martedì 10 agosto 2021

Recensione: Una vita come tante, di Hanya Yanagihara


| Una vita come tante, di Hanya Yanagihara. Sellerio, € 22, pp. 1091 |

Hey Jude, don't make it bad, take a sad song and make it better. Da qualche giorno, mi scopro spesso a canticchiare la canzone dei Beatles. Stonature e tutto, la dedico al protagonista di questo romanzo e, un po', anche a me stesso. Quando ho iniziato a leggere Una vita come tante – impresa lunga oltre mille pagine – avevo bisogno di un brano triste che facesse pendant con il mio stato d'animo. E di una storia in cui smarrirmi. Pazientemente, senza l'ansia di fingermi spensierato o di aggiornare il blog, mi sono preso del tempo per me e per la mia malinconia. Anziché fuggirla, l'ho assecondata. Fino a quel momento i romanzi più lievi mi infastidivano tanto quanto le hit estive alla radio, e allora ho scelto una vita difficile: la terapia d'urto. Qualcuno mi ha avvisato: leggere un romanzo così disperato sarebbe stato controproducente. Ma vi ho riposto piena fiducia, invece, e ho pregato affinché il mio cuore fosse maltrattato, ma con garbo. Cercavo la catarsi. E ringrazio per il fatto di averla trovata, sì, insieme all'armonia segreta che smussa perfino gli spigoli dei pentagrammi più tristi. Avrei voluto che il ritornello di questa proseguisse all'infinito.

Quando sei fatto come me, devi accontentarti di quello che ti arriva.

Hey Jude, refrain, don't carry the world upon your shoulders. A reggerlo, il mondo, per fortuna ci sono gli amici di sempre. JB, artista di origini haitiane, è specializzato nei ritratti delle persone care: travolto dal successo, rischia di perdersi tra lussi e droghe. Malcolm, architetto di buona famiglia, lavora in uno studio che sta anestetizzando lentamente la sua fantasia. Willem è il classico attore che sbarca il lunario come cameriere: il talento, e soprattutto una nobiltà d'animo commovente, gli spianano la strada verso Hollywood. Né le lunghe sedute di trucco né i viaggi di lavoro distolgono quest'ultimo dal prendersi cura di quel migliore amico e coinquilino che fa letteralmente da centro gravitazionale. Jude porta le maniche lunghe anche in estate, è affetto da una misteriosa zoppia che a volte lo costringe a muoversi in sedia a rotelle, è reduce da un'infanzia da orfano di cui non fa volentieri menzione. Jude sa cantare e preparare dolci, ha mille talenti inespressi, e in tribunale fa faville come avvocato, al punto da guadagnarsi un mentore: Harold, insegnante di rara dolcezza, chiamato talora a raccontarci i protagonisti in prima persona. Jude è un enigma, spesso affascinante, spesso frustrante. Perché crede di non meritarsi nient'altro che il disprezzo? Perché, succube del passato, coltiva una solitudine siderale a dispetto dei molti che gli offrono solidarietà, sesso, vie di fuga? Mitizzato, alla stregua di un personaggio di Hardy o Dickens, non anela alla libertà: non la conosce. Si limita a passare da un aguzzino a un altro, a schivare il contatto fisico, a immaginare lo scherno nascosto dietro un innocuo complimento. Saprebbe meritarselo, l'amore vero? Nonostante tutto, vivrà una delle relazioni più romantiche e sorprendenti di cui serbi memoria.

L’unico segreto dell’amicizia, credo, è trovare persone migliori di te – non più furbe o più vincenti, ma più gentili, più generose, e più comprensive –, apprezzarle per ciò che possono insegnarti, cercare di ascoltarle quando ti dicono qualcosa su di te, bella o brutta che sia, e fidarti di loro, che è la parte più difficile di tutte. Ma anche la più importante.

Quanta violenza nel suo passato. Quanta incertezza nel suo futuro. E l'autrice non ci risparmia i dettagli più sordidi, infelici e rocamboleschi, al punto che – non a torto – qualcuno ha reputato eccessivo l'accanimento verso Jude e irrealistico il suo bagaglio esperienziale. Per me, tuttavia, c'è un malinteso alla base: questo romanzo, tragico senza mai diventare pessimista, non è stato pensato come uno spaccato contemporaneo. Anzi: nonostante l'iconica ambientazione newyorchese, i personaggi vivono in una città sospesa nel tempo, senza traccia di lotte politiche, razzismo o omofobia. Lontani dal divenire storico, creano una storia parallela altrettanto importante, in cui – proprio come sull'Isola che non c'è – non esiste null'altro a parte loro. Sono moltissime le pagine strazianti, in quarant'anni di amicizia, ma ho speso le migliori lacrime soprattutto per le cose belle: non per le brutture. Per la dedizione, la pazienza e la generosità dei personaggi secondari. Per la sessualità, che si fa fluida pur di uniformarsi alla solidità di certi attaccamenti. Per la continua capacità di stupirsi e per l'invidiabile senso di appartenenza. Per chi smette di bere caffè, taglia via la crosta dei toast, bacia con gli occhi chiusi e costringe il protagonista ad amarsi un po'. E a bere, mangiare, smettere di tagliarsi, anche a costo di piantonarlo, portarlo in spalla, afferrarlo per i capelli mentre se ne va alla deriva. La vita è un diritto o un dovere?

A quel punto gli tornava in mente l’affermazione di Harold seconda la quale la vita trovava sempre il modo di ricompensarti per quello che ti toglieva, e si rendeva conto di quanto fosse vera, anche se a volte gli sembrava che la vita non si fosse limitata a ricompensarlo, ma avesse deciso di farlo nel modo più sontuoso, come se cercasse disperatamente il suo perdono e lo ricoprisse di ogni ricchezza, offrendogli tutto ciò che esisteva di più bello e desiderabile nella speranza che superasse il proprio risentimento e le consentisse di accompagnarlo negli anni a venire.

Egoisticamente ho provato il desiderio di non arrivare mai all'ultima pagina. Di allungare ulteriormente i tormenti di Jude, pur di essere ancora parte della routine del gruppo, come accade al cospetto delle sitcom più longeve. Con stile pieno e limpidissimo, Hanya Yanagihara firma una moderna Bohème in grado di comunicare un senso di invincibilità accanto alla precarietà diffusa. In questi appartamenti dai mattoni rossi, con le classiche scale antincendio arrugginite sulla facciata, c'è sempre una festa o una cena. Tra ricadute e accidenti, benché defilati, io e Jude ci siamo goduti i brindisi, le preghiere e le risate: è stato confortante lasciarsi cullare fino al sonno da queste voci, senza mai sentirsi tagliati fuori. La vita come tante di Jude St. Francis, in realtà, è una vita come nessuna, raccontata per di più in un romanzo come pochi. Perché, in definitiva, appare infinitamente tribolata? Semmai il contrario: è fortunata. È raro, infatti, che la vita ci ricompensi per tutto ciò che ci ha tolto. E questa volta mi sono soffermato non su ciò che sottrae, ma su ciò che di miracoloso regala. Hey Jude, ti devo piangere, ti devo abbracciare, ti devo elaborare, ti devo perdonare. Non sei mai stato una canzone triste, ma come avresti potuto saperlo? Non hai mai conosciuto i Beatles, o la tenerezza.
Il mio voto: ★★★★★
Il mio consiglio musicale: The Beatles – Hey Jude

9 commenti:

  1. Ciao Ink, non conosco il romanzo ma dalle tua parole sembra una storia interessante e molto intensa! :-)

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  2. Sembra valerne la pena, anche se oltre mille pagine non sono esattamente una passeggiata...
    Una vera impresa. ;)

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    1. Un'impresa, sì, però ti piacerebbe moltissimo.
      Confidiamo in una serie, HBO sarebbe perfetta.

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  3. Oh no! Dopo aver letto questo romanzo acclamato da tutti ho dovuto trovare qualcuno che mi dicesse il contrario e la pensasse come me, per fortuna un blog (non ricordo quale) mi ha consigliato “Mysterious skin” di Scott Heim

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    1. E tu cosa ne pensi?
      Di Mysterious Skin conosco il film di Araki, bellissimo, ma lontano da questa atmosfere.

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  4. Ecco un altro di quei romanzi che in troppissimi mi consigliano 😍
    Sembra davvero una lettura coinvolgente e indimenticabile!! Devo trovare assolutamente posto per lei ♥
    Bellissima recensione!

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  5. sicuramente fuori confort zone ma lodato così vale la pena. in lista♥

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