Visualizzazione post con etichetta 90s. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 90s. Mostra tutti i post

mercoledì 18 settembre 2019

Recensione: Un dolore così dolce, di David Nicholls

| Un dolore così dolce, di David Nicholls. Neri Pozza, € 18, pp. 383 |

Ci sono  estati che vorresti non finissero mai: quelle delle grandi svolte. 
Pensa alla liberazione dopo l'esame di maturità, per esempio, con davanti a te due mesi – non abbastanza, insomma – per decidere quel che sarà dopo il liceo. 
Alla laurea, ancora, con una corona d’alloro secca per metà sull’armadio e l’incertezza più totale verso un futuro faticoso da mettere a fuoco. 
Pur essendo un tipo più adatto all'inverno, anch’io quest’anno l’ho sperato: poteva questa bella stagione prolungarsi fino al termine dell’incertezza? Vivo infatti il primo settembre senza esami da fare, completamente libero e altrettanto sperduto. Ho compilato in questi giorni  il primo curriculum – mandato dappertutto: mi terrorizza la prospettiva di un autunno con le mani in mano – e le prime messe a disposizione, inoltrate qui e lì in attesa di un bando di concorso che mi si nega, di una graduatoria che finora non m’include. Vorrei mettere sotto il materasso i primi guadagni in cerca d’indipendenza, o forse, amara verità, mi accontento e basta; nei giorni storti, quando l’umore è basso, mi butto via. Mi ha raccolto la mano provvidenziale di David Nicholls, scrittore dal tempismo perfetto, e fra una pagina e l’altra mi ha fatto conoscere il suo nuovo protagonista. Presentatevi pure, ha detto: Charlie ti somiglia tanto, e giacché mal comune è mezzo gaudio, vedrai, a tratti vi supporterete a vicenda. A poco è servito dichiarare il mio scetticismo – un Charlie uguale a me lo conoscevo già, quello di Noi siamo infinito –, dal momento che l’autore di Un giorno ci aveva ormai presentati. E sì, la somiglianza c'era. 

La noia era la nostra condizione naturale, però la solitudine era tabù [...] Costa fatica non sembrare soli quando lo si è, o sembrare felici quando si è infelici. È come reggere una sedia in equilibrio su una mano sola: quando non ce la facevo più prendevo la bicicletta e mi allontanavo dalla città. 

Sedici anni, votato alla discrezione, il protagonista è un adolescente che sugli annuari non spicca. Seduto a bordo pista, guarda il mondo con occhi grandi così e cerca di rubare ricordi in ogni angolo; di immagazzinarli con un battito di ciglia. È il ballo di fine anno – ghiaccio secco, camicie firmate a penna, qualche chiazza di vomito per un bicchiere di troppo – ma lui preferisce estraniarsi. Cosa c’è da festeggiare se gli esami sono andati malissimo, il college è fuori discussione e l’unica soluzione per arricchirsi è fare la cresta sui gratta e vinci? David Nicholls me l’ha reso subito affezionato descrivendolo mentre scorrazza in bicicletta per le strade di una città industriale – lì le vie hanno nomi di vecchi poeti, peccato però che la periferia disconosca qualsiasi lirismo – o, come facevo io stesso dopo la separazione dei miei, mentre  tentenna sul pianerottolo di casa. Dall’altra parte dell’uscio c’è un padre depresso, inconsolabile quanto il mio dopo il trasferimento di mamma, al centro però di un doppio dramma: jazzista fallito, fa i conti con una bancarotta economica e sentimentale. 
Conosco il desiderio di evitarne lo sguardo. Ricordo le cene a base di spinacine e la fine infelice di frutta e verdura, destinate puntualmente a marcire nel frigo due uomini soli. Ho presente la tentazione di mascherare la paura del futuro, evitando il trauma di un ennesimo cambiamento, con la scusa che toccasse restare fisso all’ovile per fare da ago della bilancia. L’unico modo di conoscere l’anima gemella, a dispetto dell’apatia, è fare come nella canzone di Tenco: innamorarsi in mancanza d’altro da fare. È casualmente che Charlie si stende in un prato degno del Decameron. È casualmente che la travolgente Fran – una di quelle bellezze che saresti tentato all’istante di immortalare in un ritratto – inciampa sull’intruso mentre prova con una compagnia di attori amatoriali. Metteranno in scena Romeo e Giulietta, in quegli anni portato al cinema anche da Luhrmann. La proposta è di quelle che non si rifiutano: accettare il ruolo di Benvolio per condividere con l’intrigante sconosciuta – e con Alex, Helen, George, Lucy – passeggiate sull’erba, prove estenuanti, feste alcoliche e, se tutto fila liscio, pomiciate spinte. Charlie accetta.

Ma le storie d’amore sono noiose. L’amore è una cosa normale solo per chi non lo vive, e il primo amore è spesso goffo e ghiandolare. Shakespeare doveva saperlo: prendete il testo della storia d’amore più famosa del mondo e provate a stringere fra pollice e indice le pagine dove gli innamorati sono davvero felici, non il crescendo che precede l’amore o il conflitto che ne consegue, il lasso di tempo in cui l’amore è condiviso e sereno. Si tratta di una manciata di pagine, il breve interludio fra anelito e disperazione. 

Adatto a un pubblico più giovanile, Un dolore così dolce ha unico difetto oggettivo: a colpo d’occhio è la somma matematica dei successi passati e, pur essendo vicinissimo al sottovalutato Il sostituto, include i rimpianti di Emma e Dexter, le famiglie disfunzionali di Noi, l’effetto nostalgia delle Domande di Brian. Ma dove trovare, d’altra parte, la stessa brutale onestà nel trattare una perdita della verginità che ha davvero del tragicomico? Quei dialoghi brillanti, da sceneggiatore navigato, che con il filtro dell’autoironia colgano sottili analogie fra le vicissitudini dei protagonisti e quelle degli amanti di Verona? 
La lettura di Un dolore così dolce ha significato sbirciare in una palla di vetro per scoprire con il dono della preveggenza, a vent’anni di distanza, cosa sarebbe stato del colpo di fulmine con Fran. E un po’, quindi, anche di me. Se Charlie avesse trovato il suo posto nel mondo, infatti, ci sarebbero state buone speranze anche per il sottoscritto. E se Charlie rideva – una risata simulata, da palcoscenico – ridevo anch’io, mentre da recitata la contentezza diventava pian piano reale. E se Charlie diventava più sé stesso fingendo di essere qualcun altro, prendevo esempio e pendevo obbediente dalle labbra del Bardo: colui che talora presta al protagonista in crisi i pensieri e le parole, diventando suo consigliere personale; un modo di essere. Scorrono le pagine, e assieme corrono gli anni Novanta. Quelli delle promesse solenni, dei giuramenti fra amici che impongono di non perdersi mai di vista. Ma il mese dopo ci si eviterà già in centro, per imbarazzo o antipatia: cosa dirsi, infatti, come rapportarsi, con il sopraggiungere di settembre?

A volte ci penso, sai. Penso a come mi sentivo, e non voglio fare la sentimentale o roba del genere, ma per me il primo amore è come una canzone, una stupida canzoncina, la senti e pensi, non voglio sentire più nient’altro, qui c’è già tutto, questa è la melodia più bella che sia mai stata scritta. Poi cresci e non lo metti più quel disco, ora sei più tosta, e smaliziata, e hai gusti più raffinati… Ma quando la senti per radio, be’, è ancora una bella canzone. 

I negozi di dischi stanno già iniziando a chiudere. La crisi finanziaria miete le vittime iniziali. I cellulari, costosi relitti senza i miracoli di WhatsApp, mettono spesso nei pasticci per l’impossibilità di comunicare in tempo reale ritardi o fraintendimenti. La storia d’amore di Charlie ha lo spirito gaudente di alcune estati scacciapensieri e, nell’epilogo, infonde il magone di un’alba sulla spiaggia o di una brutta notizia alla radio che, dal nulla, interrompe un ritornello di Madonna. E rivela, purtroppo, che anche le principesse muoiono.
Il primo amore non si scorda mai, giurano. L’ultimo Nicholls chissà. Un giorno potrebbe essere dolce perfino dimenticarlo e riscoprirlo, proprio come accade con quell’amica avvicinata con un misto d’imbarazzo ed euforia alla rimpatriata a cui non volevamo  nemmeno presentarci – meglio non scomodarlo, il vespaio dei sedici anni.  Per fortuna, in pace con noi stessi, alla fine abbiamo detto sì.
Il mio voto: ★★★★
Il consiglio musicale: The Verve – Bittersweet Symphony

lunedì 20 agosto 2018

Recensione: Non è colpa della luna, di M.L. Rio

| Non è colpa della luna, di M.L. Rio. Frassinelli, € 19,90 pp. 316 |

Silenzio in sala. Signore e signori, prego, i cellulari spenti. Nessuna foto, grazie
Si alza il sipario. Che la luce dei riflettori illumini uno a uno gli attanti: sette silhouette in nero, William Shakespeare e l'omicidio colposo in scena. Hanno interpretato Macbeth a Halloween, Romeo e Giulietta durante il ballo in maschera di Natale, Sogno di una notte di mezza estate con la mìse succinta dei pigiama party. È arrivato poi il tempo di Giulio Cesare – dramma storico o tragedia, e con Cesare o Bruto nel ruolo di autentico protagonista? –, personaggio destinato ad ascendere e cadere nell'ennesima rilettura in chiave contemporanea. Gli attori in giacca e cravatta, come nella corsa alle elezioni politiche, e un tagliacarte per arma del delitto. Di certo non cambia il finale, no; di certo non cambiano i ruoli in programma.

Quello che succede con Shakespeare è che lui è così eloquente... Parla di ciò di cui non si può parlare. Trasforma il dolore e il trionfo e l'estasi e la rabbia in parole, in qualcosa che possiamo comprendere. Rende comprensibile l'intero mistero dell'umanità. Si può giustificare qualsiasi cosa se la si rende abbastanza poetica.

La Dellecher, istituto con una retta di ventimila dollari e la crème de la crème nel corpo docenti, è infatti un microcosmo in cui vigono parti fisse e precari equilibri di potere. Alla ribalta ecco lo sprezzante Richard, nato con la camicia: cosa succederebbe se qualcuno gli negasse i riflettori e l'annunciato ruolo dell'eroe? Seguono Wren, sua cugina, ragazza pallida e cagionevole sbucata da un'epoca di gentilezza incondizionata e principesse da destare con un bacio; la facoltosa e bellissima Meredith, che per selezione naturale di Richard è prevedibilmente la ragazza; Filippa, con frequenti ruoli en travesti, un passato misterioso e un intuito finissimo, a dispetto del fare laconico; Alexander, giullare vizioso e carismatico, senza tabù in camera da letto e con il bicchiere sempre pieno alle feste; James, l'alter-ego di Richard e il suo yin: tutti lo amano, e lui magnanimamente ama tutti. Non fa eccezione il narratore, Oliver: il compagno di stanza fedele e l'ombra inseparabile, al centro di un'ambigua amicizia dalle inespresse pulsioni omoerotiche che lo fa sentire graziato per ogni affettuosa pacca sulla spalla, per ogni momento – o segreto – condiviso.

Gli attori sono per natura instabili: creature alchemiche composte di elementi incendiari, emozione ed ego e invidia. Surriscaldali, rimestali insieme, e a volte otterrai l'oro. Altre un disastro.

I sette privilegiati hanno famiglie che non li comprendono fino in fondo, Per aspera ad astra come motto e i giorni contati per riuscire a emergere. Siamo agli sgoccioli degli anni Novanta. Sta per finire il vecchio millennio, assieme al loro ultimo anno di corso. Tutto ha un equilibrio, tutto un senso: perfino la spocchia, quando diventa crudeltà verso il prossimo. Come contrastarla, se non con l'assassinio? Congiurati non soltanto per finzione, allora, ci si copre le spalle, ci si accusa, ci si condanna in 300 pagine elettrizzanti. Ci si ama e ci si odia, spesso contemporaneamente. Ci si scopre tutti vicini: dietro le quinte, nella malasorte.

Non esiste conforto maggiore della complicità.

Arrivato in Italia con una copertina dai toni inutilmente seriosi, Non è colpa della luna è un irresistibile thriller alla Kevin Williamson che ha scene, non capitoli; atti, non sezioni. Colto nelle citazioni, elegantissimo benché in linea con lo spirito irrequieto e giovanile dei romanzi di formazione, l'esordio della talentuosa M.L. Rio rende perfettamente le ambizioni, le passioni torride, l'impalcatura e lo spettacolo mirabolante dei loro brutti segreti. Manca un guizzo alla cronaca di Oliver, fino all'ultimo il personaggio con meno ombre: spalla drammatica generosa e versatile, che fa brillare gli altri anche su carta, rimanendoci in parte – nonostante l'impiego della prima persona – sconosciuto. A non mancare, ovvio, è il coup de théatre. Quando scoppia il caos in seno alla compagnia, si crea un posto vacante. E ognuno di loro vorrà inconsciamente riempirlo, per salvaguardare lo status quo: non c'è spettacolo, infatti, senza antagonista. Ingredienti indispensabili: gli omicidi, i segreti, la poesia. Sotto l'incantesimo di uno Shakespeare che ha i versi e le parole per tutto, sono dunque i benvenuti gli intrighi proibiti, le vendette trasversali, le passioni omicide. Gli attori, per deformazione professionale, fanno infatti loro ogni emozione. Saranno chiamati questa volta a recitare il dispiacere, a recitare l'innocenza. Nuovo ruolo? Quello dei superstiti, alla deriva nei flutti del sospetto. Quello dei cattivi.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Tears for Fears – Everybody Wants to Rule the World

giovedì 2 marzo 2017

Recensione: Green Park Serenade, di Andrea Malabaila

Eravate venuti a Londra apposta per lui, ma negli ultimi giorni era stato solo un pensiero laterale. Che fosse stato un suo trucco e dell'aldilà avesse ordito tutto questo non per difendere la sua memoria ma per farvi ritrovare?

Titolo: Green Park Serenade
Autore: Andrea Malabaila
Editore: Pendragon
Prezzo: € 14,00
Numero di pagine: 173
Sinossi: Estate 1998. Tre ragazzi torinesi - il protagonista senza nome, il Bardo e Schopenhauer - decidono di disertare l'esame di maturità e partire per Londra. Il viaggio, nato come semplice bravata, cambia per sempre i loro destini: una delle ragazze conosciute a Green Park viene trovata morta; Schopenhauer si autoaccusa e poi si suicida in cella lasciando però un contraddittorio messaggio d'addio. Estate 2013. Il protagonista e il Bardo, ormai oltre la trentina, si rincontrano a una cena di classe e decidono di tornare a Londra per scoprire la verità e rendere giustizia al loro vecchio amico. Con loro parte anche un altro ex compagno, Cantagalli. L'"indagine" si snoda attraverso una dozzina di indirizzi: i tre si imbattono in personaggi a volte bislacchi, a volte equivoci, fino all'incontro che si rivelerà decisivo. Tuttavia, quella dei tre amici è una ricerca soprattutto interiore, nel corso della quale si troveranno a fare i conti con il passato, con le aspirazioni deluse e gli anni che non tornano e per questo sembrano sempre migliori...
                                             La recensione 
Metti un giorno infrasettimanale in cui il postino non passa. Per paura di iniziare qualcosa e lasciarla a metà per libri di forza maggiore, allora, ti trovi a fissare il comodino in cerca di titoli brevi o brevissimi, da piluccare nel mentre. Tra questi, un volumetto in brossura con la copertina blu e una dedica a penna all'interno. Il regalo di un'amica piemontese, che di Andrea Malabaila – fondatore, insieme alla moglie Carlotta, di Las Vegas edizioni – ti ha parlato spessissimo e con affetto. Metti una sera, a Torino, una imbarazzante rimpatriata tra compagni di classe. Sono passati quindici anni e l'aiuto dell'alcol non basta per superare antipatie, capricci e livori mai superati del tutto. Il protagonista, tra domande da eludere e vecchie cotte, incrocia il Bardo e Cantagalli. I suoi amici si vanno ingrigendo, hanno avuto successo – il primo avvocato, il secondo fumettista -, mentre lui vive un precariato lavorativo e sentimentale senza fine apparente. Al ristorante c'è un vuoto, quello lasciato dal compianto Schopenhauer.
Erano partiti in tre per l'Inghilterra. Erano tornati soltanto in due. A mantenere il terzo lì all'estero, non l'amore bensì la morte. Ingiustamente accusato di avere assassinato una sua fiamma, il giovane turista si era tolto la vita. Perché non tornare a Londra, tre lustri dopo, e venirne a capo? Perché non imbarcarsi con la scalcagnata Ryanair, meglio della DeLorean di Zemeckis, e viaggiare metaforicamente nel passato con trentatré candeline appena spente? Succede che, nel frattempo, Londra è cambiata. Sono cambiati loro. Più stanchi, più disillusi, accasati o a un passo dal farlo. Per fortuna, mai adulti abbastanza. Restano i nomignoli, gli scherzi bonari, le confidenze del ginnasio. E succede che quel romanzo che non arriva nemmeno alle duecento pagine, balzato da un giorno all'altro in cima alla pila, si riveli ben più che un semplice riempitivo. Quante famiglie McAllister – quello, infatti, il cognome della ragazza assassinata - possono esserci oggi, a Londra, sulla strada della verità? Raccontato brillantemente in seconda persona, Green Park Serenade ha un protagonista che resta anonimo per tutto il tempo; toni onesti e appassionati, tristanzuoli.
Quelli dei brindisi fatti quando le bollicine hanno preso il sopravvento e l'ubriacatura, in pubblico, acuisce la nostra naturale malinconia. Il romanzo di Malabaila parla di una generazione non troppo lontana dalla mia, cresciuta in compagnia delle canzoni degli 883, nel segreto delle camerette buie e tappezzate di poster. Dove sono finite le hostess da capogiro di una volta, si domandano i tre amici? Chi sono questi One Direction, che tanto dureranno giusto Natale e Santo Stefano? Da dov'è spuntato l'abominevole London Eye? Sulla scia dei “se” e dei “ti ricordi”, si arriva a dialoghi verisimili e camerateschi che terminano con ispirate invettive contro gli adolescenti di oggi e reminiscenze sentite dei bei tempi andati. Si parla dei Take That, delle Spice Girls, del leggendario disco perduto dei Beatles. E, di comune accordo, si è allineati nel dare a Yoko Ono la colpa di tutti i mali del mondo. Gli anni Ottanta erano il chiodo fisso di Raf, ma i protagonisti di Malabaila hanno lasciato il cuore e la gioventù nei Novanta. Ci uniscono le canzoni di Max Pezzali, che ormai sapranno anche le pietre; il pensiero di una crisi economica lontana dal concludersi; la tentazione, in centro, di cambiare marciapiede incrociando compagni del liceo coi quali non abbiamo più nulla da spartire. La prima volta c'erano i brividi, il primo amore, il mistero e la scoperta che morire giovani, purtroppo, si può. La prima volta era con Marsilio, un decennio fa, con un romanzo intitolato Bambole cattive a Green Park – introvabile, se non usato, anche se Andrea mi assicura che c'è speranza e che qualcosa, dietro le quinte, si sta muovendo. Quella che è un'autentica reunion, un aggiornamento, in realtà funziona senza nessuno intoppo anche come storia a sé. Green Park Serenade è un'adorabile e indipendente commedia generazionale, che se ne vola d'istinto oltre la Manica. Alla ricerca di scene del crimine e, soprattutto, del tempo perduto. 
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: The Clash – London Calling