La
paura è il corpo in cui abito, non ci sono finestre. [...] L'ho addosso, è la mia nuova gabbia.
Titolo:
Zoo
Autrice:
Isabella Santacroce
Editore:
Fazi
Numero
di pagine: 124
Prezzo:
€ 9,00
Sinossi:
Chiusi
in un mondo a parte, in un recinto domestico che oscilla tra lo Zoo
di Tennessee Williams e un set di Ingmar Bergman, tre personaggi
senza nome - il padre romantico e fragile, la madre onnipotente e
manipolatrice, e la dolce "innocua figlia" non poi così
candida - si amano lungo gli anni di un amore malato e
claustrofobico, sfidandosi a colpi di seduzioni, ricatti, tentazioni
morbose, ambizioni frustrate, fino ad annientarsi l'un l'altro in un
rituale di umiliazione, mutilazione, eliminazione prima emotiva e poi
carnale. Il romanzo è un monologo ossessivo, un dramma della memoria
raccontato dalla figlia che ricorda in un lungo flashback.
La recensione
Sono
capitato nelle carceri di una famiglia senza nome, al centro della
gabbia, per caso.
Passeggiavo e, tra le bancarelle, per pochi euro, ho incrociato il
nome di Isabella Santacroce. Autrice dall'indole originale,
appariscente e bizzarra nelle mise,
qualche anno fa mi era saltata all'occhio per il suo vestiario da
bambolina burtoniana e un linguaggio barocco. Carismatica e
inquietante, mi aveva fatto curiosare istintivamente tra i suoi
lavori: favole gotiche, romanzi di formazione al limite, storie
provocatorie. C'era chi li amava e chi li odiava; e poi c'ero
io, che nell'indecisione grande avevo lasciato stare. Temevo di non
sopportare uno stile così, a confine con la poesia, a lungo tratto.
Zoo si prestava:
breve, apprezzato, interessante. Soprattutto, con più di quache
punto di contatto con la bibliografia consultata per la mia tesi. Mi
laureerò a dicembre in Letteratura teatrale, e in questi giorni do
gli ultimi tocchi alle analisi delle commedie caustiche e nerissime
della drammaturgia post-eduardiana. Dove le immagini confortanti del
tinello domestico e del presepe a Natale, delle famiglie riunite per
il sacro rito del pranzo, sono rimpiazzate da appartamenti decrepiti
e parenti serpenti.
Dove i finali sono tragici, ma sospesi, e non c'è
una scappatoia né per terra, né per cielo da rapporti di sangue
vincolanti quanto l'ergastolo. I panni sporchi si lavano in
scena, la famiglia patriarcale è in crisi d'identità, i figli non
sono amati abbastanza oppure sono amati troppo. La Santacroce che
ho conosciuto qui, evocativa e sferzante, abbandona i pizzi e i corsetti
per un minuscola saga familiare; una mina inesplosa pronta a far danni irreparabili. Vicino ai miei studi per i temi e per la
struttura – la forma, infatti, è quella di un lungo e ininterrotto
monologo –, il romanzo parla
delle catene invisibili di una mamma assente, un padre fragile, una
figlia vendicativa. I personaggi, per tutto il tempo, resteranno
sprovvisti del nome. L'identità individuale, cancellata in nome del
“noi”; la libertà negata che, in unione alla stizza, li rende
bestiali. In una città qualsiasi, in un appartamento qualsiasi, la
narratrice diciottenne descrive con ferocia quella famiglia in
cattività. La madre, donna bella e appariscente, ama gli sguardi
degli sconosciuti e l'umiliazione dei più deboli; porta il pane a
casa, proprietaria di una boutique di lusso, mentre il marito è alle
prese con ingaggi precari e fantasticherie infantili. Il padre,
artista e sognatore, dipinge ma non convince i galleristi; persona
gentile e delicata di cuore, compensa al disamore della consorte
sommergendo la figlia di attenzioni, negandole la spensieratezza
della gioventù. La protagonista, tra l'incudine e il martello, non è
abbastanza per mamma ma è tutto il mondo per papà. Disintegrato il triangolo
e sovvertiti gli equilibri, ferita nel corpo e nello spirito,
cercherà un castigo esemplare e una libertà impossibile.
Farà
male. Si liberà di un sangue uguale identico al suo. Le chiavi della
cella passano da un personaggio all'altro; si è carcerieri e
carcerati a parafragi alterni. La casa, da tempio, diventa un campo
minato in cui si ha paura di mettere il piede in fallo: a rischio di
risvegliare il cane, e il rancore, che dorme. Morde e non abbaia, la
Santacroce: una voce flautata, che ti stritola nella morsa della sua
musica. Parole ballerine, frasi spezzate, aggettivi arditi. In un
romanzo più lungo non mi infastidirebbe? In un centinaio di pagine
così, tra affetto e sopraffazione, il lirismo ha creato reazioni
chimiche e strascichi emotivi incontrando la cronaca nera. Zoo
mi ha ricordato L'imperfetta
e La figlia sbagliata:
come nel primo, una sanguinaria Elettra dal suono melodico; come
nell'altro, la tragedia senza fondo di una stirpe maledetta. Più
forte della Scotti, più esagerata della Romagnolo, Isabella
Santacroce fa sentire spossati e complici. Infangati fino alle ossa.
Qualche post fa, addolcito dall'autrice giusta nel momento sbagliato,
parlavo di romanzi belli, romanzi brutti e romanzi adorabili. Mi
sfuggiva, lì per lì, il pensiero di letture come questa. Troppo
disturbanti per essere belle, troppo ben scritte per considerarsi
brutte. Adorabili, non di certo: sgradevolissime. Non per tutti e non
da tutti.
Zoo è virulento, bestiale, pesantissimo. La famiglia resta anonima, ma il romanzo non rischia la stessa sorte. Soggiorno scomodo, controindicato ai più, che finisci presto e presto ti sfinisce. Mi è piaciuto, a modo suo. Però non basta il Maalox.
Zoo è virulento, bestiale, pesantissimo. La famiglia resta anonima, ma il romanzo non rischia la stessa sorte. Soggiorno scomodo, controindicato ai più, che finisci presto e presto ti sfinisce. Mi è piaciuto, a modo suo. Però non basta il Maalox.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Afterhours – Ballata per la mia piccola
iena


