Scoprire i sentimenti di un altro essere umano, di una persona che non sei tu. Andare oltre la maschera. Cercare uno sguardo più profondo.
Scrivere dovrebbe servire a questo.
Autrice:
Meg Wolitzer
Editore:
Il Castoro – HotSpot
Numero
di pagine: 270
Prezzo:
15,50
Sinossi:
Jam
ha sedici anni, è distrutta dalla scomparsa del suo fidanzato e
fatica ad andare avanti con la sua vita. Dopo più di un anno i
genitori decidono di mandarla alla Wooden Barn School, un college in
campagna specializzato in ragazzi “fragili”, incapaci di superare
eventi tragici che hanno segnato le loro vite. All’inizio niente
sembra aiutarla, poi Jam viene assegnata, insieme a pochi altri
alunni, al misterioso e ambitissimo Corso Speciale d’Inglese della
signora Quenell. Un unico libro da leggere e condividere, La
campana di vetro di
Sylvia Plath, e un diario da scrivere, in cui raccontare le proprie
esperienze. La scrittura dei diari apre l’accesso a un mondo
apparentemente idilliaco, un luogo in cui tutti possono continuare a
vivere come se la tragedia che ha cambiato le loro vite non fosse mai
avvenuta. E Jam può sentire di nuovo le parole di Reeve, la sua
pelle, il tocco delle sue mani. Ma non ci vuole molto perché quel
luogo incantato riveli che tutti i compagni nascondono un segreto nel
loro passato. Quale sarà il segreto di Jam? Attraverso un’avvincente
esplorazione della psiche umana, Meg Wolitzer racconta che cosa
significa perdere qualcuno, o qualcosa, che ami. E poi perderlo
un’altra volta.
La recensione
A
sedici anni ci si può ammalare di depressione? Dopo trentuno giorni
di conoscenza, si può giurare che è grande amore e piangerlo notte
e giorno, se poi malauguratamente lo si perde?
Jam
hai i capelli lisci e scuri, una famiglia tranquilla, un dolore
incondivisibile. A scuola ha conosciuto Reeve, studente inglese
protagonista di uno scambio culturale: è stato autentico colpo di
fulmine, con i suoi maglioni sfilacciati, il suo umorismo british, un
accento irresistibile con cui compensare a un fisico da spilungone.
Si sono innamorati presto, loro due, e altrettanto presto si sono
separati: un incidente misterioso, e ora Jam è sola e inconsolabile.
Tutti le dicono che, in fondo, non si conoscevano neanche molto.
Tutti le dicono che, un giorno, le lacrime finiranno e il dolore,
così com'è affiorato, svanirà. Invece, quella voglia di dormire e
non svegliarsi mai più, il groppo in gola, non passa: spaventati al
pensiero che possa farsi del male, i genitori la iscrivono alla
Wooden Barn School. Un istituto tagliato fuori dal mondo – non c'è
una connessione internet, né campo per i cellulari -, in cui
riunire persone tali e quali a lei. Giovanissime, eppure già stanche
di vivere; povere anime messe a dura provate dal mondo. Quello che
non sai di me, nuovo titolo della pregevole collana per
adolescenti HotSpot, ha inizio con l'ingresso della protagonista in
queste scuola popolata da ragazzi fragili e cure che non prevedono
ansiolitici, bensì pagine di diario da stilare due volte a
settimana. Ammessa nel Corso Speciale di inglese della misteriosa
signora Quennell, insegnante a un passo dal pensionamento, Jam divide l'aula con altri quattro studenti: impareranno a conoscersi, e a capirsi, sulla scia
degli scritti di Sylvia Plath, poetessa statunitense morta suicida
all'età di trent'anni. Una buona idea, se già di tuo tendi a essere
in preda allo sconforto, studiare vita, morte e miracoli di
un'autrice che la fece finita infilando la testa nel forno a gas? Costruttivo respirare la stessa
aria, dividere i pasti e i compiti per casa, con coetanei che forse
se la stanno passando addirittura peggio di te? Il romanzo di Meg
Wolitzer, debutto dell'apprezzata autrice di Quando tutto era
possibile nella narrativa per ragazzi, è un young adult
rarissimo: colto nelle citazioni, raffinato, scritto con leggerezza e
giudizio.
A metà strada tra le atmosfere di Breakfast Club e
quelle di Ragazze interrotte, ha inizio in maniera consueta:
una protagonista chiusa a riccio, un nuovo inizio altrove, compagni
di corso da mettere a fuoco – tra questi, l'immancabile bel ragazzo
che tutto sembra domandarle, tranne una storia d'amore. La sua grande
particolarità: i riferimenti a The Bell Jar, capolavoro
dagli spunti autobiografici della Plath, che il titolo originale
omaggia apertamente. I protagonisti, infatti, si trovano sotto una
“campana di vetro”, che tende a isolarli da tutto e da tutti, con la sola compagnia del
loro violento senso di colpa. Nei piani dell'illuminata professoressa
Q., allora, il desiderio che i suoi allievi sull'orlo di una crisi di
nervi mettano nero su bianco le loro storie, affidandosi a diari da
restituire alla fine delle lezioni. A questo punto, Quello che non
sai di me si tinge di fantastico: la scrittura getta i protagonisti
come in uno stato di trance e, con la penna in pugno e un foglio
bianco davanti, i cinque rivivono il giorno in cui tutto è andato
per il verso storto.
Con la variante, però, di poterlo rivivere
senza drammi: Jam ha ancora il suo fidanzatino inglese, Sierra un
fratello vivo e vegeto, Marc un padre traditore ma presente, Casey
l'uso degli arti inferiori, lo scontroso Griffin un granaio poi raso
al suolo da una scintilla vagante. Una pagina bianca: infiniti mondi.
Possono rifugiarsi lì, nell'illusione, e non tornare più
indietro? Cosa succederà quando, inevitabilmente, le pagine del
diario si esauriranno? Nome in codice per parlare senza dare troppo
nell'occhio di quello splendido non-luogo, di un mondo dell'inconscio
in cui tutto è possibile: Beljhar.
Onesto e ironico dramma corale, per nulla stucchevole e
sospiroso, Quello che non sai di me è
un romanzo semplice, immediato, ma dal bagaglio pesante. Tra le
righe, un colpo di scena ad effetto sul passato di Jam – ognuno usa
mezzi diversi per proteggersi, lo spiegava anche Alejandro Palomas
nel recentissimo Un figlio;
ognuno ha i propri sassi nelle scarpe –, insieme al
vago senso di déjà vu legato a un messaggio scontato, ma
necessario. A proposito di lenzuola da scalciare via e letti da
abbandonare con il piede giusto, di miraggi da non assecondare, di
vestiti a lutto da riporre nell'armadio.
Soprattutto se hai sedici anni. Soprattutto se niente è come appare.
Soprattutto se hai sedici anni. Soprattutto se niente è come appare.
Dietro
una vicenda come tante, un'ispirata metafora sul potere della scrittura:
sgrammaticata o rigorosa che sia, non importa. Perché scrivere –
scriversi –
libera, consola, porta alla luce
i fantasmi. E così, smascherati, non fanno più paura. Io lo so.
Il
mio voto: ★★★½
Il
mio consiglio musicale: Gnash – I hate U, I love U (ft. Olivia
O'Brien)



