lunedì 1 giugno 2020

Recensione: Bunny, di Mona Awad

Bunny, di Mona Awad. Fandango, € 18,50, pp. 350 |

Quando vai alle feste, fai attenzione a quello che ti mettono nel bicchiere: le mamme si raccomandano così, indipendentemente dalla tua età. A mia discolpa, ho abbassato la guardia. Ma questa non era una festa qualsiasi, bensì l’open day della Warren University: potevo forse immaginare che in un ambiente tanto prestigioso – l’università, infatti, ospita un pionieristico corso di scrittura –, qualcuno potesse drogarmi? Le sensazioni sono inequivocabili. La mollezza degli arti, la pesantezza della testa e delle palpebre, in bocca un sapore dolciastro. Le percezioni falsate che, tutt’intorno, trasformano il mondo o in un incubo o in un luna park. Perfetto titolo di punta per inaugurare la collana Weird Young – è decisamente strano, ma niente affatto adolescenziale: le riflessioni metaletterarie piaceranno infatti più agli adulti –, ciò che segue è un delizioso groviglio di merletti, catene, esplosioni splatter e asce affilate. Caratterizzato da dettagli curiosi che lo renderebbero stilosissimo anche in un’eventuale trasposizione – i guizzi artistici dell’autrice si notano anche nelle descrizioni meticolose degli oggetti d’arredo o dei guardaroba delle protagoniste –, risulta esilarante, visionario, profondo. Un rituale con leggi tutte da scoprire, con uno stile talmente suadente da sembrare una stregoneria.

Perché scappavamo sempre, io e la mia immaginazione. Ci tenevamo per mano sul margine della scogliera sul Mare del Nord, salivamo sempre più in alto tra i rami di una sequoia, viaggiavamo su un treno per Parigi, guadavamo il fiume con le labbra blu per cercare di raggiungere l’India a nuoto. Oppure correvamo e basta, cazzo. Giù per il pendio ripido di una collina che non finiva mai, lei e io, mano nella mano. Lei era una grande foresta a forma di ragazza. Era qualcosa che andava a fuoco. La sua mano era foglie e fumo e neve e carne tutto in una volta. […] Ero eccitata. La mia vita poteva cambiare. E non ero più sola.
La trama – un mix tra Suspiria e Schegge di follia – segue l’iniziazione di Samantha durante un seminario di arti narrative. Legata a un’unica buona amica, Ava, la protagonista nutre pretese da outsider in una città popolata da brutti ceffi e aspiranti Virginia Woolf. Profumate di zucchero filato, vestite di rosa, con una perenne aria zen, le Bunny sono il suo esatto opposto: quattro venticinquenni dedite ai pigiama party e alle sedute spiritiche che le aprono le porte della loro cerchia elitaria. Uniformarsi alle Bunny o farle scoppiare dall’interno? 
Gli artisti vivono in un mondo impenetrabile. Quelli di Mona Awad, la Isabella Santacroce statunitense, un po’ di più. Con ironia corrosiva, l’autrice stupisce per lo stile arzigogolato e per la sua satira pungente: vengono messe alla berlina le pratiche new wave; gli intellettuali pretenziosi; le giovani femministe che, magari dopo la lettura dei Monologhi della vagina, si vantano di essere novelle suffragette.

Con quanta ferocia quei corpi bianchi e rosa si stringono in un piccolo, caldo cerchio di amore frantuma-costole, e ogni volta rendendomene conto rimango senza fiato. E quando strofinano quei nasi all’insù che sembrano trampolini da sci, e le guance coperte da pelle di pesca. Tempia contro tempia mi fanno pensare al modo in cui strusciano le labbra degli scimpanzé, o alla telepatia dei bambini bellissimi e sanguinari nei film horror. Tutti e otto i loro occhi chiusi, come se quest’asfissia collettiva fosse una sorta di estasi religiosa. E le loro quattro bocche dalle labbra lucide emettono squittii che parlano di un amore mostruoso che è quasi un pugno in faccia. 
La seconda parte, almeno all’apparenza, gira più a vuoto della prima. I personaggi delle Bunny sono a lungo assenti dalla scena e le riflessioni della protagonista abbondano dopo la comparsa di Max, un tenebroso sconosciuto dagli occhi di fumo. Per fortuna Samantha è un personaggio affascinante. Mossa da pulsioni segrete, fa ragionare i lettori sul lato oscuro dell’immaginazione; sugli angeli e i demoni del processo creativo; sull’ansia da prestazione che ci assale quando tocca condividere la nostra opera – dunque, un pezzo di cuore – col resto del mondo. Adeguarsi, tanto nell’editoria quanto nelle amicizie, significa vendere l’anima? Bunny, ambientato nella città che ispirò il genio di Lovecraft, sembra scritto sotto oppiacei e leggerlo provoca uno stordimento simile. Scriverne, poi, significherebbe essersi finalmente ripresi dai postumi. Io, lo ammetto, ne sono ancora vittima.
Il mio voto: ★★★½
Il mio consiglio musicale: Britney Spears – I’m a Slave 4 U

10 commenti:

  1. Devo dire che non lo conoscevo, e non so se possa fare a meno per me ☺️☺️

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    1. Davvero? Su Instagram è super pubblicizzato.
      Conoscendoti, comunque, non te lo consiglio.

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  2. Sentirti citare Schegge di follia mi emoziona. Al momento però non me la sento di affrontare Bunny, anche se ammetto mi hai incuriosita. Lea

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  3. Ammetto di essere molto in dubbio: da un lato sembrerebbe una lettura interessante, dall'altro credo proprio che non faccia per me :/

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    1. Il weird, se non sbaglio, non ti turba troppo.
      E questo, oltre alle stramberie, ha anche un bel messaggio tra le righe.

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  4. Ciao e wow!, i mitici Ryder e Slater 💕
    Come genere non è il mio forte, ma la trama (onirica?!?), mi attira follemente!
    Una sorta di Pretty little liars, ma nel mondo letterario?
    Ho visto altre rece, e molte parlano della 2ª parte meno "lineare" (?).
    Gira più a vuoto, ma calzante - o si perde?
    Grazie x la recensione in avanscoperta!! E buon 2!

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    1. Gira più a vuoto, confermo, con la parziale uscita di scena delle Bunny e uno scavo psicologico delle turbe di Ava... Ma il perché si capisce nel finale. Se non tutto, in parte. Perché deve pur sempre restare Weird. ;)

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  5. "A questa festa sono qui da un'ora
    Qua dentro gira così tanta roba
    Che non mi hanno messo la droga, nel mio bicchiere
    Ma il mio bicchiere, dentro alla droga" [cit.]


    Sembra un'autentica figata!
    E sembra anche perfetta per diventare una serie TV...

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    1. Si vocifera che potrebbe succedere, ma chissà!

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