venerdì 20 settembre 2019

Recensione: The Chain, di Adrian McKinty

| The Chain, di Adrian McKinty. Longanesi, € 19,50, pp. 345 |

Se c’è una cosa che poco tollero, in fatto di storie o persone, è il pressappochismo. E il best-seller sulla bocca di tutti, The Chain, purtroppo ne cade spesso vittima. Metto la frase forte così, in apertura, come una dichiarazione d’intenti. Diciamolo subito, infatti: preceduto da uno straordinario battage pubblicitario, recensito sulla quarta di copertina da autori d’eccezione – da Stephen King a Don Winslow, sembravano tutti dell’idea che fosse un moderno capolavoro della suspance –, il primo romanzo di Adrian McKinty giunto in Italia  non si è affatto rivelato all’altezza delle aspettative iniziali. Dalla sua, eppure, l’autore aveva una nota biografica di tutto rispetto e uno spunto accattivante: cosa saresti disposto a fare se tuo figlio venisse rapito e, per salvarlo, un boia anonimo ti costringesse a rapire un altro bambino diventando l’ennesimo anello di una catena di morte e ricatti? Rachel, mamma fresca di divorzio e di chemioterapia, è la sfortunata protagonista al centro dell’incubo. Qualcuno alla fermata dell’autobus ha preso Kylie, tredici anni, e mette alla prova la genitrice single dall’altro lato della cornetta.

È vertiginoso il numero di profili che possono essere letti da chiunque. George Orwell si sbagliava, pensa. Nel futuro non sarà lo Stato a schedare tutti esercitando una sorveglianza pervasiva; saremo noi stessi. Faremo il lavoro dello Stato postando continuamente la nostra posizione, i nostri interessi, cibi e ristoranti preferiti, idee politiche e hobby su Facebook, Twitter, Instagram  e altri social. Saremo la polizia segreta di noi stessi.

In giornata deve: convincere la banca a un prestito di venticinquemila dollari; procurarsi un’arma da fuoco; individuare una casa sfitta per rinchiuderci la bambina innocente necessaria per lo scambio di persona. Succedono, a questo punto, coincidenze degne di un film d’azione di serie B, non di un romanzo ben costruito: perché, come se niente fosse, la protagonista ottiene la seconda ipoteca sulla casa – quando gli aguzzini più in là pretenderanno altro contante potrà comunque contare sul cognato Pete, reduce di guerra tossicodipendente e senza lavoro, con un’impensabile ricchezza economica sul conto corrente; come se si trattasse del provolone in offerta alla Coop, in seguito, Rachel acquista un’arma sotto banco – non una semplice pistola, bensì un fucile a pompa; la villa sulla spiaggia dei benestanti vicini, inoltre, si rivelerà per sua fortuna avere una serratura risibile e un sistema d’allarme da verificare con una semplice chiamata al numero verde. Seguono tentativi di ribellione, messaggi in codice, localizzazioni da intelligence; il tutto destinato a chiudersi a carte scoperte, all’insegna della pura coincidenza, in un finale a metà strada fra Indovina chi viene a cena e Rambo. La forza delle donne, uno dice. O le forzature di una certa narrativa americana, piuttosto, fatta di approssimazioni, dimenticanze, azzardi.

Ogni cosa viene fatta per la Catena. La Catena non può interrompersi. E non può perdere un solo anello.  

Cinematografico nel migliore e peggiore senso del termine, già opzionato dalla Paramount per una trasposizione, The Chain ha una scrittura che rende impossibile non divorarlo nell’arco di un paio di pomeriggi e le contromosse di ogni americanata degna di tale storpiatura. C’è fretta nel trattare il tumore al seno di lei e la dipendenza da stupefacenti del cognato, problemi inseriti per aggiungere ulteriore patetismo all'intreccio a discapito di chi ne ha davvero sofferto. C’è fretta, stranamente, anche nell’adattamento italiano: perfino a una lettura disattenta, come sottolineato anche sul blog di Silvia, risultano difficili da ignorare nomi invertiti per sbaglio ed errori evitabili – “ski mask”, tradotto alla lettera “maschera da sci”, indicherebbe in realtà un comune “passamontagna”. In ogni caso, scorrevolezza a parte, la conoscenza di McKinty risulterebbe deludente anche se non fossi troppo puntiglioso in fatto di thriller e casi editoriali. The Chain mi ha ricordato titoli come Ore di terrore e Utente sconosciuto: tascabili da cestone, letti e apprezzati all’epoca, forse meglio riusciti ma meno fortunati. Non gli si perdona l’accumulo di tragedie personali, presto abbandonate a loro stesse; quel gusto caciarone che in teoria non dovrebbe confarsi a una vicenda ispirata alla cronaca nera americana, bensì a un innocuo blockbuster. 
La Catena, si legge, è un meccanismo che si autoregola: fatto il proprio lavoro, è possibile uscirne a mani pulite. Ma l’autore qui e lì riporta macchie inequivocabili, invece, che lo sbugiardano in fretta e lo portano a essere segnato sulla lista nera: quella dei famigerati best-seller che non escono col buco. Il gioco appena cominciato per me finisce qui. Dalla giostra, spezzata la catena, grazie tante, preferirei scendere.
Il mio voto: ★★
Il mio consiglio musicale: Fleetwood Mac – The Chain 

16 commenti:

  1. Non lo avevo considerato, ed evidentemente avevo fatto bene! ;)

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  2. Ne avevo già letto pareri negativi ed ora questo tuo pensiero mi conferma che non lo leggerò! Peccato perché l'idea di base avrebbe potuto avere un grande potenziale!

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    1. Molto, ma se sviluppata da un autore più in gamba.

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    1. Per una volta, non sarò io a dirti di farci un pensiero. :)

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  4. Quanta verità Mr Ink! Ho trovato The Chain a dir poco imbarazzante, fai bene a parlare di pressapochismo ma la sottoscritta c'era caduta come una pera lessa. Dopo aver letto il commento entusiasta di Don Winslow (che tra l'altro è ringraziato dall'autore proprio nella pagina dei riconoscimenti) non ho potuto fare a meno di comprarlo, per rimanere poi delusa su tutta la linea! Ben mi sta, d'ora in poi starò più attenta ;-)

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  5. è nato un nuovo genere, il "thriller comico". Solo che mi veniva da piangere e non da ridere... (no, non è vero, ho anche riso un sacco!)

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    1. La commedia horror c'era già effettivamente... Il caro Adrian è un pioniere del campo!

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  6. Dalla trama non mi sembrava male, ma mi sa che farò bene a lasciar perdere...

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    1. Soltanto lo spunto è degno di nota. Comunque preso in prestito dalle vendette del Cartello messicano...

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  7. Un pastrocchio (come si diceva quando eravamo piccoli)? Lea

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    1. Ecco, l'unico termine da scrivere in copertina!

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  8. uff, mo' l'ho iniziato e lo finisco..., ma mi sa che sarà una sola.
    Boh, spero di poter salvare qualcosa a fine lettura :-D
    menomale che era un omaggio!! o.O

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