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sabato 18 marzo 2017

Recensione: Orfani bianchi, di Antonio Manzini

La vita fa così. Non avverte mai, porca la miseria puttana. Picchia all'improvviso, perché lo sa, lo sa che fa male il doppio.

Titolo: Orfani bianchi
Autore: Antonio Manzini
Editore: Chiarelettere
Prezzo: € 16,00
Numero di pagine: 256
Sinossi: Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie, il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio poi la signora Mazzanti, "che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all'albero ai regali e al panettone", poi Olivia e adesso Eleonora. Tutte persone vinte dall'esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c'è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna alla morte condividendo con loro un'intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato: il suo, che non le dà tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. "Nella disperazione siamo uguali" dice Eleonora, ricca e con alle spalle una vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di una società che sembra non conoscere più la tenerezza.
                                               La recensione
Il desiderio di leggere Manzini c'era dallo scorso inverno. Da quanto, in ritardo, ho scoperto le famigerate rotture di coglioni di Schiavone. Tra una cosa e l'altra, infine, leggerlo per la prima volta con l'ultimo romanzo arrivato in libreria. Uno dei pochi, forse l'unico, senza la Sellerio e le risoluzioni poco ortodosse del vicequestore romano. Orfani bianchi, ad occhio, ha il Manzini che gli orfani del dissacrante Marco Giallini non si aspettavano. Alle prese con un convincente punto di vista femminile e una storia che, purtroppo, non vuole conoscere leggerezza. Ho iniziato a leggere di Mirta e dei suoi infiniti dispiaceri sull'autobus. Da quando faccio il pendolare ho un libro sul Kindle che mi accompagna nella traversata e un altro a casa, in versione cartacea. L'ebook di Orfani bianchi, in teoria, era il mio libro da mezzi pubblici. Ma ho preferito leggerlo tutto in una volta, anche da fermo, perché con il dolore è così. Meglio sentirlo tutto insieme anziché spezzettarlo. La storia, quella di tante donne dell'est. Di quelle che, borbottano, ci rubano il lavoro. Di quelle che, ribadiscono, dovrebbero tornarsene al loro paese. E che intanto si assumono le responsabilità che nessuno vorrebbe. Guadagnano e mettono tutto da parte, come formiche. In una giungla di razzismo, si erge Mirta: eroina incontrastata nella cronaca di un viaggio a senso solo, di una fatica immane, di una profonda solitudine. E' ancora giovane, ha un figlio di dodici anni per cui stravede nonostante la lontananza. Pensa al passato, ma soprattutto al futuro, e scrive lunghe email all'amica del cuore, al figlio Ilie, al parroco che si prende cura dei suoi cari. La chat e Manzini ne custodiscono i sogni, le confidenze, le promesse. I bocconi amari. I pesi sull'anima, lo stomaco a brandelli. 
Dopo avere perso il lavoro, la protagonista trova prima impiego in un'impresa di pulizie e poi, con l'inganno, presso una ricchissima famiglia della capitale: duemila euro al mese per accudire la capricciosa signora Eleonora, paralizzata da un ictus in un castello in cui aspettare invano una morte rapida. Da casa, però, arrivano brutte notizie. Ilie non ha nessuno che si prenda cura di lui e Mirta, a fin di bene, lo affida a un internat: un collegio che puzza d'ospedale, in cui ci sono altri orfani bianchi come lui – figli con genitori in vita, vale a dire, ma incapaci di allevarli. Gli fa una promessa: dovranno resistere altri tre mesi. C'è una vecchia che implora la morte, un galante polacco che chiede invece la sua mano, un appartamento abbastanza grande per stare finalmente insieme. Mancano ancora i soldi necessari, serve giusto un altro po'. Manzini descrive con occhio clinico il Tevere ribollente, i quartieri residenziali, i tram stipati di accenti diversi e speranze in assonanza. Donne forti, come l'intensa Mirta, che scendono a compromessi in una guerra fra poveri, si piegano, (non) si spezzano. Lontano dalle nevi del settentrione, l'autore ti tiene compagnia con gli invisibili, i diseredati, i moderni miserabili. Dà visibilità, mai giustizia, a un mondo da cui distogliamo distrattamente lo sguardo. 
Il compito di uno scrittore è però limitarsi a prenderne atto? Riportare le sofferenze in fila indiana, non concedendoci né un giudizio né una speranza? Mi prendo in giro spesso. Ricordo più i mancati happy ending che il resto. I miei romanzi preferiti, i film che guardo e riguardo, non finiscono bene. Però Orfani bianchi è disperato in maniera inderogabile, perfino per i miei parametri. Tristissimo, soprattutto nella prima parte e in un epilogo così drammatico da avere dell'inverosimile. Buca lo stomaco, minaccia lacrime a non finire e, anche se a volte stai meglio, ti rinfaccia la lontanza. Lo finisci, così, con un senso d'angoscia crescente. Fissi il muro per mezz'ora. Conseguenze di un libro tragico e senza respiro, verghiano, con un intreccio che ha il sapore della verità. Misteri di una lettura ben scritta, pesantissima, che si fa leggere in una giornata. Con più di qualche passo ispirato, molti luoghi comuni, troppi drammi. Che accalcati in duecento pagine appena, in un pomeriggio, fanno stringere i denti sì, ma anche storcere il naso.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Les Misérables – I dreamed a dream

sabato 12 novembre 2016

Zapping: The Young Pope, Rocco Schiavone, No Tomorrow

L'hanno eletto pensando di manipolarlo. Ma Lenny, orfano americano protagonista di un'ascesa folgorante, ne sa una più del diavolo. E, di bianco vestito e con un crocifisso sulla testata del letto, è il Pontefice in persona. The Young Pope, attesissima dai più, è la serie evento firmata da Paolo Sorrentino. Orgoglio italiano, mi ha sempre suscitato una profonda antipatia. Presuntuoso, patinato, vanesio com'è. Il suo regno, La grande bellezza. In cerca di redenzione, mi ero ricreduto con Youth: una storia ambientata sulle alpi svizzere, con un cast d'eccezione, in cui non tutto era un copia-incolla in memoria di Fellini. Potevo sorbirmi, però, dieci ore complessive di Sorrentino? Poteva entusiasmarmi il suo ritorno alla Roma di Toni Servillo, e per di più sullo sfondo di un mondo che mi vuole scettico? I manierismi di Paolo, la Chiesa cattolica: troppo, se tutto insieme. Invece, sin dall'incipit, The Young Pope stupisce e diverte. Pungente, anticonformista, provocatorio. Perfettamente riconoscibile, ma meno astratto, meno onirico; con dialoghi fiume a cui non assistevo dalla visione di Steve Jobs, scarsi sofismi, angelus surreali che celebrano la modernità. Il Papa, in una Roma uggiosa in cui si diradano le nubi all'improvviso, parla di masturbazione, aborto, eutanasia, unioni civili. E non le condanna. E, benché fotogenico e affascinante, “più bello di Gesù”, rifiuta l'apparenza. E' buono o cattivo? Vuole distruggerla o riformarla, questa Chiesa corrotta e antiquata che ci allontana dal culto, anziché salvarci? Impossibile esprimersi, se un Jude Law fascinoso e carismatico come non mai ha una faccia che dice tutto e niente. Certo, più cristalline – seppure nella loro crudeltà – le intenzioni dell'esilarante Silvio Orlando e di un'impassibile Diane Keaton, che sembrano rubati agli intrighi di Scandal. In attesa di capire dove vorrà andare a parare, in cerca dell'episodio successivo, questo imprevedibile Sorrentino in pillole mi ha convertito alla sua causa. (Sì)

Ho notato in libreria i gialli di Antonio Manzini quando, ormai, il debutto della serie televisiva era questione di giorni. Dopo i pessimi L'allieva e I Medici – premiati dagli ascolti, ma abbandonati al primo episodio senza colpo ferire -, le speranze latitavano. Guardo il primo episodio e basta, mi sono detto: prevedibilmente, mi invoglierà a non proseguire e, da lì, recuperare i romanzi sarà automatico. Rai Due, dopo L'ispettore Coliandro, vuole sorprenderci con un'altra chicca. Il primo episodio, trasposizione di Pista nera, è un piccolo film a tutti gli effetti: taglio cinematografico, protagonista di prima scelta, toni noir che conoscono un inaspettato umorismo. Dirige Michele Soavi, a lungo bollato come promettente e altrettanto a lungo collaboratore di Dario Argento; interpreta il vicequestore romano trasferito in alta montagna un Marco Giallini perfetto. Tipo bizzarro, Schiavone: il carattere burbero, il linguaggio colorito, troppe sigarette e perfino qualche canna, nonostante il distintivo. Cosa ha causato il suo esilio al nord? Riuscirà a rigare dritto, mentre un amico trafficante gli indica un carico che scotta? Per certi versi capace di grandi gesti di generosità, per altri truffaldino e avido, Schiavone è l'incarnazione del politicamente scorretto. Lascia Isabella Ragonese a casa, mentre si intrattiene con l'amante sul retro di una boutique di abiti da sposa; tenta di dare un'identità al cadavere smembrato trovato sotto i cingoli di un gatto delle nevi; collabora con la giustizia e, nel mentre, la ostacola. Con lui, un giovane poliziotto debole di stomaco da indirizzare al lato oscuro della divisa e alle gioie del sarcasmo gratuito. Calibrato mix di rigore e leggerezza, Rocco Schiavone si fa seguire partecipi, divertiti e, davanti al colpo di scena dell'epilogo, colti in contropiede. Nel mentre, fa borbottare i politici e i benpensanti. Sotto la neve, i cadaveri e le vere sorprese del piccolo schermo. Ecco come si può fare bene con poco, non planando sulle vette e gli eccessi dell'ultimo Sorrentino. Ecco come rosico, io, perché questo Rocco lo conosco solo ora. Solo qui. (Sì)

Evie fa tira e molla con il fidanzato storico e fantastica su un ragazzo incrociato al mercato. Per puro caso, si rivedono: lui, infatti, è il nuovo vicino di casa. A essere bello è bello, a piacersi si piacciono, ma Xavier ha un segreto di cui prontamente la mette a conoscenza. Un difetto grande quanto un meteorite. Fanatico di cospirazioni, si dice in possesso delle prove dell'imminente fine del mondo. Si è licenzialo. Ha deciso di godersi la vita, finché dura. E vuole trascinare Evie nella sua folla. Se avesse torto? Ma se, in fondo, avesse ragione? A No Tomorrow, commedia romantica targata The CW, non si può dire granché male. Piacevole, lieve e solare, ha uno spunto interessante che vivacizza una storia d'amore, in apparenza, piuttosto convenzionale. La paura di un'imminente catastrofe, infatti, spinge i protagonisti a bruciare le tappe; a mettersi in gioco. Perché non voltare pagina, perché non vincere la paura del palcoscenico e cantare, se del “domani non v'è certezza”? Ho avuto l'impressione che quaranta minuti fossero un po' troppi, però: in formato sit-com, No Tomorrow risulterebbe molto più facile da incastrare tra una visione e l'altra. Tori Anderson, canadese bionda e tutta pepe, fa simpatia. Joshua Sasse, salutato in Galavant, ci riprova. Gli episodi intanto si accumulano, e di darsi a una maratona, nonostante la leggerezza, c'è poca voglia. Discreto, sì. Non la fine del mondo. (Nì)