venerdì 6 settembre 2019

I film che leggeremo: cast da best-seller

Il cardellino
10 ottobre 2019
Un'autrice dal fascino innegabile; un romanzo premio Pulitzer; una storia di formazione, arte e mistero che si dipana in oltre 800 pagine. Le stesse di cui, mi assicurano, farei meglio a non preoccuparmi troppo. Nella mia libreria dal giorno della pubblicazione, mai approcciato per paura di imbarcarmi in una lettura troppo complessa nel momento sbagliato, Il cardellino spicca il volo verso il grande schermo. Un best-seller celebratissimo non poteva avere un cast da poco: Ansel Elgort, Nicole Kidman, Luke Wilson, Sarah Paulson e Jeffrey Wright saranno diretti dal regista del delizioso Brooklyn nella pellicola attesa proprio in questi giorni al Toronto Film Festival. Riuscirò a rispettare il mio buon proposito – vale a dire, il faccia a faccia definitivo con Donna Tartt – dopo tanto titubare?


Che fine ha fatto Bernadette?
10 ottobre 2019
Che fine ha fatto, piuttosto, Richard Linklater? Dopo la trilogia con Julie Delpy ed Ethan Hawke e i miracoli di Boyhood, storia di una crescita immortalata in vent'anni di riprese, il regista statunitense sembra essere a corti di progetti interessanti. Potrà riscattarlo la divina Cate Blanchett, qui mamma in fuga dalle pretese di marito e figli, al centro di una commedia gialla tratta dall'omonimo romanzo di Maria Semple? Con lei: Billy Crudup, Steve Zahn, Judy Greer, Kristen Wiig, Megan Mullaly. Se dagli Stati Uniti arrivano stralci di recensioni tutt'altro che entusiastiche, fa invece gola il prossimo progetto annunciato da Linklater: un musical girato nuovamente nell'arco di un paio di decenni, Merrily We Roll Along, che non vedremo in sala prima del 2040.


L'uomo del labirinto
30 ottobre 2019
Si era ispirato alla cronaca nera per il suo esordio cinematografico, poi premiato ai David di Donatello da Steven Spielberg in persona. A sorpresa – chi lo avrebbe mai detto? – i colpi di scena della Ragazza nella nebbia convincevano ancora più che su carta. Lo scrittore Donato Carrisi torna al cinema, e adatta ancora sé stesso. Ritrova Toni Servillo, ormai attore feticcio, e lascia Jean Reno per un'altra star internazionale: Dustin Hoffman. Conigli di lynchiana memoria, una ragazza senza identità, un intrigo al cardiopalma. L'uomo del labirinto, a oggi, è per me il migliore dei suoi romanzi accanto al Suggeritore. Lo confesso perciò, ho doppiamente paura. Come se la caverà Carrisi, Minosse incontrastato del suo stesso dedalo della suspance?


Mio fratello rincorre i dinosauri
5 settembre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo del giovane Giacomo Mazzariol, poi anche sceneggiatore della serie Baby, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dalla convivenza con fratellino dalla sindrome di Down. Sospettavo una scrittura a tavolino e un battage pubblicitario spietatissimo, per inseguire la scia di un altro successo basato su affetti e diversità: Wonder. Mi sbaglierò? Preferisco scoprirlo, per una volta, direttamente in sala: anzi, in homevideo quando sarà. Se qualche pregiudizio resta, ispirano maggiore fiducia Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e Rossy de Palma.


Tutto il mio folle amore
24 ottobre 2019
Sono un amante delle storie vere, soprattutto se si parla di questioni di famiglia. Ma davanti al successo mediatico di Andrea e Franco Antonello, aiutati nella scrittura dall'autore Fulvio Ervas, ho sempre diffidato. Subodoravo una storia ruffiana e buonista, capace di fare breccia facilmente grazie agli aneddoti toccanti regalati dall'avventura on the road con un figlio autistico al seguito. Insomma: cambiano i nomi, cambia la patologia, ma il sospetto – troppi ammiccamenti, gran furberia – è identico a quello di cui è vittima Mazzariol. Almeno su carta. Al cinema, infatti, Se ti abbraccio non aver paura preferisce citare Domenico Modugno nel titolo, portare sulla retta via il nostro Gabriele Salvatores – basta, per favore, coi cinecomic – e far montare in sella Claudio Santamaria e Valeria Golino. Il viaggio sarà memorabile come spero? Dal Festival di Venezia, si aspettano notizie fresche e cartoline.


A Million Little Pieces
30 agosto 2019 (UK)
Potrebbe essere il film più interessante della carrellata. Potremmo, purtroppo, non vederlo mai doppiato in italiano. Passato al Toronto Film Festival più di un anno fa, apprezzatissimo dalla critica in particolare per la prova maiuscola di Aaron Taylor-Johnson – qui diretto dalla moglie Sam, regista di Cinquanta sfumature digrigio –, non ha nessuna data di distribuzione. Eppure del romanzo alla base, in patria, si è parlato in lungo e in largo. Spacciato dall'autore per un'autobiografia – storia di cadute e rinascite, in sintesi, fra alcol e droghe pesanti –, aveva preso tutti in contropiede quando si era rivelato un romanzo magnifico ma una mistificazione; un'opera di finzione annunciata per vera. Ma davanti a un prosa inappuntabile, davanti a un bel film, perché stare qui a sindacare?

Il re
1 novembre 2019
Non c'è best-seller senza William Shakespeare. Già citato nella puntata precedente con la trasposizione in chiave femminista di Ophelia, il Bardo – instancabile e inesauribile fonte d'ispirazione – torna in sala, anzi su Netflix, con Il re. Addamento cinematografico brutto, cattivo e violento, che in due ore condensa titanicamente sia Enrico IV sia Enrico V ma schiera sul campo di battaglia i bellissimi di oggi: le fan di Twilight avranno sguardi d'eccezione per Robert Pattinson, ma attesa e ammirazione qui sono tutte per Thimotée Chalamet e Lily-Rose Depp: anche coppia nella vita reale, stando ai rotocalchi, o per mero gossip o per passione filologica verso i classici, ci faranno seguire di buon grado anche un rimaneggiamento poco necessario.

mercoledì 4 settembre 2019

Recensione a basso costo: Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano

Tutta la vita che vuoi, di Enrico Galiano. Garzanti Superpocket, € 6,90, pp. 414 |

A bordo di un Suv BMW ci sono tre diciassettenni dall’aria sospetta. Il veicolo è rubato e, per di più, nessuno di loro ha la patente. Alla guida c’è Giorgio: vestito a lutto, preso spesso in giro per un’omosessualità mai confermata, incespica nelle parole giacché balbuziente da sempre e poiché, quella mattina stessa, ha sepolto il fratello maggiore: Luca ha portato nella tomba con sé un segreto non così inimmaginabile e una passione per le canzoni di Michael Bolton. Accanto, al posto del passeggero, siede il migliore amico Filippo Maria: uno con il nome da nobile e un’infanzia da disperato, che storpia e inventa parole a caso – è dislessico – ma ne ha di sceltissime quando si tratta di insultare il prof di fisica, corteggiare l’ambita Giada o fare i conti con una madre traditrice che l’ha abbandonato in fasce. Dietro, con il viso che sbuca fra i poggiatesta, c’è Claudia detta Clo: cresciuta in comunità con il mito di Thelma & Louise, sgraffigna cose al centro commerciale per sport – cellulari e pistole – e su foglietti volanti prende nota dei dettagli che rendono questa esistenza degna di essere vissuta. Sono in fuga, e lo erano anche prima di incrociarsi. Il primo punta a San Martino, il secondo a Pisa e la terza direttamente in Francia, tanto grande l’ansia di essere sbattuta in un carcere minorile. 

Al mondo importa poco sapere chi sei e perché fai quel che fai. Al mondo importa solo essere convinto di saperlo. 

Questo folle trio è unito da un piano preciso: realizzare, in giornata, quei desideri indicibili che poco prima si sono sfidati a urlare a voce alta. Ma a raccontarci il sogno di una vita spericolata, a far davvero da collante, è la penna ritrovata di Enrico Galiano: al suo esordio, qualche anno fa, l’insegnante più popolare del web aveva riempito di dolcezza e malinconia con una storia d’amore sui generis che tutt’oggi ricordo con affetto. Sapendolo ormai in libreria con il suo terzo successo, complice la ristampa economica di questo titolo intermedio, ho recuperato a ritroso la sua seconda fatica: all’epoca dell’uscita, fra pareri discordanti e una trama che ispirava meno fiducia, avevo scelto di aspettare il tascabile. Magari l’estate? Letto sotto l’ombrellone in un paio di pomeriggi, un Galiano più leggero e divertito racconta attraverso una baraonda di voci diverse la cronaca di un sabato all’insegna delle effrazioni e dell’ora o mai più. Un’avventura politicamente scorretta, dove sul capo dei personaggi pende un serissimo mandato d’arresto: contro di loro sono infatti state sguinzagliate tre pattuglie dei carabinieri, dal momento che, fra le innumerevoli malefatte, Clo e soci hanno indossato maschere di Shrek per rapinare una trattoria frequentata dai peggiori xenofobi. 

Non è vero che nasciamo una volta sola, possiamo nascere tante volte, nasciamo quando mettiamo per la prima volta un passo dopo l’altro e riusciamo a camminare, nasciamo il giorno in cui finalmente decidiamo di dire qualcosa che ci siamo tenuti dentro per troppo tempo, e poi, e poi, nasciamo quando per la prima volta mettiamo il naso nel cuore di qualcuno e lasciamo che qualcuno metta il naso nel nostro, e ne sono sicura perché è quello che è successo oggi, e quindi lo so. Ecco cosa volevo dirvi, nel caso non ci vedessimo mai più. Che alla fine possiamo nascere infinite volte la prima volta non la decidiamo noi ma le altre sì, quello succede a tutti, ma vivere, quanti vivono per settant’anni senza aver mai vissuto davvero? No, ora lo so, vivere è una cosa che si va a prendere, che si strappa via, con le unghie e con i denti. E nasci ogni volta che te lo ricordi.

Per me inferiore al romanzo che l’ha anticipato, Tutta la vita che vuoi è una vicenda a lungo indecisa fra semplicità – in chiusura, ecco svelate le poetiche voci della lista di Claudia – ed esagerazioni da teen comedy americana. A tratti potrebbe ricordare perfino un po' troppo Città di carta, letto ai tempi con occhi innamorati. Ma c’è del buono, sì: il cenno a un triangolo platonico ma poliamoroso, che affronta con coraggio la sessualità dei suoi protagonisti, e lo spirito da canaglia che non ti aspetteresti mica da un autore all’inizio paragonato – ricordiamolo, sono entrambi insegnanti – al lezioso D’Avenia. 
Per quanto questa volta non mi abbia entusiasmato, galeotta una vicenda con sprezzo del buon senso che a venticinque anni mi ha già fatto sentire un vecchio brontolone, Enrico Galiano continua a piacermi. Non fa partacchioni gigioneggianti, non ti guarda dall’alto in basso, né dà lezioni prestampate – qui non ne dà affatto, forse, e a me è parso un po’ il suo vero limite. Sembra immaturo e divertito tanto quanto il suo trio. Sembra, a colpo d’occhio, che questa sia l’opera prima anziché una sperata riconferma.  
Non è un romanzo perfetto, non il romanzo che aspettavo. Ma è un viaggio che delle sue sbavature, dei suoi atti vandalici grandi e piccoli, delle sue trasgressioni alla piattezza del quieto vivere, va sinceramente fiero. E per questo fa simpatia dall’inizio alla fine, facendoci cadere “eppure felici”, nonostante il posto di blocco al prossimo svincolo.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Achille Lauro - Rolls Royce

lunedì 2 settembre 2019

Recensione: Nemesi, di Philip Roth

Nemesi, di Philip Roth. Einaudi, € 11, pp. 182 |

Era la mafia a uccidere solo d’estate nel film d’esordio di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. A seguire lo stesso modus operandi, a metà degli anni Quaranta, è un’altra maledizione: la poliomelite. All’inizio assimilabile a una comune influenza – temperatura corporea in aumento, spossatezza, torcicollo –, presto riduceva le sue vittime a gusci vuoti; fantocci inamovibili intrappolati dentro un letto d’ospedale, in un polmone d’acciaio. I più colpiti: i giovanissimi. È una strage fra i minori di quattordici anni. Il morbo implacabile falcia un’intera generazione di bambini mentre gli Stati Uniti, già colpiti fin dentro le ossa, si struggono per i caduti a Pearl Harbour.

Dentro il carro Mr Cantor vide il feretro. Impossibile credere che Alan giacesse in quella disadorna, pallida cassa di pino solo perché si era preso una malattia estiva. La cassa da cui non esiste via di fuga. La cassa in cui un dodicenne resta per sempre un dodicenne. Il resto di noi sopravvive e invecchia, ma lui continua ad avere dodici anni. Trascorrono milioni di anni, e lui ne ha ancora dodici.

A Newark, nello stato del New Jersey, si disputa quindi una doppia guerra mondiale: da un lato abbiamo l’inquietudine per gli allarmi antiaerei; dall’altro, invece, il rumoroso passaggio delle sirene dell’ambulanza. Ma del propagarsi del morbo, a lungo, nessuno parlerà: gli americani se ne rendono conto quando i casi di polio ammontano già a quaranta. Le cause, sconosciute. Colpa degli immigrati italiani, che sputacchiano dappertutto; degli hot dog a buon mercato; dei bagni sporchi; dei cani e dei gatti; degli scemi del villaggio?  Un allarmismo da caccia alle streghe fa abbattere i randagi come fra le strade di Chernobyl, evitare il contatto con il prossimo, scappare dai centri più popolosi puntando diritti alla linea del mare. Qualcuno, appartenente alla schiera dei privilegiati, taglia la corda. Qualcuno, la maggioranza, resta. E continua a chiacchierare sul portico di casa come se nulla fosse, mentre i bambini fanno cose da bambini e sperano in cuor loro che l’estate – perfino quell’estate famigerata, sì – non finisca mai. Se il germe più pericoloso è la paura, come difendersi? Non preoccupatevi, siamo in un altro bellissimo romanzo di Philip Roth. 
La tragedia, lontana dalla cronaca asciutta e senz’anima che poco gradisco, è raccontata dal punto di vista di un uomo comune. Un anti-eroe al centro del contagio – non un soldato di stanza altrove, né un villeggiante baciato dalla fortuna –, con il fisico scattante e gli occhiali troppo spessi. Avrebbe voluto arruolarsi insieme ai migliori amici, ma la miopia l’ha costretto lì:  ad allenare i bambini a softball, con la speranza di fare comunque la differenza.

Doveva trasformare la tragedia in colpa. Doveva trovare una necessità a quanto accaduto. C’è un’epidemia e lui ha bisogno di trovare la ragione. Deve chiedere perché. Perché? Perché? Che si tratti di qualcosa di insensato, contingente, incongruo e tragico non lo soddisfa. Che si tratti del proliferare di un virus non lo soddisfa. Cerca invece disperatamente una causa più profonda, questo martire, questo maniaco del perché, e trova il perché o in Dio oppure in se stesso oppure, misticamente, misteriosamente, nel loro letale fondersi nell’unico distruttore.

Nato in una famiglia d'origini polacche, allevato sano e forte nel retrobottega dei nonni, Bucky Cantor è l’emblema del ventitreenne tutto d’un pezzo. Stoico per natura, disabituato all’ironia, fa i conti con la sindrome del sopravvissuto e con la vergogna dei codardi: nei giorni buoni, però, gli sono di consolazione quei novanta ragazzi di cui prendersi cura e l’amore a distanza per Marcia, che gestisce goffamente al telefono. In che modo alternativo può manifestarsi l’eroismo in mancanza di un’esistenza consacrata all’azione? 
Marcus, indimenticato protagonista di Indignazione, si poneva domande simili nel romanzo di formazione che mi aveva fatto innamorare per la prima volta della penna del mancato premio Nobel. Era l’anticonformismo a parlare; una smania di ribellione che si esprimeva nelle accese invettive contro un decano intransigente. Era un senso di colpa logorante, insito forse nelle radici stesse dell’essere ebrei, che portava il giovane a commettere scelte sbagliate in nome di alti ideali. In principio inarrestabile, quintessenza della mascolinità, come reagirà invece Bucky davanti alla prospettiva di accettare un impiego su un quieto lungolago che ricorda la magia dei campeggi di Nickolas Butler?  A raccontarci le tappe del percorso dell’allenatore, perseguitato dalla tragedia e da dubbi sempre più striscianti, è Arnold: un personaggio che eccezionalmente non condivide mai la scena con Cantor prima della fine; uno dei suoi allievi, che in prima battuta si ammala per non riprendersi mai definitivamente.

Non metterti contro te stesso. Nel mondo c’è già abbastanza crudeltà. Non peggiorare le cose facendo di te un capro espiatorio.

Il popolo di Facebook, in questo periodo, si divide fra vax e no vax
I miei genitori, nati sul finire degli anni Sessanta, sull’avambraccio hanno la cicatrice del vaccino antivaiolo. 
Gli stendardi di Bucky, le sue ferite, sono invisibili e profondissime, di quelle condivise soltanto dai personaggi letterari dotati di una simile intensità. Se la prende con Dio, tanto lodato eppure tanto crudele. Se la prende con sé stesso, tanto affidabile eppure tanto sfortunato: che abbia nuociuto anche ad altri, dopo aver ammazzato sua madre venendo al mondo? Romanzo storico dalle ricostruzioni inappuntabili, con le angosce di un survival horror senza scampo, Nemesi cerca un senso, un perché, a un’ondata mortifera misteriosa come lo sono d’altronde tutte le pandemie. E lo trova in una scrittura inimitabile, che condensa grandi emozioni in pagine centellinate. In un capogruppo in canottiera, pantaloncini e scarpe da ginnastica, che alla fine della corsa lancia il suo amato giavellotto sotto lo sguardo conquistato degli allievi. Sembra proprio Eracle in persona, il figlio di Zeus. Un velo di sudore sulle tempie, le gambe solide, i muscoli tesi. Poi un grido di battaglia, che diventa pian piano sintomo di dolore e frustrazione. Un urlo elevato verso ciò sfugge e tormenta; verso un cielo aperto che, comunque vada, sera dopo sera, tramonterà sulle disgrazie di un’estate memorabile. E della vita stessa. 
Il mio voto: ★★★★½
Il mio consiglio musicale: Francesco Guccini - Dio è morto

venerdì 30 agosto 2019

Recensione: I leoni di Sicilia. La saga dei Florio, di Stefania Auci

 
I leoni di Sicilia, di Stefania Auci. Nord, € 18, pp. 436 |

Restano la famiglia sulla bocca di tutti, i Florio. Ne è passata di acqua sotto i ponti, si sono avvicendati inesorabilmente gli anni e i secoli, ma la loro buona stella non si è mai spenta. Non del tutto. Se qualcuno non conosceva la storia della loro ascesa folgorante – nell’Ottocento, partiti in povertà, divennero una leggenda –, a rinfrescarci la memoria in libreria è il romanzo più popolare del momento. Conteso dagli editori internazionali, ai vertici delle classifiche di vendita, già opzionato per una serie televisiva, I leoni di Sicilia è stato benedetto dallo stesso successo della stirpe che descrive. Sui Florio, così, ci si documenta ancora: l’attenzione è verso le loro origini, i loro commerci altalenanti, le loro passioni. E dell’autrice che ne ha rispolverato il ricordo, Stefania Auci, si parla con termini entusiastici scomodando spesso un insuperabile metro di paragone: Elena Ferrante. Siamo al cospetto di un’altra saga familiare, di una nuova serie di romanzi corteggiata dai lettori stranieri e dal piccolo schermo, ma le analogie finiscono presto. Incrociata in passato fra le firme del blog Diario di pensieri persi, scrittrice tanto di urban fantasy quanto di romanzi rosa, la Auci ha scoperto una miniera d’oro alla fine di cotanta gavetta, nella sabbia della sua Sicilia. Ma se da un lato la lettura ha confermato la sua abilità narrativa, dall’altro ha dato fondamento a un pensiero ricorrente: benché ci provi questo genere non mi si addice. Si parte da lontano, lontanissimo, con un terremoto che spinge i protagonisti a scappare: da Bagnara Calabra a Palermo con un imbarcazione modesta, senza il biglietto del ritorno, due fratelli carichi d’ambizione decidono di avviare un’attività da zero.

Oltre quelle mura, oltre il cortile della Zecca Regia, c’è Palermo. Anche lei è un’amante possessiva, e Vincenzo lo sa: gelosa, volubile e capricciosa, capace di rifiorire o di annichilirsi in una notte. Ma, dietro le apparenze, nasconde un’anima d’ombra. […] In quel periodo, la città vive un misterioso stato di grazia: si ricopre di colori, si riempie di cantieri e nuovi edifici. E, dei suoi soldi, dei soldi di Casa Florio, Palermo ha bisogno.

Lavoratori indefessi, all’inizio poco più che semplici scaricatori di porto, Paolo e Ignazio prendono le redini di una putiedda. Dalle spezie d’importazione all’invenzione del tonno sott’olio – passando per commerci di polvere di china, medicinali, vini destinati alle tavole reali – il passo è nient'affatto breve. Include ben tre generazioni di uomini, e va a toccare un’isola contesa da Napoleone e dai Borbone. Il mondo dorato dei commercianti può forse resistere senza mostrare i segni dello scompiglio? C’è un’epidemia di colera, foriera di un’isteria generale. Ci sono rivolte e barricate in strada, mirate a rovesciare i regnanti. Il sogno: creare una nuova Sicilia, finalmente libera dai soprusi di Ferdinando, per sottrarsi a un’estenuante sudditanza. Costretto a finanziare suo malgrado il governo rivoluzionario, a prendere le redini della famiglia è Vincenzo: figlio di Paolo, nipote di Ignazio, è uno squalo solitario e dotato di un pessimo carattere. L’accesa rivalità con i Canzonieri, una famiglia che lo taccia di essere un parvenu, gli instilla il dubbio di non essere abbastanza. In risposta, così, lui studia in Gran Bretagna, presta soldi a usura ai nobili decaduti, impone un prezzo a tutto: anche all’amore verso la sua scandalosa amante, di lì a poco madre dei suoi figli. Cagionevoli e malinconici, i maschi della famiglia si dedicano troppo agli affari e poco ai sentimenti e, pensando al portafogli, rinunciano alla bellezza del mare: eccolo relegato sullo sfondo, nell’anonimato, mentre loro si danno a testa bassa al lavoro d’ufficio. Quel cognome importante è un’opportunità o una prigione? A ricondurli sulla retta via potrebbero essere due personaggi femminili, Giuseppina e Giulia: rispettivamente suocera e nuora – la prima sposata con il fratello sbagliato, l’altra disonorata da una relazione clandestina –, le donne ai ferri corti s’impuntano per parlare di politica ed economia, per farsi sposare legalmente, per salvare i discendenti dalle sorti dei matrimoni combinati.

«Quando si diventa vecchi, si vuole rallentare il tempo, ma il tempo non si ferma. E allora tieni strette le cose. Se loro ci sono, tu ci sei ancora. Non la vedi, non la vuoi vedere, la vita che sgocciola via.» Giuseppina si siede sulla sponda del letto, stringe l’indumento al petto. C’è un rimpianto che le causa una stretta allo stomaco. «Noi li chiamiamo ricordi, ma siamo bugiardi», continua con un filo di voce. «Cose come questo scialle o il tuo anello» - indica la fede di oro battuto appartenuta a Ignazio - «sono ancore per una vita che se ne va».

Se i protagonisti incarnano caratteristiche che potrebbero subito renderceli memorabili, a non interessarmi è stato purtroppo il contesto. Quelle contrattazioni fitte, dense, per addetti ai lavori, che hanno reso i Florio sì un’istituzione, ma anche una compagnia – fra le pagine – con cui a prima impressione si fa fatica. Lo so, questa volta sono io a essere dalla parte del torto. Senza politica e commerci avrei potuto apprezzarli molto di più. Ma senza, immagino, sarebbe stata un’altra cosa. Non di certo una storia vera, frutto di ricerche certosine e di una rielaborazione misuratissima, che ribadisce nel male il mio scarso feeling verso le ricostruzioni storiche: più sono impeccabili, più rischiano di annoiarmi. 
All’ombra del monte Pellegrino, nella terra che ha ispirato classici da antologia come I Malavoglia, Il Gattopardo e I Viceré, I leoni di Sicilia racconta di amori travagliati, intuizioni folgoranti e investimenti frettolosi: formula intelligente per un passaparola istantaneo. La lettura è densa e scorrevole, perfino incalzante immergendocisi meglio, ma mentirei se dicessi che queste quattrocento pagine fitte di date e avvenimenti qui e lì non mi siano parse troppe. Colpa un po’ di uno sfondo socio-politico dei più turbolenti, un po’ delle leggi difficili del mondo mercantile, un po’ di un genere letterario che – ammetto i miei limiti e i miei pregiudizi – personalmente trovo furbo, lezioso. Romanzo dell’estate per molti, insomma, tale non è stato per me. La prossima volta, senza rancore né curiosità, potrei farmi trovare sordo al suo ruggito.
Il mio voto: ★★★
Il mio consiglio musicale: Enya – Caribbean Blue

mercoledì 28 agosto 2019

I ♥ Telefilm: Euphoria | The Handmaid's Tale S03 | Come vendere droga online (in fretta)

Brutta bestia, l’adolescenza. Un’età sospesa nell’incertezza, che terrorizza tanto i genitori quanto i ragazzini alle prese con le avvisaglie della pubertà. A volte si ha la fortuna di attraversarla senza accorgersene. Altre, invece, si ha il dramma di vedersela brutta: di berla d’un fiato, con il rischio che vada di traverso. Auguro a ogni famiglia la felicità di una crescita senza scossoni. Ma nei miei sogni segreti, dalla visione di Euphoria in poi, sono vittima del fascino di questi ragazzi allo sbando: belli e dannatissimi, i protagonisti sono di quelli che forse non sopravvivranno al peggio dei migliori anni. Sesso, pornografia, alcol, droghe, ricatti. Stessa storia, stesso degrado: cosa rende, allora, la serie prodotta da HBO e A24 – insomma, un tripudio di indie – la folgorazione di questo 2019? Se le giovinezze rose e fiori ispirano la TV mainstream, quelle infernali gareggiano con il cinema di Boyle e Korine; con gli eccessi della serie cult Skins, la cui formula sembrava non funzionare fuori dai confini inglesi. Il cantore di quest'ondata di adolescenti problematici è Sam Levinson, già stilosissimo nell’horror Assassination Nation. Sul piccolo schermo, per fortuna, sa mettere meglio a fuoco la sua regia da videoclip, la bravura di un cast ben assortito, toni angosciosi senza mai strafare. Immancabile per gli spettatori più smaliziati, fondamentale per chiunque voglia assistere a uno spettacolo spettacolare struggente e scandaloso, Euphoria non può contare su una trama innovativa. Fra ragazze che si svendono, campioni dalla sessualità in dubbio e famiglie disfunzionali, potremmo pensare di conoscere già la noia esistenziale di questi Millennial. Eppure, a livello narrativo, le trovate memorabili non mancano. Ogni episodio si apre con un prologo dedicato a un comprimario diverso e narratrice onnisciente è una sorprendente Zendaya: bella e fragile, torna a scuola dopo il coma seguito a un’overdose. Bisognosa e bipolare, vorrebbe una casa tranquilla – ma la sorella minore frequenta un brutto giro –, il vero amore – ma l’attrazione verso Jules, l’amica transgender, sembra impossibile –, scappare dalla provincia. La distraggono ora le perversioni di padri di famiglia con una passione segreta per i minorenni; ora gelosie e voltafaccia; ora la paura di ricascarci, quanto troppo triste o troppo felice. Come non innamorarsi del suo broncio, del suo fisico allampanato, della sua intensità? La gioia provata per la sua conoscenza è una percezione sbagliata: la scambiamo con l’euforia del titolo. Una vivacità irrefrenabile, isterica, che contiene già le ombre di un malessere nascosto. Ne subiremo le amare conseguenze soltanto poi. Nel mentre eccoci qui: incuranti e felici, davanti ai nostri diciassette anni ribelli e a una cotta sul ciglio del burrone. (8)

Tre anni fa, al suo debutto, era la serie delle serie. Una distopia urgente, spietata, che descriveva un futuro non troppo lontano e nel frattempo parlava di noi. Di un presente costellato di avvisaglie preoccupanti e sconvolgimenti politici, dove razzismo, omofobia e sessismo sono di moda; dettano legge. Tre anni dopo, davanti all’ennesima stagione senza nerbo, The Handmaid’s Tale ha subito un’involuzione impensata. È diventata, infatti, una di quelle serie da seguire facendo altro. Da guardare magari doppiate, in italiano, perché non si ha più l’ansia di stare al passo con la programmazione americana né di badare all’intensità ormai assodata degli interpreti originali. Delle evidenti battute d’arresto, nonostante tutto, sembriamo accorgerci in pochi. I più, invece, si lasciano confondere dall’importanza delle tematiche e dalla performance della protagonista. Confidano in un’altra stagione, nel nuovo romanzo di Margaret Atwood ormai in dirittura d’arrivo. Io, controcorrente, ho invece paura per quel seguito letterario fuori tempo massimo. Ho paura che la serie continuerà a trascinarsi per molto tempo, dal momento che tocca battere il ferro finché è caldo: e questi argomenti, cosa nota, scottano giacché attualissimi. Cos’è successo a Gilead in questi episodi? Qualcuno la fa franca.  Qualcuno punta al Canada, pretendendo diritti su una bambina rapita. Qualcuno, deliberatamente rimasto al proprio posto, pianifica colpi di stato con la complicità delle vendicative donne in rosso. Yvonne Strahovsky, messa da parte, è una Serena Joy confusa e incoerente: una banderuola che non sa bene dove schierarsi, e più per l’indecisione degli sceneggiatori che per la fragilità del suo stesso carattere. L’autista Max Minguella e la fuggitiva Alexis Bledel, invece, sono ufficialmente scomparsi. Resta allora una Elisabeth Moss in divenire: diabolica ed eversiva, questa volta pensa meno alla propria famiglia e più al cambiamento sociale, trasformandosi in una Che Guevara al femminile misteriosamente capace di cadere sempre in piedi. Possibile che la scampi ogni volta? Possibile che nessuno a parte me si sia stancato degli incarogniti sguardi in camera che oggi la rendono la parodia di sé stessa? Definitivamente un simbolo, l’attrice esagera e calca la mano, quando il messaggio – ormai semplificato – si fa ridondante. Non basta la vaga ripresa degli ultimi episodi. Non basta il ricordo della passata verosimiglianza, qui tradita per svolte surreali e forzate. Sia benedetto il frutto. Che il Signore possa schiudere. E se, dopo la bella stagione, il suddetto frutto si rivelasse più che maturo: stracotto dal sole? (6)

Viene dalla Germania e ha un titolo che è tutto un programma. Giovanile e inattesa, tra me e me, ero già pronto a eleggerla all'istante serie dell'estate. Come vendere droga online (in fretta) aveva tutto: un adolescente piantato in asso, un migliore amico dai giorni contati e un piano – spacciare pasticche, rubando clienti alla nuova fiamma della storica ex – per conquistare di pari passo popolarità e denaro. L'attività, più redditizia del previsto, approda presto su internet. Sognandosi novelli Steve Jobs, i protagonisti daranno vita alla classica collaborazione criminosa: con il classico papà poliziotto e inconsapevole, la classica adolescente che finisce in overdose per insegnarci che gli stupefacenti talora possono uccidere, il classico boss mafioso che fa davvero male a non prendere sul serio la strana coppia di narcotrafficanti. Un grammo di Breaking Bad, un po' di Smetto quando voglio e, ancora una volta, pronta all'uso, ecco una lezione pensata a tavolino sui lati oscuri dei social e le fragilità dei giovanissimi. Citazionista e scoppiettante per quanto riguarda il lato tecnico, con chat a vista, foglietti illustrativi letti a voce alta e coloratissime sequenze psichedeliche, la serie europea ha un approccio fresco ma una trama – che sia una storia vera o inventata, non mi importa granché – alquanto stantia. Vittima del già visto, conserva orgogliosamente la lingua tedesca ma si rifà al chiasso delle commedie americane: ahimè, smarrisce così la sua scarsa personalità strada facendo. Non diventando mai un autentico oggetto di dipendenza. (5,5)

lunedì 26 agosto 2019

Mr. Ciak: Far From Home, I crimini di Grindelwald, Il ritorno di Mary Poppins e altri sequel

Non è tutto oro ciò che luccica. Anche successi come questo, all’indomani del tormentone Avengers, possono presentare infatti problemi produttivi e misteriosi lati oscuri. Che Spider-Man, come si legge in giro, stia realmente divorziando dal MCU? Tom Holland, dopo Garfield, sarà presto rimpiazzato per volere dei piani alti? Speriamo che questi voci restino tali, sì, perché dispiacerebbe archiviare già le avventure adolescenziali del nostro eroe di quartiere preferito. Anche se è più leggero e teen che mai. Anche se, lontano dal senso di sacrificio del personaggio di Maguire, a volte sembra proprio un raccomandato che – complice l’amicizia con Iron Man – cade sempre in piedi. Chi sarà l’erede di Tony Stark, ci si domanda, dopo i fatti del film dei Russo? Peter Parker, in gita con la classe, non ci pensa. Ma sarà il destino a mettersi sulle sue tracce, per costringerlo a camminare sulle proprie gambe. Come conciliare l’amore-odio con il Misterio di Jake Gyllenhaal e l’appuntamento galante che spera di chiedere alla compagna Zendaya? Come salvare le bellezze d’Europa, messe a ferro e fuoco da un esercito di droni, e insieme superare il lutto? Lo spunto è una scusa per intrattenerci con scorci da cartolina e cliché, al tempo delle fake news e degli universi espansi. Gioco d'illusione dal finale a sorpresa, Far From Home mostra lo Spider-Man spensierato e tecnologico a cui stiamo imparando a voler bene. Quello di cui c’era bisogno nei mesi estivi e, se fan della saga, per riprendersi dalle tragedie di Endgame. Ma dubito fortemente che, tornati a casa dalla visita guidata, porteremo con noi souvenir diversi dalle immancabili scene post-credits. (6,5)

Animali fantastici e dove trovarli: reboot a sorpresa della saga di Harry Potter, contro ogni pronostico, mi era parso adorabile ma non abbastanza per dichiararmi già fan; non abbastanza per correre in sala alla prima del seguito. Sono stato molto previdente. La fiaba semplice e animalista dell’inizio ha fatto i biglietti per il capoluogo francese, svelando un’anima dark che non le si addice e tradendosi all’insegna del fan service; del colpo di scena a tutti i costi. I problemi, innumerevoli: dalla durata eccessiva ai troppi personaggi; dalle troppe trame alle troppe parentele, ai troppi intrighi. I veri fan coglieranno le innumerevoli incongruenze, ma i profani perderanno facilmente il bandolo della matass in preda al mal di testa. Di questo “troppo”, per forze di cose, il secondo Animali fantastici non è all’altezza. Vorrebbe essere una spy story colorata di soprannaturale, ma a tratti somiglia più a una svergognata soap opera. I salti qui e lì, il fiuto di personaggi che sanno sempre con esattezza dove incrociare i loro cammini e i voli transoceanici in un sol balzo non giustificano né una magia che non può darci a bere ogni assurdità, né una sceneggiatura farraginosa. Questo lungo trailer, caotico e poco godibile, proprio non ci incanta. Non bastano Johnny Depp, in parte come non lo era da anni; la bellezza ultraterrena di Zoe Kravitz; il furbastro ritorno a Hogwarts in compagnia di Jude Law. (4,5)

Avevo già sopportato a fatica il primo, lungo e frammentario. Quante probabilità c’erano di apprezzare il seguito inatteso, per di più con la minaccia di un adattamento italiano alla buona? Ho aspettato almeno di vederlo in lingua originale, ma  – come da previsioni – a poco è servito. La tata più famosa di sempre scende da una nuvola e, questa volta, si prende cura dei figli di Michael Banks. La famiglia di lui è in banca rotta, la casa sta per essere pignorata. Salvarsi è possibile, però, grazie all’immaginazione e altri prodigi. Se la costruzione ricalca fedelmente quella dell’altro film, con tanto di salto spettacolare nel mondo dei cartoon, le melodie sono purtroppo meno orecchiabili; la trama si fa ancora più sfilacciata e ondivaga, un pretesto per inanellare un numero dietro l’altro; la fotografia s’incupisce all’inverosimile, nel tentativo di portarci nel clou della Grande Depressione; Emily Blunt, ancora più indisponente della già antipatica Andrews, raccoglie con rispetto il testimone della collega ma incanta più per l’accento, per la bellezza di costumi e parrucco, che per un ruolo marginale ai fini della trama. A metà fra sequel e remake, l’ultimo musical del recidivo Marshall non riesce a raccontare niente di nuovo e si lascia guardare puramente in funzione di omaggio. Per quanto ben realizzato, annoierà i bambini di oggi – troppo caliginoso, troppo cantato – e farà storcere il naso a quelli di ieri, cresciuti con le immagini e le sonorità di un film che, a cinquant’anni dall’uscita, è ancora ricordato con affetto. (5,5)

Quanti segreti, quanti amanti, nascondeva Meryl Streep nel musical dei record? A dieci anni di distanza dai fasti del primo film – da rivedere sempre con piacere in TV, complice il cast –, si approda nuovamente su quell’isoletta sbucata da uno spot sul turismo. Terra di genitrici libertine, figlie ficcanaso, canzoni e scandali, la Grecia lontana dalla crisi economica ospita dal nuovo l’allegro baraccone di Mamma mia. Mettete pure in conto scarpe con le zeppe, mandolini, vedute da cartolina. Pazientate davanti a canzoni in sfilza, tutte da cantare a voce alta, e a star internazionali eternamente in vacanza. Festoso e scatenato, il seguito del musical perde il personaggio della Streep – prematuramente scomparsa, ha lasciato alla figlia Amanda Seyfried il sogno di un albergo da ristrutturare – e trova un’ottima Lily James nei panni della Donna dei flashback. Libera e spregiudicata, autentica divoratrice di uomini, con quale dei tre partner avrà concepito la primogenita? Tanto brioso nella prima parte quanto insensato nella seconda, Here we go again è voce del verbo guilty pleasure: un cinepanettone all’americana, industriale ma irresistibile, che funziona come contenitore di canzoni degli Abba e null'altro. Criticarlo sarebbe scontato, davvero non ha ragione d’essere, eppure in una serata dedicata a vino, amici e carboidrati, potremmo essergli grati per la sua leggerezza benefica. (6,5)

Scoperta recente, la serie di Dragon Trainer mi è subito parsa sottovalutata. Nell’ombra, rispetto alle grandi produzioni Pixar, ha mostrato ampi margini di miglioramento: il secondo film, ad esempio, era già migliore rispetto al primo. E questo capitolo conclusivo, arrivato al cinema lo scorso inverno? Potendo contare per una volta sui pregi della visione d’insieme, ho ritrovato in Il mondo nascosto una straordinaria attenzione naturalistica e una morale toccante, che parla ai più piccoli di disabilità – sia il drago che il suo padrone hanno infatti parti mancanti e tutori, cicatrici di battaglia – e dell’armonia fra specie diverse. I protagonisti umani, quasi ininfluenti, questa volta non fanno passi avanti: la loro crescita, i loro rapporti sentimentali e familiari, sono stati scandagliati debitamente in passato. I veri mattatori, ora, sono i draghi. Dolcissimi e pieni di riconoscenza, divisi fra affetto e natura, regalano emozioni e sorrisi incontrollabili: è forse possibile abituarsi alla tenerezza di Sdentato, in cerca qui del proprio posto nel mondo? Viaggiando lontano dai classici conflitti, diretto a una terra impossibile dove si faranno comunque avanti cacciatori spietati e altre insidie, Dragon Trainer si conferma una fiaba priva di retorica di cui si innamora pian piano, film dopo film. Fermarsi qui o proseguire? Noi, come Hiccup con Sdentato, siamo certi sia senz'altro meglio voltare pagina. Anche se questo potrebbe significare lasciar andare per sempre il nostro caro amico volante. (7)

I protagonisti dei film Unbreakable e Split vengono riuniti in una struttura psichiatrica dalle pareti rosa dall'inaffidabile M. Night Syamalan. Sotto la sorveglianza di Sarah Paulson, psicologa che indaga sui loro disturbi mentali, tentano invano di venire a capo con la realtà dei fatti: sono folli, personalità borderline, e non moderni supereroi. Ma James Macavoy – unico e insuperato mattatore –, Bruce Willis e Samuel L. Jackson riescono facilmente ad evadere. Pianificano grandi imprese, sfide sensazionali, ma una chiusa più amara e frettolosa del previsto darà risvolti diversi alle loro famigerate smanie da fumetto. Figli, mamme e vittime mancate, tuttavia, vedono in loro del buono. Dov'è la ragione, dove il torto? A confine fra thriller psicologico e horror paranormale, l'inutile crossover si perde in spiegazioni infinite e in combattimenti un po’ ridicoli. Operazione fuori tempo massimo, fragile come vetro sin dal titolo e dalle premesse, Glass rivela prestissimo i suoi punti deboli. E si spezza, senza i soliti colpi di teatro, senza brividi di paura, in un elogio al mondo nerd, alla libertà di parola al tempo dei social, che riesce comunque a dar voce a questo trio mal assortito di freaks più di qualsiasi seguito non richiesto. (5)

Era stato annunciato come il capitolo conclusivo. Senza troppe sorprese, data la calorosa accoglienza di pubblico e critica, si è rivelato essere in realtà il primo di un’ennesima trilogia dedicata all'immortale serial-killer. Eccezionalmente, però, John Carpenter benediceva il progetto. Halloween è un’apparente resa dei conti dal taglio femminista, che piace all’autore in persona per la colonna sonora originale e la fedeltà che ha spinto David Gordon Green a ignorare, quarant’anni dopo, tutti i sequel non ufficiali: compresi quelli in cui Michael e Laurie – no, non è uno spoiler – erano dipinti come fratello e sorella. Gonfiato un po’ troppo ai tempi dell’uscita, non può contare sulle intuizioni e sul tocco stilistico di Carpenter: abbonderanno, perciò, il sangue e l’azione un tempo assenti. L’assassino, a ruota libera, uccide il vicinato senza un disegno preciso. La Curtis, non più tata ma eroina bad-ass, si fa trovare pronta al pericolo: i capelli grigi, le braccia toniche e, in cantina, un autentico arsenale. Presentissimo l’effetto nostalgia. Ma a mancare, invece, sono lo spirito serio e rigoroso del primo capitolo; l’eleganza delle immagini; la personalità che ne aveva fatto, all'epoca, un caposaldo dell’horror. Lo spirito di Myers – spiace contraddire gli estimatori –, sotto la maschera mostruosa, non è rimasto immutato. (6)

È alto il rischio che abbiate già dimenticato, nel frattempo, l’esistenza del capitolo introduttivo: Auguri per la tua morte, commedia slasher innocua e prevedibile, aveva lasciato piuttosto indifferenti gli spettatori italiani. Immaginate che colpo di scena, allora, guardare a tempo perso il sequel e scoprirlo delizioso. Ancora più adolescenziale, ancora più surreale e ironico, il film alza l’asticella e, in tutto e per tutto, si rivela essere superiore al primo. La storia, capitanata dalla spumeggiante Jessica Rothe, è un’esilarante retrospettiva sul loop temporale del film precedente: generato non dalla provvidenza divina, bensì dai pasticci di un nerd, questa volta rende l’eroina prigioniera dei paradossi logici e di un intreccio di cui non sottovalutare affatto l’intelligenza. Sulla lista delle cose da fare: sottrarre la macchina del tempo a un preside dispotico; scegliere, giacché messi alle strette, fra amore e famiglia; fermare un assassino con un aiutante misterioso all’esterno. Cambiano i ruoli, così, e cambia perfino l’identità del colpevole. Cambiano i generi omaggiati. Dall’inflazionato horror anni Ottanta alla fantascienza di Ritorno al futuro, Ancora auguri per la tua morte si concentra a giusta ragione sulla dimensione vincente – quella comica – lasciando a un’altra pellicola, a un altro multiverso, quei brividi di paura che in passato scarseggiavano. (7)

sabato 24 agosto 2019

I film che leggeremo: grandi classici

Little Women
25 dicembre 2019 (USA)
Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern, Meryl Streep, Timothée Chalamet, Louis Garrel. Dirige Greta Gerwig, ormai regista a tempo pieno. Sceneggia Sarah Polley, regista di gioielli come Away from Her e Take This Waltz. Su carta, sembrerebbe tutto così indie; tutto così perfetto. Ma questo connubio, purtroppo, è ben più convenzionale del previsto. Attesissimo dai più, è la nuova – be', si fa per dire – trasposizione di Piccole donne, classico di Louisa May Alcott di cui i miei coetanei ricorderanno la trasposizione del 1994 o la miniserie BBC di appena due anni fa. Se ne sentiva davvero il bisogno? A giudicare dal trailer, fedele alle atmosfere originali e senza guizzi, la risposta è negativa. Mi porterà in sala il cast, trainato da una Ronan con un personaggio – l’indimenticabile Jo – che potrebbe facilmente avere le simpatie dell’Academy.


Pinocchio
25 dicembre 2019
Sono cresciuto con il cartone targato Disney e, da bambino, in biblioteca, avevo preso in prestito la videocassetta dello sceneggiato di Luigi Comencini: insuperabile, se chiedete agli spettatori di qualche generazione fa. Negli anni delle elementari, poi, in gita con la classe in completo siamo corsi a vedere la trasposizione di Roberto Benigni: uno sfacelo ad alto budget, che tale mi era parso anche alla tenera età di otto anni. Ci riprova il fidatissimo Matteo Garrone, nonostante Guillermo Del Toro ne abbia già annunciato da un po’ la sua personale versione. E lo aiutano un cast interessante – questa volta, per fortuna, Benigni è passato dall’altra parte: interpreterà Geppetto – e un’estetica burtoniana, che rendono l’attesa spasmodica. Soltanto a fine visione, magari, ci faremo la classica domanda: l’ennesimo live action, a che pro?


Cats
Natale 2019
È uno dei musical più fortunati e longevi di Broadway. Ma in pochi, forse, sanno che a ispirare il genio di Andrew Lloyd Weber – anche autore del Fantasma dell’opera, Evita e Jesus Christ Superstar – c’è una raccolta di poesie firmata dall’insospettabile T.S . Elliot: Il libro dei gatti tutto fare. In scena dagli anni Ottanta, noto anche ai profani del musical grazie alla struggente Memory, è diventato un film a quasi quarant’anni dalla prima. Pronto a conquistare le sale sotto Natale – e la stagione dei premi, a giudicare dal regista e dal cast: Tom Hooper dirige, infatti, le stelle Judi Dench, Idris Elba, Ian McKellen e Jennifer Hudson –, sta facendo già chiacchierare per l’aspetto dei suoi gatti antropomorfi. Secondo voi, sono affascinanti o soltanto spaventosi? Creepy con sentimento, lo si andrà a vedere.


Ophelia
28 giugno 2019 (USA)
Essere o non essere, questo è il problema. Folle e affranto, con un teschio in mano, immaginiamo il Principe di Danimarca così: solo su un palcoscenico buio. Protagonista di infinite trasposizioni, trova un nuovo punto di vista nell’era del novello femminismo: quello della sua fidanzata nell’ombra, Ofelia. A rubare la scena al giovane George MacKay (mentre i ruoli infidi della madre e dello zio spetteranno a Naomi Watts e Clive Owen) sarà la bellissima Daisy Ridley. Lontana dai mondi di Star Wars, come se la caverà con un personaggio pensato dal Bardo e immortalato in un capolavoro di Millais? La sua tragedia finirà allo stesso modo, sott’acqua? Discretamente accolto al Sundance e in cerca di una data di distribuzione italiana, potrebbe essere un rimodernamento di cui aver fiducia.


Vita & Virginia
13 febbraio 2019 (USA)
Purtroppo non l’ho mai letta, ma ho imparato a conoscerla e stimarla grazie alla visione di The Hours. Interpretata da una Nicole Kidman da Oscar, Virginia Woolf appariva geniale e sfuggente. Infelice, accanto a un marito di facciata, ma già anticonformista. Se nel film di Stephen Daldry si parlava della stesura di Mrs. Dalloway, nel più modesto Vita & Virginia si ricordano la pubblicazione di Orlando – caposaldo della narrativa LGBTQ – l’appassionata storia d’amore fra la donna e la poetessa Vita Sackville-West. Entrambe sposate, costrette ad amarsi di nascosto, ci hanno regalato un epistolario recentemente pubblicato in Italia dall’editore Donzelli. Ma il film, che attinge in parte alla loro corrispondenza, interessa soprattutto per la performance di Elizabeth Debicki: da applausi, pare, al contrario del taglio televisivo del tutto.


Martin Eden
4 settembre 2019
Dici Jack London e pensi immediatamente ai romanzi d’avventura, a Zanna Bianca. Istruzioni per farcela in situazioni difficili, al limite della sopravvivenza. Dici Jack London e, ti accorgi, lo conosci poco e superficialmente. Il suo romanzo più apprezzato, finito subito in whishist, è Martin Eden: la storia di un marinaio che durante una rissa difende il rampollo giusto e, accolto in casa sua come ospite d’onore, finisce per innamorasi della sorella di lui, Ruth. Ci si sposta eccezionalmente in Italia, prima al Festival di Venezia e poi al cinema. Cambia qualche nome, vero, ma non il messaggio di fondo: la riflessione amareggiata su un sentimento messo in dubbio dalle disparità sociali del primo Novecento. Il film di Piero Marcello, liberamente tratto da London, schiera in campo Luca Marinelli. Uno che non sbaglia un colpo, uno con lo sguardo malinconico adatto al ruolo dell'eroe del titolo. 


Mademoiselle
29 agosto 2019
Non è un classico, no, eppure non sfigura affatto in questa carrellata d’abiti d’epoca e nomi altisonanti. Ispirato a Ladra, straordinario romanzo gotico di Sarah Waters letto prima della fondazione del blog, trasferisce l’intreccio sensuale e pericoloso della scrittrice britannica nella Corea invasa dai giapponesi. Presentato al Festival di Cannes, raggiunge scandalosamente le sale soltanto a fine agosto. Com’è possibile che un film di Park Chan-wook passi così in sordina? Come giustificare, inoltre, un clamoroso ritardo di quattro anni – si tratta infatti di una produzione del 2016? La storia, per fortuna, distrarrà i fedelissimi con misteri ancora più grandi e scene di sesso bollenti.