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domenica 13 gennaio 2013

Recensione: The Impossible - Il film

Buon pomeriggio, miei cari! Oggi, la recensione del film The Impossible. Non vi dico nulla: vi auguro solamente una buona domenica, una buona lettura e, magari, anche buona visione.  
Ps. Mi devo decidere ad inaugurare una rubrica dedicata alle recensioni cinematografiche! Ho l'impressione che, visti i titoli bellissimi di quest'anno, ne scriverò moltissime da Gennaio in poi :)
Niente è più potente dell'animo umano.
  
Ormai lo sapete, vi parlo di film soltanto in casi molto, molto rari. Per i confronti tra un libro e la sua rispettiva trasposizione cinematografica. Per farvi avere il mio parere su film che, insieme, abbiamo tanto atteso. Per parlarvi di titoli che, universalmente, amiamo o abbiamo amato.
Il film su cui vorrei spendere qualche parola oggi non ha avuto un post tutto suo sul mio blog. Errore madornale, non era tra i più attesi. Era saltato fuori, però, durante la recensione di Forte come l'onda è il mio amore, come un relitto in una mareggiata di parole e frasi. The Impossible.
Il secondo film di un regista che, con il suo esordio nel mondo del cinema spagnolo, già era un nome in grassetto nella cerchia dei miei cineasti preferiti. Una produzione europea interamente girata in lingua inglese. 
La commovente rievocazione di una delle tragedie più grandi del nostro tempo: lo tsunami che, con la sua potenza distruttiva, colpì lo Sri Lanka il 26 Dicembre del 2004.
Interpretata da Naomi Watts (The Ring) e Ewan McGregor (Moulin Rouge), la pellicola racconta l'incredibile ed emozionante storia vera di una famiglia che visse in prima persona l'orrore e la devastazione del disastro, ma che, miracolosamente, riuscì a ritrovarsi e sopravvivere. A raccontarcela. 
Maria ed Henry, coniugi sulla soglia dei quarant'anni, decidono di trascorrere le feste con i loro tre bambini in un lussuoso resort sulla costa tailandese. Un Paradiso in terra.
Dopo tanti anni di matrimonio, si amano ancora, e i piccoli Lucas, Thomas e Simon sono la gioia dei loro occhi mai stanchi. Hanno passato il Natale in spiaggia, con le maniche corte, un pallone da calciare sul bagnasciuga, tuffi nell'acqua più limpida e rinfrescante di questo mondo e il sole ad arrossare i loro volti delicati e pallidi. Hanno salutato il nuovo giorno guardando una flotta volante di lanterne cinesi solcare poeticamente e silenziosamente il cielo notturno. Ma nessuno poteva prepararli al peggio. All'inevitabile. All'impossibile.
Il giorno successivo, mentre noi, forse, stavamo facendo gli auguri a tutti gli Stefano della nostra rubrica telefonica, loro, sempre vicini e sorridenti, sono a bordo piscina. Maria, lontana dalle chiacchiere, immersa nella lettura di un libro; Henry ed i bambini alle prese con tuffi acrobatici e giochi interminabili. Improvvisamente, il silenzio. Il loro sangue si gela nelle vene, assieme a quello dell'inerme e tremante spettatore. Le palme rigogliose cadono come tessere di domino, i vetri si infrangono, i palazzi crollano. Loro sono inghiottiti dalle onde e dal fango.
L'acqua li allontana, li tira a fondo, nasconde nella spuma sporca e gelida tremendi pericoli. Lamiere che lacerano, macchine che diventano scatole mortali, rami e foglie che graffiano, grattano e imprigionano. La gente del posto non era preparata a quella catastrofe e, nel profondo, non lo è nemmeno lo spettatore, che, tuttavia, ne ha sentito parlare per la prima volta ai telegiornali quasi dieci anni fa.
Dopo pochi minuti dall'inizio del film ne conoscevo già precisamente lo sviluppo. Eppure niente ha potuto fare a meno che io pregassi per una svolta alternativa. Niente ha potuto trattenere le lacrime, che, copiose e inarrestabili come una cascata, sono affiorate dall'inizio alla fine. Il dolore mi è piombato semplicemente addosso, ed io non potevo scappare da nessuna parte. L'impossibile è fuggire via da quelle lacrime; cercare di ignorare quei corpi – piccoli e grandi – che emergono dalle acque.
Io odio i telegiornali. La realtà mi spaventa e so che se la conoscessi davvero perderei anche il sonno. La voce di nessun giornalista è riuscita mai a spiegarla così. Oltre al grande Clint Eastwood in Hereafter, mai nessun regista ha provato a mostrarcela.
Dopo l'indimenticabile The Orphanage, l'unico film horror in grado perfino di commuovermi, ci prova Juan Antonio Bayona, avvalendosi di effetti speciali inquietantemente verisimili e di un cast formidabile. Il suo film, lontano dalla spettacolarizzazione del dolore e dei drammi umani, è una forza della natura. Spaventoso, forte, indistruttibile come l'anima del mondo e degli uomini. E' pelle d'oca, dal primo fotogramma all'ultimo nome dei titoli di coda. Magnifico e struggente, risulta costellato di momenti preziosi e pieni di familiarità, che lubrificano i nostri occhi e i nostri cuori oltre ogni aspettativa.
Ewan McGregor è un papà che, suo malgrado, non può più essere il cardine della sua adorata famiglia. I suoi figli lo vogliono forte e impavido, ma davanti alla catastrofe non può fare altro che piangere e tentare. Da impegnato uomo d'affari, a più piccolo degli uomini. Maria, sua moglie, lontana miglia e miglia da lui, è aggrappata al tronco di un albero assieme a Lucas, il suo primogenito. Lui, interpretato dal bravissimo Tom Holland, è solo un bambino che, sulla soglia dell'adolescenza, gioca a sentirsi grande. Non le dice “ti voglio bene” da anni, sfugge ai suoi baci e dalle sue carezze, si ribella. Ma, attaccato a quella zattera di fortuna, sarà gli occhi, le braccia e le gambe della sua mamma. La sua unica forza.
Naomi Watts, sanguinante, sporca, nuda e ferita, è la diretta colpevole di un buon settanta per cento delle nostre lacrime. Magnificamente, interpreta un personaggio pieno di dignità e speranza, fiaccato gravemente nel corpo ma non nello spirito, che mi ha ricordato a tratti quello portato sullo schermo dall'immensa Marion Cotillard in Un sapore di ruggine e ossa (film, candidato ai Golden Globe tra i titoli stranieri, che vi consiglio vivamente!).
Vederla in balia, come una bambola rotta, in un fiume innaturale, che sbatte brutalmente su sterpi e frammenti di vetro, ferisce noi e il suo corpo piccolo e longilineo, che abbiamo sempre trovato tanto perfetto. Sentirla confessare a suo figlio, impotente, che ha paura anche lei fa male più di qualsiasi altra cosa. Essendo in lizza per l'Oscar come “Migliore attrice protagonista”, spero di vederla gloriosamente trionfare, nonostante l'abbia sempre troppo sottovalutata. Lei e Anne Hathaway - Fantine in Les Miserables - hanno il mio assoluto sostegno. Non mi spiego, d'altro canto, la mancata candidatura del piccolo Tom Holland. A mio parere, un'ingiustizia. Ancora di più del sempre convincente Ewan McGregor, è lui il vero cardine della famiglia. Sono sue le piccole e sanguinati spalle che portano coraggiosamente il peso di due genitori che, da guide, sono diventati bambini sperduti. Lui e i 114 minuti del film mi hanno dato una forza immensa, facendo apparire i miei problemi microscopici e il mio animo più grande di qualsiasi onda.
Consigliatissimo! Nei cinema italiani, dal 31 Gennaio :)


martedì 1 gennaio 2013

Recensione: Cloud Atlas - Il film

Ciao a tutti e, ufficialmente, BUON ANNO! Come ho fatto a Natale con il post su Frankenweenie (qui), abbino i miei migliori auguri alla recensione di un film che, dal 10 Gennaio, verrà distribuito in Italia dalla Eagle Pictures: il kolossal Cloud Atlas, basato sul romanzo di David Mitchell. Che, in compagnia di questo splendore, il vostro anno possa iniziare al meglio


Non sono un estimatore della fantascienza. Mai stato.  
Spesso mi sono ritrovato a provare la noia e il disagio più immenso dinanzi a titoli di tal genere da recensire, ben consapevole di poter urtare con le mie impressioni da profano i gusti dei veri intenditori e di poter offrire solo tiepidi e parziali consigli al riguardo, a causa, questo, della mia consueta insofferenza dinanzi ad alieni blu, pianeti remoti da salvare o colonizzare, e disastri nucleari da sventare.
I catastrofici polpettoni diretti da Emmerich, Avatar, Indipendence Day o Segnali dal futuro sono ai confini del mio orizzonte conoscitivo. Io mi limito ad E.T, ecco.
Al di là dei film per famiglie e delle due ore di durata la mia pazienza fa cilecca. Mi alzo, spengo la TV e lascio che un aspirante Bruce Willis qualsiasi salvi l'universo intero lontano dai miei sbadigli. Che cos'è, quindi, Cloud Atlas?
Uno degli arrivi cinematografici che, nonostante tutto, attendevo con maggiore ansia per questo nuovo 2013. Il ritorno dietro la macchina da presa della coppia di registi dalle cui menti geniali sono nati i labirinti ultra visionari della trilogia di Matrix, le cui strade, per questo film, si sono incrociate con quelle del regista di Profumo e Lola corre.
Uno straordinario bestseller divenuto film. La meraviglia, lunga 172 minuti, che, a notte inoltrata e con gli occhi umidi di pura commozione, mi ha trascinato alla scrivania, con una penna in mano, un mondo pieno di spettacolari ricordi proprio dietro le palpebre e tante belle cose da dire. 
Nell'intenso trailer – solo lui lungo cinque minuti – scene a rallenty, astronavi in volo sull'acqua, dimensioni parallele alla Inception, passato, presente e futuro che convivono sotto un unico tetto di nuvole. Se non era fantascienza quella...
C'era, però, qualcosa che mi aveva immensamente affascinato. Vedere i volti degli attori più amati riuniti in un'unica pellicola; sentire, in sottofondo, una colonna sonora da pelle d'oca; scorgere, in un oceano di scene travolgenti, i brandelli di una storia distopica incredibilmente rappresentata, con grandi nomi a dare vita agli amori impossibili e alle sfide di storie come quelle di Matched e Delirium. Il trailer mi ipnotizzava come il pendolo di un illusionista, ma, come ogni pubblicità, era pur sempre un insieme delle scene più coinvolgenti e dei momenti più emozionanti. Il film vero e proprio avrebbe retto il confronto? Sarebbe riuscito nell'impresa impossibile di non annoiarmi? Quando mi si è presentata l'occasione di vederlo, ho strabuzzato gli occhi dinanzi alle quasi tre ore di durata. Il primo pensiero: suddividerlo in varie parti; sorbirmene un'oretta al giorno come si fa con la puntate di una telenovelas brasiliana.
Niente da fare. Come è partito, non ci sono stati Santi in grado si schiodarmi dalla mia poltrona. La magia aveva avuto inizio. Il pendolo dell'ipnotista mi aveva già portata in un altro mondo, in altre vite. Non ho staccato gli occhi dallo schermo per paura di perdermi un solo attimo di quello splendore; le unghie conficcate nei braccioli della sedia e le labbra ad augurare silenziosamente ai tanti protagonisti nuovi baci, nuovi incontri, nuovi riavvicinamenti. A pregarli di stare lontano dai pericoli che, di epoca in epoca, li braccavano. Storie tanto intricate hanno stretto un cappio attorno a me e, senza nemmeno volerlo, ero diventato parte di quella superba sinfonia di esistenze, fatta di momenti tesi e coinvolgenti, di briosi e fugaci attimi di gioia, di addii e incontri che cambiano eternamente la vita. Nemmeno l'ombra di confusione, solo un grande coinvolgimento emotivo e spirituale che diventa una morsa e un abbraccio concreto ogni minuto che passa.
Le storie essenzialmente sono sei. Una ambientata su un veliero dell'800; una nell'Europa di inizio novecento; una nell'America degli anni settanta, una nella Londra dei giorni nostri; una in uno scioccante futuro distopico; un'altra in un'epoca lontanissima in cui la Terra è morta e i pochi sopravvissuti vivono allo stato ferino, come un branco di uomini primitivi.
Epoche distanti, temi diversi, attori grandiosi e impegnati in un milione di ruoli diversi, un unico e grande nodo di fondo. Cosa unirà mai: un nobiluomo in lotta per l'abolizione della schiavitù (Jim Sturgess), un musicista omosessuale in cerca della sinfonia perfetta (Ben Whishaw), una coraggiosa reporter che mette a rischio la propria vita per svelare una scomoda verità (Halle Berry), una scalcagnata combriccola di vecchietti in fuga dalla casa di riposo (a capitanarli Jim Broadbent), la voglia di amore e libertà di una futuristica eroina dagli occhi a mandorla (Doona Bae), il viaggio difficile ed esaltante di un fragile capo tribù in compagnia una remota visitatrice (Tom Hanks)?
Innanzitutto, il fatto che, per la prima volta da quando ne ho memoria, a dare i volti a tanti personaggi sia sempre la medesima, grandiosa squadra di interpreti - in parti che li vogliono prima orientali, poi occidentali; prima donne, poi uomini; prima eroi, poi antagonisti.
Grazie a costumi curatissimi e a truccatori dalle mani miracolose, sono davvero irriconoscibili e scoprire nei titoli di coda le loro impressionanti trasformazioni diverte e sorprende. Prendiamo il caratterista Hugo Weaving (V per Vendetta), per esempio: in un episodio è un pomposo aristocratico, in un altro uno spietato killer, in un altro un agente segreto del futuro e un diavolo tentatore, in un altro ancora... una dispettosa e severa infermiera alla Misery non deve morire! Come sempre, uno strepitoso super cattivo!
Insieme a lui, il ritorno di Tom Hanks, Jim Broadbent e Halle Berry – finalmente in ruoli che rispecchiano la loro immensa bravura – , un inedito Hugh Grant e la conferma di due giovani stelle, che spiccano notevolmente nonostante siano attorniate da un cast di tutto rispetto: Jim Sturgess e Ben Whishaw. Due attori britannici che, personalmente, adoro. Il primo, sorprendente cantante in Across the universe e perfetto Dexter in One Day, si trasforma all'occorrenza in un romantico ribelle dagli occhi da orientale; l'altro, rivisto recentemente in SkyFall, con il suo viso e il suo fare d'altri tempi, veste i panni di un “poeta” ambiguo e maledetto.
Ma, ad unire ancora i numerosi episodi che compongono questa pittoresca matriosca, è l'amore. La chiave del caos, la risposta a tante domande, l'ordine dietro tante coincidenze, la soluzione dell'equazione, la forza della natura che “move il sole e l'altre stelle”. Nulla di più potente, ovvio e semplice. E, francamente, non ho mai assistito a un modo più originale, poetico e spettacolare di tornare a parlarne. Non mi hanno colpito più di tanto, quindi, gli effetti speciali utilizzati (d'altronde anche Il signore degli anelli, che ha più di dieci anni, ne ha di meravigliosi!), ma l'assurda e geniale alchimia che lega generi cinematografici così diversi e il vibrante messaggio di fondo. Da vedere e rivedere. Ancora, ancora e ancora. Possibilmente, almeno una volta in lingua originale. Molti degli attori, di madre lingua inglese, hanno un accento che personalmente trovo adorabile! Non vedevo un film così intenso e bello da secoli. A ripensarci, mi manca ancora il fiato. La forza cosmica che lega noi e il mondo fatta film. Una soave armonia di misteriose stramberie. La nuova dimensione dell'amore... la più bella.