Prendete
il regista di The End of the F***king World. Aggiungete
la vena soprannaturale e le infinite playlist di Stranger Things.
Setacciate la bibliografia di Stephen King: un tocco di Carrie
– con una ragazza che fugge insanguinata dalla presunta notte del
ballo – e come se non bastasse, all’appello, ecco due dei volti
più apprezzati dell’ultima trasposizione di It.
Immergete in abbondante olio di palma. Lo spettatore medio non si
lamenterà: fritto piace tutto, compresa l’aria. È questa la
ricetta segreta che hanno seguito gli sceneggiatori di I Am Not Okay with
This: la serie adolescenziale che tutti attendevano e di cui
tutti parlavano, che nel mio caso si è rivelata essere, però, la
prima delusione dell’anno. La sempre graziosa Sophia Ellis,
destinata qui a farsi amare meno del simpaticissimo vicino di casa Wyatt Oleff, è una diciassettenne problematica che
sfoga l’ansia sociale in fenomeni paranormali incontrollabili.
Eroina o super-cattiva? Sperando di non risultare autocelebrativo,
chiedevo lo stesso del protagonista del mio primo romanzo: un
racconto di formazione a tinte violente in cui paranormale e disagio
giovanile andavano a braccetto, con tanto di narrazione in forma di
diario. Il problema della serie è il suo non sviluppo. Presa
com’è a rubacchiare qui e lì, finisce dopo soli sette episodi:
prima di rivendicare la sua autonomia, la sua originalità. Darò
un’altra occasione a un’eventuale seconda stagione, ma il
fastidio resta. Verso l’occasione sprecata senza un briciolo di
buona volontà. Verso una protagonista che gioca facile, tra
omosessualità, padre suicida ed emarginazione. Verso l’ennesimo
omaggio al cult Breakfast Club, già proposto il mese scorso
in Sex Education. Verso i soliti look hipster, le solite
atmosfere alla moda, la solita colonna sonora – quale adolescente,
oggi, ballerebbe sulle note di una canzone di Rick Springfield? Cari
anni Ottanta, anche basta. Questo effetto nostalgia a ogni costo può
andare a farsi f***ere. (5)
Non
si smette mai d’imparare. Soprattutto in fatto di sesso.
Soprattutto in fatto di sessi. Strappando consensi generali, a
gennaio è tornata la serie Netflix che parla di uomini e donne con
una genuinità che conquista. A lezione da Sex
Education torniamo tutti sui banchi del liceo; diventiamo tutti
più giovani, nonché studenti modello. Come nella prima stagione, si
parla fuori dai denti di sesso – e spesso lo si mostra – senza
tabù. Di masturbazione, prime volte, omosessualità, asessualità,
amori acerbi e amori maturi. Questa volta è stata introdotta anche
la tematica tanto scomodata quanto attuale delle molestie: all’inizio
liquidata con menefreghismo dalla vittima, in realtà lascia
strascichi durante tutte le puntate. E chiama a battagliare un
femminismo necessario e per nulla stucchevole, il
migliore, che mostra come l’unione faccia la forza;
anche su un autobus trasformato, dopo un gesto viscido, in uno
scenario da incubo. Nonostante personaggi femminili sempre più
autonomi e centrali, non scordiamoci di Otis: il sessuologo in erba
con turbe evidenti, diviso tra la scontrosa Maeve e la
solare Ola. A proposito di triangoli, poi, come tralasciare mamma
Gillian Anderson indecisa tra il focoso idraulico e l'ex che torna a cadenza fissa? O ancora Eric, l’amico che ha il
corteggiatore perfetto ma nel frattempo scalpita segretamente per il
bullo Adam? C’è qualche evitabile cliché da commedia per ragazzi,
ad esempio le dichiarazioni plateali nei momenti di
aggregazione scolastica. C’è qualche personale rimostranza,
soprattutto se serie più impegnate – vedasi Euphoria o
Cercando Alaska – non godono purtroppo della stessa
visibilità. Ma son quisquiglie, in un prodotto che cresce assieme ai
suoi personaggi; in una stagione ancora più simpatica, emotiva e
coinvolgente della precedente. In cui tutti lo fanno, tutti ne
chiacchierano in lungo e in largo, ma senza volgarità. Garbati,
pulitissimi fino all'ultimo. Chi ha detto che parlare di sesso è parlare sporco? (7,5)