domenica 6 gennaio 2013

Recensione in anteprima: Le affinità alchemiche, di Gaia Coltorti

Il tuo stesso nome – Giovanni – per te non avrebbe significato più nulla, adesso, senza il suo accanto, un nome che a solo sentirlo ti riempiva il cuore di gioia: Selvaggia. Poiché, prima di lei, tu non eri niente.

Titolo: Le affinità alchemiche
Autrice: Gaia Coltorti
Editore: Mondadori
Numero di pagine: 367
Editore: Mondadori
Prezzo: € 15,00
Data di pubblicazione: 15 Gennaio 2013
Sinossi: Le affinità alchemiche racconta l'amore più intenso e devastante che possa nascere tra un uomo e una donna: quello tra due fratelli. Figli gemelli di una coppia irrequieta, dopo la precoce separazione dei genitori Selvaggia e Giovanni vivono separati per lunghi anni, fino a che il ritorno a Verona della madre e della figlia non ricongiunge la famiglia, e i due fratelli ormai nella piena adolescenza. Quando rincontra la sorella, Giovanni ha un tuffo al cuore: Selvaggia è bellissima, è piena di fascino, è capricciosa e provocante fino allo sfinimento. L'estate è appena cominciata, prima della ripresa scolastica Selvaggia sarà sola, in città non conosce nessuno: solo il fratello, che lei ribattezza subito Johnny, può farle conoscere la città e tenerle compagnia. Prestissimo tra i due ragazzi si sprigionano un'elettricità, una tensione, un calore che hanno un solo nome, sconvolgente: desiderio. Una relazione impossibile e struggente, un magnetismo ineluttabile come l'avvicendarsi della notte con il giorno.
                                                  La recensione 
Laurita Mazapàn's picture
L'amore, checché ne pensi Tiziano Ferro, non è mai una cosa semplice. E amare tua sorella - carne della tua carne, sangue del tuo sangue, figlia dello stesso seme che ti ha generato – è sbagliato, folle, contro natura. Tutto, ma non semplice.
Eppure, anni fa, Tabitha Suzuma ci aveva dimostrato, con il suo indimenticabile Proibito, esattamente il contrario. Il rapporto tra Maya e Lochan – fratelli, amici, anime affini – non era più complesso o sbagliato di quello che lega insieme i nostri genitori, dopo vent'anni di matrimonio, o le affiatate coppie di nostri coetanei. Come l'essere per Parmenide, semplicemente era
Il tema, delicato e distruttivo quanto una bomba ad orologeria, diviene materiale per il romanzo d'esordio della talentuosa Gaia Coltorti, che, a soli vent'anni, giunge in libreria con una storia suggeritale da un matura forma di romanticismo che, sorprendentemente, possedeva già a diciassette anni, quando inviò il suo manoscritto ancora acerbo alla Mondadori. Leggendo la trama e soffermandomi sull'asettica copertina, però, avevo perfettamente compreso di non trovarmi difronte a uno young adult come gli altri. Le affinità alchemiche, i cui diritti sono stati già venduti in 8 paesi, era figlio di un gusto letterario e di un oscuro livello di auscultazione, che era proprio di bestseller come Acciaio e La solitudine dei numeri primi. Nonostante la freddezza superficiale, con una trama capace di fare innamorare e discutere, era destinato allo stesso successo, ma altresì alle stesse diatribe che hanno reso, e tuttora rendono, i romanzi di Paolo Giordano e Silvia Avallone oggetto delle critiche più feroci e degli elogi più commossi.
Ricordate cosa diceva Shakespeare, preannunciando il triste fato dei suoi Romeo e Giulietta? “Queste gioie violente hanno fini violente. Muoiono nel loro trionfo come la polvere da sparo e il fuoco, che si consumano al primo bacio.”
I due giovani protagonisti sono lingue di fuoco in una polveriera. Uniti in un'unica fiamma come Ulisse e Diomede all'Inferno, tuttavia destinati a far crollare una famiglia intera, le forme più radicate di pensiero, la loro società. Non hanno i nomi delle casate opposte di Montecchi e Capuleti, ma, per loro sfortuna, all'anagrafe sono segnati come Giovanni e Selvaggia Mantegna. Un cognome che li vincola eternamente, classificandoli per quello che, in diciott'anni di vita lontani, non si sono mai sentiti davvero: fratelli. 
Figli di genitori che, quando erano ancora in fasce, si sono separati, separandoli, per poi portarli, una vita dopo, a vivere sotto lo stesso tetto, nella città dell'amore – Verona – e nel “tempo delle mele” e dei bombardamenti ormonali – l'adolescenza. Con l'estate che impazza fuori, le gonne che si accorciano vertiginosamente e le notti alcoliche che non finiscono più, il loro primo incontro è un seducente risveglio di sensi. Sono cotti l'uno dell'altra, ubriachi di desiderio al primo “ciao”. La prima impressione è quella di trovarsi dinanzi a una sfiziosa farsa in jeans e T-Shirt. Lontano dai lividi ancora sanguinanti di Proibito e dai canoni, mi ha colpito e sorpreso per l'approccio giocoso, erotico, irresponsabile, seducente.
Inoltre, come una piacevole commedia in costume, non ha come narratore uno dei protagonisti, ma una sorta di giullare onnisciente ed estraneo alla storia, che, con strafalcioni ed espressioni da fumetto, risulta, a volte, sgraziato e burlone; altre, con esclamazione enfatiche, vocativi d'altri tempi, frasi in assonanza e toni inusualmente lirici, poetico, giovanile, intimista. L'utilizzo del tutto particolare di aggettivi inusitati e avverbi accademici fa meravigliare dell'audacia delle scelte linguistiche e, a tratti, fa sorridere, contrapposto ai “moccieschi” nomignoli dei compagni di Johnny e all'austera semplicità dei coniugi Mantegna, che, come nel gergo dell'Italia settentrionale dabbene, non sono per Selvaggia e Giovanni genitori, bensì parents. Questo entusiasmo iniziale, purtroppo, non ha voluto (e potuto) accompagnarmi oltre la prima metà del romanzo e, scoperta ad ogni nuovo passo la reale indole dei protagonisti, la fresca originalità dell'inizio è degenerata in un'antipatica leziosità di fondo.
Da annunciati epigoni di Romeo e Giulietta, i due sono diventati spaventosi mostri di egoismo e il loro continuo cercarsi è diventato quasi inquietante: l'Alcatraz dell'amore. E' un'insana ossessione quella che comincia a legarli visceralmente; un sentimento sensuale e sbagliato che li cambia nel fisico e nella psiche, fino a isolarli in un lussuoso fortino fatto di lenzuola ancora calde di amplessi, gite fuori rotta e collane costose. Giovanni è, come lo chiama spesso il beffardo narratore, un ingenuo “sardone” sottolio: un ragazzo troppo buono, che non sa dire mai di no agli occhi di smeraldo e alle mani calde della sua sorella/amante. Selvaggia, invece, ha il fascino e la sottile cattiveria di una comune teenager, ma elevati all'ennesima potenza, in un corpo statuario e sexy – tentatore come la più succosa delle mele per Adamo - che la rende una nuova, ammiccante Lolita. Parlando schiettamente, l'ho trovata semplicemente odiosa! Come ho trovato odioso il suo gemello che, perdutamente irretito dal fascino di quella maga portatrice di un doppio cromosoma X, è legato per sempre al suo capriccioso amore, che da morbido nodo potrebbe diventare un ruvido cappio. Quando ho letto del suo lui che, con mani tremanti, spiava il profilo del suo seno nudo dalla fessura della porta, ho capito di aver sbagliato, forse, tragedia. Lei, maliziosa e corrotta, non era la dolce Giulietta. Ma Lady Macbeth. La fata Morgana.
Lei che era la tua Psiche dalla leggiadria infinita, e la tua Lesbia più sensuale; la tua Circe soggiogatrice, e la Marzia più empatica; la tua Calliope – la poesia più pura – e la ritrosa Dafne che profuma di rosa.”
In Proibito era forse il degrado che faceva da cornice ad avermi profondamente commosso. La povertà che regnava all'esterno, ma non nei loro cuori graffiati. Qui, l'ostentazione di tanto benessere mi ha, al contrario, infastidito. Settimana bianca per la vacanze, Mito fiammante a Natale, gioielli e mazzi di rose per riparare a un torto amoroso: l'amore tra questi due fratelli ritrovati è spoglio di qualsiasi sognante idillio. Nonostante la forma armoniosa in cui è narrato, è concreto nel senso più brutale del termine. Ha un prezzo. Si arriva, in questo modo, al finale già stremati. Ci facciamo scorrere addosso il bellissimo ed emozionante epilogo che i nostri cuori, purtroppo, hanno già spento l'interruttore dinanzi all'ennesima ostentazione o bugia. Qualche pagina, e qualche vagheggiamento in meno, avrebbero potuto fare una sostanziale differenza. I lunghi pianti, i “m'ama non m'ama” ripetuti allo sfinimento e i tira e molla trascinati fino agli ultimi capitoli non fanno di certo dimenticare la straordinaria maestria con cui è scritto, ma lo rendono lento, non provocatorio.
Avvalendosi di una scrittura raffinata e ispirata, Le affinità alchemiche è logorroico, eccessivo, ribelle e sprezzante, quasi come fosse stato scritto dagli spiriti stessi che fanno dell'adolescenza un inferno e un paradiso insieme. Se, accanto alla maturità della giovane autrice, c'è un'altra cosa che ho apprezzato è l'immensa, straordinaria strafottenza che lo pervade. Un invito fisico ad amare chi ha la pelle diversa dalla tua o il tuo stesso sesso senza il bisogno che il mondo, fuori, comprenda. Io, personalmente, penso di non aver compreso. Selvaggia e Johnny, rintanati in un nuovo utero, legati per sempre da un nuovo cordone ombelicale, hanno fuggito i miei sguardi. Il loro mondo, in parte, è rimasto una zona con “Vietato l'accesso” e io, per poco, mi sono accontentato di studiarne i gesti e le storie dallo spioncino.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Gotye – Somebody that I used to know 
 

20 commenti:

  1. Deve arrivare anche a me, sono curiosa

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  2. Le tue recensioni riescono a incuriosire le persone anche se il libro in questione non è gran chè;
    ti prego, crea una saga, una raccolta di novelle, scrivi scrivi scrivi perchè non mi stanco mai di leggere con quanta maestria riesci ad usare le parole a tuo piacimento!

    Quando ho letto la trama ho pensato subito a Proibito; mi ha un pò lasciato l'amaro in bocca, pensare che certi temi (una volta usciti) vadano improvvisamente "di moda". L'incesto, così come poco fa il romanzo erotico di 50 Sfumature e qualche anno addietro i vampiri della Meyer, è evidentemente un tema che stuzzica spesso la curiosità dei lettori. Mi viene quindi spontaneo pensare che la Coltorti abbia voluto soddisfare questa voglia, più che dedicarsi davvero ad una storia sua sentita.
    Come dici tu, sarà l'ambiente in cui era immerso Proibito ad aver fatto la netta differenza rispetto a Le affinità Alchemiche.

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  3. Caro Ink., che dire l'avevo adocchiato, ma con riserva.... continuo ad essere curiosa, se la Mondadori lo manda lo leggerò... Grazie per avermi dato una direzione....

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  4. wow bellissima recensione, hai un dono naturale *_*
    non vedo l'ora che mi arrivi per iniziarlo :)

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  5. Davvero un libro interessante... complimenti per la recensione... e bravo per la scelta della canzone. L'adoro!

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  6. Il libro mi incuriosisce davvero, anche se temo che dopo aver amato Proibito incapperò in troppi paragoni... resta comunque in WL. La tua recensione come sempre è un capolavoro, non smetterei mai di leggere quando sei tu a scrivere: se un giorno decidessi di usare le parole per scrivere una storia la voglio in cima alla mia lista :)

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  7. Mmm, quando ho iniziato a leggere la recensione i miei occhi hanno iniziato a brillare e nel mio cervello iniziava a lampeggiare il messaggio "Devi comprarlo, devi comprarlo"... Poi ho continuato a leggere la tua recensione e piano piano il messaggio nel cervello si è spento.
    Non sono per niente sicura di voler leggere questo libro, credo che aspetterò qualche altra recensione e poi vedrò. Sicuramente la storia mi incuriosisce, ma non sono per niente convinta...

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  8. Ho letto la tua recensione su Anobii e mi è piaciuta molto, anche se mi sento prevenuta su questo libro: il titolo strizza l'occhio ai numeri primi, la trama alla Suzuma (che copiava McEwan). E poi c'è l'ennesima adolescente "miracolata" da una grande casa editrice. Però lo ammetto, sono curiosa.

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  9. Non sta scritto in nessun breviario del Romanziere Perfetto che i personaggi di un romanzo, soprattutto se più intelligente che furbo, debbano essere campioni di simpatia. Anzi, consiste anzitutto in questa scelta, l’onestà intellettuale di chi non intende compiacere nessuno: nemmeno le milioni di lettrici di “Cinquanta sfumature di grigio”, “La solitudine dei numeri primi” o “Acciaio”.

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  10. @Ossimoro, grazie mille! Mi segno "Il giardino di cemento", di McEwan :)
    @Anonimo, verissimo! Ma, così come l'autore di ogni libro ha una sua onestà intellettuale, ne ho una anch'io e non ho potuto non esprimere il mio parere sul carattere di Selvaggia e Giovanni, attorno ai quali, oltretutto, ruota l'intero romanzo. E penso che nemmeno "Acciaio" e "La solitudine dei numeri primi" vogliano compiacere nessuno. Io ho detestato anche i loro protagonisti, se è per quello! Spero che tu la penserai diversamente da me, a fine lettura. La mia recensione è spiccatamente soggettiva!

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    1. Questo libro lo hai letto in cartaceo o in ebook, per curiosità?

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  11. The picture was taken by Laurita Mazapàn.
    Facebook: http://www.facebook.com/laurita.mazapan.3
    Flickr: http://www.flickr.com/photos/lefabuleauxdestindameliepoulain/
    Please, post the photografer, the pic cannot be left anonimous!!
    Thank you!

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    1. Thank you! I found it on the web, but I didn't know the name of the photographer. I will write it in the post immediately :)

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  12. L'ennesimo romanzetto adolescenziale semplicemente patetico, pubblicizzato con tanto di tromboni e nacchere, la Mondadori ha abilmente sfruttato la storia mediocre di una adolescente, per vendere ancora una volta una manciata di libri allo scopo di assecondare la malizia e il guardonismo tipici del pubblico giovane di oggi. Se 50 anni fa storie di tal calibro sarebbero state relegate ai fotoromanzi, oggi ahimè certi temi sono arrivati in libreria. Se desiderate leggere qualcosa di patetico, a momenti parodistico, che sembra quasi avere la sfrontatezza di avvicinarsi ad un classico intoccabile quale Romeo e Giulietta, questo è uno di quei romanzi irritanti fortunatamente rari. Altro che stile, altro che originalità, una storiella evidente frutto di elucubrazioni di pruriti adolescenziali repressi, agghindata con tono letterario e rimaneggiata dagli abili dottori del marketing letterario di Mondadaori.

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  13. “Le affinità alchemiche” ci offre una sorprendente lettura antiromatica del desiderio amoroso e ci dice che se nel complesso edipico la conflittualità riguarda i sentimenti di amore e odio per i genitori, in queste pagine ove a essere in gioco è il complesso fraterno, la conflittualità riguarda invece l’ambivalenza, la rivalità e l’amore narcisistico nei confronti di un altro riconosciuto come fratello o sorella.
    Lo straordinario romanzo di Gaia Coltorti ha, fra le molte altre cose, il grande merito di ricordarci che la dimensione rivalitario-mimetica dei desideri non è mai modificata dalle inclinazioni sessuali: essa è la stessa fra gli omosessuali, è la stessa tra gli uomini come tra le donne ed è la stessa, infine, tra consanguinei e non consanguinei.
    Completata la lettura, torniamo alla quantità di “avvisi” e “osservazioni” disseminate dall’autrice proprio in questa chiave conflittuale-mimetica (e perciò stesso antiromantica): essi sono rivolti direttamente al lettore tramite una serie di lampeggianti minimi ma anche l’uso, a volte, di grosse segnaletiche stradali tramite cui l’autrice stabilisce un rapporto molto forte col lettore, alimentando un dialogo continuo.
    Si tratta di un lavoro egregio, che ti tira dentro la caduta dei due amanti e non ti lascia più andare: per dirla coi Maestri, Gaia Coltorti è un giovanissimo e perturbante esempio di quel che nella nostra epoca barbara sembra impossibile: poter affrontare con equilibrio e ironia questioni talmente appesantite dal bagaglio al plutonio delle ideologie, che al più timido accenno ci sembra di essere investiti da una valanga.
    Ecco. Cercare di scrivere un romanzo innovativo che prova a rivolgersi al pubblico tradizionale senza scordarsi di quello non meno fervido rappresentato dagli “happy few”, i cari pochi sempre in grado di intercettare e condividere lo spirito (anche dissacrante, certo) di una ricerca come quella che dà vita alle “Affinità”, ossia a qualcosa di miracolosamente condotto a buon fine e di cui l’autrice misteriosamente indovina lo scioglimento (Guglielmi).
    Dunque: perenne sfida fra ragazzi, torneo permanente dei sessi; il forte divario (psicologico e in termini d’esperienze) esistente fra i due giovani protagonisti non stimola il desiderio di conoscenza, ma se mai quello dell’emulazione (Guglielmi). E ancora: insopportabili sdolcinerie e battute argute, sognanti tenerezze e risate giacintine scambiando baci sotto una luna d’erba: oh, persino le bizzarrie (e le incongruenze, persino!) non devono disorientarci, qui, sapendo benissimo che il primo a predisporne ovunque era proprio Shakespeare.
    Il desiderio daccapo. Che è famelico quanto il mare e può digerire tutto quel che divora. Senza sforzi, tramite le sue “febbri” irresistibili e le sue micidiali escalation, il desiderio mimetico può trasformare gli esseri umani in veri e propri mostri morali, oltre che fisici. Così, è nel cuore esatto del maëlstrom indotto dal mimetismo, che Johnny e Selvaggia, sprofondando, nel corso della festa di Capodanno ballano per l’ultima volta avanti ai nostri occhi. Nel loro modo indimenticabile, in queste pagine di romanzo destinate a restare.

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  14. Prendere scorciatoie (non dichiarate) non è corretto soprattutto verso chi, invece, si fa un mazzo così.
    Quindi, ragazzi, non prendete la facile e breve via della camera di vostra sorella: l'incesto è una cosa proprio repellente! E poi finisce male! Non solo nella letteratura, ma pure nella realtà: lo scrittore Guido Da Verona, gran collettore di reminiscenze incesto-letterarie di più secoli, ha finito per spararsi con una pistola (probabilmente una "Colt") proprio come il suo personaggio incestuoso Arrigo, protagonista di "Colei che non si deve amare"!! Lui sì che fu un vero seguace di D'Annunzio: perfetta identità tra arte e vita!

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  15. Io l'unica cosa che trovo da obiettare è la grafica della copertina: i sedili di quel pulman, con quelle righette orizzontali, mi paiono modernariato anni '70...

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  16. Per i miei gusti, in sto romazo ci sono troppi "seppure". Io preferisco "sebbene". Il seppure, con quel "pu" mi richiama alla mente la suppurazione, la putrefazione....ma forse si tratta di un'abile mossa dell'autrice per instillare l'inquietudine che preannuncia la fine cui sono destinati i protagonisti. Forse in quest'ottica vanno letti i paragoni ai pesci morti...cioè Giovanni viene definito spesso "sardone sott'olio", mentre Selvaggia ha le "labbra salmonate"...Ma, data la mia smodata golosità, a me queste metafore da pescheria lungi dall'inquietarmi, mi fanno venir voglia di gustare un bel branzino al forno...

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    1. Io ho trovato un po' assurdo che la sorella e il padre che non rivedeva da anni non abbiano nemmeno tentato di parlare, di instaurare un dialogo, di conoscersi. Stessa cosa per il fratello e la madre che non rivedeva da anni.
      E' tutto "fatto apposta" per favorire la storia incestuosa, a discapito della verosimiglianza.

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