5)

Un'adolescente che si affida a pessimi consiglieri, un incidente automobilistico. Morire e ricominciare. E' eternamente il giorno di San Valentino per Samantha – una Zoey Deutch bella e brava, ai vertici di una cricca di superficiali Mean Girls. Before I Fall, uscito in libreria come E finalmente ti dirò addio e presentato con un buon successo allo scorso Sundance, era ben altro che Un ricomincio da capo in chiave adolescenziale. Toni cupi, da thriller, e una morale semplice ma efficace. La decorosa trasposizione di Ry Russo-Young, giovane regista del circuito indie, sceglie l'estetica di Twilight (e non è una critica: ha, sullo sfondo, un Canada nebbioso e boschivo) e i toni di un Tredici dal punto di vista dei bulli (cenni ai legami familiari, al bullismo e al suicidio, che, purtroppo, cenni rimangono). Non ha il desiderio di andare oltre – ha un epilogo frettoloso e solo in minima parte i personaggi indagati, i momenti toccanti, che giusto un'autrice come Lauren Oliver poteva architettare. Il romanzo, letto cinque anni fa, non lo ricordo nel dettaglio: banalmente, dico, era meglio. Un mattoncino di quattrocento pagine, intenso e verisimile, che al cinema sacrifica struggimento e piccolezze che contano. Before I Fall va in cerca di un senso prima di tornare a dormire. La protagonista stringe e scioglie amicizie, sulla scia delle mode e dei pettegolezzi. Si svende, si tradisce. Fino a non riconoscersi più. Chi è davvero Samantha – una che ha diciott'anni e già si è smarrita? Vivere un giorno solo, perciò, ma renderlo perfetto. Può essere tutto quello che vuole. Una stronza senza peli sulla lingua e senza pudore (non dissimile da quella che meditava di perdere la verginità con il ragazzo sbagliato); la brava ragazza che aveva dimenticato di essere (quella che parla con la lesbica dalle scarpe comode, che rivaluta la tenerezza un migliore amico perso nel marasma della popolarità, che capisce che che quella sbeffeggiata “Carrie”, forse, sarà la sua salvezza). Before I Fall, da noi in uscita a luglio con il titolo Prima di domani, si accontenta di essere realizzato bene, scritto d'un fiato, rapido e parzialmente indolore. Rendendo l'ultimo giorno della Deutch sulla Terra un loop non così perfetto, non così memorabile, ma senz'altro degno. (6,5)

C'è qualcosa di peggio di un bambino costretto a comportarsi da adulto? Se lo chiede anche Frank, zio di Mary: una spigliata settenne che il primo giorno di scuola sorprende tutti rispondendo a tono. Da lontano, drizza le antenne una nonna battagliera che fino a quel momento aveva deliberatamente ignorato l'esistenza della nipote – ma il suo talento, d'un tratto, le fa gola. La genetica non mente. A Mary si addicono più le luci della ribaltà o la normalità? Soprattutto, dalla madre ha ereditato l'intelligenza o anche il mal di vivere? Gifted, diretto da un Marc Webb che abbandona i grattacieli di Spider-Man per tornare alle atmosfere dello splendido (500) giorni insieme, ha toni caldi e una regia pulita. Semplice e di buon cuore, schiera un convincente Chris Evans – non a sorpresa attore di grande sensibilità, quando riposti nell'armadio i panni del supereroe –, la dolcissima Mckenna Grace e tutta una serie di comparse, tra irresistibili gatti rossi e apprensive vicine di casa, che contribuiscono a renderlo quel che è. Tenero, lieve, ironico. Quel di tutto un po' del cinema indie, dei bambini prodigio, che appassiona ma non convince fino in fondo. Gifted fila liscio: in teoria, in sua compagnia si potrebbe ridere e piangere. Ma gli tocca mettersi in coda a una serie di drammi uguali tra loro – nell'approccio poco serioso, nell'ambito delle lotte giudiziare per bambini contesi. Tralasciando i cult Il mio piccolo genio e Kramer contro Kramer, cito i recentissimi Famiglia all'improvviso e Padri e figlie. Si parla di stirpi brillanti e la sceneggiatura di Tom Flynn, per quanto graziosa, brilla di luce riflessa. Si parla di equazioni irrisolvibili e, purtroppo, le operazioni di Webb, i passaggi che portano al risultato finale, sono fin troppo scontati. Gifted è come lo immagini. E se immagini qualcosa di lieto e familiare, sentimenti schietti e una matematica per principianti, perché no. (6)