lunedì 30 luglio 2018

Recensione: Montpelier Parade, di Karl Geary

| Montpelier Parade, di Karl Geary. Playground, € 17, pp. 234 |

Essere adolescenti nella Dublino del cinema di John Carney e Jim Sheridan. Gli anni Ottanta che si fanno fatica a riconoscere, all'apparenza sbucati dalla miseria del dopoguerra, e le case come nidiate stipate di uccelli emaciati. Sonny, sedici anni, ha la sfortuna di essere il più piccolo della sua famiglia: figlio di due genitori ormai anziani, anestetizzati sempre dagli stessi litigi e dalle false lusinghe della TV; ultimo di una lunga e anonima sequela di fratelli maggiori. Difficile concedersi il lusso della solitudine in una casa affollata quanto la sua. Difficile mettere da parte qualche spicciolo per una fuga verso l'indipendenza. Attraverso il bellissimo impiego di un narratore di seconda persona, leggiamo così degli anfratti segreti in cui il protagonista nasconde risparmi dalla vita assai malsicura; di un personaggio a metà fra il Marcus di Indignazione e Il giovane Holden, che si trascina inquieto in una Irlanda apatica e modesta, con le sigarette e il coltellino a serramanico in tasca, le mani ciondoloni sempre sporche di rosso – inchiostro, sangue, vino, polvere di mattoni. Ruba pezzi di biciclette per assemblarne un giorno una tutta sua, come il risparmio e la piccola delinquenza esigono. S'imbuca in sale in cui proiettano film pornografici, con dell'alcol di contrabbando imboscato sotto il giaccone. Ribolle, sentendosi perennemente fuori posto, e poi in silenzio minaccia lacrime. La faccia serafica che si ritrova non gli calza a pennello, non pare appartenergli. Gli permette però di evitare risse e discussioni all'occorrenza, di fingersi laconico o prestare inosservato ascolto alle parole sconce di adulti che desidererebbero scandalizzarlo parlando di sesso. È una storia di perdita dell'innocenza, la sua: di iniziazione all'amore. Un doppio apprendistato che passa prima dalla macelleria in cui lavora come garzone dopo la scuola, poi da un quartiere residenziale diventato status symbol.

Porti con te il pezzo di carta nel retrobottega, e prima di ripiegarlo con cura e infilartelo in tasca, leggi il suo nome, ma non ad alta voce, perché è qualcosa che desideri tenere per te. Vera.

Ricostruire un muretto in una villa di ricchi lo mette sulla strada di Vera: padrona di casa raffinata e distante, adulta e malinconica come le Malena e Carol degli omonimi film, che brilla di luce propria come una diva hollywoodiana; fuma per il gusto sadomasochistico di autoannientarsi; fa sesso come se non ci fosse un domani, e come se non ci fosse un domani è attratta inesorabilmente dai flaconi di antidepressivi nascosti dappertutto. Innamorarsi di lei, e per di più corrisposto, è un vortice che ora sembra una gita interminabile – i viaggi in macchina, le passeggiate per musei e le letture a voce alta di T.S. Elliot, l'attrazione mista a repulsione per una coetanea così simile alla parte peggiore di Sonny e così diversa dall'ereditiera abbandonata –, ora l'abisso. Quella che sembrava una scorciatoia fortuita è invece l'inizio di una personale via crucis. Quel quartiere, quella casa, no, non fanno la felicità.

«La prima volta che mi sono sposata ero molto giovane, poco più grande di te. All'inizio è stato bellissimo, poi triste. Ma è successo tutto molto in fretta. Anche la seconda volta è stato bellissimo, e poi triste, ma ci è voluto un mucchio di tempo per superarlo.»
«Non sarà mai bellissimo senza essere triste?»

Tutt'attorno, matrimoni precoci perché riparatori; matrimoni finiti, e per ben due volte; matrimoni che si tengono in piedi a stento, con una madre che lava piatti tutto il giorno e un padre incantato dalle malie del tubo catodico. L'amore non esiste, o comunque ci si crede soltanto fino ai sedici anni. Ma non si crede, al contrario, all'istruzione, alla cultura: il protagonista taglia carne e lucida banconi, in fondo, no? Fa carta straccia della sua borsa di studio, della sua seconda opportunità. Andare fuori, lontano: ma dove? Sonny è davvero migliore di tutti loro? E Vera: lei è forse l'eccezione alla regola?

Il tempo guarisce ogni ferita, lo dicono tutti.

Prezioso e struggente, l'esordio di Karl Geary – attore, regista, sceneggiatore – è lo splendido ritratto di un'età in bilico. Di un paese sul precipizio, dove i treni sfrecciano ma non fanno mai tappa. Che ne sanno i piedi, però? Che ancora scalciano per portarti a galla. Che ancora, nonostante tutto, corrono verso il miraggio sbiadito di lei. Non c'è via d'uscita da questa Dublino. Non una che passi, almeno, dal viale dei sogni infranti di Montpelier Parade.
Il mio voto: ★★★★
Il mio consiglio musicale: Cat Stevens – The First Cut is the Deepest

8 commenti:

  1. Molto interessante. Letture mai banali le tue. Lea

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    1. Grazie, Lea. Tutto merito della bellezza del catalogo Fandango, scoperto da pochissimo e in ritardo.

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  2. Non so se può essere nelle mie corde ma la tua recensione mi lascia comunque incuriosita!

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    1. Secondo me sì, Sara. Nel suo piccolo, è un romanzo non troppo distante dai grandi classici della narrativa di formazione.

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  3. Sento il sapore di Sing Street nell'aria!
    Potrebbe essere l'irlandesata buona per me. :)

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    1. Ecco, una di quelle storie che adoreresti proprio.

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  4. Sono piovuta sul tuo blog quasi per caso, e mi sono innamorata delle armosfere che racconti.
    Ho recuperato il recuperabile delle vecchie recensioni, letto e scoperto di nuove possibili letture, e il tuo modo di raccontarle mi ha colpita immensamente.
    Sono tornata ora alla prima recensione che mi ha permesso di conoscerti, giusto per dirti che questa Dublino anni 80 ha acceso la mia curiosità, ma che molto di più hanno fatto le tue parole.

    Hai appena conquistato una nuova lettrice, quindi risentirai spesso la mia presenza ;)

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    1. Ma ciao, Ielenia, e che gioia leggerti nell'apatia di queste giornate. Mi hai dato la carica giusta. Grazie mille, davvero. A rileggerti presto!

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